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:: La rivalsa delle scimmie, Aldous Huxley, (Gargoyle, 2014) a cura di Davide Mana

3 giugno 2014

larivalsadellescimmiewebEd era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”

È impegnativo, chiamarsi Huxley, e scrivere di scimmie.
Il 30 giugno 1860, il vescovo Samuel Wilberforce (noto ai suoi ammiratori come “Soapy Sam” – “Sam il viscido”) chiese a Thomas Huxley (noto ai suoi ammiratori come “il Mastino di Darwin”) se si considerasse un discendente di scimmie da parte di padre o di madre.
Si era in quel di Oxford, durante un dibattito sulle teorie di Charles Darwin.
Secondo i testimoni, Huxley mormorò “Ecco, Dio ha posto quest’uomo nelle mie mani affinché io possa farne ciò che voglio“, e poi rispose che non ne aveva idea di quale ramo della sua famiglia fosse scimmiesco, ma si sarebbe vergognato di più ad avere fra i propri antenati una persona che usasse le proprie doti per offuscare la verità.
Ottantotto anni dopo, il nipote di Thomas Huxley, Aldous Huxley, pubblicò una storia intitolata Ape and Essence, sulla quale l’ombra di quel confronto oxfordiano grava inequivocabilmente.
Distopico e pessimista, il libro – che ora viene tradotto e presentato al pubblico italiano da Gargoyle col titolo di La Rivalsa delle Scimmie – si apre il giorno dell’omicidio di Gandhi (il 30 gennaio 1948) e utilizza un espediente narrativo classico – quello del manoscritto ritrovato – per trasportare il lettore in un mondo post-apocalittico.
Una sceneggiatura mai realizzata e fortunosamente riscoperta descrive un mondo da incubo: le scimmie hanno cancellato la civiltà umana, scatenando una guerra termonucleare e biochimica.
Sopravvive la Nuova Zelanda, e da qui, un secolo dopo la caduta, una spedizione di scienziati si dovrà confrontare con ciò che adesso è il genere umano – un’orida dittatura religiosa che pratica una forma radicale di eugenetica, e che adora il demonio.
Nella scena culminante della sceneggiatura ritrovata, uno degli scienziati si confronta con il “vicario” a capo della comunità – in un duello intellettuale che ricorda da vicino quello fra Huxley e Wilberforce.
A fare da contrappunto alla narrativa principale, una serie di scene slegate mostrano diversi aspetti della civiltà delle scimmie, in una ferocissima satira della civiltà umana del ventesimo secolo.
La Rivalsa delle Scimmie è una storia feroce, ed in ultima analisi estremamente spiacevole – non c’è redenzione per l’umanità in questa storia, ed è palese che secondo Huxley è stato l’elemento scimmiesco, animale ed irragionevole a prevalere nell’evoluzione umana, tanto che la società dei babbuini descritta nel romanzo è alla fine indistinguibile dalla nostra.
Rispetto ai due lavori più vicini tematicamente nel canone fantascientifico, ne La Rivincita delle Scimmie manca l’elemento avventuroso che solleva il pessimismo de Il Pianeta delle Scimmie di Pierre Boulle, manca il positivismo che rende Genus Homo di Lyon Sprague De Camp una lettura divertente.
Opera considerata a lungo “minore” nella produzione di Huxley, La Rivincita delle Scimmie è un titolo indispensabile nella definizione della narrativa distopica, e merita una lettura – per quanto possa gettare il lettore in un lieve stato depressivo.

Aldous Huxley (1894-1963) è uno degli scrittori e intellettuali inglesi più im­portanti della sua generazione. Tra le opere più significative ricordiamo: Giallo Cromo, Punto contro pun­­to, Il mondo nuovo, Il tempo si deve ferma­re, Le porte della percezione e L’isola. Grande viaggiatore, soggiornerà in va­ri paesi, tra cui anche l’Italia, terra natale della sua seconda moglie. Dopo una lunga malattia, muore il 22 no­­vem­bre 1963, giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.

:: Rosso caldo, Patrizia Rinaldi (EO, 2014) a cura di Natalina S.

2 giugno 2014

rosso-caldo-di-patrizia-rinaldi-L-DtTZ3UFinalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.

Patrizia Rinaldi: vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011) e Mare Giallo (Sinnos 2012), e di numerosi racconti e novelle apparsi in diverse antologie. Nel 2012 le edizioni E/O hanno pubblicato Tre, numero imperfetto, il noir più votato dalla giuria popolare del premio Scerbanenco 2012, romanzo che è stato poi tradotto anche in inglese e in tedesco, e nel 2013 Blanca.

:: L’assassino scrive di notte, Elizabeth Daly (Polillo, collana I Bassotti, 2014) a cura di Giulietta Iannone

2 giugno 2014

assassinoL’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Con credenziali simili un po’ di curiosità è lecita, sebbene il suo nome non sia tra i più conosciuti, almeno in Italia. Per farsene un’idea la Daly esordì nel 1940 con Unexpected night edito in Italia nei classici del Giallo Mondadori con il titolo Notte d’angoscia n 812-1998, in cui per la prima volta apparve il personaggio di Henry Gamadge, giovane e coltissimo appassionato di libri antichi, detective dilettante alle prese con casi bizzarri che vedono protagonisti personaggi del bel mondo, ricchi e annoiati.
L’assassino scrive di notte ci porta a Underhill, vecchia villa di campagna poco lontana da New York, dove è ambientata la vicenda che coinvolge la proprietaria Florence Hutter Mason e lo stretto circolo di amici e conoscenti suoi ospiti. Qualcuno, sicuramente uno dei suoi ospiti, o dei suoi dipendenti, non escludendo tra i sospettati pure il giovane e sfaccendato marito, inserisce nella notte all’interno del dattiloscritto che sta scrivendo, (un romanzo d’amore), frasi minacciose che ben presto si scopre sono citazioni di autori famosi: Poe, George Herbert, John Ford e Christopher Marlowe.
Spaventata si rivolge al nipote Sylvanus Hutter, il quale contatta al suo club il vecchio amico Henry Gamadge invitandolo a Underhill per qualche giorno, per svolgere l’indagine e scoprire chi è il misterioso burlone, sempre che di una burla si tratti. Gamadge accetta, e subito capisce che lo scherzo non è così innocuo come sembra, e ben presto i suoi sospetti vengono confermati: Sylvanus viene trovato morto nel suo studio. La sua morte, svincolando il patrimonio, lascia Florence erede di un ingente patrimonio, mettendola ancora più in pericolo.
Ormai è chiaro che c’è un assassino in azione, una assassino spietato e deciso ad ottenere quello che vuole, che forse si nasconde tra i beneficiari dei sempre nuovi testamenti di Florence. Gamadge si ingegna, interroga i probabili sospetti, aiutando la polizia che brancola nel buio, ma non fa in tempo a scoprire qualcosa che l’assassino colpisce ancora, questa volta con il cianuro.
Tra testamenti, moventi riconducibili al denaro, (ma sarà solo il denaro il vero motore di questa storia assai intricata?), litigi, accuse, Gamadge si districa con la sua solita eleganza e nella conclusione classica per ogni mystery con tutti riuniti in una stanza a pendere dalle labbra dell’investigatore, scopriremo chi è l’assassino e tutti i retroscena del suo diabolico piano in cui anche la pazzia ci ha messo lo zampino.
Con stile scorrevole e una certa semplicità espressiva la Daly tesse una storia di faide familiari e intrighi, complessa e piena di vicoli ciechi, che si stempera in un finale piuttosto tradizionale. Punti forti del romanzo la simpatia di Gamadge, e lo spaccato sociale di un mondo in piena Seconda Guerra Mondiale, un mondo di ricchi naturalmente con appartamenti in città e ville in campagna, legati e lasciti, a volte vittime di matrimoni di interesse e quasi sempre di noiose conversazioni con cocktail in mano. Un mondo vano, inutile, in cui qualcosa stride ma mai abbastanza. Sempre avvolto da una nuvola rosa di leggerezza e superficialità. La Daly evidentemente parla di un mondo che consce bene e lo fa con una certa benevolenza, senza picchi di critica sociale, caratteristica che in un certo senso la accomuna alla stessa Christie, specie per l’attenzione alle strutture sociali dell’alta borghesia inglese di quest’ultima, accettate e mai messe in discussione.
Pur tuttavia la lettura è piacevole, scorre senza intoppi, divisa in capitoli preceduti da titoli ironici e esplicativi. Che il delitto non paga, è il tipico messaggio sotteso alla trama, che il denaro, a volte la vendetta, sono i moventi più comuni che spingono ad uccidere, persone anche apparentemente innocue e inoffensive, e un altro messaggio tipico di questi romanzi, in cui la figura positiva dell’investigatore si erge contro il crimine senza zone d’ombra tipiche del noir. Lieto fine naturalmente incluso, ristabilitatore di quell’ordine che il delitto incrina, anche se funestato da un senso di inevitabile tragedia che l’eroe protagonista non riesce ad evitare. Dunque sì affidabile, ma non infallibile. Buona lettura.

Elizabeth Daly (1879-1967) nacque a New York da una delle famiglie più in vista dell’alta borghesia americana dell’epoca. Dopo la laurea alla Columbia University, a partire dal 1904 insegnò per alcuni anni al Bryn Mawr College, che già aveva frequentato da studentessa. Il suo interesse principale fu il teatro, per il quale lavorò come autrice, produttrice e regista di compagnie amatoriali. Da sempre accanita lettrice di detective stories — uno dei suoi autori preferiti fu Wilkie Collins — intorno al 1930 cominciò a cimentarsi, inizialmente senza successo, nella stesura di gialli. Solo nel 1940, quando aveva già compiuto sessant’anni, diede alle stampe il suo primo romanzo, Unexpected Night (Notte d’angoscia), al quale fecero seguito altre quindici opere. Il personaggio principale, presente in tutte le sue storie, è Henry Gamadge, un raffinato bibliofilo con l’hobby delle investigazioni. Nel 1960, a poco meno di dieci anni dalla sua ultima fatica letteraria (The Book of the Crime, 1951), l’associazione dei Mystery Writers of America le assegnò il premio Edgar per l’insieme della sua produzione. Tra i grandi estimatori della Daly va ricordata Agatha Christie.

:: L’ombra dolce, Hoai Huong Nguyen, (Guanda, 2014) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2014

ombraBreve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da Les Éditions Viviane Hamy), ci porta nell’Indocina dei primi anni ’50, durante la prima guerra tra l’esercito coloniale francese e l’esercito popolare indipendentista di matrice comunista, capeggiato da Ho Chi Minh, pressappoco quando fu ambientato Un americano tranquillo di Graham Greene, romanzo che mi è venuta voglia di rileggere e recensire.
Vincitore di una sfilza di premi tra cui il Prix Marguerite Audoux 2013, il Prix Première-RTBF 2013, il Prix du Salon du Livre de Genève 2013, il Prix Lire Élire – Bibliothèques pour tous Nord Flandre 2013, il Prix littéraire Asie de l’Adelf e il Prix du premier roman de Sablet 2013, L’ombra dolce, pur sullo sfondo di un conflitto bellico tra i più sanguinosi, ma quale guerra non lo è, ci narra la delicata storia d’amore tra una giovane ragazza vietnamita Mai, e un soldato francese Yann, separati da differenze etniche ed economiche, ma nello stesso tempo uniti da quello che Goethe ebbe modo di definire affinità elettive.
I due giovani si incontrano ad Hanoï nell’ospedale militare di Lanessan, dove Yann si trova ricoverato e la bella Mai lavora come infermiera. Tutto dicevo sembra dividerli: la guerra, appena guarito Yann sarà rimandato al fronte, le famiglie, il padre di Mai ha destinato la figlia in moglie a un ricco uomo di affari di origini cinesi, e non accetterà certo di buon grado questa intemperanza della figlia più giovane, l’educazione, la razza. Ma l’amore naturalmente supera tutti gli ostacoli o almeno ha l’illusione di farlo.
Con grande delicatezza e con uno stile poetico molto peculiare, Hoai Huong Nguyen dunque ci parla di amore, di guerra, e di quanto il destino non preveda sempre un lieto fine anche alle storie che lo meriterebbero. La dolcezza del titolo sembra la qualità principale che arricchisce le pagine e dona a questo amore, narrato con profonda sottigliezza psicologica, la sua sottile carica eversiva e ribelle. L’amore dei due giovani infatti si eleva tra il frastuono delle armi come un canto di pace, un canto in cui la bellezza della natura (anche sotto le violente intemperie) fa da contraltare alla drammaticità di eventi e ripercussioni.
Se l’amore di Yann e Mai è destinato a un futuro lo scopriremo nelle ultime pagine di struggente malinconia e fascino di questo romanzo, pagine capaci di evocare nel lettore una partecipata empatia per le sorti dei protagonisti. Ma dopo tutto l’amore è una fragile forza, molto spesso destinata a soccombere, non prima però di aver cambiato nel profondo ciò che si credeva inevitabile. E questo è già di per sé un miracolo e l’autrice ha senz’altro il merito di trovare le parole giuste per descriverlo.

Hoai Huong Nguyen è nata in Francia da genitori vietnamiti. Il suo nome significa “Ricorda il paese” in riferimento allo sradicamento della sua famiglia. Di lingua madre vietnamita, ha studiato francese a scuola. Detiene un dottorato di ricerca in Lingue moderne su L’eau dans la poésie de Paul Claudel et celle de poètes chinois et japonais e ha già pubblicato due raccolte di poesie Parfums e Déserts. Attualmente insegna Comunicazione presso un IUT. L’ombra dolce è il suo primo romanzo.

:: Canti d’abisso, a cura di Alessandro Morbidelli, (Origami editore, 2014) a cura di Gaia Lanfranchi

31 Maggio 2014

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Non sempre il formato antologia riesce a soddisfare pienamente il lettore appassionato di un genere specifico. Spesso e volentieri, infatti, bastano un paio di racconti non all’altezza per lasciare l’amaro in bocca e così rimangono impressi più i demeriti che i meriti. Non è certamente il caso di Canti d’Abisso a cura di Alessandro Morbidelli, data alle stampe da Origami Editore, nuova realtà editoriale dedicata al mondo del fantastico. L’antologia è una raccolta di 23 racconti che spaziano dall’horror alla fantascienza claustrofobica, dal dramma psicologico al viaggio nei meandri dell’incubo, il tutto in un’ambientazione ben precisa, il mare, appunto, e con un elemento comune a tutti i racconti: un canto che è un lamento e insieme un grido cupo e profondo, proveniente dal mare. Quello che sorprende di questa antologia è l’alta qualità dei racconti, tutti molto diversi tra loro, ma dal notevole spessore letterario oltre che narrativo. Sono infatti scritti tutti molto bene e il piacere è quindi doppio: a storie solide si affiancano stili coerenti e mai scontati, adatti soprattutto a immergere, è il caso di dirlo, il lettore in queste tetre atmosfere. Dei racconti ne citerò solo alcuni, confermando che tutti sono di altissimo livello. L’antologia si apre con L’anomalia di Danilo Arona, un autore che non ha bisogno di presentazioni e che in questo caso torna a visitare i luoghi tanto cari ai suoi racconti come Montebuio, ormai luogo di culto per i lettori dell’horror italiano. Una storia breve rispetto alle altre, cupa e dal finale a sorpresa. La casa delle sirene di Nicola Lombardi è un morboso gioiello di narrativa horror. Una protagonista che ricorda i personaggi femminili del miglior Dario Argento e una vicenda che viene svelata con la lentezza di una lama che recide gli arti. Si prosegue con il curatore dell’opera che inserisce anche un suo racconto: nella prefazione quasi si scusa per averlo messo, ma noi gliene siamo grati perché in un unico racconto, Loro non possono cantare, Alessandro Morbidelli parla d’amore, di morte, di Venezia e delle figure carnevalesche delle marionette popolari, senza dimenticare la feroce critica al problema delle grandi navi e a quello della svendita della città alle multinazionali del turismo. Per stile, questo racconto è un brano jazz: forse il migliore dell’antologia. Antonio Piras con Una rotta per Asintote e Pelagio D’Afro con Nuota Maged omaggiano H. P. Lovecraft con uno stile fedele al grande e oscuro autore di Providence. Se Piras fa l’occhiolino alla produzione onirica del maestro, D’Afro si sposta sulle sponde del Mediterraneo toccando l’annoso problema delle traversate migratorie sui barconi della speranza. Parte come incubo horror e finisce come piccola perla di fantascienza: Alexia Bianchini con Avrei dimenticato regala ai lettori un viaggio da togliere il respiro, sullo stile di Olatunde Osunsanmi, l’autore de Il quarto tipo, così come senza respiro rimane di fronte all’abominio il sub protagonista di Quando il mare urla di Simonetta Santamaria. In Canti d’Abisso non manca niente: dal racconto di ispirazione gotica a quello introspettivo (Titanomachia di Serena Bertogliatti è al tempo stesso claustrofobico e lynchiano, una perla) fino a riusciti omaggi ai blockbuster fantascientifici cinematografici e ludici (Come ratti d’acciaio inossidabile di Gabriele Falcioni e Nella Zona Grigia di Alessandro Cartoni, dove non possiamo non sentire l’influenza di titoli come Alien, Pacific Rim, Gears of War e Fallout letti il primo in chiave ironica e il secondo sotto la lente di una problematicità etica e sociale), più riusciti omaggi al racconto storico avventuroso di William Hope Hodgson (Madre acqua di Lavinia Petti e L’ultimo viaggio del comandante Delgado Diaz di Angelo Marenzana). Chiude l’antologia un fulminante affresco di divinità e di citazioni a firma di Carlo Vanin, I funerali di nonno Kuma: se in un primo momento ci si può chiedere cosa c’entri questo racconto con gli altri, la scelta del curatore appare ovvia quando ci imbattiamo nella cornucopia di personaggi magici che rappresentano insieme mitologia e leggenda, superstizione e religione. Può Canti d’Abisso misurare la qualità della narrativa fantastica in Italia? Sicuramente sì. Il voto è alto.

Alessandro Morbidelli, classe 1978, architetto, designer, giornalista per il magazine Why Marche, esordisce nel 2010 con il noir “Ogni cosa al posto giusto” (Robin Edizioni). Sempre nello stesso anno cura l’antologia “Onda d’Abisso” (Orecchio di Van Gogh). Pubblica vari racconti su diverse antologie, accanto a nomi quali Carlo Lucarelli e Valerio Evangelisti e giochi di ruolo come “Project Octopia” (Wildboar Ediz.). Collabora al progetto Roma Noir per la Sapienza di Roma ed è membro della Carboneria Letteraria. Da maggio 2014 scrive per Sdiario, il blog di Barbara Garlaschelli.

:: Il bambino che parlava la lingua dei cani, Joanna Gruda, (EO Edizioni, 2014) a cura di Elena Romanello

29 Maggio 2014

bambinoSe c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Con toni che ricordano cosa raccontava sullo schermo dei bambini François Truffaut, l’autrice ci parla di Julek, figlio di attivisti comunisti polacchi, la cui nascita viene decisa dal comitato stesso, che cresce in Francia tra zii e comunità, gioca, vede la realtà dal suo punto di vista, si inventa la fama di parlare con i cani, vive sulla sua pelle rivolgimenti politici e la guerra, vivendo un momento unico e tragico della Storia del secolo breve, senza perdere per un attimo la voglia di sognare di un bambino e il suo punto di vista sul mondo degli adulti, lucido, disincatato e pieno di umorismo.
Scegliendo di raccontare non le grandi Storie degli adulti, ma la storia comunque non piccola e molto originale di un bambino, l’autrice fa rivivere la stagione di prima e durante la guerra in una prospettiva originale e interessante, senza pietismi e retorica, raccontando anche di quanto poteva essere difficile, triste ma anche splendido essere bambini in quell’epoca, perché Julek, questo piccolo uomo impertinente e simpatico, non si sente vittima né perseguitato, malgrado i pericoli e le limitazioni a cui è sottoposto, e vive la sua infanzia con senso della libertà e voglia di scoprire questo mondo che i suoi genitori vogliono cambiare e che non è il mondo migliore comunque in cui vivere.
Julek è un personaggio che conquista, uno dei tanti piccoli e piccole che dovettero magari crescere prima ma non per questo si sentirono defraudati di qualcosa, capaci anche a distanza di anni di ricordare con rimpianti i tempi tumultuosi della guerra, tra fughe, scuole, giri tra amici, scoperte. E dopo varie storie, reali ma tragiche, di bambini e bambine vittime della guerra, fa piacere leggere anche di chi è sopravvissuto alla guerra, in maniera rocambolesca, tra l’altro tenendo conto che la vicenda narrata è vera, e oggi Julek vive nel Quebec francese, dopo una vita che non ha cessato di essere avventurosa dopo la guerra, ed è capace di affabulare ancora con la sua storia, che ha affascinato sua nipote e non solo.
Il bambino che parlava la lingua dei cani è senz’altro un libro da consigliare ai più giovani, per dar loro una prospettiva diversa su un periodo storico su cui comunque ci sarà sempre da dire, ma è bello da leggere anche per chi è più grande, per ritrovare quello spirito di avventura e magia degli anni della preadolescenza, che poi sparisce di solito nella vita di ciascuno.

Joanna Gruda, è la figlia del protagonista di questo romanzo. Nata in Polonia, è arrivata all’età di due anni, in barca, a Trois-Rivière. Dopo aver studiato teatro e lavorato alcuni anni come attrice, è diventata traduttrice e redattrice. Il bambino che parlava la lingua dei cani è il suo primo romanzo, pubblicato in Canada con Les Éditions du Boréal.

:: Un anno dopo, Scott Lasser, (Einaudi, 2011) a cura di Valeria G.

29 Maggio 2014

978880619937GRADeve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?

Traduzione di Carla Palmieri

Molto si è scritto dopo l’11 settembre, e molto ancora si scriverà.
E’ obbligo morale ricordare e fare in modo che nessuno dimentichi la profonda ferita inflitta all’umanità durante i gravissimi fatti accaduti quel giorno, tuttavia, è un dovere altrettanto importante, non creare alcuna speculazione sul dolore causato a tutti gli innocenti vittime di tale gratuita violenza.
“Un anno dopo” scritto da Scott Lasser e pubblicato da Einaudi, ambientato nell’America post-attentati, affronta il tema dell’impotenza e del dolore che quel giorno funesto ha causato a tante persone. Il lettore viene coinvolto nelle misteriose vicende della famiglia Miller composta da: Kyle, quarantenne single impegnato a far soldi nella Grande Mela che perde la vita durante gli attentati al World Trade Center; Cat sua sorella, un matrimonio fallito, un figlio da crescere in solitudine, e un lavoro precario; Sam il padre dei ragazzi, vedovo di Ann, malato da tempo, reduce di guerra, si concede gli ultimi anni della sua vita in una località balneare californiana dove incontra una donna speciale.
Il romanzo narra di un viaggio, fisico e interiore: Sam, sente vicina la fine dei suoi giorni, tanto che chiede alla figlia di raggiungerlo in California per commemorare la morte di Kyle; nell’occasione, inoltre, ha intenzione di rivelarle un ingombrante segreto legato alla sua nascita.
Anche Cat ha dei segreti: poco prima di morire, Kyle le confessò di avere un figlio, e ora lei lo sta cercando disperatamente. Inoltre, teme di essersi innamorata.
Una storia ricca di sentimenti nella quale l’amore spinge i protagonisti al limite delle loro forze e nella quale il male e il bene percorrono lo stesso binario.
L’ autore, poi, intreccia abilmente, oltre che alle vicende dei protagonisti, temi di grande spessore quali: l’adozione, l’abbandono, la perdita, le guerre, la nascita e la morte.
La forma apparente di un semplice romanzo di circa duecentocinquanta pagine nasconde al suo interno riferimenti storici recenti e non, e numerose piccole verità che invitano a profonde riflessioni.
La struttura della scrittura è perfetta sotto l’aspetto della narrazione tra passato e presente, non vi sono passaggi difficili da interpretare, anzi, lo scrittore affidandosi alla semplicità delle parole e dei dialoghi, crea un romanzo fluido che affascina e cattura l’attenzione del lettore.

Scott Lasser ha scritto tre romanzi: Un anno dopo, Battle Creek e All I Could Get. I suoi saggi sono apparsi in varie riviste. Vive in Colorado con la sua famiglia.

:: Vintage dream, Erica Stephens, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

28 Maggio 2014

vintageTraduzione dall’inglese di Adria Tissoni.

In questi ultimi anni si sono moltiplicati nelle nostre città i negozi e i mercatini di abiti vintage, non solo per un motivo di risparmio (che non sempre c’è), ma anche per interesse e curiosità verso un passato percepito a volte come remoto ma che affascina, se non altro per l’originalità e creatività dei suoi vestiti.
Di abiti vintage e non solo parla Vintage dream di Erica Stephens, storia di due donne, una di oggi e l’altra di ieri, che si incontrano appunto grazie ai vestiti dei decenni passati e alla passione di restaurarli e metterli in vendita.
Amanda è una donna di oggi, sulla quarantina, ha un negozio di abiti vintage che le dà soddisfazioni ma anche qualche grattacapo e una relazione ballerina con un suo amore di ragazza che però è sposato con un’altra donna. Olive è una ragazza di inizio Novecento, che cerca un lavoro con cui realizzarsi fuori dal destino preordinato per le donne, e che adora la moda e il mondo dei grandi magazzini, in cui troverà la sua strada, dopo la morte prematura del padre e con il desiderio di avere la sua vita in mano.
Due storie di realizzazione femminile, con sullo sfondo la città di New York, uno dei posti mitici di sempre, da dove è nato molto dell’interesse per la moda vintage, e due storie raccontate con garbo, grazia, simpatia e originalità, per parlare di due modi diversi, tra ieri e oggi, di vivere la propria vita come donne, con tutti i problemi e le gioie del caso.
Non è un libro leggero o rosa, e nemmeno frivolo, come qualcuno potrebbe pensare: il vintage, importantissimo nella vicenda (e gli stimatori e stimatrice troveranno senz’altro ottimi spunti per le loro cacce al pezzo unico), è alla fine uno spunto per parlare di donne che cercano un loro posto al mondo, a vent’anni e cent’anni fa come Olive o oggi a quaranta come Amanda, tra aspirazioni, esigenze, problemi, senza cacce al principe azzurro e altre cose ormai anacronistiche, ma parlando di lavoro, affetti, amicizia, realizzazione, legami anche non tradizionali.
Non è un caso che Vintage dream sia piaciuto molto anche a Khaled Hosseini, autore de Il cacciatore di aquiloni, e non certo un autore frivolo e disimpegnato.
La New York di oggi, tra locali, negozi vintage e vita da single, è ben descritta e interessante, ma l’autrice dà il suo meglio quando parla della New York di Olive, questa città brulicante di vita e di tante etnie, dove tante giovani donne cercavano e trovavano una loro dimensione esistenziale: oggi molta di quella New York non esiste più, distrutta e cambiata da nuove costruzioni e ampliamenti, ma per molti è e resta mitica, soprattutto per chi l’ha vissuta e amata e qui ha trovato la sua strada e il suo universo.
Come Olive, ragazza di provincia che realizzerà i suoi sogni e che, tanti anni dopo, saprà ispirare ad Amanda la forza per continuare a credere in se stessa e in quello che fa.

Erica Stephens ha studiato a Berkeley e alla New York University. Vive a New York City con la sua famiglia.

:: Un’ intervista con Gaja Cenciarelli traduttrice di La casa della gioia di Edith Wharton (Neri Pozza, 2014)

28 Maggio 2014

la_casa_della_gioia_02_2_Edith Wharton è da me una scrittrice molto amata. Da L’età dell’innocenza a I ragazzi, è stata capace di scrivere libri con al centro straordinari personaggi femminili, specchio di un’ epoca e di una classe sociale precisa certo, l’alta società di fine Ottocento, inizi Novecento, ma capaci di descrivere sentimenti e aspirazioni moderne e senza tempo. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Gaja Cenciarelli, che ha tradotto per Neri Pozza, La casa della gioia, (The House of Mirth, 1905), epopea di Lily Bart, bellissima e sfortunata eroina, nella New York dei primi del Novecento, e avremo l’occasione di conoscere un romanzo così celebre e amato da una prospettiva privilegiata.

Benvenuta Gaja, e grazie di aver accettato questa intervista. Parleremo de La casa della gioia di Edith Wharton e cercheremo di ricostruire il percorso che ti ha portato a tradurre questo libro, bellissimo e nello stesso tempo tragico. Come è andata, come ti hanno proposto di tradurlo?

È stata Monica Pareschi, la curatrice della collana, ad affidarmi la traduzione di questo titolo. Non finirò mai di ringraziarla, sia per l’opportunità che mi ha dato, sia per il certosino lavoro di supervisione della traduzione.

Conoscevi già il romanzo? Avevi avuto modo di leggerlo già negli anni passati?

Ho letto La casa della gioia forse qualche decennio fa. Troppo presto. Quando l’ho tradotto mi sono resa conto della stupefacente attualità di certi temi affrontati dalla Wharton e della sua prosa moderna, sferzante. Un libro che mi ha toccato corde profondissime, un personaggio tra i più luminosi della letteratura.

La scelta del linguaggio è sicuramente stata una parte importante nella traduzione. Come hai operato nella scelta dei vocaboli?

Cercando di rispettare – come accennavo poc’anzi – la modernità dello stile della Wharton senza tuttavia trascurare il contesto storico-letterario in cui il romanzo è stato scritto. È stato complicato.

Lily Bart e la New York dei primi del Novecento. Sono una lo specchio dell’altra? In un certo senso la parabola distruttiva dell’eroina si contrappone all’evoluzione e alla crescita di una città, in quel periodo nel suo massimo fulgore?

Non so, non credo si tratti esclusivamente di questo. La Wharton conosceva bene la crudeltà dell’alta società newyorchese, dato che ne faceva parte, e l’ha ritratta impietosamente. Lily Bart, che sembra il centro attorno al quale ruota l’ammirazione di tutti, di colpo diventa una reietta solo perché non ha accettato i compromessi e la doppia morale dei potenti. Credo che l’alta società di New York [non la città di New York] e le Lily Bart dell’epoca siano inversamente proporzionali: più la prima prospera, più le seconde soccombono. Anzi, Lily Bart è il terreno su cui l’alta società fonda il suo potere.

Lily Bart è più vittima innocente o causa dei suoi mali? In che misura la società secondo te la condiziona?

Posso solo descrivere la mia reazione via via che traducevo: ho detestato visceralmente Lily Bart per i tre quarti del romanzo. La sua frivolezza, l’ambizione a far parte di un mondo ottuso e insensibile, il desiderio di contrarre un matrimonio senza amore solo per acquisire stabilmente uno status mi facevano venir voglia di prenderla a schiaffi. È vero, sembrava volere far parte a tutti i costi di quell’odioso ambiente, eppure.
Eppure, leggendo con attenzione, si capiva che ogni volta che si trovava a un passo dalla realizzazione del suo sogno, Lily mandava all’aria tutto.
La società, la famiglia l’avevano condizionata a credere di desiderare certe cose, ma quando ha avuto l’opportunità di essere solo se stessa, è diventata gigantesca. Inarrivabile.

Il libro inizia con un incontro. Lily Bart e Lawrence Selden si sfiorano e da questo momento in poi inizieranno a inseguirsi e lasciarsi. Cosa li trattiene dal dare un calcio al tutte le convenzioni sociali, alle aspirazioni economiche e all’ipocrisia del loro ambiente e a scappare insieme?

Tutto quello che ho scritto prima: l’educazione, la tradizione, i vincoli sociali e familiari, la paura di perdere tutto. Non era così semplice allora, come non è semplice adesso.

La Wharton è abile nel descrivere questa tensione che avrà la sua massima risoluzione nel finale, carico di rimorsi e di occasioni perdute.

Senza timore di essere smentita, a mio avviso questo romanzo è uno dei più belli di tutti i tempi, finale compreso.

Lily Bart non è un’ immorale arrampicatrice sociale, ha un suo codice etico, che conserva pur in una società dove vige la corruzione e l’inseguimento della ricchezza come fonte unica di rispetto e identità; codice etico forse personale, che in un certo senso la porterà alla rovina. E’ il suo essere indipendente, incapace di compromessi, la causa di tutti si suoi mali? O si trova davvero in un vicolo cieco, senza possibili vie di uscita?

Lily è una donna che rifiuta i compromessi, e li rifiuta proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di accettarli. Le vie d’uscita c’erano e le sono state proposte anche con una certa insistenza, ma è precisamente il suo rifiuto a fare di Lily Bart una figura letteraria magnifica.

E’ secondo te una eroina moderna? Ancora oggi le donne si trovano a dovere fare le sue scelte?

Certamente. È una donna dei nostri tempi. La stupefacente modernità della Wharton consiste proprio in questo: i suoi romanzi sono estremamente attuali, anche a distanza di più di un secolo.

La Wharton operò nella sua vita scelte contrapposte, abbandonò il suo ambiente per rifugiarsi nel sud della Francia. Secondo te nel libro c’è una sottile critica alle scelte del suo personaggio o è più la tenerezza che traspare dalle pagine?

Non vedo critiche a Lily Bart nelle parole della Wharton. Al contrario, è evidente il disprezzo – che culmina in pagine di autentica, brillante ironia: altra caratteristica più unica che rara nelle scrittrici del passato – nei confronti dell’alta società.

Lawrence Selden, pur amando Lily, la sottovaluta e la giudica incapace di scelte morali, arrivando quasi a disprezzarla. È l’ orgoglio di Lily il primo ostacolo al loro amore, o c’è dell’altro?

A me pare che il comportamento di Lawrence Selden non fosse proprio cristallino. C’è un continuo, doloroso scambio di parole e silenzi tra loro, ed è un gioco alimentato anche dallo stesso Selden.

Parlaci dei personaggi minori, come li hai caratterizzati? Su di essi si posa un’ombra negativa? Quali conservano una certa moralità e forza?

Per caratterizzare un personaggio, che sia minore o di primo piano, basta un aggettivo, un avverbio [pochi], un gesto minimo: ricordo, per esempio, il racconto intitolato The Wife of Bath e contenuto nei “Canterbury Tales” di Geoffrey Chaucer. Ma questo è opera dello scrittore. Al traduttore spetta la – non meno impegnativa – scelta dei vocaboli. Spero che la Wharton sia soddisfatta.
Credo che i personaggi che, alla fine della storia, conservano ancora una certa dignità siano senz’altro Lawrence Selden e la cugina – cara amica di Lily – Gerty Farish.

Ti ringrazio della tua disponibilità.
Grazie a te, a voi, e buona lettura.

:: I misteri di Wayward Pines, Blake Crouch, (Sperling & Kupfer, 2014)

28 Maggio 2014

I-misteri-di-Wayward-PinesI misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da Thomas & Mercer) e tradotto da Stefano Di Marino, primo volume di una trilogia che negli Usa ha già visto dare alle stampe il secondo capitolo Wayward, (fonti attendibili mi dicono che Stefano Di Marino sia già alle prese con la traduzione) mentre è in fase di stesura il capitolo conclusivo The Last Town, era un caso già prima di poterlo leggere, come sempre accade quando la tv entra in gioco e registi come M. Night Shyamalan (alla ricerca di un riscatto dopo una parabola di carriera un po’ in salita) e attori come Matt Dillon sono della partita.
La serie Wayward Pines, che presto vedremo anche da noi, nata sulle orme e sulle suggestioni di Twin Peaks di Lynchiana memoria, (ho visto il trailer e dai toni scuri e apocalittici sembra proprio che prometta bene), non è difficile auspicare che diventerà un successo, e curiosa come sono non ho potuto non leggere il primo libro da cui è stata tratta.
Dunque che dire, piuttosto spiazzante il rivelamento del mistero, solo un po’ circonvoluto, ci ho messo un po’ per mettere tutti i tasselli al loro posto e capire cosa dannatamente fosse successo, non per mancanza di chiarezza da parte del testo, (ottima la traduzione asciutta ed efficace di Di Marino) ma proprio perché tra sbalzi temporali e situazioni al limite dell’assurdo (ebbene sì c’è una buona parte di fantascienza, che rende il testo ibrido, non solo un thriller insomma). Detto questo la parte iniziale è ricca di fascino e suggestioni, angosciante quanto basta da catapultare il lettore in un mondo distorto ma apparentemente perfetto, (pini e montagne all’orizzonte, bambini che giocano, adulti che organizzano barbecue) dove l’unico elemento di disturbo sembra proprio il nostro protagonista, Ethan Burke, agente dei servizi segreti di Seattle, in visita nella bucolica Wayward Pines, sulle tracce di due agenti federali scomparsi Kate Hewson e Bill Evans. Pretesto narrativo ottimo per dare il via a una storia che assume sempre più contorni surreali e distorti.
Wayward Pines è troppo perfetta per essere vera, e già questo mette un senso di inquietudine al lettore che segue le vicende di Ethan Burke con un certo sospetto. Prima di tutto una serie di interrogativi sempre più in contraddizione l’uno con l’altro si sviluppano man mano che si procede nella lettura. Ethan Burke, coinvolto in un incidente stradale si sveglia lungo un fiume, ferito, senza memoria, senza documenti e senza cellulare e ben presto si rende conto che contattare il mondo esterno diventa del tutto impossibile. Nel suo vagabondare per la città incontra uno sceriffo, (inquietante quanto basta) un’infermiera, Pam, decisamente minacciosa, (incontrata in un ospedale fatiscente e deserto, dove lui sembra l’unico paziente), e poi la barista Beverly, l’unica che si dimostra amica e alleata, nella ricerca di una via d’uscita da Wayward Pines, cittadina che nel frattempo si scopre essere circondata da una recinzione elettrificata.
Non riuscire a mettersi in contatto con i suoi superiori e con sua moglie Theresa e suo figlio Ben accresce il senso di irrealtà che pian piano si insinua nella vicenda, ma Ethan Burke è testardo, e soprattutto vuole tornare dalla sua famiglia. Ci riuscirà? Lo scoprirete nei capitoli finali e scoprirete molto altro. Una parabola ecologista? Un memento a una società che viaggia verso la distruzione? I misteri di Wayward Pines è anche questo. Buona lettura.

Il suo blog: http://www.blakecrouch.com/

Intervista a Blake Crouch: qui

Blake Crouch è nato nel 1978 nel North Carolina. In America è autore di successo e campione di vendite. I diritti di traduzione dei thriller di Wayward Pines sono stati venduti in 20 Paesi.

:: L’amore in un giorno di pioggia, Gwen Cooper, (Sperling & Kupfer, 2014) a cura di Elena Romanello

27 Maggio 2014

gattiPer tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
La prima è Sarah, ex cantante punk degli anni Settanta, ora alle prese con una vita più tranquilla in cui non ha dimenticato il suo passato artistico, che la adotta e prende con sé, la seconda è la figlia Laura, avvocatessa di grido con una pena segreta nascosta nel suo cuore, dovuta proprio ad un’altra gatta, che subentra nella vita di Prudence quando Sarah muore di colpo.
Una storia raccontata dalle voci di Prudence stessa, gattina che guarda gli umani con curiosità e perplessità, e anche di Laura e Sarah, con sullo sfondo una New York insolita, quella dei quartieri popolari e del mondo artistico, su cui non si sa abbastanza, e su cui vengono svelate cose poco note, come la vergogna degli sgomberi arbitrari delle case con una scusa, in cui gli abitanti, colpevoli solo di non essere particolarmente abbienti, vedono sparire i ricordi di una vita, gli effetti personali e spesso anche gli affetti come i propri animali domestici.
L’amore in un giorno di pioggia rapppresenta l’ennesima ma non banale divagazione sul rapporto esseri umani animali, scegliendo un animale come il gatto, tranquillo, serafico, meditativo, ma capace di infondere pace e tenerezza. Un libro interessante, ricco di spunti sull’oggi e sulla vita di persone anche un po’ alternative e insolite qualche decennio fa, che non casca, e per fortuna, nel patetismo purtroppo presente in molte storie sui nostri amici a quattro zampe.
Prudence, piccola, curiosa e catalizzatrice di attenzione e affetto, riesce a cambiare la vita di Sarah per quel poco che le resta da vivere, e diventa il mezzo con cui Laura supera antichi dolori e si apre verso nuove prospettive di vita, dove non mancherà, per molti anni ancora, questa creatura speciale che sua madre le ha lasciato suo malgrado, o forse per qualche oscura ma gradita macchinazione del destino.
L’amore in un giorno di pioggia è un libro per tutti gli amanti degli animali, e dei gatti in particolare, ma anche per chi ama le curiosità e gli stili di vita insoliti, per chi è interessato alla mondo della musica indie a stelle e strisce degli anni Sessanta e Settanta, capace ancora oggi di suscitare collezionismo e passione, e per chi è interessato a tematiche sociali e a combattere contro le ingiustizie. Oltre per chi ama le storie raccontate con garbo e tenerezza, capaci di commuovere, divertire e far riflettere senza cadere nel patetico e nel melenso.

Gwen Cooper vive a Manhattan con il marito Laurence e i tre gatti Clayton, Fanny e Omero. Collabora con numerose associazioni no-profit e ha coordinato attività di volontariato a favore degli animali e dei bambini. Il suo primo libro, Omero, gatto nero, pubblicato da Sperling & Kupfer, è bestseller del New York Times ed è tradotto in 16 Paesi. www.gwencooper.com

:: Nel cerchio di Bernard Minier (Piemme, 2014) a cura di Giulietta Iannone

27 Maggio 2014

nel-cerchio1-185x300Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico, qui trovate la sua recensione), vincitore del prestigioso Prix Polar, edito in Francia con XO Editions , (per chi legge in lingua è già possibile trovare N’éteins pas la lumière, terzo episodio della serie), con cui esordiva l’anno scorso in Italia con Piemme, editore che propone quest’anno il suo secondo romanzo, Nel cerchio.
Sempre il comandante Martin Servaz della polizia di Tolosa al centro della scena, sempre l’ombra di un pericolosissimo serial killer tutto europeo a piede libero, deciso a colpire il protagonista proprio nei suoi affetti più cari. Nel cerchio (Le cercle, 2012) tradotto da Giovanni Pacchiano, è dunque un thriller tutta suspense, colpi di scena, depistaggi, con un buono scavo dei personaggi, una certa originalità di fondo (abbiamo un poliziotto, mancato scrittore, che cita i classici latini con una certa disinvoltura) un buon senso del ritmo teso e privo di tempi morti. Lo stile scorrevole rende leggibili le quasi 600 pagine, e il gioco di incastri, con finale più che conclusivo (dell’indagine in corso per lo meno) da il là a un nuovo capitolo della serie dove forse lo scontro tra poliziotto e serial killer troverà un epilogo definitivo.
Il romanzo ha inizio nell’estate del 2010, in concomitanza con i mondiali di calcio. Un’estate dannatamente piovosa, allietata da temporali, black out, e chi più ne ha ne metta. A Marsac cittadina universitaria ai confini dei Pirenei una giovane professoressa Claire Diemar, viene uccisa nella sua vasca da bagno, legata e con una torcia conficcata nella gola. Nella piscina della sua abitazione diverse bambole galleggiano aumentando il macabro scenario di questo delitto che vede un solo presunto colpevole: Hugo, allievo della vittima, trovato drogato e in stato confusionale nella casa. Se non che la madre di Hugo, Marianne, una vecchia amante di Servaz, una donna che vent’anni prima gli aveva spezzato il cuore abbandonandolo per il suo migliore amico, presa dalla disperazione trova il coraggio di farsi viva, telefonandogli e chiedendogli aiuto.
Tentare di scagionare Hugo diventa per Servaz quasi un dovere, soprattutto quando scopre un CD di Mahler nello stereo della vittima, indizio che sembra la firma di un serial killer evaso da un manicomio criminale, sua vera e propria ossessione. Poi arriva una mail, poi le iniziali del serial killer su un tronco di un albero. Servaz sembra non avere dubbi su chi sia il colpevole.
Ora come per tutti i thriller il buon gusto impone di non andare oltre a descrivere la trama, anche se devo dire che Minier gioca parecchio con il lettore mettendo in scena un vero spettacolo di ombre cinesi, gettando i sospetti su tutti i personaggi che via via entrano in scena, dal politico che aveva una relazione con la vittima, che prima fornisce un’alibi falso e poi non vuole (o non può) fornire quello vero, al migliore amico di Hugo ritratto dalle telecamere di sorveglianza di una banca mentre abbandona il pub dove avrebbe dovuto essere, al serial killer che gira indisturbato per Tolosa, con lo scopo unicamente di vendicarsi di Servaz. Insomma di presunti colpevoli ce ne è più d’uno, e grazie all’abilità dell’autore tutti plausibili, poi naturalmente starà all’acume investigativo di Servaz districarsi tra false piste, e depistaggi veri e propri, (come lo stesso lettore) e scoprire la verità, una verità sepolta nel passato, più dolorosa di quanto Servaz vorrebbe.
Dunque che dire, è un ottimo libro, scorrevole, capace di tenere alta l’attenzione, di un autore che forse si rifà ai temi di Grangè, abbiamo una città universitaria in una valle sperduta, una verità sepolta nel passato che emergerà grazie all’acume della squadra investigativa, una vendetta se vogliamo come motore dell’intreccio, e penso a I fiumi di porpora principalmente, ma questo senso di dejavu non è spiacevole, anzi è gestito con disinvoltura da Minier, che non perde in originalità e atipicità. Forse avrei gestito in maniera più sofferta il conflitto di interesse che vive il protagonista, che però non perde in integrità, ponendo il suo lavoro di poliziotto e la scoperta della verità davanti ai suoi interessi personali. Ben caratterizzato il personaggio della figlia Margot, che si butta a capofitto anche lei nell’indagine, rivelando iniziativa e intraprendenza. Consigliato.

Bernard Minier, nato e cresciuto nel Sud della Francia, ha lavorato per anni come doganiere. Ha esordito con Il demone bianco, grande bestseller in patria, vincitore del prestigioso Prix Polar e candidato al Premio delle lettrici di Elle – così come il suo secondo successo, Nel cerchio.