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:: Recensione di Il demone bianco di Bernard Minier (Piemme, 2013) a cura di Stefano Di Marino

25 febbraio 2013

biancoNon capita tutti i giorni di leggere un thriller ben strutturato, ben condotto e che valga il prezzo sempre molto alto considerati i tempi di quasi venti euro. Il demone bianco è un thriller francese che soddisfa perfettamente l’appassionato (anche se è un lettore uomo e non una lettrice di Elle il cui giudizio trionfalistico viene ripetuto più volte nella cover come se fosse un libro di narrativa femminile). Siamo pur sempre nell’area coperta da Grangè, la Vargas e Thrillez ma l’approccio, il ritmo narrativo e diversi twist nella soluzione sono più che accattivanti. Già l’immagine del cavallo appeso tra le nevi all’estremità di una teleferica in un impianto nei Pirenei ha qualcosa di malsano, intrigante. Che poi nelle vicinanze ci sia quello che una volta veniva definito ‘manicomio criminale’ con l’equivalente svizzero del dottor Lecter, un apparente Mad Doctor e la sua assistente simil Ilsa confermano che ci troviamo in una storia di grande attrattiva. Servaz, poliziotto cittadino, pantofolaio, incasinato ma insofferente alla burocrazia, all’autorità e al potere costituito, comincia con la collega della gendarmeria Ziegler un’indagine che, malgrado le accuse dei superiori, un po’ prende sottogamba. Fa male perché quasi subito viene trovato il DNA del pazzo che pure sembra recluso senza speranza in fondo alla sua cella e due guardiani della centrale dopo una poco convincente testimonianza si dileguano. Intanto Diane Berg, psicologa amante del suo mentore e decisa a farsi strada da sola, arriva distaccata all’ospedale psichiatrico, accolta eufemisticamente con freddezza. Subito qualcosa la colpisce. Qualcosa di spaventoso. C’è del marcio in quella clinica. In tutta la valle, si direbbe perché pochi giorni dopo ecco un altro omicidio rituale. Questa volta tocca a un farmacista, componente di un gruppo di ‘amici da una vita’ di cui fan parte anche il sindaco e altri notabili. L’indagine assume connotati sinistri quando il sospetto tocca gli stessi poliziotti, i magistrati si mostrano stupidi e arroganti e compaio figure del passato. Soprattutto il folle omicida fornisce un indizio. La pista di un gruppo di giovani suicidi di molti anni prima  conduce a una colonia, di quelle per ragazzi poveri. E Servaz comincia a guardare quelle valli, quelle montagne innevate con sempre maggior  timore. Le sente echeggiare di antiche crudeltà, di crimini impuniti, di un odio cieco e irrefrenabile. La morte del cavallo è stata solo l’inizio e la storia procede rapidamente e piena di colpi di scena. Come dicevo un ottimo thriller, sebbene sia convinto che il genere abbia i suoi tempi e , dopo le 350 pagine, comincia a mostrare un po’ di stanchezza. Di sicuro un’ottima lettura e una lezione per molti che si cimentano nel genere senza averne comprese realmente le meccaniche. Io sono convinto che potremmo sfornare anche noi  romanzi di questa qualità se gli autori ponessero un po’ più di attenzione alla confezione del prodotto rispetto al loro ego e gli editori non avessero la pretesa di volere dai nostri narratori opere simili a successi stranieri e, alla fine, promuovessero come si deve il prodotto nostrano. Strategia che avviene in Francia ma qui sembra completamente assente dalle logiche del marketing.

Il demone bianco – Bernard Minier-Piemme-19,50 euro

:: Recensione di Trappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino (Fratelli Frilli Editore, 2013)

22 febbraio 2013

trappolaTrappola a Porta Nuova di Rocco Ballacchino, edito nella collana Tascabili Noir di Fratelli Frilli Editore, rientra a pieno titolo nella categoria di opere a carattere regionale in cui una città, in questo caso un’ estiva e torrida Torino, assume un’importanza rilevante per l’azione diventando essa stessa personaggio.
Frilli ha seguito questo criterio con un certo entusiasmo facendoci conoscere la Genova di Bruno Morchio, e di Claudio Bo, la Milano di Adele Marini, la Mantova di Antonio Caron, portandoci in somma in giro per l’Italia, un’Italia in noir, in cui attualità, trame poliziesche, e caratterizzazione geografica, costituiscono il carattere distintivo.
L’attualità è anche al centro di questo romanzo torinese, in cui Facebook, popolare social network con cui bene o male tutti abbiamo avuto o abbiamo tuttora a che fare,  assume un ruolo di catalizzatore di eventi.
Le cronache dei nostri giorni sono piene di eventi a volte drammatici legati a questa realtà virtuale che non sempre resta tale. Virtuale e reale si intrecciano e a volte può succedere che si commettano crimini, che vanno dallo stalking all’omicidio.
Se dunque il punto di partenza è interessante o quanto meno di stretta attualità, gli sviluppi sono abbastanza consueti. Rocco Ballacchino utilizza questo spunto come filo conduttore di una vicenda un po’ complicata  che inizia da un incontro tra due utenti di Facebook, Daniele e Marzia, che si danno appuntamento a Porta Nuova un pomeriggio d’estate.
Non si conoscono, se non tramite scambi di messaggi; Daniele non ha mai visto neanche una foto di questa donna ma sogna il possibile grande amore, l’incontro che ti cambia la vita. Marzia “Bambi” Paolini non arriverà mai a Torino, Daniele la aspetterà inutilmente al binario 13, conscio di poter essere anche vittima di uno scherzo, di un innocuo raggiro.
Ma la realtà è molto più drammatica. La donna è stata uccisa a coltellate e di questo delitto il maggior sospettato è lui.
Le domande che si susseguono sono tante. Chi l’ha uccisa? Chi ha ideato un piano così diabolico da scaricare la colpa su di lui? Quale nemico Daniele ha, nascosto nell’ombra, ma così implacabile? Daniele non ha scelta, deve scoprire la verità.
Il protagonista, Daniele, piuttosto sprovveduto all’inizio, con una vita monotona e noiosa trascinata tra casa e lavoro, è il classico uomo qualunque, che l’unica volta in cui tenta qualcosa di non consueto, di diverso dal solito, finisce per cacciarsi in un guaio più grande di lui, in una caccia all’uomo dove la sua ingenuità e la sua inesperienza dovranno essere ben presto messe da parte se vuole avere una speranza di avere ragione del nemico che ha ideato questa trappola a suo danno.
Una certa estraniante irrealtà, dovuta forse anche al tema trattato e alla precisa caratterizzazione psicologica del protagonista, indebolisce un po’ la narrazione anche se lo stile è per lo più scorrevole, descrittivo, venato anche da un certo umorismo, molto torinese, molto understatement. Solo qualche inciampo nell’ utilizzo di vocaboli che sinceramente non avrei utilizzato.

:: Recensione di Doglands di Tim Willocks (Sonda editore, 2012)

20 febbraio 2013

Doglands.ai

“Qua dentro? Io pensavo che le Doglands fossero libere e selvagge, montagne, fiumi, alberi e spazi aperti”.
“Anche quelle sono le Doglands”.
Ma io le ho viste, le ho odorate, le ho sentite”.
“Lo so. Perchè le Doglands sono qui” Argal sollevò una zampa massiccia e la poggiò sul petto di Furgul. ” Nel tuo cuore. Ogni cane dal cuore libero conosce le Doglands, poco importa se siamo animali da compagnia, vagabondi o prigionieri. Portiamo le Doglands dentro di noi, ovunque andiamo”.
Furgul cominciò a capire. ” Anche nella morte?”
“Soprattutto in quel momento; ecco perchè la morte non mi avrà mai”.

Doglands di Tim Willocks, edito da Sonda editore e tradotto da Simone Buttazzi, è un romanzo incredibilmente evocativo che racconta le avventure, narrate in prima persona, di un lurcher, Furgal, un incrocio tra un levriero e Argal, un mitico cane senza razza, che attraverso il suo sguardo puro e onesto sul mondo, sulle ingiustizie che lo limitano, sulla forza della libertà, del coraggio, dell’amicizia, porta noi umani a riflettere sul rapporto uomo-natura, sul nostro mondo, sull’intima natura di noi stessi. La letteratura per ragazzi spesso riserva sorprese anche ai lettori adulti, come in questo caso, soprattutto se l’autore del libro è Tim Willocks, scrittore e psichiatra britannico, conosciuto forse ai più per i suoi romanzi noir come Bad City Blues e Re macchiati di sangue. Doglands è, e resta, un romanzo per ragazzi, che potete tranquillamente far leggere dagli undici anni in su, ma anche gli adulti sono invitati a leggerlo, magari assieme ai loro figli. Il ritratto che potrei definire psicologico di Furgal non è pura invenzione, l’autore si basa sull’osservazione del comportamento e delle reazioni di diversi cani che non ha “posseduto”, ma che l’hanno accompagnato nella vita. L’abilità e la sensibilità di Willocks gli hanno permesso di trasformare queste esplorazioni in letteratura, e questa è la sensazione prevalente che ci accompagna addentrandoci in questa epica canina. La vita di Furgal dalla sua nascita “irregolare” a Dedbone’s Hole, un allevamento di greyhound da corsa più simile ad un campo di prigionia, alla sua epica lotta per la libertà, alla ricerca delle mitiche Doglands, e la liberazione di sua madre e dei suoi, viene narrata dall’autore con un’ attenzione profonda verso le esigenze e le necessità di questi animali, capaci di sentimenti profondi, di riconoscenza, lealtà, fedeltà, amore sia verso i Grandi, ovvero noi umani, che verso gli appartenenti alla loro specie. La loro natura selvaggia, indomita, a volte feroce, piegata alle esigenze umane, pure da coloro che amano sinceramente gli animali, è analizzata con lucidità e obbiettività, ricordando a tutti noi che i cani non sono giocattoli da regalare a Natale ai propri figli, sopprimendo la loro natura, castrandoli per renderli più docili, obbligandoli a tradire il loro istinto e la loro natura altra da noi per compiacerci in cambio di una ciotola di croccantini. Il rispetto per queste creature complesse e meravigliose riflette il rispetto che noi umani abbiamo per noi stessi e questa lezione etica e morale, emerge da queste pagine forte e senza compromessi. L’avidità, l’egoismo, l’insensibilità, di molti spezza il legame profondo che ci lega a questi nobili compagni di viaggio, capaci di arrivare a sacrificare la loro vita per amore dei padroni anche quando spesso non ce lo meritiamo. Chi ha avuto un amico a quattro zampe o chi tuttora divide la sua casa con queste creature, leggendo questo libro avrà modo di imparare a conoscere meglio sia loro che se stesso. E questo rientra appieno nell’intento educativo e formativo di questo romanzo, da alcuni definito un capolavoro. Consiglio a chi fosse interessato di leggere la recensione di Beppe Sebaste scritta per l’Unità disponibile sul suo blog http://beppesebaste.blogspot.it/2013/01/il-plus-umano-dellanimale-doglands-di.htlm

:: Segnalazione di Cuore cavo di Viola Di Grado (EO, 2013)

20 febbraio 2013

Cop Cuore Cavo DefIn un romanzo coraggioso e sorretto da una scrittura formidabile per originalità e poesia, Viola Di Grado racconta la storia di un suicidio e di ciò che lo segue. Una folgorante invenzione della vita dopo la morte: la nostalgia, l’amore, la frequentazione “fantasmatica” delle persone care, la solitudine e l’incomunicabilità, in un aldilà cupo e ribollente, senza pelle e senza sensi, dominato da una natura crudele, che sfalda i corpi, ma anche da una vita ostinata che a questa morte si sottrae. Si rimane seriamente scossi da questa lettura, in cui Di Grado conferma appieno la sua unicità. Un romanzo che fa paura: la disgregazione dei corpi, la sopravvivenza dell’“anima”, la tristezza e il rimpianto per la vita che non riesce a ricomporsi ma continua a incedere e spiare, vagando in un mondo deserto ma affollato, dove i vivi non possono più vederti e sentirti ma i morti restano all’erta, impauriti, in ascolto. Un romanzo sulla morte e sulla “vita-dopo-la-morte” innovativo e conturbante, la conferma evidente di uno dei maggiori talenti della narrativa di questi anni.

Viola Di Grado ha venticinque anni. È nata a Catania e ha studiato lingue e filosofie dell’Asia orientale a Torino e Londra. Il suo primo romanzo, Settanta acrilico trenta lana, libro-rivelazione del 2011, è stato premiato con il Campiello Opera Prima e il Rapallo Carige Opera Prima ed è stato già tradotto in otto paesi.

:: Un’ intervista con Antonella Boralevi a cura di Giulietta Iannone

20 febbraio 2013

i baciGrazie Antonella per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Antonella Boralevi? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a te! Credo molto nella Rete perché è un luogo di libertà e mi piace il tuo lavoro.
Punto di forza: la fiducia. Nella vita, nelle persone. E la tenacia. In generale, a chi lavora con me, dico sempre che la mia regola professionale è :”No, non è una risposta”. Credo che si possa ottenere quello in cui si crede, se si ha la tenacia di crederci.
Punto di debolezza: sono sensibile, troppo. E’ vero che è la radice e la ragione della mia scrittura ma… capita di rimanere ferita.

Come è nato il tuo amore per i libri? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?

Ho cominciato a leggere a 5 anni, i libri dello scaffale più basso della biblioteca di casa. Da “8 giorni in una soffitta” a Jules Verne, Stevenson, Sir Walter Scott, Dickens. Ho letto, senza capirci nulla, credo a 8 anni “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, che era stato riposto da mia madre nello scaffale sbagliato. Amo profondamente gli scrittori che sanno raccontare e che ti portano dentro te stesso. “Guerra e pace” di Tolstoj è il mio libro della vita. Poi Katharine Mansfield, Edith Wharton (“La casa della gioia”) , Henry James (“Daisy Miller” “Pupilla e tutore”), Scott Fitzgerald (“ Tenerta è la notte” “Di qua dal paradiso” e “Taccuini” ), Salinger (“Racconti” e “Franny e Zooey”)  Leggo l’Orlando Furioso da anni.

Sei un’autrice di romanzi, racconti, saggi, sceneggiature. Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mia nonna Ottavia mi raccontava ogni  sera una favola. Ero molto piccola ma adoravo la magia di quei momenti. E soprattutto, ero affascinata dalla storia, volevo sapere come sarebbe andata a finire. Per questo scrivo storie che hanno sempre qualcosa da dire, e detesto gli scrittori contemporanei che scrivono romanzi sul loro ombelico. Io voglio raccontare la vita vera di personaggi che ti buchino il cuore.

Hai portato in televisione talk show di approfondimento. Ti piacerebbe curare una rubrica sui libri? Che idee originali apporteresti al programma? Perché è tanto difficile parlare di libri in tv?

Perché non si deve parlare di libri ma “con i libri”. Facendo vivere le storie e i personaggi mentre si parla di attualità. Che è quello che ho fatto io, da “Uomini” a “Linee d’ombra”, a “Capitani coraggiosi”.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo per Rizzoli, I baci di una notte. Mi piacerebbe parlarne con te. Innanzitutto, lo definiresti un romanzo d’amore?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile. Che invece accade. Scoppia nell’arco di una notte sola, ma cambia la vita per sempre.

Cosa ti ha ispirato a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

L’immagine forte di due vite destinate a non incontrasi mai. Perché su fronti opposti, come l’ ’Italia di adesso: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri.

Perché secondo te è così difficile parlare di sentimenti, in un libro, come nella vita?

Nei miei romanzi, i sentimenti sono al centro.  Scrivo per aprire il cuore del mio lettore. Scrivo perché chi mi legge scopra nel mio romanzo una parte di sé, e trovi quello di cui ha bisogno.

Puoi riassumere il tuo libro, toccandone i temi principali?

“I baci di una notte” è la storia di una passione impossibile, ma reale, che scoppia nell’arco di una sola notte, la notte del Capodanno 2012, tra due ventenni che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, perché appartengono a due mondi opposti. Santina è la figlia di un cassaintegrato siciliano, è una anima bella, è coraggiosa e sa trovare la gioia in ogni cosa che fa. Sigieri è bello, ricco, marchese, annoiato, destinato alla finanza a Londra. Santina e Sigieri si incontrano la notte di Capodanno in un rifugio perso tra la neve a Cortina, per una serie di coincidenze del caso, e vivono una scena di erotismo assoluto che però diventa fusione dell’anima.
La notte che tutte le donne, credo, vorrebbero vivere.

Utilizzi uno stile particolare in cui il registro poetico si sovrappone a quello prosastico. Pensi che la poesia sia il modo migliore per parlare d’amore? Se non è una domanda troppo personale, quali poesie ritornano più spesso nel corso della tua vita?

Cerco di scrivere per dare emozioni. Amo Wisława Szymborska.

Nei primi capitoli ci presenti i due protagonisti Santina e Sigieri. Due ragazzi che non potrebbero essere più diversi. Cosa li unisce?

Santina e Sigieri sono l’opposto. Persino i loro nomi rimarcano la loro distanza siderale. Eppure si uniscono. Una sola notte li cambierà per sempre. E nessuno dei due sarà mai più lo stesso.

Poi l’incontro, a cui segue una scena d’amore abbastanza forte. Perché hai scelto un’ambientazione così poco romantica come un bagno, e hai unito aggressività e tenerezza?

Perché la passione è questo. E’ forza assoluta. Inarrestabile.  E’ coraggio di darsi tutto all’altro. Ma ogni volta, come fa Sigieri, chiedendo. E ogni volta, come fa Santina, dicendo sì.

Parlaci dei personaggi secondari del libro: l’amica Gessica, Amerigo, Virginia, l’autista Condorelli, la proprietaria del rifugio. Un modo contrapposto: i ricchi da un lato, egoisti, crudeli, infelici e dall’altro la gente comune, più umana se vogliamo.

“I baci di una notte” racconta l’Italia di adesso. E’ indubbio che le persone semplici hanno più valori, e che i privilegiati sono viziati e cinici. In generale. Ma poi c’è il doppio finale, doppio colpo di scena.
Il romanzo, per me, deve raccontare vite. E i personaggi di contorno sono fondamentali. Ne “I baci di una notte” ciascuno ha un carattere e ciascuno, dall’inizio alla fine del romanzo, cambia. Gessica è realista, sa che “quelli come loro non guardano quelle come noi”, ma poi troverà anche lei una promessa d’amore. Condorelli, l’autista, è buono e triste, e sarà meno triste. La famiglia che prepara la festa per i clienti ricchi ha dentro le dinamiche di tante famiglie, e spesso ti fa sorridere.

Quale è o sono le tue scene preferite in I baci di una notte?

La scena in cui, al rifugio, Santina si perde nella contemplazione del gruppo dei belli e ricchi, e di colpo, al suo tavolo di fortuna accanto al gabinetto, si presenta Sigieri. E la scena d’amore. Tutta. Tutte le 30 pagine. E’ una scena in cui l’erotismo diventa passione.

Il personaggio più difficile da scrivere e perché? Il più semplice e perché?

Tutti i personaggi sono arrivati subito. Tutti completi e veri. Ho scritto “I baci di una notte” in 4 settimane, di fila, senza dormire e mangiare, quasi.

Perché hai ambientato la storia a Cortina? In che modo questo luogo ha influenzato la tua scrittura?

Conosco Cortina da quando sono nata. E’un luogo a parte. A Cortina sei fuori da tutto e tutto può succedere.

Infine per concludere, ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Al lancio di “I baci di una notte”. La storia della passione di una sola notte tra Santina e Sigieri, che cambia la loro vita per sempre, urla dentro di me che vuole essere raccontata a più persone possibile!

:: Recensione di Da qui all’eternità di James Jones, (Beat, 2012) a cura di Viviana Filippini

20 febbraio 2013

es da qui all'eternita _Layout 1Dimenticate le medaglie al valore militare. Dimenticate l’eroismo dei soldati impegnati in azioni di guerra stile Salvate il soldato Ryan, perché quello che troverete in Da qui all’eternità, ripubblicato in versione integrale dalla Beat edizioni, è un disarmante ritratto della fragilità umana di uomini arruolati nell’esercito in tempo di pace, nell’ attesa di una guerra che loro non sanno quando e se mai arriverà. Questo è il primo romanzo di Jones pubblicato nel 1951, un libro che ottenne immediato successo di pubblico, tanto che l’anno seguente vinse il prestigioso premio “National Book Award” e nel corso del tempo è entrato a far parte della classifica dei 100 romanzi di maggiore importanza letteraria del XX secolo. Da qui all’eternità è un romanzo di guerra, ma tra le sue numerose pagine non c’è la battaglia sul campo,  perché quella che Jones ci racconta è la faida tra uomini nella base di Schofield, sull’isola di Oahu, nelle Hawaii. I principali personaggi sono Robert “Prew” Prewitt e il suo superiore, il sergente Milton Warden. Il primo è un trombettiere di talento ed ex pugile che non ha la minima intenzione di tornare a combattere, visto che  l’ultima volta che lo ha fatto ci è quasi scappato il morto. L’altro, è un freddo sergente dai modi di fare beffardi, innamorato della donna di un suo superiore e animato da un profondo senso di giustizia. I due soldati  sono entrambi delle teste calde e non a caso durante la narrazione non perderanno occasione di cacciarsi nei guai per la troppa cocciutaggine che li caratterizza (Prew disobbedirà ai suoi superiori, sarà coinvolto in una inchiesta con l’accusa di omosessualità e finirà nella  prigione militare a tutti nota con il nome di “Palizzata”). Accanto a loro ci sono i tanti altri soldati della compagnia che non incarnano la tipica immagine del militare  eroico, tutto coraggio e solidità morale. Quelli usciti dalla penna di  Jones sono uomini semplici, fragili e quotidiani che cercano in ogni modo di evadere dalla monotonia esistenziale imposta dalle regole dell’esercito, rifugiandosi nell’alcool e tra le braccia delle prostitute dei bordelli presenti sull’isola hawaiana. Tra loro emerge il mingherlino, ma combattivo  Maggio, un italoamericano di Brooklyn. C’è il caporale Bloom, un giovane uomo in perenne lotta esistenziale per le sue origini ebraiche e con l’irrisolto rapporto con la propria sessualità, e che dire dello scapestrato Jack Malloy, così colto e intellettuale da essere sempre in prigione. In queste Hawaii del 1941, primo attore è un’umanità derelitta e non a caso solo alla fine la guerra arriverà a toccare le già precarie vite dei protagonisti, per la precisione quando i “Jap” – così l’autore nel libro definisce i giapponesi recuperando lo slang americano degli anni’40 – bombarderanno Pearl Harbor. In questo romanzo Jones racconta la vita in ambiente militare evidenziando tutta la volubilità e le insicurezze dei soldati protagonisti della vicenda. Ciò che colpisce è il fatto che indipendentemente dal grado militare ognuno dei personaggi agenti dimostra delle debolezze e tormenti interiori che rendono questi uomini in divisa umani e fallibili. Da qui all’eternità sarà pure ambientato nelle meravigliose isole delle Hawaii, ma il senso di ribellione,  di colpevolezza uniti alla violenza psicologica  e fisica subìta e perpetrata dai vari protagonisti sono un disarmante ritratto di una generazione derelitta e sfinita che vorrebbe solo vivere liberamente. La versione edita dalla Beat è quella integrale senza tagli e censure riportata alla luce nel 2009 da Kaylie Jones, la figlia dell’autore che rivelò l’esistenza del manoscritto originale del padre, dove erano presenti tutti i tagli imposti a Jones dall’editore Scribner, il quale ritenne lo scritto troppo “ricco” di  parolacce e di scene di sesso omosessuale, troppo scandalose per l’America perbenista degli anni’50. Da ricordare anche la produzione nel 1953 dell’omonimo film vincitore di ben 8 premi Oscar, realizzato dal regista Fred Zinnemann. Traduzione dall’inglese per l’edizione Beat  di Chiara Ujka.

James Jones (1921-1977) fu arruolato nel 1939 nell’esercito americano nella 25a Divisione Fanteria, poco prima delle scoppio della Seconda guerra mondiale. Di stanza alle Hawaii, Jones combatté poi nella guerra di Guadalcanal. Nei suoi lavori letterari  di fama mondiale – Da qui all’eternità e La sottile linea rossa – ha raccontato la quotidianità, le atrocità e le conseguenze della guerra.

:: Segnalazione di Fratello buono, fratello cattivo di Matti Rönkä (Iperborea, 2013)

19 febbraio 2013

fratelloTraduzione dal finlandese di Cira Almenti

Il libro – Viktor Kärppä, “l’uomo con la faccia da assassino” e il cuore diviso tra le radici sovietiche e la sua nuova vita a Helsinki, ha chiuso con il crimine da quando il socio Ryškov ci ha rimesso la pelle. E a parte qualche giro di contrabbando si accontenta di una piccola impresa edile che offre lavoro nero ma ben pagato agli immigrati dell’Est. Ma quando una partita di supereroina semina la morte in città, i sospetti ricadono su suo fratello Aleksej, l’irreprensibile ingegnere che stanco di fare la pedina di un sistema corrotto a Mosca lo ha raggiunto a Helsinki a caccia di soldi facili. Sotto il fuoco incrociato della polizia e della mafia russa, a Viktor non resta che riaprire le porte della sua vecchia vita e infiltrarsi nella cupola di San Pietroburgo: chi ha osato sfidare i boss del narcotraffico? Comincia così una nuova indagine del romantico faccendiere frontaliero sospeso tra la nostalgia dello sradicato e le cicatrici di un torbido passato nel KGB. E che muovendosi al confine di due epoche e due mondi ci proietta in una Finlandia sconosciuta, terra di frontiera fatalmente segnata dalla parabola sovietica, puzzle etnico dalle mille anime in cui i problemi di identità portano il peso e le ferite della storia.

L’autore – Matti Rönkä (1959), nato nella Carelia finlandese, giornalista e volto noto del telegiornale della rete di Stato, ha ottenuto con “L’uomo con la faccia da assassino” (Iperborea 2012) uno straordinario successo in patria e nei numerosi paesi in cui è stato tradotto, aggiudicandosi tra gli altri il Gran premio finlandese per la letteratura poliziesca (2006), il Key Glass come miglior giallo nordico dell’anno (2007) e il Krimi Preis in Germania (2008).

:: Recensione di Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, (Edizioni della Sera, 2012)

18 febbraio 2013

NZOScrivo davanti a una finestra aperta. E’ prima sera, aria di primavera che sale su dalle gemme dei pini, come gocce di resina da respirare. Che bisogno ho dei deodoranti ambientali? Mi basta aprire le finestre, ancora  troppo presto per le zanzare, abbastanza avanti nel tempo perché non entri più il freddo di un inverno che è stato lungo e troppo cattivo. Solo profumi, tanti profumi che si confondono insieme e diventano un unico aroma nella primavera romana, un’ essenza che galleggia in questo ponentino leggero che la porta fino dentro casa mia, fino a poggiarla sul cuscino dove stanotte ancora la respirerò. 

Roma per sempre – Storie quotidiane della città eterna di Marco Proietti Mancini, edito da Edizioni della Sera, è un libro particolare e se vogliamo anche difficile da definire. Non è un romanzo tradizionale, non è una raccolta di racconti, non è una guida turistica, non è un saggio. E’ qualcosa di diverso e originale più simile ad un diario in cui storia personale e coordinate geografiche si intrecciano rendendo una città, Roma, indiscussa protagonista. Le sfumature autobiografiche sono comunque prevalenti: l’autore parla di sé, di ricordi di infanzia, di esperienze di vita adulta, della sua famiglia, dei suoi amici e racchiude tutto nel macrocosmo che è Roma, madre, amante, figlia, sorella. L’approccio è sanguigno, umorale, quint’essenza di tutta la “romanitudine” che Marco porta con sé; riflessioni intime si alternano a battute goliardiche, dando vita e libero sfogo ad una capacità espressiva strabordante che accoglie il lettore come un amico a cui si vogliono confidare le esperienze di una vita: ciò che si è imparato, ciò che ci ha reso migliori, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò che ci ha resi felici. Le vie, le piazze, i quartieri di Roma in cui l’autore scorrazza in scooter, con il suo Angelo custode alle spalle, romano pure lui, fanno da scenario ad un turbinio di passato e presente, di oggi e di ieri scandito in 39 frammenti narrativi, alcuni racconti a parte, come la storia d’amore tra il giornalista e la sua amata Giuliana, altri schegge di vita, in cui la lingua colloquiale e immediata, a volte impreziosita dal dialetto, sempre comprensibilissimo, instaura un canale di comunicazione preferenziale tra autore e lettore. La Roma degli anni 60, del teatro delle marionette, che in realtà erano burattini, dei chioschi dove si compravano le bibite o i palloncini, dei cinema d’oratorio dove le ragazze erano da una parte e i ragazzi dall’altra, dei pantaloni corti e delle interminabili partite di pallone, si sovrappone alla Roma di oggi, forse più anonima, multietnica, in cui vecchie trattorie sono state assorbite da catene di grande ristorazione, ancora caciarona, forse più ricca, ma certo non più felice. Storie nelle storie, in cui brevi scampoli retorici vengono sommersi da una sincerità e un’ autenticità verace, a tratti non mi vergogno a dirlo, commovente. La puttana da cui il protagonista compra un sorriso, il baccalà con patate, l’Armanda, Er Quagliaro, tutto si sussegue sotto i nostri occhi, quasi prendendo vita, acquistando una precisa identità. E il padre dell’autore Benedetto, meriterebbe un romanzo a sé. E non è detto che Marco Proietti Mancini non ci abbia pensato. Dettagli minimi che acquistano importanza, illuminati da continui rimandi, in cui la tenerezza si alterna alla malinconia, il riso al pianto. Ci si diverte, si imparano cose su una città immensa e spudorata, si impara a ridere della morte, della povertà, della malattia, perché non c’è tempo di essere tristi. La vita è troppo breve, troppo simile per tutti. Un romano a Milano vi farà ridere di gusto, l’ultimo ricordo dell’autore della madre vi strapperà un po’ il cuore ma dopo tutto chiuderete il libro con un sorriso. Ne sono sicura.

:: Un’ intervista con Valerio Varesi a cura di Viviana Filippini

16 febbraio 2013

rivoluzBuona giornata Valerio, piacere di averti qui a Liberi di Scrivere per raccontarci come è nato Oscar Montuschi, l’ex partigiano protagonista del tuo ultimo romanzo Il rivoluzionario edito da Frassinelli. Prima di addentrarci nelle maglie della storia  narrata raccontaci un po’ di te cosa fai, che musica ascolti e l’ultimo libro letto?

Sono redattore di Repubblica e lavoro a Bologna. A parte i libri, amo la montagna, i paesaggi innevati e correre. Ascolto soprattutto cantautori italiani e l’ultima opera che ho letto è Obbedienza e libertà di Vito Mancuso. 

Dopo aver scritto racconti , noir e gialli, cosa ti ha spinto ad affrontare la Storia dell’Italia del’900 attraverso il romanzo?

In realtà avevo già scritto libri non gialli come Le imperfezioni, Il paese di Saimir e il poco conosciuto Labirinto di ghiaccio. I temi che affronto nei miei noir sono abbastanza vicini alle problematiche sociali raccontati nei romanzi storici. Nel caso de Il rivoluzionario, sono partito dall’analisi dell’oggi: com’è che siamo finiti nella crisi più nera dopo il ’29? Nel libro cerco di ricostruire la decadenza dai grandi ideali post bellici fino all’avvento del liberismo economico che ha anteposto l’economia alla costruzione politica del mondo, il valore di scambio al progetto sociale.

Cosa o chi ti ha ispirato la trama de Il rivoluzionario?

Ho attinto all’esperienza di un amico, Antonio Ferri, che ha percorso l’itinerario di cui prima parlavo all’interno del mondo di sinistra e mi ha fornito parecchio materiale. Poi mi sono documentato bene, ho studiato il periodo mischiando personaggi storici a personaggi di fantasia. Non ho la pretesa di essere totalmente oggettivo, ma penso di aver afferrato il senso di una parabola ideale ed esistenziale.

Quanto c’è di vero storico e quanto di finzione narrativa nel tuo ultimo lavoro?

La storia del periodo c’è tutta e anche i protagonisti, pur non essendo esistiti realmente, è come se lo fossero tant’è che molti mi hanno riferito di essersi riconosciuti nel romanzo. Il libro di per sé è sempre una rielaborazione della realtà e ne rappresenta l’essenza.

Il protagonista è Oscar Montuschi, un ex-partigiano, c’è qualcuno in particolare che ti ha ispirato il protagonista?

Sono tanti i personaggi della realtà che mi hanno influenzato a partire da mio padre ex partigiano. Direi che Oscar è la sintesi di una generazione. O di una parte di essa, quella più idealista e pervasa dalla voglia di cambiare radicalmente il mondo.

Oscar è un fervente sostenitore del comunismo puro- quello dell’uguaglianza sociale e della condivisione comune- ma questa sua fede nell’ideologia in che modo influisce sulla sua vita quotidiana?

Dopil crollo del comunismo reale, nel cui funzionamento non ho mai creduto, è rimasta in piedi l’esigenza di un egualitarismo travolto dalla follia neo-liberista che ci ha portato al disastro. Sul piano pratico, credo che la sinistra oggi non possa che essere riformista e forse rifarsi a Turati più che a Lenin. Ma ai tempi di Oscar, il sogno rivoluzionario era una speranza molto forte per le masse che ambivano al riscatto. Cosa resta di questa idea? Solo l’esigenza di un riequilibrio nel senso dell’uguaglianza e ciò che ad essa è legato, vale a dire un forte senso di libertà oggi negato in un mondo regolato dal denaro.

Rispetto al precedente romanzo – La sentenza, ambientato nel 1944- ne il rivoluzionario hai scelto un arco temporale che va dal dopo Liberazione fino ai primi anni ’80, quale è la funzione della trama narrativa che si sviluppa in un trentennio?

Direi quella di riassumere la nostra storia recente analizzandola dal punto di vista dell’ansia di cambiamento impellente di un uomo come Oscar. Una rilettura che mette in luce aspetti poco raccontati del nostro passato prossimo, come gli omicidi nelle piazze della polizia rimasta fascista, la realtà di un paese che non ha mai fatto i conti col ventennio mussoliniano e la perdita di identità ideale delle cooperative.

Perché Oscar sarà sempre definito da tutti i suoi comprimari letterari un rivoluzionario?

Lo è nel senso letterale del termine: uno che voleva rovesciare lo stato delle cose in Italia proseguendo la lotta di liberazione anche dopo il 25 aprile ’45. Poi, trascorso il ’48, questo sogno svanisce e la rivoluzione si fa trasformando il rapporto gerarchico tra lavoratori e padroni in un sistema dove tutti sono allo stesso livello, vale a dire quello delle cooperative. Quindi svanisce anche questa illusione e Oscar prova a fare una rivoluzione per davvero in Mozambico a fianco del Frelimo. Ma anche lì arriva lo scacco.

Italina, la moglie del protagonista, che ruolo e “peso” ha nella vita di Oscar e di tutto il romanzo?

Italina è una donna che ha una forte autonomia intellettuale e rappresenta l’alter ego di Oscar. E’ una donna emiliana di carattere forte che osserva la realtà su un piano più pratico e realistico rispetto a Oscar troppo preso dai voli ideologici. E come tale realizza la fusione tra il cristianesimo di base del frate dei poveri don Olinto Marella e l’ideale di comunismo. Tutt’e due sono al servizio degli umili a prescindere dalle divisioni teoriche.

Oscar e Italina hanno un figlio di nome Dalmazio, un giovane taciturno, introverso, con il quale Oscar sembra proprio non riuscire a relazionarsi. Cosa determina l’incomunicabilità tra padre e figlio?

All’inizio è una incomunicabilità legata alle assenze di Oscar, poi si trasforma in una contrapposizione generazionale con Dalmazio che rappresenta la generazione del ’68 e poi del ’77 che rompe col vecchio Pci. Dalmazio guarda a Mao quando il padre è ancora legato a Mosca. Nel ’77 bolognese è il sindaco Pci Zangheri che, d’accordo con Francesco Cossiga, chiama a Bologna i blindati. Poi, specchiandosi nella delusione del padre, Dalmazio si riavvicina al genitore in nome di quegli ideali di libertà e uguaglianza traditi dalla sinistra dei partiti.

Tra i pochi amici veri che Oscar ha, mi ha colpito Dozza il sindaco. Cosa rappresenta per il protagonista questa figura?

Dozza è una figura mitica di quella schiera di sindaci usciti direttamente dalla Resistenza e pervasi di grandi idealità. In loro c’erano il fervore politico, la capacità di stare vicino alla gente sentendone i bisogni e l’abilità nel gestire una città amministrandola nella miseria del dopoguerra. Un modello lontanissimo dalla politica di oggi.

Oscar assisterà impotente a delle impreviste trasformazioni del PCI, questi avvenimenti cosa determineranno in lui?

Il Pci si trasforma perché la politica non è solo idealità, ma anche realpolitik. La rivoluzione che sognava Oscar sarebbe stata un bagno di sangue come è accaduto in Grecia. Ma accanto a questo realismo politico, ci sono anche le meschinità e soprattutto una grande sconfitta culturale. Nell’avvento dei manager anche dentro le cooperative rosse, il cuore economico della sinistra, si misura appieno la sconfitta e la trasformazione che ha cancellato il movente ideale delle cooperative stesse omologandole. Dall’egemonia culturale gramsciana, si è passati all’egemonia sottoculturale del mondo rampante dell’economia dove cinismo, brutalità e inganno costituiscono la vera essenza del vivere sociale.

Il suo stato di delusione di uomo comune di fronte alla realtà politica italiana potrebbe essere visto come una rappresentazione di un atteggiamento comune di molti italiani contemporanei ad Oscar?

Per come è finita la vicenda italiana e per il tradimento di molte aspettative di miglioramento certamente Oscar rappresenta più di una generazione. Oggi la gente, oltre che di onestà, ha soprattutto bisogno di speranza e quest’ultima non può essere data solo da un buon welfare, comunque essenziale al vivere sociale. C’è bisogno di riprendere in mano la sorte del nostro vivere facendola confluire in un progetto di mondo che restituisca la speranza di miglioramento e questo può farlo solo l’idealità e la politica che ne è l’applicazione.

Da Bologna, Oscar decide prima di andare a Milano, poi in Russia e anche in Africa. Cosa lo spinge ad accettare questi incarichi che spesso mettono a repentaglio la sua vita?

La voglia di essere utile a una causa e l’ansia di modificare la realtà. Non ha potuto farlo in Italia, se non in parte, e cerca di farlo altrove. Consapevole che solo modificando gli equilibri globali si potrà cambiare anche nel proprio paese. In questo, Oscar, è molto moderno.

Alla fine Oscar pronuncia queste parole:«Verrà il tempo che gli uomini da cani torneranno lupi. Liberi e padroni di sé», concluse Oscar. Quella sera andarono a letto sereni. Sono da intendere come una speranza che non muore mai o come un avvertimento per le generazioni future?

Lui e Italina sono stati sconfitti dal tempo come persone, ma l’idealità resiste. In quest’accezione non sono degli sconfitti, ma le vestali che hanno custodito il fuoco che potrà riscaldare l’umanità nel futuro consapevoli che i tempi della vita umana sono più brevi dei cicli della storia. Solo quando gli uomini non saranno più fedeli e obbedienti come i cani, ma indipendenti e liberi come i lupi, ci potrà essere un vero riscatto.

Se Oscar vivesse ai giorni nostri, cosa penserebbe della situazione storica- sociale e politica dell’Italia?

Avrebbe una visione disperante di com’è ridotto questo paese nel culmine dell’egemonia sottoculturale berlusconiana. Ma vedrebbe anche la via per risorgere in quanto mai come oggi è prossima una deflagrazione sociale. Spero che tutto questo avvenga pacificamente come una presa di coscienza, un rimbalzo di moralità, e non in modo traumatico.

Sei già al lavoro con il nuovo romanzo che analizzerà un altro periodo della Storia d’Italia del ‘900 o stai scrivendo altro?

Sto scrivendo un altro episodio della serie Soneri, ma come dicevo prima, per me il giallo è ‘romanzo sociale’ e quindi non mi discosterò molto dai temi che sono solito affrontare. Il noir è un’indagine sull’oggi.

:: Recensione di I baci di una notte di Antonella Boralevi (Rizzoli, 2013)

15 febbraio 2013

i baci

I baci di una notte (Rizzoli, 2013) di Antonella Boralevi è un breve romanzo molto particolare, insolito sia per struttura narrativa, in cui il registro poetico ha una parte rilevante,  che per tematiche ed esiti. Se inizia come la più classica storia d’amore – una rivisitazione moderna di una delle fiabe più amate, archetipo di generazioni di sogni femminili, Cenerentola – gli sviluppi sono del tutto inattesi e si discostano grandemente dal tipico romanzo sentimentale. Sì, si parla di sentimenti e paradossalmente anche della negazione degli stessi, ma il fulcro della narrazione ci porta a considerare come l’amore entri nella vita di due persone, diversissime in tutto, per condizione sociale, sensibilità, aspettative, e rivoluzioni i punti di vista. Protagonisti di questo romanzo sono due ragazzi: Santina e Sigieri. Vent’anni. Niente che li unisca se non uno scherzo del caso, che li fa incontrare la notte di Capodanno in un rifugio di Cortina. Santina è una ragazza semplice, di modeste origini, nata in Sicilia. Una ragazza dei nostri giorni che ha toccato con mano gli effetti della crisi dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. La fabbrica è chiusa, solo cartacce trasportate dal vento al suo ingresso, e suo padre è una delle tante vittime: disoccupato, passa il tempo a giocare a carte con gli amici in cerca di un lavoro che non c’è. In cerca di un futuro, di una speranza per il domani Santina si trasferisce a Milano e qui lavora in un fast-food. Si accontenta di poco: vestiti presi a pochi euro nei grandi magazzini, la compagnia della sua migliore amica Gessica, con il ciuffo fucsia, il sogno di fare studiare il fratellino, bravissimo in matematica, e di incontrare l’amore, quello che ti cambia la vita, quello che ti da una ragione per esistere. Sigieri al suo opposto ha perso la capacità di sognare. La vita gli ha dato tutto, bellezza, salute, ricchezza ma non gli ha impedito di fare i conti con la noia, l’egoismo e il cinismo che contamina il suo ambiente, la sua famiglia, il suo intero mondo. Quando vede per la prima volta Santina, seduta ad un tavolo, in una festa privata in cui non dovrebbe stare, nei suoi poveri vestiti dozzinali, così diversa dalle ragazze che è solito frequentare, qualcosa scatta, l’istinto del predatore, o forse l’amore stesso anche se lui non se ne rende conto. L’avvicina per una scommessa crudele con un amico, più cinico e infelice di lui, e questo incontro sfocia in un atto d’amore, consumato sotto la fredda luce di un bagno, in cui tenerezza e aggressività si scontrano facendo dubitare alla ragazza stessa che sia stato amore. Ma non si abbandonano mai le persone che si amano.  E questa verità emergerà dolorosa nelle pagine seguenti fino al non scontato e imprevedibile finale.

:: Recensione di Il Mago e l’Imperatrice – Il volto nascosto di Messalina di Claudia Salvatori (Mondadori, 2012)

13 febbraio 2013

IlmagoelimperatriceL’anno scorso, nell’edizione economica degli Oscar Bestsellers, è tornato in libreria Il romanzo di Roma, curato da Valerio Massimo Manfredi, ciclo completo di nove romanzi che raccontano le storie più significative legate all’Impero Romano. Tra questi libri ho avuto modo di trovare Il Mago e l’Imperatrice – Il volto nascosto di Messalina di Claudia Salvatori e ho scelto di leggerlo soprattutto per scoprire un punto di vista controcorrente su questa donna dell’antichità, che fu imperatrice di Roma dal 41 al 48 d.C, da sempre demonizzata e descritta come quint’essenza della depravazione e della dissolutezza. Claudia Salvatori reinveinta probabilmente il personaggio, superando millenni di campagna denigratoria, e ci consegna il ritratto di una donna con una sua precisa valenza etica e morale, una sensibilità forse moderna, pensiamo solo alla sua avversione ai maltrattamenti contro gli animali che si svolgevano nei giochi del Circo, una precisa caratterizzazione psicologica, possibile vittima di una campagna diffamatoria orchestrata per ragioni politiche. Il Mago e l’Imperatrice è dunque una rivisitazione romanzata della vita di Messalina, che parte dalle poche righe lasciate da Tacito, e in un gioco di specchi tra reale e immaginario fa quello che da sempre la letteratura è chiamata a fare: sonda gli estremi limiti del possibile. L’originalità e se vogliamo il fascino principale di questo romanzo, che si discosta in maniera netta da molte ricostruzioni storiche seppur fedeli che ho avuto modo di leggere, è racchiuso nello spirito che lo anima, nella autenticità e profondità psicologica con cui l’autrice descrive i personaggi che animano la scena, e se lo leggerete avrete modo di comprendere cosa intendo. Valeria Messalina giovanissima ragazza romana di umili origini, avendo sposato Claudio, lo zio di Caligola, alla morte di quest’ultimo diviene imperatrice di Roma. La madre di Messalina, Lepida, non ama la figlia e proprio la scelta di farle sposare Claudio, uomo mite e goffo da tutti considerato affatto brillante, rientra in questo scontro di volontà che segnerà profondamente la vita della donna. Ma Claudio non è però una persona mediocre, anzi è intelligente e sensibile, dotato di una profonda cultura e autore di libri di notevole valore. Mentre tutti gli eredi di Augusto e di Tiberio venivano uccisi perché non potessero ereditare il trono, proprio il basso profilo di Claudio gli permise di sopravvivere, non essendo visto da nessuno come una minaccia. Alla morte di Caligola, ucciso in una congiura di pretoriani, Claudio viene proclamato imperatore e così ha inizio uno dei periodi più interessanti dell’Antica Roma. Messalina ben lungi da essere la donna dissoluta che la storia ci ha tramandato è per l’autrice una ragazza gentile e intelligente, educata ad amare l’arte e la bellezza, interessata ai libri, che si circondava di mimi e ballerini in una tensione intellettuale che la rendeva una donna di fatto eccezionale per l’epoca. Saggia ed equilibrata divenne la più preziosa consigliera del marito che aiutava con sagacia in tutte le questioni più delicate del suo comando. Generosa, intuitiva, di animo delicato, amante della bellezza e grazie agli insegnamenti di Simon Mago attenta agli altri, questo emerge dal vivido ritratto che la Salvatori ci consegna restituendo dignità e considerazione ad una donna forse a torto pesantemente demonizzata dalla storia. L’unico sbaglio che fece, che le costò tutto, fu di mettere da parte Claudio risposandosi con un giovane patrizio romano, volendo regnare fino alla maggior età del figlio, questo permise ad Agrippina sorella di Caligola, nuova moglie di Claudio, di far nominare il figlio Nerone imperatore. Altro personaggio riabilitato dall’autrice è Simone di Samaria, conosciuto come Simon Mago, che predicava una religione molto simile a quella cristiana in opposizione con gli apostoli. Messalina seguì i suoi insegnamenti e un altro suo errore, o più che altro motivo per il quale fu odiata e vilipesa, fu la sua volontà che anche i Romani seguissero i suoi insegnamenti, per cui tutti sono uguali e hanno diritto alle stesse cose. Ma i tempi non erano maturi per accettare un tale rivoluzionario ribaltamento di privilegi e con il suo crollo finì anche il sogno di portare a Roma il regno dell’uguaglianza.

:: Segnalazione di La preda di Graham Hurley (TimeCRIME, 2013)

12 febbraio 2013

CopLaPredaLa preda di Graham Hurley
Traduzione di Valentina Pezzoni
TimeCRIME, in libreria dal 21 febbraio.

Secondo capitolo della serie che vede protagonista l’ispettore Joe Faraday.

L’assistente dell’ispettore Joe Faraday, Vanessa Parry, è morta in un incidente d’auto. Il suo funerale è l’amaro epilogo di un’altra settimana trascorsa in prima linea a combattere contro l’ondata di criminalità che sta travolgendo Portsmouth, nel Regno Unito. Anche l’ambiguo e apparentemente intoccabile detective Paul Winter deve fare i conti con un destino infausto. Ma in una città in cui l’unico linguaggio è quello della violenza e della corruzione non c’è tempo per il dolore. La polizia deve mettersi subito sulle tracce di uno stupratore seriale che aggredisce le proprie vittime mascherato da Paperino e indagare sulla scomparsa di un ginecologo che sembra essere stato inghiottito nel nulla, ma che ha lasciato dietro di sé un raccapricciante numero di donne orrendamente mutilate che adesso chiedono giustizia.

Graham Hurley è nato nel 1946 a Clactonon – Sea, Essex. Dopo una fortunata carriera come documentarista, ha deciso di dedicarsi interamente alla scrittura. La serie che ha per protagonista Joe Faraday, di cui La preda è il secondo episodio, dopo Il caso Maloney, consta al momento di dodici volumi e ha conosciuto un ampio consenso di critica e pubblico; France 2 ha prodotto una fortunata trasposizione televisiva di quattro romanzi della serie. Hurley vive e lavora a Exmouth, nel Devon, con la moglie Lin, i tre figli e un gatto.

«Se siete convinti, come lo sono io, che alcuni settori della nostra società siano al collasso, tenete presente che la prima testimone del degrado al quale si è giunti è la polizia. Perché è la polizia la prima ad avere a che fare con la rottura dei vincoli familiari, con gli orrori di un’educazione sbagliata, con la povertà e le ingiustizie che questa implica. Quello di cui sono testimoni oggi gli agenti di polizia è spesso lo specchio di quello che domani ci riguarderà tutti.» Graham Hurley