Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’ intervista con Elena Bibolotti

28 gennaio 2016

17Grazie Elena di aver accettato la nostra intervista, e benvenuta su Liberi di scrivere. Innanzi tutto presentati ai nostri lettori. Chi è Elena Bibolotti?

Grazie a te, Giulietta, e ai lettori di Liberi di Scrivere.
Sono una persona che osserva, un po’ per mestiere molto per indole, sono curiosa, amo gli animali e la natura, corro ogni mattina e da vent’anni pratico la meditazione trascendentale, tengo in grande conto la cura del mio corpo, guardo poca televisione, un paio d’ore la sera, e curo il mio giardino. Scrivo per molte ore al giorno e curo i miei blog.

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dell’ambiente in cui ti sei formata.

Ho avuto un’infanzia agiata e felice, sono cresciuta libera -almeno nella mia percezione- nella campagna pugliese, dove giocavo per lo più da sola, accrescendo forse così la mia dote immaginativa, lontana dai cortili pieni di bambini che comunque, quando potevo, frequentavo con gioia. Ho sempre odiato la competizione, le alzate di mano e le gare di tabelline, perciò non andavo volentieri la scuola. Ho frequentato il liceo classico anche se saltuariamente, impegnata nell’allestimento di spettacoli teatrali di nascosto dai miei. Seguendo le orme di mia zia che lavorava in teatro, appena maggiorenne sono venuta a Roma dove ho frequentato la Silvio d’Amico.

Come è iniziato il tuo amore per la scrittura? Quali sono state le tue prime letture?

Non ho mai visto mia madre senza un libro tra le mani. I miei si rifiutavano di comprarmi giocattoli che limitassero la mia fantasia, e così fabbricavo la casa per le mie Barbie con i libri, che erano un po’ ovunque. Dopo “Piccole donne” sono passata a “Cime tempestose”, e non mi sono più fermata. Ho amato la letteratura del ‘700, de Laclos, Voltaire, Diderot, di conseguenza De Sade, che leggevo di nascosto dai miei che giustamente non mi ritenevano in grado di capirlo. Credo che questi autori mi abbiano fortemente influenzata, sia nella scrittura sia nella mia condotta esistenziale. Poi la drammaturgia, classica e contemporanea. L’incontro con la scrittura è stato invece casuale. Certo ho sempre scritto, si trattava di impressioni e diari, ma avevo troppo rispetto per la letteratura per pensare di scrivere, finché nel 2009, dopo un fallimento aziendale che mi aveva ridotta sul lastrico e dopo aver inviato circa 500 curriculum, fui assunta alla Luiss, come assistente al Master di scrittura diretto da Roberto Cotroneo. Avevo aperto quel giorno il file intitolato “Justine 2.0”, il mio primo romanzo.

Hai da poco pubblicato Pioggia dorata. Ce ne vuoi parlare?

Fulvio Abbate, nella sua bella prefazione, lo ha definito il libro dell’attesa. È un libro che, nonostante il titolo, scontenterà sicuramente gli urofiliaci e gli amanti dell’erotismo di genere, giacché la pratica in questione è trattata con delicatezza e per ciò che è, ossia una pratica “estrema”, che proprio perché estrema serve da grimaldello per liberare i miei personaggi dalle maschere e dalle sovrastrutture, una pratica di fatto disgustosa che dà loro la capacità di vedere le cose sotto una luce diversa. Il libro, pubblicato da una Casa Editrice pugliese, GiaZira Scritture, contiene “sei storie amare”, amare perché raccontano vite vissute consapevolmente, vite sofferte, infanzie segnate da eventi drammatici e quindi da rimozioni, e che quantunque avranno un lieto fine, porteranno per sempre i segni del “danno”, per citare un’autrice a me cara, Josephine Hart.

Erotismo e pornografia sono due temi molto attuali e discussi, in cosa consiste l’uno e in cosa l’altra?

L’erotismo è tutto ciò che c’è attorno al disegno, al graphè, all’atto nudo e crudo, che, francamente, sia come donna che come scrittrice m’interessa poco. L’erotismo è il modo in cui la sessualità si manifesta, ciò che si muove dentro i personaggi, che ci conduce alla scelta di una persona piuttosto che di un’altra, di un luogo d’incontro, di un abito da indossare. La pornografia è passiva, esclusivamente fisica, artefatta, ben distinguibile attraverso le categorie di Youporn, l’erotismo è attivo, sorprendente. Leggere che ci sono uomini che fanno sesso con la marmitta calda di un’automobile o donne che fanno l’amore con pezzi del muro di Berlino mi apre un mondo.

Essere considerata un’autrice di romanzi o racconti erotici pensi sia una limitazione? C’è ancora una sorta di ghettizzazione per chi si occupa di questo tipo di narrativa? L’ hai notata nella tua esperienza personale?

Sì, è limitativo, soprattutto se intendiamo l’erorismo come parte dell’esistenza e non come appendice. La narrativa, e buona parte della critica, ha la brutta abitudine a voler etichettare tutto, correndo il rischio di mettere i libri sugli scaffali sbagliati. Mary Gaitskill, per esempio, ha scritto racconti e romanzi bellissimi, tra cui Secretery, tra l’altro sfregiato nel finale dai produttori dell’omonimo film, ma non ha mai avuto la pubblicità di un prodotto da banco come le “50 sfumature”. E certamente la Gaitskill non parla di autoreggenti e corpettini contenitivi, parla di vuoti e mancanze, di disturbi alimentari, di tabù. Ho la sensazione che chi si occupa di narrativa preferisca tenere al riparo i lettori dall’attività della scoperta personale e del libero pensiero, facendo sì che rimangano su strade già battute, all’interno del recinto di “generi” ben definiti e che non riservano sorprese.

E’ più erotica la fantasia o la realtà?

Non posso prescindere dalla realtà. Per me sono erotiche le calze velate color carne, per esempio, e su una calza color carne smagliata potrei costruire un intero romanzo. Sono erotici gli uomini grassi, gli uomini pieni di difetti. Non m’interessa entrare nel privato di una donna bella, fortunata, ricca, come quelle descritte nei Romance di ultima generazione, è più eccitante cercare la bellezza nell’imperfezione, la forza della passione che si scatena tra due persone in fila alla cassa di un supermercato.

Utilizzi un linguaggio trasgressivo nelle tue opere? Al giorno d’oggi cos’è la vera trasgressione?

Mi piace chiamare le cose con il loro nome quando è il momento di farlo. Come ha dichiarato in un’intervista il mio ex insegnate di recitazione alla Silvio D’amico, Andrea Camilleri, il culo si chiama culo e si scrive culo. Una delle sei storie, s’intitola, infatti, “Il culo di Marisa” e, contro ogni previsione, racconta l’amore tra due uomini.
La vera trasgressione oggi è la normalità, la mancanza di ambizioni, il desiderio di restare anonimi.

Come definiresti la sensualità?

È un atteggiamento psichico, una facoltà mentale, un’arma. È sicuramente innata. Non si può comprare.

E la libertà?

La libertà si conquista con la cultura, le buone letture, attraverso la consapevolezza di chi siamo e dove possiamo arrivare. Sicuramente siamo liberi se risuciamo a capire che la maggior parte dei desideri che oggi assediano i nostri pensieri sono indotti dalla società dei consumi e non dalla nostra volontà.

Pensi che la parola “orgasmo”sia a ancora una parola tabù?

No, credo sia più tabù la parola “compassione”.

Tutto quanto rientra nell’ambito della sessualità possiede ancora un’aura sacra, come era nell’antichità? Noti un crescente paganesimo nei costumi, ovvero siamo più liberi o più imbrigliati dalla morale corrente?

Oggi abbiamo due realtà, che non sono uno lo specchio dell’altra checché ne dicano alcuni, la realtà dei Social Network è in apparenza libera, donne e uomini nascosti da pseudonimi si lanciano in pubbliche dichiarazioni che spesso mi lasciano esterrefatta. Nella realtà siamo invece lontanissimi sia dalla sacralità di un tempo, sia dalla carnalità gioisa del sesso che abbiamo vissuto, io non di persona, durante gli anni sessanta. Guardiamo quello che sta succedendo con la legge sulle Unioni Civili. Viviamo in una società perbenista e superficiale, che per lo più non ha voglia di approfondire né di dialogare, che si ferma al titolo di un libro. Che si entusiasma soltanto davanti a ciò che ottiene consenso.

Non di rado la letteratura erotica è stata un veicolo per far passare concetti filosofici e spirituali cito ad esempio il Marchese de Sade. Pensi che anche nella letteratura contemporanea ci sia questa tendenza?

Non in quella che oggi va per la maggiore. E ho paura che molti preferiscano evitare la profondità per andare incontro alle esigenze del mercato. Quelli che non lo fanno, infatti, non emergono.

Ti senti una scrittrice femminista? Nelle tue opere emerge questa componente?

Non amo le etichette, ma da donna cui hanno insegnato a essere autonoma sin da piccola, cerco di far emancipare tutti i miei personaggi dalla condizione di sottomissione nella quale si trovano. Non posso creare un personaggio senza raccontare i condizionamenti sociali o familiari in cui vive. Nei due racconti scritti per 80144 Edizioni, per esempio, racconto di un capo frustrato e di una Manager sottomessa, in Justine 2.0 una “Submissive” che si emancipa dal “Master”. Così in “Pioggia Dorata”.

La violenza contro le donne sembra in perenne crescita, e non parlo solo di uomini che picchiano o uccidono mogli, o fidanzate. Anche verbalmente, tra estranei e sconosciuti, la misoginia è diffusa. Pensi sia causata da una sorta di repressione sessuale, dall’educazione o da altre cause?

Penso ci sia molta confusione tra emancipazione della donna e mascolinizzazione. Essere donne emancipate non significa buttare alle ortiche la nostra indole, la nostra femminilità. Credo che sia un senso di frustrazione e d’inferiorità che spinge un uomo a picchiare una donna, ma penso che la dolcezza, che non è debolezza, oggi sia latitante in entrambe la fazioni.

Scrivi anche libri non erotici, quale genere ti appassiona di più?

Nessun genere. Sperimento ogni volta. Ma nella mia ricerca, tolte di mezzo le mode e le preferenze del pubblico (che non mi appassionano), mi sto avvicinando sempre di più a ciò che sento affine al mio carattere. Il grottesco, per esempio, già praticato in Justine 2.0, il tratto forte, l’assurdo. Ho scritto un romanzo, ancora inedito, dove ho rispolverato il mio vecchio interesse per l’occulto, la magia e il soprannaturale, ma che in realtà racconta la storia di una donna che non vuole avere figli e il senso di colpa che la porta a immaginare un viaggio nell’aldilà. È una continua ricerca la mia, appunto, la scrittura è una scoperta, il fine stesso.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

È un romanzo che si svolge a Roma nel 2030, dove ho immaginato una società uguale a quella di oggi ma più malata, divisa in Prodotti e Consumatori, in cui le vite di tutti sono controllate da un Social Network in grado di leggere i pensieri degli utenti, e dove l’unica condanna che il Sistema infligge a chi è libero, o vuole esserlo, è l’anonimato, la perfetta assenza.

:: I nazisti della porta accanto, Eric Lichtblau (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

27 gennaio 2016
image0021

Clicca sulla cover per l’acquisto

Sono molti i libri che continuano ad uscire su Shoah, nazismo e dintorni, soprattutto in concomitanza ogni anno con la Giornata della memoria del 27 gennaio. Tra i molti titoli, tutti decisamente validi, spicca il saggio con toni da romanzo appassionante I nazisti della porta accanto, del giornalista investigativo Eric Lichtblau, che racconta una pagina inquietante e anche imbarazzante della Storia del dopoguerra.
Partendo da documenti inediti Lichtblau, con un piglio da detective in cerca della verità, rievoca la fuga di gerarchi e responsabili di efferratezze subito dopo la fine della guerra, parlando non tanto delle vicende note di nomi come quelli di Eichmann e Mengele che ripararono in Argentina, con la complicità di alleati insospettabili come il Vaticano, ma di quella che è stata un’onta per gli Stati Uniti.
Sotto il nome di Operazione Paperclip, un’etichetta da serie complottista alla X-Files (dove era citata peraltro) ci fu una fuga di scienziati nazisti negli States, persone che si erano macchiate di complicità in eccidi e esperimenti, che furono inseriti e acclamati nella comunità scientifica a stelle e strisce e che solo anni dopo e in alcuni casi furono diplomaticamente messi da parte.
Accanto a questo, a fronte del nuovo pericolo sovietico, ci furono CIA e FBI che reclutarono noti criminali nazisti come agenti, infiltrandoli nei Paesi del blocco sovietico ma anche in Medio Oriente, dove per anni furono al servizio del governo americano, godendo poi di uno stato di protezione una volta tornati oltreoceano. Molti di questi criminali videro il loro curriculum ripulito per ordine espresso di J.E. Hoover, il fondatore del Federal Bureau.
Altri ancora diedero false generalità, raccontando spesso storie strappalacrime di persecuzioni in cui cambiavano il loro ruolo da vittima a carnefice, e vissero vite tranquille per decenni, nascosti dietro a lavori normali. Se in Sud America fu molto difficile se non impossibile ottenere estradizioni e per incastrare Eichmann ci fu bisogno di rapirlo, negli Stati Uniti, all’apparenza più democratici, non fu più facile, e anche se negli anni ci furono comitati di cittadini, investigazioni e giornalisti che cercarono di far venire alla luce la verità e di far punire i colpevoli, furono molto poche le condanne. Tra le pagine del libro, un saggio appassionante come un thriller, emergono varie storie, quelle dei molti criminali che trovarono rifugio sotto la bandiera americana, come Ivan Demjanuk, meglio noto ai sopravvissuti del campo di concentramento di Sobibor come Ivan il Terribile, Otto von Bolschwing, già ufficiale delle SS e stretto collaboratore di Adolf Eichmann, Jakob Reimer, noto per aver partecipato alla «liquidazione» del ghetto di Varsavia, ma anche altre, spesso incredibili. Come quella di Joe Eszterhas, sceneggiatore di origini ungherese di Music Box di Costa Gavras, uno dei pochi film a trattare la questione, che scoprì di avere un padre criminale come quello dell’eroina della sua storia o quelle di chi negli anni non si è mai arreso per trovare giustizia, non vendetta.
Un libro di Storia degli ultimi anni, che racconta la ricerca della verità e di giustizia e le contraddizioni anche delle democrazie, svelando, mai troppo tardi, come sono andati certi fatti e come per una delle massime tragedie dell’era moderna troppi la fecero franca. Da leggere per gli amanti di Storia e per chi vuole comunque conoscere e riflettere.

Eric Lichtblau è un giornalista investigativo e lavora nella sede di Washington del New York Times. Nel 2006 ha vinto il premio Pulitzer grazie a una serie di articoli dedicati alle registrazioni telefoniche illegali autorizzate da George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Ha lavorato per il «Los Angeles Times», ed è autore di Bush’s Law. The Remaking of American Justice. Per la scrittura di questo libro , che è il primo dell’autore tradotto in italiano, è stato Professore ospite presso lo United States Holocaust Museum di Washington.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Elena dell’Ufficio Stampa Bollati Boringhieri.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’intervista con Marco Pensante a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2016

index

Benvenuto, Marco, su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Menzione speciale per la migliore traduzione alla sesta edizione del Liberi di Scrivere Award per la traduzione di 1980, di David Peace, Il Saggiatore. Che altri premi hai ricevuto nella tua carriera? Ti sono stati utili nel tuo lavoro?

Questo è il primo. Se mi sarà utile festeggeremo insieme.

Vivi e lavori a Brescia. Dove sei nato? Che studi hai fatto? Da che lingue traduci? Come ti sei perfezionato per diventare traduttore? Quali sono le scuole più formative che tu consiglieresti a chi volesse intraprendere questa professione?

Sono nato a Brescia, ma ho vissuto a Parma e a Milano per anni. A Parma mi sono laureato in Economia e Commercio. Traduco dall’inglese. Mi sono perfezionato sul campo, con la lettura continua e la pratica della conversazione in lingua. Il mio approccio è sempre stato pragmatico, nel senso che prima ho appreso la lingua per poter leggere i testi che mi interessavano, poi ho approfondito le conoscenze sui testi. In questo senso non so consigliare scuole di formazione professionale perché non ne ho esperienza. Il mio percorso si è svolto tutto con l’apprendimento personale e i rapporti diretti con le case editrici, iniziati quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Il Sole Non Tramonta.

Hai pubblicato i romanzi Il Sole Non Tramonta e Ponte di Mezzo. Non li ho letti ma mi hanno detto che eri un eccellente autore di fantascienza. Questi libri riverranno pubblicati? Hai in programma di riprendere a scrivere, o non hai mai smesso?

Ponte di Mezzo è stato vittima del trapasso della casa editrice, Interno Giallo, acquistata da Mondadori. Nel portfolio autori di Interno Giallo c’erano molti nomi appetibili, ma il mio non era fra quelli. Di conseguenza, il mio romanzo è rimasto nelle librerie pochi mesi per poi scomparire. Pur non potendo essere un libro di successo, rappresentava un incrocio fra il romanzo generazionale – considerando l’importanza di Pier Vittorio Tondelli per quasi tutti i giovani autori dell’epoca, me compreso – e il genere emergente del noir metropolitano, oggi divenuto un cliché ma che allora respirava aria nuova ed entusiasmante grazie alla linea editoriale di Interno Giallo, soprattutto con gli autori italiani: solo per fare un esempio, il primo romanzo di Giancarlo De Cataldo è uscito per Interno Giallo. Ponte di Mezzo poteva acquisire un suo pubblico nel lungo periodo, ma non ne ha avuto il tempo. Il Sole Non Tramonta, che ho visto con piacere riemergere nei siti di bookcrossing, era un’opera giovanile, con tutto ciò che la qualifica comporta. Ci sono state critiche sulla sua derivazione da Frank Herbert, che era innegabile e senz’altro dovuta a un eccesso di entusiasmo adolescenziale; ma evidentemente l’Editrice Nord – che non si poteva certo definire all’oscuro dell’opera di Herbert – l’aveva considerata una variazione sul tema degna di pubblicazione. Ma se riguardo a questo aspetto posso capire le critiche, altri si sono inventati – suppongo pur di creare uno scandalo qualsiasi, senza neppure consultare le persone che ci hanno lavorato all’epoca – un mio presunto ruolo da “giovane scrittore confezionato a tavolino” pianificato al fine di rilanciare la casa editrice, cosa assolutamente falsa. In seguito, per anni ho tradotto e collaborato con riviste come Pulp, pubblicando racconti, recensioni e articoli. Miei racconti sono apparsi su Bresciaoggi e Il Manifesto. In quel periodo trascuravo la scrittura perché credevo di avere una famiglia, poi un giorno ho scoperto che non avevo niente. Appurato ciò, ho studiato il pianoforte e ho scritto un romanzo che sto cercando di pubblicare, un noir che si sforza di evitare la classica dualità del genere, in cui protagonista è l’ispettore o il criminale. Nell’attesa, per divertirmi, sto scrivendo un romanzo di fantascienza.

Parlaci di te, che autori ami leggere per tuo svago personale. Leggi prevalentemente in lingua originale o leggi anche traduzioni per vedere il lavoro dei tuoi colleghi?

Tutte le opere in lingua inglese le leggo in inglese. Leggere i colleghi può essere interessante per trovare ispirazione riguardo ai modi per tradurre certe espressioni, perché davanti a un testo tradotto dall’inglese mi è quasi sempre chiaro cosa dica l’originale. Alla lunga però lo trovo un esercizio un po’ sterile, per il fatto che fra traduttore e opera c’è quasi sempre un rapporto personale molto stretto e preferisco dare fiducia al traduttore limitandomi a leggere il libro, più che interrogarmi sul suo metodo. Per mio svago personale tendo a preferire gli anglosassoni perché non ritengono disdicevole intrattenere. Douglas Coupland, per esempio, sa mantenere una leggerezza e un’ironia che a volte nascondono la profondità con cui sa indagare i rapporti amicali e sentimentali. Don DeLillo ha scritto una satira geniale sulla controcultura hippie, Great Jones Street, mettendo in scena le rime infantili della rockstar come prova della dissoluzione della lingua. Stephen Baxter, il mio autore di fantascienza preferito, possiede una fantasia sconfinata, rivolta alla creazione di avventure che spaziano non solo ad altri pianeti, ma all’intero universo, esponendo in forma romanzata interi trattati di astronomia e cosmologia.

Come è andata all’inizio, hai mandato il tuo curriculum nelle case editrici? Sei stato chiamato direttamente dagli editori? Quando ancora non si ha un portfolio di traduzioni, come si fa a farsi notare?

Credo che il mio sia stato un caso particolare, come tutti. Dopo avere pubblicato Il Sole Non Tramonta, quindi molto giovane e incosciente, tramite amicizie comuni ho avuto la fortuna di incontrare persone a cui ho chiesto lavoro e che mi hanno dato fiducia. In particolare Marco Tropea e Laura Grimaldi, recentemente scomparsa, due giganti dell’editoria italiana, conosciuti assolutamente per caso durante la loro permanenza alla direzione di Urania e con i quali ho stabilito negli anni una collaborazione e un’amicizia che considero fra le mie grandi fortune. Naturalmente ho lavorato con grande impegno per ricambiare la loro fiducia; i risultati, come si dice, sono in strada. Direi che si è trattato di un misto fra ambizione, passione per la letteratura avventurosa, ansia di uscire di casa e prontezza di riflessi nello sfruttare le occasioni.

La tua carriera di traduttore è iniziata nel 1987, da allora hai tradotto importanti autori come James Ellroy, Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Douglas Coupland, e altri. Quale è stato il più difficile da tradurre, quello che ti ha richiesto più impegno, più fatica?

In realtà gli autori più difficili da tradurre sono quelli che scrivono male. Periodi involuti e incomprensibili, nessuna coerenza, dialoghi ridicoli di cui è un’impresa capire il senso. Per fortuna questi autori si dimenticano in fretta. Gli altri che hai citato, e che mi onoro di avere trascritto nella nostra lingua, hanno una cifra stilistica così precisa e personale che il problema è solo assorbire la loro scrittura e trovare la voce giusta per renderla, dopo di che la traduzione segue un percorso praticamente obbligato. Il traduttore spesso è ignorato o maltrattato, ma l’estremo opposto è il traduttore che si ritiene coautore, in diritto di sovrapporre il proprio stile a quello del testo originale. Un traduttore è al servizio del libro. Il dovere del traduttore è ricopiare nella propria lingua le stesse parole dette dall’autore, non una di più e non una di meno.

La scelta del libro da tradurre. Come avviene? Come selezioni il testo che potrebbe essere più adatto per le tue competenze, per i tuoi gusti personali? La conoscenza personale con l’autore è un punto di forza?

La conoscenza personale con l’autore non entra in gioco quasi mai, anche perché gli autori raramente si legano a un unico editore per le traduzioni. Tranne Andrew Vachss e David Peace, non ho mai conosciuto i miei autori. Quello che per me è contato è stato mettere in campo le mie passioni e i miei interessi: la modernità, i fenomeni urbani come il punk o il rap californiano, la cultura e l’arte pop, la musica in ogni sua declinazione. Dopo un certo numero di traduzioni assegnate più o meno a caso, diventa chiara la linea narrativa che il traduttore vuole seguire, e l’editore – se è abile nel riconoscere le sensibilità – sa accoppiarlo agli autori. Uno dei libri più emozionanti e divertenti che ho tradotto, La Grande Occasione di Marcel Montecino, raccontava di un pianista in fuga dalla mafia di New Orleans. È stato un lavoro impegnativo ma di grande soddisfazione. Credo che qualcuno, negli uffici direzionali di Interno Giallo, lo abbia visto e abbia detto: “Questo lo diamo a Pensante”.

Come pianifichi il tuo lavoro? Ogni libro è un caso a parte o hai un metodo che utilizzi ogni volta? Leggi prima il romanzo per intero in lingua originale, o traduci pagina per pagina senza sapere dove la storia porta? Usi vocabolari cartacei, o ti affidi a vocabolari online? C’è un sito di sinonimi, slang, modi di dire che ti è particolarmente utile?

Di solito mi basta leggere qualche pagina e conoscere un minimo l’autore per capire se posso tradurre senza leggere il resto. Per David Peace questo non è possibile, perché ogni suo libro rimanda a tutti gli altri, in un intreccio di cicli e metacicli narrativi. Prima di tradurre un romanzo di David Peace, bisogna avere letto tutti i precedenti. I vocabolari che utilizzo sono di due tipi: quelli necessari al lavoro quotidiano, che per fortuna non sono più cartacei ma a disposizione in qualsiasi momento sul telefono cellulare, e i monolingue impraticabili ma da leggere per il piacere delle parole, come l’Oxford, da consultare con la lente di ingrandimento incorporata. Se dovessi consigliare un sito sarebbe Urban Dictionary, ma ogni voce va interpretata e messa a fuoco depurandola dai meme estemporanei. Ma più che trovare una definizione su un dizionario, per me è fondamentale visualizzare e contestualizzare. Ricordo uno scambio di fax con Douglas Coupland, nei primi anni Novanta, in cui domandavo chiarimenti su certi passaggi di Generazione X che richiedevano la conoscenza dei pranzi precotti americani degli anni Cinquanta. Oggi l’intera Internet è il vocabolario del traduttore, cosa per cui non sarò mai abbastanza riconoscente. Nel campo della cultura pop, le tanto decantate ricerche in biblioteca dei tempi andati sono un pio desiderio.

Parliamo  della traduzione di 1980, di David Peace, testo che ti ha segnalato al nostro premio. Raccontaci la storia di questa traduzione. Conoscevi già David Peace, avevi già tradotto sue opere? E’ un autore impegnativo? Che tipo di stile utilizza? Una volta finita la traduzione, ti sei sentito soddisfatto?

1980 è stato il mio primo contatto con David Peace. Come tutti i primi contatti con un autore, servono molte pagine prima di raggiungere un’intimità che porti a un’interpretazione fedele ed efficace. Il mio metodo di lavoro prevede una rapida trascrizione del libro seguita da una lunga revisione, dopo che la scrittura ha avuto il tempo di sedimentarsi ed è possibile esaminarla evitando il coinvolgimento della stesura viva. Lo stile di Peace si basa su due tecniche che rimandano una all’altra: la ripetizione e la narrazione inaffidabile. La ripetizione è il periodico ritorno di certi temi, spesso onirici, che uniscono i romanzi della serie fra loro e ogni singolo romanzo al proprio interno. La narrazione inaffidabile è un’influenza di Ryunosuke Akutagawa: tutti i protagonisti hanno partecipato agli eventi, e ognuno li descrive secondo la propria esperienza, ma queste esperienze divergono in certi dettagli essenziali, quindi non possono essere tutte vere. Per il lettore rimane sempre una quota di incognito non eliminabile, come nella sparatoria allo Strafford Pub, descritta in 1974 e analizzata nei romanzi successivi senza che si riesca mai ad arrivare alla verità. La tecnica della ripetizione, inoltre, è utilizzata in un modo simile a quello della ambient music: a ogni ripetizione varia qualche dettaglio minuscolo, ma dopo un certo numero di ripetizioni il senso è cambiato senza che ce ne siamo accorti. L’impegno per tradurre Peace è altissimo anche per la precisione dei dettagli: per ogni suo libro occorre una ricerca storica, tecnica, letteraria. Per tradurre GB84 ho studiato lo sciopero dei minatori inglesi sotto il governo Thatcher e ricostruito dalle riprese video la Battaglia di Orgreave; per tradurre Città Occupata ho studiato la vicenda dell’unità segreta 731 dell’esercito giapponese per la guerra batteriologica. La soddisfazione è alta quando uno scrittore ti obbliga ad approfondire eventi che altrimenti non avresti conosciuto.

La crisi generale che si è fatta sentire anche nel mondo dell’editoria, ha toccato anche il campo delle traduzioni.  Traduttori che non vengono pagati, case editrici che si avvalgono di traduttori semiprofessionali per pagarli meno, case editrici che non propongono neanche un contratto di traduzione. Cosa consiglieresti a un traduttore che volesse tutelarsi? Il sindacato traduttori difende la vostra categoria efficacemente?

Sì, ho notato questo cambiamento. Si tende sempre di più a gestire le traduzioni internamente, magari sovraccaricando di lavoro redattori già impegnati a organizzare le uscite dei libri; oppure, come dici, ad affidare il lavoro a chi capita, purché costi poco o zero. In questo, purtroppo, non vedo molte differenze con il mercato del lavoro in generale negli ultimi anni. Il traduttore, però, non è – o non dovrebbe essere – manodopera indifferenziata. La traduzione richiede competenze linguistiche e capacità di scrittura che non si possono ridurre al minimo comune denominatore, anzi, forse dovrebbero essere ancora più specialistiche di quanto non lo siano ora. La figura del traduttore è stata molto rivalutata negli ultimi anni, com’era giusto, ma rischia comunque di soffocare nel fiume di uscite necessarie per rendere redditizia la gestione di una casa editrice. Non ho rapporti col sindacato traduttori, quindi non posso dire nulla al riguardo. A un traduttore principiante consiglierei di fare tutto il possibile per ridurre al minimo i compromessi, che pure saranno inevitabili. Quindi, informarsi con molta chiarezza sulla linea editoriale delle varie case editrici, proporsi con cognizione di causa senza aspettative di guadagni irrealistici, accettare che l’idea di vivere solo traducendo è nel migliore dei casi un’utopia; ma anche rifiutarsi di lavorare senza contratto e assolutamente mai gratis.

Soprattutto per il genere fantastico, all’estero ci sono tante opere meravigliose che qua in Italia non arrivano e temo non arriveranno mai.  Se potessi scegliere liberamente senza vincoli di diritti o di costi, quali titoli faresti tradurre?

Un omnibus di Rudy Rucker, con una prelazione per la traduzione di Spaceland.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Sto aspettando la pubblicazione del terzo volume della trilogia di Tokyo di David Peace, dopo Tokyo Anno Zero e Città Occupata.

Grazie della tua disponibilità, a presto.

Tutto andrà bene.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

23 gennaio 2016

photo-enrico-pandiani-600-px

Bentornato Enrico su Liberi di Scrivere in occasione del Liberi di scrivere Award. Numerosi lettori hanno votato per il tuo Più sporco della neve, edito da Rizzoli che è arrivato secondo a parimerito con 1980 di David Peace. Cioè sei in buona compagnia. Mi dicono che sei arrivato anche sesto allo Scerbanenco, certo i due premi non si possono equiparare, noi abbiamo mezzi molto più limitati, ma come vivi queste ludiche manifestazioni? Trovi positiva la formula che adottiamo noi di dare solo ai lettori l’ultima parola?

Ciao Giulietta, francamente non saprei che dirti. Ho l’impressione che i lettori vadano un po’ spinti, perché abbiano voglia di votare e io questo lo faccio mal volentieri. Per questo, il sesto posto allo Scerbanenco e il secondo, pur pari merito, al Liberi di scrivere Award mi hanno molto sorpreso. Nel senso che non mi sarei aspettato né l’uno, né l’altro. Sorpreso piacevolmente, voglio dire. Significa che Più sporco della neve è stato davvero apprezzato dai lettori, quasi a mia insaputa, e questo mi fa piacere perché trovo che sia un romanzo che ha un suo perché e per scrivere il quale mi sono impegnato parecchio.

L’ultima volta che ti ho intervistato era il 2013, ne sono successe di cose da allora. Cosa ti ha più sorpreso?

Sono successe tante cose, ho scritto altri romanzi, ho iniziato una nuova serie, quella di Zara, sono andato molto in giro a presentare i miei libri e ho presentato quelli di altri autori che in linea di massima sono diventati miei amici. Ho conosciuto tanta gente straordinaria. La cosa che mi ha sorpreso di più, mi chiedi? Credo che sia stata la tenacia con la quale i librai italiani fanno il loro mestiere in maniera impeccabile, senza lasciarsi piegare dalle avversità e trovando in continuazione nuovi modi per fare il loro mestiere. E questo nonostante tutto quanto sia contro di loro, i giochi dell’editoria, la gente che non legge e, a volte, anche l’antipatia di certi autori. Penso che per fare il libraio, oggi, ci voglia davvero una grande determinazione.

Parlaci di Più sporco della neve, la tua ultima indagine di Zara Bosdaves edita in Italia con Rizzoli. Ci sarà presto un seguito?

Sono l’ultima persona che dovrebbe dire questa cosa, ma mi sembra che quest’ultimo romanzo di Zara mi sia venuto fuori particolarmente bene. Mi piace la storia, mi sono ritrovato alla perfezione con i personaggi e credo di essere riuscito a mettere insieme una trama che si chiude poco alla volta su un finale inaspettato. Rispetto al romanzo precedente, La donna di troppo, i protagonisti si svelano maggiormente, mostrano le proprie debolezze, la loro vulnerabilità, ma anche una forza d’animo che li aiuta a stringere i denti e ad andare avanti, a conservare ciò che di buono sono riusciti a conquistare. Il terzetto di cattivi, poi, mi ha divertito tantissimo. Disegnare Carmelo Filingeri e i suoi compari è stato un lavoro divertente e che mi ha coinvolto. Ne è venuta fuori una storia interessante, anche per gli argomenti trattati, la crisi che ci colpisce ormai da tempo e l’immigrazione extracomunitaria che in questo momento preoccupa tanto l’Europa. Per ora non ho ancora in mente un seguito. A maggio uscirà la quinta avventura di Mordenti e non vedo l’ora che sia in libreria. Per il resto sto lavorando su due progetti molto diversi che non c’entrano con les italiens e nemmeno con Zara.

Intanto sei arrivato a Parigi, la patria del polar. Un po’ come la “Série noire” di Gallimard, la collana poliziesca di Le Livre de Poche, l’editore con cui pubblichi, è un marchio storico dell’editoria francese e finalmente Les Italiens parla francese. Chi è il tuo traduttore? Hai avuto modo di leggere il tuo libro tradotto? Che effetto ti ha fatto?

È stata la realizzazione di un desiderio. È stato pubblicato a settembre il secondo romanzo e stiamo parlando del terzo. In più, come dicevi, quando è uscito Trop de plomb, Les italiens è stato pubblicato nella collane Le Livre de Poche e questa è una soddisfazione immensa. La traduttrice è Catherine Beaunier, che oltre ad aver tradotto i miei libri mi ha anche insegnato il francese. Questa avventura parigina l’abbiamo vissuta insieme e io ho potuto seguire in prima persona le traduzioni. E ci puoi scommetterci che li ho letti! Sentire Mordenti che parla francese è un godimento monumentale.

Si parla di uno sceneggiato o una serie televisiva. Che c’è di vero? Sarà una produzione italiana o francese? Se potessi dare consigli (ti ci vedo girare con la tua pipa per gli studios, più parigino dei parigini, a supervisionare) chi vedresti alla regia, quali attori per i protagonisti?

Riguardo a questa vicenda, tutto ciò che posso fare è tenere le dita incrociate e aspettare che gli eventi prendano forma. Dopo il comunicato stampa della IIF del produttore Fulvio Lucisano che annunciava l’accordo firmato con la Space Rocket Nation di Nicholas Winding Refn per girare otto-dieci episodi tratti dal romanzo Les italiens, non ho più avuto notizie. Immagino che si stia lavorando in quel senso e che sarà una produzione internazionale. Winding Refn è un regista di culto, ha vinto Cannes con Drive ed è un mostro sacro, quindi immagino che, nel caso la serie diventi una realtà, la regia toccherà a lui. Per quanto riguarda gli attori non ho proprio la più pallida idea di chi potrebbe interpretare i miei personaggi e per scaramanzia non mi provo nemmeno a ventilare delle ipotesi. Tanto per cominciare speriamo che la cosa vada in porto.

Dopo la Francia, in quali altri paesi porterai i tuoi romanzi? Cosa dice il tuo agente?

Mi sembra che ci sia un certo interesse da parte della Turchia, ma per ora non c’è nulla di concreto. per il resto non ho altre notizie. Se si facesse la serie televisiva, credo che potrebbe smuovere le acque.

Cosa stai leggendo in questo momento, quale è il libro (o sono) sul tuo comodino?

Ho letto l’ultimo romanzo di Marías, Così ha inizio il male, L’impostore, di Cercas, Zona d’interesse, di Martin Amis, Cattivi, di Torchio, un paio di romanzi di Perec che ancora non avevo letto. Poi, Kassel non invita alla logica, di Vila-Matas e Incidente notturno, di Modiano, tutti libri che mi sono piaciuti molto. Adesso ho attaccato Le notti di Tokyo, di Mo Hayder, consigliatomi da un’amica, e devo dire che mi intriga. Sul comodino ho Il potere del cane di Whinslow, Chirù della Murgia, l’ultimo De Giovanni e l’ultimo di Fred Vargas. Insomma, le letture non mi mancano.

C’è un esordiente italiano che ti ha particolarmente colpito? Se sì, che augurio gli fai? Quale è la cosa di cui avrà maggior bisogno negli anni a venire?

Tempo fa ho letto Nero Dostoevskij, di Antonio Mesisca, e devo dire che la sua scrittura mi è molto piaciuta. Il suo romanzo si discosta piuttosto dal classico noir Italiano con commissari, agenti tonti, amici carissimi e donnine compiacenti. Guizza ed è molto personale. E, soprattutto, Antonio riesce a mescolare alle sue storie quei due ingredienti che io ritengo fondamentali nel noir: l’ironia e lo humour.

La situazione dell’editoria in Italia non è rosea: calo dei lettori, stili e storie sempre più omologate, poco coraggio forse, autori che meriterebbero più attenzione quasi emarginati. Non hai la sensazione anche tu che non sia una crisi solo economica? Che ci sono precise responsabilità se la gente sta lontana dai libri?

Si potrebbe pensare che un paese di ignoranti sia più facile da controllare, come dire, panem et circenses, e che per questo chi ci governa abbia tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però io sono convinto che molta gente non abbia voglia di fare sforzi, che pensi che leggere sia una fatica, un compito arduo e difficile. Non sanno che non è così, che i libri sono un piacere. C’è un bombardamento di proposte per portare la gente alla lettura, ma io sono convinto che non servano a nulla. Per la maggior parte si riducono a iniziative che vanno a toccare persone che già amano la lettura. Non ho idea di cosa si potrebbe fare per convincere chi non lo fa che leggere è una conquista che può aprirti grandi orizzonti e che ti può portare in uno stato di grazia. Anche perché è evidente che alla maggioranza delle persone è sufficiente chattare con il telefonino o il tablet e questi sono spesso nemici della lettura. Salendo su un treno o sulla metropolitana ci si rende conto di quale sia lo stato delle cose: hanno tutti il telefono in mano e non si vede un libro all’orizzonte.

Ci siamo conosciuti anni fa al Circolo dei lettori a una tua presentazione, ti moderava Luigi Bernardi. Sei una delle poche persone legate ai libri che mi ha visto di persona. Se dovessi mettermi in un tuo romanzo, che personaggio sarei?

Una che trama nell’ombra? Mi auguro che il fatto che ti abbia conosciuta di persona non ti costringa prima o poi a dovermi eliminare…

Molti pensano che il noir abbia più un passato che un futuro. Condividi questa affermazione? C’è al contrario qualche scrittore contemporaneo italiano o straniero che incarna l’anima vera del noir in questi anni complessi?

Non so se qualche scrittore, oggi, incarni la vera anima del noir più di altri. Diventa sempre più difficile inventare qualcosa di nuovo o trovare una nuova maniera di raccontare cose già dette. Certo, farsi largo diventa sempre più difficile, perché anche i lettori tendono ad adagiarsi su ciò che conoscono ed è loro familiare piuttosto che avventurarsi su terreni sconosciuti proposti da autori che cercano di proporre qualcosa di nuovo o di diverso. Certamente il noir ha un grande passato, ma io sono sicuro che ci sia ancora un futuro per questo genere letterario. Continua a capitarmi di leggere autori come Antonin Varenne in Francia, Jan Costin Wagner in Germania, o Giampaolo Simi in Italia che con i loro romanzi e la loro scrittura mi hanno fatto capire che c’è ancora molto spazio per l’immaginazione di uno scrittore.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Come dicevo prima, a maggio uscirà la quinta avventura de les italiens di cui ancora non è chiaro il titolo. È un romanzo che si svolge tra Parigi e il centro della Francia. Questa volta Mordenti dovrà correre su e giù per la Francia alla ricerca di una madre scappata di casa con il figlio di sette anni. L’inghippo è piuttosto complesso e pericoloso e, come sempre, ci sono momenti di grande ilarità e altri di passione. Per il resto, sto lavorando a due romanzi molto differenti tra loro che non hanno nessun legame con i miei precedenti personaggi. Uno è un noir molto duro, torinese, e l’altro è un romanzo non di genere. Vediamo dove andremo a finire, cosa tutt’altro che chiara.

:: Un’intervista con Lorenzo Mazzoni a cura di Giulietta Iannone

19 gennaio 2016

Lorenzo-Mazzoni-01

Benvenuto Lorenzo. Per la terza volta vincitore del Liberi di scrivere Award, un premio in cui la massima soddisfazione è sapere che tanti lettori hanno autonomamente votato per il tuo libro. Premi letterari ce ne sono molti, ma il nostro ha senz’altro la peculiarità che il voto diretto dei lettori proclama il vincitore, non ci sono giurie di qualità, non ci sono rose di libri tra cui scegliere, e autori italiani e stranieri hanno la stessa importanza. Come ti spieghi questo grande affetto che i tuoi lettori hanno nei tuoi riguardi?

Grazie per l’ospitalità. Sono molto felice per questo premio, proprio perché i voti vengono dai lettori e non da una giuria che, molto spesso in Italia, ha un occhio più attento all’editore che sta dietro ai candidati rispetto alla qualità dei testi. Me lo spiego con il grande lavoro di passaparola di amici, colleghi, ufficio stampa di Edizioni Spartaco. Significa che chi è venuto alle presentazioni si è entusiasmato, chi ha letto le recensioni al libro si è fatto incuriosire, che i librai indipendenti mi hanno consigliato utilizzando anche i social network. C’è qualcosa di profondamente libertario e di grande affetto in tutto questo.

Quando le chitarre facevano l’amore”, il libro per cui hai vinto questo premio, edito da un piccolo ma interessante editore di Caserta, ha avuto una buona accoglienza dai lettori e anche dalla critica, ho letto numerose recensioni di critici importanti. Che bilanci ne trai ormai a diversi mesi dalla pubblicazione?

Di essere finito tra le mani di un grande editore. La cura al testo (editing, promozione, incitamento, discussioni, presenza sul territorio) è stata enorme. Edizioni Spartaco ha creduto fortemente in “Quando le chitarre facevano l’amore”, la redazione mi ha confermato, a parole e azioni, che avevo scritto un testo importante. Quando dietro hai qualcuno che non solo crede in te, ma conosce il tuo romanzo come se fosse suo le cose non possono che andare bene. In otto mesi ho portato il libro in giro per tutt’Italia, ho avuto riscontri positivi (il premio lo conferma) e sono molto soddisfatto, anche perché credo sia il mio lavoro più importante. Io se fossi un lettore lo divorerei in mezza giornata.

Che accoglienza hai ricevuto all’estero? Ci sono progetti di traduzione in Europa e nel resto del mondo?

Quest’anno verrà pubblicato da un editore cileno, Edicola Ediciones, “Un tango per Victor”. Riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore” si trova nelle librerie italiane di Londra, Amsterdam e Bruxelles. Ci stiamo muovendo per le traduzioni e guardiamo non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Il mercato asiatico, per esempio, ci piace molto.

Sei uno scrittore viaggiatore? E’ corretta come definizione? Che paesi hai visitato nella tua vita, cosa ti hanno lasciato?

Sì, è una definizione che può essere definita corretta. Ho visitato tanti paesi e ho abitato in diverse parti del mondo. Laos, Vietnam, Yemen, Egitto, Turchia, Marocco, Francia, Inghilterra, Bulgaria, Romania e via andare. Ogni esperienza, che fosse un viaggio o una permanenza duratura, mi ha lasciato tracce indelebili sia sul mio modo di approcciarmi alla scrittura, sia nell’osservazione delle persone. Ho bisogno di andare e lasciarmi assorbire. Qualcosa di positivo ne viene sempre fuori.

Ho già avuto modo di intervistarti riguardo a “Quando le chitarre facevano l’amore”, in questa intervista mi piacerebbe guardare al futuro e parlare di libri. Hai un blog molto seguito sul Fatto Quotidiano in cui parli di libri. Cosa è uscito, o sta uscendo, di interessante in questo primo mese del 2016?

Non voglio parlare di titoli, ma di editori che bisogna tenere d’occhio: Metropoli d’Asia, Il Sirente, Edizioni Clichy, Keller, 66thand2nd, Del Vecchio Editore e naturalmente i miei editori: Edizioni Spartaco e Koi Press. Sono tutti editori indipendenti che lottano per dare ai lettori grande letteratura, riuscendoci spesso. Tra i medio-grandi adoro Il Saggiatore. Difficilmente sono interessato ai grandissimi. C’è tanta letteratura importante nel variegato mondo indipendente, per i grandissimi TV, social network e librerie da centro commerciale fanno già abbastanza. Io dico: tenete d’occhio gli indipendenti, anche nel 2016 usciranno grandi cose.

A febbraio, dal 17 al 21, terrai un workshop di scrittura a Marrakech, in Marocco. Ce ne vuoi parlare? Ci sono ancora posti disponibili? Perché Marrakech, perché ora? E’ una forma di resistenza a tutti i messaggi allarmistici che ci arrivano dal mondo arabo e dal nord Africa?

Perché gli allarmismi li crea chi non esce di casa. Perché Marrakech è uno dei primi luoghi che vidi fuori dall’Europa tanti anni fa ed è una città indimenticabile. Si tratta di un progetto in collaborazione con Mille Battute. Un laboratorio che vuole mettere in primo piano la parte pratica della scrittura rispetto a quella teorica con esercitazioni sul campo e visite guidate della splendida “Città Rossa”. Uno spazio condiviso da docente e allievi, uno scambio di saperi, letture, suggestioni sulle tracce di Elias Canetti, Paul Bowles, Tahar Ben Jelloun, George Orwell, Allen Ginsberg, Ibn Battuta. I requisiti per partecipare al workshop sono: voglia di scrivere, voglia di leggere, voglia di viaggiare, un bloc-notes e una penna. Il noir, l’esotico, la scrittura viaggiante saranno gli ingredienti dell’atmosfera che si respirerà durante le lezioni. Entro la fine del 2016 i lavori (editati e sistemati) verranno raccolti in un eBook, una sorta di romanzo a racconti, che verrà pubblicato da Koi Press. I racconti e le suggestioni narrative, in sinergia con gli scatti fotografici fatti dai partecipanti, saranno pubblicati su Mille Battute. Sì, c’è ancora qualche posto, e sul sito che curiamo io e il fotografo Tommy Graziani, IbnBattuta.viaggi diamo anche indicazioni su voli, alloggio, clima e il piano dettagliato delle lezioni e delle visite guidate.

La crisi generale si riflette anche nell’editoria, non lo nascondiamo, i rapporti ISTAT parlano di un inarrestabile calo di lettori. Cosa si potrebbe fare attivamente per avvicinare la gente ai libri? Un po’ di colpa è anche degli editori che non pubblicano libri interessanti? O la gente ha proprio ormai altri interessi?

Tempo fa scrissi un articolo uscito su Il Fatto Quotidiano, un appello agli editori che ripubblicassero titoli ormai caduti nel dimenticatoio, ne avremmo tutti bisogno. La colpa credo sia un po’ dell’editoria di massa, ma anche dell’impoverimento culturale generale. Se non voglio leggere Fabio Volo ho la scelta di prendere un libro che mi piaccia di più. Fabio Volo non toglie lettori ai Mazzoni di turno, questo premio lo conferma. Il problema è che se tu continui a investire i denari in qualcosa che è decadente ancora prima di essere pubblicato e dai importanti riconoscimenti mainstream sempre agli stessi banalissimi scrittori di genere è ovvio che hai meno finanze da investire per chi potrebbe provare a dare una svolta. Per questo propongo di ripubblicare autori straordinari. Qualche nome? “Il mondo di Suzie Wong” e “L’albero della febbre” di Richard Mason, “La ragazza dai capelli arancio” di Ehrlich Bert,The Warriors” di Sol Yurick, tutta l’opera di Sam Selvon, “Lo stato selvaggio” di Georges Conchon, i testi coloniali di Willem Frederik Hermans,Topkapi” di Eric Ambler, “I commedianti “di Graham Greene, “La nuova Babele” di Morris West…

Che libri consiglieresti di leggere capaci di far diventare book addicted i lettori? Pensi ci siano libri con questo potere?

Certo, la letteratura di liberazione non morirà mai, come il rock and roll. I titoli sopra citati li consiglio tutti. E poi dico: leggete Brian Gomez e Arto Paasilinna e Paco Ignacio Taibo II e Georges Simenon e Liu Zhenyun e Yasmina Khadra e Olivier Rolin e Alain Mabanckou e Ben Fountain e…

Ho seguito la tua carriera letteraria praticamente dall’inizio e ho notato che sei un autore che trova il tempo per leggere. Molti autori che intervisto mi dicono che non hanno tempo, troppo impegnati a scrivere i loro libri, o anche solo per non farsi influenzare. Le contaminazioni invece di genere, temi, riflessioni, sono invece un punto forte della tua narrativa. In fondo siamo tutti nani sulle spalle di giganti, già Omero nell’età antica aveva praticamente detto tutto sulla natura ultima dell’uomo. Come è nato il tuo amore per i libri, come si è rafforzato negli anni?

Mia mamma, mi portava a casa libri da quando io ricordi. Mi leggeva storie. Me le leggeva anche mio nonno, inventandosele davanti a un libro di pittura. Mio padre mi apriva l’atlante e mi spiegava le capitali del mondo. Sono sempre stato circondato da libri. I primi soldi dei lavoretti estivi li spendevo in libri. Io e la mia compagna non torniamo mai a casa senza avere acquistato libri per noi e per nostro figlio. Le case senza libri mi fanno venire in mente un campo di concentramento, le persone attaccate al cellulare in metropolitana mi ricordano la morte, quelle che leggono, fosse anche un Newton da trecento milioni di copie vendute che io non leggerei mai, mi sono tendenzialmente simpatiche. Se devo essere veritiero e attendibile quando scrivo devo leggere, documentarmi. Sono un lettore prima che uno scrittore, amo quello che faccio perché qualcuno in altre parti del mondo, in altre epoche lo ha fatto meglio di me, mi ha fatto innamorare del lavoro più bello che esista. Uno scrittore che non legge è un’immagine di una tristezza sconfinata, chiunque lo faccia credo non sarà mai dalla mia parte.

Ti piace la poesia? C’è qualche poeta che rileggi spesso, che ti accompagna?

Non leggo poesia, leggo testi di canzoni. Bob Dylan, Jim Morrison, John Lennon, Robert Hunter…

Hai vissuto in Turchia, prima di essere giudicato persona non gradita. Quando finirà questa “condanna” pensi di tornarci? I giovani come si ponevano nei riguardi dei libri. C’erano tante librerie? Una vita culturale attiva e crescente?    

Spero di sì, fosse per me tornerei “ieri”. Ho avuto la fortuna di vivere in Turchia prima e durante la grande protesta legata a Gezi Park. Tutto era interesse per quei milioni di straordinari giovani esseri umani, libri e cultura compresi. Istanbul ha una vita culturale dirompente, nonostante il potere faccia di tutto per omologarla al resto del mondo. Librerie ce ne sono tante, sì, sia commerciali ma soprattutto indipendenti, compreso un fantastico mercato dei libri usati di tre piani dove trovare titoli in molte lingue straniere.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Marrakech, in primis. Poi stiamo organizzando altri workshop di scrittura pratica a Londra, Bucarest e Amsterdam. Vorremmo riuscire a farlo diventare un appuntamento mensile. Sto lavorando al nuovo romanzo. Mi sto divertendo. Ho cambiato scenario geopolitico, non più America anni Sessanta ma la Jugoslavia dei primi anni Novanta.

:: Un’intervista con Silvia Ziche, la “mamma” di Lucrezia a cura di Giulietta Iannone

29 dicembre 2015

22Ciao Silvia è un vero piacere avere la “mamma” di Lucrezia sul nostro blog. Prima di parlare del tuo lavoro di disegnatrice di fumetti, mi piacerebbe sapere qualcosa di te. Dove sei nata? Che studi hai fatto? Che infanzia hai avuto?

Piacere mio! Sono nata a Thiene, in provincia di Vicenza, nel millennio scorso. Ho fatto studi artistici, ma non specifici per il lavoro che poi avrei intrapreso. Prima una scuola d’arte, indirizzo ceramica. Poi un corso di grafica editoriale.
Ho avuto un’infanzia… antica. Sono cresciuta in provincia, in anni in cui il traffico non era ancora un problema insormontabile, si guardava poca televisione, i computer e gli smartphone non c’erano, e i genitori erano più fiduciosi e fatalisti nei confronti del mondo. Quindi noi bambini eravamo molto più indipendenti. Ci dovevamo organizzare il tempo, inventare i giochi, affrontare la noia. Credo che la mia fantasia, che ora è parte fondamentale del mio lavoro, arrivi da quelle giornate lontane.
Lucrezia la vedo più come una sorella fastidiosa, con un carattere orribile, che vive con me. Spesso, quando mi trovo in situazioni complicate, mando avanti lei, e vedo che cosa combina. Poi lo racconto.

Quando è iniziata la tua collaborazione con Disney Italia? Come donna hai trovato particolari difficoltà ad affermarti, o il talento è l’unico discrimine?

In un lavoro come il mio l’unico discrimine è il talento, non può essere altrimenti. Non possono esserci raccomandazioni o favoritismi, i lettori li punirebbero. Soprattutto adesso che possono commentare, sul web tutto quanto in tempo reale.
Sono arrivata alla redazione di “Topolino” a fine anni ottanta. Ho dovuto fare un bel po’ di gavetta, imparare bene il lavoro, prima che mi affidassero una vera sceneggiatura da disegnare. La mia prima storia è uscita nella primavera del ’91.

Parlaci dei tuoi lavori extra-Disney. Hai trovato maestri che ti hanno particolarmente aiutata durante la tua carriera con consigli, suggerimenti, veri e propri insegnamenti?

Ho trovato parecchie persone che mi hanno aiutata con consigli e insegnamenti. Quello che mi ha indicato la strada è stato Giorgio Cavazzano, un grandissimo disegnatore. Mi ha spiegato i primi rudimenti del lavoro, mi ha sostenuta e consigliato di scrivermi le storie. Per la mia carriera professionale, lui è stato assolutamente fondamentale. Sia per il lavoro Disney che per quello non disneyano. Anche se poi quello ha seguito una sua strada parallela a quello per “Topolino”, a partire da “Linus”, passando per varie riviste, fino ad arrivare a “Donna Moderna”. E a vari libri.

E ora parliamo di Lucrezia, personaggio che adoro e in cui mi riconosco, come credo molte donne single ormai non più giovanissime. Dal 2006 su “Donna Moderna” appaiono le sue strisce. Come è nato il personaggio? A chi ti sei ispirata? Ti senti vicina alla fumettista francese Claire Bretecher autrice di Agrippina?

Lucrezia è nata nel 2004, per un libro che si intitolava “Amore mio”. Volevo raccontare i cortocircuiti delle relazioni umane che passiamo spesso sotto la voce “amore”, ma che amore non sono: i piccoli ricatti affettivi, la pretesa che sia un’altra persona a renderci felici e a risolverci la vita. Per raccontarli mi serviva quindi un personaggio. Doveva essere una donna, perché mi è più facile assumerre un punto di vista femminile, e non doveva essere perfetta, perché l’autocritica è l’unica posizione che ti permette di estendere le critiche ad altri. Ho provato a fare degli schizzi, per delineare un personaggio. Ed è arrivata subito lei, Lucrezia, pronta a farmi da alter ego per gli anni a venire.
Le allora direttrici di “Donna Moderna” hanno visto il libro, e mi hanno chiesto di provare a fare la vignetta settimanale. Non è stato facile, all’inizio, ma poi la collaborazione ha funzionato.
Claire Bretecher è uno dei miei miti. Ho letto tutte le sue cose, è stata l’autrice che mi ha fatto capire che con i fumetti si potevano raccontare anche la società e le relazioni tra le persone. E’ stata fondamentale per aiutarmi a trovare la mia voce e il mio punto di vista. Prima di Agrippine c’erano I frustrati: sono stati loro che mi hanno illuminata.

Progetti per il futuro?

Sì, parecchi, ma ancora poco definiti. Nell’anno appena concluso ho lavorato tantissimo. Ora sto cercando di riposarmi per poi raccogliere le idee e passare ai prossimi progetti. Al momento però sono ancora così vaghi e labili, che non riuscirei a descriverli. E poi son un pochino scaramantica, per cui fino a che un’idea non è solida e strutturata, preferisco non raccontarla. 🙂

:: Un’ intervista con Carola Blasi, a cura di Elena Romanello

8 dicembre 2015

caroCarola Blasi ha scritto il libro Alla ricerca della felicità, non un diario autobiografico, ma la storia di un cervello in fuga italiano a Barcellona, divisa tra lavoro, amiche, sogni, amore per gli animali. La abbiamo incontrata per parlare del suo libro ma anche di quello che c’è dietro.

Come è nata l’idea della storia che racconti?

Qualche anno fa viaggiavo molto per lavoro e tra treni, aeroporti e notti solitarie in hotel avevo più tempo libero di quello che mi sarebbe piaciuto…così cominciai, quasi per scherzo, a mettere nero su bianco (esagerando un po’, diciamoci la verità) tutto ciò che non mi piaceva del mio lavoro e i vari dubbi che mi frullavano per la testa. Prima quasi di rendermene conto mi ritrovai con pagine e pagine scritte…a quel punto decisi di creare dei veri e propri personaggi, tracciare una storia e trasformare le mie lamentele in un vero e proprio libro 🙂

Il tuo libro si svolge quasi tutto a Barcellona: che rapporto hai con questa città?

Vivo a Barcellona! Proprio come la protagonista del libro ho vissuto quasi tutta la vita a Torino e a 24 anni mi sono trasferita in Spagna, in una delle città che amo di più al mondo.

Uno degli argomenti del tuo libro è l’animalismo: tu ti dichiari animalista e se sì cosa fai in tal senso e come sei arrivata a fare questo percorso?

Lavoro in una ONG di protezione animale, quindi possiamo dire che dedico tutte le mie energie a questa causa. Sia io che il mio compagno inoltre siamo vegani e nelle nostre scelte quotidiane cerchiamo di essere il più coerenti possibili con la nostra decisione di rispettare tutti gli essere viventi.

Uno dei temi del libro è la possibilità, malgrado la crisi, di porsi degli obiettivi da realizzare: tu cosa consiglieresti ad un ragazzo o ragazza in tal senso?

Per quanto sia difficile (so che lo è!), gli/le direi di cercare di dimenticarsi un pochino della crisi e continuare a lottare per realizzare i suoi sogni, perché tutti abbiamo il diritto di averne! E se questo significa lavorare il doppio o rinunciare a parte del suo tempo libero…il sacrificio varrà sicuramente la pena!

Prossimi progetti?

Fare la mamma a tempo pieno fino a fine gennaio e poi ritornare al lavoro più carica di prima 🙂

:: Un’intervista con Rod Reynolds a cura di Giulietta Iannone

7 dicembre 2015

cover68275-mediumQuest’estate ho avuto modo di leggere in inglese un libro di esordio molto interessante The Dark Inside, esattamente il genere che amo, noir vintage questa volta anni ’40. Un romanzo che spero davvero di vedere al più presto tradotto in italiano. Ora non so a che punto sono le trattative, se ci sono, ma se fossi un editore non me lo lascerei scappare. Qui di seguito potete leggere tradotta una mia intervista fatta all’autore. 

Ciao Rod. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuto sul mio blog. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Rod Reynolds?

Grazie per avermi invitato sul tuo blog! Ho trentacinque anni e vivo nel nord di Londra con mia moglie e le mie due figlie.  Sono un londinese doc e ho vissuto qui la maggior parte della mia vita, anche se ho viaggiato molto. Ho sempre avuto un grande amore per i libri e per gli Americana e, in particolare per i noir ambientati negli USA – quindi forse non è una sorpresa che il mio romanzo d’esordio, The Dark Inside, sia una storia molto radicata in quella tradizione.

Raccontaci qualcosa del tuo background e dei tuoi studi.

Mi sono laureato con una tesi in Storia e Storia Antica (molto tempo fa oramai!). E per quasi dieci anni ho lavorato a Londra nel settore pubblicitario, come media buyer. Mi sono cimentato con la scrittura per la prima volta dieci anni fa, ma non sono andato molto lontano. Ero più che altro un appassionato, però nel 2010 ho deciso di fare sul serio, seguendo un corso di formazione a distanza per studiare i fondamenti della scrittura dei romanzi, e ho scritto il mio primo romanzo (inedito) in poco più di due mesi. Mi è piaciuta molto l’esperienza e ho capito che era una cosa che volevo proseguire a fare, ma la vita vera ha ripreso il sopravvento per un paio di anni ancora. Poi, nel 2013, ho fatto un master presso la City University di Londra, con l’idea di scrivere una storia che avevo accarezzato e su cui avevo fatto ricerche da tempo- e che alla fine è diventata The Dark Inside.

Quando hai saputo che volevi fare lo scrittore? The Dark Inside ha ricevuto molti rifiuti dagli editori?

Ho sempre amato i libri, ma quando ero più giovane non pensavo di essere davvero uno scrittore, perché mi sembrava una cosa così fuori portata – come quando dici che vuoi diventare un calciatore o una rockstar. Con il tempo quando ho compiuto circa venticinque anni, però non ero soddisfatto della mia carriera, e mentre cercavo qualcosa di più appagante, ho scoperto il lavoro di James Ellroy, che è la mia più grande fonte di ispirazione. A quel punto ero così ingenuo da pensare che avrei potuto davvero provarci! La prima volta che mi ricordo di aver pensato che volevo davvero fare lo scrittore è stata quando ho letto The Cold Six Thousand (Sei pezzi da mille) – un libro che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto pensare, ‘ Voglio farlo’ E, come ho detto sopra, appena ho provato davvero a scrivere un romanzo, ho capito che era la cosa giusta per me.
In termini di rifiuti, sono stato abbastanza fortunato con The Dark Inside dato che ho avuto un agente che ha trovato un editore molto rapidamente, e in realtà aveva diversi editori che avevano fatto offerte una volta che il libro aveva iniziato a circolare. Ma io sono stato dall’altra parte della barricata per troppo tempo – il mio primo romanzo è stato respinto da una quarantina di agenti e così si impara ad accettare che anche il rifiuto e la critica sono parte del gioco (anche se alcuni hanno detto cose molto incoraggianti sulla mia scrittura).

Leggi? Se sì, quali sono i tuoi autori preferiti?

Sì, ho sempre almeno un libro in lettura. Ci sono così tanti grandi autori che potrei citare; i miei preferiti in assoluto sono James Ellroy, David Peace, Raymond Chandler, Joseph Kanon, Don Winslow, Daniel Woodrell e James Lee Burke. Ma ho anche letto un sacco di debuttanti ultimamente, e ci sono alcuni nuovi scrittori fenomenali là fuori – Eva Dolan, Tom Bouman, Tim Baker, David Giovani, Helen Giltrow, Paul E. Hardisty, SJI Holliday per citarne solo alcuni. Davvero potrei andare avanti tutto il giorno.

Sei l’autore del romanzo d’esordio The Dark Inside , un romanzo liberamente ispirato a fatti realmente accaduti. Come sei venuto a conoscenza dei fatti relativi agli omicidi irrisolti definiti dalla stampa negli anni ’40 The Texarkana Moonlight Murders? Qual è stato il punto di partenza che ti ha portato a drammatizzarli in un romanzo?

Mi sono imbattuto nel caso per caso. Avevo guardato il film di David Fincher ‘Zodiac‘ sull’ assassino seriale denominato Killer dello Zodiaco a San Francisco negli anni ’60 e ’70, e durante le mie ricerche sul caso, ho visto un link per The Texarkana Moonlight Murders. Appena ho iniziato a leggere i fatti del caso, ho avuto la sensazione che volevo scrivere un romanzo su di essi. Gli omicidi erano così strani e brutali, e l’atmosfera a Texarkana era così claustrofobica e terrificante, che mi ha dato i brividi. Subito, ho capito che volevo usarla per raccontarli e la storia ha iniziato a formarsi, insieme con un senso di quel tipo di clima di terrore che volevo evocare.

Che tipo di ricerche hai fatto per riprodurre lo slang americano del profondo Sud anni ’40?

Ho sempre avuto un grande interesse per la cultura americana, libri e TV, così un sacco di cose provengono da questo. Ma ho anche letto e riletto libri dell’epoca, per cercare di riprodurre i modelli di discorso e il vocabolario, e ho guardato vecchi film per lo stesso motivo. Ho anche cercato di ascoltare i podcast e cose di questo genere, di texani o gente dell’ Arkansans, cercando di raccogliere alcuni degli idiomi locali che vengono utilizzati oggi, alcuni dei quali erano chiaramente abbastanza vecchi per essere stati in uso anche negli anni ’40. Poi nel 2013, mi sono recato a Texarkana, per cercare di ottenere di prima mano informazioni  sul dialetto e sul modo in cui la gente parla. Infine, la mia agente, Kate Burke, è stata fantastica nell’ aiutarmi ad affinare il testo, eliminando le cose che suonavano inautentiche o anacronistiche.

Quanto tempo ci hai messo a scrivere The Dark Inside?

Ho trascorso circa sei settimane in ricerche e pensando la storia, poi ho messo tutto da parte per due anni e mezzo e dopo sono tornato di nuovo a lavorci. Una volta che ho effettivamente iniziato a scrivere il libro, mi ci è voluto circa un anno per finire la prima bozza – sempre a causa dei miei impegni di lavoro e familiari.

Il capitolo di apertura presenta il protagonista, il giornalista Charlie Yates. Racconta ai lettori cosa succede.

Nel primo capitolo, Charlie Yates arriva a Texarkana, una piccola città sul lato opposto del paese dove vive e lavora a New York City. La vita di Charlie è fuori controllo, ha problemi con il suo lavoro, con il suo matrimonio e a causa del suo carattere. Come punizione, è un modo per emarginarlo, i suoi capi lo hanno mandato a Texarkana per occuparsi della storia di un killer che uccide coppiette, e per ora ci sono tre morti. Per Charlie ed i suoi capi, questa storia è priva di interesse, e Charlie è convinto di aver toccato il fondo assoluto con questo incarico. Ma sta per scoprire che è entrato nel bel mezzo di un incubo, e trovare l’assassino diventerà presto tutto per lui …
Potete leggere il primo capitolo qui.

Texarkana, è una piccola città rurale al confine tra Texas e Arkansas. Parlaci dell’ambientaizone del tuo libro

Texarkana è un posto molto interessante. E’ tecnicamente due città – Texarkana, Texas e Texarkana, Arkansas, ognuna con la propria forza di polizia, il sindaco, i giudici ecc. La linea di demarcazione passa proprio attraverso il centro della strada principale della città, State Line Avenue, in modo che ti trovi in uno stato diverso a seconda di quale lato della strada ti trovi. Ho trovato questa dualità interessante per diversi livelli, ed è stato un tema che ho cercato di inserire nella storia. Inoltre, nel 1946 Texarkana era un grande nodo ferroviario per i militari di ritorno dalla Seconda Guerra Mondiale, così la città era piena di soldati. Ho pensato che era uno scenario interessante per ambientarci un crimine, sia per le domande che si aprono circa l’identità del killer, e anche a causa del modo in cui la guerra ancora oscura tutto in quel punto – nel cuore dell’America, che non fu mai toccato direttamente dai combattimenti.

The Dark Inside sta ricevendo un’accoglienza molto positiva da parte dei blogger. Credi nel potere del passaparola? Stai ottenendo un feedback positivo anche da parte dei lettori e della stampa?

Sono stato molto fortunato finora, sì il libro è stato ben accolto. Credo assolutamente nel potere del passaparola, e con i social network – in particolare Twitter – si può effettivamente vederlo in azione. Certo, ci sono molte più probabilità di prendere un libro se è stato consigliato da qualcuno che conosci e della cui opinione ti fidi.
Speriamo che le recensioni positive continuino; sono certo ci saranno alcuni che non ameranno il libro, e va bene anche perché i libri sono soggettivi e tutti abbiamo i nostri gusti e le nostre opinioni, ma è particolarmente gratificante sentire feedback da persone che hanno apprezzato il mio lavoro, perché, alla fine , tutto quello che uno  scrittore spera è di raccontare una storia che alla gente piaccia.

Se Hollywood chiamasse, quali sarebbero le tue raccomandazioni per la parte di Charlie e Lizzie?

Hah – Non dovrei sfidare il destino in questo modo – e sono abbastanza sicuro che a Hollywood non interesserebbe il mio parere comunque! Se proprio mi obbligassero a una scelta, forse Johnny Depp per Charlie e Jessica Chastain per Lizzie.

Progetti per traduzioni? Hai contatti con editori italiani?

Al momento sto pubblicando solo in inglese, ma la mia agenzia ha fatto un grande lavoro per generare interesse negli editori di tutta Europa, quindi spero che il libro sia tradotto.

A che cosa stai lavorando in questo momento? Su un sequel?

Sì – sto per inviare il mio secondo libro al mio editor alla Faber. Si tratta di un sequel di The Dark Inside che vede Charlie costretto a tornare in Arkansas, nonostante i suoi presentimenti. Non appena arriva le cose vanno subito male, e Charlie scopre che è di nuovo coinvolto in un incubo di omicidi, tradimenti e corruzione. Mentre cerca di scappare, scopre che la verità potrebbe avere radici nel passato che pensava di aver sepolto …

:: Un’ intervista con Susanne Goga

30 novembre 2015
Goga 02

Susanne GOGA Literaturpreis

Benvenuta, Susanne, su Liberi di Scrivere. E grazie per aver accettato questa intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ho 48 anni e vivo a Mönchengladbach vicino a Colonia (gli appassionati di calcio tra i tuoi lettori probabilmente conoscono già il nome della mia città). Sono sposata e ho due figli ormai adulti che mi hanno sempre sostenuto nel mio lavoro. Mi piace viaggiare, leggere, andare a teatro e al cinema e mangiare del buon cibo vegetariano. Dal 1995 lavoro come traduttrice letteraria free-lance e nel 2005 è stato pubblicato il mio primo romanzo.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice?

Nel momento in cui ho imparato a leggere, in realtà.  I miei genitori hanno sempre letto per me e io ero molto appassionata della lettura. Andavo spesso  alla biblioteca pubblica con mio padre e sognavo di scrivere miei propri libri. Ho iniziato la mia prima storia quando avevo circa sette o otto anni, ma no l’ho mai finita.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Nel 2001 ho deciso che volevo fare qualcos’altro oltre a tradurre e sono tornata al mio vecchio sogno di scrivere. Trovare una prima idea su cui costruire un romanzo non è stato facile, ma una volta trovata il romanzo ha iniziato a crescere. Il mio primo romanzo non è mai stato pubblicato, ma lo continuo a considerare come un esercizio importante di formazione per tutto ciò che è venuto dopo.
Quando ho iniziato un po’ a conoscere il mondo dell’editoria, ho deciso di contattare varie agenzie letterarie. Avere un buon agente è un enorme vantaggio per trovare un editore e negoziare buoni affari. Dopo due rifiuti il ​​terzo agente ha mostrato interesse, ma mi ha detto che il manoscritto che avevo scritto, non avrebbe venduto in Germania. Tuttavia, gli piaceva la mia scrittura e mi ha incoraggiato a mandargli qualcosa d’altro. Ero molto motivata e nel giro di poche settimane ho scritto quattro capitoli di “Leo Berlino“, che sarebbe diventato il mio primo crime novel storico e il mio primo libro pubblicato.
Mi ha fatto firmare un contratto e mi ha guidato sapientemente e pazientemente fino a quando il manoscritto non è stato completato. Poi l’ha presentato a quattro editori e uno di loro l’ ha comprato. E ‘stato il mio agente da allora  e sono molto grata per la sua continua assistenza e consulenza.
Nel 2009 venne pubblicato il mio primo romanzo storico “Das Leonardo-Papier” (che  è appena stato tradotto in spagnolo). Da allora ho scritto alternativamente  per vari editori.

Parlaci di  una tua tipica giornata di lavoro.

La mattina di solito traduco. Quasi sempre lavoro a due libri contemporaneamente – una traduzione, e uno dei miei romanzi. Faccio le cose quotidiane come cucinare e shopping e procrastinare su Internet. Scrivo nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e in vacanza.
La differenza tra la traduzione e la scrittura è che nel momento in cui ho finito il mio lavoro quotidiano di traduzione, smetto di pensarci. La scrittura è completamente diversa. La storia è sempre nella mia testa e ottengo spesso le idee migliori mentre sto facendo  qualcosa di diverso. Libera la fantasia e se sono fortunata riesco a trovare una soluzione a cui non avevo pensato, seduta davanti al computer.

Di solito come trovi le idee?

Spesso provengono da libri o articoli che ho letto. L’idea di “Das Leonardo-Papier” mi è venuta dopo aver letto “A Short History of Nearly Everything“, di Bill Bryson, un libro meraviglioso sulla scienza e gli scienziati. Il capitolo sulla geologia davvero mi ha spinto a scrivere questo romanzo.  Anni fa ho letto un articolo dello “Spiegel” sulla prosopagnosia e l’ho memorizzato da qualche parte nella mia memoria. Anche questo, inoltre, si è trasformato in un romanzo.
E il libro su cui sto lavorando in questo momento è stato ispirato dai brillanti libri di Peter Ackroyd sulla storia di Londra.
Con “I misteri di Chalk Hill”  è stato un po ‘diverso. Dopo qualche esperienza personale mi sono interessata ai fenomeni psichici e su come spiegarli  e ciò a sua volta mi ha dato l’idea per questo romanzo.

I misteri di Chalk Hill, ora pubblicato in Italia da Giunti, è un romanzo gotico, ispirato in parte alla storia di Jane Eyre di Charlotte Brontë. (Charlotte è il nome della tua protagonista). Similitudini, differenze?

Beh, penso che una differenza importante sia che il mio romanzo è ambientato quaranta o cinquanta anni dopo. I tempi erano iniziati a cambiare per le donne. Charlotte non è una vittima delle circostanze costretta a lavorare per denaro. Ha scelto la sua professione per essere indipendente, non per necessità finanziarie. E ha anche il coraggio di lasciare la Germania e trasferirsi in un paese straniero.
Ho anche cercato di evitare la tradizionale storia d’amore tra datore di lavoro e lavoratore. Sir Andrew Clayworth è ricco e di bell’aspetto e forse alcuni lettori si aspettano che la storia andasse in quella direzione, ben nota, ma qui il mio approccio è diverso da “Jane Eyre”. Io porto un estraneo in casa, un giornalista interessato a fenomeni psichici, che collabora con Charlotte, un po’ come una coppia di detective nella tradizione di Holmes e Watson o Wimsey e Vane.

Cosa hai amato di più nello scrivere questo libro?

Molte cose. La creazione dei personaggi, soprattutto di Tom, che è uno dei miei preferiti. Ho amato la ricerca su vari studi scientifici dei fenomeni psichici e ho partecipato ad una manifestazione presso l’Associazione spiritista della Gran Bretagna. Un medium femminile stava rispondendo alle domande del pubblico sulla famiglia e gli amici di un defunto. E ‘stato abbastanza impressionante e non teatrale affatto. Si è svolto in un edificio per uffici molto poco romantico vicino alla stazione Victoria, che ha reso il tutto ancora più convincente. E mi piacevano anche tutti quei riferimenti letterari a Sherlock Holmes e le fiabe tedesche.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un romanzo crime su Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle, il primo di una serie di romanzi. È scritto da Gyles Brandreth e si intitola  “Oscar Wilde and the Candlelight Murders“. Come potete vedere, mi piace leggere libri sulle cose che scrivo.

Come è il tuo rapporto con i lettori? Come possono  mettersi in contatto con te?

Mi piace molto restere in contatto con i miei lettori. Essi possono contattarmi su Facebook o via e-mail tramite la mia homepage. Partecipo anche a gruppi di lettura su internet dove la gente legge uno dei miei libri e discute delle loro impressioni con gli altri e con me. E faccio anche letture nelle librerie, nei festival o nelle istituzioni sociali.

Che ruolo ha  Internet nello scrivere, fare ricerche, e commercializzare i tuoi libri?

Un ruolo estremamente grande e importante. Faccio un sacco di ricerche su Internet, che è una fonte preziosa di informazioni. Soprattutto per gli autori di romanzi storici c’è un sacco di roba brillantemente utile là fuori e sarò sempre grata a tutte le dotte persone che hanno messo lì tutti questi dati liberamente utilizzabili da me.
Per quanto riguarda la commercializzazione vorrei fare riferimento alla domanda 9. La comunicazione con i lettori e la presentazione dei miei libri su Internet è una parte essenziale del marketing di oggi e io cerco di essere il più attiva possibile in questo senso sempre sforzandomi di risparmiare abbastanza tempo per la scrittura e la lettura.

Verrai  in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe. Se avessi avuto l’opportunità di farlo, sarei sicuramente venuta. Forse verrò in vacanza e sarebbe bello incontrare i lettori nel vostro paese.

Progetti di film tratti dal suo libro?

Purtroppo nessuno finora. Ma io non sto perdendo la speranza. Amo i film e i buoni adattamenti letterari quindi c’è ancora la possibilità che qualcuno possa essere interessato a adattare uno dei miei libri.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando ad un romanzo storico ambientato a Londra nel 1900. Ci saranno avventure, buio, nebbia, mistero, divertimento, amore, Penny Dreadfuls, messaggi segreti, e altre cose. L’atmosfera sarà diversa da “I misteri di Chalk Hill“, dal momento che ci troveremo in una metropoli, sarà un romanzo ambientato in città, che è meno idilliaca delle colline del Surrey ma entusiasmante a suo modo. E spero che i lettori si divertiranno almeno quanto io mi sto divertendo io scrivendolo.

:: Un’intervista con Melanie Raabe a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2015

melanie

Ciao Melanie. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Scrittrice, giornalista, blogger, attrice. Chi è Melanie Raabe? I tuoi punti di forza e le tue debolezze?

Sono una scrittrice appassionata e un’avida lettrice. Vivo a Colonia – ma amo moltissimo viaggiare. I miei punti di forza? Sono unapersona che sta bene con gli altri. Mi piacciono le persone e I loro interessi. Sono curiosa, aperta ed empatica. Debolezze? Oddio, tantissime. Diciamone solo due: posso essere molto impaziente e a volte mi faccio prendere dalla disperazione per lo stato del mondo.

Dicci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in un tranquillo piccolo villaggio in Germania. Ero una ragazzina abbastanza selvatica, mi piaceva arrampicarmi sugli alberi, correre, essere libera. Non appena ho imparato a leggere, ho scoperto I libri, e me ne sono innamorata perdutamente. Ho studiato letteratura e media e sono diventata giornalista dopo aver lasciato l’università.

Cosa ti ha spinta ad essere una scrittrice? Cosa ti ha portata a decidere di scrivere narrativa?

Ho sempre amato scrivere ed hoc ominciato a scrivere romanzi quando avevo una ventina d’anni. Non ricordo il momento in cui ho deciso di scrivere. Ma credo che avendo letto così tanti libri ed avendo così tante idee in testa, un giorno mi sia parso naturale esprimerle su carta.

Cosa è stata la prima cosa che hai scritto? Parlaci del percorso che ti ha portata alla pubblicazione.

Il mio primo libro non venne pubblicato. Per me, è stato unpercorso lungo e complicato, arrivare ad essere riconosciuta come autrice. Ma col quinto libro che avevo scritto, LA TRAPPOLA, finalmente ebbi fortuna. Lavoravo con un’ottima agenzia letteraria tedesca che vendette il mio libro al mio editore tedesco. Ero estatica! E lo sono ancora.

Che ruolo ha Internet nella scrittura, nella ricerca e nel marketing dei tuoi libri?

Quando scrivo, cerco di staccarmi il più possibile da internet. Adoro internet e i social media – ma possono essere una grande distrazione. Ma internet è grande per entrare in contatto coi miei lettori, con altri autori, blogger e amanti dei libri ovunque nel mondo. È fantastico!

Die falle, ora distribuito in Italia come La Trappola è il tuo quinto romanzo. Cosa ci puoi dire a riguardo?

LA TRAPPOLA parla della famosa scrittrice Linda Conrads, una trentottenne. Conduce una vita da reclusa e da 11 anni non mette piede fuori dalla sua villa. È perseguitata dal ricordo dell’omicidio di sua sorella. Linda vide un uomo fuggire dalla scena del delitto, ma l’omicida non venne mai catturato. Ma poi, molti anni dopo, Linda improvvisamente vede l’uomo in TV. E Linda decide di tendergli una trappola.

Cosa ti ha ispirata a scrivere? Qual’è stato il punto di partenza del tuo processo creativo?

Una volta mi è capitato di sentire di un autore che non usciva mai di casa, ed ho immediatamente pensato che sarebbe stato un ottimo protagonista. È partito tutto da lì.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere La Trappola?

Poco più che sei mesi! Dovevo fare alla svelta, la data di pubblicazione incombeva!

Hai voglia di dirci qualcosa sull’ambientazione del tuo libro?

La gran parte della storia è ambientata nel rifugio di Linda, la sua splendida casa a Starnberger See, vicino a Monaco. È uno degli elementi più importanti del romanzo, che ne fanno una ambientazione così claustrofobica.

L’aspetto psicologico della storia è un importante elemento del romanzo. Il thriller psicologico è un genere molto popolare in Germania. Dorn, Fitzeck, per fare qualche nome, sono tutti uomini. I tuoi romanzi sono thriller psicologici?

Sì, definirei certamente il mio romanzo come thriller psicologico. Mi interessa molto la suspance che deriva dalla psicologia umana – rispetto alla suspance che deriva dal sangue e dalla violenza.

Cosa pensi delle protagoniste dei romanzi polieschi contemporanei? Sei una famminista?

Sono una femminista, sì. E in quanto tale sono attratta da personaggi femminili forti e complessi, che non sono solo perfette eroine o perfette vittime, ma donne dalle molte sfaccettature.

Leggi altri autori contemporanei? Chi sono i tuoi autori preferiti? Chi ritieni abbia influenzato il tuo modo di scrivere?

Non posso davvero citare delle influenze, perché ho letto così tanti libri di epoche differenti, e di tutti i generi. Ma posso dirti chi ammiro. Quando si tratta di romanzi, adoro l’autore americano Jonathan Safran Foer. Scrive dei libri bellissimi. E quando si tratta di suspance, sono sempre più impressionata dal lavoro di Gillian Flynn.

C’è un progetto per fare del tuo libro un film?

Sì, TriStar Pictures ha acquistato i diritti del romanzo. Perciò potrebbe davvero diventare un film di Hollywood. È eccitante!

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo preciso momento sto leggendo “Der Dieb in der Nacht” di Katharina Hartwell, una straordinaria scrittrice tedesca.

Ti piace andare in tour per promuovere i tuoi libri? Racconta qualcosa di divertente su questi incontri, per i nostri lettori italiani.

Adoro viaggiare per promuovere i libri! E mi piace anche leggere brani dei miei libri È sempre divertente andare in posti nuovi o sconosciuti nei quali normalmente non si avrebbe alcun accesso, ad esempio. Le mie letture e sessioni di autografi si svolgono spesso in librerie, ma ho anche fatto una lettura in un negozio di porcellane, su un autobus in movimento e in una fabbrica di coltelli. Quello è stato davvero divertente!

Che relazione hai con i tuoi lettori? Come possono i tuoi lettori mettersi in contatto con te?

È molto facile raggiungermi e mi piace entrare in contatto coi miei lettori. Possono sempre venire a fare quattro chiacchiere con me agli eventi, o raggiungermi attraverso la mia homepage, via Facebook, Twitter o Instagram.

Verrai in Italia per presentare i tuoi libri?

Sono stata a Milano in settembre per parlare alla stampa del mio libro – e spero di poter tornare, presto!

E per finire, la domanda inevitabile: a cosa stai lavorando in questo momento?

Il mio prossimo libro sarà un thriller psicologico molto intricato.

:: Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Davide Mana

:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

9 ottobre 2015
ser

Clicca sulla cover per l’acquisto

Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Massimo Polidoro, vincitore del NebbiaGialla 2015, a cura di Elena Romanello

15 settembre 2015
MassimoPolidoro1 2

Credit: Roberta Baria

Massimo Polidoro ha esordito come scrittore di thriller dopo anni di lavoro come saggista e non solo con Il passato è una bestia feroce, di cui Liberi di scrivere si è già occupato, avvincente e crudo cold case nelle nebbie padane. Per questo libro ha vinto il premio Nebbia gialla, e per questo e altri motivi abbiamo voluto chiedergli qualcosa sul suo romanzo e non solo.

Il passato è una bestia feroce parla di un cold case, argomento che oggi va molto. Come mai hai scelto questo tipo di indagine?

I casi freddi, i misteri che prendono polvere da anni, se non addirittura da secoli a volte, sono una delle mie grandi passioni. Nel mio ruolo di saggista e segretario del CICAP, ho scritto molto sui grandi gialli e misteri della storia, da Re Artù a Jack lo Squartatore, dal mostro di Loch Ness all’assassinio del presidente Kennedy. Credo dunque fosse inevitabile che, cimentandomi con il mio primo thriller, scegliessi di dare al mio protagonista non un caso fresco di cronaca, ma un enigma di cui tutti si erano dimenticati e che ancora attendeva risposta.

Secondo te perché questo tipo di casi piace così tanto?

Credo che il bisogno di risposte sia un’esigenza connaturata dell’uomo. E, dunque, quando un fatto solleva domande, soprattutto se si tratta di un fatto tragico, e a queste domande non segue nessuna risposta, l’interesse non può che restare alto. Il caso di Jack lo Squartatore è esemplare: non è stato il più terribile serial killer della storia, c’è stato di molto peggio, eppure la sua lugubre fama continua a perseguitarci perché ancora non c’è (e forse mai ci sarà) risposta alla domanda principale: chi si nascondeva dietro quel nome?

Come sono stati i tuoi anni Ottanta e cosa pensi di quel decennio in generale, teatro dell’adolescenza dei tuoi eroi?

I miei anni Ottanta sono stati molto simili a quelli di Bruno e dei suoi amici, fatti di estati dove la scuola scompariva e ci si divertiva insieme, spensierati, ai giardini, al parco o anche pedalando sul greto dei torrenti. Dove si ascoltava tanta musica, alla radio o sui dischi, e dove magari si cercava anche di farla insieme. Finivano gli anni di piombo, diminuiva l’impegno politico e si tornava a guardare al privato. Per certi aspetti furono anni legati alla superficialità, dove spesso il look contava più dei contenuti, ma ci hanno anche regalato autentici capolavori, sia al cinema che nella musica. Per non parlare dei romanzi. Stando solo ai gialli, vengono da quegli anni IT, Il silenzio degli innocenti, Presunto innocente, Misery, The Bourne Identity, Caccia a ottobre rosso, Il momento di uccidere… e naturalmente Il nome della rosa, che ovviamente è tantissime cose ma anche un grande giallo. Erano comunque anni ancora pieni di tensione, soprattutto per quel che riguardava il conflitto “freddo” tra Stati Uniti e Unione Sovietica, che però si concluse proprio alla fine del decennio, con l’arrivo di Gorbačëv e la caduta del muro di Berlino. Dunque, tutto sommato, ne ho un ricordo piacevole che si risveglia spesso quando riprendo in mano un libro o rivedo un film di quegli anni.

Qual è secondo te la principale tragedia o problema di chi era ragazzo allora, come Bruno e i suoi amici?

La tragedia di quegli anni, per tanti ragazzi, era indubbiamente la droga. Non che ora non ci sia più, ma allora, per tanti, la droga sembrava un modo senza troppe conseguenze per fuggire dalle difficoltà della vita. Le conseguenze, quasi sempre letali, invece c’erano, eccome. Mentre oggi non è più così frequente, in quegli anni probabilmente tutti conoscevamo qualcuno che era caduto nel tunnel, si era perso o cercava di uscirne.

Il libro parla di persone che scompaiono, una delle disgrazie più angoscianti. Come mai hai scelto questo e non per esempio un omicidio?

Per quello che dicevamo prima. Se Monica, la ragazza di cui non si hanno più notizie da trentatre anni, fosse stata ritrovata morta poco tempo dopo la sua scomparsa, gli interrogativi si sarebbero limitati alla ricerca del colpevole, al movente. Invece, con il fatto che un giorno è scomparsa nel nulla e nessuno sa che cosa possa esserle successo, gli interrogativi e la curiosità di sapere com’è andata sono molto più forti. E poi, tornando ai casi freddi, mi ha sempre molto colpito l’idea che certi misteri possono un giorno trovare soluzione grazie ai progressi della scienza ma anche grazie, come succede nel mio romanzo, alla perseveranza di qualcuno che vuole arrivare in fondo alla storia e non si ferma davanti a nessuna difficoltà.

Quale personaggio senti più vicino a te tra i tuoi?

Forse Bruno, ma in realtà c’è qualcosa delle mie esperienze e dei miei ricordi in tutti i ragazzi del gruppo.

Il libro finisce in maniera aperta: hai in mente nuove avventure per Bruno?

Certamente. Bruno è un tipo che sembra avere un gran talento per cacciarsi nei guai. Dunque, è inevitabile che prima o poi si trovi nuovamente alle prese con un’altra brutta gatta da pelare. Sto già lavorando alla prossima avventura che, pur restando fedele al personaggio e al suo mondo, penso sorprenderà i lettori. Uscirà nel 2016. Chi ha letto Il passato è una bestia feroce e vorrà partecipare al lancio del prossimo, come ho fatto quest’anno con la “Squadra di lancio” composta da 100 miei lettori che hanno letto il romanzo in anteprima, non deve fare altro che iscriversi alla mia newsletter: (http://eepurl.com/2P–L) sarà tra i primi a conoscere tutte le novità.