:: Un’intervista con Giuseppe Merico a cura di Giulietta Iannone

24 novembre 2012 by

Ciao Giuseppe e bentornato su Liberi di scrivere. Pugliese, classe 1974, scrittore e curatore della rivista Argo. Mancavi sul nostro blog dal 2009, data della nostra ultima intervista. Stilaci un bilancio. Cosa è cambiato da allora? Come si è evoluto il tuo stile di scrittura? Quali sono le conquiste più significative di questi anni?

Ciao e grazie per l’ospitalità. Ho iniziato a scrivere nel 2007 e dopo un approccio divertente e nemmeno tanto impegnativo che ha portato alla luce la raccolta di racconti Dita amputate con fedi nuziali (Giraldi), ho scritto il romanzo Io non sono esterno (Castelvecchi, 2011), durante la stesura di quest’ultimo non mi sono chiesto nulla, ho tirato dritto come un fuso, era ed è una storia molto sentita, scritta di getto in una manciata di mesi e presa in nemmeno dieci giorni dalla casa editrice romana, quest’anno è stato pubblicato Il guardiano dei morti (Perdisa Pop). Questa è una breve illustrazione del mio lavoro che chiarisce un po’ le idee innanzitutto a me in modo da rispondere alla tua domanda. Bilanci, non credo di volerne fare, nel senso che al di là dei lettori conquistati credo che la mia scrittura serva innanzitutto a me per sciogliere dei nodi che mi porto dentro, quindi non è il caso di usare strumenti di peso, al posto di questi preferisco le lenti di ingrandimento, diciamo che ho adottato una lente sempre più precisa che mi ha permesso di vedere meglio e di conoscere ciò che mi muove nelle relazioni e nel comportamento. Per quel che riguarda lo stile invece credo di esser passato da una forma “ingenua”, passami il termine, di narrazione, quella di Dita amputate con fedi nuziali a una forma più decisa, ben visibile in Io non sono esterno, dove le frasi sono brevi e anche i periodi lo sono, il tutto è stato funzionale alla durezza della storia e ancora a un’altra forma leggermente più complessa  dove alterno periodi di ampio respiro a tempi concitati soprattutto nelle scene pulp del Guardiano dei morti.

Sei nato a San Pietro Vernotico in provincia di Brindisi. Ci hai vissuto? Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?

Il mio paese non è solo il luogo dell’infanzia ma anche il posto dove trascorro quasi tutte le estati e ci torno spesso anche durante l’inverno, una parte della mia famiglia d’origine è ancora lì, dunque non rappresenta un ricordo ma una cosa viva che vedo mutare negli anni, è il posto delle radici ed è il posto che amo di più, nonostante le sue brutture ben identificabili nel Guardiano dei morti. I luoghi della mia giovinezza sono strade piene di polvere e vento o con l’asfalto che si scioglie sotto un sole fortissimo, pomeriggi sospesi a dormire anche quando non ne avevo voglia, spremute d’arancia alle sei del pomeriggio, odore di miscela del Mini Chic di mio padre, panni stesi su terrazze piatte, campi incolti e cani randagi, lo schianto del pallone Tango contro i garages usati come porte durante le partite di pallone, pistole o proiettili trovati per caso durante i giochi nei pressi della ferrovia e ancora chiodi messi sui binari ad aspettare che passassero i treni e ne ricavassimo poi delle piccole lance, quegli stessi treni sui quali ho viaggiato centinaia di volte e che mi hanno portato via dal mio sud per una scelta radicata fin da subito nella mia testa e poi quel mare e quel cielo che riconosco come miei. Quindi se dico di amare tanto la mia terra, perché ho deciso di lasciarla? Mi chiedo e credo che questa domanda nasca spontaneamente a chi legge quest’intervista. Una specie di disagio, come se sapessi che per realizzarmi in qualche modo sarei dovuto andar via, un posto più grande dove poter scomparire e riaffiorare a piacimento, la città dunque, Bologna, il posto in cui vivo da più di quindici anni.

Se ti va mi piacerebbe parlare con te del tuo ultimo romanzo appena edito da Perdisa, Il guardiano dei morti. Inizierei col chiederti come è nato. Quale è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Il Guardiano è nato subito dopo aver saputo che Castelvecchi mi avrebbe pubblicato Io non sono esterno. Covavo dentro ancora molta rabbia e amarezza per come la vita finiva, uscivo da una situazione normalissima eppure drammatica, ovvero la malattia di mio padre e la sua conseguente morte. Decisi quindi di afferrare questa spinta intessuta di disagio e angoscia e mi chiesi come buttare tutto fuori. C’era un modo, violentare la morte, ucciderla. Così è nato il personaggio di Mimino che rappresenta una parte nera di me e del mio vissuto. Era lui che si sarebbe ribellato alla morte, che l’avrebbe sfidata, che si sarebbe ammalato per colpa di lei, che avrebbe giocato con lei  la sua partita a scacchi nel mio personalissimo e non tanto più privato Settimo Sigillo.

Quanto tempo hai impiegato per creare e ideare la trama, trasferirla sua carta, limare i dialoghi, correggere le imperfezioni? E’ stato nelle mani  di un editor?

Il romanzo pur essendo corposo, 380 pagine, è filato via bene, sapevo cosa stavo scrivendo e non ho tentennato mai, nel giro di quattro o cinque mesi l’ho terminato e sì, alla fine, prima della pubblicazione come tutti i libri è stato nelle mani del mio editor che si è limitato ad aggiungere qualche virgola e non perché non sappia fare il suo lavoro, anzi, ma proprio perché andava già bene così. Devo dire che in entrambi i romanzi, sia la Castelvecchi che la Perdisa Pop non hanno ritoccato il mio lavoro, né mi hanno chiesto di farlo.

Il guardiano dei morti ha per protagonista Mimino, Mimì, un giovane che lavora in un cimitero. Spoglia i cadaveri ed è l’ultimo a vederli prima che la bara sia chiusa. Vive ancora con la madre e il padre è appena morto lasciandolo ad affrontare questa assenza, questa privazione affettiva, che lui somatizza compiendo gesti estremi e ripugnanti. I suoi comportamenti sono una forma di ribellione contro la morte? Quale è l’interpretazione più autentica di questi atti?

Credo di averti risposto prima. Assolutamente sì, una forma di ribellione.

Mimino cerca nella famiglia e negli affetti l’unica via di salvezza. E’ dotato di grande umanità, è un uomo fondamentalmente buono anche se danneggiato. Ama Carmela, che non giudica e rispetta, vuole bene a Mirko non ostante sospetti (e poi ne ha la conferma dal prete) che abbia compiuto una cosa terribile, cura e accudisce la madre malata. La sua idea di famiglia non è proprio convenzionale, comunque. In che misura questa necessità, questa fame di sentimenti caratterizza il personaggio?

Direi che ne è intriso, Mimino è corda vibrante, tutti i suoi movimenti sono dettati da una grande emotività e fragilità e fame di affetto, è un perdente per nascita ed educazione ma cerca in tutti i modi di ribellarsi a questa sua condizione. Cerca il contatto con la madre, lo ha cercato con il padre e la negazione di questo senso di unione, proprio fisica col genitore ha creato in lui un vuoto, un pozzo dal quale a fatica cerca di emergere, lotta in tutti i modi per far capire alla madre che lui ce la può fare, è in grado, ha la capacità di dar vita a qualcosa di buono e vuole trasmettere questo messaggio anche al padre, figura dalla quale riesce a staccarsi con fatica tanto che in una parte del romanzo sente la voce del genitore che gli parla nella testa dal mondo dei morti, da qui la sua idea di costruzione di un tessuto familiare che lo liberi da quello malato nel quale è cresciuto e dal quale vuole scappare.

Carmela, la donna amata da Mimino, è una creatura ferita e vittima di abusi nell’infanzia; fa la prostituta ma in un certo senso ricorda quei personaggi felliniani, sognanti, ingenui e inconsapevolmente diventa lo strumento con cui Salvatore, un mafioso del luogo vuole dare una lezione a Mimino, per uno sgarbo, per una ragione non chiaramente identificabile. Parlami del personaggio di Carmela, delle sue luci, delle sue ombre.

Ci tengo a precisare che il signor Salvatore è innamorato di Carmela, per quanto il suo amore sia più un insieme di movimenti che lo portano a non renderle la vita facile, soprattutto dettati da una forma di brama, di sete di possesso, è un uomo abituato a prendersi ciò che vuole, non parlerei di ragione non chiaramente identificabile come suggerisci tu. Di lei posso dire che è una donna sostanzialmente forte e bella e che quando cede chiede aiuto a Mimino, riconosce in lui un’onestà che non riesce a trovare e che forse nemmeno cerca negli altri uomini. Serba dentro di sé il desiderio di trovare una via d’uscita dalla vita che conduce e Mimino questo sembra saperlo. Nel romanzo una scena chiave che indica la completa realizzazione di Carmela come donna è quando viene accettata dalla madre di Mimino che dapprima la rifiuta, ha la benedizione di questa donna e l’amore di Mimino e del piccolo Mirko.

Ambienti la storia in un piccolo paesino del Salento. Un luogo arretrato e degradato, in cui il tempo è cadenzato dalla festa del patrono, dal mercato coperto, dai morti per mafia che richiamano due poliziotti da Roma. Uno di essi ti permette di avere uno sguardo esterno. Cosa vede?

Il poliziotto che viene giù da Roma assieme al suo collega che ho chiamato “il malato” e che ho voluto fosse un po’ una spalla tragicomica del primo, mi ha permesso di utilizzare la terza persona che si addice, come suggerisci tu a uno sguardo un po’ più distaccato negli eventi laddove lo sguardo di Mimino è molto più addentro, con lui uso un Io narrante. Mimino e il poliziotto si assomigliano molto, entrambi inquieti e tutt’e due solcati da una sorta di malinconia che è proprio del Salento che ho voluto descrivere. Il poliziotto è anche il tentativo di descrivere l’avvicinamento a un luogo, il Salento appunto che a primo impatto trova ostile e che non capisce ma che impara ad amare e sono proprio i fatti che gli accadono che lo portano a questa scoperta o epifania.

Ritornando all’ambientazione: come hai deciso di ricrearla? Quali sono i particolari ai quali hai voluto dare maggiormente risalto?

Il romanzo è completamente intriso di sud, mentirei se dicessi che ho cercato di focalizzare l’attenzione su un particolare piuttosto che un altro. Quando ho iniziato il Guardiano venivo fuori da un’esperienza narrativa estremamente claustrofobica, il precedente romanzo, Io non sono esterno, nel quale togliendo le descrizioni della spiaggia nella parte finale e del posto desolato nei pressi della ferrovia dove viveva la famiglia del bambino protagonista della storia, mi riportava sempre in un luogo angusto, chiuso e dove c’era poca luce o nessuna luce, la cantina dove era tenuto prigioniero dal padre, avevo quindi bisogno di spazio, molta aria, libertà di descrizione di paesaggi che in qualche modo ho voluto riportare nelle pagine del Guardiano dei morti.

E’ un romanzo pulp, con venature horror, caratterizzato da una scrittura molto emozionale. Quali scrittori pensi abbiano influenzato il tuo stile?

Ti rispondo dicendo che non riesco a discernere, è un po’ come chiedere, quali alimenti tra quelli di cui ti sei nutrito hanno fatto di te quello che sei come persona. Ogni libro che ho letto ha lasciato un po’ di sé nel mio modo di scrivere, ci sono poi elementi che appaiono più evidenti e altri che rimangono “covert”. Da Bret Easton Ellis a Jonathan Coe a Cormac McCarthy a Raymond Carver e  non solo, una fonte di suggestione me la forniscono la musica e il cinema.

Alcune scene sono estreme, veramente disturbanti. Non hai mai avuto il dubbio di aver travalicato qualche limite, di aver infranto qualche tabù?

Guarda, non credo si possa come dici tu “travalicare limiti” nella fiction, ovvero nella narrazione tutto è possibile, non mi sono posto quasi nessun problema nello scrivere le scene di necrofagia o violazione dei corpi dei morti, tranne una che non dico e che ho tolto dalla versione che è stata pubblicata, non tanto perché ho immaginato o mi sono posto il problema di come avrebbero potuto reagire i lettori o la critica, ma proprio perché non mi “suonava” più, era una scena che nella prima stesura reggeva e nelle successive letture non più. Ne ho parlato anche con l’editor riguardo al possibile taglio di alcune scene cruente e entrambi siamo stati d’accordo che il romanzo andava bene così.

Ogni lettore leggendo un libro dà una propria personale interpretazione del narrato. Avendo l’occasione di parlare con lo scrittore del romanzo mi piacerebbe scoprire se le mie conclusioni sono corrette. E’ vero che, non ostante l’apparente sconfitta, Mimino incarna una speranza, una luce, un atto di amore per la vita?

Direi di sì, la tua lettura del personaggio finora è stata la più centrata. Invito quindi i lettori a leggere la recensione apparsa su Liberi di scrivere.

Quale è il personaggio che ti ha creato maggiori problemi nel delinearlo?

Forse Aldo, il poliziotto che entra nel romanzo nella parte finale o superata la metà della storia, dopo la morte del “malato”. Volevo intervenire con un personaggio che sostituisse la sua dipartita così ho pensato a una possibile altra spalla del poliziotto, Aldo rimane un personaggio non ben definito, dapprima sembra un tipo spavaldo che ci sa fare con le donne, si diverte e ci tiene a farlo sapere in giro, un po’ leggero quindi, poi però in lui si scopre un’anima più profonda ed estremamente altruista, infatti quando non lavora fa volontariato in una casa di riposo. Probabilmente con lui ho voluto suggerire al lettore l’ambivalenza caratteriale delle persone, cosa che faccio anche con Mimino, credo si possa essere in un modo ma contemporaneamente in molti altri e vivere in un mondo ma nello stesso tempo in molti altri. Tramite Aldo, il poliziotto entrerà in contatto con gli anziani della casa di riposo e troverà uno scopo inaspettato e che lo spingerà ad andare avanti nella sua permanenza in questo sud profondo.

Passi da un punto di vista esterno a quello interno, alternandoli in maniera funzionale e naturale. Parlaci di questa scelta.

Sì, credo di averti risposto prima quando ti ho parlato del poliziotto e del ruolo che gioca nella struttura del romanzo, attraverso lui e aggiungo anche con l’intervento di Carmela ho potuto diluire la storia, allungarla, volevo allontanarmi dalla prima persona molto presente nel precedente romanzo, dove la terza è stata funzionale soltanto a raccontare i ricordi del ragazzino quando viveva nel mondo di sopra, e volevo spingermi a scrivere molte più pagine delle 120 di Io non sono esterno. Nel Guardiano l’Io narrante di Mimino resta il punto di vista più vicino alla parte biografica e si presta a una lettura psicologica laddove il punto di vista esterno mi è servito per creare una sovrastruttura nella quale mescolo fiction e descrizione del paesaggio.

Grazie della disponibilità. Nel salutarti mi piacerebbe sapere se stai lavorando ad un nuovo romanzo e se puoi anticiparci qualcosa?     

Ho da poco iniziato a scrivere una nuova storia, in questi mesi ne ho provate almeno tre, ma il risultato non mi sembrava soddisfacente non tanto per la qualità della scrittura, rileggendo questi tentativi di storia lunga ho trovato parti buone in tutto quello che ho scritto, le storie tenevano e mi dispiace aver dovuto abbandonare il materiale buttato giù, ma mi son chiesto se ero veramente onesto, se quello a cui stavo lavorando era veramente ciò che volevo dire o che mi portavo dentro o mi tormentava. Ho questa spinta a partire da una base profonda, inconscia quasi, solitamente sono nodi irrisolti nella mia personalità e li uso per dare avvio alla narrazione e così è stato in questo nuovo tentativo di scrittura che ha già un titolo e ci tengo a precisare, provvisorio, che è Maternalia. A grandi linee e per quanto ne posso capire fin dove sono arrivato, tratta della parte nera, oscura del Femminile o delle interpretazioni che può fornire il protagonista, giuste o sbagliate non lo sappiamo, una sorta di nigredo che è costretto ad attraversare per realizzarsi come uomo nella sua interezza. Credo di aver in parte preso l’ispirazione dopo aver letto Madreferro, il bel romanzo che la narratrice e poetessa Laura Liberale ha pubblicato con Perdisa Pop nel 2012, poco prima dell’uscita del Guardiano dei Morti.

Grazie a te per queste domande attente che mi hanno permesso di confrontarmi ancora una volta con questa storia.

:: Recensione di Wildwood. I segreti del Bosco proibito, Colin Meloy, (Salani, 2012) a cura di Viviana Filippini

23 novembre 2012 by

Ve bene, lo ammetto questo libro l’ho trovato nello scaffale per i bambini dagli 8 anni in su. Io ne ho qualcuno, anzi, parecchi di più, ma letta la trama non ho resistito e mi son lasciata travolgere da Wildwood. I segreti del bosco di Meloy Colin, il libro per bambini edito dalla Salani. Una storia così coinvolgente che subito ci si affeziona alla piccola Prue Mckeel, una ragazzina curiosa alle prese con il fratellino Mac al quale deve fare da baby-sitter. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Mac viene rapito, così all’improvviso, da uno stormo di corvi che lo portano via lontano, lontano. Prue parte all’inseguimento dei volatili rapitori del fratello per scoprire che essi si sono addentrati in quella che è da tutti conosciuta come la “Landa impenetrabile”: una gigantesca macchia verde alla periferia della città, dentro alla quale nessun uomo ha mai osato entrare. Prue non ha esitazioni e parte all’avventurosa ricerca di Mac, per ritrovarlo e portarlo a casa. In suo aiuto il timido compagno di classe Curtis. I due entreranno in un mondo strano ed affascinante, popolato da postini sempre al lavoro, da animali parlanti, da coyote in divisa e da strambi mistici che vivono nel bosco. Ogni relazione intrecciata dai ragazzini, legata agli eventi nei quali saranno coinvolti creerà in Wildwood una serie di alleanze tra mondo umano, animale, vegetale e una successione di avventure ad alta tensione nelle quali i piccoli protagonisti saranno, assieme a noi lettori, primi attori. Da Bosco Sud, passando a Bosco Nord, facendo un tappa nella Radura degli antichi, passando per l’Accampamento dei selvaggi, fino ad arrivare al temuto Bosco Selvaggio, sfileranno davanti agli occhi della coraggiosa Prue, e ai nostri, una serie di personaggi fantastici in lotta perenne tra loro. Wildwood è un bel romanzo per bambini, ma permettetemi di dire che anche gli adolescenti e gli adulti dovrebbero leggerlo, perché in esso la fantasia, la magia e l’incantesimo hanno un ruolo fondamentale per coinvolgere chi legge attraverso un narrazione scorrevole ed avvincente. Meloy riesce a far convivere in queste 500 pagine e più, il mondo concreto – dal quale arriva Prue- con quello fantastico, rappresentato delle strambe creature che vivono nascoste nella “Landa Impenetrabile”, dove si svolgerà un’epica battaglia per la libertà. Ogni fatto accaduto, gli impensabili colpi di scena che spiazzano il lettore lasciandolo a bocca aperta, sono elementi importanti che porteranno i personaggi – vedi la coraggiosa Prue- a scoprire aspetti del proprio passato del tutto sconosciuti, a risolvere conflitti e a trovare dopo un rocambolesco travaglio – come accade a Curtis- il proprio ruolo nel mondo. Detto in parole povere Colin Meloy non è solo un ottimo autore di canzoni per la sua band dei “The Decembrists”, il cantautore  americano è anche un abile scrittore per bambini, che con Wildwood ha creato un bel romanzo nel quale le ambientazioni tipiche del fantasy convivono con l’avventura, con il valore dell’amicizia e con la scoperta e la comprensione di ciò che è “diverso”. Piccoli principi che ogni lettore, adulto o bambino che sia, dovrebbe provare ad applicare alla vita di ogni giorno.

Colin Meloy , nato a Portland in Oregon nel 1974, una volta scrisse a Ray Bradbury una lettera specificando di essere uno scrittore come lui. Aveva dieci anni. Poi Colin è diventato cantante e autore degli originalissimi testi della folk-band americana “The Decemberists”. La sua passione per la scrittura  lo ha portato a creare Wildwood. I segreti del Bosco proibito, nel quale figurano le tavole disegnate da Carson Ellis, sua moglie e disegnatrice grafica degli album della band musicale. Il seguito di Wildwood, intitolato Under Wildwood, è stato pubblicato in America nel 2012. Se siete curiosi guardate qui www.wildwoodchronicles.com .

:: Segnalazione – Mezzotints Ebook: Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare

22 novembre 2012 by

Nasce Mezzotints Ebook, una nuova realtà dedicata alla editoria digitale, nata da un’idea di Alessandro Manzetti (Il Posto Nero, Edizioni XII), in collaborazione con Fabrizio Vercelli (Edizioni XII, La Tela Nera) e Daniele Serra(Il Posto Nero e altri).

Mezzotints Ebook pubblica titoli ebook di narrativa e saggistica di genere, con la presenza di grandi autori nazionali e internazionali e illustrazioni realizzati da grandi talenti dell’artwork.
Cinque le collane editoriali: Buio (narrativa horror, weird e dark fantasy), Ombre (noir, thriller e crime story), Raggi (fantascienza), Riflessi (saggistica) e Luci (arte, poesia e artwork). Si aggiunge Il Posto Nero, collana dedicata alle opere di narrativa e saggistica “free download”.

Mezzotints Ebook è caratterizzata dalla alta qualità e cura delle opere e da una filosofia fortemente web-oriented, in termini di promozione, distribuzione e web marketing. I titoli saranno distribuiti tramite la piattaforma Stealth di Simplicissimus Book Farm, collegata alla principali librerie online.

Il primo titolo – Yesterday Was 2012 – Storie e Colori della fine del Mondo – sarà pubblicato, per la collana Buio, a febbraio 2013, con opere di Danilo Arona, Paolo di Orazio e illustrazioni di Daniele Serra.

Attualmente sono in uscita due titoli ebook free download per la collana Il Posto Nero, Queen Anne’s Resurrection – I demoni del Mare (19 dicembre 2012) e Talking About Horror (23 gennaio 2013). Tutte le informazioni su Mezzotints Ebook sono disponibili sul sito web www.mezzotints.it

“Queen Anne’s Resurrection – I Demoni del Mare“, una raccolta a cura di Alessandro Manzetti, con una prefazione di Edoardo Rosati e la cover di Daniele Serra, contenente racconti horror e dark fantasy fantasy di venti grandi firme nazionali e internazionali: Danilo Arona, Jeff Strand, Claudio Vergnani, John Everson, Cristiana Astori, Michael Laimo, Samuel Marolla, Tim Waggoner, Alberto Custerlina, Daniel Keohane, Alda Teodorani, Benjamin Kane Ethridge, Paolo di Orazio, Scott Nicholson, Lorenza Ghinelli, Lisa Morton, Nicola Lombardi, Allyson Bird, Daniele Bonfanti e Giancarlo Marzano. 

DOWNLOAD – dal 19 dicembre 2012

:: Segnalazione di Il ragazzo senza storia di Ross Macdonald (Polillo – I Mastini, 2012)

22 novembre 2012 by

Dopo Il passato si sconta sempre, la traduzione riveduta e ampliata
classico di Ross Macdonald, il cui film è ora in lavorazione da Warner Bros.

Ross Macdonald, IL RAGAZZO SENZA STORIA
Traduzione: Giovanni Viganò
(1959, The Galton Case)
I Mastini n. 13 – 272 pagine – Euro 14,90

Questo romanzo del 1959, una rivisitazione in chiave moderna della tragedia greca a detta dello stesso autore, fu di cardinale importanza per il genere poliziesco e per la carriera di Macdonald che lo considerava il suo preferito. Sono trascorsi vent’anni da quando Anthony Galton, giovane rampollo di una ricchissima famiglia californiana, si è dileguato con la novella sposa invisa ai genitori e con parecchie migliaia di dollari sottratti dalla casa paterna. Ora l’anziana madre, vedova e malata, è fermamente intenzionata a rivedere il suo “figliol prodigo” e, tramite l’avvocato di famiglia, ingaggia il detective privato Lew Archer per rintracciarlo. Questi sa bene che le speranze di ritrovare l’uomo sono pressoché nulle, tanto più che analoghe ricerche erano già state condotte anni prima senza alcun risultato, ma in fondo si tratta solo di compiacere una vecchia signora che vuole morire in pace con la coscienza e di guadagnare un po’ di soldi facili. Il detective dovrà però ricredersi quando, seguendo le tracce di Anthony, s’imbatterà in uno scheletro senza testa, in un ragazzo che sostiene di essere il figlio dell’uomo scomparso e in uno strano omicidio. Sulla New York Times Book Reviewil critico e scrittore Anthony Boucher definì il romanzo “emozionante, magistralmente costruito e scritto con classe, sensibilità e compassione”.

Ross Macdonald (1915-1983), pseudonimo di Kenneth Millar, nacque a Los Gatos, in California, ma crebbe in Canada. Dopo la laurea e il servizio in marina durante la guerra, nel 1944 esordì nella narrativa gialla con The Dark Tunnel (Il tunnel), il primo di quattro romanzi firmati col suo vero nome. Quando si rese conto che i suoi libri potevano essere confusi con quelli della moglie Margaret Millar, a sua volta giallista in ascesa, prese uno pseudonimo. Nel quinto mystery, The Moving Target (Bersaglio mobile), introdusse il detective Lew Archer che, tranne in due casi, comparirà in tutto il resto della sua produzione e sarà impersonato sullo schermo da Paul Newman in Detective’s Story e in Detective Harper: acqua alla gola. Oltre a The Galton Case (1959, Il ragazzo senza storia), il cui film è in lavorazione da Warner Bros., i suoi romanzi più celebri sono The Drowning Pool (1950, Il vortice), The Chill (1964, Il delitto non invecchia), The Far Side of the Dollar (1964, Il passato si sconta sempre – I Mastini n. 4), vincitore del premio della Crime Writers’ Association per il miglior libro, e The Blue Hammer (1976, Lew Archer e il brivido blu), l’ultimo. Pur richiamandosi alla lezione di Chandler e Hammett, i due grandi maestri dell’hardboiled, Macdonald è considerato superiore a entrambi da una parte della critica per aver dato al romanzo poliziesco, come scrisse lui stesso, “una serietà e una complessità di stile e di trama che in passato non aveva”.

:: Recensione di L’omicidio Carosino – Le prime indagini del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Cento Autori, 2012)

21 novembre 2012 by

Come è nato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, amatissima creatura letteraria dello scrittore napoletano Maurizio de Giovanni? La leggenda, qui confermata sia nel saggio introduttivo di Aldo Putignano che di proprio pugno nella nota d’autore a fine antologia, narra di un caso, di un curioso concatenarsi d’eventi quasi slegato dalla volontà dell’autore. Maurizio de Giovanni fu infatti iscritto a sua insaputa da alcuni amici, che evidentemente sospettavano possedesse un certo talento per la scrittura, ad un concorso letterario indetto da Porsche Italia e dedicato ai giallisti esordienti.
Così una mattina di giugno del 2005, seduto ad un tavolo del rinomato e ricco di ori e di velluti Gran Caffè Gambrinus, de Giovanni si trovò davanti ad un computer a cercare ispirazione e idee per il suo racconto e vide attraverso il vetro del locale una zingarella, che diventerà la bambina che lo stesso Ricciardi vede attraverso il vetro del Caffè all’inizio del racconto L’omicidio Carosino, appunto il racconto che sta scrivendo, e proprio questa specie di visione – come una porta che si apre e fa entrare una folla di personaggi che si evolveranno, cresceranno, si arricchiranno di sfumature, con sempre al centro gli occhi verdi come l’acqua di un uomo triste e solo, irrimediabilmente condannato a subire il Fatto-  darà vita ad un piccolo grande caso letterario.
Ora per la prima volta questo racconto assieme a I vivi e i morti e Mammarella – già pubblicato nell’ antologia San Gennoir a cura di Gennaro Chierchia (Kairos, 2006) e di cui esiste anche una versione a fumetti: Mammarella. Una storia a fumetti del Commissario Ricciardi, con sceneggiatura di Alessandro Di Virgilio e disegni di Claudio Valenti, (Cagliostro E Press, 2010)-  è possibile leggerlo nell’antologia L’omicidio Carosino –  Le prime indagini del commissario Ricciardi (Cento Autori, 2012).
Per i fan di Ricciardi leggere questi racconti è un’ occasione irrinunciabile, ma anche per gli appassionati di letteratura che amano scoprire le origini e le vie misteriose che un personaggio, quasi dotato di una volontà sua propria, di un proprio passato e di un proprio futuro, prende per manifestarsi al suo autore. In nuce infatti sono presenti già tutte le tematiche, i personaggi, le ambientazioni che daranno vita alla saga ricciardiana. Poco importa se un senso di deja vu inevitabilmente si insinua nella lettura, chi ha gia letto i romanzi non ne sarà esente, ma l’aspetto rilevante è che da questi racconti tutto è iniziato. Che questi racconti sono stati la scintilla del fuoco creativo che ne è seguito.
L’antologia meriterebbe uno studio approfondito fatto di rimandi e di richiami, e il saggio di Putignano già fa un egregio lavoro, ma dato lo spazio ristretto di questa recensione mi limito a sottolineare l’importanza di Napoli, città almeno rilevante quanto il personaggio Ricciardi, affresco che racchiude perfettamente lo spirito di un’ epoca seppur lontana mai così vivida e vitale.
La città era già sveglia e viva, quel lunedì mattina: i tram passavano sferragliando, facendo alzare in volo disordinato i piccioni di piazza Plebiscito. Gli ambulanti avevano già disposto i propri banchetti, attirando i passanti verso trippa, pizza e semenze, mentre i lustrascarpe picchiavo le spazzole sulle piccole pedane per richiamare le mezze maniche e i colletti bianchi alla necessità di avere lucide estremità.

:: Segnalazione Fiabe per leoni veneziani a cura di Andrea Storti (Studio LT2, 2012)

19 novembre 2012 by

Domani, 20 novembre, uscirà nelle librerie e negli shop online un libro speciale, per una piccola casa editrice veneziana, Studio LT2. E’ un libro di fiabe indicato ai ragazzi dai 7 ai 90 anni e oltre. La raccolta curata da Andrea Storti, da sempre impegnato alla diffusione di libri per bambini e ragazzi, e impreziosita dalle illustrazioni di Vincenzo Sanapo, è composta da 10 fiabe famosissime rivisitate e calate in ambito veneziano da un gruppo d’autori davvero eterogenei: Francesca Ruggiu Traversi rivisita La bella addormentata nel bosco, Claudia Tonin – Il principe ranocchio, e a seguire Fulvia Degl’Innocenti sarà impegnata a far rivivere Cappuccetto Rosso, Cristina Marsi – La principessa sul pisello, Barbara Fiorio – Biancaneve e i sette nani, Deborah Epifani – La regina delle nevi, M.P. Black – Il gatto con gli stivali,  Fabiana Redivo – Vardiello, Aquilino – Hansel e Gretel e infine Daniele Nicastro – Il pifferaio magico. Oltre alle fiabe ci saranno anche filastrocche e ninnananne scritte da Roberto Piumini, Antonia Romagnoli, Gabriella Sanapo e Mario De Martino.
Si avvicina il Natale e tutti abbiamo un figlio, un nipote, un fratello, un amico capace di apprezzare le fiabe e la fantasia. Lo so viviamo in un mondo difficile e molto spesso i bambini sono le prime vittime dell’idiozia dei grandi. Per cui quando c’è qualcosa di positivo ritengo sia giusto apprezzarlo. Segnalo anche che è per una buona causa, il prezzo è di 15,00 Euro e i diritti d’autore , ossia (al momento) il 10% del prezzo di copertina, verrà devoluto alla UILDM, Unione italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, sezione di Mestre.

Esiste un sito, www.fiabeperleoniveneziani.com, una pagina facebbok (https://www.facebook.com/FiabePerLeoniVeneziani) e un profilo twitter (https://twitter.com/Marcianoilleone). C’è anche un book trailer (ma ne seguiranno altri): http://www.youtube.com/watch?v=-sRFSDrz8Qc&feature=share

FIABE PER LEONI VENEZIANI

A Venezia è scoppiato il finimondo. Le statue dei leoni hanno improvvisamente preso vita, svegliandosi dal loro sonno di pietra. Ora corrono per campi e calli facendo scherzi e dispetti alle persone. Rubano i dolcetti ai pasticceri, spingono in acqua i poveri turisti e ruggiscono in faccia ai vecchietti.
Tutti sono spaventatissimi dalla loro presenza e ai bambini viene persino proibito di giocare all’aperto! Di restare tutto il giorno al chiuso, però, è fuori discussione! E così, il piccolo Marco e i suoi amici, inventano un piano brillante: raccontare ai leoni delle fiabe della buonanotte. Solo così potranno riaddormentarsi!
Eccoli dunque rincorrere i grossi gattoni e narrar loro le fiabe che tutti conoscono, riambientandole però a Venezia, l’unico luogo che i leoni conoscano.
Biancaneve diventa allora Spumiglia, La bella addormentata finisce a dormire in gondola e la Regina delle Nevi ghiaccia il Canal Grande. Tutto viene reinventato ma rimane una domanda: i leoni si addormenteranno?
Dodici inedite riletture di famose fiabe.
Una raccolta per ritornare a sognare destinata a grandi e piccini.
Un progetto a scopo benefico i cui ricavati saranno destinati all’associazione Uldm, sezione di Mestre.

:: Recensione di Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico (Perdisa, 2012)

18 novembre 2012 by

I morti sono bianchi o grigi o gialli, hanno gli occhi tumefatti e la lingua secca. I morti non sentono la mancanza, non hanno pretese e non danno risposte. I morti sono tutti diversi, sono tutti uguali.

Dunque vediamo, potrei iniziare questa recensione scrivendo che Il guardiano dei morti di Giuseppe Merico, edito da Perdisa Editore nella Collana Corsari diretta da Antonio Paolacci, secondo romanzo dopo Io non sono esterno e la racconta di racconti Dita amputate con fedi nuziali, è un romanzo corrosivo e tragico, fatto della stessa sostanza malsana e torbida di cui sono fatti gli incubi e i traumi che invadono e prendono possesso della mente di coloro che, come Mimino il protagonista, non riescono a fare i conti con la realtà senza perdere parte del loro io più profondo, della loro capacità di affrontare il male, il dolore, la separazione, la morte senza affogare nel fango dell’ incapacità di distinguere la normalità, la sanità dalla fissazione patologica per l’oscurità che li sovrasta. Sì, potrei ed è certo vero, ma forse non sarebbe sufficiente.
Mimino mangia i morti per metabolizzare la morte del padre, per venirne a patti, per comprendere o meglio compensare quel vuoto affettivo che lo divora e lo spinge a costruirsi una famiglia di fortuna radunando altri diseredati, altri diminuiti come lui, altri esclusi: Mirko, il bambino con disturbi psichici eletto a figlio, e Carmela, la prostituta del paese, la donna che vuole come compagna.
In un Salento sinistro e doloroso, gotico nei toni, difficile nelle situazioni,  cuore di un Sud privato di ogni speranza e luce e deturpato da mafia, povertà, ignoranza, si muovono i personaggi che danno vita a questo dramma, apparentemente agghiacciante parabola nichilista, ritorta in complicate volute, in realtà tessuto ben più complesso e sfaccettato da cui emerge un quadro desolante ma non vinto: Merico, con grande sensibilità e intuizione, non permette ai suoi personaggi di compiangersi o  peggio assolversi, la fame di vita emerge più feroce purificata dal dolore e dalla morte. Mimino rivendica il suo diritto ad essere felice, ad essere realizzato, rivendica il suo diritto ad amare, (e sembra che proprio in questo lo voglia colpire Salvatore) a combattere contro i mafiosi che spadroneggiano e depredano il suo ambiente, il suo territorio, la sua casa. Lui, uomo quasi tutt’ossa, minato nel fisico e  nella mente, si innalza e si eleva e quasi trasfigurato diventa un eroe, un coraggioso, un perfetto.
Non è un libro facile da leggere, mi è costato anche a livello emotivo un giusto impegno,  un po’ per le venature horror, per la ripugnanza di alcune scene,(la violazione e profanazione, dei cadaveri, lo stupro), di alcune sfumature dei personaggi, che l’autore staglia in controluce, con uno stile quasi necroscopico, ma pur tutta via conserva una sua tragica e profonda bellezza. Una sorta di poesia che si eleva come un canto muto, e rende semplice e naturale accompagnare Mimino nel suo percorso esistenziale, ovunque alla fine lo porti.
Non dite che è un noir, l’autore non condividerebbe, Il guardiano dei morti è una voce che si alza nel brusio di sottofondo della vita, è una speranza di riscatto contro ogni logica, è la luce che si spegne alla fine del giorno e pur tuttavia, per assurdo, ci ricorda, anche rabbiosamente, che dopo tutto la vita è più potente della morte. Emblematico il finale quando alcuni personaggi non possono altro che guardare quella striscia di cielo azzurro che nasce dal grigio perchè è da lì che viene la luce, è lì che è custodito il segreto.

:: Un’ intervista con Sara Bilotti

15 novembre 2012 by

Ciao Sara. Benvenuta su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Iniziamo col parlare di te. Descriviti ai nostri lettori come se fossi un personaggio dei tuoi racconti.

Grazie a te, è un vero piacere!

“Gli istanti erano centuplicati dalle voci che urlavano nella testa, frammenti di vita che dovevano essere raccontati, o l’avrebbero perseguitata persino nel sonno. Così viveva, non bastava che fosse già senza pelle, doveva persino subire il sentire dei suoi personaggi.”

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Dell’infanzia preferirei non parlare.
Ho studiato tanto nella mia vita, e non sempre per conseguire un “foglio di carta”. In particolar modo, ho studiato i linguaggi: lingue occidentali e orientali, filologia, linguistica, musica, pianoforte, violino, danza. Cercavo un modo per liberarmi di un Io ingombrante, attraverso una qualsiasi forma di comunicazione, artistica e non.

E’ vero che hai fatto la ghostwriter? Come sceglievi i lavori? Mi spiego meglio: doveva scattare un feeling particolare con chi ti commissionava il lavoro per accettare un incarico? C’è una dote particolare che richiede questa professione?

Un feeling… magari! Scrivo da quando ero una bambina, e siccome non ritenevo i miei scritti degni di pubblicazione, quando mi proposero di guadagnare (pochi) soldini scrivendo per altri accettai. Per fare la ghostwriter credo serva principalmente una certa flessibilità, oltre alle capacità linguistiche. Devi riuscire a buttar giù qualcosa su qualsiasi argomento, scrivere spesso senza alcuna ispirazione, dunque la creazione dev’essere un atto assolutamente naturale,  avvenire senza sforzo.

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quali sono le doti principali per diventare un bravo scrittore?

Il mio amore per la scrittura è nato con me. Appena ho acquisito un minimo di padronanza della parola scritta, intorno ai nove anni, ho cominciato a scrivere storie. Ho sempre letto tantissimo, e più leggevo più scrivevo.
La dote principale dello scrittore è il talento per la comunicazione, quel dono che ti permette di provare e causare profonda empatia. Naturalmente il talento non basta. Bisogna riuscire a guardare la realtà in modo personale e profondo, e riuscire a raccontarla con efficacia. Per fare questo, è necessaria una certa disciplina, bisogna mettersi in discussione, affidarsi a chi ha esperienza, e soprattutto leggere, leggere, leggere.

Hai pubblicato da alcuni mesi, con Termidoro, la raccolta di racconti Nella carne. Che bilancio ne hai tratto? Ti senti soddisfatta?

La piccola editoria, se da una parte permette all’autore di esprimersi senza dover tener conto delle regole di mercato che oggi sembrano imperare, dall’altra rende praticamente impossibile (tranne alcuni casi clamorosi) una distribuzione adeguata dei libri pubblicati. Questo è l’unico dispiacere che ho ricevuto dalla pubblicazione di Nella Carne. Per il resto, questo piccolo libro mi ha regalato soddisfazioni enormi: il supporto incondizionato da parte di autori di grande spessore umano e professionale, e quello di un gruppo di lettori appassionati che ha fatto l’impossibile per far arrivare Nella Carne in libreria. E’ nato ciò che chiamiamo passaparola, secondo me la più grande soddisfazione di uno scrittore. Si tratta, tra le altre cose, di un’antologia di racconti, un genere solitamente non molto amato. Quindi: doppia gioia!

Il tuo noir nasce dalla quotidianità. Cosa ti fa più paura del mondo violento che ci circonda?

Il costante tentativo di negazione del male. Bisognerebbe accettare le zone d’ombra della nostra complessa umanità, per riuscire a controllarle. Il male si nutre della negazione, per poi scoppiare nei momenti più impensabili, e spesso con violenza inaudita, non controllabile. La classica frase: era una persona tanto per bene spiega questo concetto meglio di quanto possa fare io con la mia psicologia spicciola.

I luoghi dove ambienti le tue storie, dove l’orrore, il male, la follia emergono più dolorosi sono luoghi assai vicini: le rassicuranti mura domestiche, il vicinato, la scuola, gli istituti per la cura dei disabili. Come sottolinei questo contrasto?

Perché è proprio tra le mura domestiche, o in generale nelle piccole comunità, che si tende a indossare una maschera, a proporsi agli altri “senza macchia”, per poter soddisfare le aspettative altrui, poter dimostrare di essere la madre perfetta, il marito ideale, il figlio riconoscente, la sorella amorevole, il cittadino modello. Queste maschere, indossate così a lungo, generano nevrosi che, negli individui psicologicamente più fragili, possono trasformarsi in patologie.

C’è un profondo realismo nei tuoi racconti. Una continuità tra vita vissuta e creazione letteraria. Non è doloroso questo processo? Quanto ti esponi quando scrivi?

Mi espongo troppo. Per quanto io non abbia, fortunatamente, vissuto le esperienze dei protagonisti dei miei racconti, c’è molto di me in ognuno di loro. Vivo la scrittura in modo viscerale, spesso come catarsi, e capita che la stesura diventi un fatto doloroso. Finché vivrò la scrittura come bisogno, immagino sia inevitabile: gli istinti non hanno nulla a che fare con il controllo.

I finali spiazzano per la loro inevitabilità. Sembra che sorgano come conseguenze naturali della complessità e stranezza dell’animo umano. Come sono nati? Da un’ intuizione, li avevi già in mente quando il racconto era solo imbastito?

I miei racconti nascono sempre dall’osservazione di un’anomalia. Accade che, in situazioni normali, alcune persone facciano un gesto inaspettato, come se fossero completamente alienati dalla realtà che li circonda. Come un uomo che tace, immobile, tra la folla agitata. Una spettatrice che, invece di guardare il palcoscenico, tiene il viso rivolto verso i palchi. O, come nel caso di uno degli ultimi racconti che ho scritto, una babysitter che conta i bambini che ha portato in gita sempre nello stesso ordine, in modo maniacale, ogni cinque minuti. Una volta cominciato a scrivere, e solo durante la stesura, capisco cosa accadrà alla fine. E’ anche questo il motivo per cui non riesco a scrivere le sinossi prima di buttar giù almeno tre quarti dei miei romanzi.

Il noir è un genere prevalentemente maschile, in quanto donna, quale valore aggiunto ritieni di avere apportato?

Forse un punto di vista diverso, una maggiore empatia. E’ tipica delle donne, questa intelligenza emotiva che attraverso il pensiero laterale ci permette di trovare quasi sempre una risoluzione a problemi che sembrano irrisolvibili.

Nei tuoi racconti dai voce a personaggi fragili, inusuali in un noir, come i bambini, penso a L’uomo nero, le ragazze vittime di abusi, come in Pozzo verde, i disabili mentali, come Margherita in Farfalle. Quanta dolcezza e sensibilità è nascosta dentro l’ apparente durezza del romanziere esterno e impassibile?

Sembra un paradosso, ma ritengo che proprio chi scrive le storie più crude sia capace di grandi slanci di dolcezza. E’ una questione di sensibilità e coraggio: se si trova la forza di raccontare tali crudeltà, si riesce ad essere molto generosi con il prossimo, anche quando non lo merita.

Parlaci del tuo processo di scrittura?

E’ molto semplice: i personaggi che ho in mente mi ossessionano. E’ come se continuassero incessantemente a raccontarmi la loro storia, finché non mi decido a scriverla. Mi piacerebbe poter dire: questo mese non scrivo, ho bisogno prima di trovare una trama forte. Purtroppo non mi è possibile. Quando un personaggio mi frulla nella testa, è capace di svegliarmi in piena notte e costringermi a scrivere sul primo foglio di carta che trovo in casa. E’ come se le storie esistessero già da qualche parte, chiuse in un edificio di un universo parallelo. Poi accade che uno dei personaggi apra una porticina e le sue vicende mi invadono la vita. Letteralmente.

Ci sono scrittori a cui ti senti vicina per sensibilità, comunanza di temi, passione con la quale ti avvicini alla scrittura?

Sono una spugna: imparo da tutti gli autori che leggo, e da tutti traggo ispirazione. Al momento sto rileggendo i romanzi di Elfriede Jelinek, un premio nobel della letteratura, perché ho bisogno di un aiuto importante. Di un binario rigoroso, su cui far viaggiare il treno della mia creatività.
Ma l’autore che mi ha dato di più è sicuramente Luigi Romolo Carrino. Prima di leggere il suo Pozzoromolo, avevo una paura enorme della Sara che veniva fuori da quello che scrivevo. Lui mi ha liberata.

Hai letto le recensioni del tuo libro? Come affronti le critiche, se ben motivate e a patto che ci siano e la cattiveria gratuita?

Ah, io quando so che c’è una recensione corro a leggerla! Con un misto di ansia ed eccitazione. Non guardo le stelline, dei voti mi interessa poco. Il fatto è che i lettori mi hanno “spiegata”. Il mio processo creativo è molto istintivo, dunque fino a poco tempo fa non ero consapevole della maggior parte delle tecniche di scrittura, utilizzate appunto in maniera non cosciente, naturale. E’ divertente e piacevole venire a conoscenza delle modalità della mia scrittura attraverso i lettori. Ho imparato tanto, leggendo le recensioni.
Per quanto riguarda le critiche, non posso dire di accoglierle con piacere, ma sicuramente mi servono e le leggo con attenzione. Ovviamente parlo di critiche costruttive: la cattiveria non serve all’autore, ma solo a chi sfoga le sue frustrazioni demolendo a prescindere.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho da leggere le ultime dieci pagine del Cacciatore di Occhi di Sebastian Fitzek, interrotto perché avevo bisogno di alcune lezioni di scrittura dalla Jelinek.

Infine per concludere, ringraziandoti della disponibilità, mi piacerebbe chiederti se stai attualmente lavorando ad una nuova raccolta. Eventuali altri progetti?

Scrivo continuamente, per lo stesso motivo per cui mangio e dormo. Usciranno alcuni miei racconti, l’anno prossimo, all’interno di antologie molto interessanti e insieme ad autori che stimo moltissimo. E poi ci sono i romanzi, che devo rileggere e sistemare, visto che sono stati scritti in un momento della mia vita in cui l’ultima cosa a cui pensavo era la pubblicazione. Vanno riscritti nel rispetto di chi mi leggerà, senza vicoli ciechi, personaggi che scompaiono e riappaiono, trame inutilmente complesse. Un lavorone!

Grazie a te, e a presto.

:: Recensione di Eddy il santo di Jakob Arjouni (Marcos Y Marcos, 2012) a cura di Michela Bortoletto

15 novembre 2012 by

L’universo dei libri è infinito e multicolore. Al mondo vi si trovano libri di ogni genere, nazionalità, forma, lingua e contenuto. Ci sono esemplari la cui lettura implica profonde riflessioni, libri per i quali ci vogliono minuti e minuti per leggere e capire una singola pagina. Libri che ti fanno cambiare opinione. Libri che sono pietre miliari della letteratura mondiale.
E ci sono libri che definirei “leggeri”. Attenzione: leggeri, non frivoli. Leggeri perché lo stile è fluido e la storia procede liscia senza intoppi fino alla fine. Sono quei libri che si leggono tutto d’un fiato in un paio d’ore. Forse non ti cambiano la vita, non ti aprono la mente a una nuova e inattesa visione del mondo, ma ti fanno semplicemente compagnia.
Eddy il santo
di Jakob Arjouni è uno di loro.
Eddy è un musicista berlinese che sbarca il lunario esibendosi in un duo col suo amico Arkadi. Ma i soldi guadagnati con la musica spesso non bastano ad arrivare a fine mese, così Eddy è “costretto” ad arrotondare truffando i passanti.
La sua vita procede così tra un’esibizione e un furtarello finché scontrandosi con un uomo quest’ultimo inciampa, cade, sbatte la testa e muore. Il tutto potrebbe essere liquidato come un semplice incidente: basta andare dalla polizia e spiegare la faccenda. Ma non è così semplice: l’uomo in questione è Horst König, ricco e potente imprenditore rientrato a Berlino per chiudere e vendere ai cinesi un’importantissima fabbrica cittadina, creando così migliaia di disoccupati. Si tratta forse dell’uomo più odiato di Berlino! Nessuno crederà mai che la sua morte sia stata accidentale! Eddy quindi decide di occultare il cadavere e sperare che la verità non venga mai a galla. Ma il corpo viene presto scoperto e l’ignoto omicida viene acclamato come un eroe, un santo dai berlinesi. La morte di König è quasi un sollievo per la città. Ma non per la famiglia e, soprattutto, non per la figlia Romy, che Eddy cerca in tutti i modi di conoscere. Ma conoscere la figlia della sua vittima avrà per Eddy conseguenze inaspettate..Mi fermo qui, non vorrei rovinarvi il piacere della lettura!
Eddy il santo è quindi un libro godibilissimo, leggero, che strappa più di un sorriso durante la lettura. Insomma, l’ideale per passare un paio d’ore seduti in poltrona durante un pomeriggio di relax!

:: Recensione di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, Lilli Gruber, (Rizzoli, 2012) a cura di Viviana Filippini

15 novembre 2012 by

Caspita sembrerebbe un romanzo d’avventura visto attraverso gli occhi femminili, ma a dire il vero quella raccontata da Lilli Gruber in Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo, edito da Rizzoli, è pura verità.  Alla nota giornalista conduttrice di Otto e mezzo lo stimolo per questo nuovo libro è arrivato dal diario della bisnonna Rosa e da quel novembre del 1918 che cambiò per sempre la vita della sua bisavola e del suo pacifico focolare socio-domestico. Cosa accadde? Venne redatto il Trattato di pace che stabiliva la fine dell’Impero Austroungarico e sanciva il passaggio del Sudtirolo all’Italia. Un evento che magari per molte persone non avrà importanza, ma che sicuramente cambiò per sempre la vita delle popolazioni altoatesine. Il libro della Gruber è una ricostruzione accurata delle vicende riguardanti la propria famiglia di origine a cavallo tra l’Ottocento e i primi 40 anni del Novecento. Eredità è un voce del presente – quella della Gruber- che guida il lettore indietro nel tempo alla scoperta delle voci di un tempo – in questo caso rappresentate dagli scritti di Rosa – e del suo passato famigliare e storico, attraverso le parole messe su carta e i gesti  compiute dai membri della famiglia Tiefenthaler-Rizzolli. Il tutto è un piacevole pellegrinaggio tra il presente e il passato nel quale si alternano le varie personalità che caratterizzano l’albero genealogico della Gruber. Tante piccole foglie diverse e simili tra loro, tutte accomunate dalla grande intraprendenza e voglia di libertà che influenzerà sempre ognuna delle scelte da loro compiute. Ci sono due voci che aleggiano in modo costante durante la narrazione – quella di Rosa e della bisnipote Lilli- e che ci portano alla conoscenza di una casata e della società dove essa visse. Poi, durante il periodo del regime fascista emerge la giovane e irrequieta Hella, la coraggiosa figlia minore di Rosa e Jakob, che travolta dalla passione per l’ideologia di Hitler ne subirà le conseguenze, affrontando  con coraggio la condanna al confino in uno sperduto paesino del Sud Italia. Eredità di Lilli – all’anagrafe Dietlinde – Gruber è un libro ben scritto, molto accurato nella ricerca storico- dinastica, che intrattiene con il lettore una piacevole relazione letteraria.  Chi leggerà l’ultimo lavoro della donna e giornalista Gruber imparerà attraverso il dono del ricordo, l’importanza dei legami affettivi e delle vicende esistenziali che hanno contraddistinto la vita focolare domestico Tiefenthaler-Rizzolli tra l’Impero e l’avvento del Nazionalsocialismo. Non solo, perché Eredità ci guida alla scoperta delle vicende di un intera collettività di frontiera – quella altoatesina molto più legata alla cultura tedesca-  dalla fine della prima guerra mondiale, passando per l’ imposta italianizzazione di questi territori, arrivando a quella speranza di un cambiamento, individuata da qualcuno nel regime nazista. Arrivati alla fine di Eredità. Una storia della mia famiglia tra l’Impero e Fascismo ci si accorge di aver scoperto una tessera in più dell’esistenza di Lilli Gruber e del suo mondo personale e poi, grazie alla figura di Rosa, c’è la presa di coscienza dei tormenti di una donna e di una comunità radicata nella terra di confine e la conoscenza di una parte della storia d’Italia, purtroppo, non a tutti nota.

Lilli Gruber,nata a Bolzano, è giornalista e scrittrice. È stata prima donna a presentare un telegiornale in prima serata e dal 1988 ha seguito come inviata per la RAI tutti i principali avvenimenti internazionali. Dal 2004 al 2008 è stata parlamentare europea. Dal settembre del 2008 conduce la trasmissione di approfondimento Otto e mezzo su La7.  Gli ultimi bestseller pubblicati con Rizzoli sono Chador (2005), America anno zero (2006), Figlie dell’Islam (2007), Streghe (2008), tutti disponibili anche in Bur, e Ritorno a Berlino (2009).

:: Recensione di Il giorno della locusta di Nathanael West (Mattioli 1885, 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 novembre 2012 by

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Lasciò la strada e salì lungo la spina dorsale della collina per guardare dall’altra parte. Da lì potè vedere una decina di ettari di campo di loglio, macchiati da ciuffi di girasoli e gomma naturale. Nel centro del campo c’era un gigantesco mucchio di fondali e oggetti di scena. Mentre li osservava, un camion che trasportava dieci tonnellate venne ad aggiungere altro carico. Era la discarica finale. Pensò al Mar dei Sargassi di Janvier. Proprio come quell’immaginario complesso d’acqua rappresentava la storia di una civiltà sotto forma di deposito di rottami marini, quel posto lo era in forma di discarica di sogni. Un Mar dei Sargassi della fantasia! E la discarica cresceva continuamente, perché non c’era sogno che galleggiasse da qualche parte che prima o poi non sarebbe finito lì, dopo essere stato reso fotogenico con gesso, tela, listelli e vernice. Molte navi affondano e non raggiungono mai i Sargassi, ma nessun sogno scompare mai del tutto. Da qualche parte turba uno sfortunato e un giorno, quando la persona in questione sarà stata sufficientemente travagliata, ecco che il sogno sarà riprodotto nello studio.  

Il giorno della locusta (The Day of the Locust, 1939), quarto e ultimo romanzo dello scrittore e sceneggiatore americano Nathanael West, – dopo La vita in sogno di Balso Snell, Signorina Cuorinfranti, e Un milione tondo tondo -, è forse la più lucida e feroce satira che sia mai stata scritta sullo scintillante e vuoto mondo del cinema della Hollywood degli anni Trenta, (che stigmatizza con il lapidario: Mangiavano cibo di cartone di fronte ad una cascata di cellophane) descritto come una vera e propria discarica emozionale e popolato da falliti di ogni risma, nutriti da falsi e corrotti valori morali, assetati di fama e felicità e destinati invece a vedere i propri sogni infranti dallo spietato meccanismo che regola quel mondo che essi stessi hanno contribuito a creare.
Tradotto da Nicola Manuppelli per la collana Originals, delle edizioni Mattioli 1885, dopo la precedente traduzione di Carlo Fruttero per Einaudi e la successiva di Marina Morpurgo per et al. – ma se avete occasione cercatelo anche in versione originale – e impreziosito dalla riproduzione della copertina originale del 39, Il giorno della locusta è un romanzo che non attrae, ne spinge a provare empatia per i vari personaggi che lo animano, anzi volontariamente crea un’algida barriera di sconcerto e repulsione che, solo se superata, permette di comprenderlo e apprezzarlo.
Non lasciatevi ingannare dalla raffinata ed elegante ricchezza espositiva, Il giorno della locusta è un romanzo permeato di violenza e di crudeltà: immaginata, (la scena in cui Tod fantastica di stuprare Faye, interrotto dal cameriere, spoglia il personaggio di ogni eroicità e pietà); rappresentata metaforicamente; mostrata nella realtà.
La tensione puramente sessuale è un altro filo conduttore incanalato nel personaggio di Faye, donna bellissima ma senza alcuna qualità morale, vivificata solo dall’ambizione di diventare attrice, e disponibile con tutti tranne che, immotivatamente, con il protagonista al quale si nega con un semplice: non ti amo.
Ambientato durante la Grande Depressione, in una Hollywood fatiscente e degradata, (molto lontana dall’immaginario comune fatto di lustrini, luci della ribalta, dive platinate, feste senza fine, ville milionarie quint’essenza simbolo del sogno americano), Il giorno della locusta narra le gesta ben poco eroiche di alcuni personaggi appartenenti al sottobosco che gravita intorno al mondo dorato del cinema degli anni d’oro.
Troviamo Tod Hackett, artista di un certo talento che sogna di diventare un pittore di successo e si accontenta di lavorare come costumista e scenografo nelle retrovie di una grande casa di produzione, alter ego dell’autore e voce critica di quel mondo che, seppure disprezza inarrestabilmente, lo affascina e lo attrae.
Poi c’è Harry Greener, l’anziano attore d’avanspettacolo gravemente malato e prossimo alla morte, che si arrabatta vendendo a porta a porta lucido per l’argenteria, sicuramente il personaggio più tragico del già doloroso affresco westiano e sua figlia Faye, una bellezza biondo platino che sogna di diventare una diva, totalmente priva di talento e di moralità, capace delle crudeltà più sgradevoli e ripugnanti, la cui sostanziale innocenza rasenta la stupidità e la cui unica dote è attrarre gli uomini e manipolarli per il suo interesse.
Infine, tra i personaggi maggiori, svetta per patetica intensità drammatica Homer Simpson, un provinciale del Middle West, sessualmente represso, un uomo che con Hollywood non ha nessun legame, è infatti in California per riposarsi, per riprendersi da un traumatico avvenimento che l’ha scosso nel profondo mentre faceva il contabile d’albergo a Wayneville nello Iowa e il cui unico vero errore, che lo porterà alla follia e alla distruzione, sarà innamorarsi di Faye.
A corollario una folla di personaggi minori: il nano Abe Kusich, la signora Jenning, attrice a fine carriera reciclatasi come tenutaria di bordello, il messicano Miguel, allevatore di galli da combattimento (la scena del combattimento nel garage è di un tale macabro sadismo da risultare raccapricciante almeno quanto la corrida ne Il serpente piumato di Lawrence), il cowboy Earle Shoop, simile a tante oscure comparse che popolano i film western del periodo, la signora Loomis, madre dell’aspirante divo bambino Adore che sarà protagonista e vittima nella maestosa scena finale della rivolta davanti al Persian Palace Theatre.
Il giorno della locusta è un libro complesso, e seppure breve, molti temi sono trattati, altri solo sfiorati o sottintesi. C’ un mondo travolto dalla povertà che la Grande Depressione ha portato in America, molti vanno in California a morire, un mondo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, in cui la violenza, che West profeticamente solo intuisce, si manifesterà in tutto il suo potere distruttivo.
Il messaggio è chiaro: il sogno americano è una sordida menzogna per addomesticare le folle e Hollywood è il simulacro imbiancato di questo tragico inganno.
Bellissimo.

Nathanael West (1903-1940) Svolse in vita diverse attività, dal vicedirettore d’albergo allo sceneggiatore per la Columbia Pictures. Morì, semisconosciuto, a causa di un incidente d’auto e vide la propria fama incrementarsi sempre più a partire dagli anni ’50, quando venne riscoperto come uno degli autori più dotati della propria generazione. La sua opera è considerata profetica e il suo stile precursore di molti linguaggi moderni, come quello dei fumetti. È autore di quattro romanzi, fra cui La vita in sogno di Baiso Snell e Signorina Cuorinfranti.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio Stampa Mattioli1885.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista a Ray Banks

13 novembre 2012 by

Ciao Ray. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su  Liberi di Scrivere.

Grazie per avermi invitato. C’è un buon profumo qui.

Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ray Banks ? Punti di forza e di debolezza.

Ray Banks è un famoso narratore, un playboy internazionale, e il secondo classificato nella stagione 2012 del America’s Next Top Model. E’ anche un bugiardo e un alcolizzato. Punti di forza sono le belle sopracciglia e l’amore incondizionato per il pesto. Punti di debolezza includono l’impossibilità di far funzionare con successo le tapparelle delle finestre. Inoltre, non ci so fare molto con i bambini.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

La mia infanzia è durata circa 12 anni, tutto sommato. Il mio background è vago per non dire altro, e i miei studi praticamente inesistenti . Sono un uomo davvero molto stupido.

Quando hai capito che volevi fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto iniziare a scrivere crime fiction?

Ho sempre voluto raccontare storie, anche se devo ammettere che il mio primo amore sono stati i film. Sono arrivato ai romanzi dopo aver capito che avevo bisogno di soldi e amici per fare film e che i romanzi li potevo scrivere da solo in una stanza buia. La crime fiction è stata una scelta ovvia – aveva la struttura di un genere adatto al realismo contemporaneo della letteratura sociale.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Un bravo scrittore ha qualcosa da dire sul mondo, e ha sia il dono della brevità che dello spirito. Un buono scrittore è anche profondamente empatico. Per il resto, penso che sia tutta una questione di gusti personali.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho debuttato con The Big Blind, che è stato riscritto e ripubblicato lo scorso anno con il titolo Dead Money. Mi era stato rifiutato alcune volte, con motivazioni a volte davvero sciocche. Alla fine ne pubblicai un estratto sul sito Noir Originals di Allan Guthrie. Infine Guthrie venne pubblicato e mi ha portato con sé. Da allora, ci sono stati dei rifiuti di tanto in tanto, ma sono stato piuttosto fortunato a riguardo.

Parlaci del tuo processo di scrittura?

Inizio con una scaletta, un paragrafo per capitolo, in modo che da poter vedere la struttura generale del tutto e  delineare così l’intera storia nella mia testa. Dopo procedo ad una prima stesura piuttosto rozza. Poi ritorno alla scaletta e vedo quello che funziona e cosa invece devo modificare, se necessario. Poi un’ altra stesura. Poi di nuovo uso la scaletta. Ripeto tutto ciò fino a quando il libro sia finito. Richiede normalmente circa tre o quattro stesure, quindi è pronto perché mia moglie lo legga. Dopo aver apportato le modifiche che mi consiglia lei, normalmente il libro è pronto per uscire.

Fissi una tabella di marcia?

Ci provo.  Se ho qualcosa in gestazione, allora lavoro ogni notte e faccio due turni durante il fine settimana fino a che il libro non sia finito. Allora prendo un giorno o due di riposo e vado dritto al libro successivo.

Ora parliamo del tuo romanzo Wolf Tickets, uscito in Italia per Revolver con il titolo I lupi. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Originariamente è nato per divertimento con Ken Bruen (che in origine ha scritto il primo capitolo con Farrell),  ma a causa dei nostri impegni concomitanti non progredì molto oltre il primo paio di capitoli. Con la sua benedizione, l’ho finito da solo, ma erano solo 50,00 parole:  troppo corto, e poi era troppo violento e aveva un linguaggio troppo volgare per la maggior parte degli editori, così l’ho messo da parte finché non ho sentito che il magazine Needle stava cercando qualcosa da pubblicare a puntate. Così lo spezzettai per loro e presto arrivò Blasted Heath che si interessò al libro. Infine è riuscito ad arrivare nelle mani di Matteo Strukul e lui è andato via di testa dall’entusiasmo.

Puoi riassumerci in breve la trama senza rivelare il finale?

Quando la sua ex-fidanzata Nora lo deruba portandogli via della coca, dei soldi e la giacca di pelle che lo fa sembrare come Franco Nero, Farrell si unisce al vecchio amico e compagno d’armi Cobb per cercarla. La violenza è il risultato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante il processo di scrittura?

Probabilmente la terza riscrittura –  l’ho scritto, poi riscritto di nuovo per la serie di Needle, e poi riscritto la terza volta per la pubblicazione con Blasted Heath. Ognuna di queste riscritture  ha richiesto revisioni  approfondite, così per uscì ero nauseato dalla vista del sangue.

Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi protagonisti, Jimmy Cobb e Sean Farrell?

Jimmy Cobb è un alcolizzato, ex cocainomane che ama leggere, rubare nei negozi e bruciare le cose. Sean Farrell è un ex contrabbandiere di benzina e un farabutto a tutto tondo che è appena stato scottato dalla sua ex salutista e mangiatrice di verdura.

E per quanto riguarda l’antagonista, Frank O’Brien?

Frank è uno di quegli uomini oscuri e  violenti del folkrore dei gangster irlandesi, un professionista che vuole rimettersi in gioco, usando i soldi di Farrell.

Usi il senso dell’umorismo?

Ci provo. Penso sia essenziale.

Qual è il suo ruolo nel libro?

Senza l’umorismo penso che sarebbe troppo sgradevole da leggere. I personaggi non sono esattamente persone con le quali vorresti trascorrere del tempo. Ma se sono divertenti, è più facile che il lettore provi empatia.

Quale è la scena che preferisci in I lupi?

Oh, non lo so. Mi piace la scena nella quale il ristorante viene devastato. E ‘stata divertente da scrivere. Ho anche un debole per la scena della tortura, – penso sia venuta bene. Ma soprattutto le battuute qui e la.

Presto usciranno in Italia, i tuoi libri?

Il primo libro di Cal Innes è stato pubblicato in Italia da Del Vecchio Editore con il titolo Nato di Sabato e credo che tutti i miei e-book siano disponibili in Italia, ma in inglese. A parte questo sono aperto alle offerte.

Ci sono scrittori contemporanei che ami?

Oh, sì, molti – Christa Faust, Allan Guthrie, Charlie Williams, Duane Swierczynski, Johnny Shaw, Helen Fitzgerald, Doug Johnstone, Megan Abbott, Stuart MacBride, Scott Phillips, Stona Fitch, James Ellroy, Sara Gran, Frank Bill, Daniel Woodrell, William McIlvanney, Tom Piccirilli, Martyn Waites, John Rector, James Sallis, Victor Gischler, Anthony Neil Smith, Sean Doolittle, Ken Bruen, Don Winslow, Laura Lippman… La lista potrebbe continuare all’infinito. E sebbene non sia stato pubblicato in inglese per molto tempo, io sono un grande fan di Massimo Carlotto – Death’s Dark Abyss [L’oscura immensità della morte] e The Goodbye Kiss [Arrivederci amore, ciao] sono entrambi superbi.

Descrivici una tua tipica giornata di lavoro.

La mia tipica giornata di lavoro è al lavoro – Sono uno dei tanti scrittori che devono mantenere un lavoro di giorno per arrivare alla fien del mese. Per il resto, è davvero noioso – ti svegli, scrivi, mangi, scrivi, mangi di nuovo , scrivi,  vai a dormire e via dicendo. Mi piacerebbe che fosse più romantico, ma per me la scrittura è  sempre stata un’equazione molto semplice culo + sedia + battere a macchina = successo.

Consideri il tuo stile cinematografico? I film in generale, o un film in particolare – hanno influenzato il tuo stile o la sostanza del tuo lavoro?

Non so se i miei libri siano particolarmente cinematografici, ma mentirei se dicessi che il cinema non mi abbia influenzato. Qui nel Regno Unito, il lavoro di registi come Mike Leigh, Alan Clarke, Ken Loach e – più recentemente – di Michael Winterbottom, Ben Wheatley e Shane Meadows mi ha influenzato tantissimo sia in termini di tono che per l’ambientazione. Poi sono un appassionato di cinema, quindi suppongo che tutto quello che vedo in un modo o nell’altro mi influenzi.

Dimmi qualcosa del tuo uso della linguaggio. E’ importante l’uso dello slang nella caratterizzazione tuoi protagonisti?

E’ importante nel senso che rafforza la voce di un personaggio, e credo che per i racconti in prima persona, la voce sia incredibilmente importante. Io penso che tu debba sentirti come se qualcuno ti stesse raccontando una storia, e quel qualcuno ha un proprio registro linguistico. Con I lupi i due personaggi hanno ognuno il suo piano (a volte in conflitto), il che spero renda il romanzo più interessante. Uso molto la nararzione in prima persona, soprattutto perché è un facile modo di stare fuori dall’azione. Purtroppo la gente tende ad identificarmi con i miei personaggi, il che significa che mi vedono come una specie di goffo ubriacone psicopatico. Quello che è peggio è che quando mi incontrano di persona normalmente ne hanno conferma.

Ti piace fare tour promozionali?

Li odio, a meno che non siano in un luogo in cui non ci sia mai stato prima. Allora possono essere divertenti.

Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Se qualcosa di divertente è accaduto, non me lo ricordo. Ero troppo impegnato ad essere scontroso.

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Sì, l’ho promesso a Matteo. Non sono mai stato in Italia, e quindi dovrebbe essere uno sballo.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Lo facevo, talvolta lo faccio ancora , se sono scritte da persone della cui opinione mi fido. In caso contrario, non ne vedo il motivo. Il libro è finito. Non ho intenzione di cambiarlo, giusto?

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, (wagneriano) Cornell Woolrich, (pietrificato) David Goodis (cupo), James Crumley (aspro), Jim Thompson, (freudiano) Charles Willeford, (assurdo) Ross Mc Donald, (domestico) Dashiell Hammett, (essenziale) Tony Black( fragrante).

Dammi la tua definizione di “Tartan noir”. Chi sono i maggiori esponenti di questa scuola?

Il “Tartan noir” non può essere definito, perché è senza significato. E ‘un termine di Marketing creato da Ian Rankin e lanciato da James Ellroy. La maggior parte degli scrittori inclusi non sono scrittori di Noir, e raggruppare gli scrittori per nazionalità è un modo sicuro per andare solo in cerca di guai, quindi tendo a non usarlo.

Quali sono i maggiori problemi che affliggono gli scrittori oggi giorno?

Gli stessi problemi che hanno sempre avuto – trovare un pubblico abbastanza grande per guadagnarsi da vivere. Per fortuna, gli scrittori oggi hanno più opportunità di far arrivare il loro lavoro in mano al lettore, così cerco di rimanere ottimista.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Poche cose – sto lavorando su A People’s History of the United States di Howard Zinn e Big Maria di Johnny Shaw mi sta facendo l’occhiolino dalla cima della pila di libri da leggere. Poi ci sono anche un paio di libri di Charles Williams che hanno bisogno della mia attenzione.

E’ importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?

Non credo che i premi letterari siano molto importanti almeno per la maggior parte. In alcuni rari casi possono aiutare a vendere – so che il Man Booker Prize nel Regno Unito aiuta enormemente – altrimenti è solo la conferma del gusto critico. Mi riservo il diritto di cambiare idea se mai ne vincessi uno, comunque.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Penso che il mio rapporto con i lettori sia OK – tendono ad essere persone, divertenti, intelligenti e attente all’ igiene personale. E’ facile trovarmi on-line – Sono su Twitter e ho un sito web – e non mordo troppo forte se non vengo provocato. Non penso di aver incontrato molti dei miei lettori di persona. Essi non tendono ad andare alle convention e nemmeno io.

Infine, per concludere ringraziandoti di aver risposto davvero a tutte le mie domande, mi piacerebbe chiederti se stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Oh, sì. Ho appena finito la stesura definitiva di Inside Straight, che è il seguito di Dead Money e ho in programma di scrivere nel 2013 altri due libri, tra cui il seguito de I lupi. Infine, come ogni altro romanziere del mondo, sto lavorando (ed è un lavoro senza fine) ad una manciata di sceneggiature.

[Traduzione revisionata da Marco Piva Dittrich]

Il suo blog: http://www.thesaturdayboy.com/

Recensione di I lupi: qui

Ray Banks è nato a Kirkcaldy, Scozia, e vive a Newcastle. Autore di sette romanzi, due novelle e decine di racconti, è tradotto in quattro lingue. Ha lavorato come vetraio, croupier e cantante ai matrimoni prima di raggiungere il successo come autore. Nel 2012 ha vinto lo Spinetingler Award.