Gli occhi al finestrino, lascio fare al panorama. Ma questa malinconia balorda non ne vuole sapere, mi sta addosso più del caldo e delle mosche noiose. Come faccio sempre in questi casi, ritorno con la mente là, al mio posto speciale, la mia panca al limite del bosco. Mi sforzo di mettere a fuoco le montagne, il verde brillante dei prati e quello più scuro del ciliegio, e mia madre che viene verso di me con un paio di guanti e un mezzo sorriso che mi asciuga le lacrime.
Una sosta imprevista mi distrae: qualcuno sentiva il bisogno di un caffè, così ci fermiamo nel piazzale davanti all’ingresso di un piccolo bar senza troppe pretese. Mentre il gruppo si dirige all’entrata, la mia attenzione viene rapita dalla vista
della valle che si apre sul fianco della spianata. Dal ciglio del burrone si gode la vista dei monti bruni e aridi che delimitano il deserto, così diversi da quelli della mia terra, ma così affascinanti.
E cosa vedo pochi passi più in là? Una panca, poche assi di legno arrangiate che dominano la valle di fronte. Mi siedo e quasi non mi stupisco quando noto, appoggiati accanto a me, un paio di guanti. Guanti leggeri, di quelli che le donne marocchine usano per coltivare la terra.
Questa recensione è un po’ particolare, lo capirete continuando a leggere, e dimostrerà in un certo senso come i libri influenzano la vita, proprio la nostra quella di tutti i giorni. La mia, la tua, quella di tutti. A volte cosa leggiamo nei libri può suggerirci di fare qualcosa capace di cambiare e perché no migliorare la vita di tanti, e questo ammettiamolo è una delle cose più belle che ti può regalare un libro, in questo caso Ovunque tu sarai di Fioly Bocca.
Cosa ha di speciale questo libro? Forse niente, direte voi, è una storia minima, una storia d’amore, raccontata con penna lieve, e forse un po’ di poesia, ma non si discosta dai tanti romanzi sentimentali che potrete leggere, alle storie al femminile, come si usava dire una volta.
Tutte le volte che ho a che fare con la letteratura sentimentale o al femminile che dir si voglia, penso invariabilmente a Giorgio Scerbanenco e rifletto che non è il genere di per se zeppo di clichè, monotono, o ripetitivo, ma tutto dipende dall’autore che lo pratica. Scerbanenco oltre a inventare il noir all’italiana scrisse romanzi sentimentali e lo fece dignitosamente, forse Mio adorato nessuno, resta, almeno per me, il suo più bello, ma il punto è che se uno scrittore ha qualcosa da trasmettere non importa il genere che affronta, ciò che scrive ha invariabilmente qualcosa di speciale, capace di trasmettere bellezza.
Ma parliamo del libro: Ovunque tu sarai narra la storia di Anita e del suo inatteso incontro sul treno Torino – Milano con Arun, giovane scrittore di favole di origini italo-cambogiane.
Di Anita cosa sappiamo? Che è originaria delle Dolomiti, e ora vive a Torino, con Alice. Lavora in una casa editrice, per lo più correggendo bozze, poco apprezzata dal suo principale, sottopagata e senza prospettive di fare cosa realmente vuole. Ha un fidanzato Tancredi, un fotoreporter in carriera, con cui fa progetti di un futuro insieme anche se il loro rapporto ormai è logorato e l’indifferenza di lui e il suo preferire il lavoro a farla sentire amata, l’ha quasi spento del tutto.
Questa è la realtà ma nelle email che scrive alla sua madre morente, tutto viene trasfigurato in una corona di bugie dette a chi ami e vuoi tranquillizzare e convincere che sei felice. Il lavoro diventa una brillante carriera, Tancredi il migliore dei fidanzati, attento e disponibile, la sua vita una vita piena e soddisfacente.
Di Arun cosa sappiamo? Che i suoi genitori sono morti in Cambogia, durante gli anni del genocidio, e forse questa sua condizione di orfano gli ha dato una sensibilità speciale, la capacità di leggere dentro le persone e scrivere bellissime favole per bambini.
Nascerà un amore tra loro? Ci saranno ostacoli, fraintendimenti, verità non dette? Ogni storia d’amore è unica e speciale e così è la storia tra Anita e Arun. Raccontata con delicatezza e poesia, grazie ad un uso calibrato delle parole, quasi scelte una per una, dopo vari tentativi. Poi ci sono anche i luoghi a dare spessore alla storia: le montagne delle Dolomiti, i Murazzi e il Balon di Torino, la luce accecante di Marrakech, la neve di Copenhagen.
Tra le pagine di questo libro, ho trovato il mio tesoro. A un certo punto si parla di un progetto di Arun, scrivere un libro di favole il cui ricavato devolvere per i piccoli migranti, e ho pensato perchè non farlo davvero? Perchè non scrivere un ebook di favole e il ricavato darlo per migliorare le vite dei più piccoli che in questi anni stanno attraversando il Mediterraneo per venire in Europa. Tra chi mi legge c’è qualcuno che vuole aiutarmi, scrivendo una favola per questo progetto, o disegnando tavole colorate? Potremo decidere insieme come e dove pubblicarlo e a quale associazione devolvere il ricavato. Vi aspetto numerosi, potete scrivermi qui nei commenti o alla mia mail.
Aggiornamento:
Già numerose le adesioni come semplici supporter o proprio mettendosi in gioco scrivendo una favola, non solo scrittori ma anche se semplici lettori di questo blog. Abbiamo aperto un gruppo su Fb per parlare di tutti i dettagli: qui Chi non è su Fb sarà aggiornato via mai. Grazie a tutti.
Nuovo aggiornamento:
Il 22 dicembre 2016 è finalmente uscito “Favole Migranti”, acquistabile su Amazon al costo di 2,99 Euro. Tutti gli autori devolvono l’ intero ricavato ad associazioni che si occupano dei giovani migranti. Grazie a tutti.
Fioly Bocca ha 38 anni, laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Torino, si è specializzata con un corso in redazione editoriale. Vive tra le colline del Basso Monferrato ed è mamma di due bambini, di 2 e 3 anni. Tra le esperienze professionali più importanti: ha collaborato in qualità di redattrice con la casa editrice Einaudi, con settimanali locali e ha svolto uno stage presso il quotidiano “La Stampa”. Da febbraio 2004 lavora al CSI-Piemonte di Torino, nell’ambito della comunicazione on line. È autrice di un capitolo del romanzo “Spauracchi” (AAVV, Bacchilega Editore, 2005) e di un racconto per bambini incluso nel volume “Le storie di Ugo e Tea” (AAVV, Noi per voi per il Meyer Onlus, 2012). Da due anni cura il blog: www.bbodo.it.
Se vi parlassi di simmetria, cura maniacale di oggetti e dettagli, colori accesi (rosso e giallo, tra i preferiti), microcosmi in cui vivono personaggi che, in realtà, sono uomini – bambini mai cresciuti del tutto quale nome vi verrebbe sicuramente in mente?

Dal 20 al 25 aprile si festeggia la settimana della Lettura, e Torino aderisce con varie iniziative, in luoghi come le Biblioteche civiche, le biblioteche, la sede storica dell’Università, il Musli, Museo del libro per l’infanzia, con un pomeriggio dedicato a Emilio Salgari, e le case del quartiere, a cominciare dalla Cascina Roccafranca in via Rubino.
Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci, uscito a Marzo per Fazi editore, è un libro misterioso, strano, che mi ha ricordato Italo Calvino, ma anche certi scritti di Alberto Savinio (il fratello di Giorgio De Chirico) e di Iginio Ugo Tarchetti. La sua trama dà come la sensazione di entrare in un mondo surreale nel quale i diversi personaggi presenti portano le loro attenzioni e azioni a focalizzarsi su situazioni di vita quotidiana. Al centro dell’intreccio narrativo creato dalla Guarducci, che con questo libro è alla terza pubblicazione con Fazi, c’è una famiglia nobile fiorentina ormai decaduta, alle prese con una eredità contesa in una immaginaria località della Maremma. La famiglia in questione è quella dei Guastaldi, i cui componenti hanno tutti una caratteristica animalesca derivante da una sorta di malefico incantesimo, o forse più un difetto ereditario dovuto alle unioni tra consanguinei, che porta a far nascere dei primogeniti muniti da caratteri animaleschi e, spesso, mostruosi. La moglie del conte Gherardo, a conoscenza di questa imperfezione e in barba al divieto imposto dal marito, metterà al mondo in gran segreto due gemelli – Ugonotto e Gaddo- che lei stessa, poco prima di morire, affiderà a due contadini dipendenti della famiglia. Ugonotto diventerà adulto e, a conferma della tara genetica, avrà un aspetto disgustoso, ma la sua presenza fisica lo renderà una figura di tutto rispetto che, con il suo solo apparire e muoversi, riuscirà a conquistare le persone e pure gli animali della terra maremmana. E non a caso Ugonotto si sposerà la bella e ricca Marisa. La coppia avrà tre figli, anche loro con caratteristiche fisiche e comportamentali fuori dalla normalità, che in realtà riflettono patologie e comportamenti presenti anche nella società odierna. La vita della famiglia Guastaldi verrà destabilizzata quando da loro arriverà, volando con le proprie ali, come un fulmine a ciel sereno, Gaddo, il gemello odiato da Ugonotto. Questo uomo–pipistrello ha un fascino ammaliante che metterà a dura prova l’animo di Marisa. Il mondo proposto della Guarducci a tratti può sembrare una favola e fuori dalla realtà, ma leggendo con attenzione le vicende dei Guastaldi e comprendendo a fondo i caratteri dei diversi personaggi presenti nella narrazione, ci si rende conto che questi esseri letterari non possono essere etichettati solo cattivi, da una parte, e buoni, dall’altra, perché le caratteristiche del dire e del fare di ognuno dei presenti, rende i loro caratteri un misto di bontà e cattiveria. La presenza di entrambi i valori in queste creature letterarie dagli aspetti animaleschi, li porta ad essere simili agli uomini della realtà, cioè a coloro che come noi lettori stanno fuori dall’intreccio narrativo, a dimostrazione del fatto di quanto una storia scritta possa trasformarsi in uno specchio del mondo nel quale viviamo. Malefica luna d’agosto di Cristina Guarducci è una favola universale per adulti, rimandante alla dimensione dell’inconscio, nel senso che è vero che tutto accade nell’arco di tre giornate del mese di agosto, ma l’impossibilità di dare una collocazione temporale precisa alla vicenda raccontata rende i suoi contenuti validi ieri, oggi e domani. L’atmosfera narrativa, nella quale anche la natura stessa che fa da sfondo sembra essere viva e partecipe alle vicende di protagonisti, è caratterizzata da tinte fosche e noir che incutono timore, ma non fanno paura. Esse pongono il lettore davanti al fatto e alla presa di coscienza che le paure e le preoccupazioni quotidiane della spiantata e originale famiglia dei Guastaldi, forse, sono le stessi di tutto il genere umano.
Il libro illustrato è un qualcosa presente nell’editoria italiana, sia come traduzione di titoli stranieri che come proposta di prodotti italiani, considerato spesso, e non sempre a ragione, riservato ad un pubblico molto giovane.
Per chi frequenta il mondo di manga, cosplay, steampunk e simili, il nome di Anna Castelli torna periodicamente come quello di una personalità eclettica, cosplayer e scrittrice, organizzatrice di eventi e studiosa del Giappone, oltre che intrinsecamente veneziana fino al midollo. Liberi di scrivere ha incontrato Anna per parlare con lei delle sue molteplici e interessanti attività.
La quinta edizione di Mondo d’autore si svolgerà da aprile a giugno a 
Idolatrati da più di una generazione ed emblema di un immaginario che si manifesta oggi in fiere ed eventi in tema sparsi anche qui in Italia, i cartoni animati giapponesi sono passati nella saggistica da una fase di demolizione ad una di esaltazione eccessiva e spesso acritica. I tempi, però, sono maturi per una trattazione più ampia e interessante, fuori dai pregiudizi ma anche dal fandom.
Allora è semplice, ci hanno chiesto di essere uno dei diversi media partner della Terza edizione del Premio letterario “Narratori della Sera”, organizzato dalla casa editrice Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo. Vedrete il nostro logo nella pagina fan ed è la prima volta che aderiamo ad un’ iniziativa del genere.
Aiace Pardon, protagonista di La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon di Alessandra Selmi, edito da Baldini&Castoldi, è un placido senzatetto che bazzica nei pressi della Stazione Centrale di Milano. Fin qui nulla di strano. L’uomo, come molti altri clochard, riceve qualche spicciolo che gli permette di sopravvivere davvero con poco. Poi, per Aiace qualcosa cambia, perché ogni giorno c’è un misterioso donatore che comincia a dargli prima 5, poi 10, 20, 50 e pure un bigliettone da 100 euro. Pardon, chiamato così per la sua abitudine di scusarsi sempre e con chiunque, avendo problemi di vista non riesce a vedere bene il filantropo che ogni giorno gli da’ sempre di più, ma è colpito da un particolare: il suo benefattore indossa sempre- in barba alla pioggia, al gelo o alla neve- delle eleganti, costose e sempre pulite scarpe. Ad un certo punto Aiace scompare nel nulla e la sua amica di sempre, pure lei una senzatetto, è convinta che sia l’uomo dalla scarpe lustre l’assassino del mite Pardon. La donna, che all’intero commissariato vien scambiata per un fagotto parlante fatto di stracci, denuncia l’accaduto. Tra tutti i membri delle forze dell’ordine c’è solo un giovane poliziotto, Alex Lotoro che, incuriosito dalla clochard e dalla sua incredibile intelligenza, comincia a parlarle e a frequentare con lei, i luoghi dove il povero Aiace trascorreva le sue giornate. La strana coppia scaverà sempre più a fondo nella vita di Pardon, trovando non solo il suo cadavere, ma scoprendo anche la sua vera identità e quel sottile filo che lo lega al suo assassino. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è il primo romanzo di Alessandra Selmi, giovane editor lombarda che, in questo giallo ambientato in una Milano uggiosa, rende protagonista una parte del mondo dei senza fissa dimora presenti nella città della Madonnina, facendo conoscere a chi legge le situazioni che hanno condotto i clochard alle loro attuali condizioni di vita; facendoci scoprire anche quello che fanno e i luoghi che frequentano per sopravvivere. Davvero sfiziosa e interessante è poi l’alleanza tra Alex Lotoro e la barbona che lo affianca nella ricerca dell’assassino. Lui è sì poliziotto, ma nei confronti della donna sembra essere una sorta di “scolaretto alle prime armi”, perché la sua aiutante, piccola, goffa e su di età, assomiglia ad una enciclopedia fatta persona. Ad ogni incontro la clochard si presenta a Lotoro con un nome diverso, recuperato dalla letteratura o dalla storia, e lo istruisce su alcuni piccoli, ma importanti dettagli (le scarpe del presunto assassino sono lustre e non lucide; la vittima è stata strozzata e non strangolata), che permetteranno loro di trovare il colpevole. Lei, pungente, ironica e a tratti sarcastica, fornisce nozioni di ogni tipo al giovane poliziotto a volto imbranato, tanto che lui stesso ad un certo punto la apostrofa come «quella palla da bowling che ha mangiato un dizionario» e la ricompensa con dolci sfiziosi per la complicità fornita nell’indagine. La terza (e ultima) vita di Aiace Pardon è davvero un poliziesco avvincente, ricco di suspense e di imprevedibili colpi di scena. La Selmi però non si limita a raccontarci la rocambolesca trafila necessaria alla risoluzione del caso, perché lei ci mostra l’umanità, la solidarietà, l’amicizia e lo scambio di saperi che ci possono essere tra persone appartenenti a due mondi diversi. Basta solo andare oltre le apparenze, superare i pregiudizi e tutto diventa possibile.
























