:: Lasciami il posto, Daniela Distefano

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Cambio frequenza nella radio dell’auto di mia madre, tutto è lento come lei, e poi essere imbottigliati nel traffico a ferragosto è come fare un barbecue di se stessi. Sono appena tornata da un giretto in centro con un’amica. Nei negozi roba che costa troppo o troppo poco. Non mi sono rilassata perché ho il chiodo fisso di Marco conficcato nelle tempie. Mi ha mandato tre messaggi sullo smartphone. Vuole vedermi. Ma per dirmi cosa? E’ finita tra noi da un bel po’, mi vedo con un altro ragazzo, un amore recuperato dalla prima giovinezza. Marco mi aspetta sotto casa, eccolo, ed io sono in frantumi.
Non voglio salire sulla tua auto, ho da fare, vattene. Ti prego, non farmi spazientire, non tirarmi, non voglio, non ho nulla da dirti. Lasciami i polsi, ti imploro, se non vuoi capirlo chiamo aiuto. Siamo per strada, esattamente sulla tangenziale Catania- Paternò.
Studio Medicina, ho vent’anni e Marco mi ha convinta a salire sulla sua auto giurandomi che sarà l’ultima volta che accade.
Non parla; un lavavetri al semaforo ci vede sfrecciare incuranti dei suoi occhi supplichevoli e lancia un urlo a tutto volume come quello del vecchio profeta pazzo Elijah terrorizzato dal diabolico Capitano Ahab nel romanzo “Moby Dick”. Registro queste emozioni.
Allora, cos’hai da dirmi? Non girarci intorno, non torno sui miei passi, non ti amo più, no che non sono dura, restiamo amici se ti va, ma perché non parli? Dimmi qualcosa, mi fai paura. Almeno dimmi dove stiamo andando. Vedo che è più calmo, quasi sereno, ha raggiunto il suo scopo, sono in suo potere. E comincia a questo punto la mia agonia.
Tre mesi fa mi sono accorta di essere ad un bivio dell’ esistenza. Ho sofferto pensando che lasciare Marco sarebbe stato per lui una sconfitta e un colpo al suo orgoglio, ma c’era di mezzo il mio avvenire. Mi ero iscritta alla facoltà di Economia, poi però ho scoperto di avere una particolare sensibilità nei confronti delle persone che soffrono. Non sono una santona o una guaritrice, mi piacerebbe alleviare un po’ il dolore di chi lo sopporta in solitudine.
Mio padre è morto quando avevo dieci anni, mia madre ed io viviamo in simbiosi come due sorelle gemelle dalle braccia incollate. Sono la sua appendice. E’ stata lei a dirmi che se Marco non era più nel mio cuore era giusto separare le nostre vite.
Guardo i capannoni vuoti e abbandonati che corrono davanti al finestrino dell’automobile di Marco, è una fila indiana che mi getta sconforto ogni volta che ci passo accanto, poi però altri funghi commerciali sorgono come centri di raccolta umana, non mi piace, amo la grande città, ma non la sua propaggine industriale, commerciale, anti-estetica, le cattedrali secolari del 2000 e oltre.
No che non ho cessato di aver paura, ho lasciato la borsa con dentro lo smartphone nella macchina di mia madre, sono spacciata, non voglio pensare al peggio, ma inesorabilmente mi avvicino all’orlo dell’abisso.
E’ chiaro che non ne uscirò facilmente, non riesco a trovare una soluzione, non c’è nessuno che può far niente. Non so cosa sarà, e se continuerò ad esserci. Troppo buio dentro al mio animo congelato.
Mi viene in mente la ninna nanna che mia mamma mi cantava per farmi addormentare quando ero piccolissima: “Ninna nanna ninna oh, questa bimba a chi la do.. se la do all’uomo nero se la tiene un anno intero..”. Una canzoncina popolarissima che adesso mi fa sgocciolare una smorfia e voglia di dimenticare tutto. Davvero Marco è l’uomo nero? E da quando? Quando ha cominciato a scansare lo specchio per non vedersi nelle pupille, per non ammettere a se stesso di essere un Visitor oramai? Dietro l’aspetto gagliardo si nasconde una pelle di serpente in putrefazione; le sue parole, i suoi monosillabi, hanno un timbro alienante.
Dice il Signore Gesù nel Vangelo che non conta quello che entra nella bocca, ma quello che esce dalla bocca perché proviene dal cuore. “Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie”.
Oddio Marco, ti prego, riportami a casa. Mi dispiace davvero che sia finita, ma siamo adulti, anche tu ammetterai che non è più una favola noi due insieme. Marco, mi senti?
Lo vedo premere sull’acceleratore, abbiamo sorpassato una volante della Polizia, non c’è stato tempo di attirare l’attenzione su di noi, una coppia in viaggio in piena estate con una giornata di sole che tiene nascosti i misfatti degli uomini neri, che ci tengono anni interi.
Finalmente la macchina decelera, c’è una rotonda ultimata da poco tempo, siamo in coda, mi balena l’idea di gettarmi fuori al volo, ci riesco. Ma sfortunatamente accanto alla carreggiata c’è un’area di sosta dove vedo parcheggiare Marco. Cerco di correre per non farmi acciuffare. Marco è rapidissimo, io faccio zigzag tra le auto in fila, grido, voglio convogliare l’attenzione dei passanti su di me.
Ma cosa succede? Non c’è nessuno che mi dà un aiuto, molti alzano il finestrino nonostante l’afa imperante, una coppia di anziani mi rivolge un insulto, vedo una sagoma che il sole trasfigura ai miei occhi pieni di lacrime, è Marco.
Amore, non litighiamo davanti a tutte queste persone, amore andiamo in trattoria e parliamo.
Mi stringe il braccio, poi – appena raggiungiamo la sua auto- mi guarda con occhio animale, pupille nere e abissali, non c’è nessuno che si ferma a chiedere se qualcosa non va.
Marco tenta di innaffiarmi di benzina. Appena lo capisco mi agito con tutto il corpo e la voce, inutilmente.
Ma guarda questi che fanno spettacoli in mezzo alla strada, un signore dice alla sua signora.
Che vergogna, non c’è più decenza, via, non guardiamoli sennò non ce li scrolliamo più di dosso.
Marco mi soffoca con tutte e due le mani sul collo, poi mi dà fuoco.
Nessuno ha visto, nessuno si è fermato per evitare questa tragedia. Marco va via e corre a lavoro per cercarsi un alibi, per convincersi di non aver agito da mostro.
Sì, perché se nessuno si è accorto di niente, o nessuno voglia convincersi di nulla, lui rimane il bravo ragazzo che è stato mollato dalla fidanzata. Ragazzate, ma mica orco, orco è una parola per asociali, Marco, invece, paga le tasse, ha una famiglia, amici, il lavoro.
E poi chi piangerà questa ragazza, a parte la madre?
Noi donne siamo isole nell’oceano umano. Non ci curiamo se molte nostre simili nel mondo sono schiave, ancora, nel 2000 e oltre.
Volevo studiare per diventare medico. Ero più matura, non amavo più Marco per questo, ero cresciuta.
Lui era rimasto il bambinone che ottiene sempre tutto. Io volevo dedicarmi al mio prossimo perché tramite la fede ho scoperto di non essere del tutto inservibile.
La mia morte ha spazzato via la vigliaccheria e l’indifferenza degli esseri umani; nel punto esatto dove è stato ritrovato il mio corpo bruciato sono arrivati fiori, messaggi scritti, candele accese, immagini sacre, e un po’ di rimorso.
Forse si poteva evitare questa vergogna. Qualcuno, non tutti, almeno un passante, poteva fermarsi, poteva avvertire la polizia che stava succedendo qualcosa di strano, qualcosa forse di turpe. Ma la gente è andata avanti, come sempre, come se fossimo telecomandati, dei robot che vivono con meccanismi automatici, dei burattini manovrati dalle nostre preoccupazioni.
Ci accaniamo su cose che non meritano una vita. Chi c’era lì a quell’ora, in quell’istante esatto mentre Marco mi dava alle fiamme? Chi si è voltato dall’altra parte per non essere testimone di un delitto atroce? In Cielo lo sanno, c’era quel ragazzo col cappellino che doveva consegnare un pacco ed era in ritardo con la consegna. C’erano anche due donne che parlavano, parlavano di vestiti che sono troppo vecchi, del guardaroba da rinnovare, dei soldi che non bastano mai, dei mariti, della spesa, dei bambini che chiedono tutto e vogliono essere accontentati.
C’era pure un ciclista intento a battere il suo personale record, c’era una signora che era appena stata dal parrucchiere di lusso, intenta a parlare al telefonino, in comunicazione con il mondo, con la crema di questo mondo. C’era una coppia di giovani innamorati. Lui le baciava le dita mentre a pochi passi io esalavo l’ultimo respiro come una vittima dell’Olocausto, buttata ai bordi di una polverosa arteria stradale come scempio nello scempio e monito per tutti: non crediamo neanche se vediamo.
E ora è arrivato il momento di parlare dell’artefice di questo ordinario fatto di cronaca. Marco è tornato a casa dopo aver eseguito il suo lavoro metodicamente, come sempre. La polizia lo attendeva con un mandato di arresto, lui l’indiziato principale. Sono stati letti gli ultimi messaggi che ci siamo scambiati.
In uno io dicevo: “Perché Marco vuoi uccidermi?”. Marco messo alle strette ha subito confessato, ha raccontato per filo e per segno come si sono svolti i fatti.
Non ha trascurato il benché minimo particolare, non spera nella grazia, ma non sembra preoccuparsene. Il vero martello sul chiodo ero io. Ero io la sua ossessione, ed ora che si è liberato di me è pronto a rifarsi una vita, sia pure dietro le sbarre.
Sono passati due anni dall’uccisione di Paula Gettoni, l’ex fidanzato Marco Procelli si dichiara sempre colpevole, non vuole ostacolare la giustizia.
Da qualche mese viene a trovarlo, nelle ore di visita, una giovane donna che ammette di essere la sua nuova fidanzata.
I due si sono conosciuti tramite lettere scritte, e fotografie.
Marco vive da santo oramai da otto anni, non si è dimenticato di me, ma nella nostra lotta all’ultimo sangue io ho perso e lui ha vinto. Io non ci sono più, lui ha una nuova famiglia, pure un figlio, anche questo regalo per la sua buona condotta.
Ed ha vinto su tutti i fronti perché dopo il polverone che lo ha messo in una gabbia anche mediatica, la gente è tornata a provare la stessa emozione nei miei confronti, nei confronti di una vittima di femminicidio: indifferenza.
Povera ragazza, ma intanto la società ha decretato il mio oblio. Non c’è morte sociale per l’assassino.
E così eccomi a bere la rugiada dei petali sulla mia tomba. Un’altra donna, lo so, in questo stesso istante subisce violenza, è uccisa, stuprata, malmenata e vive con terrore le sue ore. Allora invoca Gesù e si rivolge all’altra che l’ha preceduta,e che adesso è nel Regno dei Cieli: “Lasciami il posto”. E l’altra – tra le altre – in sogno le dice: “Così sia”.

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