:: Via Ripetta 155, Clara Sereni – (Giunti Editore, 2015) a cura di Lucilla Parisi

5 giugno 2015 by

6Non mi importava del freddo, non mi importava della fame che ancora, soprattutto a fine mese, mi faceva sognare un panino col tonno o col prosciutto. Non mi importava di niente, non mi preoccupavo di niente: direi che ero felice, benché la parola suoni anche a me eccessiva. Ero piena di me. Poter dire casa mia. E poi lì, a via Ripetta, la strada dove avevo trascorso il primo Capodanno adulto, di scoperta e di politica […]. Il futuro era un cantiere aperto, molte e grandi cose da fare. Senza timore di infortuni.

Questo è uno di quei libri che sanno farti star bene. Sì, perché finalmente in un’epoca di individualismo imperante e di totale assenza di partecipazione, che altro è dalla condivisione del tutto e a ogni costo sui social network, si ritorna a parlare di quando davvero si era parte di qualcosa. Di quando le idee erano la base, il punto di partenza – almeno nelle intenzioni – del cambiamento, perché le cose si potevano ancora cambiare; di quando la lotta non era il fine, ma il mezzo per affermare, contestare, abbattere, sovvertire, creare. In cui i luoghi di riunione e confronto erano reali e non virtuali e dove si guardava al presente proiettati al futuro. E forse pensavamo che nulla sarebbe accaduto comunque, di nuovo quel senso di stare dalla parte giusta, di invincibilità.

Ritrovarsi a Roma mentre leggevo il nuovo libro di Clara Sereni è stata una piacevole coincidenza. Ho guardato la città oltre il peso di quei ridicoli addobbi e lustrini che la ricoprono come una vecchia baldracca, cercando di riconoscervi l’aspetto che poteva avere ben oltre quarant’anni fa. Ho provato a ritrovarvi i segni lasciati da quella tensione positiva che la rendeva viva e pulsante.

Con l’autrice è stato bello ripercorrere un decennio significativo della nostra storia – dal ’68 al ’77 –, anni in cui, poco più che ventenne, Clara Sereni scoprì in via Ripetta 155, l’indirizzo della sua nuova casa: il luogo del riscatto da una famiglia ingombrante e l’inizio della sua crescita umana e politica. Via Ripetta al civico 155 non è ancora via della Scrofa ma è a cinque minuti a piedi da Piazza Navona dove tutto succedeva, ci si incontrava si discuteva si cantava.

Gli eventi più significativi di quegli anni fanno da sfondo all’autobiografia di un’intera generazione in movimento, spinta dalla incontenibile forza delle idee e dalla necessità di rivoluzione.

Lotta continua aveva cominciato la sua battaglia contro il commissario Calabresi: delle colpe della polizia eravamo certi, non solo Piazza Fontana ma Pinelli e anche Valpreda erano ferite che non potevano rimarginarsi. E tutti gli altri morti ammazzati nelle manifestazioni e negli scioperi, una lunga teoria di lapidi. […] La vittoria del referendum sul divorzio era ancora calda, presente. Alla manifestazione per ricordarla non andai, avevo un lavoro urgente da finire. Poi la polizia di Cossiga sparò, morì Giorgiana Masi a ponte Garibaldi, poco lontano da casa mia dove io me ne stavo tranquilla: mi sentii in colpa. […] la rabbia per Giorgiana Masi ci toglieva ogni timidezza.

I cortei, le riunioni, le proteste erano la forma più naturale di confronto: erano momenti significativi di aggregazione, capaci di avvicinare i più giovani ai meno giovani, per condividere pensieri che erano più che sogni e trovare insieme le modalità per dare loro concretezza, nonostante tutto.

Scioperi e scioperi. Le manifestazioni di piazza […] i cortei improvvisati nei reparti. Dunque malgrado le minacce la lotta non si fermava, gli operai non erano mai stati così forti. […] Insomma era chiaro, da ogni parte provavano a fermare le lotte, il progresso, il mondo.

La storia personale di Clara Sereni è solo il pretesto per raccontarci molto più di un pezzo di vita: si tratta di dieci anni di storia saturi di eventi e occasioni mancate, soprattutto per chi poi è rimasto a guardare il crollo di ideali che sembravano non poter fallire e ad assistere all’imbruttimento e impoverimento umano e politico di un Paese che non ha più niente da dire.

Tornando verso via Ripetta la luna splendeva sul Gianicolo e illuminava tutta Roma, stesa davanti a noi che sembrava di poterne toccare ogni via, ogni palazzo, ogni chiesa: la città l’avevamo già presa, ora la speranza concreta era nel sorpasso del Pci sulla Democrazia cristiana alle elezioni politiche. […] C’era la convinzione che l’Italia potesse cambiare, anzi che fosse già cambiata, e che del mutamento fosse ora possibile cogliere i frutti. […] Solo che il sorpasso non ci fu: di fronte al pericolo comunista gli italiani si tapparono il naso, e la Democrazia cristiana si confermò, seppure di poco, il primo partito. […] La piccola borghesia affilava le unghie senza più vergogna di sé, e ancora ci raccontavamo di una rivoluzione possibile.

Non ci sono giudizi in questo libro, non ci sono recriminazioni o prese di posizione. Ci sono i fatti così come raccontati da chi li ha vissuti in prima persona. In quegli anni tutto era possibile e necessario. Insomma, erano i tempi in cui bastava essere sull’agendina di qualcuno perché polizia e carabinieri costruissero sospetti di congiure, di terrorismo. […] La polizia massacrava alla stazione Termini quelli che tentavano di ripartire con il treno, ma massacrati eravamo tutti da quella svolta violenta che non avevamo voluto, e che ci travolgeva. Non con lo Stato, non con le Brigate rosse, non con l’Autonomia, non con i provocatori quali che fossero: soli con noi stessi. […] Discutevamo poco, non trovavamo più le parole. Dubitavamo ormai di tutto, delle parole dei dirigenti come di quelle dei giornali.

Camminando su via Ripetta ho alzato lo sguardo al 155 e mi è sembrato che qualcosa ancora ci fosse da vedere. Forse i quattro piani di scala a chiocciola o il soffitto a cassettoni dell’appartamento, il tinello o lo scaldabagno montato in orizzontale anziché in verticale per via della scarsa pressione dell’acqua, o qualche incontro interessante.

Elegantissimo nel lungo soprabito imparato a Londra […], per grazia o per smemoratezza Mario Monicelli mi chiamava Esmeralda; Nanni Loy si scelse come nuova compagna una mia amica; con Sergio Amidei ebbi l’unico scontro verbale da cui – in tutta la mia vita – sia uscita vincitrice […]. Attraverso di loro amavo il cinema, anche quello più difficile, accanto a loro mi indignavo per gli interventi della censura, attraverso i loro racconti entravo nei meandri delle commissioni culturali del Psi e soprattutto del Pci: […] la mia formazione culturale e politica veniva da lì.

C’è questo e altro nel libro di Clara Sereni: si parla anche di amori, di cinema, di figli e di non-matrimoni. Soprattutto si parla di Roma in un modo che molti di noi non ricordano neppure. E’ un viaggio lungo le sue strade di allora che non sono più quelle di oggi, ma in cui – come un tempo – è bello soffermarsi a guardare e a pensare.

Un’alba limpidissima e rosata, attraversando il Gianicolo per scendere da Monteverde a via Ripetta, regalò una vista lunga verso i Colli, ancora senza smog: ci stringemmo forte, un momento di pace solitaria in cui una grande futuro era a portata di mano. Ci sentivamo a buon diritto dentro le magnifiche sorti e progressive.

Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. È una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Da anni impegnata nel mondo del volontariato, è stata per oltre un decennio presidente della Fondazione “La Città del Sole” – Onlus, che costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichica e mentale. Ha pubblicato: Sigma Epsilon (1974), Casalinghitudine (1987), Manicomio primavera (1989), Il gioco dei regni (1993), Eppure (1995), Taccuino di un’ultimista (1998), Passami il sale (2002), Le Merendanze (2004), Il lupo mercante (2007) e Una storia chiusa (2012). Ha curato anche le raccolte di testimonianze intorno al tema della disabilità e della diversità: Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009). Dirige per l’editore Ali&no la collana “le farfalle”.

:: Le memorie di Talarana – L’ombra del Tiranno, Alessandro H. Den (Smashwords Editions, 2015) a cura di Micol Borzatta

3 giugno 2015 by

pIl signor Olton, Sovrintendente del Commercio Transoceanico dell’impero di Selthon, durante uno dei suoi viaggi naufraga. Ormai convinto che la sua vita sia alla fine si lascia andare per seguire il destino dei suoi compagni di viaggio, ma Dalagoth, creatura magica e genio delle acque, ha altri programmi per lui. Infatti dopo averlo salvato e portato alla presenza degli Dei, gli affida un bambino, ancora in fasce, con l’ordine di crescerlo come se fosse suo figlio e prepararlo per il compito a cui è destinato; per fare ciò Olton deve promettere che farà studiare la magia al bambino.
Gli anni passano e il bambino, che Olton ha chiamato Greg, crescendo inizia a dimostrare capacità magiche e una curiosità per la conoscenze formidabili. Olton però, pur avendo fatto una promessa a Dalagoth, non vuole per nessun motivo che il figlio si avvicini alla magia, ma pretende che segua le sue orme nel settore marittimo. Greg però non si lascia convincere e di nascosto inizia a prendere lezioni di magia con i suoi amici da Maestro Dovan.
La vita sembra trascorrere tranquilla fino a quando un complotto non mette a rischio la pace tra i due grandi imperi, Selthon e Naren e viene rubata una pietra magica importantissima viene rubata per far sì che i Demoni possano riprendere il possesso della Terra, dopo che millenni prima gli Angeli li avevano relegati nel sottosuolo.
Primo di una saga di sei romanzi rientra nel classico fantasy: un bambino orfano predestinato, un destino segnato, la nemesi cattiva, la battaglia tra Angeli e Demoni, l’imposizione del padre che tenta di non far avverare il destino e il cambiamento dell’eroe predestinato che prende coscienza del suo ruolo.
L’ambientazione non è molto classica, infatti l’autore mischia la classica ambientazione in stile medievale con elementi ultratecnologici, alcuni dei quali sono quasi fantascientifici anche per la nostra epoca. Questo aspetto però invece di rovinare l’effetto del libro è l’unico che lo rende un po’ innovativo e diverso dal solito senza accentuare il déjà vu descritto sopra.
Le descrizioni degli ambienti sono molto particolareggiate e portano il lettore a immaginarsi i paesaggi realisticamente, come se in un lontano passato abbia avuto l’opportunità effettiva di visitarli. Non si può dire lo stesso dei personaggi. O meglio, la presentazione dei personaggi è fatta molto minuziosamente sia a livello fisico che mentale e sentimentale, è l’evolversi che viene tralasciato, specialmente per quanto riguarda il protagonista che passa da bambino ribelle e quasi infantile a eroe predestinato nel giro di nemmeno due righe lasciando il lettore un po’ sdubbiato.
Altra piccola parte che lascia un po’ di amaro in bocca è quando l’amica di Greg, Lisa, viene posseduta da un Demone che la manovra come una marionetta. Oltre a essere molto e troppo simile alla serie televisiva Supernatural il lettore si sente preso in giro quando Lisa, una volta liberata dal Demone, inizia a domandarsi se effettivamente il malvagio sia lui o qualcun altro, magari proprio Greg. Dubbio che non torna con la storia narrata.
In conclusione un ottimo romanzo fantasy nel suo insieme, specialmente vista la moda del momento a raccontare di creature più leggendarie come licantropi e vampiri, che però vista ormai l’eccessivo sfruttamento di questo filone riporta troppi riferimenti e déjà vu.

Alessandro H. Den nasce e cresce a Firenze. Fin dai tempi dell’asilo dimostra una grande passione per la scrittura iniziando i primi scarabocchi, passando poi ai tempi delle elementari ai primi raccontini e continuando con romanzi negli anni successivi, lasciando prove di questo anche sui banchi di scuola oltre che sui vari fogli.
Appassionato a troppe cose sceglie come linea di studio un corso poliedrico e decide di frequentare la Facoldtà di Design.
Il primo libro della saga scrive a sedici anni, però riesce a consegnare la copia definitiva per la pubblicazione solo anni dopo, quando lo ha già cestinato e riscritto almeno cinque volte.
La sua passione è così forte che al momento pur essendo impegnato a frequentare il secondo anno della laurea magistrale in Architettura, sta scrivendo il quarto romanzo della saga Le pietre di Talarana e il secondo romanzo breve della saga Le memorie di Talarana.

:: La scimmia di Hartlepool, Wilfrid Lupano – Jérémie Moreau (Tunué, 2015) a cura di Federica Guglietta

3 giugno 2015 by

hartlepool0La paura del diverso, spesso e volentieri, induce a compiere azioni disonorevoli. Ieri come oggi. Il pregiudizio, l’ignoranza intesa prevalentemente come non conoscenza dell’altro più che qualcosa legata al proprio grado di istruzione o ambiente in cui si vive insieme possono diventare una combo mortale.

Avrei potuto cominciare questa recensione parlandovi direttamente del cattivo sangue che scorre da secoli tra inglesi e francesi, spoilerandovi così mezzo libro e anche di più (ops…), ma facciamo un passo indietro poiché è tutto più narrativamente complicato e intrigante di ciò che potrebbe sembrarvi.

Ci troviamo in Inghilterra, più precisamente nella parte nord – est, ad Hartlepool, città portuale nella Contea di Durham. Ebbene, in questa città che anni ed anni fa era un villaggio c’è una statua.

Chi raffigurerà mai?

Sarà un re? Un capitano a cavallo? Il padre fondatore del posto?

Niente di tutto questo.

La leggenda vuole che, durante il periodo delle guerre napoleoniche, proprio qui, in questo villaggio che si affaccia sul Mare del Nord, sarebbe stata impiccata una scimmia. Stando al racconto, infatti, un pescatore avrebbe trovato l’animale dopo essersi avvicinato ad una nave da guerra francese alla deriva. Come potrete ben immaginare, l’uomo non aveva mai visto dal vivo né un francese tantomeno una scimmia e, avendola trovata a bordo totalmente sola, la scambiò per un essere umano. Per uno di loro. Non pensò minimante di poterla trarre in salvo, si trattava pur sempre di uno straniero, un francese, loro acerrimo nemico per definizione.

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Proprio per questa ragione, dopo un processo molto sbrigativo e alla buona (neanche per la peggior ipotesi di Legge del Taglione), impiccò la povera e malcapitata scimmia.

Questa leggenda deve aver influito molto sull’immaginario collettivo, tanto che i tifosi della squadra di calcio locale vengono chiamati Monkey hangers, ossia impiccatori di scimmie.

Non solo.

nTramandata di bocca in bocca, la storia della scimmia impiccata dal pescatore è arrivata fino alle orecchie di Wilfrid Lupano, spingendolo a scrivere una storia ispirata a questo fatto verosimilmente accaduto e poi magnificamente illustrato da Jérémie “Morrow” Moreau, disegnatore giovanissimo, capace di ricreare con la sua matita atmosfere cupe ed esilaranti allo stesso momento e di caratterizzare i propri personaggi donando loro un’aria caricaturale molto simpatica, da un lato, e di forte impatto emotivo dall’altro.

Col suo insieme di trama tragicomica e illustrazioni in pieno stile cartoon e grotesque, La scimmia di Hartlepool (titolo originale Le Singe de Hartlepool), è un graphic novel pubblicato in Francia nel 2012 dalla Delcourt, mentre in Italia è uscito lo scorso febbraio per la casa editrice Tunué.
Mai come di questi tempi c’è bisogno di leggere, rileggere e consigliare libri di questo genere. Sì, anche a fumetti. Per riflettere, sia sulle azioni degli uomini che sulla ripetitività della Storia e non si può negare che le illustrazioni comunichino più delle parole, nella maggior parte dei casi.

Una storia, questa di Lupano e Moreau, che sembrerebbe raccontata con leggerezza, ma che, a fine lettura, lascia l’amaro in bocca e una ferita profonda.

Un racconto storico, per essere più precisi, per nulla pesante. Al contrario, possiamo notare: tratti per niente discontinui, colorazione tenue che si fa accesa nei momenti di maggior pathos, narrazione scorrevole e che non lascia nulla al caso. Non per niente, queste sono le caratteristiche che hanno permesso ai due autori di essere premiati al Gran Prix di Angouleme.

Come nella leggenda, siamo nel 1814. Una nave francese va a picco. Sopravvivono solo la scimmia – mascotte dell’equipaggio e un ragazzino di nome Charly, cresciuto da una balia inglese. Vi ricorda qualcosa il diminutivo Charly? Niente? Sicuri? Il riferimento storico è latente, ma non del tutto estraneo alla conoscenza collettiva, in quanto potrebbe trattarsi (anzi, togliamo pure quel potrebbe) di un personaggio ispirato a Charles Darwin.

Il motore delle azioni degli abitanti del villaggio è la paura del diverso, il terrore nei confronti di quell’altro da sé catapultato sotto i loro occhi nelle sembianze di una scimmia in divisa francese che è diventa, quindi, emblema e capro espiratorio di tutta la popolazione nemica. Prima di agire, si “difendono” verbalmente dallo sconosciuto con espressioni che non lasciano niente all’immaginazione: «Brutto verme ingoia merda di gallina, sporco mangia trippe di ratto», oppure «Maledetto figlio di una cagna ingravidata dal demonio travestito», e ancora «Sporco aborto di pantegana rabbiosa», tanto per fare qualche esempio.

La nostra povera protagonista sarà condannata a morte dalla giustizia popolare, reo di essere una spia napoleonica.

Il ragazzino, invece, è l’unico a riuscire in qualche modo a stabilire un contatto con i suoi coetanei di Hartlepool. Unico spiraglio di speranza in una storia dominata da odio ed incomprensione.

Wilfrid Lupano, classe 1971, scrittore e sceneggiatore. Già autore di molte opere, ad esempio: Alim le Tanneur, la satira Les Aventures de Sarkosix, il western L’Homme qui n’amait pas les armes à feu, il polar (diminutivo francese che indica il genere poliziesco – noir) Ma Révérenc, ma è nel 2012 con La Singe de Hartlepool che raggiunge il successo.

Jérémie “Morrow” Moreau, classe 1987, premiato come giovane talento ad Angouleme nel 2012, nel 2005 vince il Premio BD scolaire e poi inizia la sua carriera anche nel mondo dell’animazione. Oltre a La Singe de Hartlepool ha pubblicato anche un’altra opera dal titolo Max Winson, questa volta da autore completo.

:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

30 Maggio 2015 by

72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

:: Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte, (ed. Cento Autori, 2015) a cura di Viviana Filippini

30 Maggio 2015 by

fuga_d_azzardo_libroUna valigia piena di soldi e una donna in fuga si sa da chi, ma non  bene il  perché. Kimberly bella, bionda, figlia di papà è in realtà una ragazza ribelle che abbandona la sua vita di benessere per seguire il suo uomo, Mirko Sladek. Lui è l’uomo di fiducia di La Cocca, il potente boss che ha il controllo assoluto dello spaccio di droga sulla Costa Ovest degli Stati Uniti. Durante la compravendita di una costosa partita di droga la ragazza si intrufola nella trattative e non perde occasione di fuggire con il malloppo. Entrambi sono i protagonisti del nuovo romanzo si Franco Forte, Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere (ed. Cento Autori). Dall’America, la narrazione si sposta in Italia, a Cremona, una cittadina tranquilla pacata dove la ragazza è sicura che i suoi sicari inseguitori non la troveranno mai. Peccato che questa certezza si rivelerà per Kimberly una mera illusione. Il motivo? I suoi inseguitori la troveranno, ma sulle sue tracce si metterà anche la polizia italiana, e per la giovane comincerà una nuova fuga e una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Nel nuovo libro di Forte la suspense è a fil di lama, pagina dopo pagina è un crescendo di situazioni che tolgono il fiato a chi legge, con colpi di scena spesso inaspettati. Ci sono personaggi che credono di essere giustiziati per i propri errori, ci sono brutali carnefici che ricompiano sulla scena, dimostrando che di non essere morti come qualcuno avrebbe voluto. Ci sono tradimenti, ripicche e intrighi che raccontano la delinquenza nascosta dietro all’apparente ordine del mondo nel quale i protagonisti vivono. Nel thriller di Franco Forte riecheggiano i film e la letteratura pulp, atmosfere crude alla Tarantino, ma anche scene di estremo pericolo e violenza fisica e psicologia alla quale tutti i personaggi presenti sono sottoposti dalla penna dello scrittore. Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere è molto vicina alla letteratura hard boiled per l’elevato tasso di suspense, tensione e senso di rischio incombente, che aleggia dalla prima all’ultima pagina. Quello che accade a Kimberly, e a chi cerca di catturarla e eliminarla, è la testimonianza che la fuga non è sempre la via migliore da scegliere per avere salva la vita. In Fuga d’azzardo. Non sempre fuggire significa continuare a vivere, Franco Forte spiazza il lettore fino all’ultima pagina, a dimostrazione che anche chi sembra avere una possibilità di redenzione, forse ha sbagliato troppo per ottenerla.

Franco Forte è giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi bestseller Carthago (Mondadori, 2009), La Compagnia della Morte (Mondadori, 2009), Operazione Copernico (Mondadori, 2009), i cui diritti di traduzione cinematografica sono stati acquistati da Dino De Laurentiis, La stretta del Pitone (Mursia, 2005), Il figlio del cielo e L’orda d’oro (Mondadori, 2000) – da cui ha tratto uno sceneggiato TV su Gengis Khan prodotto da Mediaset – China killer (Marco Tropea/Il Saggiatore, 2000). Tra gli altri libri: Roma in fiammeIl segno dell’untore (2013) e Ira domini. Sangue sui navigli(2014) e Caligola. Impero e follia (2015).
Sempre per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato a serie televisive quali RIS – Delitti imperfetti, Distretto di polizia e Intelligence. Per la RAI ha scritto alcune puntate della fiction Alpha Cyber. Il suo esordio come narratore risale al 1990, con il romanzo Gli eretici di Zlatos (Editrice Nord). Direttore responsabile della rivista «Writers Magazine Italia» (www.writersmagazine.it) ha pubblicato Il Prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per gli autori esordienti.
Ha curato antologie per Mondadori, Stampa Alternativa, Editoriale Avvenimenti e ha tradotto i romanzi Aristoi e Metropolitan di Walter Jon Williams (Mondadori), Meglio non chiedere di Donald E. Westlake (Marco Tropea Editore) e, dal tedesco, Q come Caos di Falko Blask (Il Saggiatore).

:: Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, Matteo Strukul (E/O, 2015)

28 Maggio 2015 by

CULa violenza iperrealista del pulp si unisce alla poetica melanconica dei sentimenti nel nuovo capitolo (conclusivo?) della saga di Mila Zago, Cucciolo d’uomo – La promessa di Mila, del padovano Matteo Strukul. Direte voi: mai connubio fu più stridente. E in effetti è esattamente la prima impressione che si prova avvicinandosi a questo personaggio di bounty killer dagli occhi verdi e dai vistosi (e coreografici) dreadlocks rossi. Un personaggio che sembra nato per il fumetto a cui l’autore, vistosamente innamorato della sua creatura, dona uno spessore che solo la letteratura di impegno civile sa dare, pure con le leggi ferree del pulp: frasi brevi, dialoghi sovrabbondanti, scene d’azione chiassose e sopra le righe. Ma se il pulp noir ha connotazioni americane, Strukul cambia registro e ci inserisce come scenario il suo Veneto e sfumature mitteleuropee, (retaggio della sua cultura e formazione), e ciò che genera è decisamente anomalo e senz’altro unico nel panorama noir italiano, pieno anche di pessimo noir di importazione e imitazione. Può non piacere il genere, ma è indubbio che va apprezzato il coraggio di questo autore di tentare queste contaminazioni su direttive prestabilite e proporre una sua voce. La sua eroina (femminista) scopre l’istinto materno e reagisce naturalmente a modo suo: difendendolo come una belva feroce difende il suo cucciolo da tutti coloro che vogliono fargli del male. Parlavo di impegno sociale, e qui è evidente il ruolo della violenza mai fine a se stessa ma utilizzata come strumento di rottura per stigmatizzare un certo tipo di crimalità globalizzata, la “McMafia”, capace di infiltrarsi negli strati più sani della società e che non ha scrupolo di usare i più deboli, i bambini, per traffici illeciti che vanno dalle adozioni illegali, alla schiavitù sessuale, al trapianto di organi. E Mila in viaggio verso Berlino con il suo prezioso supertestimone deve vedersela anche con nemici interni all’ organizzazione per cui lavora. Chi è la talpa? Chi è il traditore? A un certo punto la violenza sarà troppa pure per Mila? Per esserne sicuri lo chiederemo all’ autore, prossimamente su queste pagine.

Matteo Strukul è stato scoperto da Massimo Carlotto, ha pubblicato per la E/O Edizioni, La ballata di Mila (vincitore del Premio speciale Valpolicella 2011 e semifinalista al Premio Scerbanenco 2011), e Regina nera. La giustizia di Mila. Ha anche scritto la sceneggiatura del fumetto Red Dread (Lateral Publish 2012), basato sulle avventure dell’eroina del suo primo romanzo, Mila Zago, disegnato da Alessandro Vitti e vincitore del Premio Leone di Narnia 2012 come miglior fumetto seriale italiano. Laureato in giurisprudenza e dottore di ricerca in diritto europeo dei contratti, collabora con Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre e La Tribuna di Treviso. È inoltre ideatore e fondatore di Sugarpulp, movimento letterario veneto che ha ricevuto la benedizione di Joe R. Lansdale e Victor Gischler, nonché direttore artistico dello Sugarpulp Festival. Dirige Revolver, nuovo marchio editoriale di Edizioni BD dedicato al noir. Vive insieme a sua moglie Silvia fra Padova e Berlino.

:: La porta dei morti, Sibyl von der Schulenburg, (Il Prato, 2015)

28 Maggio 2015 by

LaScrittrice bilingue, vissuta in ambiente multiculturale tra Germania, Svizzera e Italia, Sibyl von der Schulenburg è autrice di alcuni romanzi definiti psicoromanzi, per le loro dinamiche psicologiche e introspettive. La porta dei morti, edito da edizioni Il Prato, è il suo quarto romanzo di questo particolare sottogenere della narrativa e ci porta in Toscana, raccontandoci una storia di solitudine, dolore e riscatto, non priva di elementi parapsicologici. Il romanzo inizia in modo molto crudo, quasi con venature horror, ci presenta il disturbo mentale della protagonista, Giulia Regazzoni, un’ anziana cittadina svizzera che vive in un casale isolato vicino a Verdalmasso, sulle colline toscane. Giulia soffre di un disturbo denominato animal hoarding che la spinge a raccogliere nella sua abitazione una grandissima quantità di animali facendoli vivere in condizioni insalubri e inadeguate. A rompere il suo fragile equilibro arriva sua nipote, Lucia, un’ adolescente sovrappeso portata dalla madre in Toscana e affidata alle cure della nonna. Tutto si svolge in modo molto drammatico e le reazioni della nipote all’incontro con la nonna sono senz’altro di disagio se non di disperazione.(Come primo pasto la nonna consegna alla nipote una lattina con un pasticcio di carne, e per un attimo ho pensato che fosse cibo per cani). Quando poi arriva una psicologa, Valeria Zorzi, per valutare le sue condizioni, la storia si dipana tra realtà e irrealtà, in un percorso di autoguarigione che se vogliamo porterà rafforzarsi il rapporto tra nonna e nipote, in una chiave anche terapeutica. Leggende etrusche, poteri medianici, si aggiungono a colorire una storia di per sè già ricca di spunti narrativi. Senz’altro i temi centrali del romanzo sono la morte e la perdita e cosa ruota nella mente delle persone che li affrontano il più razionalmente possibile. La paura della morte o meglio la paura del morire vengono esorcizzate da complesse derive mentali e soprattutto il senso di perdita e di distacco e di colpa può generare mostri, e così capita alla nostra Giulia, finchè non trova la forza nella nipote per guarire. Lo stile dell’autrice è davvero piacevole, piano e immediato e aiuta a seguire questa vicenda che non risparmia i lati più negativi di una patologia davvero invasiva. La descrizione delle carcasse di animali morti, i liquami, le immondizie abbandonate, creano senz’altro nel lettore un forte stato di disagio, che si accentua scavando sempre più a fondo nella psiche di Giulia, ma si avvicina la festa di san Giovanni, quando i morti e i vivi possono entrare in contatto. Realtà? Frutto solo della mente dei personaggi? Quello che è certo è che i sentimenti hanno un potere curativo ed è senz’altro questo il messaggio positivo del romanzo.

Sibyl von der Schulenburg  dopo un esordio in saggistica, si dedica a storie di persone in condizioni psichiche conflittuali. É autrice dei psicoromanzi “Ti guardo”, “I cavalli soffrono in silenzio” e “La porta dei morti”.

:: I trasfigurati, John Wyndham, (BEAT, 2015) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2015 by

i_trasfiguratiLa fantascienza è ben lontana dall’essere scomparsa, malgrado quello che si può pensare in certi momenti, e il filone che da anni va per la maggiore, complici riproposte ma anche nuove storie, come il solo all’apparenza adolescenziale Hunger Games, è la distopia, il futuro negativo, in cui le cose sono andate nel modo peggiore che si poteva immaginare.
I trasfigurati di John Wyndham, best-seller di alcuni decenni fa, si inserisce in pieno nella distopia, presentando la fobia, oggi forse in parte scomparsa dopo la fine della Guerra fredda, del mondo post atomico, in una società in cui tutto si è riformato intorno a piccole comunità dominate da un fanatismo religioso che ha ripreso alcuni inquietanti elementi dall’eugenetica.
L’eroe di questo mondo allo sbando è David Strorm, un adolescente che vive a Waknuk, in un punto non precisato degli ex Stati Uniti d’America, figlio di uno dei tanti predicatori nati in questo zelo religioso. L’imperativo di questi nuovi integralisti è la lotta e lo sterminio di ogni mutante, persone o animali con deformità più o meno evidenti (verrebbe da dire fisiologiche dopo un disastro nucleare), ma David sarà il primo a ribellarsi a questa disumanità quando incontrerà Sophie, una bambina giunta per caso nella sua comunità, con sei dita nei piedi, e quindi secondo suo padre ed altri assolutamente da eliminare.
David dovrà trovare la sua strada e una nuova prospettiva, in un mondo che scoprirà diverso da quello in cui credeva, dopo i Mutanti stanno diventando sempre di più una realtà e dove stanno emergendo anche comunità diverse da quella in cui lui è cresciuto.
I trasfigurati è un romanzo di grande interesse, e non solo per chi ama la fantascienza sociologica, che offre tantissimi spunti. La metafora della ricerca di una propria strada e della storia di formazione è eterna e sempre efficace, mentre l’idea di una società futura dominata da integralismo religioso e fanatismo non sarà nuovissima ma in questo momento storico è particolarmente inquietante. L’odio per il diverso, specchio deformato di tutti gli odi per i diversi di cui è piena la storia è sempre un qualcosa su cui riflettere, perché nella paura verso l’altro si definiscono i limiti di una società, in questo caso un mondo ristretto terrorizzato dalle ovvie conseguenze degli errori umani.
Una storia quindi interessante e avvincente, con vari livelli di lettura, capace di creare inquietudine in chi legge ma anche di far riflettere sui limiti della società, su fobie, estremismi, pericoli, perché in tanti angoli del mondo ci sono dei David che lottano contro l’oscurantismo e il bigottismo per un mondo migliore, un mondo in cui tutte le Sophie che ci sono non siano discriminati. E il tutto è raccontato con uno stile asciutto, senza retorica, come nella grande letteratura. A questo punto c’è da sperare che vengano proposti altri libri di Wyndham, che in passato, non con I trasfigurati, ispirò il cinema fantascientifico in una delle sue stagioni migliori.

John Wyndham è uno degli scrittori inglesi più noti della seconda metà del Novecento. Dai suoi libri sono stati tratti alcuni celebri film come L’invasione dei mostri verdi di Steve Sekely e Il villaggio dei dannati del maestro dell’horror John Carpenter.

:: Piena di niente, Alessia Di Giovanni, Darkam (Becco Giallo, 2015) a cura di Elena Romanello

27 Maggio 2015 by

piena-di-nienteChe i fumetti non siano più da tempo pura evasione è cosa nota ormai non solo agli addetti ai lavori, che ci siano case editrici che hanno deciso di puntare sul fumetto come veicolo di impegno sociale è una conferma di questo.
Un nome su tutte è quello del Becco Giallo di Padova, che da anni edita graphic novel, spesso di autori e autrici italiani, su argomenti di attualità e Storia recente, spesso scomodi ma incapaci di lasciare indifferente chi le legge.
Uno degli ultimi titoli del catalogo Becco Giallo è Piena di niente, di Alessia Di Giovanni alla sceneggiatura e Darkam ai disegni, che racconta la questione dell’interruzione volontaria di gravidanza e di tutti i problemi che ci sono nel nostro Paese attraverso le storie emblematiche di quattro donne, di età e condizione sociale diversa, che si trovano a dover affrontare una maternità non voluta, per motivazioni personali valide, e a confrontarsi con le difficoltà per ottenere l’aborto.
Loveth è una delle tante ragazze africane costrette sul marciapiede, Giulia un’infermiera con già due figli e un marito disoccupato cronico e bigotto che la colpevolizza per non volere un terzo figlio, Monica una bulimica d’affetto che colleziona compagni sbagliati, Elisa una ragazzina disinibita. Quattro punti di vista diversi, che fanno emergere problemi vecchi e nuovi, disagi, questioni sociali, paraocchi ideologici, senza condannare nessuno ma raccontando la cronaca di cosa può succedere, in situazioni più o meno estreme.
La sceneggiatura e i disegni procedono per punti forti, saltando da una storia all’altra, ciascuna con le sue criticità, dalla tragedia delle schiave sessuali alla solitudine, dalle minorenni abbandonate a loro stesse ma incapaci di poter scegliere liberamente la propria vita ai danni dell’obiezione di coscienza sulle vite delle donne. Uno spaccato impietoso dell’Italia, su una questione regolamentata da una legge che sulla carta è stata considerata una delle migliori in materia al mondo, ma che nella pratica crea patemi, discussioni, cattive applicazioni, tabù sempre più grandi.
Ne è una prova questa graphic novel, interessante, certo non commerciale e commerciabile ma da leggere, che ancora più di altri titoli del Becco Giallo è stata vittima di un boicottaggio da parte di molti organi di stampa, forse perché percepita come troppo scomoda e scabrosa, e dire che tutto viene trattato senza sbavature e gratuità, in una storia da consigliare a chi ha fatto a suo tempo le battaglie per i diritti delle donne ma anche a chi oggi non sa quanto certe cose sono ancora ben lontane dall’essere conquistate. Una graphic novel che non lascia indifferente, un viaggio in animi, storie, drammi e questioni su cui meditare.

Alessia Di Giovanni è sceneggiatrice, scrittrice, videomaker e giornalista. Ha cofondato lo Studio Creative Comics, realizzato vari documentari sulla condizione femminile. Per Becco Giallo ha già realizzato Io so’ Carmela.

:: Una vita intera, Robert Seethaler, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

26 Maggio 2015 by

unaConcisione all’estremo e nello stesso tempo contenuti molto più vasti rispetto a quelli contenuti nella pagina: è questo il pensiero che si prova leggendo e sfogliando Una vita intera di Robert Seethaler, uno dei tanti autori tedeschi ospiti all’ultimo Salone del libro, non alla sua prima prova letteraria ma senz’altro ad una delle sue più efficaci.
In 150 pagine scarse l’autore racconta una storia personale ma universale, quella di Andreas Egger, bambino poi ragazzo e poi uomo mentre scorre intorno a lui, anche sulle sue montagne austriache, la Storia del Novecento, tra catastrofi naturali, guerre, vita che cambia, progresso che porta nuovi modi di vivere la montagna.
Andreas è un antieroe, un vinto (non a caso leggendo queste pagine il modello che emerge è Il mondo dei vinti di Nuto Revelli), un bambino mandato a servizio da uno zio che non gli risparmierà niente, un ragazzo rimasto zoppo, capace di innamorarsi per un attimo di Marie e di ricordarla per sempre, un prigioniero di una guerra sbagliata, una persona che vive montagne che cambiano man mano il loro volto, da luoghi duri a posti di turismo, mentre passa questa vita intera, che resta dentro chi la legge, e il mondo cambia.
Una vita intera colpisce per sincretismo, rigore e non patetismo, raccontando la vita di un uomo non come l’esistenza di un disgraziato, nonostante gli capiti di tutto, ma come emblematica di una condizione di lavoro duro, ma alla fine di equilibrio interiore, dove contano più le brevi gioie perse negli anni delle disgrazie.
Andreas Egger è un personaggio che resta nel cuore, forse simile a tanti vecchi montanari che molti cittadini, ancora qualche anno fa, hanno incrociato in tanti luoghi per loro di villeggiatura sulle nostre montagne, gente sopravvissuta a rigori, guerre, fame, vite che non si possono immaginare se non attraverso le parole altrui. Un libro interessante sia come spaccato di vita così lontano dall’oggi ma ancora presente sotto l’aria delle nostre cime, sia per lo stile asciutto e interessante dell’autore, sia per chi vuole sapere qualcosa di più su che animi vagavano e vagano in quei posti dove oggi si va a sciare, a mangiare polenta, a fare passeggiate per recuperare un rapporto con la natura non sempre matrigna, a comprare toma e burro genuini senza pensare a tutto il lavoro che c’è dietro.
E la concisività del libro, poco più che una novella, è senz’altro un punto a favore, oltre che la dimostrazione che in tempi di bulimia narrativa si possono dire anche le cose essenziali senza dilungarsi troppo.

Robert Seethaler è nato a Vienna nel 1966. Autoree sceneggiatore, nel 2007 il suo romanzo d’esordio è stato premiato con il prestigioso premio del Buddenbrookhaus. Ha ottenuto numerose borse di studio, tra cui la Alfred Döblin dalla Academy of Arts, e il film tratto dalla sua sceneggiatura (Die zweite Frau) ha ricevuto un importante riconoscimento al Festival del Cinema di Monaco di Baviera nel 2009. Una vita intera è stato un grande successo di critica e pubblico. Attualmente vive tra Vienna e Berlino.

:: La donna che leggeva troppo, Bahiyyih Nakhjavani, (BUR, 2009) a cura di Micol Borzatta

26 Maggio 2015 by

LaPersia 1800. Tahirih Qurratu’l-Ayn non è come tutte le donne. Nasce in una famiglia benestante e questo le permette di ottenere un po’ quello che vuole, infatti viene cresciuta come un uomo potendo studiare, cosa che era totalmente vietata alle donne, viste come esseri inferiori e utili solo per procreare. Tahirih è bella, sensibile, curiosa, adora scrivere poesie, discutere di politica e questo la porta a proclamare la dignità delle donne guadagnando la fama di ribelle e poetessa tra quelli che la seguono e di puttana e strega tra coloro che la temono.
Un giorno viene accusata di omicidio, riesce a fuggire per un po’ ma alla fine viene catturata. Nel momento della cattura si toglie il velo, gesto che la porta a entrare nella storia, e il suo fascino unito alla sua saggezza confondono i persecutori e quando viene consegnata riesce a farlo innamorare attirandosi l’odio della madre del sovrano.
Un libro interessante che ci porta a conoscere realtà a noi lontane e sconosciute, peccato per la lentezza dello stile e la narrazione statica che portano il lettore ad annoiarsi un po’ se non è un appassionato del genere.
Se si riesce a superare l’ostacolo della lentezza il romanzo merita davvero trasportando il lettore in un’epoca e in luoghi a noi del tutto sconosciuti trasmettendo totalmente il pensiero e il credo della gente, facendoci vivere le lotte morali affrontate dai personaggi.
Le descrizioni a volte sono un po’ pesanti però necessarie perché altrimenti non riusciremmo a capire le tematiche.
Consigliato a chi vuole conoscere il mondo che lo circonda.

Bahiyyih Nakhjavani nasce in Iran in una famiglia bahai, ovvero con fede monoteista, cresce in Uganda, studia nel Regno Unito e negli Stati Uniti e attualmente vive in Francia. Scrittrice iraniano-statunitense insegne letteratura americana. Nel 2007 l’Università di Liegi le conferisce la laurea honoris causa per la sua attività letteraria.

:: Il giorno degli eroi, Guido Sgardoli, (Rizzoli, 2014) a cura di Viviana Filippini

23 Maggio 2015 by
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Di solito non mi emoziono con facilità, ma Il giorno degli eroi di Guido Sgardoli che ha ricevuto il Premio speciale della giuria del premio Andersen 2015 assieme ad altri due libri  che raccontano la guerra ai ragazzi, mi ha davvero commosso, nel senso che mentre lo leggevo ad un certo punto gli occhi hanno cominciato a lacrimare da soli. Il perché? Perché nel giovane protagonista Silvio ho rivisto il mio bersagliere Luigi, quel mio prozio, del quale sono riuscita a recuperare pochi mesi fa l’esatta data di nascita e una fotografia, partito per la guerra nel 1917 e morto a soli 18 anni sul Carso.  Il libro di Sgardoli, edito dalla Rizzoli, si concentra sulla Prima guerra mondiale e su come essa cambiò la vita di molti italiani, quando il governo decise di dichiarare guerra all’Austria il 24 maggio del 1915. Tanti furono i giovani che, carichi di eroismo e grandi speranze, indossarono la divisa pronti a raggiungere il fronte per una guerra che secondo tutti non sarebbe durata a lungo. Tra coloro che avrebbero voluto, da subito, combattere per la patria c’era anche Silvio, ma lui, classe 1899, era troppo piccolo e per tale motivo rimase a casa a guardare i suoi fratelli maggiori imbracciare le armi e partire per il fronte. Sgardoli racconta una guerra che, ce lo documentano anche i libri di storia, durò molto più del previsto e questo suo dilatarsi permise anche al protagonista di Il giorno degli eroi, di partire per il fronte nel 1917. In poche settimane tutto l’eroismo, l’amor di patria e la gioia dell’adolescente, come quella di molti altri suoi compagni, furono spazzati via dalla logorante monotonia della vita di trincea. Il libro di Sgardoli è un viaggio dentro alla vita di quei  giovani italiani che finirono a combatter la guerra del 1915-18, ed è coinvolgente perché l’autore riesce a farci percepire lo stato emotivo di ognuno di loro. Dalle piccole gioie (come quando a pochi soldati è riservata una cena più sostanziosa), ai momenti di impavido coraggio come quando il protagonista e i compagni escono dalla trincea e corrono verso i Ta-pum austriaci, i lettori sono  travolti da eventi ed emozioni. Questi ragazzi così giovani, animati da una immensa voglia di vivere e di fare, vedono disintegrata ogni loro certezza e speranza per il domani dalla monotonia delle giornate di trincea e dalla brutale violenza del conflitto bellico. In tutto il romanzo si percepisce un’atmosfera nella quale c’è da parte di questi soldati un bisogno profondo di pace, di tranquillità. I protagonisti sentono la necessità di comprendere se quella guerra che stanno combattendo abbia un senso o no, e vogliono capire se chi è additato come il nemico da combattere è davvero pericoloso come dicono coloro che stanno al comando degli eserciti, e si tengono ben lontani dalla prima linea dove i soldati semplici convivono con il freddo, il fango e la paura. Silvio e tutti i protagonisti de Il giorno degli eroi sono giovani uomini che giorno dopo giorno desiderano tornare a casa. Loro sono persone, o forse è meglio scrivere, eroi comuni che hanno sacrificato la loro esistenza senza riuscire mai a saperne il perché. La storia narrata da Guido Sgardoli ne Il giorno degli eroi dovrebbe essere letta dai ragazzi, ma anche dagli adulti, per riscoprire un po’ di passato e per comprendere lo stato emotivo di quei giovani uomini, italiani e stranieri, mandati al fronte, come carne da macello, a combattere una guerra voluta da altri e non da loro. Dai 12 anni in poi.

Guido Sgardoli è nato a San Donà di Piave (VE) nel 1965, vive e lavora a Treviso. Laureato in Medicina Veterinaria, ha coltivato la passione per il disegno, l’animazione e la scrittura. L’esordio letterario è avvenuto con Salani nel 2004 ed è proseguito con numerosi titoli di narrativa dedicati al pubblico dei bambini, dei ragazzi e degli adolescenti con i più importanti editori italiani. Molte le traduzioni all’estero.
Aderisce, insieme ad altri autori e illustratori, a Writers With Children, movimento a favore del riconoscimento del diritto di cittadinanza per le bambine e i bambini stranieri nati in Italia, e a ICWA, la prima Associazione Scrittori Italiani per l’Infanzia e l’Adolescenza. Tra i principali riconoscimenti: Premio Penne 2007 con Il libro Kaspar, il bravo soldato (Giunti); Premio Gigante delle Langhe 2009 con il libro Il disinfestatutto (Nord-SudEdizioni); Premio Bancarellino 2009 per Eligio S. I giorni della ruota (Giunti); Premio Andersen 2009, Premio LiBeR miglior libro del 2011 per The Frozen Boy (Edizioni San Paolo);
Premio Cento, Premio Biblioteche di Roma 2012 per Due per uno (Nuove Edizioni Romane); Premio Internazionale Ceppo Ragazzi 2013 per la Letteratura per l’Infanzia e l’Adolescenza. http://www.guidosgardoli.it

Source: libro del recensore.

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