“Mica male farsi ricoverare in ospedale prima che scoppi una rivoluzione, starsene a letto mentre la rivoluzione viene repressa e tornare a casa per la convalescenza. Così il destino ti protegge da eventuali decisioni sbagliate nei giorni critici, anzi da qualsiasi decisione, e soprattutto evita che chi decide della vita degli altri prenda decisioni sbagliate sul tuo conto durante e dopo la rivoluzione”
Ungheria, 1956. Sono questi i primi pensieri di Gyula Fàtray all’indomani della rivoluzione. Durante i giorni di rivolta il protagonista di questo romanzo era “fortunatamente” ricoverato in ospedale per un intervento alle emorroidi. Nei momenti in cui la città di Budapest era sotto assedio delle forze rivoluzionarie, in cui i controrivoluzionari cercavano di resistere con ogni mezzo, in cui molte persone morivano o semplicemente sparivano senza lasciare traccia, Gyula era al sicuro in ospedale. Nessuno avrebbe potuto sospettarlo di connivenza con i controrivoluzionari una volta terminata la rivolta. Con questa sicurezza Gyula torna a casa e riprende la sua vita di persona normale. Ingegnere in una fabbrica, Gyula è sposato con Kati, funzionaria del fondo per le belle arti, una donna fin troppo semplice, impegnatissima nell’organizzazione dell’Esposizione di Primavera. Mathy, il loro figlioletto, non brilla certo per acume e intraprendenza. Insomma quella di Gyula è una vita ordinaria fatta di lavoro e famiglia.
Tutto procede come al solito finché il cognome Fàtray non appare in un articolo di giornale secondo il quale Gyula rientrerebbe in un elenco di cospiratori al soldo delle potenze straniere durante i giorni della rivoluzione. Impossibile, è un errore! Sono questi i primi pensieri di Gyula. Lui durante la rivoluzione era in un letto di ospedale. Basterà una rettifica e tutto andrà a posto! Ma non è così.
In una Budapest in cui basta un nonnulla per essere sospettati di tradimento Gyula viene subito allontanato dalla fabbrica e isolato dagli amici. Quello che si troverà a vivere Gyula è un vero e proprio incubo. La verità è semplice, ma dimostrarla sembra essere la cosa più difficile al mondo: ottenere un certificato dall’ospedale è pressoché impossibile, gli amici si rifiutano di aiutarlo e la moglie anziché sostenerlo pensa solo alla sua Esposizione di primavera. Gyula, ingiustamente accusato, è solo, inerme, alla disperata ricerca di un certificato che comprovi la sua innocenza. Solo un miracolo potrebbe salvarlo…
Il romanzo è quindi incentrato tutto su questa situazione dell’assurdo in cui un uomo innocente è accusato ingiustamente e la dimostrazione della verità è lì, semplice ed evidente davanti a tutti, ma irraggiungibile.
L’autore ci racconta la vicenda attraverso gli occhi del protagonista, dal suo punto di vista. Un punto di vista dal quale traspare, oltre a tutta l’assurdità della situazione, anche una critica all’atmosfera carica di sospetti, invidie e odio creatasi all’indomani della rivoluzione.
I personaggi ci sono tutti: l’eroe inerme, la moglie preoccupata solo dal suo lavoro, gli amici opportunisti, gli artisti esclusi carichi di invidia. Ma devo onestamente ammettere che a questo libro, a mio parere, manca qualcosa. Quel qualcosa che ti fa rimanere incollato alle sue pagine e che ti rende la lettura avvincente. È quel qualcosa che certe opere hanno per le quali la loro lettura viene prima di qualsiasi altra faccenda.
E’ uscito il 29 novembre nelle sale un film che subito ha attirato la mia attenzione grazie al trailer decisamente potente. Si intitola Lawless ed è diretto da John Hillcoat, nel cast Shia LaBeouf, Tom Hardy, Amy Adams, Jessica Chastain, Jason Clarke, Gary Oldman, Mia Wasikowska e Guy Pearce. Dopo la segnalazione di Stefano Di Marino, che spende parole lusinghiere soprattutto per la sceneggiatura di Nick Cave e l’interpretazione di Guy Pearce, nei panni di un feroce e corrotto agente speciale proveniente da Chicago per debellare il contrabbando clandestino di alcol durante il Proibizionismo, ho fatto una rapida ricerca e ho trovato il romanzo da cui il film trae ispirazione: The Wettest County in the World, scritto da Matt Bondurant. Con il titolo La contea più fradicia del mondo è uscito in aprile di quest’anno con la Baldini Castoldi Dalai, traduzione Paolo Falcone. In attesa di leggerlo vi presento la segnalazione.
L’ambientazione è nel Medioevo, nel 1188 per la precisione. Il luogo è un convento. Al centro dei questo thriller ad ambientazione medievale c’è una misteriosa pergamena con strani segni che tutti vogliono leggere e capire, però l’enigmatico documento è pericoloso, perché lascia dietro di sé un lunga scia di misteriose morti. Attenzione non c’è Guglielmo da Baskerville protagonista de Il nome della rosa – anche se la trama dal mio è punto di vista ricorda molto da vicino lo scritto di Eco-, ma una perspicace e coraggiosa donzella – Elysa da Bergheim- che indaga nel giallo storico La pergamena maledetta di Heike Koschyk. Tutto comincia un po’ per caso quando in una notte buia e tempestosa tal Fratello Adalbert ,dell’abbazia di Zweifalten, si presenta al monastero benedettino di Eibingen. Lui è stato un amico e confidente delle mistica Ildegarda fondatrice del monastero dove è appena giunto, ma il suo volto violato da un espressione di atroce terrore e l’agitazione perpetua, non fanno altro che incutere preoccupazione nelle suore che gli danno ricovero. L’uomo verrà ritrovato cadavere la mattina seguente con una misteriosa pergamena tra le mani e da quel momento in poi la pacifica vita di Eibingen non sarà più la stessa. La tranquillità del monastero fondato dalla mistica Ildegarda sarà scossa da inspiegabili incendi che distruggeranno la chiesa, e non solo, perché il male si insidierà sempre più tra le mura del luogo sacro, scatenando una rapida spirale di brutali omicidi, improvvisi suicidi ed episodi di avvelenamento ai danni delle monache del convento (ed ecco che ritorna Eco). Ad indagare sui fatti incomprensibili che tormentano il posto si presenta, sotto le mentite spoglie di novizia – della serie: “a volte è necessario dire qualche bugia a fin di bene”-, la giovane nobildonna Elysa da Begheim, accompagnata nel convento dal religioso Clemente. La pergamena maledetta è un coinvolgente thriller storico nel quale Elysa si fingerà quello che non è, il tutto per guadagnarsi la fiducia delle monache al fine di smascherare il colpevole dei brutali misfatti e magari riuscire pure a tradurre e comprendere il senso del misterioso alfabeto di Ildegarda. Intrighi di Stato, esponenti del mondo religioso che non sono esattamente l’esempio della santità, suore dalla fede incorruttibile sottoposte a dure prove fisiche – direi più adeguatamente torture – per testare la verità delle loro affermazioni e tanta suspense, caratterizzano il nuovo romanzo di Heike Koschyk. Il ritmo frenetico e la suspense sono un continuo crescendo che appassiona e spinge chi legge a voltare pagina per scoprire cosa accadrà ai diversi personaggi attivi sulla scena, ma soprattutto il lettore avrà modo di avvicinarsi ai misteriosi significati che si nascondono tra le parole della Lingua ignota di Ildegarda. Una buona lettura ideale per gli appassionati del genere per i neofiti, dove i diversi protagonisti – da Elysa, a Clemente, passando per le varie monache – dimostrano di essere figure sì letterarie, ma con una profonda sensibilità d’animo che evidenzia la loro fragilità e il sentirsi perennemente in bilico tra le passioni umane del cuore e quelle di fede. La pergamena maledetta è un giallo storico nel quale la realtà e la finzione si amalgamano con equilibro e dove non manca la giusta dose di intrighi, congiure, legami di sangue sconosciuti, colpi di scena sensazionalistici e realtà enigmatiche che tutti vorrebbero conoscere, ma che per il bene dell’umanità è meglio rimangano segrete.
In uno scenario apocalittico, a seguito di una crisi non precisata, la rendicontazione dei disastri non lascia spazio alla speranza. Il mondo è in preda all’isteria. Scoppiano nuove guerre, gli attacchi terroristici sono sempre più mirati, tecnicamente perfetti. La violenza dilaga, come direbbe un cronista a corto di parole, un uomo, una donna e un cane vivono isolati in una casa sul mare. L’isolamento, la solitudine sembrano le uniche cose a garantire la sopravvivenza in un mondo incrudelito in cui spadroneggiano bande armate. Il pianeta è ormai punteggiato di enclavi nelle quali insiemi vagamente omogenei inseguono la permanenza in vita. Ogni gruppo prova a isolarsi dal resto del mondo, costituisce la propria comunità in luoghi il più possibile appartati.
Dal 30 novembre in libreria
Una notte di Natale a New York di Henry Kane
Il catalogo di letteratura al femminile della Leggereditore si è arricchito di una nuova voce italiana, quella di Anna Bulgaris, che ne La notte del vento e delle rose racconta una storia d’amore, passione, rimpianto sullo sfondo della repressione dei moti rivoluzionari fatta dai Borboni e dagli inglesi tra Napoli e Palermo nel 1799. Un romance storico ma non solo.
Il romanzo storico è un genere che risulta tra quelli più ever green, quello che cambia nel corso degli anni è l’interesse per le singole epoche: dai tempi de I pilastri della terra di Ken Follett è aumentato in maniera esponenziale l’interesse per il Medio Evo, epoca per decenni snobbata come simbolo di oscurantismo e repressione, in realtà molto variegata e coinvolgente.
Premetto di aver da sempre apprezzato molto l’opera di Ken Follett arrivando a giudicare La cruna dell’ago uno dei più bei romanzi di spionaggio mai scritti. Lo stile semplice e diretto, che scorre sulla pagina con una naturalezza che sembra prodotta senza sforzo, il pizzico di erotismo, il gusto anarchico e il senso dell’umorismo tutto gallese, la ricerca storica quasi ossessiva che risulta evidente nella miriade di dettagli, anche apparentemente insignificanti, con cui ricrea le ambientazioni sono state sempre caratteristiche che mi hanno reso questo autore letterariamente simpatico, ancor di più quando si occupa di spy story.
104 cm X 86 cm. Una misura che ritorna in modo ossessivo dentro al nuovo romanzo dello scrittore Daniel Silva, Il caso Rembrandt, edito dalla Giano. Dimensioni che accompagnano l’oggetto del desiderio di alcuni dei protagonisti, ma sono una vera e propria maledizione per altri. Tutti lo vogliono quel reperto storico. Qualcuno per arricchirsi, altri per venderlo e non vederlo mai più, in quanto fonte di estremo dolore. Cosa è? Il dipinto Ritratto di giovane donna realizzato da Rembrandt nel ‘600. La stessa tela che Christopher Liddell, importante restauratore britannico, stava risanando con amorevole cura poco prima di essere brutalmente assassinato con un colpo di pistola al cuore. Il dipinto ha attraversato i secoli passando di mano in mano e lasciando dietro di sé scie di terrore e quest’ultima morte ne è la conferma. Per la polizia i colpevoli, dopo aver preso il quadro, non hanno avuto altra scelta che ammazzare Liddell, ma per il gallerista d’arte londinese Julian Isherwood – all’anagrafe Julian Isakowitz di origini tedesche, con educazione francese, religione ebraica, britannico solo per nazionalità e passaporto dal 1942 –, la morte di Liddell nasconderebbe una verità oscura e dolorosa. Per scoprire la verità Julian ricorre all’aiuto del suo protetto Gabirel Allon, anche lui esperto restauratore affiliato come Isherwood all’Agenzia spionistica israeliana guidata da Ari Shamron. Quadri trafugati, conti bancari svizzeri intestati ad ebrei rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale, pseudofilantropi che in realtà si destreggiano con abilità in giri economici loschi, circolazione facilitata di materiale nucleare altamente pericoloso sono i fatti che indurranno Allon a lasciarsi coinvolgere in questa nuova missione. Ad aiutarlo oltre a Shamron, la bella giornalista Zoe, così intrepida da partecipare attivamente all’indagine, mettendo a repentaglio la propria vita pur di aiutare l’agente segreto a smascherare definitivamente i colpevoli. Il nuovo romanzo di Silva si rivela uno giallo avvincente e ricco di suspense, caratterizzato dai tratti narrativi tipici della spy-story – e chi ha letto il precedente libro Le regole di Mosca, ed. Giano, ne sa qualcosa- con al centro il furto di un importante dipinto, fatto che si intreccia alle dolorose vicende umane delle tante vittime dell’Olocausto– in questo caso l’autore fa riferimento al tragico destino degli ebrei olandesi-, il tutto condito da colpi di scena e cambiamenti così inaspettati da lasciare chi legge a bocca aperta. Il lettore viaggerà in un arco temporale di settant’anni a zonzo tra l’Inghilterra, la Francia, la Svizzera e l’Argentina alla scoperta di intrighi politici ed economici che si nascondono dietro una realtà di equilibrata apparenza. Nelle pagine de Il caso Rembrandt si alternano, come in una danza frenetica, i buoni e i cattivi, ma anche superstiti ai campi di sterminio che intravedono sul loro cammino i figli dei loro aguzzini, che pagano per gli errori dei padri e altri che seguono le corrotte orme degli avi per arricchirsi sempre più. Quella de Il caso Rembrandt è un’avventura frenetica nella quale l’autore dona alla sua creatura, Gabriel Allon, la perspicacia e il coraggio per smascherare il colpevole, con l’amara consapevolezza che non sempre le persone sono quello che sembrano.
























