Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Boulevard de Sébastopol di Nicola Vacca

27 ottobre 2017
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Boulevard de Sébastopol – Paris Ier, 2011 Mbzt

Arrivo a Parigi da Milano. È notte fonda quando il Tgv giunge alla gare de Lyon. Mi incammino verso l’uscita e subito mi accorgo che Parigi è una città sotto assedio dopo i recenti attacchi terroristici.
All’inizio del binario trovo militari con i mitra pronti a segnalare qualcosa di sospetto e a intervenire prontamente.
In qualsiasi momento il mio soggiorno nella capitale francese può diventare un incubo. È terribile pensare ciò. Comunque esco tranquillamente dalla stazione e mi dirigo verso i taxi.
Questa volta ho preso per una settimana un piccolo appartamento in boulevard de Sébastopol, nel cuore di Parigi.
Il taxi mi scarica al numero 26. C’è un buio freddo e il grande viale mi inghiotte nella sua lunga e ininterrotta oscurità.
Salgo all’ultimo piano dell’edificio dove trovo la proprietaria che mi consegna le chiavi. Inizia ufficialmente il mio soggiorno parigino. Anche se è quasi mezzanotte, non ho sonno. Esco per fare due passi. Alle mie spalle ho il Centre Pompidou, davanti il mercato restaurato di Les Halles.Vado in direzione Châtelet.
Eccomi sul marciapiede mentre le macchine sfrecciano sul boulevard e le sirene di una macchina della polizia infrangono il silenzio della notte.
Mentre cammino sulla sinistra mi trovo davanti la tour Saint Jacques. Tutto il gotico di quel monumento, nell’oscurità sinistra di quella notte, mi assale e mi turba parecchio.
Quel luogo, in cui Pascal nel 1648 condusse esperimenti sulla pressione atmosferica e la densità dell’aria, immerso nella luce sinistra di una notte parigina mi gela il sangue.
Decido che oggi possiamo finirla qui. La passeggiata finisce, torno nel mio appartamento. La tour Saint Jacques ha dato il colpo di grazia alle mie paure.
Eccomi a letto. Gli occhi si chiudono a fatica. Non riesco a prendere sonno. Mi ha turbato quella torre gotica che si staglia nell’oscurità che inghiotte tutto.
Alla fine mi addormento, o credo di addormentarmi. In quel momento non sono affatto consapevole che avrei passato una delle notti più terribili della mia vita.

2.

È mezzogiorno di una meravigliosa giornata di sole. Sono al jardin du Luxembourg e leggo un libro di Houellebecq quando all’improvviso tutto diventa buio.
Non credo ai miei occhi, ma sta accadendo davvero. Nel bel mezzo di un giorno qualunque, mentre il sole bacia tutto, su Parigi cala improvvisamente la notte fonda.
Non ho mai assistito a un fenomeno del genere e penso non ci sia nemmeno una spiegazione scientifica. È arrivata la notte in pieno giorno. Punto e basta. Da lì a un momento tutto sarebbe cambiato. Sto assistendo al dominio della paura sulla ragione. Per un istante resto incredulo e paralizzato sulla panchina. Non riesco a muovermi e nemmeno a gridare. Intorno a me già sento la gente urlare. Il panico incomincia a impossessarsi dei parigini e anche di me. Non si vede più nulla.
Cosa devo fare? Non posso restare seduto qui tutta la vita ma non vedo nulla qui siamo diventati ciechi, qui ogni cosa è ormai senza vista.
Decido di muovermi confidando in un minimo senso dell’orientamento. Se vado verso sinistra forse guadagnerò l’uscita, anche se non ne sono affatto sicuro.
Lascio cadere il libro e mi alzo. Muovo qualche passo e subito inciampo in un corpo disteso. Mentre sono per terra, allungo le mani e tocco un viso. Percepisco la smorfia di un volto che non dà alcun segno di vita. Ecco, la grande notte in pieno giorno ha fatto la sua prima vittima.
Adesso sono davvero spaventato, ritiro le mani e mi alzo mi metto a correre nel buio per qualche metro. Non è possibile che stia accadendo tutto questo. Non si è mai visto da nessuna parte che la notte arrivasse in pieno giorno per uccidere definitivamente la luce.
Invece sta accadendo qui a Parigi e forse in tutto il resto del mondo. Adesso mi sento proprio perso. Incomincio a pensare che non lascerò mai questo posto.
Non si vede proprio niente, non so quale direzione prendere. Per un momento penso che la fine del mondo stia eseguendo la sua danza macabra. I miei occhi è come se fossero vuoti. Non riesco a vedere che tenebre. Non sento più nessuno intorno a me, eppure sono solo in questo posto.
Provo a chiedere aiuto. Incomincio a urlare ma non mi risponde nessuno. Il buio ha inghiottito uomini, donne e bambini e una città intera che forse non vedrà più il sorgere di un’alba.
Mi muovo lentamente, consapevole della mia nuova condizione di cecità. Brancolo nel buio, ho smarrito l’orientamento e proprio non so quale direzione prendere.
Ci deve essere una spiegazione a tutto questo, mi chiedo mentre alzo i miei occhi che non vedono verso il cielo da cui non arriva nessuna risposta se non una grande e immensa notte che sembra non voler finire più.
Mi sveglio all’improvviso. Sono davvero finito in un sogno che mi ha quasi ucciso. Guardo l’orologio che ho al polso. Sono già le dieci del mattino e ho dormito davvero di merda.
Apro le finestre, fuori è ancora notte e io sono sveglio.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

:: Asini con le ali di Carlo Rizzi

13 ottobre 2017
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© 2017, Massimo Vassallo

Mi chiedono perché abbia deciso di scrivere un saggio sull’ateismo. La domanda sembra innocente, mossa da semplice curiosità, ma è impossibile non cogliervi il tono accusatorio. Il senso sotteso è, in realtà: come ti sei permesso di scrivere un saggio sull’ateismo? Chi credi di essere? La materia, si sa, va trattata con cautela. , il tuo parere, sufficientemente autorevole? Quale ateneo di manda? Di quale cattedra sei titolare?
Il consesso è il più vario… barbe fluenti, occhiali dalle montature severe… una pentola di fagioli che borboglia… Che fai, a questo punto? Potresti sciorinare credenziali, se ne avessi. Oppure, sconfinare nel surreale.
Beh, sapete, volevo dimostrare che gli asini volano.
Alcuni sbuffano. Uffa! Sempre con questi asini! Non se ne può più. Materia sanzionata, catalogata, archiviata…
Corro ai ripari e cambio strategia.
Anzi, no, volevo dimostrare che gli asini non volano.
Altra ovvietà, commentano: anche se meno ovvia di quanto non sembri a prima vista. Ma noi andiamo oltre le semplici apparenze, in nome di una verità superiore.
Tirano a indovinare, li sento: agitatore, millantatore, dilettante… Ancora una volta, bisogna correre ai ripari, prima di finire in croce.
Beh, sapete, Sant’Anselmo… ciglia s’aggrottano sotto le montature severe, barbe fluenti s’inchinano, toccano terra. Forse sono sulla buona strada… per non citare Sant’Agostino… lo citi, lo citi… insomma, si può provare che gli asini volano ontologicamente.
Tutto qui? Ma questo lo sapevamo già.
E se ci mettessimo anche un po’ di Cartesio e la sua visione dell’anima?
Ma, caro signore, puoi anche scomodare Scoto Eriugena e le sue quattro nature… l’importante è che non ci tiri in ballo il solito Pascal. Siamo stufi di vederlo usare, da chi è a corto d’argomenti, come stampella della fede.
E se si verificasse un caso di serendipity?
Li ho sopresi, ho catturato la loro attenzione: uno compie per secoli un percorso battuto, più annoso di quello di Santiago, e crede di conoscerne ogni pietra: poi un giorno, un segno mai notato prima… un’orma…
Tacciono. Tanto vale dar loro il colpo di grazia: e se centrasse la lana caprina?
Indicibile bailamme.
Vedete? Non se ne esce… E decido di concludere con le stesse parole che avrebbe usato un ebreo ucraino-russo-polacco poco prima che arrivassero i tedeschi a sterminarli tutti: inutile tirarmi il bordo della giacca… sono sordo, più sordo di Dio in persona!

Carlo Rizzi, esistenza irregolare, mestieri e attività apparentemente tra loro inconciliabili (calciatore e agente di commercio, redattore free-lance e direttore di cantieri all’estero, editor e funzionario immobiliare), accumula esperienze non ordinarie, che lo rendono un esempio tipico di scrittore non-accademico, che rifugge dal seguire regole dettate da altri o dalla tradizione. In altre parole, si appoggia a suo modo al genio dei giganti e lo piega alla propria sregolatezza.
Milano è la sua residenza abituale, ma compie excursus in varie parti del mondo, spesso le più pestifere e disagiate, per dare il suo modesto contributo alla costruzione di porti, dighe, ciminiere…
Come narratore, ha pubblicato Getsemani (2008) Solengo (2009), Racconti del giorno e della notte (2009) presso ExCogita Editore. Giuda, il sicario (2013) con Sassoscritto. Con Il mulino a vento (Gruppo Raffaello), una riduzione del Moby Dick ad uso delle scuole medie.

:: Il mio amico Edo – Storia breve di un uomo e del suo pastore tedesco, Marcello Tropea

29 settembre 2017

Ho ricevuto un regalo.
Strano, oggi non è né Natale né il mio compleanno.
Comunque è bello ricevere un dono, soprattutto quando non è legato a nessuna ricorrenza. Accidenti, adesso però mi tocca ricambiare! A questo penserò dopo.
Cosa sarà? Cioccolatini non credo, troppo pesante e troppo piccolo. Una cornice in argento? No, chi mi ha fatto il regalo non regala oggetti del genere. Forse potrebbe essere un portafoto digitale, di quelli che ci carichi le fotografie e loro scorrono in continuazione? Ecco, forse questo sì, perché una volta, mentre parlavamo di cose inutili, io ho messo tra i primi posti proprio questo oggetto e, visto che la persona è di quelle spiritose, ha pensato bene di farmi… No, dai, non avrebbe senso. Ci sono, è un libro, c’ho girato intorno un po’ ma, dal peso e dal formato, non ho dubbi. E poi chi ha pensato a me lo sa bene che il libro è sempre un regalo molto gradito. Temporeggio a scartarlo perché voglio godermi ancora qualche secondo di emozione: ma sì, dai, lo apro. Godo nello strappare la carta, la frantumo come se fossi in preda ad una eccitazione incontenibile, mica come quelli che scartano i doni con cura per poi conservare tutto, dal fiocco allo scotch. No, non è un libro ma un diario rilegato in pelle e con tanto di serratura. Ho capito, dentro ci sono scritti i ricordi o gli appunti di uno scrittore famoso. Gli editori si inventano di tutto pur di vendere libri. No, è intonso. È evidente, si tratta di uno scherzo, una cosa del genere la si regala ad un adolescente, mica ad uno della mia età. Un diario, che razza di idea.
Una volta il diario era come uno psicoterapeuta, tu ti sfogavi e lui raccoglieva tutte le tue paturnie giovanili senza giudicarti, ma anche senza darti soluzioni perché, le risposte, te le saresti date qualche tempo dopo da solo. Oggi, invece, se hai voglia di sfogarti con qualcuno, vai dallo psicologo che, a pagamento, è ben lieto di ascoltarti per mezz’ora. Mi sono sempre chiesto come si fa a parlare a ruota libera con uno che non sai mai se ti sta ascoltando oppure se sta pensando alla litigata fatta con la moglie prima di uscire di casa.
Quando ero giovane, lo psicologo, il confessore e il consigliere erano racchiusi in una persona sola: l’amico. Con l’amico sì che lo scambio di segreti è alla pari, lui conosce i tuoi e tu conosci i suoi. Con l’amico, di tutto quello che ci si è detto non rimane traccia, altro che scrivere sul diario. Però, c’è sempre un però, bisogna sempre fare molta attenzione a cosa si confida perché l’amicizia, come il matrimonio, può esaurirsi o peggio frantumarsi e, se mai accadesse, i segreti confidati potrebbero trasformarsi in un’arma micidiale.
E io, sono stato sempre un buon amico? Credo di sì, anche se quella volta con Edo…
Accidenti, questo coso che ho davanti comincia a darmi sui nervi, l’ho appena aperto e già cerca di spillarmi segreti. Ecco, adesso non posso più fare a meno di ripensare al mio amico e al giorno in cui è nata la nostra amicizia.
Edo, con cui ho diviso una ineguagliabile amicizia per tredici brevi anni, era uno splendido esemplare di pastore tedesco.
È passato molto tempo da quel giorno, ma il ricordo è sempre vivo.
A quel tempo vivevo da solo in una grande casa e decisi di avere un cane da guardia. Sull’elenco telefonico cercai un allevamento di pastori tedeschi nella zona e ci andai. L’allevatore mi fece vedere dei cuccioli pronti per l’adozione, erano tanti e tutti belli e allegri. Io ero indeciso su chi scegliere ma, a togliermi dall’impiccio, fu un cucciolo che lasciò la compagnia, ci raggiunse e si sedette vicino ai miei piedi. Mi aveva scelto, e io non sarei uscito da quel luogo senza quel cucciolo in braccio.
Prendermi cura di lui fu magnifico. Ogni mattina uscivo di casa per andare al lavoro con la tristezza di doverlo lasciare solo e rientravo la sera con la frenesia di rivederlo; poi risolsi il problema portandomelo in ufficio. Edo diventò subito la mascotte dei miei collaboratori e, come per magia, lavorare in ufficio fu più piacevole per tutti. Edo girava per le scrivanie e, oltre alle coccole, si prendeva anche qualche bocconcino che i miei impiegati portavano per lui. Insomma, quelle micropause si rivelarono un vero toccasana per l’ambiente lavorativo.
Non ci crederete ma Edo, oltre a diventare la mia ombra, fu anche il mio confessore. Sì, è così, a lui dicevo qualunque cosa e, da come mi guardava, avevo l’impressione che mi ascoltasse con interesse. Lo so che può sembrare bizzarro che un cane ascolti con pazienza fiumi di parole, ma lui lo faceva, che ci crediate o no. Ma la vita di un cane corre veloce e Edo diventò troppo presto vecchio e malato.
Fino ai dodici anni portava con dignità la sua vecchiaia ma, al tredicesimo compleanno, ci fu l’inesorabile tracollo. Nell’ultimo mese di vita, poi, non camminava quasi più per i dolori e, non so se perché era diventato sordo, oppure voleva solamente essere lasciato in pace, non rispondeva ai miei richiami. Mangiava a stento ciò di cui era ghiotto e ben presto il suo fisico diventò emaciato. Vederlo così mi dava angoscia e sofferenza così, un giorno, decisi di mettere fine a quella tortura. Faticai non poco a convincere il veterinario ma alla fine, dopo che lo visitò, accettò di compiere l’azione pietosa, anche se a malincuore. Mi ricordo che, mentre il medico preparava l’iniezione, Edo alzò la testa e mi guardò per un attimo, forse per l’ultimo saluto o forse per dirmi che non era d’accordo su quello che avevo deciso per lui, chi lo sa. Poi, quando il dottore gli si avvicinò, lui tentò un ringhio, anche se sembrava più un rantolo e io, mentre affondavo le mani nel suo pelo ormai opaco, vigliaccamente cercavo di tranquillizzarlo dicendogli di stare buono. Poi il barbiturico entrò nel suo corpo e tutto finì.
Io lo butto questo accidenti di diario! Ma perché me l’hanno regalato? Io non voglio ricordare né Edo né nessun altro. Il passato è tossico e non fa bene alla salute.
Un momento però, forse il passato sarà anche tossico, ma i ricordi? No, loro adesso mi sembrano salutari e, ricordando Edo, ho avuto la prova che i ricordi, se stuzzicati, ritornano intatti con tutto il loro bagaglio di emozioni. Accidenti, stai a vedere che ripercorrere il proprio vissuto può essere anche terapeutico.
E se questo regalo non fosse altro che un consiglio subliminale per dirmi di trasformare il mio bighellonare quotidiano in qualcosa di più utile scrivendo le mie memorie? In fondo, nella mia vita, di cose interessanti che meritano una riesumazione ce ne sono, e mica poche.
Accidenti a me, a questo stramaledetto diario e a chi me l’ha regalato. Va bene, scriverò la mia storia e la inizierò partendo da Edo, glielo devo. Dunque, come si inizia a scrivere un’autobiografia? Ancora devo iniziare e ho già difficoltà. Al diavolo, adesso questo coso lo brucio, così ho risolto il problema. Calma, ci vuole tempo e pazienza, in fondo non sono mica Hermann Hesse.
Okay, proviamo così: Il mio amico Edo…

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore e Valigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Golden days di Shanmei

22 settembre 2017
Nouveau Musée National de MonacoVilla Paloma Duane Hanson,

“Casalinga”, 1970 Duane Hanson

Millicent viveva in un mondo fantastico fatto di soap opera e riviste di fotoromanzi a puntate.
Per lei non c’era molta differenza tra la fantasia e la realtà, ma non per questo era una pessima cuoca. Anzi la sua torta di mele era un capolavoro ed ogni fetta, era una fetta di paradiso.
Ultimamente era entrato un nuovo personaggio nella sua soap preferita, una malvagia e intrigante creatura che inveiva di continuo contro i suoi beniamini. La dolce Millicent soffriva realmente nel vederli bistrattati nel quadratino lucente del suo televisore a 24 pollici.
Così prese l’autobus e si recò negli studi dove giravano “Giorni dorati”.
Cercò i camerini e con il suo dolce sorriso inoffensivo riuscì a scivolare tra le comparse, come una vecchia zia vestita di chiffon a fiori. Prese un vassoio con una tazza di caffè con il suo dolce sorriso e senza farsi vedere vi versò dentro della polverina verde, letale come il veleno di un aspide, e con aria materna cercò il camerino giusto.
L’attrice sedeva davanti ad un tavolo bianco pieno di disordine e trucchi di scena. Uno specchio pieno di cartoline e circondato da lampadine accese rifletteva una donna con i gomiti sul tavolo, le mani piene di cleenex. Stava piangendo ma le sorrise.
“Grazie che gentile. Posi pure dove riesce” disse con estrema cortesia e Millicent ebbe una strana sensazione. Dove era l’alterigia, dove era l’arroganza, l’altezzosità del suo personaggio? Le veniva voglia di cercarla sotto il tavolo spostando la tendina di seta chiara.
Si sedette perplessa e fissò ancora più smarrita quella donna in lacrime.
“Non l’ ho mai vista qua. E’ la nuova assistente di Fred?”.
Millicent si tolse il cappellino a fiori, incrostato di pois di velluto, e annuì preoccupata.
“Perché è così infelice?” chiese. Si interessava sempre degli stati d’animo dei suoi beniamini, e anche se lei era la cattiva della storia, ora piangeva.
“A non ci faccia caso. Ho un sacco di guai. Gli indici di ascolto, l’ipoteca sulla casa, i problemi di salute di mio figlio, la paura del domani, la competizione tra colleghi” sorrise e Millicent si irrigidì turbata. Che signora deliziosa, come riusciva a sembrare tanto cattiva?
“I problemi che abbiamo tutti” bisbigliò sempre più meravigliata. La donna in lacrime si soffiò il naso e allungò una mano verso il caffè avvelenato e Millicent gliela colpì con la sua. Lottarono un po’, poi Millicent si impossessò con aria trionfante della tazza e bevve tutto velocemente con un sorriso beato.

:: Angela, Daniela Distefano

15 settembre 2017

ANGELA - Racconto

Una volta ho fatto una scoperta portentosa: mi piace viaggiare.
Poggio la testa sul bordo del finestrino, in treno o in aereo mi godo la visuale come in trance.
Lascio espandere la mente tra le nuvole dello stupore, non sono a casa, non sono in luogo ben delimitato, viaggio, avverto la potenza degli ingranaggi, tutti diretti verso una destinazione ben precisa: la mia.
Vedo intorno a me tanti aggeggi sonori, smartphone, cellulari, tablet…
Ognuno perso nel proprio mondo virtuale, un anziano esce dalla valigia a mano caramelle, le offre a tutti; un bimbo gioca con i colori, scompone l’ordine delle riviste posizionate dietro i sedili del velivolo. Io traduco una dispensa sul tentativo di una Costituzione europea, poi una sul Trattato di Lisbona, infine una copia del “Time” di qualche settimana fa.
Non credevo che ce l’avrei fatta, non conoscevo neanche bene i miei desideri, so che quando studio ritrovo quella parte di me che mi più piace, mi convince, mi appaga.
E così qualche mese fa la laurea è arrivata con un botto che non mi ha sconvolto.
Nelle foto scattate quel giorno il mio viso è imperturbabile; ero felice, indubbiamente, però sapevo che sarei diventata di colpo il sasso gettato nello stagno.
Un bersaglio facile a cui mirare.
Ma io sono qui adesso, c’è una metropoli ad attendermi, gente saggia, il cuore delle Istituzioni europee mentre avverto che sta per cominciare una lotta che non avrei mai voluto ingaggiare.
– Auguri Angela, complimentoni alla mia cugina più bella”.
– “Auguri, scusami se non sono potuta venire alla tua laurea, sei proprio bella cognatina cara”.
– “ Vai sempre così, Angela, e non ti scordare di noi che ti vogliamo tanto bene”.
Messaggi di parenti e conoscenti a cui rispondo su Facebook con un pizzico di imbarazzo.
La mia famiglia ha pagato i miei studi, non il mio cervello.
Le prime volte che andavo a svolgere un esame facevo finta di niente, però temevo l’appello: il mio non è un cognome comunissimo, ma lo facevo passare per tale.
Sorridevo, mi piace quando non si riesce a leggere nei miei pensieri, ho imparato a bluffare con i sorrisi, le mezze parole, la fronte dubbiosa.
Anche il severo professor Gambino cadde nella trappola, o forse, per pietà nei miei confronti, ci volle cadere.
Il mio fidanzatino di allora era geloso della mia passione per gli studi, ma non lo lasciai per questo. Difficile passare la vita con chi non condivide le tue perplessità ideologiche, la tua passione per il codice civile, il pane di nozioni con cui ti nutri da anni.
Era orgoglioso di me, non del mio ragionare. Così feci il mio primo viaggio da sola. Gli occhi della Famiglia su di me.
Adesso la figlia di Totò Li Causi si è laureata, la nipote del boss Centone va a Bruxelles, una cosa da meraviglia.
Un onore per tutti i parenti, un vanto per il Sud mafioso?
“Ma che si è messa in testa?” .
Io? No. Io no.
Io non ho mai ucciso nessuno, mai odiato, mai rubato l’esistenza del popolo.
E allora?
Allora sono la gallina grassa, bella soda, mi hanno allevato per impreziosire il nome della mia stirpe, non per farmi vivere dignitosamente.
Forse un giorno metterò la muta al mio dolore, adesso fingo di non scappare per andare a cercare una salvezza che non nasce da un’ esibita necessità.
Il sole su questo treno veloce mi illumina il viso, mi specchio sorniona: sì, lo so che sono carina, me lo hanno sempre detto:
“Che bedda la nostra Angela”; “Quanto si è fatta bedda, Angela, forse si vergognerà di noi un giorno”.
E’ difficile crederlo, ma non ho provato mai vergogna per il mio cognome, per me stessa, invece, sempre.
Troppo appariscente, troppo pensierosa, troppo spigolosa per un clan di mafiosi che cercavano nelle donne un profilo basso.
Con una mano ti accarezzano, con l’altra ti strozzano le prospettive.
Odiano chi è diverso da loro. E’ uno sberleffo il complimento sfacciato, l’inchino falso di chi vorrebbe vederti inciampare.
E poi tutti, uomini e donne, mariti e mogli, tutti così, tutti così diversi da me.
Io ero la picciridda che non doveva sporcarsi le mani.
Una statua, come un pezzo di marmo da cui si ricava la personificazione della “Solitudine”. Sono l’immagine di chi è incompreso dalla nascita. Non capisco il loro decalogo mortifero, il loro parlare con la mimica facciale.
Non so perché sono capitata in questa famiglia, perché mia madre si curvi fino a toccare le suole delle scarpe, ogni giorno, ogni settimana, ogni santo mese di questo decennio di vita da sopravvivenza.
Eppure neanche lei mi capisce. Non comprende che la mia non è una ribellione generazionale, è un tentativo di non farmi sommergere dalla macchia di petrolio riversata su un mare cristallino.
Osservo i miei fratellini, giocano a farsi ammazzare, li vedo già grandi prendere le redini del comando criminale.
Non io. Io no, io no, mai.
Non posso credere che questo peso che mi porto nel cuore un giorno potrà avere ali per volare via, come faccio io adesso su questo treno, e prima ancora sull’aereo.
Ma ovunque andrò sentirò sempre il fiato grosso di coloro che mi respirano sul collo. L’abbraccio fatale che arriva dappertutto, in ogni angolo del pianeta dove deciderò di rimanere come nuova casa, nuovo inizio, altra storia.
Questo futuro però non è ancora realtà.
La realtà è che posso vivere solo di sogni. Ripenso ai momenti più belli che ho vissuto: gli esami brillantemente superati, la gioia del mio diploma di laurea stretto tra le mani tremanti.
E poi quella volta in cui il mio professore di diritto amministrativo mi guardò con i suoi occhi neri e penetranti e disse che la mia relazione sulla legge n.241 del 1990 era impeccabile e mi avrebbe assegnato il voto più alto con la lode.
Io? Io ho studiato giurisprudenza, e sono imparentata con le cosche. Io pago i miei libri con i soldi sporchi della criminalità. Non mi vergogno di loro, ma devo imparare a non vergognarmi di me stessa.
C’è voluto del tempo perché capissi che sono la buccia di una mela marcia al suo interno, una buccia invitante per non far cadere la mela nel cestino dei rifiuti.
Nulla è gratis, e so bene che la mia presenza accresce il loro valore ( mentre io sento di non valere nulla). Ma per me tutto ciò ha un prezzo troppo alto. E allora, nei momenti più neri della pece, penso a Dio. Se finora non sono stata che creta nelle sue mani, un giorno voglio poterlo servire con la coscienza pulita.
Morendo farei felice me stessa e coloro che non mi amano, ma non farei il volere del Signore. Lui vuole il pezzetto di croce sostenuto in vita, quindi accetto questo piccolo sacrificio. E mi riempio le tasche di sassi speranzosi.
No che non ce l’ho un’amica vera, nessun amore struggente, solo io e il mio giorno vuoto. Però così è più facile partire, lasciarsi poco alle spalle, dissetarsi alla fonte dell’ignoto. Non è quello che ho scelto, è quello che ho accettato.
Non si può vivere rinnegando se stessi. Ancora un’altra fermata e prendo la metropolitana del mio avvenire.
E’ come un tunnel, adesso comincio ad intravedere la luce, poco alla volta distinguo l’uscita da questo buco nero che è la mia vita.
Nessuno al mondo vuole questo, ma lo voglio io con tutta me stessa. Mi odieranno, proveranno a fermarmi, mi inseguiranno, ma io sarò al sicuro. Io ho Dio che mi avvolge con il suo manto luminoso.
Marica è morta, qualche anno fa. Anche lei voleva evadere dalla griglia compatta dei suoi consanguinei mafiosi. Si è uccisa, per vergogna, non ha retto, e come Virginia Woolf si è tuffata nel fiume, ha radunato tutto il suo coraggio ed è scomparsa dal mondo per recuperare un pezzetto di verità.
Perché quello che più ferisce, annienta, isterilisce, è il non contatto con la realtà. Si deve fingere sempre, essere sempre pronti a ingoiare le umiliazioni, le condanne della gente per bene. Si deve camminare a testa alta, mentre il verme solitario ti corrode il fegato. Io so come ci si sente, Marica voleva bere i raggi del sole, ed è morta sola.
Ha perso il contatto con l’Umiltà e si è fatta eroica, stoica, di marmo. Io penso che nei momenti più doloranti e opprimenti dobbiamo noi tutti riscoprire il valore dell’essere umili dentro.
Non l’umiltà esteriore, ma la consapevolezza che non siamo nulla, solo puntini che il Signore illumina di tanto in tanto. E’ l’orgoglio, la vanità che ci fa sprofondare, ma se siamo muro basso nessuno lo abbatterà per oltrepassarlo. Il mio muro adesso è talmente basso che neanche una bomba lo potrebbe frantumare.
Ma per essere davvero indistruttibile, il muro deve anche essere “edificato sulla roccia”. Così dice Gesù nel Vangelo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia..” (Vangelo secondo Matteo 7,20).
Forse la mia casa è invece costruita nella sabbia. Vorrei fortificare le mie aspirazioni, volgere il Male in Bene, però non sono alchimista e butto il mio tempo libero sul giro astrale dei pianeti.
Pure strega.
Merito di essere bruciata in un rogo che la mia Famiglia allestirebbe in grande stile, ma adesso sono in viaggio, ed io so che viaggiare mi dispensa dal muto rancore, dalla rabbia per aver paura delle persone a cui appartengo.
Un’ultima tappa, un solo ostacolo, poi la libertà. Tremavo come una foglia autunnale, ma adesso solo calma, serenità, attesa. “La felicità dell’attesa”, come scrive Carmine Abate nell’omonimo romanzo.
Ultimamente, però, leggo soprattutto libri di genere, voglio capire perché le donne si odiano così tanto. Si vedono, si annusano, vorrebbero essere l’una al posto dell’altra, poi si fanno la guerra.
E si piange. Renè Girard ha elaborato la teoria mimetica. Calza a pennello per spiegare l’evoluzione femminile. Cioè è in atto un’evoluzione, ma c’è anche un grosso masso sulla strada della liberazione.
Quel sasso siamo noi stesse, il nostro specchiarci sulla vita delle altre. I nostri omicidi, crimini, delitti, sono più sofisticati. Si punta a devitalizzare la propria simile, la cassetta dei lavori sono i nostri sguardi maligni, la subdola adulazione, i trabocchetti verbali, poi si passa agli attacchi nei punti deboli, la vile trafila delle menzogne, le ipocrisie, le minacce, l’insulto sboccato, i sorrisi alieni.
A questo punto interviene l’uomo, e la donna capitola del tutto. “Eliminata”. Come nel programma televisivo “L’isola dei famosi”.
Sono una donna del Sud, ma di un paese avanzato, occidentale, democratico. E non abbiamo avuto finora mai un Presidente della Repubblica donna.
Mai. Mai negli Stati Uniti, mai. Eppure l’America è da sempre terra di conquiste civili. Perché? Perché sono le donne che non vogliono proprie simili al Potere.
Quando Barack Obama è stato eletto primo Presidente di colore degli Stati Uniti, un zoom sulla gente nelle piazze faceva vedere volti con gli occhi lucidi. Persone di colore con i lucciconi, striscioni di festa, canti e balli perché l’evento aveva una portata storica eccezionale. Ma quante donne avrebbero condiviso la stessa emozione per la vittoria di una loro simile dopo una millenaria esistenza all’ombra del maschio?
Noi donne non ci stimiamo: vorremmo essere perfette, ma odiamo la perfezione nelle altre. Quante volte ho desiderato essere come le altre, e quante volte ho visto la rabbia delle altre per non essere come me. Il mondo si è capovolto, un giorno arriverà il buon Dio che ci porterà nel Regno dei Cieli dove non esisterà più la guerra. Ma già da adesso potremmo metterci in cammino.
L’omosessuale non è più uno spauracchio, il povero un giorno godrà del reddito di cittadinanza, l’odio sarà esorcizzato con i corsi di “amore per il prossimo” online. Solo la fede sarà oggetto del contendere.
Fede cristiana, fede musulmana, fede buddhista etc. Ma anche queste divisioni saranno superate recitando come un salmo la dottrina di John Rawls. Allora avremo un primo presidente della Repubblica donna.
E non sarà uno specchietto per le allodole, ma rappresenterà una popolazione matura, civile, unita. Una sola voce per il Paese. E mentre penso queste cose, mi accorgo che il mio tragitto si è concluso.
Prendo armi e bagagli, e mi guardo intorno.
Una metropoli europea, un profumo di gelsomino alle narici, respiro e mi avvio cantando:

E’ certo un brivido/averti qui con me/ in volo libero/ sugli anni andati ormai…”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Stormy Weather – Enrico Gregori

8 settembre 2017

stormy

Era il dolciastro del mio sangue, che inghiottivo insieme a scaglie di pelle e al succo di una caramella. Ma il sapore di sangue non se ne andava. E comunque non riuscivo a fare a meno di mordermi le labbra e l’interno delle guance.
Ti stai scarnificando, mi disse. Ti cola il sangue dagli angoli della bocca, sembri un vampiro. Hai ancora la paura addosso?
Invece era rabbia. Perché ormai quella storia che non avevo potuto cambiare, potevo solo raccontarla. Nero su bianco su un arido verbale, come fosse il furto di un’autoradio.
Questo dobbiamo fare, mi disse. E’ il nostro dovere.
Fallo tu quel cazzo di verbale, risposi. Io la storia te la racconto a modo mio.
Sì okay…”c’era un volta…”, disse per sfottere.
No, c’era sempre il sottofondo di Stormy Weather…
Di cosa?!?!

…o almeno c’era da quando lui era andato a lavorare in quella fabbrica.
Aveva 10 anni, Minù. E almeno due li aveva passati ad arrivare fino a lì da Chiang Mai.
Che poi Minù non era il suo nome… no. Il suo nome era lungo e difficile. Nemmeno lui lo sapeva dire bene. Figurarsi i padroni della fabbrica.
Sentirono una cantilena debole, ma capirono solo Minù.
Lì ce lo aveva accompagnato un connazionale più grande, uno esperto che sistemava tutti.
Avrai un tetto e da mangiare, gli aveva detto, basta che alla fabbrica ci lavori sodo.
Minù aveva il suo banchetto tra polvere e puzza.
Sei giovane, gli dicevano i padroni, e se non lavori tu…
E lui lavorava sì, col sottofondo di Stormy Weather. Che mette allegria, dicevano i padroni.
Nella mezz’ora di pausa, Minù guardava sempre il cielo.
Il cielo è il cielo, pensava. E’ uguale per tutti. E’ lo stesso cielo che vedono mamma e papà dove li ho lasciati. Perché lì c’è la fame, qui invece…
Qui mangi e hai un tetto, dicevano i padroni, basta che lavori. Poi c’è anche la musica, e ci puoi cantare sopra.
Stormy Weather, la polvere e la puzza.
Che poi Minù quando arrivò alla stazione quasi finì con la faccia sul mazzo di rose del fioraio ambulante.
Sarà tutto così il profumo di questo paese, pensò. Invece dove stanno mamma e papà…
Non sudava mai, Minù. E allora lo caricavano di cose da fare. Perché se non lavori tu che sei così giovane…
E la solita mezz’ora a guardare il cielo. Quello di mamma e papà, morti di fame.
Per lui invece un tetto e da mangiare. E Stormy Weather.
Ma di notte restava solo, Minù. La fabbrica era tutta sua, solo sua. Era guardiano e proprietario.
Meglio di un cane Minù, dicevano i padroni, perché mangia pure meno. Pane, riso, carne in scatola. E se succede qualcosa, altro che abbaiare! Gli abbiamo insegnato a telefonare col cellulare. Chiamaci Minù, ma abbassa la musica, perché Stormy Weather a noi rompe i coglioni. Dobbiamo dormire, noi.
Era il padrone di notte, Minù. Padrone della polvere, della puzza e di Stormy Weather.
Ma niente cielo da guardare, di notte. A montare la guardia, lui, meglio di un cane. Che mangiava troppo.
E una notte Minù la vide quella piccola scintilla nella fabbrica. Un minuscolo lapillo mentre andava Storrmy Weather.
C’era il telefonino, bastava correre e chiamare. Lui era il guardiano, meglio di un cane.
Ma non aveva mai visto il firmamento, di notte.
Però stavolta le vedrò le stelle, pensò Minù.
E lasciò andare la scintilla. Che diventò tante scintille. E poi un fuoco a catena.
Finché il boato della fabbrica di fuochi artificiali coprì Stormy Weather.
Minù volò in cielo insieme ai bengala colorati.
Mamma adesso arrivo, pensò.
E Minù fu l’unica luce che rimase in cielo.
Mentre tutti i razzi ricadevano a pioggia. Sulle note di Stormy Weather.

Enrico Gregori è nato a Roma nel 1954. Giornalista professionista dal 1983, si è sempre occupato di cronaca nera. Caposervizio per anni a Il Messaggero di Roma, ora collabora al sito on line del quotidiano. E’ autore di romanzi, memoriali di cronaca nera e di due biografie del cantautore Rino Gaetano : Un tè prima di morire (Bietti Media, 2007), Doppio squeeze (Bietti Media, 2008), Le mille facce della morte (Historica Edizioni, 2010), Cinque verticale (Senzapatria, 2010), Il percorso degli incubi (Azimut, 2011), “Quando il cielo era sempre più blu: Rino Gaetano raccontato da un amico” (Historica edizioni, 2012), “E io ci sto ancora, Rino Gaetano raccontato da un amico” (Historica edizioni, 2013), “Roma in nero” (Historica Edizioni, 2014) scritto insieme con la collega Paola Vuolo, “Le identità di Cleo” (Historica edizioni 2016), “Le ultime preghiere” (Historica edizioni 2017). Ha scritto inoltre alcuni racconti per varie antologie.

:: Lasciami il posto, Daniela Distefano

9 luglio 2017

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Se vuoi scoprirlo visita il nostro sito web. Scopri le nostre offerte imperdibili, basta un clic. Radio cucù, David Bowie, poi le stramaledette Hole…

Cambio frequenza nella radio dell’auto di mia madre, tutto è lento come lei, e poi essere imbottigliati nel traffico a ferragosto è come fare un barbecue di se stessi. Sono appena tornata da un giretto in centro con un’amica. Nei negozi roba che costa troppo o troppo poco. Non mi sono rilassata perché ho il chiodo fisso di Marco conficcato nelle tempie. Mi ha mandato tre messaggi sullo smartphone. Vuole vedermi. Ma per dirmi cosa? E’ finita tra noi da un bel po’, mi vedo con un altro ragazzo, un amore recuperato dalla prima giovinezza. Marco mi aspetta sotto casa, eccolo, ed io sono in frantumi.
Non voglio salire sulla tua auto, ho da fare, vattene. Ti prego, non farmi spazientire, non tirarmi, non voglio, non ho nulla da dirti. Lasciami i polsi, ti imploro, se non vuoi capirlo chiamo aiuto. Siamo per strada, esattamente sulla tangenziale Catania- Paternò.
Studio Medicina, ho vent’anni e Marco mi ha convinta a salire sulla sua auto giurandomi che sarà l’ultima volta che accade.
Non parla; un lavavetri al semaforo ci vede sfrecciare incuranti dei suoi occhi supplichevoli e lancia un urlo a tutto volume come quello del vecchio profeta pazzo Elijah terrorizzato dal diabolico Capitano Ahab nel romanzo “Moby Dick”. Registro queste emozioni.
Allora, cos’hai da dirmi? Non girarci intorno, non torno sui miei passi, non ti amo più, no che non sono dura, restiamo amici se ti va, ma perché non parli? Dimmi qualcosa, mi fai paura. Almeno dimmi dove stiamo andando. Vedo che è più calmo, quasi sereno, ha raggiunto il suo scopo, sono in suo potere. E comincia a questo punto la mia agonia.
Tre mesi fa mi sono accorta di essere ad un bivio dell’ esistenza. Ho sofferto pensando che lasciare Marco sarebbe stato per lui una sconfitta e un colpo al suo orgoglio, ma c’era di mezzo il mio avvenire. Mi ero iscritta alla facoltà di Economia, poi però ho scoperto di avere una particolare sensibilità nei confronti delle persone che soffrono. Non sono una santona o una guaritrice, mi piacerebbe alleviare un po’ il dolore di chi lo sopporta in solitudine.
Mio padre è morto quando avevo dieci anni, mia madre ed io viviamo in simbiosi come due sorelle gemelle dalle braccia incollate. Sono la sua appendice. E’ stata lei a dirmi che se Marco non era più nel mio cuore era giusto separare le nostre vite.
Guardo i capannoni vuoti e abbandonati che corrono davanti al finestrino dell’automobile di Marco, è una fila indiana che mi getta sconforto ogni volta che ci passo accanto, poi però altri funghi commerciali sorgono come centri di raccolta umana, non mi piace, amo la grande città, ma non la sua propaggine industriale, commerciale, anti-estetica, le cattedrali secolari del 2000 e oltre.
No che non ho cessato di aver paura, ho lasciato la borsa con dentro lo smartphone nella macchina di mia madre, sono spacciata, non voglio pensare al peggio, ma inesorabilmente mi avvicino all’orlo dell’abisso.
E’ chiaro che non ne uscirò facilmente, non riesco a trovare una soluzione, non c’è nessuno che può far niente. Non so cosa sarà, e se continuerò ad esserci. Troppo buio dentro al mio animo congelato.
Mi viene in mente la ninna nanna che mia mamma mi cantava per farmi addormentare quando ero piccolissima: “Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do.. se la do all’uomo nero se la tiene un anno intero..”. Una canzoncina popolarissima che adesso mi fa sgocciolare una smorfia e voglia di dimenticare tutto. Davvero Marco è l’uomo nero? E da quando? Quando ha cominciato a scansare lo specchio per non vedersi nelle pupille, per non ammettere a se stesso di essere un Visitor oramai? Dietro l’aspetto gagliardo si nasconde una pelle di serpente in putrefazione; le sue parole, i suoi monosillabi, hanno un timbro alienante.
Dice il Signore Gesù nel Vangelo che non conta quello che entra nella bocca, ma quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore. “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”.
Oddio Marco, ti prego, riportami a casa. Mi dispiace davvero che sia finita, ma siamo adulti, anche tu ammetterai che non è più una favola noi due insieme. Marco, mi senti?
Lo vedo premere sull’acceleratore, abbiamo sorpassato una volante della Polizia, non c’è stato tempo di attirare l’attenzione su di noi, una coppia in viaggio in piena estate con una giornata di sole che tiene nascosti i misfatti degli uomini neri, che ci tengono anni interi.
Finalmente la macchina decelera, c’è una rotonda ultimata da poco tempo, siamo in coda, mi balena l’idea di gettarmi fuori al volo, ci riesco. Ma sfortunatamente accanto alla carreggiata c’è un’area di sosta dove vedo parcheggiare Marco. Cerco di correre per non farmi acciuffare. Marco è rapidissimo, io faccio zigzag tra le auto in fila, grido, voglio convogliare l’attenzione dei passanti su di me.
Ma cosa succede? Non c’è nessuno che mi dà un aiuto, molti alzano il finestrino nonostante l’afa imperante, una coppia di anziani mi rivolge un insulto, vedo una sagoma che il sole trasfigura ai miei occhi pieni di lacrime, è Marco.
Amore, non litighiamo davanti a tutte queste persone, amore andiamo in trattoria e parliamo.
Mi stringe il braccio, poi – appena raggiungiamo la sua auto- mi guarda con occhio animale, pupille nere e abissali, non c’è nessuno che si ferma a chiedere se qualcosa non va.
Marco tenta di innaffiarmi di benzina. Appena lo capisco mi agito con tutto il corpo e la voce, inutilmente.
Ma guarda questi che fanno spettacoli in mezzo alla strada, un signore dice alla sua signora.
Che vergogna, non c’è più decenza, via, non guardiamoli sennò non ce li scrolliamo più di dosso.
Marco mi soffoca con tutte e due le mani sul collo, poi mi dà fuoco.
Nessuno ha visto, nessuno si è fermato per evitare questa tragedia. Marco va via e corre a lavoro per cercarsi un alibi, per convincersi di non aver agito da mostro.
Sì, perché se nessuno si è accorto di niente, o nessuno voglia convincersi di nulla, lui rimane il bravo ragazzo che è stato mollato dalla fidanzata. Ragazzate, ma mica orco, orco è una parola per asociali, Marco, invece, paga le tasse, ha una famiglia, amici, il lavoro.
E poi chi piangerà questa ragazza, a parte la madre?
Noi donne siamo isole nell’oceano umano. Non ci curiamo se molte nostre simili nel mondo sono schiave, ancora, nel 2000 e oltre.
Volevo studiare per diventare medico. Ero più matura, non amavo più Marco per questo, ero cresciuta.
Lui era rimasto il bambinone che ottiene sempre tutto. Io volevo dedicarmi al mio prossimo perché tramite la fede ho scoperto di non essere del tutto inservibile.
La mia morte ha spazzato via la vigliaccheria e l’indifferenza degli esseri umani; nel punto esatto dove è stato ritrovato il mio corpo bruciato sono arrivati fiori, messaggi scritti, candele accese, immagini sacre, e un po’ di rimorso.
Forse si poteva evitare questa vergogna. Qualcuno, non tutti, almeno un passante, poteva fermarsi, poteva avvertire la polizia che stava succedendo qualcosa di strano, qualcosa forse di turpe. Ma la gente è andata avanti, come sempre, come se fossimo telecomandati, dei robot che vivono con meccanismi automatici, dei burattini manovrati dalle nostre preoccupazioni.
Ci accaniamo su cose che non meritano una vita. Chi c’era lì a quell’ora, in quell’istante esatto mentre Marco mi dava alle fiamme? Chi si è voltato dall’altra parte per non essere testimone di un delitto atroce? In Cielo lo sanno, c’era quel ragazzo col cappellino che doveva consegnare un pacco ed era in ritardo con la consegna. C’erano anche due donne che parlavano, parlavano di vestiti che sono troppo vecchi, del guardaroba da rinnovare, dei soldi che non bastano mai, dei mariti, della spesa, dei bambini che chiedono tutto e vogliono essere accontentati.
C’era pure un ciclista intento a battere il suo personale record, c’era una signora che era appena stata dal parrucchiere di lusso, intenta a parlare al telefonino, in comunicazione con il mondo, con la crema di questo mondo. C’era una coppia di giovani innamorati. Lui le baciava le dita mentre a pochi passi io esalavo l’ultimo respiro come una vittima dell’Olocausto, buttata ai bordi di una polverosa arteria stradale come scempio nello scempio e monito per tutti: non crediamo neanche se vediamo.
E ora è arrivato il momento di parlare dell’artefice di questo ordinario fatto di cronaca. Marco è tornato a casa dopo aver eseguito il suo lavoro metodicamente, come sempre. La polizia lo attendeva con un mandato di arresto, lui l’indiziato principale. Sono stati letti gli ultimi messaggi che ci siamo scambiati.
In uno io dicevo: “Perché Marco vuoi uccidermi?”. Marco messo alle strette ha subito confessato, ha raccontato per filo e per segno come si sono svolti i fatti.
Non ha trascurato il benché minimo particolare, non spera nella grazia, ma non sembra preoccuparsene. Il vero martello sul chiodo ero io. Ero io la sua ossessione, ed ora che si è liberato di me è pronto a rifarsi una vita, sia pure dietro le sbarre.
Sono passati due anni dall’uccisione di Paula Gettoni, l’ex fidanzato Marco Procelli si dichiara sempre colpevole, non vuole ostacolare la giustizia.
Da qualche mese viene a trovarlo, nelle ore di visita, una giovane donna che ammette di essere la sua nuova fidanzata.
I due si sono conosciuti tramite lettere scritte, e fotografie.
Marco vive da santo oramai da otto anni, non si è dimenticato di me, ma nella nostra lotta all’ultimo sangue io ho perso e lui ha vinto. Io non ci sono più, lui ha una nuova famiglia, pure un figlio, anche questo regalo per la sua buona condotta.
Ed ha vinto su tutti i fronti perché dopo il polverone che lo ha messo in una gabbia anche mediatica, la gente è tornata a provare la stessa emozione nei miei confronti, nei confronti di una vittima di femminicidio: indifferenza.
Povera ragazza, ma intanto la società ha decretato il mio oblio. Non c’è morte sociale per l’assassino.
E così eccomi a bere la rugiada dei petali sulla mia tomba. Un’altra donna, lo so, in questo stesso istante subisce violenza, è uccisa, stuprata, malmenata e vive con terrore le sue ore. Allora invoca Gesù e si rivolge all’altra che l’ha preceduta,e che adesso è nel Regno dei Cieli: “Lasciami il posto”. E l’altra – tra le altre – in sogno le dice: “Così sia”.

:: Il topazio perduto, Daniela Distefano

2 giugno 2017

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Nel 1986, quando avevo circa dieci anni,  usciva nelle sale cinematografiche un film: Heartburn – Affari di cuore con Meryl Streep e Jack Nicholson.
Una pellicola d’amore, una coppia scopre di non amarsi più. Lui la tradisce, lei ne prende atto mentre ascolta le conversazioni di alcune signore in un salone di bellezza.
Come la protagonista del film, sfoglio una rivista, ho i capelli frizionati dall’inserviente, ma riesco ad ascoltare i pettegolezzi che finiscono per instillarmi un dubbio: e se anche mio marito mi tradisce?
Ovvio che è così, come non averci pensato prima?
I pezzi combaciano nel mosaico, anch’io mi rendo conto di aver vissuto dentro ad un’ampolla.
Dopo la nascita di Carlotta sono stata assorbita dal suo universo. E poi volevo coronare il sogno dei miei genitori, sarei diventata presto Magistrato.  Il povero marito  era orgoglioso ma anche timoroso.  Forse negli ultimi tempi anche un po’ trascurato, ma non ero e non sono Wonder Woman.
Comunque tutto era una pagina già stampata del mio libro esistenziale.
Poi un pomeriggio, mentre Carlotta riposava saporitamente, ho visto questo film.              Non c’erano segnali di tradimento nella mia coppia, ma non c’erano neanche indizi di passione o sconvolgimento amoroso.
Volevo qualche emozione forte. Gli chiesi di portarmi a cena fuori, Carlotta sarebbe rimasta in casa con nonna Adele.
Lui non fu sorpreso da questa proposta, anzi, lo vidi rivitalizzato e subito passò a me la voglia di uscire.
Credevo che avesse un appuntamento con l’amante e che avrebbe escogitato una scusa per rimandare la serata insieme, ma adesso che avevo vinto il primo round dell’attacco al suo cuore diviso ero inerte come un rifiuto organico dentro la busta del cestino.
La seconda mossa sarebbe stata il controllo giornaliero della sua posta elettronica, dei suoi sms, delle telefonate nello smartphone. Un piano ben articolato.
Non riuscii ad ottenere nulla, solo un pugno di mosche. Ero certa che mi tradisse ma avevo anche il terrore di una conferma. Come se avessi paura di veder sconvolta la mia quotidianità così faticosamente  conquistata.
Dovevo sapere però se i miei sospetti erano fondati, poi ci sarebbe stato tempo per pensare al dopo.
Passarono i giorni, le settimane, i mesi, il mio traguardo lavorativo, la mia vita di mamma chioccia, non mi distolsero dalla rabbia di non riuscire a smascherare la tresca del mio uomo con una donna che a volte immaginavo bellissima, avvenente, elegante, e non sformata come me dopo la maternità e le sue propaggini.
Non era più un’ossessione, era diventato un diversivo. Io dovevo ridare peso alla verità. Lui non era più il compagno perfetto, il marito inappuntabile, la mia spalla familiare. Ma davvero era difficile stanarlo.
Parlargli a muso duro? Dove volevo arrivare? Volevo sul serio metterlo con le spalle al muro senza alcuna prova?
Mi ero rassegnata. Era tutto frutto della mia immaginazione, il film, le chiacchiere dal parrucchiere, tutto creato dalla mia fantasia.
Le persone che vedevo attorno a mio marito erano le stesse da anni; facendo il responsabile di un negozio di computer, elettronica, informatica, aveva un giro di conoscenze perlopiù maschili. Pochissime le donne il cui numero di telefono era stato da lui memorizzato.
Ad alcune avevo pure telefonato di nascosto per sentire la loro voce, per scovare la sensualità di un timbro vocale, ma senza ricavarne alla fine nulla di nulla.
La vita si era fatta più acida. Non parlavamo quasi mai, nessun argomento di condivisione amorosa. Non sapevo più neanche se continuavo ad amarlo o no.         Avevo ideato il suo tradimento perché sommersa dalla noia. Non mi sentivo in colpa, ma neanche ne andavo fiera.
Venne giugno e il due era la Festa della Repubblica. Lui non lavorava. Era la giornata ideale per portare Carlotta in spiaggia, avrebbe raccolto i sassolini e li avrebbe regalati a nonna Adele una volta a casa.
Il lido era pieno di gente al primo mare. Ovunque corpi color mozzarella, come il mio  nel costume nascosto dal pareo gigante.
Carlotta era nel suo elemento, giocava con i suoi giochi di bimba che non ha paura degli spruzzi d’acqua, ero felice anch’io.
Non pensavo di poterlo essere perché credevo di non meritarlo.
Mentre toglievo la carta su cui era avvolto il gelato confezionato di mia figlia,
vidi in lontananza mio marito che parlava con una coppia di conoscenti.
Mi avvicinai meglio. L’uomo era di spalle ma la donna aveva un che di dejà-vu.
Non sapevo dove l’avessi vista prima, forse la moglie di qualche suo amico del passato.
Aveva un’abbronzatura dorata, sembrava una cotoletta impanata al punto giusto, era alta, più alta di me ma non aveva tratti regolari sul viso. Anzi, questo aspetto arzigogolato me la faceva sembrare ancora più intrigante.
Portava sandali e indumenti da spiaggia, però al collo aveva una collana con un ciondolo di topazio.
Ti ricordi, amore, che ti avevo detto anni fa di aver perso i gioielli della nonna e poi di averli ritrovati?
No, tesoro, ma se li hai ritrovati non mi sembra un gran smarrimento.
No, infatti, solo il ciondolo di topazio non c’era più nella scatoletta, ma io neanche me ne ero resa conto, fino ad oggi, quando l’ho rivisto al collo della tua amica.
Lui rimase di pietra, poi disse: non ci frequentiamo più da tre anni. Sta con un altro come hai potuto vedere tu stessa.
Lascialo al collo di lei, mentre io ho deciso tre anni fa di rimanere con te.
Così ho ritrovato il topazio che dopo tanti anni non sapevo neanche di aver perduto.

:: Scivolone di un angelo, Massimiliano Franchetto

20 gennaio 2017

angyal

Non avrei mai creduto che il dolore fisico, normalmente riservato ai comuni mortali, potesse essere così intenso. Era come se ogni parte del mio corpo si stesse impegnando a ricordarmi della sua esistenza attraverso fitte lancinanti.
Feci uno sforzo immane per rialzarmi a sedere e, reprimendo faticosamente un urlo, ci riuscii. Sembrava andare un po’ meglio: ora la schiena non mi dava più l’impressione di essere trafitta in più punti, nonostante in quella posizione fosse l’addome ad urlare vendetta. Con un sospiro mi ricordai di non essere San Sebastiano e provai ad alzarmi in piedi, rendendomi immediatamente conto che senza un appiglio sarebbe stato impossibile.
Mi guardai intorno, cercando di capire dove mi trovavo, ma l’oscurità non mi era certo d’aiuto.
Sembrava un bosco di abeti, forse in una zona collinare, dato che mi pareva che il terreno davanti a me declinasse dolcemente.
A tentoni afferrai quello che mi pareva essere un ramo e, puntandomi con i piedi, riuscii a rialzarmi.
Sapevo di aver combinato un’enorme sciocchezza e di aver mandato su tutte le furie i miei superiori, sempre pronti a fregarsene di  tutte le loro farneticazioni sull’amore e sul perdono divino. Trovarmi in quella situazione era la prova lampante della loro ipocrisia.
A dire la verità qualcosa avevo combinato, ma non mi sembrava nulla più di un’innocente scappatella, senza contare che  quel tizio, oltre ad essermi simpatico, aveva veramente bisogno d’aiuto. Se questa è la ricompensa per aver semplicemente svolto il proprio dovere con un po’ troppo zelo… Tuttavia, pur avendo lodato la mia generosità erano stati inflessibili, sottolineando che ci sono limiti che non si possono superare, soprattutto in momenti di “confusione sessuale” come quelli attuali, avevano blaterato.
I miei sandali non erano certo adatti a camminare su quel terreno e muovendomi al buio avrei solamente corso il rischio di perdermi o, peggio, di ferirmi in modo anche più grave, così decisi di aspettare almeno l’alba per fare il punto della situazione. Gli uccelli avevano già iniziato a cantare, quindi non doveva mancare molto. Forse ero nei pressi di una strada dalla quale avrei potuto raggiungere un centro abitato…
Mi appoggiai al tronco di un albero e chiusi gli occhi, sperando che qualche ora di sonno mi aiutasse a recuperare un po’ di energia, ma dopo pochi minuti mi ridestai di colpo in preda al terrore, dato che qualcosa, qualcosa di peloso, mi aveva sfiorato un gamba.
Gettai uno sguardo intorno, trattenendo il respiro, fino a quando non scorsi una volpe a pochi metri da me. Mi fissava, con un misto di paura e curiosità, poi, forse a causa di un mio movimento involontario, si dileguò.
Un’ora di sonno profondo mi aiutò a sentirmi meglio, solo le fitte alla schiena sembravano non darmi tregua.
Il cielo stava ormai impallidendo, per cui, entro pochi minuti, la luce del giorno mi avrebbe permesso di muovermi da lì e trovare un posto più sicuro, dove potermi letteralmente “leccare le ferite” e provare a gettare le basi per una nuova vita.
Non avevo altra scelta, avendo buttato alle ortiche la mia condizione privilegiata. Basta voli in soccorso di poveri disgraziati e adunate paradisiache, era giunto il momento di iniziare a vivere come una persona normale, che si alza ogni mattina per andare al lavoro, che deve far quadrare i conti per pagare l’affitto e, soprattutto, che deve relazionarsi agli altri stando al loro livello e non più dall’alto del suo piedistallo che gli consente di compiere piccoli o grandi miracoli.
Avrei dovuto mescolarmi  alla gente ed affrontare sulla mia pelle tutte quelle situazioni e quelle ingarbugliate matasse che ho sempre cercato di sbrogliare.
Mi alzai in piedi, avvertendo subito due fitte lancinanti alla schiena, dove forse si trovavano le ferite più gravi. I graffi sulle gambe non erano nulla di preoccupante, come le escoriazioni alle braccia, per cui, dando fondo alla mia capacità di sopportazione, avrei potuto tranquillamente uscire a piedi dal bosco.
Mi sentivo debole come non mi era mai capitato prima e lo stomaco incominciò a rumoreggiare: la chiamano fame, pensai, dovrò farci l’abitudine, come se tutto il resto non bastasse…
All’improvviso sentii un latrato alle mie spalle ed un cane di media taglia sbucò da una siepe, fissandomi con una certa diffidenza.
-È un cane da tartufi, non si preoccupi.- Disse l’uomo che si stava districando tra la vegetazione.
Il suo sorriso cordiale svanì in un istante e, notando il mio aspetto, mi si avvicinò con aria visibilmente preoccupata.
-Tutto bene?- Chiese facendo il gesto di sorreggermi.- Che le è successo?-
-Nulla di particolare,-provai a giustificarmi, incurante della veste lacerata in più punti e delle macchie di sangue raggrumato un po’ ovunque –credo di aver perso l’orientamento…-
-Come è arrivata qui? Ha lasciato la macchina nel parcheggio dietro la collina?- Chiese togliendo il cellulare da una tasca ed allontanando con un gesto il cane che aveva iniziato ad annusarmi.
-Non ricordo esattamente, ho avuto una riunione di lavoro, mi sono allontanata e devo aver battuto la testa…- Buttai lì sperando di apparire credibile.
-Ha due bruttissimi tagli alla schiena comunque. Forse è meglio che l’accompagni al pronto soccorso…-
Meglio di no, pensai, avrei dovuto giustificarmi con i medici e, ovviamente, ero senza documenti. Non potevo iniziare la mia nuova vita infilandomi in un pasticcio.
-Non si preoccupi, un po’ di disinfettante e passerà tutto…- Buttai lì avvertendo un leggero capogiro, causato sicuramente dalla fame e dalle emorragie.
In quel momento alcune piume, probabilmente trasportate dalla leggera brezza, iniziarono a fluttuarci lentamente davanti agli occhi, spingendoci, d’istinto,  ad alzare lo sguardo: tra i rami dell’albero, un paio di metri sopra di noi, penzolava un paio di ali bianche…

(Mantova, Marzo 2016)

Massimiliano Franchetto, ha 43 anni, è nato a Mantova, dove vive tutt’ora. Lavora come benzinaio in un’area di servizio in autostrada e per hobby scrive praticamente da sempre. Ha pubblicato due romanzi horror su Ilmiolibro.it,  ed essendo un grande appassionato di automobilismo, cura saltuariamente la pagina dei motori sulla rivista “Lo sguardo“, un mensile a diffusione locale.

:: Pazzo per gli oggetti, Marcello Tropea

13 gennaio 2017

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La sveglia suona puntuale.
Mi alzo.
Un po’ smarrito guardo la stanza e il disordine che rispecchia il mio personale senso dell’ordine.
Mi trascino in bagno.
Il water è pronto a ricevere i miei residui organici. Il suo è un compito impegnativo. Chissà se si sente inferiore al lavandino, allo specchio, al bidet o alla vasca da bagno. Dovrei consolarlo? Ma come si consola un oggetto che raccoglie escrementi?
Esco dal bagno con addosso un vago senso di colpa per aver umiliato il cesso e vado in cucina. Metto sul fuoco la caffettiera e apparecchio il tavolo con la solita tazza, la zuccheriera, il cucchiaino, il tovagliolo e il bricco del latte. Gli oggetti sono sempre a disposizione. Ma quanti ne ho in casa? Dieci, cento, mille? Non ci ho mai pensato, ho dato sempre per scontato che ci sono senza mai pensare al loro numero e alla loro utilità. Faccio colazione con calma, da oggi sono in ferie. Restare nel proprio appartamento quando si è in vacanza è come essere ai domiciliari. C’è da impazzire.
Gli oggetti sono come la servitù, conoscono ogni segreto della vita privata del padrone. A questa cosa ci faccio caso solo adesso, quando li ho visti esposti, lucidi e ben illuminati me li sono portati a casa senza pensare alla loro potenziale pericolosità. Guardo gli oggetti che ho appoggiato sul tavolo e di rimando mi sento osservato. Non mi devo far condizionare, loro sono solo manufatti innocui mica delle spie pronte a spifferare le mie debolezze e le mie intimità a chissà chi, dai! Anche se, a pensarci bene, la lavatrice, per esempio, sa quando cambio le lenzuola, se ho camicie di buona qualità, se sono andato in palestra e quanto ho sudato, se oltre la mia biancheria le faccio lavare quella di un ospite o di qualche amica e anche quante volte mi cambio le mutande. Quella troia potrebbe sputtanarmi quando vuole. E pensare che le do pure l’anticalcare.
Anche il cesso è una spia, ma certo! Quel mangiamerda sa se evacuo regolarmente, se sono stitico o se ho la dissenteria. Per non parlare degli attacchi di aerofagia.
Allora anche il letto potrebbe… Dio mio, anche lui. In effetti sa a che ora vado a dormire, se russo e se scoreggio di notte. Sa anche con chi faccio l’amore e, soprattutto, come e quando lo faccio. Chissà che risate si sarà fatto con l’armadio, i comodini, le tende, i tappeti e le abatjour quando le cose non sono andate come sarebbero dovute andare. Bastardi.
Sul fatto che il televisore fosse il manipolatore delle masse per eccellenza, colui che trasforma la grigia realtà quotidiana in milioni di pixel colorati, in verità lo sapevo già da un pezzo. E del lettore dvd, la radio e lo stereo cosa ne devo fare?
Ho fatto bene a non andare al mare.
Il frigorifero si è messo in moto come se avesse un sussulto. Forse si sta lamentando con il microonde perché è sempre vuoto. Sono giorni che lo tengo d’occhio, da quando trovo sul pavimento chiazze d’acqua. Mi manifesta il suo malcontento con l’incontinenza. Da lui non me lo sarei mai aspettato, così imponente, distaccato. Freddo. Beh, per essere freddo è freddo, comunque lui sa come mi nutro. Ci sono anche il minipimer, il frullatore, le pentole, l’aspirapolvere, il ferro da stiro, la radiosveglia e tutti gli altri.
Cellule dormienti. Sì, cellule dormienti pronte ad entrare in azione per avere il potere assoluto su di me.
Un colpo di stato.
Devo fare qualcosa, è evidente. E devo farlo con disinvoltura e finta amicizia se voglio individuare chi potrebbe essere il loro capo. Perché è risaputo che i capi sono subdoli e ammaliatori. Chi sarà il monarca, il condottiero, il Napoleone  degli inanimati?
Ma sì, eccolo lì, come ho fatto ad non arrivarci subito. È sempre così: quelli a cui manifesti affetto e confidi segreti che non avresti mai affidato nemmeno alla riservatezza di un confessionale, sono i primi a tradirti.
Cristo, non solo mi sono portato in casa il più pericoloso ma gli ho anche attivato l’occhio. Ma adesso che ti ho beccato, appena avrò finito di bere il caffè, agirò come Ulisse: hai un solo occhio? Bene, io prima te lo acceco e poi ti formatto l’hard disk. Ti cancello tutto. Tutto! E finalmente tornerò padrone della mia vita privata.
A noi due, computer.
Click.
Formattare?
Sì.
Click.
Formattazione in corso ATTENDERE PREGO…
Fai con comodo. Io, intanto, me la rido. Ahahah!
Ho sedato una probabile rivolta. Adesso siete di nuovo tutti miei.
Tranquilli, nessuna paura, un capo deve saper perdonare. Anche tu, frigorifero, non avere più paura, sei salvo. Però adesso non pisciarti più addosso, d’accordo?
Ho fatto bene a non partire per le vacanze, adesso ho tutto sotto controllo.
Tranquillo frigorifero, tranquilla lavatrice…
Ho fatto bene a non partire per le vacanze.
Adesso ho tutto sotto controllo.

Marcello Tropea: all’età di quattordici anni ho iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ho aperto un mio salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicissitudini avverse, svolgo la professione come dipendente part-time.
La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ho iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale.
Mi piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare ma di più ascoltare le persone che mi arricchiscono col loro sapere.

:: Un terribile Natale, Giulietta Iannone

25 dicembre 2016

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Oggi è Natale, avrete ricevuto tanti regali, beh ho pensato di farvene uno anche io. Questo è un racconto natalizio, oggi è l’ultimo giorno utile, domani toglierò gli addobbi, anche dal blog. Nasce da un gioco sul blog di Giulio Mozzi, queste erano le regole: (qui), essendo stato scartato, penso di poterlo pubblicare sul mio blog. Che dirvi ancora, buona lettura!

Faceva piuttosto freddo. Non un freddo terribile, intendiamoci. Ma una maglia di lana in più mi avrebbe fatto comodo. Anche un berretto, già che c’ero. E perché no, un paio di guanti. Di quelli morbidi, imbottiti, di pelle ancora meglio. Che non si comprano al supermercato, ma in qualche boutique elegante, ricercata.
Ma dato che la guerra uno la affronta con le armi che ha, mi accontentavo del mio giaccone giallo, un po’ consunto ai gomiti, ma ancora erede di una certa classe, che non sfigurava se paragonata alla totale mancanza di gusto della gente che incontravo per strada.
Quella notte.
Non una notte qualsiasi, certo.
Ricordavo altre notti, come quella. Di un’altra vita. Di altri tempi. Avevo una famiglia una volta. Una moglie, due figli e un gatto rosso, piuttosto scontroso e selvatico.
In notti come quella ci raccoglievamo intorno a una grande tavola di mogano, e cenavamo tutti assieme, ridendo, litigando, giocando a dama, in attesa della mezzanotte.
Sollevai la testa e osservai le luminarie lampeggiare a intermittenza. Un lumino credo fosse prossimo a staccarsi da una complicata ghirlanda di cavi e cristalli. Qualcosa di artistico, senza dubbio. Ideato da qualche architetto delle luci alla moda. Chissà il comune quanto pagava per quello spreco di energia, così discutibile. Ma non erano fatti miei.
Tolsi un pacchetto di sigarette dalla tasca e trovai giusto una sigaretta, piuttosto malconcia, sul fondo. L’accesi e continuai la mia strada, cercando di ricordare l’ultima volta che ero stato felice.
Non era così difficile a dire il vero. Non avevo da scavare molto a lungo nei ricordi. Anche se la memoria non era più quella di un tempo.
Tendevo a dimenticare le cose, come i volti delle persone. Anche la voce a dire il vero. Sì dimenticare la voce era quello che mi dispiaceva di più. Ci sono voci davvero belle, sarà il timbro, l’intonazione, il modo di addolcire le consonanti più appuntite.
Al diavolo!
Buttai la sigaretta, senza spegnerla, e entrai in un bar.
Le luci erano basse, e quel senso di solitudine che si attacca alla pelle in notti come quella, mi avvolse come una coperta calda. Mi diressi al bancone e in equilibrio precario mi sedetti su uno di quei sgabelli all’americana, tanto di moda nei locali in del centro. Sono più che altro trappole, dannate trappole, ma almeno fanno selezione. Un ubriaco lì non riesce a stare seduto.
Per me lo fanno apposta, sono scaltri, e malvagi, i proprietari di locali come quello.
Una musica diffusa, raggiunse le mie orecchie, quasi come se fosse nata all’improvviso. E prima solo il silenzio mi avesse fatto compagnia.
Non era una musica natalizia, grazie a Dio.
Almeno quello.
Sono così kitsch e di pessimo gusto quelle canzoncine. Come fatte di plastica.
L’ho già detto che odio il Natale?
Forse no, ma sono certo che l’avete capito da soli.
E dopo tutto sono in buona compagnia. Siamo in molti a condividere questa fobia.
Ordinai un caffè corretto.
Il barista, bizzarramente vestito da pagliaccio, mi guardò scettico, ma fece il suo lavoro senza lamentarsi.
Mi conosceva, non ero proprio un habitué, ma ci andavo spesso, quando non volevo stare solo.
Sul fondo c’era una porticina, nascosta da un pannello di velluto nero che dava su un corridoio, piuttosto stretto. Infondo una scala. Non avevo mai visto dove conduceva.
Decisi di scoprirlo quella notte.
Pagai il mio caffè e raggiunsi la porta. L’aprii con attenzione e accesi una luce, piuttosto fioca, ma sufficiente a intravedere il corrimano della scala. Nessuno mi fermò. Non badavano a me.
Non quella notte.
Faceva di nuovo freddo, non c’era riscaldamento, ma non ci badai.
Salii due rampe di scale e osservai i muri umidi e macchiati.
Non sembrava un posto abitato.
Sui gradini c’era uno spesso strato di sporcizia che si attaccava alle suole di gomma delle mie scarpe.
Raggiunsi una porta.
Bussai, ma era aperta.
La scostai e vidi la luce di un camino. Ardeva allegro e invitante.
Era l’unica fonte di luce della stanza.
Ma non mi potevo lamentare. La vista era ancora buona.
Chissà dove ero? Chissà chi ci abitava?
In un angolo, scorsi un baule, chiuso, molto bello. Dal coperchio ondulato. Sembrava un baule dei pirati. Magari dentro c’era un tesoro.
Già un tesoro, custodito in una stanza vuota, senza un minimo di sicurezza.
Oltre il muro sentii delle voci.
Più che altro dei sussurri soffocati.
C’era qualcuno che discuteva di qualcosa di davvero misterioso.
Purtroppo non distinguevo le parole. Mi sedetti su uno sgabello basso e mi riscaldai alla fiamma del camino.
Una presenza mi fece sussultare. Mi girai e vidi una donna.
– Ti aspettavo- disse tranquilla.
Era piuttosto bella, alta e ben proporzionata. Aveva una bocca grande, senza trucco, e orecchini di corallo, di un’eleganza delicata. Come quei gioielli vittoriani che si trovano spesso su donne dai lunghi colli madreperlacei.
– Ci conosciamo?-
– Non mi riconosci?-
– No, affatto- dissi secco e mi alzai. Già mia aveva messo in difficoltà, stare anche seduto mi metteva in una posizione di eccessiva inferiorità.
– Gloria, sono Gloria-.
Quel nome mi diceva qualcosa, ma era troppo dire che mi fosse familiare.
– Ti trovo bene, come stanno Cinzia e i ragazzi?
– Non ci sono più. Da anni ormai-.
Parlare dei morti mi metteva sempre a disagio. Ancora di più in una stanza estranea, con una sconosciuta che a differenza di me sembrava conoscermi molto bene.
– Mi dispiace, mi dispiace davvero. Che ora tu sia solo-.
Dispiaceva anche a me. E parecchio.
Forse quella conversazione era durata abbastanza.
Ostentando disinvoltura, cercai di guadagnare la porta, ma lei me lo impedì.
– Vuoi già andare?- disse sorridente. Più lei sorrideva più io mi sentivo gelare dentro.
– E sì, si è fatto tardi. Ho alcuni amici che mi aspettano- bofonchiai e lei annuì smettendo di sorridere. Fu allora che sentii un grido, un grido fortissimo e solo dopo qualche secondo capii che proveniva da lei. Il suo volto si contorse in una maschera di cera fusa.
Cera che mi colò ai piedi.
Ecco tutto quello che rimaneva di quella presenza.
Corsi via, sbattendo contro la porta, i muri.
Corsi giù per le scale a precipizio.
Tornai nel bar e col cuore in gola cercai di rallentare il respiro.
Stavo impazzendo.
Era certo, sicuro come il fatto che mi chiamavo Ubaldo Bianchi.
Il barista mi fece un cenno di saluto e osservai meglio i suoi ricci verde acido di nylon, e il naso rosso da clown.
Secondo voi era normale che un barista si vestisse così, in un locale mediamente elegante. Non era il segno che ero impazzito davvero?
La paura di impazzire mi accompagnava da tutta la vita. Anche prima di andare in pensione.
Ecco, ora la pazzia mi aveva trovato.
Non potevo più scappare.
Ma uno scampolo di senso comune, se non buon senso, mi spinse ad indagare.
Raggiunsi il bancone e chiesi al barista chi abitasse al secondo piano di quel palazzo.
– E’ disabitato da anni- disse servendo dei clienti.
Un brivido mi corse lungo la schiena.
– E prima chi ci abitava?-
– Non ricordi, ne parlarono tutti giornali- disse e mi sorrise. I clown non dovrebbero sorridere.
– No, forse ero fuori città. Ho abitato a lungo a Novara-.
– Fu uccisa una donna, una ventina d’anni fa-.
Era grottesca quella discussione, era grottesco lui, era grottesca la mia paura.
– Si chiamava Gloria, vero?-
– Sì, Gloria Visconti. Fu sorpresa nella notte da un ladro. Si disse. Ma le indagini non portarono mai a niente. Il palazzo andò in rovina, resta solo questo bar, e l’affitto che paghiamo ogni mese agli eredi-.
No, non era un ladro. Ora ricordo. Ricordo quel nome. Dunque avevo visto un fantasma.
– Io so chi l’uccise-dissi piano e lui oscillando la testa rise.
– E perché non l’hai detto alla polizia?-
– Non mi avrebbero creduto-.
Uscii dal bar, e mi appuntai mentalmente quella strada. Non ci sarei più tornato.
Urtai una coppia sorridente, che si dirigeva elegante verso una cena. E mi incamminai.
Strani scherzi ti fanno la memoria e i sensi di colpa.
Si risvegliano di colpo una notte, e ti macerano il cervello.
Conoscevo chi aveva ucciso quella donna.
E se ve lo chiedeste, no, non sono io.
Sarò un bugiardo, ma non sono un assassino.
Era un mio amico quell’uomo.
E non era un ladro, ma l’amante di quella donna.
Si suicidò quasi subito, non prima di avermi messo il suo pesante fardello sulle mie ossute spalle.
E io avevo taciuto, tutti quegli anni.
Ero un complice, per lo meno dell’inganno.
Chissà perché proprio oggi, tutto era saltato.
Perché avevo avuto quell’allucinazione, quella visione?
Era la notte di Natale, già.
Forse il peggior Natale della mia vita.
Ma sapevo cosa fare.
Senza esitare, mi diressi, a passi svelti, verso il più vicino commissariato di polizia.

Giulietta Iannone è nata a Milano nel 1969. Dopo la Laurea in Scienze Politiche, indirizzo Internazionale, con tesi di ricerca in Storia Moderna e Contemporanea dell’ Asia, ha collaborato alla stesura dei testi di carattere storico e antropologico del libro fotografico “Time Stamps: The Forgotten China” (Restless Travellers Publishing, 2009). Gestisce l’archivio storico delle foto scattate in Cina, Corea e Giappone dal 1900 al 1905 del fotografo Luigi Piovano. Ideatrice, co-fondatrice e dal 2007 Editor-in-Chief del blog letterario Liberi di scrivere.

:: Gita al mare, Daniela Distefano

21 dicembre 2016

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Dormiva beatamente quando la padrona la svegliò.
Si scrollò il sonno agitando la codina, poi si eresse statutariamente, un attimo dopo cercava la sua pappa nella ciotolina, la leccò, ma non le bastò annusare il latte, voleva qualcosa di solido, un’acciughina di quelle che lei sapeva assaporare per ore.
Era quasi luglio, i fiori del giardinetto erano stanchi dei raggi, piegavano i petali in giù, la calura li rinsecchiva.
Un’altalena dondolava solitaria grazie ad un venticello sereno, la gatta Ludmilla ci saltava sopra e viaggiava, per tutto il giorno poi perlustrava il cortiletto, in cerca di svago, gioia, senza mai una tristezza, sempre uguale a se stessa.
Eppure la padrona aveva un suo cruccio riguardo alla gattina:
“Sono quindici anni che ce l’ho e non l’ho portata mai al mare.
Vuoi vedere che mi muore senza aver conosciuto questo prodigio della Natura?”
E così una mattina Ludmilla partì con la padrona per una nuova avventura.
Sembrava intimidita, come se dovesse temere chissà cosa:
“E se mi lascia sui bordi della strada come fanno tanti per liberarsi di noi piccole bestie?”
Ma, quando scese dall’automobile e vide lo specchio di mare di fronte e tangibile, strascicò un “miaooo” da urlo.
Non sapeva cosa fosse, e più si avvicinava alla sabbia, più non comprendeva nulla, però familiarizzò presto con i granuli del terreno, era diventata una sfinge, non si sapeva cosa pensasse.
La padrona al suo fianco sorrideva: “Hai visto dove ti ho portato? Ora facciamo il bagnetto.”
Ludmilla aveva un certo timore dell’acqua. Metteva una zampina a riva e poi la ritraeva, l’onda le spruzzava la sua simpatia, la micina era atterrita.
La padrona la prese in braccio,quindi la buttò nel mare, poi fece un tuffo ed entrambe rimasero così estasiate per tutto il giorno.
“Si è trattato di un malore improvviso, mi dispiace per vostra zia, signore.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma i soccorsi hanno tardato il loro intervento, è arrivata in ospedale già in fin di vita. Un infarto a cinquant’anni, molti sopravvivono, altri – purtroppo – ci lasciano.”
Il medico parlava col nipote della padrona.
Ludmilla era ancora sulla spiaggia, miagolava: aveva fame, sete, voleva tornare a casa, ma nessuno la udì, solo la danza dell’acqua la quietava.
Si sentiva abbandonata perché in certo qual modo lo era davvero.
Decise che non poteva aspettare ancora, il cielo era rosso, c’erano tanti punti luminosi che correvano assieme a lei, saltellava in ogni portone pensando fosse il suo. Poi tre teppistelli la presero con sé.
Uno le diede del formaggio, uno un calcio, un altro la spinse verso il centro della carreggiata.
Era sempre più disperata.
“Cosa ho fatto per meritare questo?” pensava.
“Io le ho voluto molto bene e lei – il mio angelo tutelare – è fuggita via lasciandomi sola al mondo.”
La notte era in cima alle ore. Da un balcone si sentiva il latrare di un cane, poi il rombo di una moto che sgommava, infine il rumore di un treno.
Non era con la padrona quando questa si era accasciata per il malore, ignorava la sua morte però ebbe uno strano sentore passando vicino al cimitero comunale.
Decise che avrebbe sostato lì per qualche ora, si addormentò sulla tomba di un signore.
Il mattino successivo vide il nipote della padrona all’entrata del campo santo.
“Toh, Ludmilla” disse lui riconoscendola.
“Su bella, dài carina, saluta per l’ultima volta la tua padroncina.”
Ludmilla si asciugò i lucciconi dagli occhi.
Un pezzo di lei era morto, ma
sapeva che il giorno e la notte sarebbero arrivati comunque puntuali come la pappa e il riposo.
Il nipote della padrona l’adottò, non era però amorevole come aveva sperato.
Un giorno le disse:
“Su bella, ti porto al mare, sei contenta?”
Ludmilla cominciò a contorcersi dalla gioia: di nuovo in gita, di nuovo le onde, il mare, il mare, il mare!
E al mare tornò, da sola.
Stavolta davvero abbandonata, contenta di poter ritrovare il dono della padrona intatto come i suoi pochi ricordi di animale senza memoria.
Diede la vita a cinque gattini, infine morì come muoiono le dolci bestiole: di felicità.