“Ed era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”
È impegnativo, chiamarsi Huxley, e scrivere di scimmie.
Il 30 giugno 1860, il vescovo Samuel Wilberforce (noto ai suoi ammiratori come “Soapy Sam” – “Sam il viscido”) chiese a Thomas Huxley (noto ai suoi ammiratori come “il Mastino di Darwin”) se si considerasse un discendente di scimmie da parte di padre o di madre.
Si era in quel di Oxford, durante un dibattito sulle teorie di Charles Darwin.
Secondo i testimoni, Huxley mormorò “Ecco, Dio ha posto quest’uomo nelle mie mani affinché io possa farne ciò che voglio“, e poi rispose che non ne aveva idea di quale ramo della sua famiglia fosse scimmiesco, ma si sarebbe vergognato di più ad avere fra i propri antenati una persona che usasse le proprie doti per offuscare la verità.
Ottantotto anni dopo, il nipote di Thomas Huxley, Aldous Huxley, pubblicò una storia intitolata Ape and Essence, sulla quale l’ombra di quel confronto oxfordiano grava inequivocabilmente.
Distopico e pessimista, il libro – che ora viene tradotto e presentato al pubblico italiano da Gargoyle col titolo di La Rivalsa delle Scimmie – si apre il giorno dell’omicidio di Gandhi (il 30 gennaio 1948) e utilizza un espediente narrativo classico – quello del manoscritto ritrovato – per trasportare il lettore in un mondo post-apocalittico.
Una sceneggiatura mai realizzata e fortunosamente riscoperta descrive un mondo da incubo: le scimmie hanno cancellato la civiltà umana, scatenando una guerra termonucleare e biochimica.
Sopravvive la Nuova Zelanda, e da qui, un secolo dopo la caduta, una spedizione di scienziati si dovrà confrontare con ciò che adesso è il genere umano – un’orida dittatura religiosa che pratica una forma radicale di eugenetica, e che adora il demonio.
Nella scena culminante della sceneggiatura ritrovata, uno degli scienziati si confronta con il “vicario” a capo della comunità – in un duello intellettuale che ricorda da vicino quello fra Huxley e Wilberforce.
A fare da contrappunto alla narrativa principale, una serie di scene slegate mostrano diversi aspetti della civiltà delle scimmie, in una ferocissima satira della civiltà umana del ventesimo secolo.
La Rivalsa delle Scimmie è una storia feroce, ed in ultima analisi estremamente spiacevole – non c’è redenzione per l’umanità in questa storia, ed è palese che secondo Huxley è stato l’elemento scimmiesco, animale ed irragionevole a prevalere nell’evoluzione umana, tanto che la società dei babbuini descritta nel romanzo è alla fine indistinguibile dalla nostra.
Rispetto ai due lavori più vicini tematicamente nel canone fantascientifico, ne La Rivincita delle Scimmie manca l’elemento avventuroso che solleva il pessimismo de Il Pianeta delle Scimmie di Pierre Boulle, manca il positivismo che rende Genus Homo di Lyon Sprague De Camp una lettura divertente.
Opera considerata a lungo “minore” nella produzione di Huxley, La Rivincita delle Scimmie è un titolo indispensabile nella definizione della narrativa distopica, e merita una lettura – per quanto possa gettare il lettore in un lieve stato depressivo.
Aldous Huxley (1894-1963) è uno degli scrittori e intellettuali inglesi più importanti della sua generazione. Tra le opere più significative ricordiamo: Giallo Cromo, Punto contro punto, Il mondo nuovo, Il tempo si deve fermare, Le porte della percezione e L’isola. Grande viaggiatore, soggiornerà in vari paesi, tra cui anche l’Italia, terra natale della sua seconda moglie. Dopo una lunga malattia, muore il 22 novembre 1963, giorno dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy.
“Ed era vostro nonno, oppure vostra nonna, ad essere una scimmia?”
Finalmente a casa. Ho atteso questo ritorno da un po’. Dopo le uscite di Blanca e Tre, numero imperfetto, Patrizia Rinaldi, scrittrice dal tratto indiscutibilmente raffinato e personale, ritorna ad impastare le mani nel sangue. Rosso Caldo, pubblicato come gli altri da E/O, continua la serie che vede la sovrintendente di polizia, Blanca Occhiuzzi, e gli inarrestabili compagni di viaggio, l’ispettore Arcangelo Liguori, il commissario Vincenzo Martusciello e l’agente scelto Peppino Carità, impegnati in due nuove indagini. In una primavera annunciata dal profumo di glicine e malvarosa ma bagnata dalla pioggia di un cielo imbrogliato, il commissariato di Pozzuoli è chiamato a scavare nell’animo, irrequieto e macabro, del seicentesco Palazzo de Pignatta. Una struttura che, oltre conservare la facciata non preoccupandosi del degrado interno, impettita come i signorotti dell’età, si erge in posizione di supremazia sulla piazza del popolino, ed insieme alla chiesa, agghindata di fregi barocchi, ricordano a tutti dispute ataviche dall’odore stantio. Ed è proprio l’odore una componente essenziale del romanzo che insieme ai rumori, ai sapori e alla ruvidezza, di cose e parole, conducono Blanca nella risoluzione dei casi. Ci si completa nella mancanza, come succede in amore, spinti a cercare la persona che contenga i granelli giusti, quelli che s’incastrano negli interstizi più fini, per dare solidità e robustezza al sentimento. Blanca manca nella vista. È ipovedente dall’età di tredici anni e da allora tiene calda una promessa che preme e fa scorrere il sangue, rosso e caldo, delle sue vene. Perché solo le passioni possono muovere le azioni, belle o brutte che siano. Cambiano solo le conseguenze. I sentimenti puliti riflettono e rinfrangono raggi che illuminano e riscaldano; quelli guasti penetrano e marciscono all’umidità dell’ombra ed è, solo, l’odore a riportarli alla luce. Con un’abilità straordinaria, l’autrice conduce noi lettori a bere l’amaro calice facendoci assaporare, poco alla volta, la parte meno buona e, talvolta, il fiele che ognuno di noi si porta dentro. Sono gli stessi personaggi a raccontarsi, a sfogare fragilità e pulsioni, impugnando, di tanto in tanto, la narrazione in prima persona come a richiamare una maggiore intimità con il lettore, scivolando in una confidenza che ci rende partecipi di una pena che è simile a quella di noi tutti, eterni mortali. Ci avvicina al suo sentire, Blanca, Patrizia. Un sentire che è donna, madre, figlia, sorella, amica, indagatrice, nel senso più nobile del termine. Un sentire che muta pur rimanendo identico a se stesso nell’attraversare uno spazio e un tempo. Come se il tempo fosse qualcosa di tangibile e si potesse attraversare. E forse lo è, tramite l’animo dei personaggi che da Blanca a Rosso Caldo passando per Tre, numero imperfetto, muta pur rimanendo lo stesso come una giostra che ritorna al punto di partenza portando con sé paure e risatelle della sfida contro la pesantezza o leggerezza del vento. Le sfide della vita. Molti lettori e scrittori hanno definito le opere di Patrizia Rinaldi: romanzi di genere assolutamente fuori dal genere. Ed effettivamente, i suoi, sono gialli in cui il colore serve a tingere le emozioni che lei stessa è in grado di descrivere in mille altri modi, attraverso l’uso di tutti gli elementi percettivi. Il giallo è lo strumento che le permette di indagare e penetrare tra le fessure del tempo, per giungere al punto in cui è avvenuta la rottura degli equilibri a dispetto di una scrittura straordinariamente equilibrata, in cui metafore, similitudini, allegorie trovano giusta collocazione senza mai urtare o stridere. Una scrittura che non è invasiva ma semplicemente morbida come una carezza che sfiora la passione che oltrepassa il confine e si colora di rosso, un rosso caldo.
L’assassino scrive di notte (Nothing Can Rescue Me, 1943), edito da Polillo nella collana I Bassotti e tradotto da Marisa Castino Bado, è un mystery classico, di un’autrice, Elizabeth Daly, vincitrice del premio Edgar per l’insieme della sua produzione (ben 16 gialli dedicati al personaggio di Henry Gamadge, bibliofilo con l’hobby del delitto) e con un’estimatrice d’eccezione, niente meno che Dame Agatha Christie, che la considerava la sua autrice americana preferita.
Breve romanzo d’esordio, poco più di 150 pagine, di Hoai Huong Nguyen, scrittrice e poetessa francese di origini vietnamite, L’ombra dolce (L’ombre douce, 2013), tradotto da Marcella Uberti-Bona e pubblicato in Italia da Guanda (in Francia da 
Se c’è un argomento che va sempre, e verrebbe da dire per fortuna, è quello relativo ai fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, con in particolare le vicende di sopravvivenza o annientamento del popolo ebraico. Un filone meritorio e interessante, dove però non è certo facile scrivere qualcosa di originale, ed è per questo che si distingue tra gli altri libri Il bambino che parlava la lingua dei cani, dell’esordiente in letteratura Joanna Gruda, canadese di origini polacche, che racconta l’infanzia di suo padre, ebreo e figlio di militanti di sinistra, tra Francia e Polonia.
Deve dirglielo. Quarant’anni sono troppi per tenersi un segreto, anche se alcuni potrebbero farlo. Di solito Sam non prova l’urgenza di dire la verità a tutti i costi. Che strana cosa la natura umana, sempre combattuta tra impulsi contraddittori, mentire o vuotare il sacco. Si domanda se per Cat sia davvero un male non sapere la verità. Non avrebbe modo di rintracciare il padre perduto, che è davvero perduto per sempre? Ma davvero lo si potrebbe chiamare un padre? È stato Sam a crescere la bambina, a occuparsi di lei, a darle un fratello, a condurre questo lungo esperimento di amore paterno. Ha scoperto, come tutti i genitori adottivi dovrebbero fare, che l’amore per i figli non fa differenze, che il sangue non conta. Quando un bambino è tuo, è tuo e basta, e non c’è nient’altro da fare?
Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni.
Edith Wharton è da me una scrittrice molto amata. Da L’età dell’innocenza a I ragazzi, è stata capace di scrivere libri con al centro straordinari personaggi femminili, specchio di un’ epoca e di una classe sociale precisa certo, l’alta società di fine Ottocento, inizi Novecento, ma capaci di descrivere sentimenti e aspirazioni moderne e senza tempo. Oggi abbiamo il piacere di avere con noi Gaja Cenciarelli, che ha tradotto per Neri Pozza, La casa della gioia, (The House of Mirth, 1905), epopea di Lily Bart, bellissima e sfortunata eroina, nella New York dei primi del Novecento, e avremo l’occasione di conoscere un romanzo così celebre e amato da una prospettiva privilegiata.
I misteri di Wayward Pines (Pines, 2012) di Blake Crouch, pubblicato ad aprile in Italia da Sperling & Kupfer (in America da
Per tutti gli amanti dei gatti, è tornata in libreria Gwen Cooper, con una nuova storia, felina e non solo, dopo le peripezie di Omero, gatto nero nella New York post 11 settembre: L’amore in un giorno di pioggia (da non confondere con l’omonimo titolo Garzanti di Sarah Butler, questo della Cooper è edito da Sperling) racconta la vita di Prudence, gattina con le zampine bianche come delle calzette, e delle due umane in particolare che entrano in contatto con lei dal momento in cui viene trovata abbandonata in una via di New York sotto la pioggia.
Dalla Francia arriva un nuovo autore da tenere d’occhio, per tutti gli amanti del thriller alla Grangè per intenderci. Si chiama Bernard Minier, e i più avveduti forse non si sono fatti scappare Il demone bianco, (da noi recensito da Stefano Di Marino, con toni più che lusinghieri anche da un punto di vista tecnico, 
























