:: Un’intervista con Adrian McKinty a cura di Giulietta Iannone

12 dicembre 2012 by

1704421_0Grazie Adrian per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Adrian McKinty? Punti di forza e di debolezza.

Sono tutte debolezze, ho paura. Sono distratto, disordinato, pigro con un’etica del lavoro molto povera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono nato a Carrickfergus, Irlanda del Nord, nel 1968 e sono andato alla scuola media locale. Sono cresciuto in un complesso residenziale pubblico durante il periodo della storia dell’Irlanda del Nord conosciuto come “The Troubles”: era un momento piuttosto interessante con un sacco di attentati, dirottamenti, sequestri di persona e omicidi a caso. Ho studiato giurisprudenza presso l’Università di Warwick in Inghilterra e poi, dopo sono andato a studiare filosofia presso l’Università di Oxford.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Qual è il momento in cui ti sei reso conto che la passione per la scrittura poteva diventare un vero lavoro?

Si tratta di un vero e proprio lavoro? Non sono ancora convinto di questo.

Scrivi a tempo pieno? Oppure dividi il suo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Ho fatto vari lavori: insegnante, postino, camionista, barman ecc… Sono tra un lavoro e l’altro al momento.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

I demoni nella mia testa.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Ha ricevuto molti rifiuti?

Oh merda si ‘. Molti, molti rifiuti. Solo la stupidità mi ha fatto andare avanti. Se fossi stato un individuo più centrato, con un miglior senso di prospettiva avrei smesso, ma io sono un pessimista ottimista così ho continuato a inviare il mio libro.

Hai scritto dodici libri, sei dei quali formano due trilogie. In Italia è uscito solo Ballata Irlandese con Rizzoli Editore. Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà un libro l’anno prossimo. Una traduzione di The Cold Cold Ground (ma non sono sicuro di questo)

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Amo l’Italia quindi mi piacerebbe tornare.

Parlami della tua routine di scrittura. Descrivimi una  tua tipica giornata di lavoro?

Purtroppo per me non è routine. Ho una grande ammirazione per quegli scrittori che scrivono 1000 parole prima di colazione ogni giorno, ma non sono mai stato uno di quelle persone. Scrivo quando posso, durante il giorno. Un’ora qui o là, talvolta nel mezzo della notte. Il mio non è il sistema migliore ad essere onesti.

Puoi dirci qualcosa della casa editrice che pubblica i tuoi libri?

Sono stato pubblicato da Scribner che è abbastanza famoso per aver pubblicato i primi libri di Hemingway e F. Scott Fitzgerald quindi sono molto onorato di essere pubblicato da loro.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Tanti. Cormac McCarthy, James Ellroy, Evelyn Waugh, JG Ballard, Angela Carter ecc ecc

Ti capita mai di usare le tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Molto spesso. Dead I Well May Be  era vero all’80%. The Cold Cold Ground una percentuale simile.

Sei un autore acclamato dalla critica. Ha ricevuto recensioni negative?

Stai scherzando? Mi hanno gettato merda addosso per tutto il tempo. Se vuoi leggere alcune recensioni terribili puoi leggere quello che hanno detto del mio libro Deviant su Good Reads. Wow.

Parlami del rapporto tra cinema e letteratura. Ritieni  che il tuo stile sia cinematografico?

Sono stato influenzato molto dal cinema. Soprattutto dal cinema europeo d’essai. Mi piacciono le scene dei film che non hanno musica o dialogo. Alcuni film recenti che ho ammirato sono Fish Tank, Mulholland Drive, In The Mood For Love

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

No.

Sei stato criticato per l’uso esplicito della violenza nei tuoi romanzi. Cosa rispondi a queste critiche?

La violenza fa parte della vita, in particolare la mia vita quindi se voglio dire la verità bisogna che ne parli.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Mi piace incontrare i miei lettori. Mi sento come se fossi in una cella di prigione quando sto scrivendo un romanzo quindi è fantastico per me uscire e incontrare qualcuno che abbia letto i miei libri. Non ho mai avuto una brutta esperienza con un fan. Ho fatto piuttosto poche letture pubbliche, alcune dove nessuno aveva voglia di vedermi. Questo mi rende triste.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Il nuovo Zadie Smith che non è altro che brillante.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, George V. Higgins, Ross Mc Donald, Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Ken Bruen, Declan Hughes e John Connolly.

Ellroy: brillante; Woolrich: grande, Goodis: cool; Crumley: cinetico; Thompson: Il Maestro; Willeford: buono; Higgins: sottovalutato; McDonald: sopravvalutato; Chandler: Il Re; Dashiell Hammett: Dio; Bruen: il mio padrino; Dec Hughes: una cosa superba, John Connolly: in realtà non mi piace questa roba soprannaturale, ma apprezzo la sua abilità …

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad una storia vera di un omicidio avvenuto tra un gruppo di nudisti tedeschi emigrati in un’isola in Nuova Guinea nel 1906, in modo da poter costruire una comune lì.

:: Segnalazione di Le brigate fantasma di John Scalzi (Gargoyle, 2013)

12 dicembre 2012 by

Senza titolo1Torna l’autore di Morire per vivere
LE BRIGATE FANTASMA
JOHN SCALZI

Gargoyle, collana Extra,

titolo originale The Ghost Brigades, traduzione Benedetta Tavani, pp. 320, euro 14.90, in libreria dal 17 gennaio 2013)

«Si dice vengano creati dai morti, che il plasma germinale umano dei morti venga mescolato e rimescolato con materiale genetico di altre specie, per vedere cosa ne viene fuori.
Si dice che alcuni di loro non somiglino neanche agli umani, in cui comunque si riconoscono, e che nascano già adulti con abilità e competenze, ma privi di memoria. Non solo; sono anche privi di un sé. Senza moralità. Senza freni. Senza… umanità […]Guerrieri bambini nel corpo di adulti. Abomini. Mostri. Strumenti che la vostra Unione Coloniale sfrutta per missioni che non può o non vuole affidare a soldati con esperienza di vita e moralità, soldati che potrebbero temere per la loro anima in questo mondo o nell’altro».

L’Universo è in guerra. Le Fdc, Forze di Difesa Coloniale, sono impegnate a sventare l’attacco di una pericolosa alleanza di razze aliene ma ormai per la sopravvivenza della specie umana si rende sempre più indispensabile il contributo delle Brigate Fantasma. Sono questi guerrieri superumani dalle menti completamente vuote creati in laboratorio dal Dna di militari morti.
Già adulti, privi di infanzia, sono dotati di un bagaglio esperienziale preconfezionato; i loro percorsi neurologici vengono forzatamente accelerati dall’impianto di un dispositivo, detto BrainPal, in grado di fornire tutte le indicazioni e le notizie necessarie. Per questo sono considerati amorali.Quando le Fdc scoprono che un loro scienziato, Charles Boutin, le ha tradite, alleandosi con le popolazioni aliene per poi fuggire inscenando un maldestro suicidio, la situazione precipita; per scongiurare l’annientamento bisogna adottare delle soluzioni drastiche e forse proprio un errore commesso dallo scienziato può consentire agli umani di salvarsi. Boutin infatti, prima di scappare facendosi credere morto, era riuscito a trasferire una copia della sua coscienza in un computer, ma poi aveva dimenticato di cancellarla. Il piano delle Fdc è dunque quello di creare un soldato, Jared Dirac, che abbia non solo il Dna di Boutin, ma anche la sua stessa coscienza, così da recuperare i ricordi del traditore, scovarlo e sconfiggere l’alleanza aliena.

Inizialmente il piano non sembra funzionare, ma a poco a poco la coscienza di Boutin comincerà ad affiorare e Dirac dovrà fare i conti non solo con i ricordi di una vita che non ha mai vissuto, ma soprattutto con la nascita inaspettata di una propria coscienza, che lo spingerà – e fino alle estreme conseguenze – a compiere scelte molto diverse da quelle dello scienziato.

Anche in questo secondo romanzo John Scalzi torna a riflettere sui temi dell’identità, della libertà di coscienza e del libero arbitrio Il progressivo processo di consapevolezza del soldato Dirac diviene uno spunto per alcune considerazioni di carattere bioetico: il limite fra ciò che è umano e ciò che non lo è, davvero è così invalicabile e definitivo come siamo abituati a credere? In un’epoca in cui le applicazioni nanotecnologiche prendono sempre più piede, qual è il discrimine tra scienza e moralità? E quali possono essere le conseguenze?
Tali riflessioni etico-filosofiche, sapientemente intessute in una narrazione fantascientifica, rendono il romanzo di Scalzi avvincente e suggestivo: uno stand-alone che può essere apprezzato anche da chi non ha letto le opere precedenti dello scrittore.

Nessuna pretesa, se non una formidabile maestria vecchio stile“. San Francisco Chronicle
Una combinazione tra Fanteria dello Spazio e Universal Soldier Le Brigate Fantasma rievoca il risveglio. il tradimento e il conflitto della migliore tradizione militare di fantascienza“. Entertainment Weekly
John Scalzi dissipa ogni dubbio di poter essere una meteora… Le Brigate Fantasma è un grandioso racconto di battaglie, contese e intrighi diplomatici“. Flint Journal

John Scalzi (1969) dopo un esordio come giornalista, si è dedicato alla scrittura e ha vinto il John W. Campbell Award 2006 come miglior scrittore esordiente. Il suo primo romanzo Morire per vivere pubblicato da Gargoyle nel 2012 è stato nominato al premio Hugo Award come miglior romanzo dell’anno e i diritti sono stati venduti in più di quindici Paesi. Della produzione successiva, oltre a Le Brigate Fantasma, ricordiamo The Last Colony e Zoe’s Tale. Scalzi è stato consulente creativo per la popolare serie televisiva di fantascienza Stargate Universe; dal 2010 è presidente della Science Fiction and Fantasy Writers of America, prestigiosa organizzazione che assegna il Nebula Award. Attualmente vive in Ohio. Il suo blog, http://whatever.scalzi.com, è seguitissimo.

Il motivo per cui scrivo fantascienza è creare nuovi mondi, partendo da un’idea folle… è qualcosa di molto divertente.  John Scalzi

:: Recensione di Ai piani bassi di Margaret Powell (Einaudi, 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 dicembre 2012 by

Ai pianiPrima dello sceneggiato televisivo inglese girato tra il 1971 e il 1975 Upstairs, Downstairs, molto prima di Gosford Park e di Downton Abbey uscì in Gran Bretagna, nel 1968, un libro di memorie scritto da una cuoca di nome Margaret Langley Powell, dal titolo emblematico Ai piani bassi (Below Stairs, 1968).
Ritratto impietoso di un mondo rigidamente diviso in classi contrapposte, da una parte gli aristocratici ricchi e privilegiati, dall’altra la servitù, Ai piani bassi ci permette di gettare un’ occhiata su quanto accadeva dietro le quinte della grande recita che si ripeteva ogni giorno nelle case della classe dominante in cui l’etichetta, le tradizioni, il ferreo cerimoniale congelava e mascherava un intrecciarsi di vizi e tensioni sotterranee.
L’ingiustizia  e l’insita immoralità di un sistema sociale in cui ad alcuni era permesso di non lavorare, di vivere in case riscaldate, eleganti, nutriti con pasti vari e abbondanti ed altri erano gravati dall’amaro compito di fungere da servi, sottopagati, umiliati, senza tempo libero da dedicare a se stessi, emergono netti ancora più grazie al fatto che l’autrice non utilizza toni drammatici o cattivi. Margaret Powell infatti si limita a descrivere il mondo dal punto di vista della servitù, dal basso, dalle cucine, permettendole di avere una visuale personale e nello stesso tempo obiettiva. La sua analisi è lucida, a tratti ironica o divertita come quando per esempio riporta la bizzarria di essere costretta a stirare le stringhe delle scarpe dei suoi padroni, a tratti impietosa e anche dura.
Oltre al valore oggettivo di documento storico e sociologico, di affresco di un mondo, quello degli anni Venti e Trenta e poi Quaranta dello scorso secolo, di testimone dei cambiamenti, Ai piani bassi è un libro scritto sorprendentemente bene, con un linguaggio colorito e spontaneo, saporito e dotato di verve e di umorismo. L’immediatezza e la facilità con cui il lettore si trova a condividere i pensieri e a parteggiare per l’intraprendente testimone silenziosa di un mondo che infondo non disprezza ma di cui non ignora le debolezze e le disuguaglianze elevate a rango di privilegi acquisiti, è sicuramente la dote maggiore di questo libro, breve ma ricco di umanità.
Non è un manifesto politico, la Powell non sogna una rivoluzione cruenta che spazzi via ingiustizie e disparità, sebbene per un attimo fantastichi al riguardo, e pur tuttavia la sua voce emerge autentica e personale, e la forza silenziosa con cui espone le sue riflessioni con limpida oggettività, non è priva di una potente carica critica e accusatoria. La giovane sguattera, che prima di diventare cuoca e poi scrittrice di successo ha dovuto provare sulla sua pelle le più dolorose contraddizioni e fatiche dell’ultimo scalino della classe sociale, emerge da questo ritratto come una vittoriosa eroina capace di piegare la sorte facendo emergere  e trionfare i suoi meriti. Un bellissimo ritratto femminile.
Einaudi ha vinto l’ asta per acquistarne i diritti in Italia soprattutto dopo il grande successo della serie tv Downton Abbey di cui il romanzo è stato fonte di ispirazione per Julian Fellowes nella stesura della sceneggiatura. Traduzione di Carla Palmieri e Anna Maria Martini.

Margaret Powell, nacque a Hove, in Gran Bretagna, nel 1907. A quattordici anni ottenne un posto nella lavanderia di un albergo, poi lavorò come sguattera e dopo come cuoca presso alcune famiglie dell’ alta società inglese. Il suo Below Stairs, uscito nel 1968, divenne un caso editoriale in patria. Alla morte, nel 1984, la scrittrice lasciò un ricco patrimonio.

:: Recensione di L’amore che ti sceglie di Patrizia Cadau

11 dicembre 2012 by

l'amoreSuccedono nella vita cose strane, ma strane davvero, non sto esagerando. Succede per esempio di rincontrare dopo anni una ragazza, una giovane donna direi, per pudore non chiamerò amica perché non ci siamo mai incontrate di persona, e scoprire che finalmente il suo talento di scrittrice sta iniziando ad emergere come è giusto che sia. Un po’ di giustizia esiste, dopo tutto a questo mondo. Io e Patrizia Cadau, che ai tempi era conosciuta come Avreskida, ci siamo conosciute anni fa in una palestra di scrittura online e tra un racconto e l’altro ci siamo scambiate confidenze, consigli, restando sveglie fino a  tardi a chattare mentre la vita ci scorreva intorno. Poi ci siamo perse per un po’, Scrivi.com ha chiuso, le gare di scrittura, condite da commenti taglienti, appassionati, sempre sinceri, che improvvisavamo tra amici hanno smesso di occupare il mio tempo, a favore di questo blog. Infine da qualche mese l’ho ritrovata su Facebook grazie a un commento in calce ad uno status di Luigi Romolo Carrino e da allora sono successe cose bizzarre. L’improvvisa popolarità, con tanto di servizi sulle riviste, interviste da parte di scrittori come Lara Cardella, le è giunta improvvisa grazie ad un suo commento in difesa di Alessandra Marcuzzi. Di colpo il mondo si è accorto di Patrizia Cadau, ed è buffo soprattutto perché Patrizia è una scrittrice, decisamente di talento e per averne la conferma basta che leggiate il suo primo libro autoprodotto intitolato L’amore che ti sceglie. Senza un editore alle spalle, senza campagne di promozione e di marketing, ma unicamente grazie al passaparola sta iniziando ad essere letta, sta iniziando a diventare un piccolo caso letterario. La scrittura di Patrizia Cadau si inserisce nella nobile tradizione della letteratura al femminile, non perché abbia senso separare la letteratura maschile da quella femminile per motivi unicamente antagonistici, ma perché i temi da lei trattati sono squisitamente di genere: la maternità, l’essere donna, l’essere moglie, i pregiudizi con cui si a che fare quando si infrangono le regole granitiche di un mondo solo apparentemente emancipato e libero. Patrizia Cadau è femminista nella misura in cui rivendica il diritto ad utilizzare l’intelligenza, l’ironia, la dialettica a favore di una idea di femminilità scevra da preconcetti e limitazioni, e tutto ciò è chiaramente evidente in L’amore che ti sceglie lettera di una madre alla figlia appena nata o più che altro lungo monologo con cui una donna si racconta, forse più che altro a se stessa, cercando di capire, cercando di capirsi. La separazione, il viaggio verso altri luoghi in cui ci si sente estranei e ospiti, per poi appropriarsene e farli diventare casa; l’amore che ha un modo tutto suo di sceglierti, di coinvolgerti in storie spesso difficili, spesso minate dall’egoismo, dalle menzogne, dalle violenze psicologiche e verbali se non fisiche; l’amore tra un padre e una figlia di cui si rispettano le scelte, di cui si soffre del dolore che dovrà soffrire, che non si giudica; l’amore di un madre per la sua creatura appena nata, non voluta dal padre, desiderata nello stesso tempo vista con sincerità e senza lo zuccheroso luccichio vagamente ipocrita con cui si accolgono i bambini, per poi trascurarne le esigenze primarie; questi sono tutti temi che la Cadau tratta con lievità e umorismo, senza far sì che la protagonista si pianga addosso o si senta vittima, esponendo molto di sé, dandole sue riflessioni, parte del suo coraggio, della sua forza interiore, della sua simpatia. Che dire ancora, auguro a Patrizia di continuare a scrivere ed essere notata finalmente dagli editori che fino ad oggi l’hanno stranamente ignorata. Spero anche che abbia conservato i vecchi racconti, sono certa che alle sue lettrici e ai suoi lettori farebbe piacere leggerli.

:: Recensione di Il baule nella prateria, di Stefano Jacurti (Serel International, 2012)

10 dicembre 2012 by

ilIl mito del West, l’epopea della frontiera americana per quanto descrivano e siano figli di un luogo ben delimitato nel tempo e nello spazio racchiudono in sè qualcosa di universale che in un certo senso ci permette di appropriarcene, anche se non siamo americani, anche se non siamo pionieri, pistoleri, bari con i gilet damascati e le camicie inamidate e piene di pizzi della fine dell’ Ottocento.
O non si spiegherebbe la grandezza e l’autenticità con cui registi come Sergio Leone nel cinema o Emilio Salgari nella letteratura siano stati in grado di far rivivere quegli uomini e quelle donne che hanno trasformato il West da mondo reale a luogo dell’immaginario odoroso però del cuoio della sella dei cavalli o della polvere da sparo, bagnato da fiumi di whiskey, sferzato dal vento e dalla polvere, saturo dei rumori dei treni che arrivano in città fantasma, in cui rotola l’ennesimo tumbleweed.
Il West bisogna amarlo per capirne il fascino, bisogna amare la libertà, l’avventura, gli spazi sconfinati e i cieli azzurri senza nuvole, la polvere, il sudore, il sole accecante dei confini con il Messico, le praterie in cui si muovono mandrie rumorose, le città di legno e fango con le sue banche, i suoi saloon, i suoi sceriffi con la stella d’oro appuntata al petto, i suoi ladri di cavallo o banditi con tanto di manifesto della taglia in bianco e nero con l’importo della ricompensa per chi li cattura vivi o morti.Il West è la terra del futuro, delle opportunità, senza regole scritte, senza codici morali inviolabili, tutto si costruisce giorno per giorno, ognuno la sua morale se la fa da sé, ognuno si costruisce il suo domani con le sue mani a volte sporche di sangue, a volte capaci di atti di grande coraggio ed eroismo.
Stefano Jacurti, italianissimo westerner oltre che regista del premiato Inferno bianco, ha cercato di far rivivere quel mondo perduto anche sulla pagine di un libro, un libro di racconti western dal titolo Il baule nella prateria, uscito per i tipi della Serel International – EEditrice, che io ho avuto modo di leggere nella seconda edizione del 2012 con l’aggiunta di due racconti inediti Sotto una porta del White Buffalo e Una voce nel vento, rispetto all’edizione del 2008.
Jacurti grande appassionato e vero e proprio cultore ed esperto del vecchio West, autore anche di Avrei voluto essere ucciso da Clint Eastwood e Bastardi per stirpe, ci porta così nel suo West, un West dolente e amaro, velato di malinconia e nello stesso tempo vivido e vitale, per nulla rassegnato a scolorire come l’immagine di un dagherrotipo color seppia.
Il baule nella prateria contiene nove racconti brevi la cui dote principale e saper ricreare in pochi dettagli un’atmosfera, un’ epoca, un mondo lontano eppure così reale. Ogni racconto è impreziosito da un finale efficace, a volte spiazzante a volte malinconico, ma sempre capace di insegnare qualcosa, di far riflettere e qualche volta sorridere.
Il libro e la colt, ribalta le parti, riassegna i destini con un gusto un po’ bizzarro e irriverente per lo scherzo e l’ironia della vita.
In Indian Marshal,  gli ultimi, gli emarginati si trasformano in eroi in una rivisitazione apocrifa di Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann.
In My apologies Miss Eleonor, sullo sfondo della Guerra Civile americana un soldato del 5° Ohio prima di gettarsi in una missione suicida esprime un ultimo desiderio.
Dove arriva quel treno, getta un ponte tra i film di Sergio Leone e la fantasia senza tempo di un appassionato del West, facendo rivivere Armonica e Jill e facendogli dare appuntamento a Sweet Water.
Il vecchio e il puma, è il racconto più onirico, dolente e ricco di metafore, in cui un vecchio non si rassegna alla fine di un sogno.
In Vajas con Dios Frank arriva in un paese dimenticato del Messico, ultima tappa prima di tornare a casa.
In Kansas 1900, il nuovo che avanza e la fine di un’ epoca è accettato con perplessità da chi ha conosciuto un mondo che tende a scomparire.
In Sotto la porta del White Buffalo un messaggio giunto col telegrafo, cambia le cose.
E poi c’è l’ultimo racconto Una voce nel vento in cui Pablito vendica il padre prima di diventare anche lui un fantasma sepolto sotto una croce. Buona lettura.

:: Un’ intervista con Romano De Marco

10 dicembre 2012 by

romanoGrazie Romano per aver accettato questa mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Romano De Marco? Definisciti in tre aggettivi e presentati ai nostri lettori.

Ciao Giulia e grazie a voi per l’ospitalità. Definirmi in tre aggettivi? Beh, come lettore direi “appassionato”, come autore “rispettoso” e come persona… “sincero”.

Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.

Sono nato e cresciuto in Abruzzo, ho un percorso di studi prevalentemente tecnici e ho lavorato per dieci anni nel campo dell’edilizia come progettista e direttore di grandi cantieri. A metà degli anni novanta il passaggio in una banca, dove mi sono occupato del settore tecnico, per poi diventare esperto di sicurezza. Attualmente sono Chief Security Officer in un Istituto di credito collegato a un grande gruppo bancario. La mia infanzia è stata un lungo, ininterrotto viaggio nella fantasia, coltivata dalla lettura di libri e fumetti e dalla visione di tanti film, in un continuo elaborare di storie che non avrei mai immaginato, un giorno, di poter raccontare.

Quando hai capito che saresti voluto diventare uno scrittore?

Sinceramente fatico ancora a definirmi tale. L’attimo in cui ho deciso di misurarmi in qualcosa che potesse essere rivolto a un ipotetico pubblico di lettori, è stato quando un grande scrittore contemporaneo, Raul Montanari, ha espresso apprezzamento per un mio racconto. Un testo nato quasi per gioco, nell’ambito di un esperimento condotto da me e altri amici su un forum di lettori che frequentavo una decina di anni fa. Il forum si chiama Emozionalia e, anche se non lo frequento più, rimane una tappa fondamentale del percorso che mi ha condotto fino a qui.

Parlaci del tuo debutto. Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione. Hai fatto fatica a trovare un editore?

Tutto sommato devo dire di non aver fatto molta fatica, perlomeno al debutto. Mandai il mio primo romanzo (in realtà era il secondo, perché il primo finì dritto in un cassetto dove ancora si trova…) al premio Alberto Tedeschi, il concorso che il Giallo Mondadori organizza ogni anno in memoria del fondatore della storica rivista. Non vinsi, ma ricevetti, dopo un paio di mesi, la telefonata di Sergio “Alan D.” Altieri, all’epoca editor delle collane Mondadori da edicola. Sergio era ed è uno dei miei autori preferiti e inizialmente pensai a uno scherzo di qualche amico… Invece era proprio lui. Mi disse che aveva letto e apprezzato il mio romanzo e mi propose di pubblicarlo nel Giallo.

Hai esordito nel 2009 nel Giallo Mondadori, con il romanzo “poliziottesco” Ferro & fuoco, ripubblicato proprio quest’anno da Pendragon. Cosa hai provato appena hai firmato il tuo primo contratto?

La firma del contratto fu una esperienza indimenticabile, una emozione grandissima, soprattutto per un lettore “forte” come me (all’epoca leggevo almeno 50 libri l’anno). Provai la sensazione tangibile di passare “dall’altra parte”, peraltro in una collana che aveva ospitato, negli anni, tutti i più grandi autori mondiali di genere. Fu  davvero una gioia indescrivibile

Affronti un genere molto particolare che mischia l’action più pura, tipica di tanta letteratura americana, con influenze tipicamente italiane come il poliziottesco anni 70, un genere più cinematografico ma anche letterario, mi viene in mente Giorgio Scerbanenco e il suo I milanesi ammazzano al sabato e non solo. Quali sono le tue influenze letterarie, gli scrittori da cui hai più imparato?

Per molti anni ho letto moltissimi romanzi di genere “mistery” (una definizione che, all’estero, raccoglie tutti i nostri “noir”, “giallo”, “thriller” ecc..) prediligendo gli stranieri. Oggi le mie preferenze di lettura sono cambiate completamente, ma devo riconoscere che autori come Harris, Crais, Child, ma anche classici come Stark, Spillane, Chandler, hanno   avuto una fondamentale influenza sul mio immaginario e sul mio modo di raccontare.

Molto devi anche al cinema, ad una parte della produzione televisiva che privilegia una angolatura molto realistica dell’azione, un ritmo sincopato, dialoghi secchi e incisivi, una certa durezza ma priva di volgarità. Cosa hai imparato dalle sceneggiature cinematografiche?

Sono un grandissimo appassionato di serie televisive (soprattutto quelle americane dell’ultimo ventennio, ma anche i “cult” degli anni 60 e 70), nonché cultore del cinema poliziesco, italiano ed estero. I miei romanzi nascono più da suggestioni visive che narrative, forse per questo spesso mi sento dire che leggere le mie cose equivale a guardare un film. Qualche addetto ai lavori mi ha anche assicurato che i miei romanzi sembrano vere e proprie sceneggiature, già belle e pronte per essere trasformate in fiction…

Per esperienza che differenza c’è tra le pubblicazioni da edicola e da libreria? Hai la percezione che gli scrittori che pubblicano in edicola siano ghettizzati o penalizzati?

Sicuramente poter esordire nel Giallo Mondadori è stato per me un vantaggio. La tiratura (mai inferiore alle quindicimila copie) e la distribuzione pressoché capillare in tutta la penisola, assicurano una immediata popolarità. D’altra parte, c’è l’handicap che il romanzo resta visibile per un solo mese, dopodiché scompare e lo si può reperire solo al servizio arretrati o, magari, su qualche bancarella. Conosco personalmente alcuni bravissimi autori italiani che sono tuttora effettivamente penalizzati dal pubblicare abitualmente in edicola. Per alcuni editori, infatti, l’eccessiva identificazione dei lettori in un circuito diverso da quello delle librerie, costituisce un limite.

Nel 2011 è uscito Milano a mano armata, per Foschi Editore (premio Lomellina in Giallo 2012), con la prefazione di Eraldo Baldini. Ce ne vuoi parlare?

Beh, un romanzo che, senza falsa modestia, definirei particolarmente ispirato. Rispetto a Ferro e fuoco ho voluto dare più spazio alla psicologia dei personaggi, cercando di esplorare la cosiddetta “seduzione del male” intesa come spinta, da parte del lettore, a immedesimarsi con un personaggio negativo. Un romanzo che deve molto a una serie televisiva statunitense di grande successo, THE SHIELD, andata in onda dal 2002 al 2007 e che ha cambiato profondamente il mio modo di intendere il genere poliziesco.

Il romanzo è stato scelto da Eraldo Baldini per la collana di narrativa da lui diretta per l’editore Foschi di Forlì. Ho avuto l’onore di avere la prefazione di questo grande autore e di ricevere personalmente da lui parole di grande apprezzamento. Un riconoscimento che mi porterò per sempre dietro come un bagaglio prezioso nella mia esperienza di narratore.

Purtroppo la distribuzione del romanzo è stata molto scarsa (ne sono state stampate solo mille copie) e la promozione praticamente nulla. E’ un limite della micro editoria che penalizza spesso opere che meriterebbero un maggior risalto. Una bella soddisfazione, comunque, è stata vincere il premio Lomellina in giallo, nella sua seconda edizione svoltasi a settembre del 2012.

Partecipi a numerose presentazioni, incontri, rassegne. C’è un aneddoto particolarmente curioso legato a questi avvenimenti che ti va di raccontarci?

Per un autore alle prime armi, abituato a misurarsi con gli scarsi mezzi delle piccole case editrici, impegnarsi in prima persona nella promozione è praticamente un dovere. Per questo partecipo a qualsiasi evento mi propongano girando l’Italia in lungo e in largo a mie spese. Lo considero una sorta di investimento su me stesso.

Riguardo all’aneddoto… beh, forse quella sera che, dopo il lavoro, partii alla volta di Forlì per una presentazione di Milano a mano armata condotta da Eraldo Baldini. Tre ore di macchina per arrivare e scoprire che… Baldini aveva dato forfait. Nonostante la delusione, la presentazione, condotta dalla editor della Foschi,  andò ugualmente molto bene. E le tre ore di macchina del ritorno furono, tutto sommato, accettabili…

Collabori con il blog Thriller Magazine. Cosa pensi del fenomeno dei blog letterari? Quali segui più spesso?

Considero i blog una bella occasione di confronto e di informazione e una valida alternativa ai canali “istituzionali” (stampa e TV) a disposizione degli autori che vogliano farsi conoscere e propagandare le proprie cose. Seguo Thriller Magazine da anni e ho accolto con grande piacere la proposta di collaborazione avanzata, circa un anno fa, dall’amico Lucio Teini, grandissimo esperto di letteratura di genere e cinema (praticamente una enciclopedia vivente).

Ci sono degli autori esordienti che segnaleresti e che ti hanno particolarmente colpito?

L’anno scorso rimasi folgorato dal romanzo Tiratori scelti di Emmanuele Bianco (Fandango) consigliatomi dall’amico Mauro Marcialis. Quest’anno ho molto apprezzato Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi, che ho trovato molto nelle mie corde. Ma in questo caso, la garanzia del laboratorio di scrittura Sabot age e di Massimo Carlotto lasciavano già presagire un prodotto di grande qualità.

Romano De Marco e il mondo del fumetto. Cosa leggi? Cosa ti infastidisce?

Quello col fumetto è un amore nato quando ancora frequentavo le elementari. Ho letto e collezionato di tutto, da Topolino a Zagor a Diabolik, a Skorpio e Lancio Story che portarono in Italia i grandi autori sudamericani. Ma la mia passione è stata e rimane quella per i supereroi statunitensi. Al top delle mie preferenze ci sono il Nick Fury di Jim Steranko, lo Shang Chi di Paul Gulacy, il Batman di Neal Adams e il Punisher di Garth Ennis.

Una cosa che sopporto poco è il tipo di serialità della Bonelli (con tutto il rispetto per quello che questo editore ha fatto e fa per il fumetto in Italia). Penso che, alla lunga, molti personaggio interessanti siano stati “fagogitati” da una visione limitata della continuity che ha impedito di innescare un meccanismo di sana evoluzione che forse avrebbero giovato a “mostri sacri” come Tex, Zagor  o Dilan Dog

Il 7 gennaio 2013 sarà la volta di A casa del diavolo per Fanucci, che, tra l’altro, inaugura una nuova collana che si chiamerà Nero Italiano. Puoi anticiparci qualcosa della trama?

A casa del diavolo è la mia grande occasione. E’ il passaggio dalla micro editoria a un editore medio grande molto intelligente e lungimirante, ovvero Sergio Fanucci, che investe sugli autori e sui romanzi in cui crede. La storia si discosta da quelle che ho raccontato fino ad ora perché non è poliziesca. Si tratta di un “noir”, ma forse è più giusto definirlo una sorta di “thrilling” Argentiano. Un giovane bancario in carriera subisce un trasferimento punitivo in un piccolo paese di montagna dove dovrà gestire, da solo, la filiale più piccola della sua banca. Ben presto, quello che sembrava un paese tranquillo e sonnolento, si rivelerà essere un vero e proprio covo di vipere che cela inquietanti misteri e spaventosi segreti. Segreti che il protagonista della vicenda proverà a svelare, ritrovandosi irrimediabilmente invischiato in una trappola mortale. E’ un romanzo che riserva sorprese clamorose che sfido qualunque lettore ad anticipare prima dell’ultima pagina…

Nella primavera del 2013 uscirà con Pendragon Codice di ferro, il seguito Ferro & fuoco. Ce ne vuoi parlare?

Codice di Ferro è nato nel 2008,  come secondo capitolo di una serie che avrebbe dovuto soggiornare stabilmente sul Giallo Mondadori, secondo un progetto dello stesso Altieri. Purtroppo le cose andarono diversamente, le collane da edicola della Mondadori subirono  vistosi tagli, molti titoli esteri già acquisiti furono dirottati sul Giallo e, a farne le spese, furono una ventina di titoli italiani fra i quali il mio. Nel 2011, l’editore Pendragon di Bologna ha voluto acquisire entrambi i romanzi per rilanciare la serie in libreria. Codice di Ferro, quindi, uscirà questa estate, anche se a  Ferro e Fuoco non sono stati riservati la promozione e la visibilità che speravo.  Dal riscontro che avrà la pubblicazione di Codice di Ferro dipenderà il proseguimento o meno di questa serie che amo molto ma che preferisco interrompere piuttosto che relegare a un semi-anonimato.

Hai pubblicato anche alcuni racconti su antologia, l’ultima è Le prince noir di Aìsara dedicata allo scrittore André Helena. Ispirarsi a Helena per uno scrittore deve essere un esperienza affascinante e nello spesso tempo impegnativa e che incute un po’ di paura, almeno a me l’ha fatta quando mi sono cimentata. Tu come ti sei regolato per il tuo racconto? Quale romanzo di Helena hai scelto?

Il romanzo di Helénà, in realtà, mi è stato assegnato. Si tratta di Divieto di soggiorno che ho letto in due giorni e molto apprezzato. Il curatore della raccolta, Alessandro Greco, ha scelto di lasciare ampia libertà di “manovra” agli autori coinvolti, non ponendo limiti di collocazione spazio-temporale ai racconti, chiedendo solo di salvaguardare lo “spirito” e alcune suggestioni di base presenti nei romanzi originali. Grazie a questa premessa, ho potuto muovermi in un ambito a me molto congeniale, ovvero quello del poliziesco d’azione ambientato a Milano nell’attualità. Ciò che ho riportato fedelmente, nel mio racconto, è stata la visione di Hélenà del rapporto fra poliziotto e informatore, un legame che nasce da un presupposto negativo, quello del ricatto, e che spesso sfocia in conseguenze drammatiche.

Anticipo, comunque, che i personaggi del racconto mi sono rimasti talmente nel cuore da diventare i protagonisti del mio prossimo romanzo (quello che, se tutto va bene, vedrà la luce nel 2014). E la storia narrata in  Divieto di soggiorno fungerà proprio da antefatto al romanzo stesso.

Scrivi articoli per le riviste Action, diretta da Stefano Di Marino e Writer’s Magazine Italia, diretta da Franco Forte, entrambe edite da Delos Books. Ci vuoi parlare di queste esperienze?

Oltre ai romanzi, provo molta soddisfazione nello scrivere articoli e brevi saggi sugli argomenti dei quali mi ritengo esperto, ovvero il cinema, le serie televisive, la narrativa di genere, i fumetti.  Per Action grazie all’amico Stefano Di Marino, ho scritto un saggio sull’attore Maurizio Merli, indimenticata icona del genere “poliziottesco”, mentre su Writer’s Magazine intervisto gli autori dopo aver recensito i loro ultimi romanzi. Fino ad oggi è stata la volta di Mauro Marcialis, Raul Montanari e Enrico Pandiani. Collaboro anche con le collane del Giallo Mondadori, sulle quali, fino ad ora, sono stati pubblicati tre miei articoli. Il primo sullo scrittore Richard Stark (pseudonimo di Donald Westlake) il secondo sulla nascita del genere cinematografico poliziesco in Italia e il terzo sulle differenze fra la serie di romanzi di Dexter, di Jeff Lindsay e la omonima serie televisiva.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho appena finito Esercizi sulla madre di Carrino e sto per iniziare Chiamate telefoniche di Roberto Bolano.

Infine per concludere questa intervista, ringraziandoti della disponibilità, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho appena ultimato l’editing del romanzo di cui ti accennavo sopra. Ora sto scrivendo un racconto per una antologia che uscirà a marzo della quale non posso anticiparti nulla, se non che tratterà un tema di grande e drammatica attualità e che conterrà contributi di scrittori veramente importanti (cito solo De Cataldo, Montanari, De Giovanni, Verasani, ma i nomi illustri sono davvero tanti!). Grazie a te, di cuore  e  a presto!

:: Recensione di Qualcosa di più dell’amore, Orlando Figes, (Neri Pozza, 2012) a cura di Viviana Filippini

8 dicembre 2012 by

qualcosa di più dell'amoreQuella di Lev e Sveta Miščenco è un storia che è riuscita a trionfare sulla guerra, sulla deportazione e sulla crudeltà, durando nel tempo. La coppia è la rappresentazione concreta di quanto possa essere potente e invincibile il sentimento d’amore che unisce due persone. Lev e Sveta sono il segno concreto dell’eroismo quotidiano, del coraggio, della brama di vivere e di essere liberi. Questa non è fiction, ma è la magnifica scoperta fatta da Orlando Figes nel 2007, quando recatosi agli archivi del KGB comincio a leggere i documenti presenti in tre vecchi bauli appena consegnati al Memoriale. Le casse erano piene zeppe di lettere. Non atti o trattati politici, ma migliaia e migliaia di lettere private che i Miščenco si scambiarono tra il 1946 e il 1954. In realtà la storia tra Lev e Svetlana incominciò con il loro incontro all’università di Mosca nel settembre del 1935, dove tra i due studenti fu subito attrazione sincera e rispettosa. I due giovani cominciarono a trascorrere le loro giornate dividendosi tra gli studi, i pranzi in mensa, le lunghe passeggiate per le vie di Mosca e la lettura delle poesie della Achmatova e di Blok. Sveta fu una delle poche donne ad essere ammessa alla facoltà di fisica presso la prestigiosa università dell’Unione sovietica negli anni Trenta del Novecento e questo scatenò l’orgoglio di Lev. Lo stesso sentimento riempì l’animo di lei, quando Lev venne nominato assistente dell’Istituto di Fisica Lebedev nel 1940. Poi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale e il precipitare convulso degli eventi li allontanerà. Lev arruolatosi volontario sarà catturato dai militari tedeschi e internato a Buchenwald. Nel 1945 finita la guerra il protagonista maschile di questa storia sarà liberato, ma le forze militari di Stalin lo arresteranno. Lev verrà processato con l’accusa di spionaggio e alto tradimento verso lo Stato e condannato a 10 anni di prigione da trascorre nel gulag di Pečora. La lontananza non riuscirà a scalfire il sentimento che lega Sveta e Lev e tra i due comincerà un fitto scambio di lettere e azzardate incursioni segrete della donna dentro al campo di lavoro forzato. Le lettere tra Lev e Sveta sono ricche di particolari sulla vita nel campo di lavoro dove in inverno le temperature arrivavano fino a – 47°C, dove si lavorava a contatto con la neve e l’acqua gelida e dove, a causa di un alimentazione non corretta, c’era il proliferare di malattie di vario genere. La lunga prigionia, le sofferenze fisiche e psicologiche – frequenti nei deportati era il manifestarsi di gravi stati depressivi dovuti all’impossibilità di sapere con precisione la data della liberazione- non scalfiranno mai e poi mai il misterioso sentimento, che è un qualcosa in più dell’amore tanto è intenso e tenace, che porta Lev e Sveta a rimanere vicini e uniti nonostante la separazione forzata. La vicenda – e tengo a precisare che è vera- che emerge da Qualcosa di più dell’amore è una reale testimonianza dei sentimenti, delle paure, dei dolori e delle gioie che hanno animato la vita di Lev e Sveta. Ogni pagina racconta le emozioni e i sentimenti che hanno travolto i due protagonisti, ma allo stesso tempo ci permettono di conoscere le grandi tensioni socio-politiche che animavano la Russia negli anni di governo stalinista. Qualcosa in più dell’amore di Orlando Figes è un importante documento storico grazie al quale la piccola storia quotidiana della duratura passione tra Lev e Sveta vince sulla crudeltà e sulla sopraffazione che hanno caratterizzato spesso la Storia.

Orlando Figes è professore di Storia presso il Birkbeck College dell’ Università di Londra. E autore di sette libri a tematica storica tradotti in 27 lingue. Tra le sue opere oltre a Qualcosa di più dell’amore (Neri Pozza), si ricordano La tragedia di un popolo (vincitore nel 1997 del “Wolfson History Prize”, del “Wh Smith Literay Award”, del “Longman/ History Today book of the year”, del “NCR Book Award” e del “LA Time Book Prize”), La danza di Nataša edito da Einaudi(finalista nel 2003 del “Samuel Johnson Prize”), Sospetto e silenzio edito da Mondadori (finalista nel 2008 del “Royal Society of Literature Ondaatje Prize e del “Samuel JohnsonPrize”) e di Crimea. L’ultima crociata. Per saperne di più www.orlandofiges.com .

:: La ragazza del Sunset Strip di Joseph Hansen (Elliot, 2012) a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2012 by

ragazza sunset“Vuoi dire che sono stati loro a ucciderlo?” chiese Amanda sbigottita.
“Non loro, la loro rispettabilità. Sai che cos’è? No, sei troppo giovane, non puoi saperlo. Un tempo tutti tenevano in grandissimo conto la rispettabilità, oggi invece la parola è quasi priva di significato perché un concetto troppo lontano dalla realtà. Ormai se ne sono accorti quasi tutti: questa scoperta, che è già costata la vita a Gerald Dawson, adesso distruggerà anche quella di sua moglie e di suo figlio”.
“Il senso del decoro” azzardò Amanda.
“No, non decoro, ma rispettabilità”. Dave rimase un attimo ad osservare Delgado che toglieva dal fuoco le fette di bacon e buttava in padella le uova sbattute. “L’importante non è quello che sei, ma quello che i vicini pensano di te. Solo che adesso i vicini di casa non esistono più, e , anche quando esistono, non si occupano certo di te, ma dei fatti loro”.

La ragazza del Sunset Strip (Skinflick, 1979), traduzione dall’inglese di Maria Luisa Vesentini Ottolenghi, 5° romanzo della serie Dave Brandstetter Mysteries, fu pubblicato a New York da Holt Rinehart & Winston. In Italia arrivò pochi anni più tardi, nel 1981, grazie a “Il Giallo Mondadori” con lo stesso titolo scelto da Elliot edizioni che, dopo Scomparso e Atto di morte, ci porterà tutti i dodici romanzi dedicati da Joseph Hansen al suo più celebre investigatore assicurativo.
Joseph Hansen, a mio avviso uno tra i grandi maestri del genere hardboiled, scelse la California e prevalentemente Los Angeles come scenario per le sue storie che vedono come indiscusso protagonista Dave Brandstetter, investigatore privato dichiaratamente gay al servizio di una agenzia assicurativa, ricco quando basta da poter vivere senza lavorare, se solo lo volesse, o abitare in una mega villa di quelle che scintillano al sole di Los Angeles. Sobrio, sbarbato di fresco, educato, sempre con una camicia pulita, moralmente onesto, amante degli uomini, sembra infrangere uno ad uno gli stereotipi che caratterizzano l’investigatore classico e proprio per questo con caparbia originalità si è conquistato un posto di assoluta unicità nel genere. Dave Brandstetter è indubbiamente una persona più che un personaggio, e questo poche volte avviene nella storia della letteratura. Joseph Hansen oltre che romanziere è soprattutto un poeta, la cui liricità mai sentimentale, mai sdolcinata, arricchisce le sue pagine “poliziesche” di una eleganza e di una bellezza evocativa e profonda.
La ragazza del Sunset Strip ci porta nel lato più buio, e ben poco glamour, della Los Angeles fine anni Settanta, fatto di droga, pornografia, prostituzione, motel di second’ordine pieni di piatti sporchi, cinematografi a luci rosse, set di film porno dove si girano pellicole senza valore per campagnoli senza il senso dell’umorismo, sexy shop e locali equivoci, un mondo in cui squallore e corruzione fanno da contraltare al lato rispettabile ed edificante, ai surfisti abbronzati e atletici che popolano le dorate spiagge affacciate sull’oceano, ai probi uomini e donne frequentatori delle innumerevoli chiese che popolano la città che a volte si trasformano in vigilantes contro il vizio e la depravazione. Ed è a quest’ultimo genere che appartiene Gerald Dawson, commerciante di materiale cinematografico, trovato ucciso con il collo spezzato davanti al portico di casa.
Accusato dell’omicidio Lon Tooker, proprietario di una libreria per adulti Keyhole, oggetto dei raid punitivi contro il vizio proprio di Dawson. Il dubbio che a commettere il delitto siano stati proprio i beneficiari della polizza assicurativa sottoscritta da Dawson chiama in causa Dave Brandstetter, che inizia a indagare sentendo che niente è quello che dovrebbe essere. Gerald Dawson non è l’integerrimo paladino della probità e moralità, Lon Tooker non è un depravato violento, assetato di vendetta, moglie e figlio non sono così limpidi come sembrano arrivando a considerare la rispettabilità ben più importante della ingiustizia di vedere pagare un innocente per un delitto che non ha commesso. Poi, anche grazie all’aiuto di Randy Van, un travestito che sembra aver fatto breccia nel cuore di Dave Brandstetter, a cui Hansen dedica una scena di grande tenerezza, le tracce portano verso una prostituta scomparsa Charleen Sims, probabile testimone del delitto, l’unica che sa veramente come le cose siano andate.
Forse il più violento dei romanzi dedicati a Dave Brandstetter letti da me finora, e per i temi trattati decisamente il più amaro e crudo, La ragazza del Sunset Strip conferma le doti narrative di Hansen, su tutte la capacità di ricreare l’atmosfera anni Settanta, la cura per i dettagli delle ambientazioni, la scrittura poetica e dolente, l’abilità di caratterizzare i personaggi da piccoli particolari, non solo i principali, come per esempio il vecchio guardiano che offre il caffè a Dave Brandstetter con le sue dita artritiche e i gesti lenti ma precisi, o il vecchio padre di Charleen Sims che fa il rappresentante Avon e mangia purè di patate in una casa povera e spoglia.
Tra scambi di persona, rapimenti, orge a base di sesso e droga, ricatti organizzati da soci di affari, la storia si dipana alternando brutali aggressioni a sprazzi di umorismo, caratterizzati da una vena di tristezza che fa arrivare il protagonista alla dolente consapevolezza che gli anni migliori sono alle sue spalle. Ormai Hansen si sta conquistando un posto tutto suo tra le mie letture preferite di sempre.

Joseph Hansen nacque in South Dakota nel 1923.  Poeta e scrittore, pubblicò circa 40 libri di vario genere e raggiunse la fama soprattutto grazie alla serie hardboiled dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men: The Last Dave Brandstetter Mystery (1991). Hansen morì nel 2004 per un attacco di cuore  nella sua casa a Laguna Beach, California.

:: Recensione di Il colpevole, Lisa Ballantyne, (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

5 dicembre 2012 by

colpevole

Un cadavere di bambino – Ben Stoker- ritrovato tra gli alberi del Barnard Park. Un presunto sospettato – Sebastian Croll- poco più grande della vittima messo sotto interrogatorio dalla polizia di Islington. Un giovane avvocato – Daniel Hunter- intento a smontare ognuno dei capi  d’accusa contro Sebastian. Tutto questo è Il colpevole, il primo romanzo della scozzese Lisa Ballantyne. Un thriller psicologico acuto e avvincente che evidenzia quanto ogni essere umano possa rendersi colpevole e, allo stesso tempo,  induce ognuno di noi lettori a riflettere sulle azioni compiute nel quotidiano. La trama di questo libro d’esordio ha un ritmo incalzante che risucchia chi legge in un vortice emotivo dal quale è impossibile uscire, se non quando si è arrivati all’ultima pagina. Da una parte, nel presente, c’è Daniel Hunter in lotta con i giudici e l’accusa per dimostrare l’innocenza del giovane Sebastian sospettato dell’omicidio del suo amichetto. Sebastian è un ragazzino sveglio, bello, intelligente con occhi verdi e lineamenti talmente delicati che è impensabile identificarlo con l’assassino. La sua situazione familiare non del tutto rosea –la madre sotto psicofarmaci, un padre sempre lontano per lavoro e pure manesco con la donna- non rende facile la difesa, ma Daniel Hunter, da sempre alle prese con adolescenti problematici, farà il possibile per dimostrare la non colpevolezza di Sebastian. Dall’altra parte, ed è quella più corposa e appassionante, emerge il doloroso passato esistenziale di Daniel Hunter. Dietro la facciata di affermato e affascinante professionista, l’avvocato cela un‘adolescenza difficile e colma di infelici traumi affettivi che lo hanno segnato per sempre. Figlio di una madre con gravi problemi di tossicodipendenza, sarà affidato a più famiglie, ma mai nessuna riuscirà a tenerlo con sé, solo Minnie saprà comprendere e conquistare Daniel. Tutto sembra andare per il meglio, ma la scoperta di una verità nascosta, costringerà l’irrequieto giovane uomo a sentirsi tradito e a recidere ogni rapporto con la donna. L’oggi e lo ieri si affiancano in modo costante ne Il colpevole, portando Daniel a confrontare la propria desolante adolescenza segnata dall’abbandono e dalla violenza con quella dell’undicenne Sebastian. Hunter vuole salvare Sebastian, perché anche lui è stato salvato e ha potuto riscattarsi, ma per rendere possibile questo desiderio, l’avvocato dovrà riuscire a scagionare il ragazzino. Lisa Ballantyne crea con Il colpevole un noir perfetto che permette a chi legge di addentrarsi nelle pieghe- e direi anche nella piaghe- più nascoste dei cuori umani, dove i dolorosi ricordi del passato sono accantonati, ma non spariscono del tutto. Gli shock sono lì, sempre pronti a tornare in superficie, costringendo i protagonisti a fare i conti con i propri sentimenti. Più si incede nella lettura de Il colpevole, più ci si accorge che ogni personaggio creato della Ballantyne è minato da un profonda debolezza dovuta ad un evento sconvolgente accaduto nel presente o nel passato. Un fatto che ha lasciato segni incancellabili negli animi dei protagonisti, dimostrando quanto ogni essere umano – adulto o bambino, uomo o donna, giovane o vecchio – possa essere fragile e allo stesso tempo colpevole.

Lisa Ballantyne è nata ad Armadale in Scozia. Ha studiato Letteratura Inglese alla University of St. Andrews. Ha vissuto fino ha vent’anni in Cina e parla il Mandarino. Ora vive nel Regno Unito e insegna alla University of Glasgow. Il colpevole è il suo primo romanzo e ha destato molto interesse e scalpore alla Fiera del Libro di Francoforte. I diritti di pubblicazione sono stati venduti in pochi giorni in 21 Paesi.

:: Segnalazione di Il nastro rosso di Emma Donoghue (Meridiano Zero, 2012)

5 dicembre 2012 by

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Figlia di una ricamatrice e di un galeotto, la quattordicenne Mary Saunders conduce nei bassifondi della Londra settecentesca una grigia esistenza, simile a quella di tanti giovani personaggi immortalati tra le pagine di Dickens. Mary ha l’occhio per il dettaglio, anela tutto ciò che è bello, sgargiante e pregiato e ambisce a una vita ricca e sofisticata. Il suo ardente desiderio per un lucente nastro rosso la porta presto a vendere l’unica cosa che veramente possiede: il proprio corpo. Il destino di Mary ha il volto di Doll Higgins, una prostituta appena più grande di lei, che la prende sotto la sua ala e la conquista, fisicamente ed emotivamente. Doll le insegna a sopravvivere per le strade di Londra e a usare ciò che tutti gli uomini pagherebbero per avere. Se Mary saprà giocare bene le sue carte, riuscirà a vivere la vita più libera e indipendente che si possa immaginare, indulgendo nei piaceri che ha sempre desiderato. Eppure il fatto di essere tacciata con l’epiteto “donna di facili costumi” la terrorizza fino a farle scegliere di tentare una carriera legale come cameriera presso una casa borghese. Eppure il destino sembra preservare finali differenti da quelli che l’abbandono della cattiva strada ci prospetta e nella vicenda di Mary c’è un ultimo inatteso personaggio: la violenza. Tratto da un’inquietante storia vera. Traduzione di Francesca Frulla.

Emma Donoghue è nata a Dublino nel 1969 . Suo padre è il critico Denis Donoghue. Vive a London, Ontario, assieme al partner e ai loro due figli. Il suo primo romanzo, “Stir Fry” (pubblicato nel 1994), racconta della scoperta della sessualità da parte di una giovane donna irlandese. A questo fa seguito nel 1995 “Hood”, altra storia contemporanea, a proposito di una donna che deve venire a patti con la morte della sua ragazza. Slammerkin” (2000) è un romanzo storico ambientato a Londra e nel Galles. È stato finalista all’Irish Times Irish Literature Prize for Fiction ha vinto l’edizione 2002 del Ferro-Grumley Award for Lesbian Fiction (nonostante l’assenza di contenuti a carattere lesbico). Del 2007, è  “Landing” , del 2008  “The sealed letter” (2008), ultimo lavoro di fiction storica di Donoghue è basato sul Codrington affair, uno scandaloso caso di divorzio che appassionò la Gran Bretagna nel 1864. Nel 2007, il romanzo di Donoghue “Room” ( in Italia “Stanza, Letto, Armadio, Specchio”, edito nel 2010 da Mondadori) è stato inserito nella rosa dei candidati al Booker Prize, e il 7 settembre è entrato fra i finalisti. [ Rielaborazione della voce di Wikipedia dedicata all’autrice]

Dal sito ufficiale di Emma Donoghue:

“Slammerkin (London: Virago, 2000, reissued 2012; New York: Harcourt, 2000; Toronto: HarperCollins Canada, 2009). Inspired by a murder that took place in the Welsh Borders in 1763, Slammerkin, my third novel (and first historically inspired one), is about a prostitute obsessed with clothes. A surprise bestseller, it was a Main Selection of the Book of the Month Club and the Quality Paperback Book Club, a finalist in the 2001 Irish Times Irish Literature Prize for Fiction, a Barnes and Noble Discover Selection, a Book Sense 76 Selection, and one of the Notable Books of 2001 chosen by Publishers Weekly and the New York Times.”
http://emmadonoghue.com/books/novels/slammerkin.html

:: Recensione di Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – I Mastini, 2012) a cura di Giulietta Iannone

4 dicembre 2012 by

una notteUna notte di Natale a New York (A Corpse for Christmas, 1951) di Henry Kane, traduzione di Giovanni Viganò, è il quarto romanzo della serie dedicata all’investigatore privato Peter Chambers, comprendente ben 28 romanzi e diversi racconti. Originariamente pubblicato in America nel 1951 da J. B. Lippincott, fu ristampato con il titolo The Deadly Doll nel 1959, poi come Homicide at Yuletide, da Signet nel 1966, e infine con il titolo originale da Lancer nel 1971. In Italia uscì nel dicembre 1953 con il titolo Un Mistero per Natale con il Giallo Mondadori. Laurence Block, amico di Kane, si lamentava anni fa che le sue opere fossero fuori stampa e ormai disponibili solo negli store online dell’usato, per cui è una bella notizia che la Polillo nella collana I Mastini ne abbia ripreso la pubblicazione – è già uscito nel 2011 Una rossa e quattro dentisti morti  (Too French and Too Deadly, 1955) –. Negli anni 50 e 60 era sicuramente un autore famoso e considerato di prim’ ordine, grazie soprattutto alla serie dell’investigatore Chambers, ma non solo se consideriamo che scrisse qualcosa come una sessantina di romanzi per non contare i racconti sparsi nelle più prestigiose riviste di settore dell’epoca. Poi negli anni 70 il lento declino con romanzi erotici di suspense considerati semi pornografici, The Shack Job, The Glow Job, The Escort Job, e The Tail Job fino all’oblio e alla morte. Ho potuto trovare nella mia collana di gialli Mondadori Spara per primo, Peter Chambers!, Omicidio a tempo di jazz e Destinazione: obitorio, ma sono certa che se cerco bene, troverò anche gli altri. Sicuramente i primi della serie Peter Chambers, e Una notte di Natale a New York è uno di questi, sono ottimi harboiled anni 50, forse considerati minori, ma ben scritti e decisamente divertenti. L’ironia, lo spirito sagace e acuminato e il linguaggio brillante e fantasioso sono sicuramente le caratteristiche più personali e rilevanti, oltre naturalmente alle trame ben ideate e ad una spruzzata di indagine psicologica mai eccessivamente predominante sull’azione. In Una notte di Natale a New York il nostro detective Peter Chambers si trova catapultato in un caso quasi controvoglia. E’ la vigilia di Natale e un poliziotto dell’Omicidi suo amico, che sa quanto sempre abbia bisogno di soldi, gli telefona in uno dei suoi dopo sbornia e gli annuncia che una collega Gene Tiny, forse una delle prime investigatrici donne della storia dell’harboiled, ha bisogno del suo aiuto. Ex modella, affascinante, con un vero certificato da investigatrice sempre pronto da esibire ai vari scettici, Gene era impegnata in un caso quando sfortunatamente la polizia l’arresta per guida in stato d’ebbrezza. Non potendo portare avanti il suo caso fino all’udienza per il suo rilascio, incarica Chambers, pagandolo profumatamente, di mettersi in contatto il suo cliente un gangster di nome Barney Bernandino e con un tale Sheldon Talbot, un eccentrico scienziato che vive sotto falso nome e che tutti credevano morto in un incidente a Chicago. Chambers si reca da Talbot e questa volta lo trova morto sul serio e come se non bastasse trova la figlia di lui con una pistola in mano e in stato di shock. Naturalmente non è lei l’assassina, e Chambers per discolparla non può fare altro che lasciarsi coinvolgere in questo ginepraio che vede coinvolti alcuni gangster e un nutrito gruppo di vedove nere tutti allegramente uniti in una vicenda che ruota intorno ad antichi gioielli rubati. Il giorno di Natale, come nella più pura tradizione del mystery classico, tutti gli indagati saranno riuniti e Chambers smaschererà il colpevole, non esattamente un colpo di scena, ma la giusta conseguenza del concatenarsi degli indizi. Esce il 6 dicembre e io vi consiglio di non perderlo, si legge in un pomeriggio e se come me considerate il Natale uno dei periodi più tristi dell’anno, me lo terrei da parte da leggere per quella ricorrenza. Vi assicuro vi farà passare un Natale molto, ma molto divertente.

Henry Kane (1908-1988), nato a New York, svolse per alcuni anni la professione di avvocato prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. L’esordio avvenne nel 1947 con A Halo for Nobody (intitolato anche Martinis and Murder) nel quale fece la sua prima apparizione il suo personaggio per eccellenza, l’investigatore privato Peter Chambers che sarebbe comparso in ventotto romanzi e in alcuni racconti. La produzione di Kane fu molto copiosa, una sessantina di opere, alcune delle quali firmate con diversi pseudonimi (Anthony McCall, Kenneth R. McKay, Mario J. Sigola e Katharine Stapleton), e numerosissimi racconti pubblicati su vari periodici tra i quali Esquire, Redbook, Saturday Evening Post, Cosmopolitan. Grande appassionato ed esperto di jazz, nel 1962 diede alle stampe How to Write a Song, un volume di interviste a celebri protagonisti del mondo musicale come Duke Ellington, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Dorothy Fields, Noël Coward. Per la televisione Kane scrisse la sceneggiatura di alcuni episodi di The Alfred Hitchcock Hour, mentre per il grande schermo curò la riduzione di due romanzi della serie dell’87° Distretto di Ed McBain.

:. Dal 10 al 16 dicembre un brivido con il “Courmayeur Noir in Festival” a cura di Viviana Filippini

4 dicembre 2012 by

logoPer tutti gli amanti del brivido, della suspense e del viaggio nelle menti oscure degli esseri umani sta arrivando la  XXII edizione del Courmayeur Noir in Festival. Da lunedì 10 a domenica 16 dicembre al Courmayeur Noir Festival saranno presenti scrittori e film dedicati la genere noir, per permettere al pubblico di scoprire le novità e i maestri del genere noir.  La direzione è affidata a Giorgio Gosetti e Marina Fabbri che hanno deciso di aprire l’edizione del 2012 dedicandola ad un artista cinematografico massimo esperto del genere: Alfred Hitchcock. L’intera manifestazione dedicata al noir mostrerà, grazie alla vasta gamma di appuntamenti in calendario (per dettagli www.noifest.com), la solida passione per il genere in ambito letterario e il rinvigorito amore per esso da parte del cinema italiano e delle tante serie tv che sperimentano il noir attraverso nuove forme di linguaggio. Non solo. Per l’edizione del 2012 gli organizzatori hanno voluto porre l’attenzione anche su un delle problematiche che affliggono la nostra società occupandosi delle mafie. Il rapporto tra noir e mafie sarà il protagonista dell’incontro del 13 e del 14 dicembre condotto dal giornalista e scrittore Gaetano Savatteri. L’evento è realizzato in partnership con Radio24, la radio ufficiale del festival.

Giusto per dare qualche altro assaggio ai lettori, alla kermesse l’ospite d’onore sarà lo scrittore americano Don Winslow, vincitore del “Raymond Chandler Award 2012”. A Courmayeur Winslow racconterà le sue passioni, la sua storia di investigatore privato, il suo fecondo rapporto con il cinema e parlerà del libro I re del mondo edito da Einaudi. L’autore americano ha creato best seller adrenalinici che hanno ispirato registi di fama mondiale nella realizzazione di film, l’ultimo è Oliver Stone che ha appena adattato Le belve.

Per la letteratura oltre ai  “Magnifici Cinque” del “Premio Giorgio Scerbanenco” (autore del quale sarà presentata una raccolta della sua produzione letteraria per il «Corriere della Sera» dal 1941 al 1943, pubblicata dalla Fondazione Corriere della Sera, a cura di Cesare Fiumi) ecco gli altri autori presenti :   Lisa Ballantyne (Il colpevole, Giano), Antonella Bolelli Ferrera insieme a Giovanni Arcuri, uno dei detenuti protagonisti di “Cesare deve morire” (Siamo noi, siamo in tanti,ERI – Rai), Massimo Carlotto (Respiro corto, Einaudi), Roberto Costantini (Alle radici del male, Marsilio), Franco Di Mare (Il paradiso dei diavoli, Rizzoli), Lotte e Søren Hammer (Tutto ha un prezzo, Fox Crime-Feltrinelli), John Katzenbach (L’uomo sbagliato, Fazi), Massimo Lugli (Gioco perverso, Newton Compton), Elmer Mendoza (Il cartello del Pacifico, La Nuova Frontiera), David Vann (Da dove vengono i sogni, Bompiani), Nick Vivarelli (Slalom, Manni), Kate Williams (Il piacere degli uomini, Mondadori), Evan Wright (Il re, Piemme). Il cinema avrà per protagonisti  i 10 film del Concorso ufficiale, in gara per l’assegnazione del “ Leone Nero 2012”, scelto da una giuria composta dalle attrici Francesca Neri e Franziska Petri, dai registi Santiago Amigorena, Pippo Delbono, Jennifer Lynch.  Non mancherà lo spazio dedicato alle serie tv dedicate al noir con la sezione TV Noir, realizzata in collaborazione con FoxCrime. spazio al documentario noir con il Docu Noir e per i bambini ci sarà la spazio  Mini Noir dedicato alla fantasia e alle paure da ridere che avranno come tematica il mostro. A chiudere il festival l’audiodramma Il giardino di Gaia, scritto da Massimo Carlotto e allestito sul palco da Sergio Ferrentino, con l’originale colonna sonora di Gianluigi Carlone della Banda Osiris.

La manifestazione è promossa dalla Direzione Generale Cinema,  dall’Assessorato al Turismo della Regione Valle d’Aosta, dal Comune di Courmayeur con il pieno sostegno di partner pubblici e privati.

Per informazioni www.noifest.com .