Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’ intervista con Valeria Arnaldi, a cura di Elena Romanello

8 settembre 2015

val 2Valeria Arnaldi, giornalista e organizzatrice di vari eventi, ha scritto per la nuova collana Shibuya di Ultra edizioni dedicata agli anime giapponesi due saggi, rispettivamente sul maestro Hayao Miyazaki e su Lady Oscar. L’abbiamo incontrata per parlare di questa passione travolgente, che ormai unisce varie generazioni, per manga ed anime e l’immaginario ad essi legato.

Come mai ha scelto di occuparsi di Lady Oscar e che rapporto ha con questo personaggio?

Lady Oscar era un personaggio nuovo all’interno della produzione animata giapponese dell’epoca, che a sua volta rappresentava già una rottura rispetto all’animazione cui eravamo abituati in Occidente. Era una donna alle prese con la riflessione su identità, ruolo, desideri. Non la classica icona “domestica”, più spesso addomesticata, della quasi totalità di favole e serie, ma una donna combattiva, determinata, energica. Mi interessava studiare questa nuova femminilità, più moderna e femminista ma non priva di elementi anche maschilisti della tradizione, e raccontarla uscendo dal semplice discorso nostalgico per proporne un’analisi più ampia. L’affezione ha comunque un suo peso. Come direttrice della collana Shibuya, scegliendo gli autori dei vari libri, ho cercato persone con background diversi che avessero uno speciale legame con il personaggio che avrebbero raccontato. Ho seguito questo criterio anche per me: Lady Oscar, da bambina, era la mia serie animata preferita.

Secondo lei come mai Lady Oscar è ancora così amata anche da chi non segue manga ed anime?

Credo sia molto amato per i tanti stimoli che offre. C’è la commistione tra storia e finzione, con tutte le suggestioni che la riconoscibilità di contesto e personaggi porta con sé in termini di credibilità della storia. C’è il fascino del periodo storico, ricostruito tra realismo e stereotipi. Poi, appunto, il carattere di Oscar, la trama emotiva molto articolata e ricca di colpi di scena. È una storia complessa, colma di sorprese, coinvolgente. Un “cappa e spada” al femminile: al tempo stesso, dinamico e romantico.

Che differenze ci sono state tra scrivere il saggio su Miyazaki e scrivere quello su Oscar?

L’approccio, per ricerca e modalità di studio, è stato il medesimo: privilegiare le fonti dirette, ossia appunti e dichiarazioni degli stessi autori, documentare la “cronaca” del loro lavoro, e poi passare all’interpretazione personale di testi, serie e film, a seconda dei casi. Vuole essere proprio nell’interpretazione critica, che nel mio caso segue i principi che adotto nella critica d’arte, il cuore di questi lavori: proporre un approccio diverso, non tradizionale, che guardi all’animazione come linguaggio artistico del contemporaneo, facendola uscire da quella nicchia cui spesso una certa Cultura, per snobismo, la relega. Non è un caso che, nel libro su Miyazaki, sul cui esempio ha poi preso vita la collana,e dunque anche in Lady Oscar, io abbia inserito un capitolo sugli omaggi degli artisti contemporanei in tutto il mondo. Fin qui le somiglianze. La differenza è già insita nei titoli. Nel saggio su Hayao Miyazaki, parlo di un regista e della totalità del suo lavoro, attraverso i decenni. In Lady Oscar, pur parlando di Riyoko Ikeda e del contesto in cui sono nati i suoi lavori, seguo un personaggio e il suo mondo, anche nelle citazioni successive, ma dovendo forzatamente evitare di approfondire altri passaggi della carriera dell’autrice.

Cosa ha reso secondo lei i manga e gli anime anni Settanta ed Ottanta così mitici e unici?

I lavori del cosiddetto “Anime Boom” hanno rappresentato una rivoluzione nel panorama italiano in particolare e occidentale. Eravamo abituati al buonismo, soprattutto disneyano, con le sue favole ritoccate per lasciare la paura, anche l’orrore a volte, ma stemperato dalla garanzia del lieto fine. La produzione giapponese era diversa, più “adulta”, fatta di chiaroscuri, sangue e carne, violenza ma anche passione e perfino erotismo. Era qualcosa di completamente diverso, una “bomba” per le generazioni che, per prime, sono venute a contatto con quel mondo.

Prossimi progetti dedicati agli anime e ai manga o in generale?

Da autrice, ho in programma, nei prossimi mesi, l’uscita di nuovi titoli nei quali, stavolta, vorrei proporre anche letture trasversali di un medesimo tema, attraverso più serie e più epoche. Da direttrice, la collana andrà avanti ancora con monografie dedicate ai personaggi cult dell’animazione dell’epoca, che hanno cresciuto più di una generazione. Personaggi divenuta icona, come, ad esempio, Lupin III.

:: Un’ intervista con Marisa Giaroli, a cura di Elena Romanello

7 settembre 2015

canMarisa Giaroli, scrittrice e poetessa, ha pubblicato vari libri in cui ha affrontato tra l’altro il tema, per certi versi attualissimo ma di cui si parla spesso a sproposito, dell’amore tra donne. La sua ultima fatica è il romanzo Canoni e contrappunti, edito da Corsiero, storia di un amore che nasce tra le due protagoniste nella bassa Padana degli ultimi decenni. Le abbiamo chiesto alcune cose su questa storia, sui libri, sull’amore.

Com’è nata l’idea di Canoni e contrappunti?

Chi scrive a mio parere deve essere molto attento a quello che accade nel mondo, intorno a lui. In questi ultimi anni si parla molto di omosessualità, nel bene e nel male, anche a livello delle istituzioni. Alcuni Stati hanno approvato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, si parla sempre più della Teoria del Gender.
Mentre scrivi una storia cerchi di entrare nell’animo dei personaggi, in questo caso di una persona che ama una persona dello stesso sesso ne percepisci le sofferenze, le gioie le difficoltà a portare avanti la relazione

Nella storia, il personaggio di Carmen affronta un percorso tortuoso prima di riconoscersi come lesbica. Secondo te quali sono le principali difficoltà oggi per una donna che ama le donne nel nostro Paese?

Penso che le difficoltà siano comuni per entrambi i sessi, non solo per le donne, perché a tutt’oggi i pregiudizi nei confronti degli omosessuali sono ancora molto diffusi Spesso si pensa a loro esclusivamente in termini di sessualità e pratiche sessuali, ci si limita a chiedersi come facciano l’amore e non le si considerano come persone che una propria storia, affetti autentici e profondi. Questo rende difficile mostrarsi a tutti senza veli, confidarsi apertamente, alla pari. Le cose poi si fanno ancora più difficili se si vive in un paese di provincia dove tutti sanno tutto di tutti.

Nel tuo libro ci sono ben pochi stereotipi: per te quali sono le difficoltà e i pregi di scrivere di amore tra donne?

Nei miei romanzi metto sempre in evidenza l’importanza dell’amore nella vita dell’uomo. Che ad amarsi siano persone dello stesso sesso o di sesso opposto nel mio scrivere non ha importanza. È l’amore a prevalere. Non è sempre facile parlare delle emozioni che l’amore genera si rischia spesso di cadere nel sentimentalismo. Ho raccontato la storia di una religiosa, di un notaio avanti negli anni che s’innamora di una giovane donna, di una ragazza alla ricerca della madre e ho cercato in ogni caso di esprimere l’importanza dell’amore nelle loro vite.

Cosa pensi della visione delle donne che si amano nei film, telefilm, romanzi? Quali sono stati i tuoi modelli in tal senso?

È un terreno che sta diventando sempre più fertile, c’è del buono e del meno buono, questo vale per film e romanzi.

Prossimi progetti?

Non progetto mai i miei romanzi, deve esserci qualcosa che accende la mia curiosità, il desiderio di sapere. Parto quando sento che ho qualcosa da comunicare, da condividere, quando mi sento coinvolta in una situazione.

:: Intervista a Stefania Auci, autrice di “Florence” (Baldini & Castoldi, 2015), a cura di Federica Guglietta

4 settembre 2015

auAvevamo già parlato di Florence, il terzo romanzo della scrittrice siciliana Stefania Auci, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi.

Oggi abbiamo il piacere di parlarne proprio con lei.

Benvenuta su Liberi di Scrivere, Stefania. Come da tua richiesta, mi permetto di darti del tu.  La prima cosa che mi viene da chiederti è: perché proprio il romanzo storico? 

Ciao e grazie a voi per l’accoglienza. Romanzo storico perché mi piace. Banale da dirsi ma è così: adoro la Storia perché credo che sia la più grande maestra del presente. E poi mi emoziona pensare alle “vite che non sono la mia”, per citare Carrére.

La tua professione di insegnante ha influito in questa scelta? 

No e sì. Essere insegnante ti permette di avere un contatto continuo e diretto con le nuove generazioni, di capire il loro linguaggio e ora più che mai c’è bisogno che i ragazzi conoscano il nostro passato, recente e non, per capire al meglio il presente. Credo che un romanzo storico possa essere un buon strumento per veicolare questo messaggio e agevolare la conoscenza.

Florence“, uscito lo scorso luglio per Baldini & Castoldi è il tuo terzo romanzo appartenente a questo genere, il primo ambientato in Italia. Gli altri due, “Fiore di Scozia” e il suo seguito “La rosa bianca” (entrambi pubblicati da Harlequin Mondadori tra il 2011 e il 2012), invece, nella Scozia di Carlo Stuart. Si tratta di epoche e background diversissimi. Con quale ti sei trovata più a tuo agio nella stesura del romanzo? 

Sono due ambienti profondamente diversi: la Scozia degli Stuart era ancora arretrata, profondamente legata a una coscienza medievale che noi non possiamo facilmente immaginare, poiché il vissuto politico della Scozia è estremamente diverso da quello italiano (sebbene ci siano state strumentazioni politiche sul punto).
L’Italia dei primi del Novecento, paradossalmente, è stata molto più difficile poiché era una nazione incerta, fragile, con un panorama politico estremamente parcellizzato e con una coscienza comune del tutto assente. Sì, Florence senza dubbio è stato il più complesso tra i due.

In Italia, quando si pensa al romanzo storico, viene automatico il rimando al Manzoni e a I promessi sposi. Eppure hai scelto un periodo, quello della Prima Guerra Mondiale molto più vicino prima al realismo di Verga e al Neorealismo cinematografico e letterario, poi. 
Quanto queste correnti hanno influenzato il tuo lavoro? 

Sarò sincera: Verga mi sta sullo stomaco. Da sempre. Non posso dire lo stesso di Manzoni, di cui ho amato le descrizioni dei luoghi e le personalità così vivide e forti. Per cui sì, se devo trovare un riferimento, lo trovo in Manzoni, anche se il vero punto di riferimento per questo romanzo è nella letteratura post bellica di ambientazione anglosassone. Su tutti, un autore e un romanzo: Ford Madox Ford con il suo Parade’s end.

Parliamo più nello specifico di Florence, in cui affronti con fluidità l’inizio di un secolo complessissimo come è stato il ‘900.
Il tuo romanzo è la dimostrazione che sentimenti e materia bellica possono coesistere senza annoiare o risultare banali. 
Quanto c’è di studio dietro? Questa dicotomia nell’argomento ha rappresentato in qualche modo una sfida tra l’autrice e il suo libro? 

Tanto studio e tanta passione, dalla ricerca dei movimenti sul territorio della Marna alle costruzioni rurali e alle case – torri della campagna toscana. E poi sì, la ricerca minuziosa del luogo e del punto in cui innestare una scena che ti ronza dentro da un po’. Per me non è una sfida: è che non riesco a pensare di poter scrivere in maniera diversa. Sono una persona pignola e appassionata.

Florence” racchiude in sé più temi e filoni narrativi: troviamo guerra, amore e passione, meschinità e violenza, speranza e colpi di scena. Il tutto raccordato nello schema narrativo del diario, che qui diventa un vero e proprio diario di guerra. 
Dal punto di vista prevalentemente stilistico, quello del diario è un modus scrivendi che senti tuo?

Più che di diario, parlerei di mescolanza di strumenti: c’è l’articolo di giornale, c‘è la lettera privata, i momenti introspettivi. Ho cercato di usare gli strumenti che avevo per tirar fuori in modo quanto più preciso possibile i personaggi, dando loro una coloritura ben determinata. Per me rimane prioritario l’approfondimento psicologico del personaggio.

I personaggi del tuo romanzo, come già accennato nella recensione, sono tanti e caratterialmente ben delineati, tanto da sembrare i personaggi di un film. Hanno un volto? Ti sei ispirata a personaggi realmente esistiti? 

No, o meglio. Non dal punto di vista caratteriale. Nascono così nella mia testa ed è difficile smontarli o fargli fare qualcosa che non vogliono. Per Ludovico ho tratto spunto da Luigi Barzini, antesignano dei cronisti di guerra. Per Irene e Claudia, invece, mi sono guardata attorno è mi sono concentrata su ciò che oggi è importante per una donna, su ciò che rappresenta aspirazione e limite. A distanza di cento anni, le donne sono ancora divise tra angeli del focolare e creature in cerca di un loro posto nel mondo.

Sono rimasta molto colpita dal personaggio di Irene. 
Nel suo essere laica, pacifista, colta, una donna che non ha nulla da spartire con i primi anni del Novecento, ma che è già protratta molto più avanti, rappresenta appieno gli esiti culturali e sociali del Novecento.
Vedi una matrice femminista in lei o è solo conseguenza naturale del tempo in cui vive? 

Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Irene è un personaggio femminista nell’accezione in cui decide di prendere in mano la sua vita e fare ciò che desidera. È una ragazza che ha le idee chiare, ma nello stesso tempo, sconta la diffidenza di un mondo profondamente maschilista da una parte, e dall’altra si trova a dover affrontare una realtà che la trova impreparata.
Irene è ciò che le ragazze di oggi cercano di essere: donne che vogliono avere le stesse opportunità di un uomo, con lo stesso salario e lo stesso rispetto. Non oggetti sessuali o lavoratrici di serie B. Sappiamo tutte che il cammino è ancora lungo. E che dobbiamo lavorare con le giovani generazioni, sia maschi che femmine, per far sì che questo accada.

Sposerai l’idea di scrivere altri romanzi storici di ambientazione nostrana?

Assolutamente sì.

Descrivi il tuo essere scrittrice in tre parole.

Coraggiosa, tenace, arrabbiata.
E grazie per la vostra gentilezza.

Stefania Auci, nata a Trapani, ma vive a Palermo, di professione insegnante e scrittrice. Già autrice di romanzi storici, “Fiore di Scozia” (Harlequin Mondadori, 2011), ambientato al tempo di Carlo Stuart e il seguito “La rosa bianca” (Harlequin Mondadori, 2012). “Florence”, pubblicato lo scorso luglio da Baldini & Castoldi, è il suo primo romanzo storico ambientato in Italia. Ha collaborato a lungo con blog letterari e riviste online.

:: Un ‘ intervista con Teresa Radice e Stefano Turconi, autori di “Il porto proibito”, a cura di Elena Romanello

2 settembre 2015

portoTeresa Radice e Stefano Turconi sono una coppia artistica e nella vita, autori tra le altre cose de Il porto proibito, graphic novel marinara tra avventura e Storia edita da Bao di cui Liberi scrivere si è già occupato. Oggi li abbiamo incontrati per parlare con loro di questa loro opera e non solo.

Qual è stato il vostro percorso di studi ed artistico?

Stefano: Che avrei fatto il fumettista lo sapevo dalle elementari, probabilmente anche da prima: i primi disegni che ho fatto, a 3 anni più o meno, erano un cowboy sul suo cavallo e un altro con Topolino, Minni, Clarabella e Pippo (un destino segnato, insomma…). Il percorso di studi è andato quindi di conseguenza: liceo artistico, accademia di Belle Arti di Brera (tanto per darsi un “tono”), scuola di illustrazione e fumetto (quella del castello Sforzesco) e Accademia Disney (dove poi ho anche insegnato). Da lì ho cominciato a pubblicare su Topolino e non ho più smesso, affiancando al lavoro sui fumetti anche quello sui libri illustrati, per diversi editori, italiani e non, fino ad arrivare, insieme a Teresa, al graphic novel.

Teresa: Anche io credo di aver saputo da sempre che nella vita desideravo raccontare storie: mi dicono spesso che a tre anni già leggevo e ricordo distintamente che, prima dell’asilo, riempivo insieme ai nonni quadernetti su quadernetti di avventure inventate… a fumetti! Alle elementari i miei compagni aspettavano con curiosità la puntata successiva delle mie interminabili storie-feuilleton che vedevano anche loro tra i protagonisti!
Un’altra mia passione, fin da piccolissima, era andare in giro, vedere posti nuovi, esplorare, incontrare gente diversa (forse perché sono figlia unica, ho sempre sentito il bisogno degli altri) : complice, credo, anche un viaggio fino a Londra con mamma e papà, su una 2Cavalli gialla, quando avevo 5 anni.
Così ho studiato lingue, unendo la voglia di viaggiare alle letterature straniere: prima al liceo, poi in università. E’ stato qui che la mia strada s’è intrecciata con quella di Topolino, perché ho partecipato a un corso di sceneggiatura per fumetti che si teneva nelle aule dell’ateneo, al termine del quale, dopo innumerevoli prove e ri-prove e una notevole selezione, sono stata ammessa in Accademia Disney.

Come è nata l’idea di Il porto proibito?

Teresa: Più che da un’idea, come ho detto anche altrove, questa storia è partita da un bisogno. Un bisogno che si è scatenato da una prima perdita… e poi da una seconda, qualche anno più tardi: due persone tuttora tra le più importanti della mia vita, senza le quali non sarei quella che sono oggi. Non è un modo di dire, è la pura verità. Se n’erano andate entrambe troppo presto, e non mi ci rassegnavo (non verrò mai a patti con questo); siccome l’unica cosa che credo un pochino di saper davvero fare è raccontare storie, sentivo che poteva essere il mio modo di farli continuare ad esserci, e inizialmente avevo questa immagine del porto inaccessibile nella nebbia, di una nave, dei marinai a bordo che in parte lo vedevano in parte no… e niente più. Ci sono voluti anni perché quest’embrione di racconto potesse crescere e prendere forma. 20 anni, per la precisione. E, soprattutto, c’è voluto Stefano, che desse corpo ai miei fantasmi.

Stefano: E c’è voluto un film, un bellissimo film: Master and Commander, di Peter Weir, che desse il via a tutto. Entrambi l’abbiamo visto al cinema, nel 2004, subito prima di incontrarci, ed entrambi ne siamo rimasti colpiti: quella era l’ambientazione, il “gusto” perfetto per la storia che Teresa aveva in mente. L’ambientazione è la guerra navale, a inizio Ottocento, tra la Royal Navy di Lord Nelson e la marina Napoleonica, l’epoca d’oro delle “tall ships” e dei grandi viaggi di esplorazione, quando le isole remote erano remote per davvero, quando doppiare capo Horn era un’impresa e circumnavigare il globo un viaggio che poteva durare anni. È proprio per “fare il pieno” di queste suggestioni che abbiamo scelto Plymouth come set. Non si tratta di un porto qualsiasi sulle coste del Devon, Plymouth è, nel mondo anglosassone, Il porto: da qui andava e veniva il corsaro sir Francis Drake, da qui è partita la Mayflower con i padri pellegrini che andavano a colonizzare l’America, è partito Cook per andare a esplorare l’Australia, e poi Darwin, per il suo giro del mondo sul brigantino Beagle, e Shackelton, verso il polo sud… insomma, per chi è appassionato di storia passeggiare sul molo del Barbican (il quartiere portuale della città) è un’emozione indescrivibile. E noi l’abbiamo fatto per una settimana, cercando e fotografando i posti dove poi avremmo ambientato le varie scene. Qui e nell’altro grande porto inglese: Portsmouth, dove c’è la più grande base storica della Royal Navy e dove c’è la Victory, la nave ammiraglia di Nelson (dove il nostro bimbo piccolo, Michele, ha fatto i primi passi, cosa di cui un giorno potrà vantarsi!).

Il vostro fumetto cita la letteratura ottocentesca: che rapporto avete con questa stagione irripetibile e chi sono i vostri maestri?

Teresa: L’incontro con i Romantici e, più in generale, la letteratura inglese dell’Ottocento, è avvenuto al liceo. La mia insegnante di letteratura inglese era una suorina appassionata di Byron, che un giorno probabilmente andrò a cercare per portarle una copia del “Porto”: è stata lei a farmi incontrare Coleridge (Wordsworth, invece, l’avevo già conosciuto al Lake District: ho cominciato molto presto a passare mesi interi di studio in Inghilterra, ospite per anni della stessa famiglia, gli Hutchinson di York). Ecco: questi tre (Wordsworth, Coleridge e Byron) li considero un po’ i miei compagni di viaggio. Quando mi sono messa a scrivere Il Porto Proibito ricordavo ancora, a distanza di vent’anni, interi brani delle loro opere a memoria, senza magari averle riprese in mano da allora.

Stefano: Io invece mi sono occupato della letteratura “ambientata” nell’Ottocento. Parlavamo prima di Master and Commander, ecco, incuriosito ho cercato i libri di Patrick O’Brian da cui il film era tratto, e ho letto il primo: Primo comando. Non mi sono più fermato. Ho l’ultimo (il ventesimo) sul comodino, ma non ho ancora trovato il coraggio di leggerlo: è incompiuto, l’autore, ottantaseienne, è morto mentre lo scriveva…
Il Porto Proibito deve molto a O’Brian: da lui, e dal suo incredibile lavoro di documentazione, abbiamo preso informazioni sulla navigazione, sulla vita a bordo, modi di dire, termini marinareschi. L’abbiamo ringraziato, (oltre che, naturalmente, nei credits) dando il suo nome (il suo vero nome) a un personaggio: l’ufficiale Patrick Russ. Lui si definiva “irlandese di nazionalità britannica”: secondo me avrebbe apprezzato…

Che differenze ci sono tra scrivere per la Disney e scrivere una propria storia, che difficoltà, che peculiarità?

Teresa: A essere sincera, non molte differenze: fatta eccezione per la complessità della trama, che è legata ovviamente anche alla lunghezza, il mio modo di procedere è identico, che si tratti di una storia Disney di una trentina di tavole (o più puntate di questa lunghezza, come ne L’Isola del Tesoro o in Pippo Reporter) o di un graphic novel dieci volte più corposo come il Porto. La verità è che sento molto mie anche le storie che facciamo per Disney, e credo di poter parlare in questo caso anche a nome di Stefano: hanno la nostra impronta, le nostre passioni dentro.
In generale, prima viene sempre una fase di documentazione (anche le nostre storie Disney sono per lo più ambientate in altre epoche, quasi mai nella nostra: non ci piace avere a che fare con troppa tecnologia, anche nella vita reale… io scrivo ancora tutto a mano, pensa un po’!). Poi cerco di stendere un soggetto che sia il più dettagliato possibile (quello del Porto erano venti pagine fittissime), in modo da sentirmi più leggera quando inizio a sceneggiare e da conoscere già ogni angolo nascosto della storia, per non cascare in buchi neri quando già mi ci sono immersa. Davvero, per me questa del soggetto è la parte più impegnativa e sfiancante. Quando ho terminato questa fase, è un po’ come se avessi già scritto l’intera storia: ora devo solo affidarmi ai personaggi e lasciarli parlare. I dialoghi sono sempre la cosa che butto giù per prima; poi li limo e li ri-limo incessantemente, fino… all’ultimissima occasione possibile! C’è chi si è lamentato che sono “verbosa” e io… non posso che confermare ;-), sono così anche nella vita (chiedete a Ste!): mi piacciono le parole. Mi piace sceglierle, rotolarmele nella testa per sentire l’effetto che fanno. Ma mi piace anche lasciare spazio alle emozioni senza balloon, dove possibile. Insomma, se mi sforzo, so anche essere “silenziosa”.

Prossimi progetti?

Teresa e Stefano: Tanti e diversissimi. Il Porto Proibito è stato emotivamente importante e adesso non è facile sapere esattamente quali priorità dare. Sul fronte Disney, stiamo lavorando a una miniserie in 5 episodi ambientata negli anni Settanta, oltre che alla proposta per un altro adattamento di romanzo inglese ottocentesco. Poi siamo in ballo con una serie di libri illustrati dedicati a Viola Giramondo, che ci occupano parecchio tempo e che per ora saranno pubblicati solo all’estero. Abbiamo idee per un paio di racconti un po’ particolari per bambini, che non è ancora detto che trovino un editore e – last but not least – c’è il nostro prossimo graphic novel grosso. Che sarà a colori e che abbiamo (quasi) tutto in testa. Ma è una storia difficile, che in questo particolare periodo ci sta facendo un po’ soffrire e dobbiamo trovare la forza e il modo giusti per raccontarla (magari, prima, anche a Caterina e Michele di BAO, la cui pazienza, prima o poi, finirà per scarseggiare…).

:: Un’ intervista con Alessio Fabbri

27 agosto 2015
lamagiara

Clicca sulla cover per l’acquisto

Oggi abbiamo con noi, sulle pagine di Liberi di scrivere, Alessio Fabbri, un giovane scrittore, laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Ferrara e  insegnante di Lingua Inglese, che ha esordito quest’anno con il romanzo “La Magiara” edito da Sillabe di sale, un piccolo editore piemontese fieramente non a pagamento. L’ho conosciuto per caso, e per prima cosa mi ha colpito il suo blog, vi invito a visitarlo, qui.

Benvenuto, Alessio, su Liberi di scrivere. Presentati ai nostri lettori, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro di insegnante.

Grazie dell’opportunità di raccontarmi, di poter parlare di ciò che scrivo. Vorrei ringraziare voi ed i vostri lettori, prima di tutto. Amo l’Inglese da tempo immemore, e col tempo, ma anche grazie ai miei studi letterari, mi sono appassionato all’ambiente letterario dei paesi anglosassoni ed americani. Proprio per questo ritengo Francis Scott Fitzgerald e Virginia Woolf come i miei autori preferiti, e fonte d’ispirazione infinita.

Puoi raccontarci come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Potrei dire di essere stato stregato da “Il Grande Gatsby” non appena l’ho letto. Il mio amore per il periodo storico degli anni 20 aveva finalmente incontrato un narratore eccellente, che mi portasse in quell’epoca e che me ne spiegasse i vizi e le virtù. Scrivere non è stata una qualità innata per me, se non contiamo i buffi scritti di quando avevo sedici anni! L’intenzione di scrivere un romanzo è nata quattro anni fa, ma quella storia è ancora nel cassetto perché ne è nato un libro di almeno cinquecento pagine. La revisione è iniziata e terminata, ed aspetto l’occasione giusta per proporlo. Intanto il secondo romanzo ha visto la luce, ed è stato pubblicato per primo!

Da giovane scrittore esordiente, hai pubblicato quest’anno il tuo primo romanzo, La Magiara, come è stato il tuo incontro con il mondo editoriale? Pensi che il talento abbia un ruolo determinante nella carriera di uno scrittore? O ci sono altre componenti, la simpatia, il bell’aspetto, le conoscenze?

Quando “La Magiara” è stato completato (quindi ad agosto del 2014), ho proposto il manoscritto a diverse case editrici. Affrontare l’approccio ad un mondo nuovo e sconosciuto come quello dell’editoria può essere un’esperienza dai mille volti. Ritengo che sia un campo minato se si è giovani e un po’ ingenui. Avere più di trent’anni mi ha sicuramente aiutato a tenere i piedi per terra e a far tesoro dei bocconi amari che la vita riserva anche in altre circostanze e che, per fortuna, a qualcosa servono.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro? Come hai conosciuto l’editore Sillabe di sale?

Non è stato particolarmente difficile pubblicare “La Magiara”. Ho sempre detto, e continuo a dirlo in riferimento ai miei futuri scritti, che se non avessi trovato un editore avrei continuato a cercarlo e che, giunti ad un certo punto, l’avrei auto pubblicato.

Ho conosciuto l’autrice di un libro edito da Sillabe di Sale. L’ho conosciuta per caso, all’aeroporto, mentre ero diretto in Inghilterra. Mi consigliò di mandare il manoscritto al suo editore, e così “La Magiara” divenne di inchiostro e carta qualche mese dopo.

Hai trovato difficoltà a farti conoscere, a presentare il tuo romanzo, a ricevere attenzione dai media?

Assolutamente sì! Farsi conoscere è la parte più difficile del mestiere di autore. A volte, ti rivolgi a chi credi che possa aiutarti, e trovi muri e porte chiuse. Per esempio, ho contattato un’associazione letteraria a tematica femminile, poiché il mio libro ha per protagonista una donna e ne esplora la psicologia e le difficoltà nel contesto storico e sociale. Mi venne detto che presentano solo libri scritti da donne. Mi parve una risposta ed una chiusura mentale incredibile, per non parlare di sessismo. In ogni caso, ho trovato anche chi mi ha dedicato tempo e spazio, come alcune testate locali. Di questo sono infinitamente grato!

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Oltre alla Woolf e a Fitzgerald, devo dire come mi abbia colpito Sebastiano Vassalli. Ho letto “La chimera” quasi per caso, e mi sono rispecchiato nel suo modo di scrivere e di narrare gli eventi. Ho scoperto solo da poco della sua scomparsa, e questo mi addolora molto.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Adoro la poesia. Nel mio prossimo libro ho voluto anticipare ogni capitolo con due brevi versi. A volte sono così concisi o ermetici che mi sembrano proprio la cornice perfetta. Al momento non sto leggendo libri di poesie, ma mi affascinano molto Dino Campana e Guido Gozzano. Sono i miei autori preferiti e non nascondo l’infinita ispirazione che mi regalano, soprattutto Campana.

Ora parlami del tuo romanzo, La Magiara. Chi o cosa ti ha ispirato a scriverlo? Quale è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

“La Magiara” è nato dalla combinazione di due desideri: scrivere un romanzo ambientato negli anni 20 e narrare Ferrara. Le due intenzioni si sono intrecciate e mi hanno dato la possibilità di scavare ed indagare alcuni aspetti della vita di città di quegli anni. Ma il punto di partenza è stato Agnese. La protagonista principale era già una donna forte ed indipendente sin dalla sua prima ideazione: questo non avrebbe mai subito modifiche ed è così che è stato.

E’ un romanzo ambientato nella Ferrara degli anni 20, essenzialmente un ritratto di donna. Riassumici la trama in breve.

Agnese è una donna sola: perde la madre, ha sofferto l’abbandono di un uomo e non sa come vivere. Viene rintracciata dal fratellastro Luigi Alfonso, e per volontà del loro comune padre defunto, lei viene accolta sotto il tetto dei Salisbeni, aristocratici di Ferrara. È una sfida immensa per lei: un nuovo ambiente, così restrittivo, nuovi legami, il rancore mai sopito per il padre che non l’ha mai riconosciuta e per il suo ex-fidanzato. Viene da chiedersi: che tipo di femminismo conviene ad Agnese? E sta facendo le scelte giuste? È una pentola a pressione e sembra sempre sul punto di scoppiare. Ma ogni personaggio ha una sua storia da raccontare.

Quali sono i personaggi principali? Come li hai caratterizzati? Sei riuscito a trovare una voce per ognuno di loro? Quale personaggio pensi sia il più riuscito?

Non ho dubbio che Agnese sia il punto focale dell’intera vicenda. Ma mi piace molto come è venuta fuori Sibilla, sua nipote. Quest’ultima è ancora più insicura di Agnese, emotivamente parlando. Così la prende da esempio, diventa il suo modello di donna. Ma ad un certo punto non basta più, perché entra in gioco la rivalità femminile, e Sibilla si ritrova a voler superare la zia, a diventare più furba, più maliziosa.

Ogni personaggio vive delle proprie paure e delle proprie prigioni. Vedremo chi riesce a liberarsene e chi, invece, ne rimane vittima, a volte coscientemente.

Preferisci delineare gli ambienti, caratterizzare i personaggi, o ideare i dialoghi?

Mi piace molto la descrizione degli ambienti. Solitamente spezzo la narrazione con qualche elemento esterno. Non mi piace che il punto di vista narrativo sia il mini-mondo interno di un personaggio, ma che appunto vi sia contaminazione degli elementi.

Che metodo di scrittura utilizzi: fai molte stesure, scrivi di getto?

Generalmente raccolgo le idee su carta, faccio bozze, butto giù idee (incluso date di nascita, dati personali dei personaggi e parentele) e poi inizio a scrivere al portatile. Mi sono trovato a scrivere spezzoni su carta, ma poi è brigoso mettersi a trascrivere tutto, poiché mi trovo più a mio agio a scrivere di getto: l’impulso non va frenato! Ma, appunto, se non sono a casa la carta mi aiuta molto!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Oltre al computer, ho spesso portato con me il tablet. Lavoravo a Ferrara all’epoca della scrittura del libro, e così nelle pause pranzo mi estraniavo in qualche angolo della scuola per correggere i capitoli (oppure se c’era il sole ero ad un giardino poco lontano).

Hai svolto ricerche per la stesura del tuo romanzo?

In parte sì. Per esempio, sin dal mio primo arrivo a Ferrara ho subito il fascino di alcuni palazzi. Stavo descrivendone uno molto centrale che mi affascina da sempre, per poi rendermi conto che è stato inaugurato solo nel 1930! Ho dovuto quindi fare qualche modifica! Inoltre, ho cercato di essere più preciso possibile: se villa Salisbeni fosse esistita veramente (e chissà, forse è così), allora la chiesa di riferimento sarebbe stata quella di S. Benedetto (dove infatti è custodito l’atto di battesimo di Agnese). Ho cercato di essere meno casuale possibile, scegliendo sempre in base a ciò che sapevo o scoprivo per rendere tutto autentico.

Cosa stai leggendo in questo momento? Preferisci leggere testi tradotti o in lingua originale?

Quando leggo romanzi in Inglese non posso assolutamente leggere una traduzione: è una questione di principio! Ma se leggo opere straniere di cui non capirei la lingua, allora mi affido ovviamente ad una traduzione. Ora sto leggendo “Il formicaio” di Margit Kaffka, un’autrice ungherese che ha in qualche modo influenzato l’idea de “La Magiara”. È una scrittrice poco conosciuta che però è una delle prime donne ad aver scritto delle tematiche femminili nel Novecento.

Scrivi anche racconti? Quale è il racconto più bello che hai letto?

Ho scritto racconti brevi, ora raccolti ne “Gli elementi dell’essere”, che è disponibile su Amazon. Sono momenti e scelte nelle quali i personaggi si ritrovano a vivere. A volte, però, la questione di un attimo può sembrare eterna, o addirittura divenirlo. C’è amore, sofferenza, tormento, solitudine in queste storie. “24 ore nella vita di una donna” di Zweig è forse classificabile come racconto, tanto è breve. Quello dev’essere il mio preferito!

Che rapporto c’è per te tra la memoria e la libertà di esprimersi nell’arte?

La memoria è fondamentale. Do molta importanza a ciò che ho ereditato dal mio passato, sia quello che ho ricevuto dai miei avi e sia quello che ho scoperto per mia mano. C’è sempre una linea poco delineata, per me, fra queste due direzioni narrative. La libertà è altresì fondamentale, quindi mi piace pensare che questi due poli tendano ad invertirsi continuamente e che così possa nascere una scrittura piacevole e mai statica.

Grazie del tuo tempo, Alessio, mi piacerebbe chiudere questa intervista chiedendoti  a cosa stai lavorando in questo momento? A un nuovo romanzo?

Come anticipavo, il primo libro è nel cassetto e credo di proporlo a qualche concorso letterario. Il terzo, invece, è in fase di revisione e sarà presto inviato per una valutazione editoriale. In fase di scrittura ho una trilogia di cui sto mettendo a punto il primo volume e tante, troppe idee. Credo che chi è autore possa capirmi: ci sono tante voci e tutte meritano di essere ascoltate. È il tempo che manca!

Grazie a voi dello spazio e dell’opportunità che mi avete concesso di potermi raccontare un po’!

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Un’intervista con Will Firth, traduttore freelance a Berlino

21 agosto 2015

unnamedBenvenuto, Will, e grazie per aver accettato questa intervista.

GI: Sei australiano, nato a Newcastle nel 1965. Raccontaci qualcosa della tua infanzia e del tuo background.

Will Firth: Sono nato in una famiglia britannica di estrazione operaia. I miei genitori hanno studiato, poi hanno lasciato la zona industriale di Newcastle poichè volevano qualcosa di meglio. Ho iniziato la scuola in Scozia, dove i miei genitori hanno lavorato e studiato per tre anni, ma la maggior parte della mia infanzia l’ho trascorsa di nuovo in Australia, nella capitale Canberra.

GI: Ora parlaci dei tuoi studi e di come sei diventato un traduttore freelance con base a Berlino. Hai studiato in Australia, a Mosca, a Zagabria – ciò che mi ha colpito di più leggendo il tuo curriculum di traduttore, sono le lingue con cui lavori, alcune sono abbastanza inusuali, come il serbo-croato, il macedone e il bulgaro (altre più tradizionali come il tedesco e il russo).

WF: E’ andata così: a scuola ho imparato il tedesco e il francese perché i miei genitori erano molto ‘eurofili’, ma non ero molto portato per le lingue. Infatti, quando iniziai l’università mi iscrissi a Scienze sociali, insieme con il tedesco. Il mio interesse verso le lingue nacque per la verità per motivi politici: iniziò durante il mio periodo nel Partito comunista australiano. Il partito era abbastanza liberale o ‘euro-comunista’, ma c’era ancora una sorta di riverenza per l’Unione Sovietica. Ho trovato questo affascinante e così ho deciso di studiare russo, lasciando da parte le materie socio-scientifiche. Anche se ho lasciato il partito meno di due anni più tardi e ho trovato una nuova casa nel movimento anarchico, ho continuato con il russo. L’ho anche usato come un trampolino di lancio per l’apprendimento del serbo-croato e del macedone, data la stretta somiglianza tra le tre lingue (un po’ come quella che c’è tra italiano, francese e spagnolo, ritengo). Avevo pensato di diventare un interprete per i servizi sociali o qualcosa del genere, dato il gran numero di immigrati jugoslavi in ​​Australia, ma poi ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per l’ ex Jugoslavia nel 1988-89. Dopo sono andato in URSS nel 1989-90 per migliorare il mio russo, ed è stato lì che ho incontrato la mia compagna (una tedesca orientale), e ho finito per trasferirmi con lei a Berlino.

GI: Qualche ricordo dei tuoi anni da studente?

WF: Molti. Oltre agli incontri davvero stimolanti con professori e con gli altri compagni di studio, credo che siano propri i tempi a cui spesso ripenso. Ricordo l’intensità e la frustrazione di essere un attivista di sinistra in Australia (1983-1987) in ritardo rispetto alla Guerra fredda, o la programmazione alla stazione radio pubblica a Canberra o ricordo di essere stato arrestato durante un corteo di protesta contro l’estrazione di uranio nell’ Australia del sud. Immergermi nella ex-Jugoslavia, che sentivo molto straniera, è stata per me un’esperienza straordinaria a diversi livelli. L’era della Perestrojka in URSS era anche molto affascinante. Uno dei miei ricordi preferiti è quello di una breve visita a Vilnius (ora Lituania) durante la quale in strada ci imbattemmo in due altri anarchici. Indossavamo i nostri distintivi per cui ci riconoscemmo. Scoprimmo così che i due ragazzi erano venuti da Kharkov, nell’ Ucraina orientale, per organizzare la stampa della rivista della loro organizzazione, che era impossibile stampare a casa loro a causa della carenza di carta. Questo mi ha dato la sensazione di un vibrante paese cosmopolita.

GI: Lavori come traduttore freelance a Berlino – come fai a tenerti aggiornato sullo slang, come acquisti una conoscenza pratica sulle forme gergali collocate anche nel tempo?

WF: Per tenere il passo con l’uso corrente dello slang, cerco di trascorrere qualche settimana ogni anno o giù di lì in ciascuna delle miei aree linguistiche di riferimento. Anche avere buoni dizionari, soprattutto di madrelingua da consultare, aiuta. Leggo molto e ho una buona conoscenza di cultura generale. Se ho bisogno di conoscere particolari stili storici o generi di traduzione provo a leggere una manciata di opere provenienti da quei tempi e campi. Parte dell’abilità di un traduttore dipende dalla sua capacità di adattarsi.

GI: E per quanto riguarda la lettura nel tuo tempo libero? Quali sono i tuoi autori preferiti, quali libri ami leggere semplicemente come lettore?

WF: Non sono mai stato veramente un topo di biblioteca, e persino adesso che sono divenuto un traduttore letterario, sono ancora un lettore piuttosto caotico: ho letto molto, ma a casaccio. Mi piacciono soprattutto la poesia e i racconti brevi. Credo che Heinrich Böll e Isaak Babel siano i primi nella lista dei miei scrittori preferiti, ma uno degli scrittori che traduco, la macedone Rumena Bužarovska, starebbe anche abbastanza in alto nella lista. Scrive racconti delicati, anche molto spiritosi. Oh, e sono anche un fan di Tolkien.

GI: Come lavorano i traduttori freelance? Come si fa a entrare in contatto con un editore? Con l’invio di un curriculum vitae, iscrivendosi in una banca dati per traduttori? O sono gli editori che ricercano attivamente i liberi professionisti? Chi si occupa della selezione? La concorrenza è molto forte?

WF: Nonostante sia membro di associazioni professionali sia in Germania che in Australia, posso solo parlare della mia esperienza. Penso che il mercato delle traduzioni letterarie sia molto disomogeneo e casuale. Una parte di questa impressione può essere dovuta al fatto che traduco da lingue poco diffuse, di basso status (anche il russo in realtà non riceve l’attenzione che merita), verso cui la maggior parte degli editori sono disinteressati se non scettici. Può anche essere dovuto al fatto che traduco in inglese, pur non vivendo in un paese di lingua inglese. La maggior parte dei traduttori letterari sarebbero d’accordo che non c’è un modo semplice per trovare un lavoro regolare, discretamente pagato. Agenti ed editori ti avvicinano con sinossi o esempi di traduzioni e se ti piacciono è un modo per iniziare. Frequentare festival e fiere del libro per esaminare la scena è probabilmente una buona idea. Avere un sito web della propria attività (come faccio io) e promuovere il proprio lavoro attraverso i social media (cosa che io non faccio) sono anche cose che vale la pena considerare.

GI: Come organizzi il tuo lavoro? Programmi una scaletta, dividi il testo rientrando immagino entro una data di consegna concordata?

WF: Quando ho iniziato a lavorare come traduttore freelance nel 1991, mi ci sono voluti circa cinque anni per organizzare un flusso regolare di lavoro – e poi altri cinque anni per fare che il flusso di lavoro fosse anche interessante (testi di studi umanistici). Anche allora, la combinazione tedesco-inglese era soffocante rispetto alle mie altre lingue, e solo nel 2005 sono stato in grado di passare a tradurre principalmente dalle mie lingue slave. La svolta principale per me è avvenuta nel 2010, quando sono stato contattato da Istros Books a Londra, un editore specializzato in letteratura tradotta da paesi del sud-est europeo. Istros Books è stato il mio principale cliente da allora.
Io lavoro da casa; ho un computer portatile, ma preferisco la pace e la tranquillità della mia scrivania. Mi piace il mio lavoro e probabilmente arrivo a lavorare dalle cinquanta alle sessanta ore a settimana, ma siccome mi piacciono molti suoi aspetti non sempre lo percepisco come un lavoro con la “L” maiuscola.
In termini di tempo, pianifico prudentemente in modo da essere in grado di attenermi alle scadenze, anche se il computer si rompe o devo prendere qualche giorno di malattia. Inoltre, dal momento che la paga non è buona, cerco anche di organizzare le scadenze in modo da avere il margine di manovra per adattarmi a piccoli lavori occasionali meglio pagati lungo la strada.

GI: Sono venuta a conoscenza del tuo lavoro grazie alla traduzione che hai fatto, dal montenegrino, di Till Kingdom Dome, di Andrej Nikolaidis, che dal 27 agosto uscirà in Gran Bretagna grazie a Istros Books. Come sei venuto a conoscenza di questo libro, conoscevi già il suo autore?

WF: Till Kingdom Come è il terzo romanzo breve (o novella) di Andrej Nikolaidis che ho tradotto. The Coming e Son sono stati i primi due. Nikolaidis ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura per Son nel 2011. I tre libri sono ristampati in lingua originale come una trilogia intitolata Tamno pokoljenje, che significa “La generazione oscura” (un titolo adatto, credo, perché Nikolaidis è un maestro del noir). Istros Books potrebbe fare lo stesso per le traduzioni in inglese, a seconda della domanda.
Ho scoperto The Coming circa cinque anni fa. Avevo sentito parlare dell’autore – è un noto giornalista e critico letterario nella regione di lingua serbo-croata – ma non avevo ancora letto nulla di suo. Ero alla ricerca di uno o due scrittori montenegrini da tradurre, e per quanto può sembrare banale, mi ha attratto la grafica della copertina della versione originale del libro, così ne ho ordinato una copia. Il contenuto non era meno impressionante della confezione, così ho presentato il titolo a Istros libri, che ha organizzato i finanziamenti UE per la traduzione.

GI: Non conoscevo Andrej Nikolaidis, sebbene cercando in rete ho scoperto dopo che è uno scrittore molto considerato, e pressapoco mi sono avvicinata al libro, primo pensando che l’autore fosse greco, poi per la copertina: un uomo con un ombrello in primo piano (ho pensato a Robert Redford ne Three Days of the Condor) e una donna in rosso sullo sfondo. Essendo un’appassionata di noir è interessante per me scoprire un autore montenegrino che utilizza questi canoni narrativi. Tu avendolo tradotto conosci approfonditamente il suo stile, puoi parlarcene?

WF: Direi che il tratto distintivo del suo stile è una sorta di cinismo intelligente: i commenti feroci sono la sua specialità, e di tanto in tanto mi sembra anche un misantropo, ma non risparmia niente e nessuno, quindi il suo nichilismo arguto è imparziale. C’è spesso un elemento di umorismo nero nei suoi libri, che mantiene la narrazione vivace, ed usa spesso digressioni. Queste sono a volte piuttosto da intellettuale, ma riporta i piedi per terra di nuovo con abbondanti dosi di iperboli. Tutto sommato, la sua scrittura è molto divertente.
La storia del cognome è interessante. Andrej è nato nel 1974 a Sarajevo da madre bosniaca e lì ha trascorso la maggior parte dei suoi anni di formazione. Quando scoppiò la guerra nel 1992, si trasferì a casa di suo padre a Ulcinj, in Montenegro. Il cognome deriva dal nonno paterno, che era a quanto pare un sacerdote greco ortodosso. Emigrò a nord lungo la costa, attraverso l’Albania, e, infine, si stabilì a Ulcinj, la città più meridionale del Montenegro. Dal momento che la popolazione locale è stata (ed è tuttora) a maggioranza musulmana, ha dovuto guadagnarsi da vivere come fornaio. Almeno questa è la storia che Andrej mi ha raccontato…

GI: E’ un noir che tratta il tema dell’identità, niente di più incorporeo e fluttuante. Scoprire all’imporvviso che tutto quello che si credeva vero del proprio passato, della propria famiglia, era invece falso, è come dire… destabilizzante. E’ anche un noir che ci parla dell’iportanza della verità, delle atrocità perpetrate durante i tempi di guerra, e del senso dell’esistenza umana. Cosa hai amato di più di questo libro, mentre lo traducevi?

WF: Mi sono divertito a tradurre questo libro soprattutto a causa dello stile ‘dark’ di Andrej, come con The Coming e Son prima. Tutti e tre i libri trattano di identità e di questioni intergenerazionali, ma ognuna ha un tema diverso. In Till Kingdom Come, mi ha affascinato il focus sui servizi segreti – spesso una Stato nello Stato – e Andrej fonde i fatti (ad esempio gli omicidi reali che egli cita) e la speculazione sulla natura pervasiva di tali istituzioni. Mi è piaciuto il ritratto della “nonna” protagonista, che lavora anche per i servizi segreti: lei adotta un ragazzo orfano, lo ama come un figlio, e finisce per credere alle bugie che compongono la sua fabbricata storia familiare.

GI: E ora vorrei che ci parlassi della letteratura montenegrina contemporanea, che conosco davvero pochissimo. Ci sono altri autori interessanti, di cui ne consigliersti la lettura, che proporersti per un’ eventuale traduzione?

WF: Penso che la letteratura contemporanea dal Montenegro deve essere vista nel contesto della regione – e non è separata dalla letteratura degli altri paesi di lingua serbo-croata. C’erano letterati famosi del XX secolo con un elemento montenegrino nella propria identità, ad esempio, Danilo Kiš e Borislav Pekić, ma il primo è di solito considerato un jugoslavo e il secondo un serbo. Anche oggi ci sono un sacco di scambi e di influenze reciproche tra scrittori, editori e case editrici in Croazia, Serbia e Bosnia.
Raccomanderei molto Ognjen Spahić, probabilmente il più noto autore montenegrino in patria e all’estero. Il suo primo romanzo, Hansen’s Children (Hansenova djeca) è stato pubblicato in inglese da Istros Libri nel 2011. Spahić ha appena finito un nuovo grande romanzo che spero di tradurre nei prossimi anni. Altri scrittori degni di nota sono Balša Brković e Dragan Radulović, ma purtroppo nessuna delle loro opere principali sono state tradotte in inglese. Questi tre autori, insieme a Andrej Nikolaidis, sono a volte indicati come la New Wave letteraria montenegrina, e tutti e quattro sono stati in grado di avere brevi pezzi pubblicati nella recente antologia americana Best European Fiction. Infine, vorrei ricordare Ksenija Popović, che ha scritto due romanzi ed è la prima scrittrice del Montenegro ad aver avuto un impatto in una scena dominata dai maschi, ma non ho ancora letto nessuno dei suoi lavori.

GI: Puoi dirci a cosa stai lavorando in questo momento?

WF: Attualmente sto traducendo un delizioso, romanzo meditativo dello scrittore bosniaco Faruk Sehic, Quiet Flows the Una (Knjiga o Uni). Esso potrebbe essere il mio preferito tra tutti i libri che ho tradotto. Sehic con questo libro ha vinto il premio dell’Unione europea per la letteratura nel 2014.
Questo libro, in gran parte autobiografico, è molto interessante da punto di vista “guerra e pace”. Sehic, in realtà per formazione è un veterinario, è stato coinvolto come un giovane uomo nelle guerre degli anni ’90. Si è salvato dall’abisso dello stress post-traumatico grazie al suo amore per la sua regione d’origine – un paesaggio carsico continentale nel nord-ovest della Bosnia. Un ragazzino che pesca nelle profonde, e limpide acque del fiume vicino a sua casa è ciò che conserva all’uomo adulto la sanità mentale. La scrittura è la sua terapia. E calmo, ma assolutamente struggente.

GI: Grazie per il tuo tempo e la tua pazienza, e auguri per il futuro.

:: Intervista a Bianca Pitzorno, a cura di Federica Guglietta

12 agosto 2015

biancaLa vita sessuale dei nostri antenati è l’ultimo romanzo di Bianca Pitzorno, pubblicato a giugno scorso da Mondadori. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con l’autrice, che non si risparmiata nell’illustrarci ampiamente il lavoro preparatorio e la visione del mondo che c’è dietro. Buona lettura!

Buongiorno e benvenuta su Liberi di Scrivere, Bianca. La ringrazio per averci concesso quest’intervista. Rompo il ghiaccio chiedendole subito: qual è stato il motore della narrazione de “La vita sessuale dei nostri antenati”?

Da tempo desideravo scrivere una storia che raccontasse il ‘Prima’ e il ‘Dopo’ nei costumi sessuale delle donne di oggi: le più anziane come me cresciute e educate nel dopoguerra con una mentalità che presupponeva il silenzio, la rimozione ipocrita dell’aspetto fisico nelle relazioni sentimentali e in quelle coniugali, e quelle cresciute dopo la rivoluzione del Sessantotto che ci ha liberato da tabù e pregiudizi a questo riguardo. Le giovani donne di oggi, le mie ‘lettrici-bambine’ cresciute, spesso vivono questa libertà come un dato di fatto scontato, naturale, qualcosa che spetta loro di diritto, e non sanno, o non riflettono su quanto è costato alla nostra generazione conquistarla.
Mentre ordinavo il materiale preparatorio per questa storia mi è capitato sotto gli occhi l’albero genealogico di una famiglia che conoscevo e che risaliva al ‘500 e sono rimasta colpita dall’enorme numero di figli che le donne del passato mettevano al mondo. Riflettendo sulla loro vita quotidiana, sulle norme esplicite e implicite che la regolavano, sul fatto che non solo il diritto, ma la conoscenza stessa del desiderio sessuale e del piacere venissero riconosciuti solo agli uomini (o alle donne di malaffare, ma forse neppure a quelle), ricordando il concetto di ‘debito coniugale’ come sgradevole ‘incombenza’ obbligatoria conseguente al matrimonio, in vigore fino agli anni della mia adolescenza, ho pensato che la riflessione sulla conquista della libertà sessuale dovesse andare più indietro, dovesse considerare anche le donne delle generazioni precedenti alla mia.  È nata così la catena di antenate, a partire dalla fine del Cinquecento fino agli anni Ottanta del secolo scorso, ciascuna con i suoi problemi, con la sua personalità, con la sua intelligenza e iniziativa per superare gli ostacoli. Ed è anche nata in me una grande pietà per loro, una solidarietà, una ammirazione per quello che avevano dovuto sopportare e per come erano riuscite nonostante tutto a conservare la loro dignità, a compiere il loro dovere per pesante che fosse. Poi, naturalmente, essendo il mio libro un’opera di narrativa e non un saggio di sociologia, la storia ha riguardato singoli individui, non categorie.

Trovo che, sia sul piano degli studi e del percorso di vita, lei abbia molti punti in comune con la protagonista del suo romanzo. Si sente vicina ad Ada Bertrand Ferrell?

In realtà io ho in comune con Ada solo l’anno di nascita e la formazione culturale, non il percorso di vita. I miei interessi successivi alla laurea e le mie esperienze di lavoro non potrebbero essere più diversi dai suoi. La famiglia da cui provengo non ha da vantare alcuna aristocrazia, i miei genitori hanno allevato me e i miei tre fratelli con una grande libertà (e sono morti quando noi quattro eravamo già adulti e avviati ognuno a suo modo nella vita). Mia madre era una donna colta, grande lettrice, grande viaggiatrice fino agli ottant’anni, curiosa delle novità e ironica, amante degli scherzi fino alla beffa: niente a che vedere con la megera anaffettiva che qualche critico superficiale ha voluto ricostruire dai miei testi, dal mio desiderio di contrastare, scrivendo, il cliché melenso della mamma ‘da Mulino Bianco’ e di molta letteratura per l’infanzia. Errori e ingenuità che nascono da voler confondere la fiction con l’autobiografia. Per rispondere alla domanda, mi sento vicina a Ada Bertrand Ferrel nel senso della ‘sorellanza’ femminista’. Non mi sento però affatto simile: la mia esperienza di vita è stata totalmente diversa dalla sua.

Cuore pulsante del romanzo è il richiamo al Sessantotto e ai movimenti femministi. Come si pone rispetto quegli anni? Pensa che gran parte delle teorie del tempo siano ancora attuabili?

Penso che grazie a quelle teorie, anche le più utopiche, abbiamo fatto molti passi avanti. Basta pensare al diritto di famiglia, alle leggi sul divorzio e sull’aborto. All’abolizione delle attenuanti per il ‘delitto d’onore’. Alla presenza massiccia delle donne nel mondo degli studi e del lavoro. Davvero voi ragazze non riuscite a immaginare com’era il mondo PRIMA. Purtroppo oggi la crisi economica colpisce per prime le donne facendo fare loro dei passi indietro. Mi auguro che sappiano ricominciare a combattere come abbiamo fatto noi. La prima, fondamentale libertà, per le donne come per chiunque, è quella economica.

In tutti i suoi scritti si può notare un richiamo costante alla famiglia, di ieri e di oggi. Bambini, genitori (spesso assenti o lontani), nonni, zii, parenti di vario ordine e grado. Di questi tempi se la sentirebbe di affrontare anche il tema della omogenitorialità?

Sono cresciuta nel dopoguerra. Molti padri non erano tornati dal fronte, molti orfani miei amici o compagni di scuola venivano allevati dalla madre con l’aiuto di zie, nonne, amiche, vicine di casa. L’esperienza, del tutto positiva e normale, di una famiglia con due o più madri, l’ho vista da vicino. Diversa quella di una famiglia con due o più padri, non ne ho mai vista una se non negli ultimissimi anni, non ne ho esperienza. Ma se devo dare la mia opinione, dico ‘Perché no?’. Le qualità necessarie per allevare un bambino non sono legate al genere, ma alla personalità individuale delle persone che se ne occupano.  Potrei anche raccontare la storia, vera, di un mio amico giapponese, che quando l’ho conosciuto, prima attraverso le lettere, poi di persona con i suoi durante una sua visita in Italia, era un professore universitario di Tokio, padre affettuoso e responsabile di due adolescenti, buon marito di una moglie casalinga. Poi, all’età di 56 anni questa persona ha deciso di cambiare sesso; dice che lo desiderava fin dall’infanzia. Ma è rimasta a vivere in famiglia. Con qualche problema, specie col figlio maschio, ma non più di quanti ce ne siano in una famiglia tradizionale.
Quella che non mi piace troppo, in certe coppie omo ma anche etero, è la smania di ‘giocare a casetta’ con biberon, pannolini e passeggini come nei giochi infantili, nel voler riprodurre il modello ‘famigliola perfetta’ proposto dalla pubblicità. Lo giudico un modello deleterio. Mettere il bambino, il figlio, al centro di tutto, come l’elemento più importante, indispensabile alla vita di coppia, è qualcosa di pericoloso. Non fa bene al bambino, lo fa sentire non un membro di una comunità uguale agli altri ma un piccolo tiranno, e insieme lo carica di aspettative e responsabilità che non sempre è in grado di soddisfare e che possono provocare in lui sensi di inadeguatezza e frustrazione.

Il pubblico che recepisce i suoi scritti, composto in gran parte da noi, piccoli lettori di fine anni ’80 – inizio anni ’90, tende a considerarla una “scrittrice per bambini”. Quanto le pesa quest’etichetta?

Non mi peserebbe affatto se in Italia la critica considerasse lo scrittore per bambini uno scrittore appunto e non un educatore e/o un pedagogista. Se i suoi testi venissero giudicati per il loro valore letterario e non per l’uso che ne può fare a scuola un insegnante; se di un romanzo venisse apprezzato non ‘il messaggio’ (che ovviamente deve essere ‘edificante’), ma la lingua, la struttura, la verità dei personaggi, la profondità di pensiero eccetera a prescindere dall’età di chi lo leggerà. Io non mi vergogno affatto dei libri per bambini o per ragazzi che ho scritto, so che alcuni sono migliori di altri, ma so anche che ho cercato di scriverli al meglio che potevo, che il mio obiettivo era la LETTERATURA e non la pedagogia. Quello che mi dispiace è venire considerata una ‘Mary Poppins’ alla Disney (quella vera raccontata da Pamela Traves è un personaggio straordinario, severo, profondo, imperscrutabile). Quello che mi dispiace è venire invitata alle festicciole di compleanno dei bambini ricchi accanto al prestigiatore o al modellatore di palloncini (ovviamente non ci vado).  Quello che mi dispiace è che si tenda a ignorare i miei libri per adulti scritti negli stessi anni degli ‘juvenilia’- La biografia di Eleonora d’Arborea è del 1984, stesso anno de’ La Casa sull’Albero’. ‘Ritratto di una strega’ è del 1995, precedente a ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ e a ‘La voce segreta’. ‘La bambinaia francese’ è stato collocato dall’editore in una collana per ragazzi, sebbene io lo consideri un libro per adulti (d’altronde negli anni Cinquanta i libri delle due Brontë o di Jane Austen venivano pubblicati in collane per ragazzine). Quello che mi dispiace è che sui media si parli con entusiasmo dei miei libri senza che chi ne scrive si sia preso la briga di leggerli, fidandosi del fatto che li abbiano letti con entusiasmo i più piccoli.

A questo proposito, si sente pienamente realizzata dopo la pubblicazione di quello che (e lo ha dovuto ribadire anche più volte) è un romanzo per adulti?

Non avevo bisogno di pubblicare quest’ultimo romanzo per sentirmi realizzata. Ritengo di aver già fatto un buon lavoro con ‘Ascolta il mio cuore’ e con il meno popolare ma da me molto amato ‘Re Mida ha le orecchie d’asino’ che penso diventeranno dei classici e dureranno nel tempo. Quanto ai ‘libri per adulti’ la mia ‘Vita di Eleonora d’Arborea’, ha già 31 anni. E’ da allora che mi sento ‘pienamente realizzata’, anche se il libro è conosciuto e apprezzato solo in ambito specialistico.
In questo caso ho voluto – e dovuto – ribadire che si tratta di un libro per adulti per evitare che qualche stolido genitore – come nonostante il titolo è avvenuto – lo metta in mano a un bambino, cosa che era già capitata con il mio saggio sulle donne cubane ‘Le bambine dell’Avana non hanno paura di niente’. E non perché un bambino non debba leggere storie di sesso, ma perché il tema principale, che è la versione moderna del mito di Orfeo, il desiderio di scendere agl’inferi e di parlare con i propri morti, è un desiderio tipico dell’età matura per cui un bambino non prova giustamente alcun interesse.

Descriva il suo essere scrittrice in tre parole.

Tempo fa una mia giovane e sensibile lettrice oggi più che trentenne mi scrisse in una lettera: ‘I tuoi libri mi piacciono perché c’è sempre una famiglia dove succedono delle cose’. Dopo tanti anni e tante recensioni ritengo che questa definizione sintetica sia quella che più si addice alla mia scrittura.

Bianca Pitzorno, scrittrice, ha lavorato anche come archeologa, autrice di testi teatrali, sceneggiatrice cinematografica e televisiva, paroliera ed insegnante. Nata a Sassari, ma vive a Milano da anni. Laureata in Lettere Classiche con un Master in Cinema e Televisione. Come scrittrice, dal 1970 al 2011 ha pubblicato circa cinquanta tra saggi e romanzi, per bambini e per adulti, che sono stati tradotti in moltissimi paesi d’Europa, America e Asia. Soltanto nella versione originale italiana i suoi libri hanno superato i due milioni di copie. Tra i suoi scritti ricordiamo: La bambina col falcone, 1982; Vita di Eleonora d’Arborea, 1984 e 2010; Ascolta il mio cuore, 1991; Tornatràs, 2000; La bambinaia francese, 2004; GIUNI RUSSO, da Un’Estate al Mare al Carmelo, 2009. Il suo ultimo romanzo è La vita sessuale dei nostri antenati – spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi, 2015 (edito come molti suoi scritti da Mondadori).

:: Un’intervista con Kathy Reichs a cura di Giulietta Iannone

7 agosto 2015

3382328-9788817082839Chi non conosce Kathy Reichs, Temperance Brennan, e la serie tv “Bones”? Pochi, molto pochi, credo. Kathy per tutti gli amanti della crime fiction non ha bisogno di grandi presentazioni, ma forse non tutti i suoi lettori italiani sanno che è oltre che una scrittrice è Professore di Antropologia Forense, Vice Presidente dell’ Accademia Americana di Scienze Forensi, e lavora per il National Police Services Advisory Council in Canada. Bene, Kathy Reichs, in una pausa del suo book tour, è qui con noi.   

Benvenuta, Kathy, su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa intervista. Il tuo ultimo romanzo, – Speaking in Bones– ora pubblicato in Italia con il titolo La verità delle ossa, è il tuo diciottesimo romanzo con protagonista la dottoressa Temperance Brennan. Potresti parlarcene?

Tempe non risolve tutti i casi. E la infastidisce che alcuni cadaveri languano senza nome, non identificati, nel suo laboratorio. Le informazioni su alcuni di questi UIP, persone non identificate, sono disponibili on-line, ed è il lavoro delle “websleuths” abbinarli con i MP, le denunce di persone scomparse. All’inizio della storia, Tempe riceve la visita di uno di questi detective dilettanti che crede che uno scheletro rimasto in deposito da Tempe sia quello di una giovane donna scomparsa da tre anni. Quella che sembra essere a prima vista una tragedia isolata assume una prospettiva più sinistra quando Tempe scopre due ulteriori serie di ossa. Ancora scossa dalla diagnosi di sua madre e dallo shock per la proposta di Andrew Ryan, che potenzialmente le cambierebbero la vita, Tempe cerca di risolvere gli omicidi prima che il numero dei cadaveri salga ulteriormente.

Parlaci della tua protagonista, la dottoressa Temperance “Temp” Brennan? Chi ti ha ispirato il personaggio? E’ simile a te per certi versi?

Professionalmente Temperance Brennan e io siamo esattamente le stesse. Tempe ha un solo figlio, mentre io ne ho tre. Tempe è divorziata, mentre io sono sposata da oltre 40 anni. Tempe è un’ alcolista, mentre io sono incline solo a un secondo bicchiere di Pinot. Tempe è molto più impulsiva di me, e tende a mettersi nei guai. Mi piace andare sul sicuro e lascio libero il personaggio. Penso che ciò che dà ai miei libri autenticità è che faccio quello di cui sto scrivendo. Credo che il fatto che io stia in una sala autopsie, che vada sulle scene del crimine e lavori in un laboratorio forense perfettamente attrezzato dà i miei libri un sapore che altrimenti non avrebbero.

Quali sono le principali differenze tra il personaggio letterario Temperance Brennan e il personaggio televisivo?

La TV è un animale diverso dai libri. Quando abbiamo venduto l’idea alla Fox, inizialmente hanno deciso che avrebbero preferito una versione più giovane del personaggio. Quando abbiamo assunto Emily Deschanel per il ruolo di Tempe, ha apportato il proprio stile alla parte. Il disagio sociale del personaggio televisivo Tempe era in parte la sua interpretazione del ruolo. Sono stata molto soddisfatta della serie televisiva, e credo che Emily sia stata una meravigliosa Tempe.

Qual è il ruolo di Internet mentre scrivi i tuoi libri? O è più importante la tua esperienza diretta?

Alcuni argomenti li ricerco su internet. Speaking In Bones introduce il tema del web sleuthing che è una ricerca appunto on-line. Come al solito, la storia emerge dalla coalescenza di diverse particelle di idea che galleggiano nel mio cervello. Migliaia di persone si impegnano nel web sleuthing in tutto il mondo. Sono rimasta affascinata dal concetto e ho pensato che anche i miei lettori avrebbero potuto trovare l’argomento interessante. Brown Mountain, che si trova nel mio stato, il North Carolina, è famoso per un fenomeno inspiegabile di luci fluttuanti la cui origine nessuno sa spiegare. Le Blue Ridge Mountains sono la patria di molti gruppi religiosi insoliti e poco conosciuti, alcuni dei quali allevano serpenti velenosi e parlano in lingue sconosciute come parte del loro culto. Ho preso questi avvenimenti disaparati, li ho inseriti in alcuni vecchi casi, e Speaking In Bones è stato il risultato. Sono sempre alla ricerca di idee e nuovi argomenti per il prossimo libro, e così realmente si tratta di un mix di casi su cui ho lavorato e di casi che ho letto. Comincio con un caso o una situazione e penso “cosa succederebbe se …” Deja Dead (Corpi freddi, 1998)) si basa sulla mia prima indagine di omicidio seriale. Death Du Jour (Cadaveri innocenti, 1999) ha origine dal lavoro che ho svolto per la Chiesa cattolica, e sul culto di omicidio-suicidio di massa della setta del Tempio solare. Fatal Voyage (Viaggio fatale, 2001) si basa sul mio lavoro di disaster recovery di massa. Grave Secrets (Il villaggio degli innocenti, 2001) è stato ispirato dalla mia partecipazione alla esumazione di una fossa comune guatemalteca.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Mi piace sentire e incontrare i miei lettori. Faccio un sacco di firma libri e presentazioni, e sento tante storie su come Temperance Brennan abbia ispirato i lettori e gli spettatori a intraprendere la carriera di antropologo, di medico legale o in un campo di carattere scientifico. I lettori mi possono seguire su Facebook: https://www.facebook.com/kathyreichsbooks Twitter: https://twitter.com/KathyReichs Instagram: https://instagram.com/kathyreichs/ Pinterest: https://www.pinterest.com/kathyreichs/ o possono visitare il mio sito web all’indirizzo http://www.kathyreichs.com

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

A dir la verità ora sto lavorando ad un libro non della serie. Nuovi personaggi, nuova premessa, senza Temperance Brennan… ma basta spoiler!

:: Un’ intervista con Alice Ozma

2 agosto 2015

Oz Oggi abbiamo il piacere di avere con noi una scrittrice americana davvero speciale. Si chiama Alice Ozma ed è l’autrice di un libro dal titolo La lettrice di mezzanotte. Se seguite il mio blog certamente questo titolo non vi è nuovo, ed è davvero bello. La lettrice di mezzanotte parla di libri, di lettura ad alta voce, di sentimenti, ma con leggerezza ed ironia. Se volete avvicinare ai libri qualcuno a cui tenete, fargli leggere questo libro è una buona occasione. Ora a lei la parola.

Raccontaci qualcosa di te. Punti di forza e di debolezza.

La mia debolezza è il glutine. 🙂 Sono celiaca, quindi non posso mangiare grano. Ma va tutto bene – trovo alternative. Ho appena finito di cucinare un sacco di cose buone a casa.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono la seconda di due figli – mia sorella ha 7,5 anni più di me. Sono cresciuta nel New Jersey, in una zona con un sacco di boschi e non tante fabbriche. Per lo più tutti lavoravano presso l’ospedale, la prigione, o le scuole. Ho frequentato l’università locale e ha ottenuto una laurea in inglese. Come materia secondaria teatro.

Quando hai capito che avresti voluto fare la scrittrice?

Non penso che sia una cosa così ufficiale o complicata. Non mi sono svegliata una mattina e ho detto “sarò una scrittrice!” un giorno. Scrivo cose per puro divertimento da quando ero molto piccola. Quando avevo quattro anni, hanno pubblicato una mia poesia in una rivista. Mio padre l’ha incorniciata!

The Reading Promise, il tuo romanzo d’esordio, appena pubblicato in Italia con il titolo La lettrice di mezzanotte, è un piccolo gioiello, un libro che consiglio a tutti coloro che amano la lettura. Perché hai deciso di scriverlo?

Ho pensato che avrebbe potuto essere un modo divertente per guadagnare qualcosa, ah scherzo! In realtà, ho pensato che avrei potuto ispirare le persone a riflettere su temi come la famiglia, l’alfabetizzazione, e su tutte quelle cose che ritenevo essere importanti.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mi è stato offerto un contratto editoriale al college, che suonava meglio che affrontare la disoccupazione dopo la laurea, così mi sono buttata. Non so come facciano gli altri, ma io ho iniziato con il primo capitolo. Ho provato a scrivere un po ‘ in ordine cronologico, anche se saltavo un po’ in giro, quando mi bloccavo.

Hai avuto un insegnante (oltre al tuo padre), che è stato per te una particolare fonte di ispirazione?

La mia insegnante di inglese del mio secondo anno di liceo era (ed è tuttora!) una donna divertente. Mi ha incoraggiato a trovare il senso dell’umorismo nella mia scrittura. Aveva letto alcune cose che avevo scritto ridendo con le lacrime che le scendevano giù per il viso, ridendo proprio istericamente. Poteva trovare l’umorismo in qualsiasi cosa, e mi ha fatto pensare che avrei potuto fare lo stesso anche io. Ho sempre amato le donne forti e divertenti.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere La lettrice di mezzanotte?

Ci sono voluti qualcosa come 6 settimane. E’ stato un lavoro intenso- sarebbe stato impossibile scrivere un lavoro così impegnativo per un lungo periodo di tempo, quindi mi sono concentrata intensamente e ho agito infretta!

Il tuo libro è un piccolo tesoro di consigli di lettura per una ragazza giovane, ma non solo. Leggi altri scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia maggiormente influenzato la tua scrittura?

Wow, grazie – non so se questi sono davvero buoni consigli, ma sarebbe bello che lo fossero, ah! Amo David Sedaris – è un autore tradotto in Italia? Spero di sì . Mi piace anche molto Curtis Sittenfeld; mi trovo a meditare sui suoi scritti anche mesi dopo la lettura. In generale, però, io non seguo specifici autori – ho letto un sacco di libri unici. Inoltre leggo generi molto diversi.

Che cosa stai leggendo in questo momento?

Recentemente ho finito un libro intitolato Full Cicada Moon, di Marilyn Hilton. Ho avuto il piacere di leggere una copia anticipata come parte del mio lavoro per la Scholastic Book Fairs. Ero semplicemente attonita. Che scrittrice potente. Il libro narra una storia così delicata di apprendimento e di amicizia e di crescita. E’ ambientato nel 1969, ma ci si sente che è senza tempo. Il protagonista vuole diventare un astronauta, così come mia nipote, e così tutto era molto reale per me. Parlarne bene non sarebbe mai abbastanza. Se sei un lettore giovane con tutta la vita davanti, leggelilo, che tu sia una ragazza o un ragazzo . Ho pianto. Parecchie volte. Su un aereo!

Ci sono attualmente in corso progetti cinematografici?

Sì! Ma è tutto in costantemente movimento, quindi non so cosa sia pubblico o meno. Doug Atchison, che ha scritto Akeelah and the Bee, sta scrivendo la sceneggiatura. Ho sentito dire che è brillante. Ma non sono riuscita ancora a vederla!

Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Per lo più sì, anche se a volte mi manca molto casa mia. Andare a mangiare fuori è difficile per me, per le mie restrizioni dietetiche, quando sei fuori casa può essere difficile. Mio marito dice sempre che le donne vogliono immediatamente farmi da madre. Ovunque io vada, le donne più anziane stravedono per me. Sono le migliori. Le mie nonne non sono più vive da quando frequentavo la scuola media, così mi piace. Vorrei poter avere una nonna in ogni città!

Verrai in Italia per presentare il tuo romanzo?

Sono aperta all’ idea! Anche se è difficile essere ovunque in una volta sola, quando si ha anche un lavoro. Ma i miei fan italiani sembrano persone fantastiche!

Come è il tuo rapporto come i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Se cerchi Alice Ozma su Facebook, mi trovi. Mi scuso in anticipo – ma io parlo solo inglese! Parlo spesso con i miei lettori su facebook- so che tutti dicono così, ma i miei fans sono davvero i migliori. Io li adoro. Sono così solidali e così interessanti.

Come immagini il tuo futuro, in questo momento?

Quest’estate è stata pazzesca, sono stata parecchio occupata, quindi non è che mi auguri che tutto finisca, ma non vedo l’ora di un po’ di riposo. Questo è tutto quello che immagino per il mio futuro, quello che mi sento in grado di pensare in questo momento! L’autunno è la mia stagione preferita, e faccio il conto alla rovescia tutto l’anno perchè arrivi. Non vedo l’ora di avere il mio caminetto acceso, le candele che bruciano e qualcosa di buonissimo nel forno. Mio marito ed io siamo molto legati alle nostre famiglie, quindi non vedo l’ora che arrivino le vacanze in autunno e in inverno. Mi piace avere una scusa per vedere tutti!

:: Un’ intervista con Karen Sander

31 luglio 2015

coCiao Karen. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Karen Sander? Punti di forza e di debolezza.

Hm, credo di essere una persona molto curiosa, mi interessano le persone, i luoghi, la storia, tutta quella roba. Credo che la curiosità ti aiuti quando sei uno scrittore, perché è necessario arrivare al cuore delle cose per raccontare belle storie. A volte, però, dà fastidio alla gente. Pensano che io li stia fissando o faccia troppe domande. (Sorride)

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho sempre amato le storie. Quando ero piccola, mia nonna leggeva per me, e più tardi, quando ho potuto leggere io stessa, ho letto più e più volte i miei libri preferiti. Ho iniziato a scrivere le prime storie mie quando avevo solo otto anni. E ho scritto il mio primo romanzo quando avevo sedici anni. Però non è mai stato pubblicato. All’università ho studiato letteratura e traduzione. E ho scritto la mia tesi di dottorato sulla giallista scozzese Val McDermid.

Cosa ti ha spinto a diventare una scritttice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere fiction?

Come ho detto amavo leggere fin da piccola, e ho iniziato a scrivere storie non appena ho potuto leggere. Quindi non è stata una decisione, ma piuttosto una conseguenza logica.

Muori con me (Schwesterlein komm stirb mit mir, 2013) è il tuo romanzo d’esordio. Puoi parlarcene?

E’ il mio debutto come Karen Sander, ma ho già pubblicato un paio di romanzi polizieschi tradizionali. Questo è il mio primo thrller, e parla di un serial killer che uccide donne molto speciali – ma non mi dilungo in ulteriori dettagli, non voglio rovinare l’esperienza di lettura.

Che cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Il mio punto di partenza è stata l’idea di narrare la storia di una giovane donna con un passato molto scuro, con una famiglia disfunzionale. Uno scenario che la rende una buona profiler, perché sa più lei degli assassini che la maggior parte delle altre persone.

Siamo a Düsseldorf, una città della valle del Reno, piuttosto insolita come ambientazione (nei thriller o nelle detective story tedesche siamo più abituati a vedere – anche in TV – storie ambientate a Monaco o Berlino). Perché questa scelta?

Beh, sono cresciuta a Düsseldorf, quindi conosco molto bene la città con tutti i suoi luoghi straordinari, interessanti e anche oscuri, e penso che sia importante, quando si scrive una storia e si vuole essere realistici, avere una conoscenza approfondita dell’ ambiente.

Il commissario capo della polizia, Georg Stadler, si appresta a visitare la scena di un crimine. Così inizia il romanzo. Che succede? Un punto di partenza un po ‘splatter’, tipico dei romanzi horror, giusto?

Sì, Stadler arriva su una scena del crimine dove trova un sacco di sangue in una stanza dove c’è molto bianco. Ho apprezzato l’immagine del sangue che distrugge la purezza simbolica del colore bianco.

Di solito è il personaggio maschile della storia quello con più lati oscuri (non è detto che Georg non li abbia, e forse i lettori li troveranno nei prossimi romanzi della serie), ma in questo romanzo è la bella Liz Montario, la profiler donna, con una cascata di riccioli rossi e gli occhi verdi (bella anche se un po’ trascurata), che ha un passato che l’ opprime e la condiziona. Perché questa scelta?

Volevo che la storia fosse diversa da tutti quei romanzi polizieschi con protagonisti maschili in una crisi di qualche tipo, e volevo creare un’ interessante, stimolante figura femminile. Ma, naturalmente, anche Georg ha i suoi lati oscuri …

L’aspetto psicologico della storia è importante nel romanzo. Una storia di serial killer, di legami familiari irrisolti, scontri di personalità. Lo psico thriller è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per citarne solo alcuni. Il tuo romanzo è uno psico thriller?

Sì, penso che la psicologia giochi un ruolo importante nei miei libri. La protagonista è una psicologa, dopo tutto. A parte questo penso che la suspense psicologica sia la forma più intensa di suspense, crea semplicemente un senso di pericolo o di minaccia.

Leggi altri scrittori contemporanei? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzata?

Ho letto tutti i generi di romanzi, ma mi piace particolarmente il romanzo poliziesco. Amo Val McDermid, Michael Robotham, Ian Rankin, Tami Hoag, Elizabeth George, Tana French, per citarne solo alcuni.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“La ragazza del treno” di Paula Hawkins, uno straordinario thriller psicologico.

Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai tuoi lettori italiani qualcosa di divertente su questi incontri.

Sì, è sempre divertente incontrare i lettori e parlare con loro dei miei libri. A volte mi hanno chiesto, se ho sperimentato tutte le cose che accadono nelle mie storie. Sarebbe una vita veramente incredibile …

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono mettersi in contatto con te?

Molti lettori mi parlano durante gli eventi quando presento un mio libro, ma ricevo anche un sacco di email da parte di persone che mi dicono che gli piacciono i miei libri o mi chiedono particolari domande su di loro (di solito quando è in arrivo il prossimo).

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Sono stata in Italia solo due volte, ci sono molti posti che mi piacerebbe vedere, e mi piacerebbe incontrare i miei lettori italiani, naturalmente.

Wer nicht hören will, muss sterben è il tuo nuovo romanzo. Quando uscirà in Italia?

Non lo so. Questa è una domanda per il mio editore italiano.

Infine, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Ho appena finito il terzo romanzo della serie. Parla di un killer che usa famosi omicidi del cinema come fonte di ispirazione.

:: Un’ intervista con Vanessa Roggeri, autrice di “Fiore di fulmine”, a cura di Elena Romanello

31 luglio 2015

7Garzanti ha pubblicato il nuovo romanzo di Vanessa Roggeri, Fiore di fulmine, un’altra storia in Sardegna ma stavolta ambientata nell’Ottocento, per raccontare di Nora, ragazzina isolana che durante una tempesta viene colpita da un fulmine, muore e poi risorge e diventa una sorta di creatura sospesa tra due mondi, capace di sentire i morti e per questo di spaventare i vivi. Ecco cosa racconta l’autrice di questa sua nuova fatica.

Come è nata l’idea di questo tuo secondo romanzo?

È nata circa dieci anni fa durante i miei studi universitari. Approfondendo i vari aspetti del ceto nobiliare cagliaritano di fine ottocento sono rimasta affascinata da una città, quella in cui sono nata e cresciuta, e da una società in pieno fermento culturale. Decisi che un giorno avrei scritto una storia che avrebbe raccontato le vicende di una nobile famiglia di Cagliari, di un segreto terribile e di una protagonista con un dono molto speciale. La storia è poi frutto di più spinte, interessi e passioni personali che col tempo sono confluiti nell’idea primigenia.

Il tuo libro si richiama molto ai romanzi di formazione e gotici ottocenteschi, soprattutto inglesi: che rapporto hai con questa letteratura?

Amo moltissimo la letteratura inglese e in particolar modo i romanzi con sfumature gotiche. Grandi storie come ad esempio Giro di vite di James mi hanno insegnato moltissimo su come creare la giusta tensione narrativa.

Come vivi il tuo rapporto con la Sardegna di oggi e di ieri?

In Sardegna il legame con la propria storia e tradizione è talmente vivo che non provo nostalgia per un passato che non c’è più. Certi modi di vivere che io stessa ho conosciuto sono andati ormai perduti, questo è vero, ma fa parte del progresso. Bisogna rimanere ancorati al passato in modo costruttivo, riconoscendo il valore delle proprie radici e allo stesso tempo cercando di cogliere il meglio che la modernità può offrire.

Secondo te che stereotipi di troppo ci sono sulla tua Regione?

La Sardegna paga ancora oggi lo scotto di essere stata fin dai tempi dell’Impero romano sia terra di conquista che luogo di confinamento. I tempi sono tuttavia cambiati anche se gli stereotipi sono ancora troppi, così come i pregiudizi frutto dell’ignoranza. Noto però con soddisfazione che in certi campi come quello artistico e letterario, vi è un riconoscimento sempre più crescente della sardità come valore aggiunto. La Sardegna è terra di talenti e sono felice che finalmente questa realtà stia diventando nota a tutti.

Prossimi progetti?

Sto lavorando al mio prossimo progetto. Sono immersa in una nuova storia, ma stavolta voglio che sia una sorpresa.

:: Un’ intervista con Alice Basso, a cura di Elena Romanello

15 luglio 2015

1Alice Basso ha esordito con Garzanti con lo spumeggiante L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, un po’ giallo un po’ commedia, ambientato a Torino e che rivela la vita misteriosa dei ghost writers, coloro che scrivono al posto di chi non sa scrivere ma vuole pubblicare un libro per magari raccontare altri campi in cui eccelle. Le abbiamo chiesto alcune cose sul libro, su Torino, dove si svolge, e non solo.

Nel tuo libro si respira molto l’aria di Torino; che rapporto hai con questa città?

Aaah, Torino! Dunque, io vengo da Milano, anzi, per l’esattezza dall’hinterland milanese, e a Torino ci sono arrivata per lavoro nel 2006. Lì è iniziata la parte più avventurosa e soddisfacente della mia vita, anche perché arrivare a Torino nell’inverno del 2006, ossia durante le Olimpiadi Invernali, ha significato farci conoscenza proprio nel momento del suo massimo fulgore: tutta illuminata a festa, tirata a lucido, piena di attività, e pulita che mancavano soltanto dei camerieri con crestina a spazzare gli angoli delle strade. In pratica, è stato un colpo di fulmine, e di quelli che durano, perché io Torino la amo ancora adesso con la stessa intensità, ad anni di distanza. Ma la cosa che farà ridere (be’, i miei amici ci ridono un sacco) è che, nonostante tutto questo amore, io di fatto Torino ancora la conosco pochissimo! Il problema è che io sono imbranatissima come autista e totalmente priva di senso dell’orientamento, nonché di memoria geografica. Il che significa che i miei amici autoctoni devono spiegarmi sempre tutto, spesso mi scarrozzano loro (e mai che io impari strade o nomi di posti quando è qualcun altro a fare da guida), e in sostanza, quando ho annunciato che avevo scritto un libro ambientato a Torino e in cui la città appariva anche un po’, la loro reazione è stata, come dicevo, una gran risata. Poco male: spero che i torinesi prendano il mio libro come un omaggio sincero alla loro bellissima città!

Tu ti occupi di editoria nella vita: che differenze ci sono tra la tua vita e quella della tua protagonista?

Fortunatamente, molte. E lo dico perché mi sa proprio che vivere come Vani, e facendo il suo lavoro, rischi di essere piuttosto difficile. Sempre nell’ombra, sempre subordinata a qualcun altro… Io non sono una ghostwriter ma una redattrice e traduttrice, e, per quanto a un redattore possa capitare molto spesso di “ghostwritereggiare” un po’, abbiamo vita molto più facile. Si lavora sempre su libri altrui, ma c’è dialogo con gli autori, e c’è il piacere di un lavoro che mira a fare di un libro buono un libro ottimo. Devo dire che il mio mestiere mi piace molto!

Nel libro si parla di cultura dark anche con cognizione di causa: hai seguito questa cultura e moda?

Ah ah, no, non io direttamente, ma una delle principali muse ispiratrici della mia protagonista – una mia amica che si chiama Vani anche lei – l’ha fatto in gioventù e di conseguenza il tutto s’è trasferito al mio personaggio di carta. Nel libro ci sono anche molti accenni alla cultura metal (che è un po’ diversa: lo dico perché i miei amici metallari sono precisi!), e quella invece la conosco un po’ di più di prima mano, perché, appunto, ho amici che mi portano con loro e si occupano attivamente della mia cultura sociale e musicale! E devo dire che è un ambiente molto interessante: intanto, non è affatto ostile e cupo come i non addetti ai lavori pensano, semmai è ironico, gioca molto con questa identità fintamente aggressiva ma in realtà è popolato da persone amichevolissime. Nel libro c’è una scena in cui Vani e la sua giovane amica Morgana vanno in un locale metal malconcio e malfamato, ma si tratta di un piccolo scherzo dedicato ai miei amici, che sanno benissimo che si tratta di un cliché che nella realtà trova pochissimo fondamento, e che gioca con l’immagine poco raccomandabile che questi luoghi si divertono a inscenare.

Come è nata l’idea del tuo libro?

C’è un aneddoto che ogni tanto racconto durante le presentazioni in libreria, ma solo quando l’audience mi sembra sufficientemente spiritosa da prenderlo bene. Ci provo anche qui? Dunque. Io ho una carissima amica che scrive a sua volta, specialmente sceneggiature, e dunque tiene d’occhio con interesse quello che tv e cinema propongono. Un giorno mi chiama inorridita. “Non hai idea di cosa ho visto alla televisione.” Le chiedo cosa. “Una foca. C’era una foca che prendeva i cattivi.” Dice proprio così. Io indago, e scopro che effettivamente esiste un telefilm, una sorta di Commissario Rex, in cui vicende che talvolta in fine di puntata si concludono con la sconfitta di qualche cattivone ruotano attorno ad un personaggio che è una foca. Cioè, proprio una foca, un pinnato del Polo, che per qualche ragione mi pare sia l’animale domestico di qualcuno dei protagonisti umani.
Dopo la scoperta, ho riflettuto. Nel panorama della fiction italiana e internazionale, letteraria e televisiva, ci sono un sacco di personaggi che non fanno gli investigatori che però si trovano al centro di casi da risolvere, giusto? Solo in Italia abbiamo, per dire, una prof (quella della Oggero, che peraltro adoro), svariati preti e suore… e giù giù fino al cane, appunto, del Commissario Rex. E adesso, anche le foche. Be’, io sapevo di avere in canna una figura che poteva avere più dignità di una foca di presenziare in un poliziesco: la figura di un ghostwriter, che sarebbe stato perfetto per riciclarsi come profiler in un’indagine che si fosse svolta nel mondo editoriale. Così ho pensato: se lo fa una foca, lo posso fare anch’io! E mi sono decisa a scrivere di Vani.

Prossimi progetti?

Sono più che felice di dire che le avventure di Vani e del commissario Berganza proseguiranno. L’accoppiata creatasi nel primo libro è pronta per cimentarsi in nuove indagini, e il secondo libro è già finito. Se tutto va bene, dovrebbe uscire l’anno prossimo. In questi due mesi dall’uscita del libro un sacco di persone mi hanno chiesto un sequel e hanno gioito quando ho confermato che ci sarebbe stato: ma ti assicuro che nessuna di loro è più felice di me, che passerei la vita a scrivere di Vani e del suo amico commissario!