Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare, Johanna Basford, (Gallucci editore, 2015) a cura di Viviana Filippini

15 Maggio 2015

img1990-gAlbum da colorare per adulti è la bella idea messa in forma da Johanna Basford, artista scozzese che in Inghilterra, Francia e anche in Italia sta riscuotendo grande successo con i suoi libri disegnati. L’ultimo, pubblicato da Gallucci, è La foresta incantata. Un intreccio a china da esplorare e colorare (giunta già alla seconda ristampa in Italia) un album con disegni tutti da colorare e da scoprire ad ogni pagina. Il libro non è fatto solo per essere riempito di colori, ma in esso ci son intricate decorazioni vegetali dietro alle quali si nascondo animali o oggetti da trovare. Non mancano disegni che il lettore deve completare e enigmi disegnati da risolvere per trovare i nove simboli presenti nell’intreccio disegnato e arrivare alla sorpresa finale. La foresta incantata è un libro adatto agli adulti, ma è molto apprezzato anche dai ragazzi. Colorando le pagine del libro si prova un senso di rilassamento e di partecipazione attiva che permetterà di scoprire ogni creatura, piccola o grande che sia, nascosta nella misteriosa foresta uscita dalla mano della Basford. I suoi disegni mi hanno ricordato molto da vicino la vegetazione della compagna scozzese e allo stesso tempo certi motivi decorativi dei tessuti per vestiti e pure lo stile floreale di William Morris, disegnatore e scrittore britannico, tra i fondatori dell’Art and Crafts (arti e mestieri), il movimento di riforma delle arti applicate, nato nel regno unito in opposizione all’imperante industrializzazione. La foresta incantata è un libro per immagini a cui dare vita attraverso il colore e che allo stesso tempo vi darà la sensazione di partecipare alla realizzazione di una opera d’arte che per la minuziosa attenzione ricorda un po’ l’arte di creazione dei mandala tibetani dove calma, attenzione e precisione danno vita a forme e colori che raccontano il processo di formazione del cosmo. La foresta incantata della Basford, magari non racconta come è nato l’universo, ma di certo invita il lettore a contribuire ad animare, con la propria fantasia cromatica, il mondo fantastico da lei disegnato. Colorare questo libro è un passatempo e allo stesso tempo un’attività artigianale che permetterà a chi la metterà in atto di esprimere al meglio la propria creatività e di rilassare il proprio intelletto e corpo.

Johanna Basford è un’ illustratrice fanatica dell’inchiostro e si è formata al Duncan of Jordanstone College of Art and Design con una tesi dedicata al tessile, cioè alla colorazione e alla pittura dei tessuti.  Johanna Basford, ha lavorato per case di moda popolari come H&M, ma anche di grandissimo prestigio come Hermes, azienda per la quale ha realizzato disegni esclusiviTra i suoi clienti di maggiore prestigio ci sono anche Sony, Starbucks, Chipotle, Absolute Vodka. Questo è il suo sito  www.johannabasford.com. Il suo primo libro, Il giardino segreto, ha avuto grande successo in tutto il mondo. L’edizione italiana, pubblicata da Gallucci, è stata ristampata più volte.

:: Una famiglia imperfetta, Nicola D’Attilio (Edizioni San Paolo, 2015)

14 Maggio 2015

famiClelia e Diego. Lei è la maestrina seria e un po’ noiosa, lui è l’esperto di marketing che si accompagna a una donna diversa ogni weekend: basta una strana notte e i due si troveranno uniti a fronteggiare l’inaspettato. Inaspettato è quel bambino che cresce nella pancia di Clelia e che lei non vuole; inaspettato è il mondo di Diego che frana come un castello di carte; inaspettati sono i misteri che la gravidanza scoperchia, tra stramberie e problemi di amici e famigliari. Inaspettata è la vita che cambia senza che tu sia pronto, e chissà che alla fine non abbia ragione lei. Con un intreccio di vicende ad alto contenuto emotivo e di situazioni divertenti, l’esordio di Nicola D’Attilio è un romanzo, leggero e profondo a un tempo, sull’amicizia e la famiglia; un manuale su come stare uniti e costruire la perfetta famiglia imperfetta.

– Clelia!
Fu sorpresa da una voce alle spalle; la riconobbe senza fatica nonostante fosse ormai lontana settimane. Si voltò e lo vide: il padre biologico era lì, a pochi metri, ignaro di tutto.
Avanzava con passo disinvolto, stretto in una giacca di pelle nera con collo alla coreana, jeans slavati e scarpe da passeggio che lasciavano intravvedere, con studiata noncuranza, un prezioso baffo rosso sulla linguetta.
Rivederlo dopo quell’unico incontro ebbe l’inatteso effetto di scoperchiare un groviglio di reminiscenze che nemmeno pensava di avere. Era più carino di quanto lo ricordasse ma non era quello il punto; il nodo che sentiva allo stomaco suggeriva la presenza di domande che aveva sapientemente eluso: una su tutte chiedeva non tanto chi fosse, ma cosa rappresentasse quell’uomo per lei. Gli andò incontro cercando di allontanare i dubbi e di godersi la serata, come imposto da sua sorella.
– È tanto che aspetti? – disse Diego, sfiorandole la guancia con un bacio. Il profumo dell’uomo le solleticò le narici, ricordandole la mattina del loro primo incontro.
– No, figurati.

Interno familiare. In una cucina, economica. Madre, padre e figlia che parlano di un’altra figlia ancora, tra Tarallucci del Mulino Bianco inzuppati nel latte e inaspettate rivelazioni. Così inizia Una famiglia imperfetta, romanzo d’esordio di Nicola D’Attilio, giovane (ma non proprio giovanissimo) scrittore genovese, classe ’76, della scuola di narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Verrebbe da dire “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” ma sarebbe fuorviante, questo romanzo non è un dramma, nè un affresco di costume che stigmatizza, nel caso di Lev Tolstoj, l’adulterio. E’ una commedia, che sì tratta temi seri e a volte drammatici come l’aborto e le gravidanze non volute o anche solo l’immaturità sentimentale, ma lo fa con freschezza e leggerezza, e con una sorta di joie de vivre tipica di quelle commedie brillanti anni 60, che trovano sempre meno spazio nel mondo gravato dalla crisi di questi anni.  E’ sempre un romanzo edito dalle Edizioni San Paolo, difficilmente troverete una difesa ad oltranza dell’aborto come pratica medica, ma non aspettatevi un pamphlet morale, qui si parla principalmente di sentimenti, e di come i personaggi affrontano i vari dilemmi morali che la vita gli riserva. Non ci sono giudizi, condanne, ma semplicemente una visione alternativa su cosa può capitare a chi si trova ad essere genitore, quasi per sbaglio. E Clelia e Diego sono senz’altro due improbabili genitori, imperfetti a modo loro, protagonisti di questa commedia corale che vede altri personaggi dire la loro sulla faccenda con esiti buffi e imprevedibili.  Con ironia e umorismo D’ Attilio, parla di amicizia, di amore, di senso della famiglia, di crescita personale, e lo fa con uno stile vivace e pieno di brio. Riusciranno Clelia e Diego a diventare una coppia? Beh vi toccherà leggere il romanzo per scroprirlo, ma vi assicuro sarà una lettura piacevole.

Nicola D’Attilio, nato a Genova nel 1976, si è laureato in Informatica e lavora nella progettazione di sistemi di sicurezza fisica nel campo dei trasporti. Ha partecipato alla seconda edizione de La Bottega di Narrazione a cura di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

:: Tacchi e taccheggi, Desy Icardi (Golem, 2014) a cura di Elena Romanello

10 Maggio 2015

indexDue donne, la ricca borghese Barbara, oppressa da un desiderio di maternità frustrato e dalla noia, e Lydia, dalla vita inconcludente tra un lavoro precario in un call center e un’attività da borseggiatrice, si trovano in un centro commerciale di Torino nello stesso momento, accusate entrambe di taccheggio. Portate in una stanza a parte per essere interrogate in attesa della denuncia, vengono dimenticate nell’edificio al momento della chiusura e nelle lunghe ore solitarie iniziano a parlarsi, scoprendo di avere molto più in comune di quello che pensavano.
Desy Icardi, cabarettista e blogger, interprete del mondo delle donne, costruisce quello che a prima vista potrebbe sembrare un romanzo chick lit, ma che in realtà parla dell’universo femminile, dell’oggi, delle contraddizioni delle vite, di divertimento e dramma, con rara maestria.
Un anonimo centro commerciale a Torino, un non luogo uguale in ogni parte del mondo dove ogni giorno arrivano persone di ogni tipo, fa da sfondo a questo scontro tra due meteore impazzite, due donne agli antipodi, una che ha tutto tranne che l’essenziale e l’altra che non ha niente e deve trovare l’essenziale, di età e condizione diversa, non certo due eroine, nemmeno le due classiche bamboccie anche un po’ irritanti da chick novel, simbolo del mondo di oggi, dove le aspettive di cui si viene investiti, soprattutto se donne, non sono sempre realizzabili e nemmeno auspicabili.
Tacchi e taccheggi è un romanzo agile e veloce, che diverte, ma che fa pensare e riflettere su tanti aspetti di oggi, dalla solitudine al lavoro precario, dall’esclusione sociale all’alienazione, e Barbara e Lydia, non ribelli e senza cause, possono trovare l’una nell’altra quello che manca loro nella vita, il riconoscimento e qualcuno con cui parlare davvero.
Un libro torinese ma universale, proposta della casa editrice subalpina Golem, che propone nuove voci o comunque voci insolite nel panorama della letteratura. La prefazione di questo viaggio nell’oggi e nell’animo di due donne insolite è di Massimo Tallone, scrittore e terapista bibliofilo, anche lui abitante sotto la Mole.
Tacchi e taccheggi piacerà a chi ama le storie insolite e chi vuole riflettere sull’oggi in maniera lieve ma non certo superficiale.

Desy Icardi, torinese, è cabarettista, scrittrice, blogger, insegnante di scrittura creativa, ha dedicato la sua vita a sviscerare il rapporto tra le donne e la risata. Il suo sito ufficiale è http://www.desyicardi.it/

:: Principessa dei Coralli, Tea Stilton, (Piemme, 2009) a cura di Micol Borzatta

10 Maggio 2015

teaUn tempo il regno della fantasia era un unico regno governato da un unico sovrano. Purtroppo il troppo potere lo ha reso egoista e malvagio, costringendo così un nuovo sovrano a combatterlo e detronizzarlo. Il nuovo sovrano aveva cinque figlie e ha così deciso di dividere il regno tra di loro: il regno dei ghiacci, il regno dei corali, il regno del deserto, il regno delle foreste e il regno del buio.
È proprio nel regno dei coralli che si svolge questa storia.
Kalea è la principessa del regno dei coralli. Vive nel palazzo con due fratellastri, due ragazzi gemelli trovati nel mare quando erano ancora in fasce e fatti crescere al palazzo come se fossero stati i suoi fratelli.
La vita sembra scorrere tranquillamente, quando un giorno viene ritrovato in spiaggia un ragazzo. Kaliq viene dal regno del deserto, era in spedizione per studiare nuove tipologie di piante quando la sua nave viene attaccata dai pirati. La nave cola a picco e tutto l’equipaggio è stato ucciso, tranne lui.
Kaliq riesce a conquistare la fiducia e il cuore di Kalea, ma strani avvenimenti fanno sì che tra di loro insorgano dei dubbi…
Un ottimo romanzo per bambini, ma anche per i più grandi.
La trama è talmente coinvolgente che ti porta a leggere il libro tutto d’un fiato, passando l’intera nottata attaccata alle sue pagine, sentendo il cuore battere all’unisono con quello della protagonista, tifando per i gemelli e per Kalea quando gli eventi fanno credere che il nemico sia la persona sbagliata.
Descrizioni strepitose come siamo abituati a trovare nei libri degli Stilton, partendo da quelli di Gerolamo arrivando fino a Tea ai tanti loro parenti.
Una fiaba che sa far sognare insegnando anche l’importanza della sincerità, della famiglia e dell’amore.

Tea Stilton Elisabetta Dami nasce a Milano nel 1958 ed è l’autrice e l’inventrice dei libri di Geronimo Stilton e di tutta la famiglia Stilton, compresa Tea Stilton, pseudonimo che utilizza per la saga delle Principesse del regno della fantasia.
Figlia dell’editore Pietro Dami, fondatore nel 1972 della Dami Editore, inizia a soli 13 anni a lavorare come correttrice bozze nella casa editrice di famiglia. A 19 anni inizia a scrivere brevi racconti per ragazzi e assiste come volontaria bambini malati, esperienza che la porta a inventare il personaggio di Geronimo Stilton. L’idea di creare un topo antropomorfo come protagonista di storie ha talmente successo che inizia a scrivere usando prima il suo personaggio come pseudonimo, poi creandogli una famiglia intera intorno, trasformando la sorella Tea Stilton in scrittrice anch’essa. Tutto questo successo permette alla Dami di continuare ad aiutare i bambini malati, orfani e abbandonati.

:: L’Accademia del Bene e del Male, Soman Chainani, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

9 Maggio 2015

indexNel regno di Gavaldon, luogo dove le fiabe e i loro protagonisti sono realtà e Storia, vivono la bionda Sophie, aspirante principessa delle favole fin dalla nascita, cresciuta e comportatasi come tale, e la bruna Agatha, a prima vista perfetta come strega e antagonista, a cominciare da quella che è la sua abitazione in mezzo alla palude. Entrambe aspettano di essere ammesse all’Accademia del bene e del male, scuola del loro mondo che dovrebbe farle diventare la protagonista e l’antagonista che sembrano destinate ad essere, ma quando Sophie finisce con i cosiddetti cattivi e Agatha finisce con i buoni ufficiali qualcosa di strano e insolito sembra essere accaduto, e forse tutto può ancora essere riscritto.
L’idea della scuola di magia può richiamare Harry Potter, ma l’Accademia di questo libro non ha praticamente nulla in comune con Hogwarts, e il rileggere le fiabe è ormai una costante di film, telefilm, fumetti e romanzi, dal fumetto Fables al serial Once upon a time, ma qui il tutto avviene in un’ottica comunque originale.
Nelle pagine di un romanzo di formazione per ragazzi ma intrigante e non scontato anche per adulti, guarnito nell’edizione italiana dalle immagini di Jacopo Bruno, la storia gioca con archetipi e stereotipi, partendo dalle fiabe, certo, ma come metafora potente delle etichette che vengono date nella vita reale alle persone, etichette che nascono appunto nella preadolescenza e che possono influenzare le persone per tutta la vita.
In particolare, risulta molto interessante la visione al femminile dell’insieme, attraverso i due archetipi per eccellenza, la principessa buona e la strega cattiva, archetipi della narrazione fantastica ma anche di vari generi letterari e non, oltre che stereotipi di comportamento alla fine imposti spesso alle bambine e ragazzine della vita reale. Sophie e Agatha non sono assoluti, non sono monoliti, sono due amiche, e ciascuna delle due saprà trovare la forza in se stessa e nell’altra di provare a cambiare il mondo, e non solo con i poteri magici, ma con intelligenza, determinazione, voglia di fare e con il legame che le unisce.
Una storia fiabesca e fantastica, avvincente, ma anche un modo per parlare di diversità, ruoli imposti, ribellione, capacità di reinventare il mondo, oltre gli schemi predefiniti che, nella fantasia e nella realtà, ognuno ma soprattutto le ragazzine trovano loro imposti. In tempi di conformismo la cosa non è niente male, anche perché viene trattata in maniera soft e non retorica, strizzando l’occhio alle fan delle Winx e non solo.

Soman Chainani è laureato ad Harvard summa cum laude con una tesi sul perché i personaggi femminili cattivi nella letteratura siano così affascinanti, si è occupato a lungo di cinema sperimentale e ha partecipato a oltre 150 festival in tutto il mondo con i suoi cortometraggi. Questo è il suo primo romanzo, già tradotto in 18 lingue.

:: La donna che collezionava farfalle, Bernie McGill (Bollati Boringhieri, 2011) a cura di Micol Borzatta

9 Maggio 2015

donnachecolezionavafarfalle1982 Charlotte, una bambina di pochi anni, solo quattro, viene ritrovata morta per soffocamento dentro al guardaroba di casa sua con le mani legate. La colpa ricade sulla madre Harriet, conosciuta per i suoi metodi molto rigidi di punire i figli. Harriet, infatti, aveva l’abitudine di chiudere i figli dentro al guardaroba per punirli e solo lei era capace di fare il nodo che aveva bloccato le mani alla piccola.
1968 Anna, ultima discendente di Harriet, è incinta e sta tornando a casa con il marito, però prima di far ritorno vuole fare chiarezza sul terribile fatto che ha colpito la sua famiglia.
Inizia così un lunghissimo scambio di lettere tra Anna e la sua tata Maddie, che era al servizio per Harriet ai tempi della morte di Charlotte, e la lettura del diario che Harriet scrisse mentre era in carcere.
Un romanzo davvero coinvolgente che collega due epoche molto particolari trasportando il lettore indietro nel tempo, in un periodo in cui i rapporti tra genitori e figli erano molto duri.
Le descrizioni sono poco minuziose a livello fisico, essendo il romanzo scritto come una raccolta di lettere, ma molto approfondite a livello psicologico e sentimentale facendo vivere al lettore in prima persona tutti i dubbi provati da Harriet e i dolori emozionali provati durante la sua infanzia, cresciuta da una madre che le preferiva la sorella e la puniva per qualsiasi azione e pensiero da lei compiuto, con l’unica passione quella di collezionare farfalle, seguire la loro crescita da quando erano solo larve, accudirle e vedere sbocciare, per poi infilzarle ancora vive in modo da non perderne i colori. Proprio da questa sua passione arriva il titolo del libro.
Il tema trattato è molto forte, specialmente trattandosi di un fatto accaduto realmente e documentato.
Un romanzo che consiglierei veramente a tutti che fa aprire gli occhi su alcune mancanze che purtroppo sono esistite nella nostra storia.

Bernie McGill vive a Portstewart, nell’Irlanda del Nord, con la sua famiglia ed è una commediografa. Nel 2008 ha vinto il premio Zoetrope: All-Story Fiction Contest voluto da Francis Ford Coppola. La donna che collezionava farfalle è il suo primo romanzo.

:: Diciannove Novantuno, Davide Cavazza, (Leone editore 2014) a cura di Viviana Filippini

9 Maggio 2015

indexVi è mai capitato di avere dei numeri o delle parole o qualcosa che ritorna in modo ossessivo nella vostra vita?  Per Matteo Torrente sono il diciannove e il novantuno, dato chiaro fin dal titolo del nuovo romanzo di Davide Cavazza, uscito Leone Editore. Se scriviamo le due cifre in numeri e non in lettere, esce 1991, l’anno in cui si compie per il protagonista una vera e propria trasformazione esistenziale. Matteo è un adolescente alle prese con i futuri esami di maturità, ma a dire la verità, è più coinvolto dagli allenamenti di nuoto, perché lui, non solo ha un davanti è sé un domani come nuotatore nella nazionale italiana, ma si sta preparando al meglio per qualificarsi alla olimpiadi di Barcellona. L’arco temporale nel quale si svolge il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Matteo va da gennaio a dicembre del 1991. Dodici mesi durante i quali la giovane vita del protagonista sarà scossa da eventi e da incontri che lo porteranno a confrontarsi con il presente e con un passato del tutto sconosciuto e sconvolgente, che metteranno a dura prova la sua integrità fisica e psicologica. Matteo vive con la madre Bianca, a Bologna. Il padre, importante avvocato, è morto quando lui era bambino e la donna lo sta crescendo dandogli tutto l’amore e gli insegnamenti per renderlo una persona matura ed equilibrata. Ad un certo punto la mamma esaudisce un desiderio di Matteo e gli regala la tanto amata e desiderata moto nera. Tutto si incrina quando la madre Bianca lo metterà in contatto con suo nonno Carlo Cagni, ex gerarca nazifascista sospettato di aver compiuto diverse stragi. L’uomo è molto conosciuto apprezzato da alcuni compagni di classe del protagonista (Teschio venera l’anziano come se fosse una eroe), mentre Matteo preferirebbe non essere nemmeno parente di Cagni. Quando il ragazzo incontrerà il nonno Carlo, per lui ci sarà la scoperta di dolorose verità che lo indurranno a fare i conti con le proprie origini (il nonno gli racconta cosa accadde quando era un soldato accogliendolo in una casa dove il nero è ovunque e, inoltre, gli rivela che sua madre non si chiama Bianca, come dice lei, ma il suo nome vero è Nera). Matteo è sconvolto da questa sua parte di vita e quando la madre lo lascerà per sempre, lui dovrà affrontare il futuro contando su di sé e su quelle poche e vacillanti sicurezze che credeva di avere. Il protagonista è un bel ragazzo, figlio unico, fisico perfetto e sicuro di ogni cosa, poi i fatti vissuti lo destabilizzano e non sono tanto i compagni e compagne di scuola che se ne approfittano della sua prestanza e bellezza per usarlo come un oggetto. A far soffrire Matteo è il disintegrarsi dell’armonia familiare che lui e la madre si stavano creando. Una volta rimasto solo il protagonista del romanzo di Cavazza dovrà rimboccarsi le maniche, combattere con uno stato depressivo che lo indurrà a tentare di fare il peggio. Saranno l’aiuto dell’amico di sempre – Leonardo Salice, un aspirante pianista che poi deciderà di fare il medico – e della professoressa Bruni, che il giovane uomo troverà un nuovo equilibrio. Davide Cavazza, come aveva già fatto nel precedente romanzo La gabbia, riesce a tracciare una psicologia accurata del protagonista e di tutti coloro che gli gravitano attorno, dando vita a personaggi letterari muniti di comportamenti reali. Diciannove novantuno è una storia di vita dal ritmo serrato, incalzante, che invoglia chi legge ad andare avanti per capire cosa farà Matteo della sua esistenza e delle sue passioni. A rendere questo libro coinvolgente e realistico, giocano un ruolo importante l’accurato lavoro di ricostruzione storica e l’inserimento di personaggi realmente vissuti e di eventi accaduti, che fecero la storia della Bologna e dell’Italia del 1991 e del passato.

Davide Cavazza è nato a Bologna il 3 gennaio 1972 ed è consulente per diverse organizzazioni non governative. Ha scritto il manuale Campagne per le Organizzazioni Non Profit (emi, 2006), e con Leone Editore è al suo secondo libro dopo La gabbia (2013).

:: Tamara de Lempicka – Icona dell’Art déco -, Vanna Vinci (24 ORE Cultura, 2015) a cura di Federica Guglietta

8 Maggio 2015

tamIniziamo con un gioco.

Immaginate di essere una donna comune a fine ‘800 – inizi ‘900. Fatelo. Chiudete gli occhi ed ecco che, in un momento, vi troverete catapultati a badare alla casa e alla famiglia, quasi sicuramente verserete in una condizione economica non delle più agiate, com’è sicuro che avrete qualcuno, vostro marito, fratello o figlio partito per il fronte e non è più tornato. Patite la fame, vivete di stenti, siete solo persone del popolo, non potete permettervi agi o svaghi, vorreste partire, scappare dalla guerra, ma non potete.

Eppure vivete nello stesso secolo di tanti intellettuali, artisti, discendenti di grandi casate aristocratiche. Come dovete affrontarle voi la guerra e la fame tocca anche a loro. Siamo pur sempre in quello che è stato definito il Secolo Breve dallo storico e scrittore britannico Hobsbawn, il Secolo delle Antinomie, dei contrari e degli estremismi, dei fermenti culturali e delle bombe, delle avanguardie e delle fughe all’estero, lontano dagli orrori della guerra. In una parola, il Novecento.

Tra tutti quegli artisti c’era anche lei, Tamara de Lempicka, pittrice nata a Varsavia, ma diventata poi cosmopolita, artista vera, nelle ossa, nella carne e nell’animo, quel tipo di artista che niente aveva in comune con le donne del suo tempo.

Ci troviamo a cavallo tra la rivoluzione bolscevica e le due guerre mondiali.

Indipendente, spregiudicata, determinata, Tamara vive nel nome della sua arte e si nutre dei frutti del suo talento. Sapeva che sarebbe riuscita a farsi notare fin dalla tenera età… e ci è riuscita.

Cerco di vivere e creare in modo tale da imprimere sia alla mia vita che alle mie opere il marchio dei tempi moderni“, come ci dice Tamara stessa. Una vita affrontata con coraggio nel nome della modernità, quindi.

La conoscete? Spero di sì.

Lei, quella donna sapeva il fatto suo fin da bambina. Lei, capace di far fronte a tutte le difficoltà della vita grazie alla sua personalità e sfrontatezza. Lei, alla fine, era molto più umana di molti altri (sebbene possiamo essere sicuri che non l’avrebbe mai ammesso) e, per questo motivo, non immune da crolli psicologici e depressione.

Sono rimasta così affascinata dall’esistenza di questa grande artista, spesso messa in un angolino soprattutto dai critici a lei contemporanei, da pensare che anche Vanna Vinci abbia pensato la stessa cosa quando ha impugnato la matita con la decisione di creare questo splendido graphic novel che stringo gelosamente tra le mie braccia, Tamara de Lempicka – icona dell’Arte decò – pubblicato a marzo da 24 ORE Cultura.

Vanna Vinci ci riporta indietro nel tempo, dando voce alla vera Tamara, e lo fa con consapevolezza storica e tratti decisi che colpiscono al primo sguardo.

Tamara è bellissima e sa di esserlo, dall’infanzia all’età matura. Sempre giovane, bella e – cosa fondamentale –  moderna. Non si risparmiava in nessun ambito: percorso artistico e professionale, vita mondana, compromessi, eccessi, conoscenze, flirt vari, promesse non mantenete e liaison. I soldi, il fascino, la celebre Bugatti verde del suo autoritratto alla guida che, in realtà non fu mai sua.

Questo è il mondo di Tamara. Questa è la realtà che ama.

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E ancora: salotti culturali, locali di bassa lega, sesso, festini, cocaina, canoni di bellezza estremizzati e spesso giudicati dalla Lempicka, la palese lontananza da Marinetti, il Futurismo e le altre avanguardie in generale, l’orrore provato nei confronti del poeta D’Annunzio e di quell’estetismo ostentato e ripugnante.

Vanna Vinci ci presenta una Tamara senza peli sulla lingua, dissoluta, sfrontata ma sempre fuori dai guai. Affascinante ed affascinata dal senso del bello, dalla consistenza dei corpi, dallo studio e riproduzione su tela di nudi femminili.

La figure di sua madre, nonna e sorella furono gli unici punti fermi nella vita sregolata di Tamara.   Il matrimonio fallito con un giovane aristocratico, da cui nacque la sua unica figlia, la fatica ad ingranare come artista, quella sicurezza mostrata al mondo sempre a testa alta, ma che nasconde un enorme vuoto ci permettono di entrare in diretto contatto con quest’artista.

Sempre in viaggio tra San Pietroburgo, Firenze, Venezia, Roma, la passione per il Rinascimento, Parigi e la sua dissolutezza, l’America e la sua modernità, New York e il sogno hollywoodiano, il soggiorno a Houston con la figlia – sua  principale antagonista, colpevole forse di minare alla sua immagine di donna totalmente autonoma, sempre al centro del tempo e dello spazio artistico e al contempo sua croce e delizia. Infine il Messico, dove passò gli ultimi anni della sua vita.

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Questo graphic novel non fa altro che riconfermare la bravura di Vanna Vinci, che riesce a rendere una biografia sconosciuta ai più in una storia avvincente e ben strutturata dal punto di vista psicologico ed emozionale. Quarantasei pagine di amore puro per bellezza e arte riportano in vita Tamara de Lempicka come se cosse una persona famosa dei nostri giorni. Probabilmente avrebbe vissuto meglio negli anni 2000, chi può dirlo.

Da non dimenticare la mostra monografica dedicata a quest’artista senza tempo in programma al Palazzo Chiablese di Torino fino al 30 agosto 2015 (www.mostratamara.it).

Immagini © Vanna Vinci

Vanna Vinci, cagliaritana, lavora come illustratrice per ragazzi, fumettista ed insegnante. A partire dai primi anni novanta lavora nel mondo del fumetto ha pubblicando le sue storie per Bao Publishing, Dargaud, Rizzoli Lizard, Hachette, Planeta, Kappa Edizioni, Kodansha. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia, Francia, Spagna. Nel 1999 vince lo Yellow Kid come miglior disegnatore di fumetti e nel 2005 il Gran Guinigi. Nel 2001, il suo libro L’età selvaggia (Kappa Edizioni) vince il premio Romics come miglior opera di scuola europea. La bambina filosofica è forse il suo soggetto più conosciuto ed amato. La vita di smisuratezza e arte della pittrice polacca Tamara de Lempicka l’hanno spinta a dar vita al suo ultimo graphic novel, Tamara de Lempicka – icona dell’Art déco, pubblicata a marzo 2015 da 24 Ore Cultura. Vanna Vinci vive e lavora tra Milano e Bologna.

Tamara de Lempicka, artista polacca, esponente dell’Art déco. Al secolo Tamara Rosalia Gurwik, nasce a Varsavia nel 1898 e muore a Cuernavaca, in Messico, nel 1980. Il suo stile pittorico, iperrealista, pungente e moderno la allontana da quasi tutte le correnti e le avanguardie del ‘900, contribuendo così a renderla, molto spesso, incompresa dalla critica. In realtà, la sua spregiudicatezza e il suo senso di modernità altro non fanno che donarle la fama di artista eterna, che attraversa tutti i tempi.

:: Mediorientarsi – La Maschera della Verità, Pınar Selek, (Fandango Libri, 2015) a cura di Matilde Zubani

7 Maggio 2015

maschera-veritàNata nel 1971 in una  famiglia di Istanbul, laica e di sinistra, Pınar Selek non ha mai sentito parlare di armeni, finché un giorno la madre farmacista saluta una vicina di casa chiamandola “madame Talin”. Incuriosita, chiede chiarimenti e scopre che “madame” è l’appellativo riservato alle donne greche e armene, per distinguerle dalle turche “hanim“.
A scuola Pınar studia sul suo manuale che “il diavolo chiamato ‘armeno’ era l’eterno nemico del turco” e recita ogni giorno lo slogan “felice chi si dice turco!”, ma poco a poco questa granitica verità inizia a sgretolarsi sotto i suoi occhi.
Pınar scoprirà che madame Talin è parte del “resto della spada”: espressione feroce usata per indicare gli armeni sopravvissuti al massacro avvenuto in Anatolia del 1915. Molti si sono salvati fuggendo a Istanbul, diventando invisibili, forzatamente assimilati a un’identità che non appartiene loro.
In Turchia sono gli anni duri del colpo di stato militare guidato dal generale Kenan Evren (12 settembre 1980), molti oppositori al regime riempiono le carceri (tra cui il padre della stessa autrice). Pınar Selek comincia a militare in diversi movimenti femministi, antimilitaristi e di estrema sinistra scoprendo, con rammarico che pur rifiutando ogni forma di nazionalismo, hanno ereditato la negazione del massacro e perso la memoria. Nel luglio del 1998 anche lei viene arrestata e torturata con lo scopo di farle confessare complicità inesistenti in un attentato inventato.
Una volta fuori, però, la lotta interiore continua e continuano gli incontri: prima con un ottantenne sagrestano armeno che vive nella chiesa dei Tre-Altari dopo essere rimasto completamente solo e che ha trovato nella fede la sua unica consolazione; poi con Hrant Dink: un armeno che non si nasconde, fondatore del primo giornale bilingue turco-armeno, Agos. Il giornale si fa portavoce di una domanda che suona scomoda alle orecchie di molti: dove sono gli armeni? Inutile dire che la voce di Hrant Dink viene presto messa a tacere da tre colpi di pistola nel gennaio del 2007.
Nel 2009 Pınar Selek lascia definitivamente la Turchia e si ritira in Francia, in esilio.
Con questo libro Pınar Selek ci consegna una testimonianza che cerca di spiegare al lettore cosa si prova a vivere in una città dove i nomi armeni sono stati cancellati dalle insegne, in un paese che, a cento anni di distanza, ancora non ha fatto i conti con le pagine nere e controverse del proprio passato.
Uno scritto che non vuole essere un vero e proprio racconto, ma piuttosto un collage autobiografico e intimista, forte, polemico. La traduzione (dal francese) curata da M. Maddamma riesce a rendere perfettamente il clima di tensione e frustrazione di quei giorni, di quegli anni vissuti dall’autrice e da molti altri.
Consiglio questo libro perché il dibattito sulle minoranze dimenticate e la tendenza a mettere in discussione giudizi storici consolidati non riguardano solo la Turchia e sono più che mai attuali.

Pınar Selek – Pınar Selek è una sociologa e attivista turca nata nel 1971 a Istanbul. Dal 2006 è l’editrice della rivista femminista Amargi. Dal 2009 vive in esilio in Francia, dove è ricercatrice all’École normale supérieure di Lione. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo “La maison du Bosphore”.

Turchia, 1980Il colpo di stato del 12 settembre 1980 rappresenta uno dei momenti più tragici della storia turca. I militari presero il potere al culmine di una crisi molto difficile per la Turchia, tra stagnazione economica, instabilità politica e soprattutto una guerra civile strisciante tra gruppi di destra e di sinistra. La dittatura militare durò tre anni, durante i quali si contano 650mila arresti, oltre 200 morti per tortura, 50 esecuzioni capitali, oltre 1 milione e mezzo di persone schedate, migliaia di esiliati politici e di insegnanti licenziati, decine di migliaia di associazioni soppresse. Le vittime principali del colpo di stato furono gli attivisti e gli intellettuali di sinistra e il movimento autonomista curdo. Al di là delle violenze, le implicazioni del golpe nella politica turca furono molteplici e cariche di conseguenze ancor oggi tangibili. Nel 1982 venne redatta una nuova Costituzione (più volte emendata ma ancora in vigore) che introduce, ad esempio, una soglia elettorale del 10% per rendere il sistema partitico più gestibile, consentendo quindi l’accesso in Parlamento ad un massimo di due o tre fazioni politiche.
Nel 2014 l’Alta Corte di Ankara ha condannato all’ergastolo gli ultimi due protagonisti dell’azione golpista ancora in vita: il generale Kenan Evren, 96 anni, ex capo della giunta e settimo presidente della Turchia e Tahsin Sahinkaya, 89 anni, ex comandante dell’aviazione militare.

:: Tutta colpa di un libro, Shelly King (Garzanti, 2015) a cura di Elena Romanello

7 Maggio 2015

coverMaggie, figlia di ricconi non felici della Carolina, ha deciso di fuggire gli agi familiari, trasferendosi in California, dove ha inseguito vari lavori, tra libri e new economy, finendo per affezionarsi alla libreria dell’usato Dragonfly, di cui diventa socia, e che ora è minacciata da un megastore del libro a due passi. Partendo da uno scambio di messaggi tra due innamorati su una vecchia copia del classico L’amante di lady Chatterley, Maggie cercherà di salvare la libreria che è ormai una parte di sé e di trovare nuove strade per la sua vita, tra alternativi, artisti, informatici e altra umanità.
Un libro fresco come un’aranciata e gustosa come la stessa quando è fatta con ingredienti genuini, che mette insieme vari temi cari all’oggi e non solo. La ricerca di nuove strade, d’obbligo in tempi di crisi, ma anche il ribellarsi a percorsi prestabiliti in famiglia, cosa che può riproporsi anche in età adulta, l’inseguire lavori insoliti, magari nella cultura, le contraddizioni della new economy che non ha risolto tutto, il contrasto tra il negozio a conduzione familiare e il megastore (già al centro del film C’è posta per te e che oltreoceano sta portando alla rinascita delle librerie indipendenti), con in più con un pizzico di sentimento: in Tutta colpa di un libro ci sono tutti questi elementi, universali, alla fine presenti nelle vite di molti lettori e lettrici in giro per il mondo, soprattutto in questi ultimi anni.
La cosa però più importante e che fa amare di più questo libro è la passione per i libri, per la carta stampata, per le librerie reali, soprattutto quelle dell’usato, come Dragonfly, basata su un posto realmente esistente in California e tanto simile a quelle che ciascun lettore e lettrice ha vicino a casa, dove magari ha trovato sogni e tesori inestimabili. Un viaggio tra i libri e le passioni legate ai medesimi, attualissimo e da ribadire in tempi in cui si vuol far credere che alla fine le librerie siano un po’ superflue, e in cui si scopre che niente come un libro può unire le persone, e che il luogo dove i libri vengono venduti è qualcosa di fondamentale, un luogo magico in cui perdersi, da riordinare e in cui scoprire nuovi rapporti con l’umanità, sentimenti, amicizia, amore.
Un libro per bibliofili, originale e comunque moderno, con un pizzico di nostalgia ma con la dimostrazione di come certe cose siano eterne, a cominciare dalla passione per i libri, dal perdersi nelle pagine, e dall’importanza di un libro usato, appartenuto ad altri, che continua la sua vita e a dare emozioni in mano a un nuovo appassionato.
Tra l’altro, pare che lo spunto per scrivere questo libro sia venuto all’autrice proprio frequentando una libreria dell’usato e vedendo sparire davanti a sé una rara edizione de L’amante di Lady Chatterley. Possibile, ma dalle pagine traspare come in questa storia di amore per libri e librerie ci siano senz’altro molte cose autobiografiche. Scrivere un libro sull’amore per i libri è senz’altro uno dei più bei omaggi che si possa fare alla scrittura e alla lettura e si può essere piacevoli e divertenti senza essere banali e fotografando comunque una realtà di oggi.

Shelly King è nata e cresciuta in South Carolina. Trasferitasi in California ha lavorato per anni nella Silicon Valley; ora vive a Santa Cruz. Tutta colpa di un libro è il suo primo romanzo.

:: Da una fine all’altra del mondo, Michele Moro (Ottolibri, 2015) a cura di Micol Borzatta

4 Maggio 2015

ottUn ragazzo che ha appena perso il lavoro si trova a passare le sue giornate da solo in casa con il suo gatto Loki nella periferia milanese. Il suo migliore amico Teo cerca di spronarlo per fargli cambiare quel carattere introverso, ma non ottiene nessun risultato. Solo un sogno che lo tormenta tutte le notti e l’arrivo di una strana busta gialla contenete una cassetta con la voce della nonna morta riescono a far cambiare lo stile di vita del ragazzo portandolo a uscire di casa per indagare su questo mistero inspiegabile: uno strano suono che ha la capacità di guarire chi lo ascolta.
Appena inizia le indagini il ragazzo non sarà solo, infatti tutte le notti riceve la visita di un maiale antropomorfo di nome Mr. Krinkle, riceverà telefonate anonime che lo minacciano e sarà seguito ogni passo.
Un romanzo molto allucinogeno che trasporta il lettore in un modo strano, onirico, a metà tra il sogno e la veglia creando situazioni paradossali.
Le descrizioni sono fatte davvero molto bene, i personaggi sono descritti a 360 gradi, molto approfonditamente, mentre i luoghi sono descritti specificatamente ma solo dal punto di vista del protagonista.
L’argomento trattato è molto particolare e interessante, ma molto allucinogeno, porta il lettore a seguire con ansia e attenzione tutto il romanzo, ma la fine è un po’ deludente, lasciando il lettore con tante domande senza risposte come se l’autore avesse fretta di concludere senza curare l’ultima parte come ha curato tutto il resto del romanzo.

Michele Moro nasce a Milano nel 1987, ma si trasferisce a Bareggio dove vive e lavora tutt’ora nel campo della ristorazione. Nel 2015 pubblica la raccolta Destro artistico edita da Cellardoor Editore e scrive periodicamente sul blog ilbrucomangiasogni.wordpress.com.

:: La buona legge di Mariasole, Luigi Romolo Carrino (E/O, 2015)

3 Maggio 2015

mariasole_copertina-libroSono lupa vedova rimasta a guidare il branco che hai lasciato. Alla luna che si giustifica sopra il faro urlo il male che ho inventato per salvare nostro figlio. Alla luna sopra il faro, nella trappola che mi spezza le braccia, urlo il male che ho imparato per salvarci da quello che hai generato con la tua disonestà.
Non sei stato onesto e mia hai lasciato in eredità il tuo destino. Mi hai lasciato in eredità la tua ferocia.

Se Acqua Storta, romanzo del 2008 di Luigi Romolo Carrino, aveva per protagonista Giovanni, figlio del boss Don Antonio Farnesini, e la sua storia d’amore con Salvatore, onta e discredito per tutta l’onorabilità del clan, La buona legge di Mariasole, suo sequel uscito sette anni dopo, ci narra invece la storia di Mariasole, sua moglie, madre di suo figlio Antonio, poi sua vedova e infine futura capoclan della Federazione Farnesini – Simonetti.
Una storia di mafia, per la precisione di camorra, al femminile, in tailleur e tacchi a spillo, ma densa della stessa ferocia, della stessa spietatezza di una vita al maschile. Una storia narrata con inconsueta sensibilità da uno scrittore che tratteggia ed evoca i fatti e la violenza di un mondo dominato da un credo arcaico e brutale in maniera riflessa, come in un grande labirinto di specchi.
Parlandoci di Mariasole, una donna che si trova a vivere una vita che non ha scelto, come non ha scelto di sposare Giovanni, per regole interne al clan di alleanze e proficui affari, ci parla di un mondo in cui ci si trova imprigionati,  legati in una fitta rete di giuramenti e regole d’onore, che non appartengono, ma che malgrado ci si trova costretti a rispettare ed onorare.
Già da bambina Mariasole l’ha capito come funzionano le cose, dagli inchini dei compagni di scuola, dal peso del suo nome inesorabile come una maledizione. Forse non si aspettava che si sarebbe innamorata di questo marito non voluto, violento e sanguinario, che ormai ha come proiettato la sua impronta anche su di lei.
Non c’è scampo, per investitura di Donna Angela, matriarca del clan, donna austera chiusa nel suo palazzo nobiliare di Procida, è lei la destinataria del potere, spetta a lei salvare le loro vite e gli equilibri interni al clan, minacciato da famiglie rivali pronte a vedere ogni segno di debolezza per azzannare alla gola, e spodestarli dai loro ricchi traffici.
Sorella della Clelia C. di Luigi Bernardi, Mariasole vive la sua vita attraversata da una luce traslucida fatta di sentimenti che avrebbe voluto provare, e che condensa tutti nell’amore per il figlio, (a Donna Angela che le fa le condoglianze per la morte del marito, lei risponde pronta che solo se fosse morto suo figlio avrebbero avuto ragione d’essere). Giovanni se l’è cercata, infrangendo le regole del clan, anteponendo l’amore per un uomo alle leggi di virilità che costituiscono l’ossatura dei canoni mafiosi e soprattutto essendo disonesto con lei.
A queste leggi Mariasole antepone la sua legge, una legge materna in un certi senso, di una leonessa che fa di tutto per difendere il suo cucciolo. Una legge che prevede che uccidere per difendersi o consolidare il proprio potere è giusto, è l’unica strada percorribile.
Tra Lady Macbeth e Clitennestra, Mariasole acquista uno spessore tragico pur non perdenddo del tutto la sua umanità, e grazie a una lingua sporcata di dialetto, il romanzo conserva una sua singolare peculiarità, che pone l’autore tra i più interessnati della sua generazione.

Luigi Romolo Carrino è nato a Napoli nel 1968. Laureato in Informatica, è specializzato in Problem Solving e Ingegneria del Software, ambito finanziario. Ha scritto poesie (“Il Settimo Senso. Il Laboratorio”, Le Edizioni 1998, e “TempoSanto. Liturgia della Memoria”, Liberodiscrivere 2006), per il teatro (“Ricordo di Famiglia”, “Insegnando il silenzio alle rose”, “Il morso per attaccarsi”) e diversi racconti in collettive varie (“Men on Men 5”, Mondadori 2006; “Napoli per le strade”, “Azimut”, 2009). Per Magnum Edizioni ha curato il doppio volume “Amantidi” ed un paio di antologie di racconti per Liberodiscrivere Edizioni. Per Meridiano Zero ha pubblicato “Acqua Storta” (2008) e “Pozzoromolo” (2009), selezionato nel 2011 per il Premio Strega. Tra le sue opere si ricorda anche “Esercizi sulla madre” (Perdisa Pop 2012, selezionato nel 2013 per il Premio Strega).