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“La vendetta di Giobbe” di Roberta de Falco, Edizioni Piemme a cura di Valeria Gatti

13 giugno 2022

Erano saltati i riferimenti, la fiducia nel futuro si era disintegrata, il tessuto economico era stato sconvolto, la speranza in tutte le sue forme minata in maniera irrimediabile.”

Alzi la mano chi non prova un brivido di suggestione quando scrivo “Trieste”. Trieste è una città che pulsa di storia; è fine o principio; è una località dove il sole si specchia nelle onde del mare e dove il vento porta (o allontana) emozioni.

In questa affascinante località, Roberta de Falco (alias Roberta Mazzoni) ha ambientato il suo nuovo romanzo giallo dal titolo “La vendetta di Giobbe”. La città ha un ruolo ben definito, in quest’opera: è uno sfondo presente che si mostra in maniera sincera, reale. L’incipit non lascia dubbi, circa il posto che occupa Trieste durante la narrazione:

Non importa quante volte hai svoltato a quella curva, quante volte ti si è spalancato davanti quel golfo d’argento e luce, quante volte sei stato investito dal baluginare delle onde che si infrangono in lontananza contro le lunghe scie di boe dell’allevamento di cozze. Ogni volta è un colpo al cuore”.

L’idea di usare la seconda persona, in questa prima fase, è gradevole ed efficace: il lettore si sente gratificato, coinvolto.

Il resto della narrazione non è da meno. La scelta stilistica è quella che ormai va per la maggiore, nel genere: i capitoli si alternano tra passato (siamo intorno al 1995) e il presente (autunno 2020, seconda ondata della pandemia). La voce narrante segue l’andamento temporale: prima e terza persona, rispettivamente. Il tono di voce è a personale e intimo, nel primo caso, lineare e schematico nel secondo. Nel complesso, la voce narrativa è avvincente.

La trama si snoda attorno a un uomo, Tullio Gruden, che viene ritrovato cadavere. L’ispettore Davolio e il suo sarcasmo pungente e indisponente, l’agente Pitacco e la sua silenziosa pazienza, il Pubblico Ministero Valerio Gargiulo di ritorno da Napoli insieme al commissario Elettra Morin indagano sulla vita dell’uomo, sui suoi vizi, le sue attività professionali (e non). La voce narrativa punta su Elettra, come una luce che dall’alto illumina la via. L’autrice ci presenta un quadro completo in cui emozioni, carattere, professione, desideri, passato e presente si fondono per creare un personaggio che convince e che traina gli eventi.

La vendetta di Giobbe” rientra nel genere giallo con una forte propensione al sociale. Sono tanti gli aspetti della società che emergono, durante e fino al termine della lettura. Lo sfondo storico – la seconda ondata della pandemia Covid – è il contesto narrativo perfetto per affrontare le azioni illecite del passato, il crollo delle certezze, la criminalità, la discriminazione, l’omertà, i raggiri, lo sfruttamento, la paura del futuro e, per finire, le ombre sulla speranza. Un contesto ad affetto che, elaborato al punto giusto, ha saputo diventare un mezzo per parlare d’ amore, di fiducia, di solidarietà, di speranza, di legalità e ultimo, non per ordine di importanza, di rapporti familiari non perfetti ma di valore inestimabile.

Roberta de Falco è lo pseudonimo di Roberta Mazzoni, autrice e sceneggiatrice cinematografica. Ha pubblicato diversi thriller seguendo le indagini di Ettore Benussi, commissario della Mobile di Trieste: Nessuno è innocente, Bei tempi per gente cattiva, Il tempo non cancella, Non è colpa mia. Elettra Morin, allieva di Benussi, è la protagonista di questo nuovo romanzo.

:: “VERGA VERISTA. IDEOLOGIA E FORME NARRATIVE” a cura di Angelo Piemontese

3 giugno 2022

Nel centesimo anniversario della morte di Verga, con grande chiarezza espositiva Antonio Catalfamo ripercorre le principali tappe della critica all’opera e all’ideologia dello Scrittore siciliano, esaminando i saggi e gli indirizzi critici più significativi del Novecento, collegati ai vari mutamenti culturali del Secolo scorso. Il saggio è diviso in tre parti.

Nella prima, “Gli orientamenti della critica: continuità e innovazioni”, Catalfamo conduce un’analisi approfondita dell’interpretazione di Croce, dei suoi allievi e soprattutto dei saggi degli studiosi di orientamento marxista: Giuseppe Petronio, Gaetano Trombatore, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Romano Luperini e Vitilio Masiello, sulla cui opera si sofferma in maniera particolare. Fa anche notare il ruolo centrale di Luigi Russo, che, partito crociano, rivaluta l’opera di Verga e indirizza diversamente la ricerca. A Masiello si deve la messa in rilievo della posizione conservatrice di Verga, che illustra una Sicilia fuori dal tempo, non tenendo conto della rivolta dei Fasci (1891-1894). Di tale posizione, ne “I Malavoglia”, è incarnazione Padron ’Ntoni, a cui si oppone il nipote ’Ntoni, destinato a fallire, perché si ribella alla rassegnata “filosofia”del nonno. In tale ottica, la “poetica dell’impersonalità” serve a celare il conservatorismo di Verga e Capuana, che parlano di una Sicilia immobile, tralasciando la scossa data dai movimenti di massa dal 1848 in poi. Basato sullo scontro fra l’aristocrazia in decadenza irreversibile e la borghesia in ascesa, ma ugualmente priva di moralità, “Mastro-don Gesualdo”evidenzia l’inasprimento del pessimismo verghiano, che giunge alla negazione di ogni valore. Con la stagione verista si esaurisce anche la vena artistica di Verga. Subentra il Decadentismo, che pone al centro dell’opera letteraria l’uomo “scisso”, mentre il dannunzianesimo continua, con spirito reazionario, l’ideale del verismo di Verga, il quale rappresenta la cartina di tornasole dell’ideologia della borghesia siciliana, dal mito del mondo provinciale al pessimismo totale, nato dopo la presa di coscienza dei lavoratori.

Dagli Anni Sessanta, ricorda Catalfamo,la critica stilistica, che ha eluso il problema dell’ideologia verghiana, la quale si riflette nello stile, e poi lo strutturalismo hanno isolato il “testo” dai “contesti”. In Debenedetti, invece, l’interpretazione psicanalitica ha tenuto conto della dimensione storica. Proprio la posizione conservatrice, infatti, induce Verga a scegliere la figura del contadino sottomesso e rassegnato e a infangare tutte le classi con un pessimismo assoluto.

All’inizio della seconda parte, “Premesse e necessità di una svolta critica”, lo Studioso focalizza l’attenzione sul concetto di “storicismo relativo”introdotto da Petronio. A Milano Verga rivive la Sicilia attraverso la memoria, contrapponendone i valori “morali”a quelli “immorali” delle metropoli industrializzate del Nord. Si accorge, però, che anche ad Aci Trezza ci sono i “vinti”, i quali rappresentano la prospettiva “capovolta”da cui Verga guarda alla tesi naturalista del “progresso”. Nei “Malavoglia”ogni trasgressione alla “morale dell’ostrica”è punita duramente. Le oscillazioni di Verga fra “oppressori”e “oppressi”sono confermate dalla novella “Libertà”. Esaminando il “Mastro-don Gesualdo”, Petronio dà inizio alla terza fase della critica sullo Scrittore catanese, perché parla delle “salutari contraddizioni” dell’uomo Verga, che gli hanno permesso di scrivere dei capolavori. Gli studi di Sapegno e Masiello precisano la “dimensione storica”di Verga, gentiluomo di campagna, che immette nella propria opera un “pessimismo di destra”. Tale posizione è rinvenuta da Guido Baldi nella “Prefazione”al “Ciclo dei vinti”, da cui emerge anche la delusione per il fallimento degli ideali risorgimentali, oltre alla crisi del ruolo intellettuale, ugualmente visibile nella “Prefazione”a “Eva”e nella lettera a Capuana del 1873. Ponendone in rilievo le contraddizioni, lo Studioso sostiene che l’ideologia di destra di Verga va collegata a una concezione “scientifica e conoscitiva”, che produce un “pessimismo deterministico e fatalistico”, prodotto da fattori individuali e collettivi, che gli permettono un’analisi distaccata e lucida. Il pessimismo verghiano esclude l’uso di un narratore “onnisciente”a favore dell’impersonalità e dell’ “artificio della regressione” nei “Malavoglia”, in cui c’è un rapporto dialettico fra la visione dei Toscano e quella dei compaesani, mentre nel “Mastro-don Gesualdo” il punto di vista del Protagonista coincide con quello di Verga.

Catalfamo ritiene ingegnosa”, ma anche “artificiosa e contraddittoria”la critica di Baldi, che, sulla scia di Spitzer, intende distinguere Verga da un narratore esterno. In merito a questo aspetto, però, fanno chiarezza prima Luperini, per il quale nello scontro fra conservazione e progresso, fra i Malavoglia e i compaesani, prevalgono infine questi ultimi, facendo sembrare “strana”la visione di vita dei Toscano, portatori dei valori di Verga, e poi Masiello, il quale dimostra che le varie teorie sul narratore “interno”vogliono eludere il discorso sulla posizione politica di Verga, base della sua narrativa che, attraverso la “regia”e l’organizzazione del testo, dà vita a una “forma” che è insieme “estetica”e“morale”, frutto della sua “ideologia”. Masiello non condivide l’interpretazione di Baldi sul mancato stacco fra i due romanzi, espressione del pessimismo e del “materialismo scientifico” verghiano, ribadendo la centralità de “I Malavoglia”, concretizzazione del mondo popolare immaginato dallo Scrittore catanese, la cui grandezza di narratore è nella dimensione tragica, d’impronta nicciana. Dal romanzo emerge, infatti, l’ideologia di un “ ‘anticapitalismo romantico’che contrappone alla logica del profitto, alla corruzione economica e morale, che dominano la ‘civiltà urbana e industriale’ ”, i valori di cui sono portatori i “Malavoglia”, destinati alla sconfitta, la quale però dà loro una dimensione tragica, che conferisce una grandezza alla narrazione sul piano artistico, facendo apparire Verga come un “Angelus novus”.

Nell’ultima parte del saggio, “Elementi per una nuova critica ‘integrale’ ”, Catalfamo mostra come l’opera di Verga sia stata adattata unilateralmente ai tempi in cui operavano i critici, dei quali aggiorna gli interventi fino agli Anni Ottanta-Novanta, per concludere che non si può “semplificare” sulla figura dello Scrittore catanese, la quale risulta arricchita dai vari contributi degli studiosi.

Bisogna perseguire, secondo Catalfamo, la definizione di una visione critica d’insieme, “integrale”, inerente l’analisi “interna”ed “esterna” del testo e i relativi contenuti “ideologici”. In tale ottica conduce un’attenta analisi delle successive tappe delle opere verghiane, nelle quali fa rilevare la conoscenza, da parte dell’Autore, delle tradizioni popolari siciliane, ricavate dai maggiori studiosi, come Salomone Marino. Funzionale alla sua ideologia, la rappresentazione che Verga dà del popolo non è “oggettiva” e l’ “impersonalità” serve a mascherare la sua visione, tipica della classe agraria, che emerge chiaramente in “Mastro-don Gesualdo”, in cui la sfiducia è totale e smaschera la falsa “oggettività”.

Lo sbocco finale del suo pessimismo di destra, sottolinea Catalfamo, si ritrova in “Dal tuo al mio”, pubblicato come romanzo nel 1906, che conferma sia il falso “realismo” che la posizione politica di Verga, che si riconosce nell’azione antilibertaria di Crispi, nel nazionalismo e nell’interventismo del 1914, prefigurazione dell’imminente presa del potere del fascismo.

Il saggio “Verga verista” è ricchissimo di spunti critici e metodologici, in quanto Catalfamo conduce un’illuminante lavoro testuale e intertestuale, segnando un punto fermo per ulteriori approfondimenti, togliendo la maschera allo Scrittore siciliano, di cui mai disconosce la grandezza di narratore, per cui si può concludere parafrasando la famosa interpretazione di De Sanctis su Leopardi: più l’Autore de “I Malavoglia”e di “Mastro-don Gesualdo” difende le ragioni dei ricchi possidenti, più stimola il desiderio, da parte di un lettore avvertito, di una realtà priva di ingiustizie e di discriminazioni sociali.

Antonio Catalfamo, Verga verista. Ideologia e forme narrative, Solfanelli, Chieti, 2022, euro 15.

:: Un’intervista con Giacomo Gabellini a cura di Giulietta Iannone

30 Maggio 2022

Grazie Giacomo di questa intervista. Sei l’autore di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive. Un libro complesso e molto ben documentato su questo conflitto che trae le sue origini se vogliamo dalla Seconda Guerra Mondiale, è corretto?

Grazie a te. Come per tutti gli eventi storici, è un compito decisamente arduo è necessariamente arbitrario fissare una data di origine del conflitto russo-ucraino. Ma se dovessi individuare un anno in particolare, indicherei il 1922. All’epoca, l’appena nominato commissario alle nazionalità Josip Stalin inaugurò la pratica di ridisegnare le frontiere interne dell’Unione Sovietica in base al criterio della “dismogeneizzazione etnica”. Affiancando all’etnia dominante all’interno di ciascuna repubblica almeno un gruppo minoritario legato da rapporti di fratellanza con il territorio limitrofo ricompreso in un’altra repubblica, i decisori sovietici intendevano da un lato impedire che le nazionalità prevalenti in seno a ciascun’area amministrativa acquisissero il peso politico sufficiente ad alimentare pericolose ambizioni indipendentiste, e dall’altro consolidare il potere centrale investendolo del doppio ruolo di protettore delle minoranze ed arbitro super partes preposto alla risoluzione dei contenziosi tra i vari gruppi etnici. Applicato all’Ucraina, lo schema staliniano comportò l’annessione al Paese della Crimea e delle regioni del bacino del Don, abitate in netta prevalenza da russi ortodossi, attuata in un’ottica di bilanciamento rispetto alle aree asburgico-occidentali del Paese abitate da popolazioni di confessione cattolico-uniate ed estrazione culturale e linguistica polacco-lituana. Due gruppi maggioritari che sovrastavano un panorama etnico comprensivo di minoranze ungheresi, ebraiche, slovacche, greche, ecc. Senza dimenticare i tartari di Crimea, per lo più islamici sunniti dai tratti somatici orientali in quanto discendenti dei guerrieri mongoli inquadrati nel Khanato dell’Orda d’Oro. L’impatto sull’Ucraina di questa politica di divide et impera non sfuggì agli specialisti della Cia, i quali già nel 1966 evidenziarono in un documento – ora declassificato – che «il processo di “russificazione” ha raggiunto in Ucraina orientale, soprattutto nelle città, un livello superiore a quello ottenuto da Mosca in ogni altro territorio dell’Urss, ma i sentimenti sciovinisti sono ancora molto forti nelle campagne e nelle regioni occidentali lontane dai confini sovietici. […]. Nel caso di una disintegrazione del controllo centrale sovietico, il nazionalismo ucraino potrebbe riaffiorare alla superficie e costruire un punto di riferimento per la nascita di un movimento organizzato di resistenza».

Parlaci della genesi di questo libro.

Questo libro rappresenta una versione profondamente rivista e aggiornata di un saggio che scrissi sul medesimo argomento nel 2016, in cui evidenziavo le ragioni profonde del conflitto russo-ucraino e sostenevo senza mezzi termini che quella russo-ucraina rappresentava una delle crisi internazionali più pericolose dal secondo dopoguerra. Se non risolta mediante un accordo diplomatico di ampio respiro, rilevavo ancora nel testo del 2016, questa crisi sarebbe inevitabilmente degenerata in conflitto aperto caratterizzato dal coinvolgimento di tutti i principali attori internazionali. Sulla scia dell’attacco russo, l’editore mi ha contattato per propormi di aggiungere qualche capitolo al vecchio saggio, ma alla fine abbiamo convenuto sulla necessità di riscriverlo da cima a fondo. In questa nuova versione mi soffermo soprattutto sull’impatto globale del conflitto, con particolare attenzione sulle ripercussioni di carattere economico e finanziario.

All’inizio molti commentatori pensavano a una guerra lampo. L’Ucraina invece è ormai è un paese martire sull’altare di interessi economici e geopolitici troppo grandi. È in atto una catastrofe umanitaria senza precedenti che avrà ripercussioni sull’Unione europea stessa. Gli ideali traditi dei padri fondatori, da Altiero Spinelli in avanti sono quanto mai vivi. Avverrà una rinascita di questi ideali, avendo toccato con mano gli orrori di una loro negazione? È ottimista in merito? Ci ha creduto anche lei, come noi giovani degli anni ’90?

Per quanto mi riguarda, gli “ideali” di Altiero Spinelli sono assolutamente da respingere. Era proprio Spinelli ad annotare sui suoi diari che «per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono». Significativamente, la capitolazione a 360° dell’Unione Europea di fronte al soverchiante colosso statunitense si è realizzata proprio in presenza di quella “tensione russo-americana” – degenerata con la crisi ucraina, ma di fatto risalente ai primi anni del nuovo millennio – identificata a suo tempo da Spinelli come condizione necessaria per l’affermazione dell’indipendenza europea. Mi sono sempre sentito più vicino alle teorizzazioni del generale De Gaulle in merito alla cosiddetta “Europa delle patrie” estesa “dall’Atlantico agli Urali” che ai disegni formulati da personaggi quali Jean Monnet e gli autori del Manifesto di Ventotene. Non esistono né sono mai esistite le condizioni (geo)politiche, economiche e persino culturali affinché gli Stati europei diluissero le proprie prerogative nazionali per fondersi in un nuovo soggetto unitario. Non a caso, portare avanti il progetto di “integrazione” ignorando deliberatamente i colossali fattori di divergenza sussistenti tra i vari Paesi del “vecchio continente” ha determinato la creazione di una struttura tecnocratica ad uso e consumo della nazione più forte – la Germania – e dei suoi satelliti economici – Olanda, Belgio, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Allo stato attuale, l’Unione Europea è l’uniforme che la Germania indossa per far apparire come “comunitarie” le proprie iniziative unilaterali mirati alla salvaguardia dei soli interessi tedeschi.

Secondo lei i russi si aspettavano davvero di essere accolti dagli ucraini come liberatori? O meglio c’è una parte degli ucraini che realmente ha richiesto l’intervento di Mosca? Penso al Donbass, ma anche all’interno di altre province dell’Ucraina occidentale. Fa parte della mera propaganda russa o c’è del vero?

L’Ucraina occidentale, gravitante attorno alla regione galiziana, preserva i legami storici con la Polonia e rimane sostanzialmente animata da una spiccata vocazione “occidentalista” e russofoba. Per il resto, vi è una parte minoritaria ma comunque consistente e, soprattutto, geograficamente concentrata nelle aree sud-orientali del Paese che auspicava l’intervento russo quantomeno a partire dal tardo inverno del 2014, quando cominciò a intravedersi con sufficiente chiarezza la piega che stava prendendo l’Ucraina post-Jevromajdan. Furono proprio le misure restrittive e punitive imposte da Kiev nei confronti dei russofoni – la maggioranza della popolazione – e dei russi etnici a provocare le sollevazioni negli oblast’ di Crimea, Donec’k, Luhansk, Kharkiv, Kherson, ecc., a cui le autorità ucraine risposero con la cosiddetta Operazione Antiterrorismo che apportò il maggiore contributo a far scivolare la crisi sul piano inclinato della guerra civile. Le forze ucraine riconquistarono il controllo dei territori interessati dalle ribellioni popolari, con l’eccezione delle aree più orientali degli oblast’ di Donec’k e Luhans’k. Vale a dire due piccole repubbliche indipendentiste che per otto anni sono riuscite a resistere alla pressione politica, economica e militare del governo centrale, essenzialmente grazie al sostegno russo. Nel corso di questo arco di tempo, le forze ucraine hanno integrato nei propri ranghi interi battaglioni paramilitari neonazisti e ricevuto armi, equipaggiamento ed addestramento da parte di diversi Paesi della Nato, a partire da Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia. Nel giro di qualche anno, un esercito estremamente malridotto e falcidiato dalle defezioni si trasformò in una forza d’urto altamente professionale, fortemente motivata e ben equipaggiata. Così, quando a partire dall’ottobre del 2021 ripresero gli attacchi contro le postazioni ribelli, i miliziani delle repubbliche indipendentiste si imbatterono in crescenti difficoltà nel tenere le posizioni. La situazione, come è noto, continuò a deteriorarsi per mesi, finché il 21 febbraio 2022 le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donec’k e Luhans’k non inviarono a Mosca una formale richiesta d’aiuto. Dopo una breve deliberazione del Consiglio di Sicurezza, il presidente Putin annunciò alla nazione il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche e firmò in diretta televisiva e alla presenza dei presidenti Denis Pušilin e Leonid Pasečnik l’apposito decreto, assieme a due trattati di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca. Compresa quella di natura militare.

Stanno con grandi difficoltà continuando i colloqui per cercare di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. La Russia chiede per la stipula della pace garanzie sul fatto che l’Ucraina mantenga uno “status neutrale, non allineato e non nucleare”. Secondo lei è possibile con l’attuale governo ucraino? Accetteranno mai tali condizioni?

Zelens’kyj e i suoi collaboratori non dispongono di alcun potere effettivo. Le leve di controllo rimangono saldamente nelle mani degli Stati Uniti, che dispongono delle reali “chiavi strategiche” del conflitto, e secondariamente delle compagini ultra-radicali penetrate rapidamente all’interno degli apparati coercitivi e di intelligence dello Stato ucraino a partire dal 2014. Giova ricordare che Zelens’kyj vinse le elezioni del 2019 facendo leva sulla popolarità conquistata in veste di attore protagonista della serie televisiva Servo del popolo, prodotta e trasmessa da un canale di proprietà di Ihor Kolomojs’kyj. Vale a dire uno dei principali oligarchi del Paese, dotato di triplo passaporto ucraino, israeliano e cipriota e finanziatore di punta sia della campagna elettorale di Zelens’kyj, sia dei battaglioni paramilitari di stampo neonazista che imperversano in Ucraina a partire dal colpo di Stato di Jevromajdan. La sopravvivenza (non solo) politica di Zelens’kyj dipende dal sostegno accordatogli dagli Stati Uniti e dai settori oltranzisti foraggiati da Kolomojs’kyj, smaccatamente intenzionati a infliggere alla Federazione Russa una sconfitta strategica decisiva. Per cui, se l’obiettivo perseguito dagli “sponsor” di Zelens’kyj verte sull’“indebolire la Russia”, come dichiarato apertamente dal segretario alla Difesa Lloyd Austin, ne consegue che all’ex attore non rimane che recitare il copione assegnatogli, che nella fattispecie comporta la prosecuzione del conflitto con la Russia “fino all’ultimo ucraino”. Il problema, per Zelens’kyj e per la popolazione ucraina, è che Mosca non si fermerà finché non riterrà raggiunte le finalità strategiche del conflitto, che consistono anzitutto sul “disinnesco” militare dell’Ucraina e sull’eliminazione delle sue componenti più radicali come condizioni imprescindibili per l’adozione di una postura neutrale da parte del Paese. Tanto più il conflitto si protrae nel tempo, quanto più assume concretezza la prospettiva del passaggio sotto il completo controllo russo non solo degli interi oblast’ di Donec’k, Luhans’k, Zaporožžja e Kherson, ma anche di Odessa. Per l’Ucraina, la prosecuzione delle ostilità rischia in altre parole di tradursi in perdita di qualsiasi sbocco sul Mar Nero, con tutto ciò che ne consegue in termini politici, economici e strategici.

Israele è pronto a ospitare un incontro Putin-Zelensky. Israele nel ruolo di garante della sicurezza internazionale è un mediatore credibile e autorevole, e soprattutto neutrale?

In linea teorica, Israele ha tutte le carte in regole per adempiere alle funzioni di mediazione tra le parti, non avendo aderito alla campagna sanzionatoria occidentale nei confronti della Russia e intrattenendo relazioni strette sia con Mosca che con Kiev. Una parte assai ragguardevole della società israeliana è inoltre composta da ebrei immigrati dalla Russia. D’altro canto, Israele ha partecipato come comprimario alla guerra per procura ingaggiata nel 2011 da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, monarchie sunnite del Golfo Persico e Turchia contro un alleato fondamentale del Cremlino come la Siria baathista. Lo Stato ebraico ha inoltre instaurato un rapporto di collaborazione militare con l’Ucraina in seguito a Jevromajdan, nel cui ambito si è registrata la fornitura di alcune tipologie di armi a Kiev. Nel complesso, però, Israele ha mantenuto una postura di gran lunga più equilibrata rispetto a qualsiasi Paese europeo (come dimostrato dal recente rifiuto opposto dal governo guidato da Naftali Bennett alla richiesta Usa di rifornire l’Ucraina di missili anticarro Spike), e rimane un attore geostrategico di indubbio livello dotato di credenziali di gran lunga più consistente rispetto a quasi tutti gli altri potenziali mediatori.

Le sanzioni sempre più corpose contro la Russia tese a un indebolimento del Paese perché non possa più continuare la guerra, almeno questi sono i presupposti, puntano al mero default economico russo o più prosaicamente a un cambio di governo all’interno del Paese? L’Occidente ha una reale voce in capitolo sulle questioni interne russe?

Le sanzioni miravano indubbiamente sia a suscitare l’ira degli oligarchi, sia a rendere la vita molto più dura per la popolazione russa nel suo complesso. Si trattava di fare terra bruciata attorno al leader del Cremlino, così da isolarlo e suscitare un malcontento generalizzato talmente profondo da porre le basi per un cambio di regime più o meno violento. È interessante notare quanta fiducia le élite occidentali continuino a (mal)riporre nelle sanzioni come strumento di coercizione, nonostante la lora assoluta mancanza di efficacia emersa clamorosamente nei confronti di nemici assai meno attrezzati della Russia quali Cuba, Iran ed Iraq. Nella fattispecie, il risultato prodotto dalle misure punitive irrogate contro la Russia è stato quello di incrementare notevolmente la popolarità di Putin, come c’era del resto da aspettarsi alla luce delle caratteristiche specifiche del temperamento russo. Per il resto, ritenere che un Paese come la Russia, che dispone di tutte le materie prime fondamentali e di immense riserve di idrocarburi puntualmente rivenduti a prezzi stratosferici all’Europa, possa essere privata delle risorse necessarie a sostenere lo sforzo bellico è pura illusione. La stessa questione del default è del tutto strumentale, dal momento che la Russia, grazie ai suoi esorbitanti avanzi commerciali accumulati nel corso degli ultimi mesi, dispone della liquidità per onorare gli impegni con i creditori. Parlare di bancarotta in presenza di una situazione in cui il Paese chiamato a saldare il conto viene tagliato appositamente fuori dai circuiti attraverso cui si espletano i pagamenti mi pare quantomeno improprio, per non dire altro…

Il default economico russo non porterebbe come conseguenza diretta anche a un default economico europeo? L’Europa rispetto al resto del mondo ha privilegi e un benessere (forse ingiusti) che dovrà ridimensionare? È questo a cui allude Draghi quando parla di “condizionatori” agli italiani? Preparandoli per gradi? Putin è consapevole che il suo popolo affronterà le privazioni con maggiore spirito di sacrificio. Noi, viziati da anni e anni di benessere, ne saremmo in grado?

Il default russo è una questione di pura volontà politica. Putin in persona ha annunciato che in caso di impossibilità di procedere al saldo dei debiti in valuta straniera per effetto delle sanzioni, il pagamento avverrà in rubli. Per la Russia, si tratta comunque di una vicenda scarsamente rilevante. Di per sé, il fallimento tecnico della Federazione Russa non sarebbe un grosso problema nemmeno per l’Europa, non fosse che il graduale ma continuo deterioramento delle relazioni con quello che si configura come il principale fornitore di materie prime ed energia rischia concretamente di condannare il “vecchio continente” al disastro economico. La competitività sui mercati mondiali di Paesi a spiccata vocazione mercantilista come la Germania – e, in subordine, Italia – dipende in una misura tutt’altro che irrilevante dall’accesso alle risorse a basso prezzo messe a disposizione dalla Russia. Approvvigionarsi di fonti alternative, come gli insipienti leader europei predicano ormai da mesi, comporta un esborso notevolmente maggiore che andrà inesorabilmente a gravare sul prezzo finale dei beni industriali europei, destinati a incorrere in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato. In tale quadro, la sconcertante dichiarazione di Draghi sui condizionatori risulta del tutto inaccettabile, ma perfettamente coerente con il suo profilo di proconsole statunitense preposto alla tutela degli interessi Usa in Italia ed Europa. Quanto alla Russia, va ricordato che si tratta di un Paese disposto come pochissimi altri a sopportare sacrifici (Lev Gumilëv parlò a questo proposito di “pasionarnost”), che nella fattispecie vengono richiesti alla popolazione nell’ambito di un processo di ristrutturazione economica di stampo semi-autarchico avviato già nel 2014, mirante a rendere la nazione autosufficiente in tutti i campi di rilevanza strategica.

La guerra russo-ucraina è uno spartiacque nel consolidamento di nuovi equilibri geostrategici. Non si può tornare indietro e nulla sarà più come prima, troppo sangue è stato versato. La frattura tra Russia ed Europa occidentale sembra definitiva. Ormai l’asse Mosca-Pechino, fino ad ora solo ventilato dagli analisti più lungimiranti, sembra consolidarsi sempre di più, anzi sembra apparire inevitabile. Che conseguenze pensa ciò determinerà nel breve e lungo periodo?

Sono convinto che una delle chiavi di lettura fondamentali per decodificare il significato profondo del conflitto russo-ucraino vada rintracciata proprio nella volontà del Cremlino di portare a compimento il processo di riorientamento strategico avviato sulla scia delle ripercussioni generate dal colpo di Stato di Jevromajdan. Le sanzioni irrogate dal fronte euro-statunitense indussero la Russia a replicare per un verso mediante l’imposizione di misure punitive più o meno simmetriche, e per l’altro a irrobustire ed estendere a tutta una serie di settori di grande rilievo il rapporto di collaborazione con la Repubblica Popolare Cinese, mantenendo però i legami e il dialogo con l’Europa. Lo scoppio delle ostilità ha comportato una radicale alterazione dello scenario, segnata dall’interruzione semi-immediata delle sinergie e della cooperazione bilaterale tra Paesi dell’Unione Europea e Russia, che ha colto l’occasione per completare la “svolta verso est”. Nell’immediato, questo cambio di registro tende a concretizzarsi sotto forma di spostamento delle destinazioni dell’export di materie prime e di energia russi da occidente a oriente, con conseguente trasferimento del vantaggio competitivo dato dalle forniture strategiche a basso costo russe dall’Europa alla Cina. Mentre la Russia si cimenterà nel tentativo di riposizionarsi nel nuovo contesto multipolare, a risentire delle iniziative strategico-militari del Cremlino saranno in primo luogo le economie di trasformazione tedesca e italiana, che incorreranno inesorabilmente in crescenti difficoltà nel preservare le proprie quote di mercato mondiale. Combinandosi con la graduale ma a quanto pare già stabilita sostituzione delle forniture di gas e petrolio russi con fonti alternative – essenzialmente idrocarburi non convenzionali di origine statunitense – dai costi ben più elevati e l’incremento delle importazioni di armi di fabbricazione Usa contestuale all’aumento della spesa militare deciso dall’intera Unione Europea, la perdita di concorrenzialità della manifattura europea assottiglierà fino ad azzerarli completamente gli avanzi commerciali inanellati sinora dal “vecchio continente” grazie alla sua torsione mercantilista. Per l’Unione Europea si profila quindi il passaggio a una posizione squisitamente deficitaria, che rischia di trasformarla in una colonia statunitense non solo sotto il profilo (geo)politico e militare, ma anche economico.

Secondo le sue fonti e i suoi studi che governo vige in Russia? Che grado di libertà e autonomia godono i cittadini russi? La Russia attuale è un regime fascista, o meglio una “dittatura degli oligarchi”, come sostenuto da alcuni interlocutori politici occidentali? O è una libera repubblica federale democratica che rispetta, magari anche solo marginalmente, gli standard internazionali? Su questo punto c’è molta confusione può aiutarci a fare chiarezza?

Ritengo profondamente sbagliato e fuorviante cedere alla tentazione di classificare Paesi distanti da noi dal punto di vista dei valori e della cultura attraverso i nostri parametri. Parlare di fascismo in riferimento alla Russia non ha alcun senso, così come del tutto fuorviante risulta la definizione di “dittatura degli oligarchi”, visto che sotto Putin hanno potuto continuare a coltivare i propri interessi economici soltanto i membri di quella ristretta cerchia di ex funzionari del Komsomol che avevano accettato di non oltrepassare la “linea rossa” – non interferire nelle scelte politiche – tracciata dal leader del Cremlino durante il suo primo mandato presidenziale. Di certo, quello affermatosi in Russia non può essere inquadrato come un sistema liberale assimilabile a quelli vigenti in Europa occidentale – sui quali vi sarebbe comunque molto da dire. Va anzitutto evidenziato che la Russia si è formata attraverso un processo di acquisizione territoriale protrattosi per oltre quattro secoli ad un ritmo di 150 km2 al giorno, nel corso del quale i russi hanno assimilato gli usi e costumi dei popoli assoggettati ritenuti maggiormente confacenti ai loro scopi. Come rilevato dal teologo cristiano Nikolaij Berdjaev nella prima metà XX Secolo, la prorompente avanzata nei grandi spazi eurasiatici ha segnato a tal punto l’anima profonda della Russia da modellarne la cultura, forgiarne le istituzioni e condizionarne gli orientamenti. È l’onnipresenza del “fattore geografico” ad aver educato le élite russe avvicendatesi al potere nel corso dei secoli a declinare la propria progettualità politica nel rigoroso rispetto del principio fondamentale secondo cui la sopravvivenza di un Paese tanto esteso sotto il profilo territoriale e variegato dal punto di vista etnico dipende dalla presenza di un sistema di comando autoritario e fortemente accentrato. Nonché dalla capacità dei decisori del Cremlino di mantenere l’identità nazionale saldamente ancorata a valori altamente “comunitari” come la fede, il patriottismo e la tradizione. Il sistema di “democrazia sovrana”, per usare un’espressione dell’ideologo Vladislav Surkov, instauratosi in Russia sotto Putin concentra i propri sforzi sulla valorizzazione dei propri interessi alla stregua di qualsiasi altro Stato nazionale, senza perseguire alcun disegno imperiale sul modello sovietico ma curandosi di preservare l’anima profondamente eurasiatica del Paese. Perché applicare alla Russia sistemi liberal-democratici di matrice occidentale e piantarvi i semi dell’individualismo significa condannarla all’estinzione. Una legge bronzea di cui sono consapevoli tanto gli influenti “sponsor” stranieri del pseudo-liberale Alekseij Naval’nyj quanto i vertici dello “Stato profondo” russo.

La ringrazio delle risposte che spero contribuiscano a un reale dibattito democratico teso al perseguimento della pace non come alternativa alla guerra ma come unica possibilità di sopravvivenza in un contesto molto difficile e magmatico.

:: Talmud Babilonese – Trattato Meghillà (Rotolo di Ester) a cura di rav Michael Ascoli

26 Maggio 2022

A cura di: rav Michael Ascoli
Numero: 10
Pagine: 448
Legatura: Copertina rigida in tela con sovraccoperta
Anno di edizione: 2022

Il trattato di Meghillà si occupa principalmente delle regole della lettura pubblica e della scrittura del Libro biblico di Ester, la più conosciuta fra le meghillòt o rotoli del Tanàkh, noto come la Meghillà per antonomasia. Se esistono regole di lettura, significa che c’è uno scritto da cui leggere. Può sembrare ovvio, ma non lo era affatto per la Meghillà. Troviamo infatti un brano molto interessante nel quale “Ester mandò a dire ai Saggi: Scrivete la mia storia per tutte le generazioni, e che il libro sia incluso negli Agiografi”. L’accettazione da parte dei Maestri, prosegue il brano, non avvenne senza ostacoli, tanto che la disputa riguardo l’inclusione della Meghillà di Ester nel canone biblico proseguì fino all’epoca dei Maestri della Mishnà. Nel nostro brano troviamo infatti diverse opinioni fino all’estendere la discussione anche ad altre Meghillòt.
Una volta stabilito che la Meghillà fa parte del canone biblico, occorreva rimarcare che il suo status, come quello di tutti gli altri testi del Tanàkh che non fanno appunto parte della Torà, è tuttavia differente da quello dei libri della Torà. È forse in quest’ottica che possono essere letti gli insegnamenti relativi alla cucitura dei diversi fogli di pergamena che compongono il rotolo, rispettivamente, della Torà e della Meghillà e perfino alcune regole come quella sulla liceità di leggere la Meghillà da seduti o altre norme riportate nel cap. 3.
Argomento affine a quello dell’inclusione della Meghillà nel canone biblico, e quindi all’obbligo della sua lettura, è il problema della traduzione dei testi biblici, sia per quanto riguarda la traduzione in aramaico che veniva fatta oralmente a beneficio dei partecipanti in occasione delle letture pubbliche, sia relativamente alla liceità della traduzione dei testi biblici in altre lingue. Relativamente alla prima questione, troviamo nel nostro trattato un elenco di passi che in pubblico non vanno tradotti, e alcuni neanche letti; sul secondo tema, invece, c’è una interessante tradizione relativa all’origine della traduzione della Torà, cosiddetta “dei Settanta”: i dotti incaricati dell’opera, “nel cuore di ciascuno dei quali il Signore, benedetto Egli sia, mise il Suo consiglio”, cambiarono volutamente la traduzione di alcuni passi rispetto al testo originale per motivi di opportunità. Dunque, il problema di tradurre è tema antico, così come lo è lo status particolare riconosciuto da alcuni Maestri al greco, ovvero alla lingua della cultura mondiale.
Il trattato è uno dei più brevi e relativamente facili del Talmud e comprende numerose parti di Midràsh che interpretano il Libro di Ester dall’inizio alla fine. Una simile raccolta sistematica e ordinata di midrashìm è un unicum all’interno del Talmud Babilonese.

:: Referendum Giustizia: il 12 giugno gli italiani al voto

21 Maggio 2022

Pochi italiani, poco più della metà, sanno che il 12 giugno si andrà alle urne per il Referendum Giustizia promosso da Lega e Radicali. Lungi da me orientare nè tanto meno condizionare il voto, ma dato che se mi estrarranno farò da scrutatore mi sembra giusto informare chi eventualmente fosse interessato a esprimere un parere su cosa si vota. Invito naturalmente ad approfondire la questione su altri siti dedicati, e sebbene le proiezioni danno quasi per certo il non raggiungimento del quorum (che rende la votazione valida) mi permetto di sottolineare l’importanza di questa votazione nel caso invece il quorum fosse raggiunto. Se siete contrari mettete no a tutti i quesiti, ma votate, è un dovere civico, ed è un diritto democratico.

Ecco i quesiti referendari, con spiegato, in modo molto essenziale, cosa capiterà se vincono i :

«Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’articolo 23, né possono candidarsi a loro volta”?».

Con il sì, si tornerebbe alla legge originale del 1958, che prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura.

«Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a)”; art. 16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?».

Con il sì viene riconosciuto anche ai membri “laici”, cioè avvocati e professori, di partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati.

«Volete voi che siano abrogati: l’ “Ordinamento giudiziario” approvato con Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12, risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 192, comma 6, limitatamente alle parole: “, salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del consiglio superiore della magistratura”; la Legge 4 gennaio 1963, n. 1 (Disposizioni per l’aumento degli organici della Magistratura e per le promozioni), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 18, comma 3: “La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre”; il Decreto Legislativo 30 gennaio 2006, n. 26 (Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché’ disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 23, comma 1, limitatamente alle parole: “nonché’ per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa”; il Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160 (Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché’ in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 11, comma 2, limitatamente alle parole: “riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti”; art. 13, riguardo alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: “e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa”; art. 13, comma 1, limitatamente alle parole: “il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti,”; art. 13, comma 3: “3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti della stessa regione, ne’ con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché’ sostituendo al presidente della corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima.”; art. 13, comma 4: “4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento.”; art. 13, comma 5: “5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche.”; art. 13, comma 6: “6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all’articolo 10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso articolo 10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa.”; il Decreto-Legge 29 dicembre 2009 n. 193, convertito con modificazioni nella legge 22 febbraio 2010, n. 24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 3, comma 1, limitatamente alle parole: “Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa, previsto dall’articolo 13, commi 3 e 4, del Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160.”?».

Il magistrato dovrà scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.

«Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?».

Resterebbe in vigore la carcerazione preventiva per chi commette reati più gravi e si abolirebbe la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”.

«Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?».

Con il sì viene abrogato il decreto e si cancella così l’automatismo: si restituisce ai giudici la facoltà di decidere, di volta in volta, se, in caso di condanna, occorra applicare o meno anche l’interdizione dai pubblici uffici.

:: MARIA TERESA LIUZZO: “DANZA LA NOTTE NELLE TUE PUPILLE” a cura di Antonio Catalfamo

21 Maggio 2022

Nonostante sia presente da tanti anni nel mondo letterario ed abbia alle spalle una produzione notevole, dal punto di vista quantitativo e, insieme, qualitativo, Maria Teresa Liuzzo ad ogni nuova opera continua a stupirci, proponendo novità significative nei contenuti e nelle forme, pur mantenendo intatto il filo rosso che la lega a quelle precedenti. Così accade anche in questa nuova silloge di versi: “Danza la notte nelle tuepupille” (A.G.A.R. Editrice, Reggio Calabria, 2022).

Antonio Piromalli, nella prefazione ad una raccolta precedente, “Psiche” (Jason editrice, Reggio Calabria, 1993), ben descrive il meccanismo che sta alla base della poesia e della poetica della Liuzzo: «Non siamo solamente alla descrizione dei fenomeni (che non può mancare) ma all’interpretazione individuale di ciò che avviene nel teatro della storia. Anzitutto c’è una coscienza inquieta e ricca di dubbi. L’atmosfera è carica di timori, di ansie per il destino degli uomini nella loro storia mentre la “psiche” osserva (e patisce) la crescita della realtà nei suoi molteplici aspetti (spesso contrastanti), le tensioni verso il futuro» (p. 7).

Come al solito, Piromalli ha dato prova, se ce ne fosse bisogno, della sua acribia filologica, della sua capacità di condensare in poche righe concetti profondi, di cogliere l’essenza della poetica di un autore. La poesia di Maria Teresa Liuzzo è, infatti, sintesi tra realtà «oggettiva» e realtà «soggettiva»: la prima viene filtrata attraverso la seconda, per il tramite della ragione, che, però, è una ragione problematica, dubitativa, per nulla dogmatica e fondata su certezze e verità assolute, bensì relative, pronte ad essere sempre messe in discussione e superate in altre, anch’esse poi riviste e superate in un processo gnoseologico (e poetico) infinito.

Lo stesso avviene in questa nuova raccolta, ma con alcune novità. Non siamo in presenza di poesia «sociale», bensì d’amore. Ma opera lo stesso meccanismo compositivo e di poetica. E’ qui necessaria una precisazione. La poesia amorosa ed esistenziale, in Italia, in tutti i secoli, compresi il Novecento e questo nostro Terzo Millennio, ha pagato un prezzo troppo alto ai “modelli” delle origini della letteratura italiana, in particolare a Dante Alighieri ed alla sua opera, seppur monumentale. E’ prevalsa l’immagine dell’amore etereo, della donna «angelicata», simbolo dell’amore verso Dio, oggetto di venerazione da parte dell’innamorato. Questi “modelli” hanno subito, in più, un processo di schematizzazione e di conseguente banalizzazione, specie nel Novecento, fino ai giorni nostri, nei quali la poesia amorosa e, in generale, esistenziale assume spesso carattere dozzinale. Escono continuamente raccolte poetiche lacrimevoli, lamentose, che “fanno il verso” ai modelli originari, dando vita ad un sottobosco letterario che ci invade e pervade e che costringe il critico alla fuga.

Maria Teresa Liuzzo non appartiene a questo esercito di “imitatori maldestri”. Antonio Piromalli ne rivendica l’afflato novecentesco, e si riferisce, naturalmente, al migliore Novecento, a quello “laico”, libertario, fantasioso, talvolta “irriverente”. Ma la poesia della Liuzzo, segnatamente in questa raccolta, ha lontane e solide radici, che risalgono anch’esse alle origini della letteratura italiana, seguendo, però, filoni diversi da quello dantesco. Scrive il Petrarca in “Più volte già del bel sembiante humano”: «Mio ben, mio male, et mia vita, et mia morte». L’amore non viene visto più come tramite per il legame con Dio, ma come fonte di gioia e, nel contempo, di dolore, di vita e di morte. E c’è in Petrarca una nuova dimensione, «dubitativa», problematica, dell’amore, che rappresenta il «trait d’union» tra il “Canzoniere” e il “Secretum”, in quanto in quest’ultimo il sentimento religioso è vissuto anch’esso in maniera articolata, fondato sul dubbio, tutto da costruire, passo dopo passo. E la ragione è lo strumento che consente al Petrarca di filtrare la realtà per trasformarla in poesia. Una tappa successiva è costituita, nella nostra letteratura, dal Leopardi, dalla sua poesia nutrita di pensiero, dalla sua visione dolorosa dell’amore. Eppoi, nel Novecento, per l’appunto, Cesare Pavese, con le poesie de “La terra e la morte”, dedicate a Bianca Garufi, e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, dedicate a Constance Dowling, dal titolo già molto esplicito, nonché con i “Dialoghi con Leucò”, laddove Leucotea è una divinità marina che dà la vita, ma anche la morte, così come ogni donna, nella visione del poeta piemontese. E’ questo l’«urlo del Novecento», l’ascendenza novecentesca della poesia di Maria Teresa Liuzzo, alla quale fa riferimento, probabilmente, Antonio Piromalli.

Nella raccolta della poetessa, che qui prendiamo in esame, c’è un’esplicita dichiarazione di poetica nella poesia “Indossare la luna e porre…”: «E scrivo perché / la stagione me lo impone, / l’anima lo richiede / e la ragione mi riporta in vita» (p. 13). Da questi versi emerge il ruolo della ragione come filtro che consente di trasfigurare e transcodificare la realtà in poesia. Ne nasce tutta una riflessione, che dà concretizzazione, per l’appunto, alla poetica di Maria Teresa Liuzzo. Un ruolo fondamentale viene esercitato dagli occhi, dalla vista, come ci dice il titolo della silloge, “Danza la notte nelle tue pupille”, così come la poesia eponima: «Il colore dei tuoi occhi / veste la solitudine dell’ora / e sgomitola la sapienza dei corpi // ombre di un desiderio mai dissolto, / sulle labbra come graffi di memoria, che geme / in lenzuola di geometrie allo specchio». Gli occhi dell’amato, certamente, che racchiudono tutto un mondo di affetti, che riemerge come memoria, ma, nello stesso tempo, gli occhi di chi ama e che, attraverso la vista, costruisce (e ricostruisce) dentro di sé l’immagine della persona amata, e questa vista costituisce il primo momento del processo gnoseologico, e, insieme, poetico della Liuzzo.

E qui emergono altre “ascendenze” letterarie, legate alla poesia italiana delle origini. Mi riferisco al filone averroista, rappresentato da “Donna me prega” di Guido Cavalcanti e mediato attraverso il trattato “De amore” di Andrea Cappellano. La vista genera una «cogitatio immoderata», una fantasticazione illimitata, sulla persona amata, considerata nella sua dimensione sia fisica che “spirituale”, come tale che determini in chi l’ama gioia, ma anche dolore, fino alla morte. Troviamo nei versi della Liuzzo immagini ossimoriche come «e la gioia del pianto / scioglierà il mistero» (p. 6). Questi versi sono dominati da una forte passione, che viene filtrata dalla ragione, come dicevamo, che ne stabilisce i reali connotati: »Non saremo l’ieri / di un desiderio bruciato, / ma vento e fiori / che sfogliano passioni, / la ragione che si stringe ad ogni parte / di noi nel nostro cercarci e scomporci» (ibidem).

E in questa ricostruzione razionale, l’amore è sì morto con la persona amata, ma, nello stesso tempo, rivive in mille configurazioni diverse, come amore carnale, certamente, amore che ritorna, al pari di quello di Ulisse, che soddisfa le voglie a lungo sopite della sua sposa, a riaccendere e a spegnere fuochi vitali: «Ma tu non temere / ch’io possa non attendere / il ritorno di Ulisse, e il sole / che colgo nei suoi abbracci, fedele nel cratere di un papavero. // Il letto vesto come sposa / allo splendore della luna, / giacché ti sento come brezza / che cresce e mai non declina / in questa smania di vita / fatta voce» (p. 5). Ma anche come sogno, come silenzio che lo prolunga nel tempo: «Brucia il silenzio / sugli altari della parola, / come un lampo di fiaba / dove continui a cercarmi / in ogni colore dell’attimo» (p. 4). Amore come ricordo, nella doppia dimensione gioiosa e dolorosa: «Raccontami / quando ti addormentavi / sul mio seno / e il sole tramontava / sui cuscini. / L’ultimo raggio in essi / trattenevo e colmavo / di quel pianto, / che non serrava / le porte alla speranza» (p. 11). E poi: «Parlami ancora, / tra dolci tempeste / smarrite nell’argento / delle sabbie. / Ci umilia la stagione / nel fiume della notte. / Se le distanze / non oltrepassano memorie, / ti trattengo / in lunghi battiti di cigli, / al dolce tepore di ogni perla» (ibidem). Amore che si scioglie nella natura, nei suoi colori, nei suoi odori, nei suoi sapori: «Siamo primavere innamorate / del miele dell’inverno, / germogli sempre nuovi di un amore / che orbita nella memoria dei sensi / e nell’oro delle spighe. / E tu sei qui, nel mio candore, tu, / odoroso di melagrana, aperto / alla luce della vita» (p. 7). E ancora: «Nascere / dove i ciliegi offrono corolle / ad albe sconosciute / increspate d’acque. / Essere vento, nettare, farfalla, / strada fiorita di trine colorate. / Miele di luna avvolga / ogni mia culla» (p. 14).

Emerge qui, infine, la dimensione «orfica» della poesia di Maria Teresa Liuzzo, legata a quel mistero che da millenni circonda, per l’appunto, i riti orfici, nel loro impasto inestricabile con quelli dionisiaci, sospesi tra la terra e il mondo inferino, e che sta alla base della poesia, con le sue lontane scaturigini nel mito di Orfeo. Questo mistero caratterizza la poesia di Maria Teresa Liuzzo e circonda, nel contempo, la sua figura così piena di fascino evocativo di una femminilità calabra, che affonda le radici nei millenni, novella Persefone sospesa tra mondo ctonio e mondo ipoctonio.

:: Condominio Noir, AA.VV. (Watson edizioni, 2022) a cura di Giulietta Iannone

20 Maggio 2022

Se ne parlava da anni di un’antologia noir che raccogliesse le più significative voci femminili del genere, e sembra che Livia Frigiotti per Watson abbia dato concretezza a questa idea: Livia Sambrotta, Cecilia Lavopa, Lucia Tilde Ingrosso, Luisa Gasbarri, Paola Rinaldi e Sara Fattorini danno vita a questa sorellanza portandoci al centro di storie nere che hanno per tema comune il condominio. Si è discusso per anni se le donne fossero in grado di scrivere noir, se ci fosse una dimensione puramente femminile del noir. Molti hanno un’idea della femminilità eterea e sfumata che poco si adatta a storie sulfuree, crude, violente. Molti pensano che le donne vanno quasi preservate da queste brutture, quasi debbano vivere in un’oasi incontaminata lontana dal male e dal dolore. Pensano che siano fragili, indifese, innocenti. Ma anche le donne partecipano alla vita, vedono il male dove si annida, e pur filtrando il reale con la loro sensibilità sanno descrivere i lati peggiori e più drammatici della vita quotidiana e del mondo. Le sei autrici di questa antologia ci riescono. Accomunate da una certa facilità di scrittura, ci parlano di violenza, degrado, morte senza edulcorare eccessivamente il narrato. Se amate il racconto non privatevi di questa antologia caratterizzata da una certa uniformità. Non c’è un racconto che spicca più di un altro, forse solo quello della Gasbarri si struttura in un sottogenere definito del noir (non così comune in Italia dove le tematiche antropologiche femministe e gender non sono primarie). Bello quello della Lavopa, che se avesse più tempo per dedicarsi alla scrittura sfornerebbe sicuramente più opere interessanti. Brave anche le altre autrici tutte provenienti da altre esperienze narrative con una buona gavetta alle spalle.

:: Piemontesi ai confini del mondo di Davide Mana

16 Maggio 2022

I piemontesi hanno fama di possedere una tenacia stolida, un carattere affidabile e ben poco portato al rischio. Tuttavia, la storia è popolata di piemontesi avventurosi − per quanto possa sembrare una contraddizione in termini l’accostare l’avventura alla “piemontesità”.

Viaggiavano, i piemontesi, ben da prima di essere etichettati come bugianen. Originari di uno Stato piccolo e per lungo tempo marginale, furono soldati, avventurieri, artisti. Persone che viaggiavano per la necessità di doversi guadagnare da vivere − accoppiata, certo, allo spirito d’avventura, alla curiosità. Ma sempre di necessità si trattava, intellettuale o materiale che fosse.

È solo nel tardo XVIII secolo, tuttavia, che i piemontesi diventano esploratori. Per metterli sulla strada serve l’Illuminismo, con la sua visione razionale di un universo ordinato e conoscibile, e la volontà di scoprire, descrivere e classificare il mondo. Quando li incontreremo, questi piemontesi avventurosi si presenteranno a noi indossando di volta in volta maschere diverse: diplomatici, seri accademici, militari ligi al dovere, commercianti in cerca di un onesto profitto. E tuttavia sotto a questa patina di rispettabilità, più o meno visibile, non potremo non scorgere quell’irrequietezza, quell’insoddisfazione. Questa è, dopotutto, la natura degli avventurieri. Ed è per questo che continuiamo a provare curiosità per le loro storie, forse con un pizzico di invidia.

Paradossalmente, rappresentano l’emblema stesso del concetto di bugianen, di soggetti incredibilmente caparbi, tenaci, risoluti, decisi a tutto. A costo di contrabbandare i luoghi natii con le vette dell’Himalaya e del Nanga Parbat, con i vicoli di Tientsin in piena rivolta dei Boxer, con la Valle del Nilo e i suoi trafficanti di antichità o con la Terra del fuoco e i suoi indiani Aónikenk.

Piemontesi ai confini del mondo racconta di loro, ricostruendo viaggi e percorsi con l’aiuto di mappe, timeline, fotografie e illustrazioni. Conosceremo così la passione per l’Egitto di Bernardino Drovetti, il grande spirito avventuriero del Duca degli Abruzzi, la missione religiosa in Africa di Guglielmo Massaja e la passione per l’alpinismo di Alberto De Agostini passando per l’eroe del Polo Nord Umberto Cagni, le circumnavigazioni del globo di Camillo Candiani e molti altri in un viaggio indimenticabile alla scoperta dei nostri avventurieri piemontesi

:: Predrag Matvejević, Breviario Mediterraneo

15 Maggio 2022

Il Mediterraneo è un mare chiuso. Servono 100 anni, molto più della durata media della vita degli uomini, perché tutta la sua acqua sia sostituita, rinnovata. Sulle sue rive, quasi circolari, sono nate civiltà, popoli, religioni, credenze, speranze, conflitti. Se cerchiamo le radici (concettuali, etiche, fisiche) dell’Europa, proprio il Mediterraneo le racchiude, integre e luminose. Le stesse idee di intercultura, tolleranza, democrazia, scambi, multicultura, nascono qui, sulle sponde irregolari e ricche di isole di questo mare, il mare nostro, condiviso, comunitario, lontano da ogni forma di egoismo o particolarismo, per alcuni ponte che unisce, per altri, drammaticamente, immenso cimitero di naufraghi. Mi è sembrato perciò doveroso leggere (o rileggere) in occasione della morte dell’autore, Breviario mediterraneo, un saggio poetico che in questo mare si immerge, di questo mare si nutre, con un tono simile al canto delle sirene, che obbligarono Ulisse a chiudersi le orecchie con la cera, per non sentirlo. Predrag Matvejević è morto a Zagabria la scorsa settimana, tempo che calcolo ora mentre scrivo, non so quando quest’ articolo vedrà la luce online (morto il 2 febbraio 2017; ndr), e ci lascia questo libro, tra i tanti che ha scritto, (che consiglio di recuperare tutti, ma forse per primo oltre a questo Pane). Non è di facile lettura, pur se tradotto (dal croato) in 20 lingue, e il suo più famoso, sembra che parli una lingua da iniziati, alcuni ne vengono drammaticamente chiusi fuori, altri miracolosamente ammessi a intravederne la bellezza, la particolarità.

Non so se Predrag Matvejević ne fosse consapevole, e non penso che l’abbia fatto volontariamente per qualche forma di elitarismo intellettuale, di dotta esclusione, più che altro credo come forma di difesa, come l’ostrica che protegge la perla al suo interno custodita. Quindi qualche consiglio se vi avvicinate a questo testo per la prima volta. Non iniziate dalla prima pagina, ma aprite una pagina a caso. Leggete le prime righe che vi vengono sottocchio, e capirete se il libro vi accoglie e o vi dice torna più tardi. Non con molti libri si può fare lo stesso, innanzitutto perché non è un romanzo, non ha uno sviluppo cronologico, pur conservando un filo logico continuo, non ha un prima e un dopo. L’ordine voluto dall’autore fa parte unicamente della sua poetica personale, dei suoi moti celebrali, dell’immediatezza dell’adesso contrapposta al passare del tempo perpetuo. Le prime righe sono in questo profetiche: Scegliete innanzitutto un punto di partenza. Ecco fatelo anche voi, avrete modo di scoprire un testo di grandissima ricchezza concettuale, spirituale, poetica, affascinante nella sua capacità di utilizzare un linguaggio semplice, umile, colloquiale, per trasmetterci messaggi alti, nobili, del tutto privi di arroganza. Alla notizia della sua morte mi sono venuti alla mente questi versetti evangelici, parte del discorso della montagna «Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5), quanto mai adatti a descrivere questo autore, mite, educato, profondamente gentile, sia che l’abbiate potuto conoscere personalmente (ha vissuto a lungo a Roma tanto da prendere la cittadinanza italiana), sia che l’abbiate visto in qualche filmato televisivo. Alla parola terra forse lui avrebbe preferito la parola mare, che dalle sponde dell’Africa, tocca Israele, il Libano, la Turchia, la Grecia, l’Italia, la Francia, la Spagna. E di questo mare ci ricorda i fari, i porti, i coralli, le spugne, gli alfabeti, i canti, le lingue, il lavoro dei pescatori, il colore del vino, l’odore del vento, la sua fauna, il suo spirito di accoglienza, un mare vivo insomma, brulicante di vita, di storia, di memoria.

Breviario mediterraneo è impreziosito da un testo ricco, denso, sontuoso, pieno di buon senso e di saggezza, totalmente antiretorico, un testo sussurrato ma fermo, tenace, severo quando dice l’immagine del Mediterraneo è stata deformata da fanatici tribuni o da esegeti faziosi, da studiosi senza convinzione e da predicatori senza fede, da cronisti d’ufficio e da poeti d’occasione. Diviso in tre parti: breviario, carte, glossario, e anticipato da una sentita prefazione di Claudio Magris, Per una filologia del mare, il testo è disseminato di mappe, cartine, rappresentazioni in bianco e nero di incisioni, antiche, a volte antichissime, fotografate da solerti fotografi, suoi amici, dai testi sparsi per le biblioteche non ancora distrutte, come quella di Alessandria, o di Sarajevo, devastata dai bombardamenti e dal fuoco, con i suoi preziosissimi testi ormai persi per sempre. Doveroso ricordare il nome del traduttore italiano, Silvio Ferrari.

:: Ispira ed espira – Notturno caotico n.3 di Francesco Affatato

12 Maggio 2022

L’aria rarefatta, lampioni che lambiscono l’aria, la notte scorsa placida sul volto del ragazzo.

Stomaco in subbuglio causa una cena presunta leggera, mani intorpidite dalla posizione scomoda e la cabina è quasi affollata.

Dopo il passaggio del controllore, scende di nuovo silenzio sereno e la notte riprende placida il suo corso.

Tempestivo è il momento: dopo tanto tempo, il ragazzo ritrovava ispirazione:  descrivere, sul suo telefonino, le parole che ispirate fluivano tra le sue dita.

Un velo sereno scendeva leggero tra le sue stanche membra ed il momento propizio di ricordare i viaggi fatti con e senza il treno.

Lo teneva ancora vigile un improvviso brivido freddo. Spense il suo telefonino e si abbandonò al buio dei suoi occhi.

Flebile e soave, il profumo iridato e floreale di una studiosa, finemente ricamatole addosso dalla sua saggia scelta. Più che su di lei, lui stava fantasticando sul suo profumo ed un’idea di donna che probabilmente cerca là fuori.

Il ragazzo giunse in stazione alle prime luci dell’alba, assaporando l’aria nuova di un’altra città, dove il suo migliore amico sarebbe stato maritato con una ragazza, ma una di quelle detestabili, con poco autocontrollo e tanta presunzione di fare sempre bene – accoppiata disastrosa -.

Il ragazzo era comunque felice dell’evento. Difficile che in passato avesse preso una simile iniziativa. 

Assaporare l’aria di questa nuova occasione lo entusiasmava e pensava che una simile sensazione avrebbe voluto entrargli nelle vene, se lo avesse permesso.

Nel flusso di tutte queste emozioni, l’altoparlante gracchió metallico la destinazione che il ragazzo aveva intenzione di raggiungere. 

Per fortuna.

Francesco Affatato Laureato il 2020, attraversata con prudenza e fortezza il periodo pandemico, ex-consulente informatico presso Confesercenti Foggia, attualmente si sente di nuovo al mondo, sta riconquistando a poco a poco le sue passioni pre-pandemia e pre-università (lo studio matto e forsennato ha le sue conseguenze!). 

Appassionato chitarrista (soltanto per ora!), scrive e legge molto, tenace journaler, interpreto sogni e le sue interpretazioni sono cercate in tutta Italia.

:: Respinti. Le «sporche frontiere» d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo di Duccio Facchini e Luca Rondi (Altraeconomia 2022)

10 Maggio 2022

I migranti forzati nel mondo sono oltre 100 milioni: sono in fuga da povertà, guerre, violenze, in cerca d’una vita migliore. L’Europa “democratica”, Italia compresa, ha però chiuso occhi e frontiere, delegando ai Paesi terzi il “lavoro sporco”, rinnegando i diritti umani, disseminando le rotte di ostacoli. Che cos’ha in comune Madina, bambina afghana, con il giovane curdo Abdul o con Awira, donna siriana? Sono tutti “respinti”, persone che la ricca Europa ha relegato ai margini dei propri confini e della storia. Questo libro non si limita a spiegare il significato di parole cupe, come “respingimenti”, “riammissioni”, “confinamenti”, ma ricostruisce con pazienza – dati alla mano e storie nel cuore – i tasselli della “strategia” che i Paesi Ue, Italia in primis, hanno adottato, nel silenzio dei media, per difendere le “sporche frontiere” di mare e di terra. La negazione del diritto di asilo, la vergogna dei campi, la violenza costantemente praticata nei confronti di persone inermi, costrette a vivere sospese e in condizioni inumane, a rischiare la vita nelle traversate, tra le dune, le onde, i boschi, la corrente dei fiumi e il filo spinato. Una decisa denuncia delle ipocrisie dei governi e delle istituzioni europee (inclusa l’Agenzia Frontex), pronti ad accogliere gli ucraini, applicando un odioso “due pesi e due misure”. Una nota di speranza grazie all’impegno delle Ong e dei “solidali”, singoli od organizzati. Con la prefazione di Gianfranco Schiavone e preziosi testi di Caterina Bove, Anna Brambilla, Riccardo Gatti, Maurizio Veglio, Cristina Molfetta. In copertina: Lipa, Bosnia ed Erzegovina, 3 gennaio 2021 Foto di Michele Lapini/Valerio Muscella.

:: I cinquant’anni de “La donna della domenica” di Fruttero & Lucentini, a cura di Giulietta Iannone

7 Maggio 2022

La donna della domenica di Fruttero & Lucentini fu uno spartiacque, che se vogliamo coincise con un punto di non ritorno: il giallo si guadagnava (finalmente, oserei dire) un posto di rilievo nel mondo letterario italiano. L’aura di nobiltà letteraria guadagnata da questo libro da quel momento accompagnò anche opere di ingegno precedentemente ritenute solo bassa letteratura “popolare” (con snobbismo dispregiativo) di genere. Tutto ciò lo dobbiamo a Carlo Fruttero e Franco Lucentini, enfants terrible della letteratura italiana. Colti, eleganti, ironici, forse troppo intelligenti, divertenti, conoscitori delle dinamiche sociali e morali di un’Italia che forse si è persa, ma che loro fotografarono nel periodo di maggior fulgore post boom economico in cui albergavano già i germi della decadenza. Era il 1972, iniziavano gli Anni di piombo (la strage di Piazza Fontana era del 1969), il clima era teso, lugubre, la gente non scherzava più, anche la letteratura rifletteva questo malessere diffuso. E Fruttero & Lucentini cosa fecero? scrissero un’opera lieve, divertente, buffa, “leggera”, capace di far riflettere e nello stesso tempo rassicurare i lettori prendendo bonariamente in giro un’alta borghesia sabauda, contornata da un mondo in fermento. Fruttero & Lucentini ebbero il pregio di scrivere un libro stilisticamente splendido, un tripudio di intelligenza, una piccola perla che poneva di colpo Torino, con i suoi vizi e le sue poche virtù, sotto i riflettori. La Torino degli anni ’70 torna grazie a questo libro a rivivere, e lo fa con grazia e discrezione. Gli autori, seppure una velata critica sociale la fecero, non vollero cavalcare l’onda del risentimento o inasprire le ingiustizie e diversità sociali esistenti all’epoca, vollero invece semplicemente creare un teatro umano in cui sentimenti, passioni, e anche odi fossero i protagonisti, usando il meccanismo del giallo e dell’indagine poliziesca, come pretesto, come mero stratagemma narrativo. Lungi da me voler fare un’analisi sociologica di questo capolavoro letterario, il mio commento è più un omaggio al talento e al genio deglli autori che non dando importanza a mode e pregiudizi hanno portato una ventata di freschezza e novità in un panorama asfittico e di maniera. Dopo di loro anche grandi scrittori poterono dedicarsi al giallo senza vergognarsene. Se Umberto Eco scrisse Il Nome della Rosa, un po’ lo deve anche a loro, e molti altri autori furono debitori dell’irriverenza e della preveggenza di questa coppia di autori così fuori dagli schemi. Ipocrisie, false morali, avidità, intrallazzi, meschinità, ce ne è per tutti. Anche se il tono resta leggero, i temi tratatti sono seri e più scaviamo in questo testo e più troviamo gemme e tesori. La Mondadori esce con una nuova edizione del libro, per i più giovani che hanno il privilegio di leggere questo testo per la prima volta. È divertente, grottesco, surreale, e paradossale per certi versi, certo nessuno si scandalizza più per l’arma del delitto (un fallo di pietra) che sicuramente negli anni ’70 creò un certo scompiglio, pur tuttavia l’umanità nel suo substrato più profondo resta la stessa, e la modernità di questo libro ci accompagna ancora oggi con garbo e ironia, parole forse fuori moda, che caratterizzano però la torinesità nel suo intimo più profondo. Che Anna Carla Dosio divenne, grazie anche a Jacqueline Bisset che la interpretò nel film omonimo di Comencini, il sogno proibito di mezz’Italia maschile, fa forse sorridere, oggi consumiamo tutto con così grande velocità che non si può non guaradre con tenerezza e con rimpianto a quegli anni, forse idealizzati per alcuni, ma sicuramente vivi e vitali.