:: Liberi junior – Tutti i bambini hanno gli stessi diritti, Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, illustrazioni di Bureau Aline, (Gallucci Editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

21 novembre 2014 by

Cover bambiniTutti i bambini hanno gli stessi diritti è il libro scritto da Berstecher Dieter, Delahaye Thierry, con le illustrazioni di Bureau Aline, realizzato in collaborazione con l’Unicef e l’Unesco e pubblicato in Italia da Gallucci Editore, proprio oggi 20 novembre in occasione della Giornata mondiale dei diritti dei bambini. Nel colorato testo sono raccolte le testimonianze di tanti bambini e dei loro diritti violati, in rapporto alla carta dei diritti dell’infanzia, documento universale, i cui principi non sempre vengono rispettati. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti è adatto ai piccoli lettori dai 6 anni in su perché, attraverso storie, forme e colori, permette ai bambini di comprendere quanto siano importanti le regole, il loro rispetto e il ruolo che ogni mamma e papà, ma anche ogni Stato e istituzione, hanno nel farle rispettare con il fine di garantire la tutela dei diritti dei più piccoli, troppo spesso vittime innocenti di violenze, povertà, fame e analfabetismo. Immagini semplici e colori vivaci per raccontare episodi, a volte molto dolorosi, ma allo stesso tempo importanti testimonianze di vita per comprendere quanto sia importante il rispetto dei diritti dei più piccoli. Tutti i bambini hanno gli stessi diritti però, non dovrebbe essere letto solo dai bambini con il fine di conoscere le vicende delle quali sono stati protagonisti i loro coetanei, ma dovrebbe essere letto anche dagli adulti, per comprendere come in molte parti del mondo ancora oggi i diritti dei più piccoli vengano violati. Dai sei anni in su.

Dieter Berstecher ha creato e diretto il programma dell’Unesco per l’istruzione dei bambini in povertà. Vive a Parigi.
Thierry Delahaye vive a Marsiglia. Dopo aver realizzato numerosi documentari, si dedica alla letteratura per l’infanzia.
Aline Bureau è nata nel 1971 a Orléans e attualmente vive a Parigi. Ha studiato grafica e incisione all’Ecole Estienne. Ha realizzato diversi albi per bambini e ragazzi. Le sue illustrazioni compaiono sulle pagine di riviste e testate come “Elle”, “Le Monde” e “Marie-Claire”.

:: Dannati, Glenn Cooper, (Nord, 2014) a cura di Micol Borzatta

18 novembre 2014 by

dannati-glenn-cooper-coverDopo un esperimento finito male la dottoressa Emily Loughty si ritrova in un mondo simile al nostro ma diverso dal nostro. Nel laboratorio intanto gli altri scienziati sono scioccati dall’accaduto, non capiscono come sia potuto accadere, specialmente perché si ritrovano un uomo morto da più di cento anni al posto della dottoressa.
John Camp, capo della sicurezza e fidanzato della dottoressa Emily, decide di andarla a cercare. Inizia così un nuovo esperimento per cercare di ricostruire le stesse condizioni che portato alla sparizione della dottoressa Emily.
John si ritrova così in un posto chiamato Oltre, un mondo simile al nostro ma fermo a prima della rivoluzione industriale che racchiude tutti i criminali della storia, quello che noi conosciamo anche con il nome di Inferno.
John si ritrova a viaggiare tra l’Italia, la Francia, la Germania per ritrovare Emily.
Come tutti i suoi romanzi è scritto senza terminologie troppo complicate in modo da essere letti da qualsiasi tipologia di lettore. Molto avvincente si legge interamente tutto d’un fiato. I personaggi sono descritti a 360 gradi rendendoli vivi e portando i lettori ad affezionarsi a loro creando un legame di simbiosi empatica.
La descrizione degli ambienti e dei tempi aiutano a trasportare il lettore avanti e indietro nello spazio e nel tempo senza diventare mai monotono o pesante.
Come in tutti i suoi libri anche qui troviamo un finale che è un proprio e vero colpo di scena che lascerà il lettore con il fiato sospeso in attesa del prossimo libro.
Consigliato vivamente anche ai non amanti del genere per la qualità della trama e della scrittura.

Glenn Cooper Nato a New York l’8 gennaio 1953 è cresciuto a White Plains, nella periferia di New York. Laureato in archeologia alla Harvard University e in medicina alla Tufts University School of Medicine. Finiti gli studi ha lavorato nel campo dell’industria farmacologica diventando presidente e amministratore delegato di un’azienda di biotecnologie nel Massachusetts.
Nel 2009 pubblica il suo primo libro, Library of the Dead, tradotto in 22 paesi, in Italia conosciuto con il titolo La biblioteca dei morti.
Subito ha sceneggiato e prodotto il suo primo film, Long Distance, con la sua casa di produzione, la Lascaux Pictures.
Nel maggio 2010 ha pubblicato l’atteso seguito del precedente romanzo, Il libro delle anime (Book of Souls) avente sempre Will Piper come protagonista.
In contemporanea viene pubblicato in Inghilterra il terzo libro The Tenth Chamber, arrivato in Italia in 20 gennaio 2011 con il titolo La mappa del destino.
Nel 2011 esce in Inghilterra The Devil will come, in Italia è stato pubblicato il 7 dicembre dello stesso anno con il titolo Il marchio del Diavolo, ambientato interamente in Italia.
Nella città di Solofra in provincia di Avellino è presidente onorario dell’Associazione culturale A.S.BE.CU.SO (Associazione Salvaguardia BEni CUlturali SOlofra) dove ha ricevuto il 20 novembre del 2012 la cittadinanza onoraria.
Quello stesso anno pubblica Il tempo della verità, I custodi della biblioteca e L’ultimo giorno. L’anno successivo, nel 2013, pubblica Il calice della vita.

:: Liberi junior – Il volo dell’Asso di picche, Christian Hill, (Einaudi Ragazzi, 2014) a cura di Viviana Filippini

17 novembre 2014 by

Volo assoAgosto 1917. La Grande guerra infuria e l’Italia è ormai al suo terzo anno bellico contro l’impero austro-ungarico. Mentre al fronte soldati di ogni età ed estrazione sociale sono immersi nella logorante guerra di trincea, Chris Hill ci porta alla scoperta della vita lontana dalla prima linea con il suo romanzo per ragazzi uscito per Einaudi, Il volo dell’Asso di picche. Bepi, Attilio, Ilario e Martino sono quattro ragazzini uniti non solo da una grande amicizia, ma anche dalla voglia di avventura e dalla passione per il volo. Non a caso, questa simpatica combriccola passa le giornate con la testa all’insù a guardare nel cielo di Mordenons (in Friuli) gli aerei da guerra. Ognuno di loro vive con la famiglia e con essa non mancano piccoli screzi che caratterizzano il tipico rapporto conflittuale tra genitori e figli, soprattutto quando questi ultimi si trovano nella fase adolescenziale. Tra una marachella e un rimprovero per il guaio appena compiuto, i ragazzi un giorno si addentrano in una base militare dove fanno un‘agghiacciante scoperta che li lascia di stucco, ma quando il telefono della base comincia a trillare e loro rispondono recependo gli ordini, non possono far altro che obbedire e far volare gli aerei militari per compiere la missione. Tra i quattro amici Bepi è il più impavido e sprezzante del pericolo, oltretutto si ritiene esperto di volo perché suo fratello è un pilota di aerei. Attilio è più equilibrato e razionale nel suo fantasticare. Attilio – figlio del macellaio del paese- è agile e veloce e Martino, il più delicato, è il damerino della situazione. Loro faranno volare il mitico biplano “Asso di picche” (il bombardiere Caproni) carico di bombe da sganciare sui nemici, incrociando durante la missione il mitico pilota Francesco Baracca. L’esordio letterario di Hill è con questo romanzo di formazione ambientato durante la Prima guerra mondiale, dove i quattro amici sperimentano l’adrenalina bellica come se fosse un gioco. In realtà un gioco non è, ma la spensieratezza che caratterizza la giovane età è quella che dà a questi amici il coraggio per compiere l’eroica impresa. Sono dei simpatici piloti in miniatura, magari non conoscono proprio alla perfezione l’arte del volo, ma ci provano per sentirsi dei soldati a tutti gli effetti. La morte c’è, ma è un qualcosa che aleggia e i ragazzi la affrontano con una tale innocenza e semplicità che ci aiuta a capire quanto ancora debbano maturare per diventare uomini. Il volo dell’Asso di picche di Hill è una bella avventura nei cieli d’Italia ai tempi della guerra del 1915-18, dove il coraggio dei clan capitanato da Bepi, unito alla fortunata casualità degli eventi, permetteranno ai quattro amici di uscire indenni dal volo. Da leggere con attenzione anche l’intervento di Frediano Sessi sul primo conflitto mondiale del Novecento, perché in esso si trovano dati, numeri e informazioni sui soldati impiegati al fronte, sul tipo di armi usate e sul dramma di molti giovani – non tanto più grandi di Bepi e Co.- mandati a combattere una guerra non voluta da loro. Illustrazioni Jacopo Bruno. Dai 12 anni.

Christian Hill, 46 anni, figlio di un’italiana e di un tedesco, nato e cresciuto a Milano, è ingegnere aeronautico ma si è dedicato alla fotografia, al giornalismo e ai giochi prima di diventare scrittore. Il volo dell’ Asso di picche è il suo romanzo d’esordio, con postfazione di Frediano Sessi.

:: La stagione degli scapoli, Vincenzo Monfrecola, (Gargoyle Books, 2014)

17 novembre 2014 by

Cover_Scapoli.qxp:Layout 1Maestro indiscusso della commedia tardo ottocentesca, very british, elegante, satira sociale e nello stesso tempo commedia di costume, resta senz’altro Oscar Wilde, con opere come Il marito ideale o L’importanza di chiamarsi Ernesto. Certo Vincenzo Monfrecola non è Oscar Wilde, ma con i suoi romanzi, ambientati in Inghilterra a inizio Novecento, si ricollega a quello spirito, a quel gusto per il paradosso, l’ironia mordace, il disincanto. La stagione degli scapoli, edito da Gargoyle Books, è un romanzo dunque wildiano, scritto da un napoletano che ha vissuto a lungo in Inghilterra e apprezza il suo spirito, la sua pungente ironia. Forse essere napoletani e londinesi non è così differente e la stretta comunanza di questi due popoli (e di due autori come Oscar Wild e Eduardo De Filippo), emerge da questo libro con sfumature impreviste.
Tema centrale del romanzo è il rapporto tra uomini e donne, e come la società di inizio Novecento ne delimitava i ruoli. Il matrimonio era per le donne l’unica forma di ascesa sociale, se non di mera sopravvivenza, e il fulcro della vita sociale anche degli uomini che vedevano nelle donne una compagna, un aiuto, una governante, un’ infermiera e in cambio gli davano quella rispettabilità e quella sicurezza economica difficilmente conquistabile diversamente.
La stagione degli scapoli più che una satira sul matrimonio come unione di affetti, è comunque una satira sulle convenzioni sociali, e sulla stupidità di molti componenti del sesso forte (qui abbondantemente punita, in un finale agrodolce in cui l’eroina del romanzo prende la sua rivincita).
Siamo a Londra, nel 1910, in piena era Edoardiana. La prima guerra mondiale è ancora lontana, se non cronologicamente per lo meno a livello sociale. Le classi elevate si dedicano al lusso, all’eccentricità, al gusto per l’eccesso e club come l’ Eghoist Club, raccolgono la creme della società (maschilista) dell’epoca.
Ed è qui che ha inizio a la nostra storia. Il critico letterario Cyril Billingwest è giunto al brindisi, parte culminante della sua festa di addio al celibato, quando riceve una telefonata. La sua promessa sposa, Vera, è scappata con i regali di nozze e il maggiordomo. Per il povero Cyril è il crollo di tutte le sue aspettative, e lo shock è così forte che decide di fondare un sindacato per difendere gli scapoli di Londra dalle insidie delle donne con aspirazioni matrimoniali, che vendono nell’uomo solo un trofeo.
Con l’aiuto del cugino George, uomo venale e vanesio, anche se fondamentalmente non così malvagio, nasce dunque lo scapolificio Billingwest, ma in tutto questo piano millimetricamente congegnato non avevano previsto Penelope, la segretaria del sindacato giunta a Londra dalla campagna per scompigliare i loro piani.
Tra equivoci, bugie, sotterfugi al limite del grottesco si dipana con gusto nostalgico e nello stesso tempo intento satirico, una storia da Belle Epoque, che con l’intento di divertire, fa anche riflettere su temi non così anacronistici come si potrebbe pensare.

Vincenzo Monfrecola, giornalista napoletano, ha collaborato con Napolinotte, il Roma e l’Avanti! ed è stato responsabile della sede di Londra dell’Osservatorio sui Beni Culturali, Faldbac Trade Union. Attualmente lavora per il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Ha pubblicato Il Decisionista (Cavallo di Ferro 2010) e Lo strano furto di Savile Row (Cavallo di Ferro 2012).

:: Maria Antonietta, una vita involontariamente eroica, Stefan Zweig, (Castelvecchi, 2013) a cura di Elena Romanello

17 novembre 2014 by

_castelvecchi-mariaantonietta-1370547306La casa editrice romana Castelvecchi sta riproponendo nella collana Ritratti una serie di biografie storiche classiche, uscite nella prima metà del Novecento e assenti anche da decenni dagli scaffali delle librerie italiane.
Non poteva mancare ovviamente Maria Antonietta una vita involontariamente eroica di Stefan Zweig, tra i più importanti intellettuali europei dell’inizio Novecento, autore anche della storia che ha ispirato il recente film Una promessa, e fu testimone della caduta degli imperi centrali e della cultura dell’epoca.
Maria Antonietta fu pubblicato per la prima volta nel 1932 e in queste pagine Zweig racconta la storia dell’ultima Regina di Francia, oggi un’icona pop, ma allora una delle figure più odiate di tutti i tempi. Maria Antonietta era ancora quello che era stato dalla Rivoluzione francese in poi, una straniera che aveva rovinato la Francia con le sue abitudini dissipatorie e spendaccione, una viziosa che organizzava orge al Trianon con i soldi delle tasse dei poveri, una traditrice della Francia che aveva consegnato alle potenze straniere, l’incosciente e irresponsabile che aveva detto la celebre frase Non hanno pane, che mangino brioches.
Molte di queste voci erano pure calunnie della propaganda rivoluzionaria, ma per oltre un secolo nel sentire comune erano state considerate vere, e Maria Antonietta era stata odiata come solo forse figure dell’antichità come Messalina e Agrippina. Zweig racconta la vita di Maria Antonietta partendo da documenti veri, ricamando anche sopra una trama da romanzo ma realistica e senza orpelli, raccontando la storia umana di una ragazzina che si trovò catapultata in una delle corti più raffinate e corrotte d’Europa, legata ad un coetaneo che per anni non la trovò interessante, desiderosa di vivere e divertirsi come tutte le persone della sua età, che ad un certo punto, di fronte all’incalzare degli eventi, seppe dimostrare eroismo e grandezza d’animo pur non essendo né una santa né una martire né una votata al sacrificio, con delle responsabilità certo, ma anche con la tragedia di essere stata lei stessa travolta da eventi che non aveva capito e saputo gestire.
Stefan Zweig elimina quindi orpelli, calunnie e anche agiografie, raccontando una storia che ancora oggi, a ottant’anni di distanza dalla sua uscita, colpisce per freschezza e passione, grazie anche alla traduzione di Lavinia Mazzucchetti. Dopo Zweig Maria Antonietta è diventata protagonista di altri libri, scritti su questa onda, fino a quello di Antonia Fraser, a tutt’oggi la più esauriente e documentata sul piano storico biografia in tema, ma è anche finita in film, fumetti e simili. Per i fan dei manga, va segnalato che Berubara di Riyoko Ikeda è proprio basato sul libro di Zweig.
Un libro da avere, quindi, sia se si è patiti della storia di Maria Antonietta e della Francia, sia se si amano i classici di tutti i tempi.

Stefan Zweig nacque a Vienna nel 1881 e fu scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta. Pacifista, bibliofilo e musicofilo, visse in Austria fino all’avvento del nazismo, che bruciò le sue opere. Trasferitosi a Londra, abitò per alcuni anni nella capitale inglese venendo considerato uno dei massimi intellettuali del momento. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fuggì negli Stati Uniti con la seconda moglie, da cui si spostò in Brasile dove si suicidò nel 1942, non sopportando il crollo di un mondo e di una cultura.

:: Lo strano caso dell’apprendista libraia, Deborah Meyler, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

15 novembre 2014 by

LoStranoCasoCoverCi sono tematiche che attirano irresistibilmente chi ama i libri e la cultura, come la storia di una libreria indipendente di New York in cui si incontrano tanti destini, come è promesso nella presentazione. Ci sono storie che sulla carta sono intriganti, come quella di una ragazza inglese che si trova a New York a fare un dottorato in letteratura, sogno segreto di tanti letterati di tutto il mondo, e ci sono ciambelle che nascono con il buco e altre non.
Lo strano caso dell’apprendista libraria, un richiamo ad altri strani casi che qui è fuori luogo, ha come titolo originale The Bookshop, la libreria: peccato che né il titolo italiano né quello inglese siano pertinenti alla storia, che si rivolge semmai ad un target più sul sentimental rosa con qualche tocco di consultorio che non ai bibliofili.
Esmé, la protagonista, che non ha comunque la verve delle newyorkesi più famose della cultura pop, le ragazze di Sex and the city, si trova coinvolta in una storia di sesso e attrazione fisica con un ragazzo ricco, bello e impossibile (ma possibile che l’ombra di Mr Gray delle sfumature di grigio debba essere così persistente anche in altri libri!) da cui si scopre incinta e viene lasciata prima che possa svelargli del bambino. Esmé si trova combattuta tra decidere di tenere il bambino o non, non sa come organizzarsi con il dottorato, in teoria non potrebbe lavorare fuori dall’ambito universitario essendo inglese ma poi trova lavoro nella famosa libreria indipendente, la Civetta, che però ha davvero poco spazio nella vicenda, in cui poi il famoso bello e impossibile si rifà vivo e poi succedono altre cose, soprattutto incentrate sulla gravidanza della nostra eroina, che avrebbero reso più utile un altro titolo per tutta la vicenda.
Un libro che non rispecchia le promesse del titolo, ma a quanto pare non è un problema solo italiano visto il titolo, che mescola la trasgressione delle sfumature di grigio al filone della mummy lit, non lasciando grande spazio per le librerie e altre tematiche, in compenso si scoprono tante cose sui test di gravidanza, sulla tutela della maternità nei campus, sulla legge sull’aborto a New York, sui consultori a stelle e strisce e sulle ostetriche, vabbé sono cose che possono anche essere utili a qualcuno, ma non si doveva parlare di libri e librerie?
La cosa forse più pertinente e interessante è l’intervista finale all’autrice, anche lei un’inglese che ha vissuto negli Stati Uniti dove ha salvato due librerie indipendenti, in cui Deborah Meyler racconta il suo amore per i libri e le librerie indipendenti e l’importanza che hanno e possono avere. Un personaggio interessante, Deborah Meyler, certo di più della sua cartacea Esmé, speriamo che in altre storie riesca a far trasparire meglio la sua personalità libresca e libraria, certo più intrigante di questa storia per cui sarebbe stato meglio un titolo come Gravidanza a sorpresa o Consultori a New York. Traduzione dall’inglese di Claudia Marseguerra.

Deborah Meyler è nata a Manchester, ha frequentato il Trinity College a Oxford e poi la St Andrews University. Qualche anno dopo si è trasferita a New York: qui ha aperto due librerie indipendenti, che sono sopravvissute nonostante la crisi. Il suo primo romanzo è Lo strano caso dell’apprendista libraia, con cui ha ottenuto grande successo in America.

:: Il palazzo d’inverno, Eva Stachniak, (Beat edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

14 novembre 2014 by

eva palazzo d'invernoIl Settecento, secolo affascinante, diviso tra Ancien Régime e aneliti di libertà, rivive in uno dei suoi Paesi più controversi e romanzeschi, la Russia dell’avvento di Caterina II, nelle pagine de Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, romanzo storico insolito e originale, appassionante senza scadere in banalità e stereotipi.
L’ascesa al potere della principessa tedesca Sophia Anhalt-Zerbst, sposa infelice di Pietro, nipote di Elisabetta Petrovna, diventata zarina di tutte le Russie con un colpo di stato, viene raccontata dal dietro le quinte, attraverso il personaggio di Varvara Nikolaevna, ragazza entrata al servizio di Elisabetta come protetta, una di quelle giovani, per lo più orfane e comunque povere, che svolgevano ufficialmente attività di cameriere, serve e cucitrici, ma che potevano diventare spie al soldo dei potenti, sentendo e sapendo tutto sulla persona che dovevano tenere d’occhio.
Varvara si vede destinata a spiare Sophia, la futura Caterina, ma tra le due giovani donne, entrambe imprigionate in un matrimonio che non ha scelto, nascerà complicità e alla fine la servetta sarà una delle più preziose alleate della futura sovrana nella sua ascesa, tra amanti, intrighi, figli illegittimi, complotti, attentati, fino a trovare anni dopo un suo equilibrio lontano dagli intrighi, con una nuova possibilità di vita libera da impegni e assilli.
Continua una tendenza degli ultimi anni, presente in questi mesi nelle librerie anche con Longbourn House di Jo Baker, senza dimenticare il serial cult Downton Abbey, e cioè di raccontare le storie dal punto di vista di chi era meno favorito, la servitù che per decenni, in libri e film, era solo una comparsa nelle vicende di principesse e favorite. Il palazzo d’inverno immerge in una corte complessa e crudele, in uno dei suoi momenti più appassionanti, raccontando fatti documentati attraverso un personaggio forse romanzesco ma basato su figure realmente esistite, in tutte le corti, che conoscevano tutti i segreti, anche i più imbarazzanti e scabrosi, da vizi ad amanti passando per aborti e problemi di salute, dei sovrani e nobili di cui erano al servizio.
Tra l’altro, non sono poi tantissimi i romanzi storici sull’epoca di Caterina II, che fu interpretata sullo schermo in tempi diversi da Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Julia Ormond e Catherine Zeta Jones, e che in libreria è stata protagonista essenzialmente con una monumentale biografia di Henry Troyat. Un motivo in più per non perdere questo romanzo se si ama l’epoca, e un altro punto di interesse della storia è di essere comunque lontana dai simpatici ma un po’ datati feuilleton di cappa e spada, presentando un’eroina arguta e realistica, non una wonderwoman guerriera o amante insaziabile, un archetipo divertente ma ormai un po’ superato.
Il titolo allude al principale palazzo della corte russa a San Pietroburgo, ancora oggi meta di visitatori: e viene voglia di andarci, per cercare tra le sale e i corridoi l’eco delle tante Varvare, amiche o nemiche implacabili dei potenti, che su di loro sapevano tutto e sui quali avevano in fondo un potere immenso.

Eva Stachniak è nata in Polonia. Laureata in Letteratura inglese alla McGill University di Montréal, ha insegnato inglese presso l’università di Breslavia, in Polonia, e allo Sheridan College di Toronto, Canada. Ha esordito nel 2000 con il romanzo, Necessary Lies, premiato come miglior opera prima dell’anno.

:: L’appuntamento, Piergiorgio Pulixi, (E/O, 2014)

14 novembre 2014 by

appuntamentoBreve e feroce romanzo, L’appuntamento di Piergiorgio Pulixi, edito da E/O nella collana Originals. Una storia nerissima, densa di crudeltà e brutalità, che non prevede consolanti lieto fine, e nello stesso pone inquietanti dubbi sulle falle della sicurezza informatica. Che la difesa della privacy sia un lusso che nessuno può permettersi in un mondo sempre più virtuale, è una certezza che ormai in molti hanno, e questo romanzo sembra presentare ipotesi e scenari forse un po’ estremi, ma non del tutto fantastici. La manipolazione dei dati, dei flussi informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, nei social network, nelle mail, utilizzando un semplice smartphone, sembra il passo successivo alla semplice sorveglianza, e questo romanzo ci presenta le sue estreme conseguenze.
L’inizio è assai sgradevole. Un uomo e una donna si incontrano per un appuntamento in un elegante ristorante di Roma. Luci soffuse, musica jazz, cibi ricercati questo lo scenario dipinto con pochi tratti. L’economia delle parole è essenziale nella brevità del testo, pieno di colpi di scena che ribaltano di continuo punti di vista e verità. I due non si conoscono, è la prima volta che si incontrano, quasi per caso, per uno scambio di persona all’ultimo.
Lui è elegante, di classe, con una Porsche Cayenne parcheggiata fuori dal ristorante, ricco, di buona famiglia, con un ruolo di potere che ostenta come una seconda pelle. Lei una bella donna, sui 45 anni, forse qualcuno in più ma portati benissimo, vestita in modo appariscente ma forse non all’altezza del tono che vorrebbe ostentare.
Tutto sembra piacevole, ma questa è l’apparenza. Grattando sotto la superficie, lei è lì perché non ha scelta, per fermare gli interessi di un suo debito contratto con usurai deve accettare di uscire con sconosciuti, pronta ad accettare tutto quello che gli propongono, sesso, umiliazioni, qualsiasi cosa. Naturalmente questo è un altro velo d’apparenza, veli che pian piano si alzeranno durante la lettura ma quello che è certo la donna deve accettare dall’uomo un duro trattamento, fatto di prevaricazioni, umiliazioni, violenze psicologiche, tutto giocato su dialoghi sgradevoli e disturbanti anche per il lettore che assiste quasi impotente. C’è stato un momento che ho pensato di interrompere la lettura, poi non so forse la curiosità mi ha portato avanti, fino al primo colpo di scena che ribalta ruoli e aspettative. (Ma non sarà il solo, anche se il primo è di certo quello che mi ha più spiazzato). Allora la tensione si stempera, il senso di disagio si attenua anche se non diminuisce la violenza che si scatenerà d’ora in poi.
Come dicevo nulla comunque è come sembra. Nessuno è chi dice di essere. E alla violenza psicologica, succederà violenza reale e senza limiti, scaturita da una vendetta giocata con armi ben poco convenzionali. Il potere sembra il tema conduttore del romanzo, come viene illecitamente esercitato grazie ai progressi tecnologici e alle armi informatiche sempre più affilate.
Nella mia ingenuità ho sempre pensato che se lo stato o gli enti governativi si dedicano alla sorveglianza dei cittadini, controllando mail, chat, telefonate, lo fanno unicamente per prevenire crimini, combattere il terrorismo o altri fini che potremmo definire nobili. Ma se così non fosse. Se si usassero queste armi per fini personali. A questo interrogativo prova a dare una risposta questo romanzo.
Che dire, un po’ di stomaco ci vuole per leggere questa storia, e dopo averla letta, almeno per un po’ smetterete di considerare il web un luogo tanto innocuo.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982 e vive a Padova. Fa parte del collettivo di scrittura Mama Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu, (Edizioni E/O 2008), e L’albero dei Mocrochip (Edizioni Ambiente 2009) e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a Perdere (Edizioni E/O 2010), e i polizieschi Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir per i blog Noir Italiano e 50/50 Thriller, e La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e Micromega.

:: La pipa di Maigret e altri racconti, Georges Simenon, (Adelphi, 2014) a cura di Giulietta Iannone

12 novembre 2014 by
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Tre racconti compongono la raccolta La pipa di Maigret e altri racconti di Georges Simenon: La pipa di Maigret, La testimonianza del chierichetto e Maigret e l’ispettore Scorbutico.
Tradotti da Marina Di Leo, e pubblicati da Adelphi, nella collana dedicata al celebre commissario al n° 466 e curata da Ena Marchi e Giorgio Pinotti, sono parte dei ventotto racconti che lo scrittore belga ha scritto negli anni con protagonista il celeberrimo commissario Maigret, (oltre ai settanticinque romanzi).
Non è certo mia intenzione volere stabilire se siano migliori i racconti o i romanzi, quello che è certo è che molti spunti degli uni hanno contaminato gli altri, cosa del tutto naturale, se pensiamo alla mole di pagine scritte. Pensiamo solo a come inizia il racconto La pipa di Maigret, (titolo originale La pipe de Maigret), scritto nel giugno del 1945, alcuni anni dopo il romanzo Un’ ombra su Maigret (titolo originale Cecile est mort), finito nell’ottobre del 1942.
Stesso spunto narrativo per entrambi, una denuncia per aver trovato mobili spostati in casa, segno evidente della presenza nella notte di uno sconosciuto. Un fatto reale, quasi scontato, che crea subito la giusta atmosfera di ansia e insicurezza. Simenon è maestro nel creare con pochi tratti quella particolare tensione psicologica che porta il lettore a provare un senso di compartecipazione e tensione. Stesso meccanismo infallibile che è sempre presente in varie sfumature in tutti i suoi racconti e romanzi.
Ne La pipa di Maigret, (pubblicato per la prima volta nel volume Maigret se fâche (1947), edito da Presses de la Cité) un altro pretesto che Simenon usa con divertita e bonaria ironia e la scomparsa della pipa preferita del commissariato, oggetto quasi iconico che definisce irrevocabilmente il personaggio. Ricostruendo a ritroso la sua mattina al Quai des Orfèvres, riporta alla memoria la denuncia di una vedova, la signora Leroy che con il figlio gli aveva raccontatati una strana e poco rilevante storia di effrazioni notturne. Poi il figlio della vedova scompare e l’indagine prende forma fino a risalire ad un’ inattesa soluzione. Maigret ritroverà la sua pipa? Non c’è manco da chiederselo, dopo tutto l’acume del commissario è infallibile e non scopre solo eclatanti delitti, ma molto spesso si sofferma sulle piccole cose di tutti i giorni.
Il secondo racconto La testimonianza del chierichetto (titolo originale, Le témoignage de l’enfant de chœur) scritto nel 1946 e pubblicato per la prima volta un anno dopo nella raccolta Maigret et l’inspecteur malchanceux, da Presses de la Cité, è forse uno dei suoi più belli, certamente il più commosso, specie quando Simenon si avvicina all’infanzia. Per alcuni versi autobiografico, anche Simenon da bambino fece il chierichetto, come probabilmente la maggior parte dei ragazzini cattolici belgi, racchiude un mistero che sarebbe piaciuto a Hitchcock un delitto di cui solo il bambino è testimone per aver visto il cadavere (e forse l’assassino) e a cui nessuno sembra credere, tranne naturalmente il nostro commissario, più sensibile alla verità chiusa nelle persone che agli apparenti fatti oggettivi. Un altro racconto della provincia, umida, grigia, per alcuni versi triste, ma tratteggiata con un affetto scevro di sentimentalismi o ostentazione. Come sempre è l’essenziale che interessa a Simenon, più scarno di un André Héléna, ma non certo meno efficace.
Terzo e ultimo racconto della raccolta, Maigret e l’ispettore Scorbutico (titolo originale Maigret et l’inspecteur malgracieux) scritto in Canada nel maggio 1946 e pubblicato per la prima volta nel 1947 presso le edizioni Presses de la Cité, (primo della omonima già citata raccolta che comprendeva anche altri tre racconti: Le client le plus obstiné du monde, On ne tue pas les pauvres types e Le témoignage de l’enfant de chœur). Qui troviamo, in una Parigi sotto la pioggia, un apparente suicidio e come sempre il tema della discrepanza tra apparenza e realtà, e grande attenzione psicologica per l’ispettore Lognon, uno dei tanti umiliati e offesi della vita, a cui Maigret con ruvida generosità regala, senza farsene accorgere, il merito non suo di aver risolto il caso.

Georges Simenon, romanziere francese di origine belga nasce a Liegi il 13 febbraio 1903. La sua vastissima produzione (circa 500 romanzi) occupa un posto di primo piano nella narrativa europea. Grande importanza ha poi all’interno del genere poliziesco, grazie soprattutto al celebre personaggio del commissario Maigret. Ricordiamo “Maigret e il caso Saint-Fiacre”, “Il testamento Donadieu”, “Una confidenza di Maigret“, “Maigret esita”, “Maigret e il commerciante di vini”; i due racconti autobiografici, “Quando ero vecchio” e “Lettera a mia madre” e il  libro di ricordi “Memorie intime” seguite dal libro di Marie-Jo (1981), sul tragico destino della figlia, suicida nel 1978.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo lo sconosciuto addetto stampa Adelphi.

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:: Noi, David Nicholls, (Neri Pozza, 2014) a cura di Michela Bortoletto

11 novembre 2014 by

noi_02_3_Noi è la storia di un matrimonio. Connie e Douglas sono sposati da venticinque anni. Douglas è un biochimico, tutto lavoro, razionalità e precisione. Connie un’artista, impulsiva ed irrazionale. Si sono conosciuti a una cena a casa della sorella di Douglas. Si sono innamorati, amati e sposati. Hanno avuto un figlio, Albert, che ora si sta preparando per lasciare la casa di famiglia e trasferirsi al college. Il loro è un matrimonio felice, o almeno è quello che ha sempre pensato Douglas fino a quando, in piena notte, Connie lo sveglia per dirgli che il loro matrimonio è giunto al capolinea e che crede che lo lascerà. Inutile dire che da quell’istante la vita di Douglas non sarà più la stessa.
Sperando di far cambiare idea alla moglie, Douglas accetterà di partire con Connie e Albie per un’ultima vacanza di famiglia. Una vacanza insolita: un Grand Tour delle maggiori città europee, simile a quello che intraprendevano i giovani del Settecento prima di entrare nel mondo degli adulti. Douglas organizza il viaggio minuziosamente: una rigida tabella di marcia fatta di orari dei treni, prenotazioni, cartine, visite ai musei. Non vuole lasciare nulla al caso. Ha due settimane per riconquistare la moglie e vuole che tutto vada per il meglio. Deve far cambiare idea a Connie, farle capire che il loro matrimonio non è al capolinea solo perché Albie lascerà la loro casa. Deve riuscire a convincerla che possono incominciare una “nuova” vita insieme.
Purtroppo però il viaggio si rivelerà fallimentare fin dai suoi primi istanti. Connie e soprattutto Albie faticano a “sottostare” alla tabella di marcia di Douglas. Battibecchi e litigi sembrano essere all’ordine del giorno. Tutto poi andrà in pezzi quando Albie scapperà lasciando soli Connie e Douglas. Connie deciderà di ritornare a casa , Douglas invece si lancerà alla ricerca del figlio girando mezza Europa. In questa sua ricerca Douglas avrà modo di riflettere sul proprio matrimonio e tra continui sbalzi tra passato e presente capiremo che quello tra Connie e Douglas non era per nulla un matrimonio perfetto e che Connie non è l’unica persona che Douglas dovrà riconquistare.
Noi sono Douglas e Connie. Ma Noi sono anche Douglas e Albie: un padre che nonostante tutti i suoi sforzi non riesce ad essere amato dal figlio come lo è la madre e un figlio che si sente incompreso, sminuito e deludente agli occhi del padre.
Noi è un libro che si vorrebbe leggere tutto d’un fiato. Sin dalla prime righe ti avvolge, ti catapulta nell’universo di Douglas, nella sua vita con Connie e Albie. Pagina dopo pagina, città dopo città, ricordo dopo ricordo il lettore accompagnerà Douglas attraverso l’Europa ma soprattutto attraverso la presa di coscienza dell’imperfezione del proprio matrimonio e dei propri errori come padre.
Se, quando ci si allontana per qualche motivo dalle sue pagine, la mente rimane sempre lì, coi suoi personaggi, con la sua storia, allora per me significa che quello è un buon libro, un libro che merita di esser letto. E Noi lo è. Traduzione di Massimo Ortelio

David Nicholls ha lavorato a lungo con la BBC realizzando adattamenti shakespeariani e numerose serie di successo, premiate con due nomination per i BAFTA Awards. Tra i suoi romanzi Le domande di Brian (BEAT 2011), Il sostituto (BEAT 2012) e Un giorno (Neri Pozza 2010), da cui è stato tratto un celebre film diretto da Lone Scherfig, con Anne Hathaway e Jim Sturgess. http://www.davidnichollswriter.com/

:: La morte dell’erba, John Christopher, (Beat ed., 2014) a cura di Viviana Filippini

9 novembre 2014 by

Cover morte erba“In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, anch’essa è viva”.

Sarà anche uscito per la prima volta nel 1956, ma La morte dell’erba di John Christopher è un romanzo ancora molto attuale, perché nel libro si parla di un micidiale virus che distrugge qualsiasi tipo di erba (riso e ogni pianta appartenente alla famiglia delle graminacee, compresi grano, orzo, avena e segale) e, vista la presenza di batteri infettivi che oggi ci terrorizzano, credo sia interessante leggerlo per comprendere quanto il panico di massa possa portare al caos completo un intero sistema sociale. L’ambiente dove prende via la narrazione è la Londra del secondo dopo guerra, nella quale John Custance vive in assoluta tranquillità con la moglie e i figli adolescenti. L’uomo si divide tra il lavoro, la famiglia e soggiorni nella valle del Westmorland, dove il quieto e scapolo fratello David gestisce con sapienza la sua fattoria. Fino a questo punto nulla di strano, se non il fatto che dal vicino Oriente (dalla Cina per la precisione) arriva un virus del riso – chiamato Chung-Li – che a Est ha causato carestia, dissidi tra uomini e messa in crisi dei sistemi sociali e governativi. Dopo una prima fase, nella quale la popolazione inglese sembra riuscire a mantenere il controllo di sé stessa, il terrore scatenato dal rapido diffondersi del batterio e dalla scoperta di un macabro progetto governativo fomenterà sempre più un incontrollabile panico di massa. John Custance non esiterà, come molti altri suoi concittadini, a tentare la fuga prendendo con sé la famiglia per portarla verso la salvezza, nella valle del Westmorland. Custance sarà alla guida di un piccolo gruppo di fuggitivi (oltre al suo nucleo familiare c’è quello del suo amico Roger al quale si aggiungo un compagno di scuola del figlio di John, una giovane rimasta orfana e Pirrie un cinico anziano commerciante di munizioni) che lo eleggerà a capo supremo della carovana di essere umani in fuga. La morte dell’erba è un romanzo appartenente al genere fantascientifico-catastrofico nel quel la ribellione della natura Madre-Matrigna, dal sapore leopardiano direi, porta la specie umana a imbarbarirsi nel momento in cui tutte le sue certezze vengono messe in crisi. Custance e il suo gruppo si troveranno a viaggiare in una campagna inglese nella quale vere e proprie bande di uomini agiscono per sopravvivere ad un mondo che sta assumendo una sembianza apocalittica. Con questo romanzo, Christopher- pseudonimo di Sam Youd – dimostra che bastano pochi giorni, per destrutturare il senso di civiltà che si è costruito in milioni di secoli, per trovarsi davanti a degli uomini che agiscono lottando per un puro e necessario istinto di lotta per la vita. Lo stesso John Custance, protagonista principale della trama, un po’ alla volta si immedesimerà sempre più nei panni del capobanda o signore di una tribù, tanto che arriverà a compiere dei gesti per lui impensabili e inconcepibili ai tempi della tranquillità sociale. L’imbarbarimento della specie è una sorta di uragano che investe tutti i personaggi della narrazione, a dimostrazione del fatto che in condizioni di profondo disagio, ogni essere vivente è in grado di dare il peggio di sé, pur di poter continuare a vivere in un mondo dove ogni certezza è messa in crisi. La morte dell’erba di Christopher richiama, dal mio punto di vista, Il signore delle mosche di William Golding e Cuore di tenebra di Joseph Conrad, perché come accade in quei romanzi, ciò che affiora pagina dopo pagina nel libro di Christopher è una sorta di brutale “bestialità” del genere umano sopita e mai scomparsa del tutto. Non manca poi, nella parte finale del libro, un netto richiamo di natura biblica (in particolare mi sto riferendo alla Genesi) che evidenzia quanto il male accechi l’uomo portandolo ad una violenta guerra fratricida.

John Christopher, pseudonimo di Sam Youd, è stato uno scrittore e autore di fantascienza inglese. Oltre che come Samuel Youd e Christopher Youd, ha scritto anche sotto gli pseudonimi di Stanley Winchester, Hilary Ford, William Godfrey, Peter Graaf, Peter Nichols e Anthony Rye. Una borsa di studio della «Rockefeller Foundation» gli rese possibile perseguire la sua carriera di scrittore, iniziando con il romanzo The Winter Swan del 1949 e raggiungendo la popolarità negli anni Cinquanta e Sessanta grazie a diverse opere interessanti, la migliore delle quali probabilmente è La morte dell’erba (1956). È conosciuto soprattutto per la trilogia de I tripodi e per quella di Sword of the Spirits che sono dedicate ai ragazzi, e per i suoi romanzi di fantascienza apocalittica e post apocalittica. Da La morte dell’erba venne tratto nel 1970 un film, diretto da Cornel Wide, dal titolo 2000: La fine dell’uomo (No blade of grass).

:: Le mie due vite, Jo Walton, (Gargoyle Books, 2014), a cura di Elena Romanello

8 novembre 2014 by

Cover_lemiedueviteBROSSURA.qxp:Layout 1La narrativa fantastica conosce da anni un largo seguito di pubblico, a cui non fa sempre da contraltare un’originalità delle storie e soprattutto un cercare nuove strade. Ma ci sono per fortuna varie eccezioni, ed una di queste è Le mie due vite, romanzo di fantascienza ucronica di Jo Walton, premiata poetessa e scrittrice di narrativa fantastica, che qui presenta due mondi possibili partendo dai ricordi interrotti di una donna.
L’ucronia, per i non addetti ai lavori, è una storia in cui si presenta una visione alternativa del passato, prossimo o remoto, come avviene nelle due vicende parallele raccontate nel libro, che partono nel 2015 di un realtà parallela alla nostra, con un’anziana affetta da Alzheimer in ospedale che ricorda due versioni di se stessa, una in cui è una casalinga anni Cinquanta intrappolata in un matrimonio infelice da cui riesce a liberarsi solo in età matura scoprendo passioni e interessi della sua gioventù, l’altra una lesbica che vive una vita in anticipo sui tempi con la compagna, fatta di tante gioie ma anche di dolori, sullo sfondo di due realtà che divergono entrambe in alcune cose dalla nostra, tra guerre atomiche, attentati, svolte totalitarie, basi sulla Luna.
Le mie due vite non è un romanzo di genere fantascientifico classico, le atmosfere fantastiche sono disseminate tra pagine di storie che all’apparenza sembrano molto realistiche, raccontando la vecchia teoria secondo cui un battito d’ali di una farfalla può causare uno sconvolgimento mondiale. Entrambe le storie narrate e ricordate da questa donna ormai persa nella sua vita potrebbero anche essere alla fine frutto della sua fantasia, ma entrambe sono credibili e presentano due possibilità della storia del Novecento, di come sarebbe potuta andare con alcuni cambiamenti che, purtroppo o per fortuna non ci sono stati.
La storia di queste due donne in parallelo, esistite entrambe o chissà in due dimensioni diverse ha vari piani di lettura, e piacerà comunque a chi ama la fantascienza ucronica, vissuta in una maniera più intimista, partendo dalle vite di persone comuni sullo sfondo di versioni alternative del passato. Ma Le mie due vite non è un libro solo per gli amanti della fantascienza di qualità e in tutte le sue forme, perché contiene altri spunti interessanti, a cominciare da forti tematiche femministe, ricordando le lotte del movimento delle donne a partire dagli anni Cinquanta, queste storiche e documentate, senza dimenticare la tematica omosessuale, visto che racconta sia di una famiglia lesbica ante litteram con tutte le sue difficoltà e gioie, sia dei danni che fa il nascondere il proprio orientamento sessuale, ma anche le varie strade di vita e di realizzazione personale, personificate nei figli di Trish e di Pat, due donne che forse sono esistite in due dimensioni parallele o forse no, senza dimenticare l’aspetto, importantissimo, relativo alla vecchiaia e al dramma della demenza senile, una delle incognite sulla vita di tante persone oggi, trattato dall’autrice con commozione e senza cadute di gusto e pesantezze.
Le mie due vite è quindi un romanzo anomalo, con dentro tanti elementi, rivolto ad un pubblico non solo di lettori di genere, ma a chiunque è curioso della vita e di tutto quello che può fare parte di questa, che racconta tutte le possibilità e le scelte che si possono avere, anche se forse sono solo i ricordi inventati dalla mente di una donna che non ha vissuto nessuna delle due vite e ne ha avuta forse un’altra ancora. Un libro interessante, capace di divertire, appassionare e anche commuovere, facendo riflettere su tutto quello che può esserci intorno a noi, sulla forza di saper cambiare e andare avanti, sull’importanza di tutti i sentimenti e su tutte le forme di amore, che conferma il talento di una delle voci più interessanti al femminile del fantastico di oltre oceano.

Jo Walton (1964) è poetessa e scrittrice di libri fantasy e di fantascienza. Ha vinto numerosi premi, tra cui il John W. Campbell Award come Miglior nuovo talento, il World Fantasy Award, il Prometheus Award e il Mythopoeic Award. Con Un altro mondo (Gargoyle 2013) si è aggiudicata il Nebula Award e l’Hugo Award per il miglior romanzo.
Fra le sue opere: The King’s Peace (2000), The King’s name (2001) e The Prize in the Game (2002), tutti ambientati nello stesso mondo ispirato al ciclo arturiano, Tooth and Claw (2003), Farthing (2006), Ha’Penny (2007) e Half a Crown (2008), trilogia di storia alternativa, Lifelode (2009).