:: Angela, Daniela Distefano

ANGELA - Racconto

Una volta ho fatto una scoperta portentosa: mi piace viaggiare.
Poggio la testa sul bordo del finestrino, in treno o in aereo mi godo la visuale come in trance.
Lascio espandere la mente tra le nuvole dello stupore, non sono a casa, non sono in luogo ben delimitato, viaggio, avverto la potenza degli ingranaggi, tutti diretti verso una destinazione ben precisa: la mia.
Vedo intorno a me tanti aggeggi sonori, smartphone, cellulari, tablet…
Ognuno perso nel proprio mondo virtuale, un anziano esce dalla valigia a mano caramelle, le offre a tutti; un bimbo gioca con i colori, scompone l’ordine delle riviste posizionate dietro i sedili del velivolo. Io traduco una dispensa sul tentativo di una Costituzione europea, poi una sul Trattato di Lisbona, infine una copia del “Time” di qualche settimana fa.
Non credevo che ce l’avrei fatta, non conoscevo neanche bene i miei desideri, so che quando studio ritrovo quella parte di me che mi più piace, mi convince, mi appaga.
E così qualche mese fa la laurea è arrivata con un botto che non mi ha sconvolto.
Nelle foto scattate quel giorno il mio viso è imperturbabile; ero felice, indubbiamente, però sapevo che sarei diventata di colpo il sasso gettato nello stagno.
Un bersaglio facile a cui mirare.
Ma io sono qui adesso, c’è una metropoli ad attendermi, gente saggia, il cuore delle Istituzioni europee mentre avverto che sta per cominciare una lotta che non avrei mai voluto ingaggiare.
– Auguri Angela, complimentoni alla mia cugina più bella”.
– “Auguri, scusami se non sono potuta venire alla tua laurea, sei proprio bella cognatina cara”.
– “ Vai sempre così, Angela, e non ti scordare di noi che ti vogliamo tanto bene”.
Messaggi di parenti e conoscenti a cui rispondo su Facebook con un pizzico di imbarazzo.
La mia famiglia ha pagato i miei studi, non il mio cervello.
Le prime volte che andavo a svolgere un esame facevo finta di niente, però temevo l’appello: il mio non è un cognome comunissimo, ma lo facevo passare per tale.
Sorridevo, mi piace quando non si riesce a leggere nei miei pensieri, ho imparato a bluffare con i sorrisi, le mezze parole, la fronte dubbiosa.
Anche il severo professor Gambino cadde nella trappola, o forse, per pietà nei miei confronti, ci volle cadere.
Il mio fidanzatino di allora era geloso della mia passione per gli studi, ma non lo lasciai per questo. Difficile passare la vita con chi non condivide le tue perplessità ideologiche, la tua passione per il codice civile, il pane di nozioni con cui ti nutri da anni.
Era orgoglioso di me, non del mio ragionare. Così feci il mio primo viaggio da sola. Gli occhi della Famiglia su di me.
Adesso la figlia di Totò Li Causi si è laureata, la nipote del boss Centone va a Bruxelles, una cosa da meraviglia.
Un onore per tutti i parenti, un vanto per il Sud mafioso?
“Ma che si è messa in testa?” .
Io? No. Io no.
Io non ho mai ucciso nessuno, mai odiato, mai rubato l’esistenza del popolo.
E allora?
Allora sono la gallina grassa, bella soda, mi hanno allevato per impreziosire il nome della mia stirpe, non per farmi vivere dignitosamente.
Forse un giorno metterò la muta al mio dolore, adesso fingo di non scappare per andare a cercare una salvezza che non nasce da un’ esibita necessità.
Il sole su questo treno veloce mi illumina il viso, mi specchio sorniona: sì, lo so che sono carina, me lo hanno sempre detto:
“Che bedda la nostra Angela”; “Quanto si è fatta bedda, Angela, forse si vergognerà di noi un giorno”.
E’ difficile crederlo, ma non ho provato mai vergogna per il mio cognome, per me stessa, invece, sempre.
Troppo appariscente, troppo pensierosa, troppo spigolosa per un clan di mafiosi che cercavano nelle donne un profilo basso.
Con una mano ti accarezzano, con l’altra ti strozzano le prospettive.
Odiano chi è diverso da loro. E’ uno sberleffo il complimento sfacciato, l’inchino falso di chi vorrebbe vederti inciampare.
E poi tutti, uomini e donne, mariti e mogli, tutti così, tutti così diversi da me.
Io ero la picciridda che non doveva sporcarsi le mani.
Una statua, come un pezzo di marmo da cui si ricava la personificazione della “Solitudine”. Sono l’immagine di chi è incompreso dalla nascita. Non capisco il loro decalogo mortifero, il loro parlare con la mimica facciale.
Non so perché sono capitata in questa famiglia, perché mia madre si curvi fino a toccare le suole delle scarpe, ogni giorno, ogni settimana, ogni santo mese di questo decennio di vita da sopravvivenza.
Eppure neanche lei mi capisce. Non comprende che la mia non è una ribellione generazionale, è un tentativo di non farmi sommergere dalla macchia di petrolio riversata su un mare cristallino.
Osservo i miei fratellini, giocano a farsi ammazzare, li vedo già grandi prendere le redini del comando criminale.
Non io. Io no, io no, mai.
Non posso credere che questo peso che mi porto nel cuore un giorno potrà avere ali per volare via, come faccio io adesso su questo treno, e prima ancora sull’aereo.
Ma ovunque andrò sentirò sempre il fiato grosso di coloro che mi respirano sul collo. L’abbraccio fatale che arriva dappertutto, in ogni angolo del pianeta dove deciderò di rimanere come nuova casa, nuovo inizio, altra storia.
Questo futuro però non è ancora realtà.
La realtà è che posso vivere solo di sogni. Ripenso ai momenti più belli che ho vissuto: gli esami brillantemente superati, la gioia del mio diploma di laurea stretto tra le mani tremanti.
E poi quella volta in cui il mio professore di diritto amministrativo mi guardò con i suoi occhi neri e penetranti e disse che la mia relazione sulla legge n.241 del 1990 era impeccabile e mi avrebbe assegnato il voto più alto con la lode.
Io? Io ho studiato giurisprudenza, e sono imparentata con le cosche. Io pago i miei libri con i soldi sporchi della criminalità. Non mi vergogno di loro, ma devo imparare a non vergognarmi di me stessa.
C’è voluto del tempo perché capissi che sono la buccia di una mela marcia al suo interno, una buccia invitante per non far cadere la mela nel cestino dei rifiuti.
Nulla è gratis, e so bene che la mia presenza accresce il loro valore ( mentre io sento di non valere nulla). Ma per me tutto ciò ha un prezzo troppo alto. E allora, nei momenti più neri della pece, penso a Dio. Se finora non sono stata che creta nelle sue mani, un giorno voglio poterlo servire con la coscienza pulita.
Morendo farei felice me stessa e coloro che non mi amano, ma non farei il volere del Signore. Lui vuole il pezzetto di croce sostenuto in vita, quindi accetto questo piccolo sacrificio. E mi riempio le tasche di sassi speranzosi.
No che non ce l’ho un’amica vera, nessun amore struggente, solo io e il mio giorno vuoto. Però così è più facile partire, lasciarsi poco alle spalle, dissetarsi alla fonte dell’ignoto. Non è quello che ho scelto, è quello che ho accettato.
Non si può vivere rinnegando se stessi. Ancora un’altra fermata e prendo la metropolitana del mio avvenire.
E’ come un tunnel, adesso comincio ad intravedere la luce, poco alla volta distinguo l’uscita da questo buco nero che è la mia vita.
Nessuno al mondo vuole questo, ma lo voglio io con tutta me stessa. Mi odieranno, proveranno a fermarmi, mi inseguiranno, ma io sarò al sicuro. Io ho Dio che mi avvolge con il suo manto luminoso.
Marica è morta, qualche anno fa. Anche lei voleva evadere dalla griglia compatta dei suoi consanguinei mafiosi. Si è uccisa, per vergogna, non ha retto, e come Virginia Woolf si è tuffata nel fiume, ha radunato tutto il suo coraggio ed è scomparsa dal mondo per recuperare un pezzetto di verità.
Perché quello che più ferisce, annienta, isterilisce, è il non contatto con la realtà. Si deve fingere sempre, essere sempre pronti a ingoiare le umiliazioni, le condanne della gente per bene. Si deve camminare a testa alta, mentre il verme solitario ti corrode il fegato. Io so come ci si sente, Marica voleva bere i raggi del sole, ed è morta sola.
Ha perso il contatto con l’Umiltà e si è fatta eroica, stoica, di marmo. Io penso che nei momenti più doloranti e opprimenti dobbiamo noi tutti riscoprire il valore dell’essere umili dentro.
Non l’umiltà esteriore, ma la consapevolezza che non siamo nulla, solo puntini che il Signore illumina di tanto in tanto. E’ l’orgoglio, la vanità che ci fa sprofondare, ma se siamo muro basso nessuno lo abbatterà per oltrepassarlo. Il mio muro adesso è talmente basso che neanche una bomba lo potrebbe frantumare.
Ma per essere davvero indistruttibile, il muro deve anche essere “edificato sulla roccia”. Così dice Gesù nel Vangelo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia..” (Vangelo secondo Matteo 7,20).
Forse la mia casa è invece costruita nella sabbia. Vorrei fortificare le mie aspirazioni, volgere il Male in Bene, però non sono alchimista e butto il mio tempo libero sul giro astrale dei pianeti.
Pure strega.
Merito di essere bruciata in un rogo che la mia Famiglia allestirebbe in grande stile, ma adesso sono in viaggio, ed io so che viaggiare mi dispensa dal muto rancore, dalla rabbia per aver paura delle persone a cui appartengo.
Un’ultima tappa, un solo ostacolo, poi la libertà. Tremavo come una foglia autunnale, ma adesso solo calma, serenità, attesa. “La felicità dell’attesa”, come scrive Carmine Abate nell’omonimo romanzo.
Ultimamente, però, leggo soprattutto libri di genere, voglio capire perché le donne si odiano così tanto. Si vedono, si annusano, vorrebbero essere l’una al posto dell’altra, poi si fanno la guerra.
E si piange. Renè Girard ha elaborato la teoria mimetica. Calza a pennello per spiegare l’evoluzione femminile. Cioè è in atto un’evoluzione, ma c’è anche un grosso masso sulla strada della liberazione.
Quel sasso siamo noi stesse, il nostro specchiarci sulla vita delle altre. I nostri omicidi, crimini, delitti, sono più sofisticati. Si punta a devitalizzare la propria simile, la cassetta dei lavori sono i nostri sguardi maligni, la subdola adulazione, i trabocchetti verbali, poi si passa agli attacchi nei punti deboli, la vile trafila delle menzogne, le ipocrisie, le minacce, l’insulto sboccato, i sorrisi alieni.
A questo punto interviene l’uomo, e la donna capitola del tutto. “Eliminata”. Come nel programma televisivo “L’isola dei famosi”.
Sono una donna del Sud, ma di un paese avanzato, occidentale, democratico. E non abbiamo avuto finora mai un Presidente della Repubblica donna.
Mai. Mai negli Stati Uniti, mai. Eppure l’America è da sempre terra di conquiste civili. Perché? Perché sono le donne che non vogliono proprie simili al Potere.
Quando Barack Obama è stato eletto primo Presidente di colore degli Stati Uniti, un zoom sulla gente nelle piazze faceva vedere volti con gli occhi lucidi. Persone di colore con i lucciconi, striscioni di festa, canti e balli perché l’evento aveva una portata storica eccezionale. Ma quante donne avrebbero condiviso la stessa emozione per la vittoria di una loro simile dopo una millenaria esistenza all’ombra del maschio?
Noi donne non ci stimiamo: vorremmo essere perfette, ma odiamo la perfezione nelle altre. Quante volte ho desiderato essere come le altre, e quante volte ho visto la rabbia delle altre per non essere come me. Il mondo si è capovolto, un giorno arriverà il buon Dio che ci porterà nel Regno dei Cieli dove non esisterà più la guerra. Ma già da adesso potremmo metterci in cammino.
L’omosessuale non è più uno spauracchio, il povero un giorno godrà del reddito di cittadinanza, l’odio sarà esorcizzato con i corsi di “amore per il prossimo” online. Solo la fede sarà oggetto del contendere.
Fede cristiana, fede musulmana, fede buddhista etc. Ma anche queste divisioni saranno superate recitando come un salmo la dottrina di John Rawls. Allora avremo un primo presidente della Repubblica donna.
E non sarà uno specchietto per le allodole, ma rappresenterà una popolazione matura, civile, unita. Una sola voce per il Paese. E mentre penso queste cose, mi accorgo che il mio tragitto si è concluso.
Prendo armi e bagagli, e mi guardo intorno.
Una metropoli europea, un profumo di gelsomino alle narici, respiro e mi avvio cantando:

E’ certo un brivido/averti qui con me/ in volo libero/ sugli anni andati ormai…”.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

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