:: Recensione di Collezione di primavera di György Spiró (Guanda, 2012) a cura di Michela Bortoletto

4 dicembre 2012 by

collezione“Mica male farsi ricoverare in ospedale prima che scoppi una rivoluzione, starsene a letto mentre la rivoluzione viene repressa e tornare a casa per la convalescenza. Così il destino ti protegge da eventuali decisioni sbagliate nei giorni critici, anzi da qualsiasi decisione, e soprattutto evita che chi decide della vita degli altri prenda decisioni sbagliate sul tuo conto durante e dopo la rivoluzione”

Ungheria, 1956. Sono questi i primi pensieri di Gyula Fàtray all’indomani della rivoluzione. Durante i giorni di rivolta il protagonista di questo romanzo era “fortunatamente” ricoverato in ospedale per un intervento alle emorroidi. Nei momenti in cui la città di Budapest era sotto assedio delle forze rivoluzionarie, in cui i controrivoluzionari cercavano di resistere con ogni mezzo, in cui molte persone morivano o semplicemente sparivano senza lasciare traccia, Gyula era al sicuro in ospedale. Nessuno avrebbe potuto sospettarlo di connivenza con i controrivoluzionari una volta terminata la rivolta. Con questa sicurezza Gyula torna a casa e riprende la sua vita di persona normale. Ingegnere in una fabbrica, Gyula è sposato con Kati, funzionaria del fondo per le belle arti, una donna fin troppo semplice, impegnatissima nell’organizzazione dell’Esposizione di Primavera. Mathy, il loro figlioletto, non brilla certo per acume e intraprendenza. Insomma quella di Gyula è una vita ordinaria fatta di lavoro e famiglia.
Tutto procede come al solito finché il cognome Fàtray non appare in un articolo di giornale secondo il quale Gyula rientrerebbe in un elenco di cospiratori al soldo delle potenze straniere durante i giorni della rivoluzione. Impossibile, è un errore! Sono questi i primi pensieri di Gyula. Lui durante la rivoluzione era in un letto di ospedale. Basterà una rettifica e tutto andrà a posto! Ma non è così.
In una Budapest in cui basta un nonnulla per essere sospettati di tradimento Gyula viene subito allontanato dalla fabbrica e isolato dagli amici. Quello che si troverà a vivere Gyula è un vero e proprio incubo. La verità è semplice, ma dimostrarla sembra essere la cosa più difficile al mondo: ottenere un certificato dall’ospedale è pressoché impossibile, gli amici si rifiutano di  aiutarlo e la moglie anziché sostenerlo pensa solo alla sua Esposizione di primavera. Gyula, ingiustamente accusato, è solo, inerme, alla disperata ricerca di un certificato che comprovi la sua innocenza. Solo un miracolo potrebbe salvarlo…
Il romanzo è quindi incentrato tutto su questa situazione dell’assurdo in cui un uomo innocente è accusato ingiustamente e la dimostrazione della verità è lì, semplice ed evidente davanti a tutti, ma irraggiungibile.
L’autore ci racconta la vicenda attraverso gli occhi del protagonista, dal suo punto di vista. Un punto di vista dal quale traspare, oltre a tutta l’assurdità della situazione, anche una critica all’atmosfera carica di sospetti, invidie e odio creatasi all’indomani della rivoluzione.
I personaggi ci sono tutti: l’eroe inerme, la moglie preoccupata solo dal suo lavoro, gli amici opportunisti, gli artisti esclusi carichi di invidia. Ma devo onestamente ammettere che a questo libro, a mio parere, manca qualcosa. Quel qualcosa che ti fa rimanere incollato alle sue pagine e che ti rende la lettura avvincente. È quel qualcosa che certe opere hanno per le quali la loro lettura viene prima di qualsiasi altra faccenda.

:: Segnalazione di La contea più fradicia del mondo di Matt Bondurant (Baldini Castoldi, 2012)

3 dicembre 2012 by

Matt BondurantE’ uscito il 29 novembre nelle sale un film che subito ha attirato la mia attenzione grazie al trailer decisamente potente. Si intitola Lawless ed è diretto da John Hillcoat, nel cast Shia LaBeouf, Tom Hardy, Amy Adams, Jessica Chastain, Jason Clarke, Gary Oldman, Mia Wasikowska e Guy Pearce. Dopo la segnalazione di Stefano Di Marino, che spende parole lusinghiere soprattutto per la sceneggiatura di Nick Cave e l’interpretazione di Guy Pearce, nei panni di un feroce e corrotto agente speciale proveniente da Chicago per debellare il contrabbando clandestino di alcol durante il Proibizionismo, ho fatto una rapida ricerca e ho trovato il romanzo da cui il film trae ispirazione: The Wettest County in the World, scritto da Matt Bondurant. Con il titolo La contea più fradicia del mondo è uscito in aprile di quest’anno con la Baldini Castoldi Dalai, traduzione Paolo Falcone. In attesa di leggerlo vi presento la segnalazione.

Questo romanzo è l’epopea di un mondo lontano – quello della Grande Depressione e del Proibizionismo – e di tre uomini coinvolti nel commercio clandestino di alcolici nella contea di Franklin, in Virginia: i fratelli Bondurant. Forrest, quello di mezzo, il leader del gruppo, è un uomo dalla fierezza indistruttibile; Howard, il più vecchio, è segnato dagli orrori visti e patiti al fronte durante la Prima guerra mondiale; Jack, il più giovane, è ossessionato dal denaro, dal lusso e dal desiderio di fuggire da una vita che gli sta stretta. Con loro, Maggie, Lucy e Bertha, donne silenziose, innamorate e tenaci.
Quando qualche anno dopo, a caccia di nuove storie da raccontare, arriva nella zona Sherwood Anderson, l’alcol ha ripreso a circolare liberamente, ma la sua produzione illegale continua. Sarà proprio il celebrato autore di Winesburg, Ohio – allora in un momento di grande crisi professionale, deriso e tradito dagli scrittori che aveva aiutato a crescere: Hemingway e Faulkner – a ribattezzare il luogo «la contea più fradicia del mondo» e a mettersi sulle tracce dei Bondurant lungo le strade polverose del Profondo Sud, squarciando per primo il silenzio sulle loro gesta.

Matt Bondurant, nato e cresciuto ad Alexandria, in Virginia, vive attualmente in Texas. La contea più fradicia del mondo, in cui ha narrato le vicende del nonno e dei prozii, è il suo secondo romanzo, con cui ha raggiunto i vertici delle classifiche americane.

:: Recensione di La pergamena maledetta di Heike Koschyk (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

2 dicembre 2012 by

pergamena_maledettaL’ambientazione è nel Medioevo, nel 1188 per la precisione. Il luogo è un convento. Al centro dei questo thriller ad ambientazione medievale c’è una misteriosa pergamena con strani segni che tutti vogliono leggere e capire, però l’enigmatico documento è pericoloso, perché lascia dietro di sé un lunga scia di misteriose morti. Attenzione non c’è Guglielmo da Baskerville protagonista de Il nome della rosa – anche se la trama dal mio è punto di vista ricorda molto da vicino lo scritto di Eco-, ma una perspicace e coraggiosa donzella – Elysa da Bergheim- che indaga nel giallo storico La pergamena maledetta di Heike Koschyk. Tutto comincia un po’ per caso quando in una notte buia e tempestosa tal Fratello Adalbert ,dell’abbazia di Zweifalten, si presenta al monastero benedettino di Eibingen. Lui è stato un amico e confidente delle mistica Ildegarda fondatrice del monastero dove è appena giunto, ma il suo volto violato da un espressione di atroce terrore e l’agitazione perpetua, non fanno altro che incutere preoccupazione nelle suore che gli danno ricovero. L’uomo verrà ritrovato cadavere la mattina seguente con una misteriosa pergamena tra le mani e da quel momento in poi la pacifica vita di Eibingen non sarà più la stessa. La tranquillità del monastero fondato dalla mistica Ildegarda sarà scossa da inspiegabili incendi che distruggeranno la chiesa, e non solo, perché il male si insidierà sempre più tra le mura del luogo sacro, scatenando una rapida spirale di brutali omicidi, improvvisi suicidi ed episodi di avvelenamento ai danni delle monache del convento (ed ecco che ritorna Eco). Ad indagare sui fatti incomprensibili che tormentano il posto si presenta, sotto le mentite spoglie di novizia – della serie: “a volte è necessario dire qualche bugia a fin di bene”-, la giovane nobildonna Elysa da Begheim, accompagnata nel convento dal religioso Clemente. La pergamena maledetta è un coinvolgente thriller storico nel quale Elysa si fingerà quello che non è, il tutto per guadagnarsi la fiducia delle monache al fine di smascherare il colpevole dei brutali misfatti e magari riuscire pure a tradurre e comprendere il senso del misterioso alfabeto di Ildegarda. Intrighi di Stato, esponenti del mondo religioso che non sono esattamente l’esempio della santità, suore dalla fede incorruttibile sottoposte a dure prove fisiche – direi più adeguatamente torture – per testare la verità delle loro affermazioni e tanta suspense, caratterizzano il nuovo romanzo di Heike Koschyk. Il ritmo frenetico e la suspense sono un continuo crescendo che appassiona e spinge chi legge a voltare pagina per scoprire cosa accadrà ai diversi personaggi attivi sulla scena, ma soprattutto il lettore avrà modo di avvicinarsi ai misteriosi significati che si nascondono tra le parole della Lingua ignota di Ildegarda. Una buona lettura ideale per gli appassionati del genere per i neofiti, dove i diversi protagonisti – da Elysa, a Clemente, passando per le varie monache – dimostrano di essere figure sì letterarie, ma con una profonda sensibilità d’animo che evidenzia la loro fragilità e il sentirsi perennemente in bilico tra le passioni umane del cuore e quelle di fede. La pergamena maledetta è un giallo storico nel quale la realtà e la finzione si amalgamano con equilibro e dove non manca la giusta dose di intrighi, congiure, legami di sangue sconosciuti, colpi di scena sensazionalistici e realtà enigmatiche che tutti vorrebbero conoscere, ma che per il bene dell’umanità è meglio rimangano segrete.

Heike Koschyk è nata a New York nel 1967. Ha diretto un’azienda tessile ed ha esercitato per anni l’attività di medico empirico, prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha pubblicato diversi romanzi e un biografia dedicata alla santa e mistica tedesca Ildegarda di Bingen. Nel 2008 ha vinto l’ “Agatha Christie Krimpreis”, il più importante riconoscimento letterario tedesco per i racconti gialli. Vive ad Amburgo con la famiglia. Potete visitare il suo sito www.heike-koschyk.de .

:: Recensione di Babooshka di Luigi Bernardi (Perdisa – EPop, 2012) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2012 by

babooIn uno scenario apocalittico, a seguito di una crisi non precisata,  la rendicontazione dei disastri non lascia spazio alla speranza. Il mondo è in preda all’isteria. Scoppiano nuove guerre, gli attacchi terroristici sono sempre più mirati, tecnicamente perfetti. La violenza dilaga, come direbbe un cronista a corto di parole, un uomo, una donna e un cane vivono isolati in una casa sul mare. L’isolamento, la solitudine sembrano le uniche cose a garantire la sopravvivenza in un mondo incrudelito in cui spadroneggiano bande armate. Il pianeta è ormai punteggiato di enclavi nelle quali insiemi vagamente omogenei inseguono la permanenza in vita. Ogni gruppo prova a isolarsi dal resto del mondo, costituisce la propria comunità in luoghi il più possibile appartati.
La civiltà è al collasso, la società civile un ricordo vago e confuso. Si stampano ormai pochi giornali e ancora meno riviste. Poche pagine, molte fotografie, la pubblicità ormai assente, così come la politica nazionale, dissolta in un pateracchio improbabile che cerca altrettanto improbabilmente di salvare il salvabile.
Dell’uomo, testimone di questa rovina e voce narrante del racconto, in cui non è difficile vedere riflesso l’autore, sappiamo poco della sua vita precedente quando c’era l’elettricità, i computer e il mondo come lo conosciamo noi, intravediamo solo qualcosa della sua personalità: ha una mente lucida e analitica, calcola i pro e i contro con razionale concretezza, lasciando quasi nulla al caso anche se poi una imprudenza segnerà un evento fondamentale della narrazione, è dotato di un feroce realismo con cui giudica non lasciando prevalere il pessimismo, e grazie ad una amara ironia stempera l’accettazione della sua fragilità e debolezza, non accettata passivamente. Della donna, amata con tenerezza dal personaggio principale, sappiamo il nome, Maddalena, e avvertiamo la sua forza, la sua bellezza e sensualità, la sua vitalità, la sua concreta ragionevolezza e praticità. E’ un personaggio femminile concreto, delicato e allo stesso tempo solido che trasmette coraggio e risolutezza, positività e determinazione. Poi in ultimo, ma non meno importante degli umani, c’è Babooshka, una femmina di pastore maremmano, il pelo lungo, bianco, gli occhi scuri e la stazza imponente  che sceglie e adotta i protagonisti e decide di prendersene cura, di difenderli, di concedergli la sua fedeltà, il suo amore. Poi un evento destabilizzante, un vulcano, il Vesuvio mai nominato, esplode e porta con se morte e annientamento. Per rendersene conto, per accettare quell’evento, quasi attratto in maniera violenta, il protagonista decide di recarsi sul luogo della distruzione. Porta con sé Maddalena e Babooshka e inizia il viaggio, avventuroso, imprevedibile, pericoloso e necessario.
Babooshka di Luigi Bernardi, in uscita il 6 dicembre, quarto titolo della collana ePop, racconti proposti esclusivamente in formato digitale e impreziositi dalle copertine di Ivana Stoyanova, ispirate ai test di Rorschach, è un racconto che rivisita e destrutturalizza un genere, la letteratura apocalittica, passato dalla fantascienza alla narrativa letteraria non di genere, grazie anche autori come Cormac McCarthy che ne La strada ha svincolato il genere dalle precedenti caratterizzazioni sensazionalistiche, facendone un manifesto della crisi del mondo contemporaneo e della conseguente degenerazione che porterà il nostro mondo all’inevitabile estinzione. Filosoficamente ed eticamente complesse sono le riflessioni che sgorgano intorno alla fine del mondo o meglio della società come ora la consociamo. Si dissolveranno i rapporti esistenti, gli equilibri, il concetto stesso di umanità e la crisi globale che il mondo ormai attraversa rende non tanto fantascientifiche né le premesse, né le conseguenze, ma forse il mondo continuerà ad esistere, con scampoli di umanità sopravvissuta e temprata dalla dura legge della sopravvivenza. Bernardi mi invita a non cercare di capire tutto, a lasciare libera l’immaginazione e questo è il consiglio migliore da dare a chi si avvicina alla lettura di questo racconto. Babooshka è un racconto breve e fatto di suggestioni, di archetipi rivisitati e resi essenziali. C’è l’evento terrificante, cataclismatico, e atteso come potrebbe essere il Big One in California a cui non si pensa ma si sa che il suo possibile verificarsi non è pura immaginazione. La paura dell’ignoto, dell’imponderabile, e il fascino che gli eventi lontani da ogni controllo umano, suscitano sgomento. C’è un mondo al di là della legge e l’ordine, un mondo in dissoluzione. C’è un rapporto tra un uomo e una donna, solidali, uniti, stretti contro il disastro. C’è un cane, che in un mondo di rapporti sociali frantumati, mantiene l’etica del branco, affida la sua vita ai suoi amici-genitori umani.

Luigi Bernardi è narratore, sceneggiatore e drammaturgo. Ha scritto alcuni libri sui rapporti fra crimine e contemporaneità, fra i quali: “A sangue caldo” (DeriveApprodi, 2001), “Pallottole vaganti” (DeriveApprodi, 2002), “Il male stanco” (Zona, 2003). Come narratore ha pubblicato un libro per ragazzi, i romanzi “Tutta quell’acqua” (Dario Flaccovio, 2004), “Atlante freddo” (Zona, 2006), “Senza luce” (Perdisa Pop, 2008), “Niente da capire” (Perdisa Pop, 2011) e quattro raccolte di racconti, la più recente delle quali è “Maddalena e le apocalissi” (Senzapatria, 2011). Per il teatro ha scritto: “Colpevole” (2003), “La conta” (2005, nuova edizione 2008), “Gaijin!” (2006, ripreso anche in un libro illustrato da Onofrio Catacchio e pubblicato da Black Velvet) e “I tempi stanno per cambiare” (2007), quest’ultimo insieme a Rosario Palazzolo. Per il fumetto ha sceneggiato “Fantomax/Non temerai altro male”, disegni di Onofrio Catacchio (Coconino Fandango, 2011) e “Carriera criminale di Clelia C.”, disegni di Grazia Lobaccaro (Black Velvet, 2011). Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in: “Macchie di rosso” (Zona, 2002). Il suo sito internet è www.luigibernardi.com.

:: Segnalazione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012)

30 novembre 2012 by

17_piatto_altaDal 30 novembre in libreria

Traduzione dal danese di Karen Tagliaferri

Titolo originale: Pengene og livet (1976)
pp. 216 – € 15,50

Collana Ombre – N. 17

Torna il cassiere di banca Flemming Borck alle prese con nuove, rocambolesche avventure criminali. Dopo Pensa un numero, La borsa e la vita, uscito nel 1976, continua a raccontarci le appassionanti vicende dell’irresistibile antieroe di Anders Bodelsen.

Il libro – È il 1968, un’onda di sogni e contestazioni sta travolgendo la società, ma Flemming Borck la sua rivoluzione l’ha già fatta, quando per fuggire dalla mediocrità della sua vita di cassiere di banca ha ceduto alla tentazione di fregare un rapinatore e intascarsi il bottino. Mantenuta l’immagine di impiegato al di sopra di ogni sospetto, da allora la sua seconda vita è una spirale di ricatti, doppi giochi e maldestri inseguimenti, che lo ha portato dai gelidi inverni danesi alle torride spiagge della Tunisia, e lo ha trasformato, un po’ per errore un po’ per necessità, in un assassino. Perché Borck è tenuto in scacco dal folle Sorgenfrey, il bandito visionario che ha lasciato a bocca asciutta, e dalla sua compagna Alice, gelida truffatrice giramondo. E in un’inevitabile resa dei conti con il crimine e i propri rimorsi, si troverà a dover salvare non solo la propria pelle ma anche quella di un innocente bambino, emblema della rifiutata “normalità” che è ora il suo sogno di liberazione. Sullo sfondo di un’avventura all’ultimo respiro che ha la patina originale del poliziesco anni Sessanta, l’ironia sottile di Anders Bodelsen indaga l’eterno interrogativo dell’individuo di fronte alla sua coscienza e alla società: cosa saremmo disposti a fare per cambiare la nostra vita?

L’autore – Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi.

:: Segnalazione di Una notte di Natale a New York di Henry Kane (Polillo – IMastini, 2012)

30 novembre 2012 by

una notteUna notte di Natale a New York  di  Henry Kane 

Prezzo, € 14,90. Dati, 224 p.

Editore, Polillo. Collana, I mastini.

(in uscita il 6 dicembre)

Peter Chambers, l’investigatore privato con un debole (ricambiato) per le belle donne già conosciuto in Una rossa e quattro dentisti morti (I Mastini n. 7) non può resistere alla richiesta della sua affascinante collega Gene Tiny di occuparsi di una piccola faccenda per lei. La detective era stata assunta dal gangster Barney Bernandino perché gli procurasse un misterioso incontro “d’affari” con Sheldon Talbot, uno scienziato che si supponeva fosse morto tempo prima in un incidente e che invece vive sotto falso nome. Ma la vigilia di Natale, subito prima di quell’appuntamento, Gene Tiny è stata arrestata per guida in stato d’ebbrezza e ora si è rivolta a Chambers affinché mantenga i contatti con i due uomini fino all’udienza per il suo rilascio. In fondo si tratta di un incarico poco impegnativo, ben remunerato e da sbrigare in poche ore, se non che… Non appena l’investigatore mette piede nell’appartamento dello scienziato e scopre che il finto morto stavolta è morto per davvero, si trova implicato in una vicenda che ruota intorno ad antichi gioielli rubati e vede coinvolti alcuni gangster e un manipolo di bellezze attratte – chi più chi meno – dal nostro eroe. Un divertente e movimentato Natale a New York in un hardboiled del 1951.

Recensione

Henry Kane (1908-1988), nato a New York, svolse per alcuni anni la professione di avvocato prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. L’esordio avvenne nel 1947 con A Halo for Nobody (intitolato anche Martinis and Murder) nel quale fece la sua prima apparizione il suo personaggio per eccellenza, l’investigatore privato Peter Chambers che sarebbe comparso in ventotto romanzi e in alcuni racconti. La produzione di Kane fu molto copiosa, una sessantina di opere, alcune delle quali firmate con diversi pseudonimi (Anthony McCall, Kenneth R. McKay, Mario J. Sigola e Katharine Stapleton), e numerosissimi racconti pubblicati su vari periodici tra i quali Esquire, Redbook, Saturday Evening Post, Cosmopolitan. Grande appassionato ed esperto di jazz, nel 1962 diede alle stampe How to Write a Song, un volume di interviste a celebri protagonisti del mondo musicale come Duke Ellington, Hoagy Carmichael, Johnny Mercer, Dorothy Fields, Noël Coward. Per la televisione Kane scrisse la sceneggiatura di alcuni episodi di The Alfred Hitchcock Hour, mentre per il grande schermo curò la riduzione di due romanzi della serie dell’87° Distretto di Ed McBain. Una notte di Natale a New York (A Corpse for Christmas) fu pubblicato originariamente nel 1951.

:: Un’ intervista con Anna Bulgaris a cura di Elena Romanello

29 novembre 2012 by

Il catalogo di letteratura al femminile della Leggereditore si è arricchito di una nuova voce italiana, quella di Anna Bulgaris, che ne La notte del vento e delle rose racconta una storia d’amore, passione, rimpianto sullo sfondo della repressione dei moti rivoluzionari fatta dai Borboni e dagli inglesi tra Napoli e Palermo nel 1799. Un romance storico ma non solo.

Come sei arrivata a scrivere e pubblicare La notte del vento e delle rose?

È partito tutto da una considerazione sulla vita: l’amore spesso non basta. Così un giorno pensandoci un po’sopra sono cominciati a radunarsi un sacco di: e se lei fosse così? E se lui non la capisse ma non potesse fare a meno di lei? Una domanda dopo l’altra, e il primo abbozzo di trama si è delineato e ha preso vita. C’è voluto del tempo prima che tutto combaciasse, ambientazione, avvenimenti storici, personaggi. Una volta chiara la trama ho cominciato la stesura definitiva. Pubblicare è stato un po’ più complicato. Ho inviato il romanzo alle case editrici che si occupavano di romance, e a quanto pare ho trovato il momento giusto.

Il tuo libro parla di una pagina poco nota del pre Risorgimento italiano: come mai questa scelta?

La storia mi ha sempre affascinato, e quella italiana offre una miriade di possibilità. Intrighi, misteri, avventure, insomma l’ambientazione ottimale per il romanzo che avevo in mente. Quando poi la storia si unisce a quella di altri paesi, gli orizzonti si allargano e così si ha una visione più ampia di alcune dinamiche che spesso restano nascoste. Gli inglesi nel regno di Napoli… come conciliare due mentalità fondamentalmente diverse? Sono partita da lì, e poi non sono riuscita a fermarmi.

Quali sono i tuoi maestri e ispiratori tra scrittori e scrittrici?

Leggo ininterrottamente da quando avevo sei anni, non c’è mai stato un momento della mia vita nel quale non abbia avuto un libro in mano, dai classici, alla letteratura di genere. Quando ho cominciato a scrivere avevo alle spalle anni di romance, dalla Woodiwiis, alla più recente Kleypas e Chase, comprese le autrici italiane. Ma nonostante tutto non ho mail letto solo letteratura sentimentale. Smith, Ludlum, Brown, Follett sono autori che leggo sempre con piacere. Ognuno di loro mi ha ispirato qualcosa, di certo me l’ha insegnata.

Il romanzo storico è un genere abbastanza sempreverde: come mai? Come lo vedi messo in Italia?

Discretamente direi. L’Italia è un paese ricco di storia, ce l’ha sotto gli occhi, la respira, la vive. È quasi naturale dunque ricercarla nei romanzi che in fondo sono una proiezione di ciò che amiamo di più.

Cosa consiglieresti ad un autore che vuole cimentarsi con un romanzo storico?

Non credo di poter dare consigli, però posso dire ciò che ho fatto prima e durante la stesura de La notte del vento e delle rose. Ho letto molto, dai trattati di storia, alle usanze, moda, vestiario, curiosità. Ho guardato tutti i film sull’epoca, ho cercato diari di vita vissuta. La credibilità storica in un romanzo di questo genere è fondamentale, eppure non deve quasi sentirsi. Resta al limitare della scena e accompagna la trama in modo gentile.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Mi piace sperimentare, la scrittura per me è un percorso di vita. Al momento sto conducendo le ricerche per un nuovo romanzo storico.

Anna Bulgaris vive su un’ isola crocevia di diverse culture con il marito e un gatto persiano. Adora la pizza, il gelato, le storie romantiche e strappalacrime, gli eroi incompresi e cattivissimi. È convinta che anche le cose più scontate e banali possano diventare assolutamente magiche nelle mani giuste. Grazie alla sua passione ha pubblicato due ebook con la Lite Editions: Gioco pericoloso e Lila dei lupi d’argento.

:: Recensione di L’uomo dei sogni di Jean Christophe Rufin (E/O, 2012) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2012 by

Il romanzo storico è un genere che risulta tra quelli più ever green, quello che cambia nel corso degli anni è l’interesse per le singole epoche: dai tempi de I pilastri della terra di Ken Follett è aumentato in maniera esponenziale l’interesse per il Medio Evo, epoca per decenni snobbata come simbolo di oscurantismo e repressione, in realtà molto variegata e coinvolgente.
Ne è una prova L’uomo dei sogni novità E/O di Jean Christophe Rufin, noto per essere uno dei fondatori di Medici Senza frontiere, ma capace di esprimere i suoi talenti anche in campo letterario, come in queste pagine, dove racconta la vicenda di un personaggio realmente esistito, Jacques Coeur, che nella Francia degli ultimi decenni del Quattrocento decide di fare qualcosa per migliorare il mondo intorno a lui. Da semplice figlio di artigiani, Jacques sale la scala sociale, diventando banchiere al servizio dei Re di Francia, favorendo mercanti e borghesi, per creare una classe media tra l’aristocrazia chiusa nei suoi privilegi e i poveracci in grado di far recuperare al suo Paese e al mondo allora conosciuto, sconvolto dalla Guerra dei Cent’anni prosperità, benessere, voglia di vivere. Tutto questo porta a Jacques grandi onori e gloria, finché non si innamora, ricambiato, della bellissima Agnés Sorel, favorita di Carlo VIII, la dama ritratta sulla copertina del libro, e per questo è costretto a fuggire tra Italia e Grecia, per tutti gli anni che gli restano da vivere.
Una storia vera, raccontata con la passione del romanzesco ma senza mai perdere di vista l’erudizione storica, capace di trasportare in un mondo ormai lontano, ma dove sono nati tutti gli elementi della modernità, tra lavoro e psicologia di chi non voleva più sottostare a privilegi e imposizioni. L’uomo dei sogni racconta tra l’altro una pagina poco nota della Storia europea al di fuori della Francia (e poi ancora, visto che oltralpe si preferiscono celebrare altri momenti storici), quella di un Medio Evo che diventava Rinascimento e che guardava al mondo intorno non più con avversione ma con curiosità.
Nelle pagine del libro rivive la vita di Jacques Coeur, storicamente documentata ma appassionante come una storia romanzesca, coinvolgente come le storie di tutti gli esseri umani che, in qualche momento della Storia, hanno provato a guardare avanti, a guardare oltre gli steccati del mondo in cui erano nati e cresciuti, inventandosi nuove prospettive, creando nuove possibilità intorno a loro. Affascinante e soprattutto su cui riflettere in un mondo in crisi come quello attuale.

:: Recensione di L’inverno del mondo di Ken Follett (Mondadori, 2012)

28 novembre 2012 by

Premetto di aver da sempre apprezzato molto l’opera di Ken Follett arrivando a giudicare La cruna dell’ago uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti. Lo stile semplice e diretto, che scorre sulla pagina con una naturalezza che sembra prodotta senza sforzo, il pizzico di erotismo, il gusto anarchico e il senso dell’umorismo tutto gallese, la ricerca storica quasi ossessiva che risulta evidente nella miriade di dettagli, anche apparentemente insignificanti, con cui ricrea le ambientazioni sono state sempre caratteristiche che mi hanno reso questo autore letterariamente simpatico, ancor di più quando si occupa di spy story.
Detto questo, che mi sembrava doveroso, veniamo alla The Century Trilogy ambizioso e quasi inumano progetto con cui Follett vuole condensare la storia del Novecento, romanzandola attraverso le vicissitudini di alcune famiglie le cui vicende si intrecciano indissolubilmente passando da generazione in generazione. Se nel primo capitolo La caduta dei Giganti l’autore narrava gli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Russa, ne L’inverno del mondo, secondo capitolo della Trilogia, è il turno della Seconda Guerra Mondiale. Anticipo che il terzo e ultimo capitolo della trilogia uscirà nel 2014 con il titolo provvisorio di Edge of Eternity e tratterà il periodo della Guerra Fredda e non stento a pronosticare che sarà il più interessante dei tre, vuoi perché è più vicino a noi e le fonti da cui attingere sono più recenti e molte volte ancora sconosciute, vuoi perché Follett come dicevo è un maestro nella guerra di spie.
Ma torniamo a L’inverno del mondo edito da Mondadori, la cui traduzione in italiano è stata affidata ad una squadra di traduttrici: Roberta Scarabelli, Paola Frezza Pavese, Adriana Colombo, Nicoletta Lamberti alle quali va il merito di essere riuscite a rendere fluida e fruibile un’ opera decisamente impegnativa. In 950 pagine verrete ad avere a che fare con decine e decine di personaggi, tra storici e inventati, e probabilmente vi affezionerete ad alcuni e un po’ meno ad altri, ma pur tuttavia dovrete avere la pazienza di ricordare le loro azioni precedenti e come si concatenano con la narrazione. Se non ve la sentite di fare questo sforzo cimentatevi in una lettura più agevole.
Come ogni opera ha pregi e difetti e anche in questo molto incide il gusto personale. Dal punto di vista storico molte semplificazioni sono state fatte per cui non aspettatevi un saggio storico cosa che naturalmente, essendo un romanzo, non è. Opinabile anche la scelta di dare maggiore risalto ad alcuni avvenimenti, trascurandone altri di pari o maggiore importanza, ma probabilmente sono state fatte delle scelte precise, anche scomode come narrare l’appoggio dato ad Hitler da alcuni industriali americani o le tracce di fascismo presenti nella società inglese, a discapito di altre. Avrei apprezzato un punto di vista italiano e giapponese e una maggiore rilevanza data all’Olocausto ebraico e ai Gulag di Stalin.
La narrazione si snoda in un arco temporale che va dal 1933 al 1949, dall’ascesa di Hitler e del nazismo in Germania all’esplosione della prima atomica sovietica, inizio della Guerra Fredda. Uno schema iniziale fa luce sui principali personaggi coinvolti divisi per nazionalità. Gli americani: i Dewar, i Peskov e Rouzrokh. Gli inglesi: i Fitsherbert e i Leckwith- Williams. I tedeschi e austriaci: i von Ulrich, i Franck, i Rothmann e i von Kessel. I russi composti da membri della famiglia Peskov. I gallesi: Williams e Griffiths. Due le storie d’amore principali: quella tra Carla von Ulrich e Werner Franck e quella tra Lloyd Williams e Daisy Peskov, cugina di Volodja Peskov che ha un ruolo fondamentale nel presente romanzo e che vedremo sicuramente con un ruolo cardine anche nel terzo episodio della saga.
L’inverno del mondo vede le storie personali dei personaggi, grande  risalto è dato al lato sentimentale, intrecciarsi agli avvenimenti fondamentali della Storia e vede appunto l’amore, il coraggio, la lealtà combattere con la crudeltà, l’oppressione e la barbarie. I personaggi positivi forse sono troppo senza macchia e senza ombre ma è evidente che Follett schiera il bene da una parte e il male dall’altra in modo quasi manicheo. Forse è un po’ irrealistico ma l’impatto sulla carta è di grande effetto. Sicuramente a mio avviso il personaggio più bello e drammatico è quello di Carla von Ulrich, con il suo sogno di diventare medico, infranto dalla mentalità maschilista dell’epoca che al massimo vedeva una donna nel ruolo di infermiera e il suo amore struggente e appassionato per Werner Franck, figlio di un ricco industriale nazista, e anch’egli coraggioso almeno quanto Carla.
Scopo principale di Follett è quello di far vivere il lettore in un mondo che non c’è più, portandolo con sè in una particolare macchina del tempo, e la sua capacità evocativa è indubbia. Attendo quindi Edge of Eternity e vi confesso che la curiosità e le aspettative sono alte.

Ken Follett è nato a Cardiff, nel Galles, nel 1949. Laureato in filosofia, poi cronista in un quotidiano, è diventato uno dei più popolari autori di best-seller con La cruna dell’ago (Eye of the needle, 1978). I suoi romanzi, che hanno trame ben congegnate e ricche di suspense, combinano avventura, ricostruzione storica, spionaggio e thriller: fra i molti, spesso portati con successo sullo schermo, si ricordano Il codice Rebecca (The key to Rebecca, 1980); L’uomo di Pietroburgo (The man from St. Petersburg, 1982); Sulle ali delle aquile (On wings of eagles, 1983); I pilastri della terra (The pillars of the earth, 1989); Una fortuna pericolosa (A dangerous fortune, 1993); Il terzo gemello (The third twin, 1996); Il martello dell’Eden (The hammer of Eden, 1998, premio Bancarella); Codice a zero (Code to zero, 2000); Il volo del calabrone (Hornet flight, 2002).

da: Enciclopedia della letteratura, Garzanti 2007

Un anno su WordPress!

27 novembre 2012 by

Dunque oggi è il nostro compleanno. Un anno sulla piattaforma WordPress. Se non fosse stato per il messaggino che mi è arrivato non me ne sarei accorta. Comunque è bello festeggiare ringraziando i collaboratori, gli scrittori e tutti voi che ci  leggete. Un anno è tanto tempo, ma infondo è volato. Grazie!

:. Recensione di “Anime Impure” – La Rivelazione e l’Asilo delle ombre di Cristiano Signorino a cura di Barbara de Carolis

27 novembre 2012 by

La Rivelazione e L’Asilo delle ombre sono due volumi appartenenti alla saga Anime Impure firmata dall’autore Cristiano Signorino. I romanzi narrano le vicende di Gabriel, giovane problematico, la cui vita scorre tra inerzie, una dipendenza chimica alla quale il suo miserabile lato umano cede e un lavoro che non gli appartiene affatto. Il passato, segnato da un tragico episodio, ritorna senza sosta tormentando incessantemente un animo malato. Una ragazza rappresenta l’unica luce in una dimensione immersa in un oblio senza fine, ma qualcosa sta mutando e brutalmente la verità si rivelerà agli occhi del ragazzo. Gabriel, stanco di vivere e prigioniero della sua stessa inquietudine, attraverserà una fase di profondo mutamento fino ad abbandonarsi all’accettazione del vero e oscuro “io”.
Strane percezioni, sussurri sinistri, figure inquietanti si alternano al suo cospetto. La trasformazione diverrà inarrestabile e il destino al quale è impossibile sottrarsi si paleserà nelle vesti di una creatura femminile; sarà proprio lei a condurre Gabriel in un nuovo mondo nel quale la fratellanza e l’appartenenza al gruppo segneranno il definitivo allontanamento dalla sua esistenza terrena.
La storia tarda un po’ a decollare e alcuni passaggi appaiono più come virtuosismi stilistici piuttosto che un concreto tentativo di raccontare una storia al di là del reale. La scelta del contesto andava “diluita” forse con una narrazione più fluida che in questo caso procede, comunque, evidenziando una buona dialettica e una sensibile capacità all’introspezione. Il carattere del protagonista è complesso e il conflitto interiore che lo affligge continua ad evolversi lasciando al lettore la sensazione che questo personaggio muterà ancora il suo cammino. La prova narrativa dell’autore ne ha mostrato la propensione verso il genere fantastico, difficile, tuttavia, da gestire quando un’eccessiva volontà descrittiva appesantisce la storia stessa. Le ambientazioni sospese tra reale e immaginario costituiscono un terreno arduo da attraversare, un terreno facilmente deteriorabile che necessità del suo equilibrio, da stabilire tra la vicenda e il modo di raccontarla. Per le storie che dovranno ancora essere immaginate, confidiamo in uno stile più armonioso, suggerimento che va inteso come un modesto e rispettoso augurio a questo giovane e fantasioso scrittore.

Ebook liberamente e gratuitamente scaricabili sul blog dell’autore: http://www.cristianosignorino.it/

:: Recensione di Il caso Rembrandt, Daniel Silva, (Giano, 2012) a cura di Viviana Filippini

26 novembre 2012 by

104 cm X 86 cm. Una misura che ritorna in modo ossessivo dentro al nuovo romanzo dello scrittore Daniel Silva, Il caso Rembrandt, edito dalla Giano. Dimensioni che accompagnano l’oggetto del desiderio di alcuni dei protagonisti, ma sono una vera e propria maledizione per altri. Tutti lo vogliono quel reperto storico. Qualcuno per arricchirsi, altri per venderlo e non vederlo mai più, in quanto fonte di estremo dolore. Cosa è? Il dipinto Ritratto di giovane donna realizzato da Rembrandt nel ‘600. La stessa tela che Christopher Liddell, importante restauratore britannico, stava risanando con amorevole cura poco prima di essere brutalmente assassinato con un colpo di pistola al cuore. Il dipinto ha attraversato i secoli passando di mano in mano e lasciando dietro di sé scie di terrore e quest’ultima morte ne è la conferma. Per la polizia i colpevoli, dopo aver preso il quadro, non hanno avuto altra scelta che ammazzare Liddell, ma per il gallerista d’arte londinese Julian Isherwood – all’anagrafe Julian Isakowitz di origini tedesche, con educazione francese, religione ebraica,  britannico solo per nazionalità e passaporto dal 1942 –, la morte di Liddell nasconderebbe una verità oscura e dolorosa. Per scoprire la verità Julian ricorre all’aiuto del suo protetto Gabirel Allon, anche lui esperto restauratore affiliato come Isherwood all’Agenzia spionistica israeliana guidata da Ari Shamron. Quadri trafugati, conti bancari svizzeri intestati ad ebrei rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale, pseudofilantropi che in realtà si destreggiano con abilità in giri economici loschi, circolazione facilitata di materiale nucleare altamente pericoloso sono i fatti che indurranno Allon a lasciarsi coinvolgere in questa nuova missione.  Ad aiutarlo oltre a Shamron, la bella giornalista Zoe, così intrepida da partecipare attivamente all’indagine, mettendo a repentaglio la propria vita pur di aiutare l’agente segreto a smascherare definitivamente i colpevoli. Il nuovo romanzo di Silva si rivela uno giallo avvincente e ricco di suspense, caratterizzato dai tratti narrativi tipici della spy-story – e chi ha letto il precedente libro Le regole di Mosca, ed. Giano, ne sa qualcosa- con al centro il furto di un importante dipinto, fatto che si intreccia alle dolorose vicende umane delle tante vittime dell’Olocausto– in questo caso l’autore fa riferimento al tragico destino degli ebrei olandesi-, il tutto condito da colpi di scena e cambiamenti così inaspettati da lasciare chi legge a bocca aperta. Il lettore viaggerà in un arco temporale di settant’anni a zonzo tra l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Argentina alla scoperta di intrighi politici ed economici che si nascondono dietro una realtà di equilibrata apparenza. Nelle pagine de Il caso Rembrandt si alternano, come in una danza frenetica, i buoni e i cattivi, ma anche superstiti ai campi di sterminio che intravedono sul loro cammino i figli dei loro aguzzini, che pagano per gli errori dei padri e altri che seguono le corrotte orme degli avi per arricchirsi sempre più. Quella de Il caso Rembrandt è un’avventura frenetica nella quale l’autore dona alla sua creatura, Gabriel Allon, la perspicacia e il coraggio per smascherare il colpevole, con l’amara consapevolezza che non sempre le persone sono quello che sembrano.

Daniel Silva è nato in Michigan nel 1960. La sua carriera di giornalista è cominciata nel 1984 United Press International, per poi diventare produttore televisivo della CNN. Tra le sue opere pubblicate in Italia ricordiamo Le regole di Mosca (Giano 2010, Beat 2011) e Il disertore (Giano 2011). Vive con la moglie ei figli a Washington.