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:: Tenerezza. La rivoluzione del potere gentile, Isabella Guanzini, (Ponte alle Grazie, 2017), a cura di Daniela Distefano

28 marzo 2017
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La tenerezza – con il suo corredo di affezioni tenaci, che sfidano i predatori e i prepotenti, i cinici e gli insensibili, i corrotti e i gaudenti a spese altrui – sta nell’ombra delle virtù civili e dei tempi forti della comunità.
E’ un integratore della vita privata, una tisana per il tempo libero.

Forse non siamo più capaci di appuntare nel nostro cuore la spilla degli affetti. Siamo presi da altro oramai, “quell’altro” che non vale oltre la vita ma che per molto tempo è la nostra ragione di vita: il successo, l’ambizione, il timore di cadere..
Il saggio “Tenerezza” di Isabella Guanzini è un regalo che dobbiamo fare alla nostra coscienza brutalizzata dalla noia della lotta quotidiana.
Siamo così stretti nell’armatura, nella corazza dell’indifferenza che non sappiamo più apprezzare le gioie della condivisione, della dolcezza, della compassione.
Ci stordiamo con il ritornello delle emozioni usa e getta. Non ci manca la leggerezza, ma l’appesantiamo con la superficialità.

Ci troviamo – almeno noi occidentali – in una costellazione sociale, culturale e tecnologica povera di tracce di una vita complessiva dello spirito: la nostra anima non ha più storia, non sa a che cosa affezionarsi.

Come recidere questa zizzania che cresce assieme al nostro grano buono?
Di chi è la colpa? Come si è arrivati a venerare l’alienazione e la distanza siderale tra un corpo e l’altro?
Un abbraccio è ancora il punto esclamativo dell’amore, dell’amicizia, della fraternità?

La rimozione sistematica della tenerezza reciproca dalla grammatica della vita crea un’insensibilità devastante per la qualità della convivenza:
in ogni civiltà, anche la più rispettabile e la più avanzata.

Contro l’immigrato, contro il profugo, contro l’omosessuale, contro la donna, poi contro noi stessi. Contro. E se fermentassero, fiorissero, sbocciassero come in primavera i sorrisi, le parole dette con gli occhi, il sentimento senza paura di rimanere sempre fregati?
Il rischio. Dobbiamo solo rischiare, agguantare la mappa dei nostri percorsi emotivi, e poi lasciarci andare, c’è Dio che supervisiona, ovunque.

Finché qualcuno ha il coraggio di invitare alla rivoluzione dell’amore e della tenerezza, abbiamo la possibilità di ricordare che è da lì che veniamo e lì siamo chiamati a dirigerci e a sostare.
Noi umani non abbiamo altro che questo per proteggerci dal freddo e dal buio che ci assalgono, in quei movimenti della coscienza che mettono in questione tutto.

Un saggio libro che ci conduce per mano alla lettura delle criticità della società di oggi. L’Occidente è in crisi ma ha ancora riserve visibili per sopravvivere alla notte dei pensieri mutilati.

Isabella Guanzini, nata a Cremona, è filosofa e teologa.
Ha insegnato Storia della filosofia e Teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano. Dal 2016 è professore ordinario di Teologia fondamentale dell’Università di Graz.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore, ringraziamo Matteo dell’ufficio stampa “Ponte alle grazie”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Piccola Orsa, Jo Weaver, (Orecchio Acerbo, 2016), a cura di Viviana Filippini

27 marzo 2017
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Piccola Orsa, tutta morbida e pelosa è la protagonista del libro Piccola Orsa di Joe Weaver, edito da Orecchio Acerbo. L’orsacchiotta non è sola, ma in compagnia di grande Orsa che vigila e protegge la piccoletta. Le due sono mamma e figlia e compiranno un viaggio attraverso le stagioni della natura. Dalla nascente primavera dove la vita si rigenera, alla calda estate nella quale è divertente cercare sfiziose bacche di cui cibarsi, fino all’autunno annunciato dalla partenza degli uccelli migratori per terre calde e lontane. Da ultimo arriva l’inverno con il suo gelido freddo e quelle tempeste improvvise che metteranno a dura prova la coppia protagonista. Mamma Orsa infatti metterà in campo tutta la sua esperienza e il suo fiuto per ritrovare la via verso la protettiva e calda tana. Il libro della Weaver, adatto per i bambini dai 4 anni in su, è una vero e proprio viaggio di formazione che ha per protagonista la piccola Orsa. Durante le camminate nei boschi e nella foresta, il piccolo mammifero, grazie all’aiuto della madre, non solo consocerà le stagioni, ma capirà quanto la vita sia fatta di momenti in cui si alternano gioie e dolori. Tutte prove che l’esistenza pone a chi vive e che servono a formare il carattere. L’autrice mette in campo in questo libro dei protagonisti animali, e non esseri umani, come a voler dimostrare che le situazioni dell’esistenza sono comuni e simili. Piccola Orsa e mamma Orsa, sono figlia e madre che accompagnano il lettore nelle pagine di Piccola Orsa e sono legate da un universale legame affettivo ed emotivo che le sostiene nell’avventuroso cammino della vita. Traduzione Carla Ghisalberti.

Jo Weaver si è diplomata in Children’s Book Illustration alla Cambridge School of Art, Oggi vive a Nord di Londra con con tredici pesci, alcune coccinelle e un compagno. Nel 2014 è stata finalista del prestigioso The AOI Illustration New Talent Awards, Piccola Orsa è il primo libro che ha scritto e illustrato.

Source: acquisto del recensore.

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:: Gruppo di lettura – Il libro di aprile

26 marzo 2017

Oggi sceglieremo insieme il libro da leggere per sabato 29 Aprile, che discuteremo qui sul blog.

L’orario è confermato dalle 18,00 alle 19,00. Poi chi vuole proseguire fin che gli impegni ce lo consentono.

Qui sarà aperto un sondaggio, ognuno può scegliere il libro preferito votando per i libri proposti. Quello con più voti sarà il libro di cui ci occuperemo questo mese.

Avviso che l’appuntamento di Maggio salterà, per fine maggio sarò all’estero.

Il libro scelto è: Il mio angelo ha le ali nere – Elliot Chaze, partecipate numerosi.

Appuntamento dunque al 29 Aprile!

:: Gruppo di lettura – Cuore di cane, Michail Bulgakov

25 marzo 2017

bulStoria di un bizzarro esperimento scientifico, che innesta su un cane randagio moscovita l’ipofisi di un uomo, il racconto denso di avventure ironiche e grottesche di un animale che scopre il mondo con la sensibilità di un essere umano. “Cuore di cane” fu scritto nel 1925, rimase inedito per decenni perché sequestrato dalla polizia segreta sovietica, venne ritrovato negli archivi del KGB dopo la morte dell’autore e finalmente pubblicato conquistò quindi l’apprezzamento dei lettori di tutto il mondo.

Michail Afanas’evic Bulgakov, nato a Kiev in Ucraina nel 1891 e morto a Mosca nel 1940, si laurea in medicina nel 1916.
Subito dopo è mandato a Nikol’skoe, nel governatorato di Smolensk, come dirigente medico. A questo periodo risalgono i racconti Appunti di un giovane medico, i cui manoscritti sono andati persi. Nel 1920 abbandona definitivamente la carriera medica. Ha ottenuto grande successo con il romanzo La guardia bianca del 1924, adattato per il teatro col titolo I giorni dei Turbiny. Dal 1929 al 1940 lavora alla sua opera più nota Il maestro e Margherita, pubblicata postuma nel 1967, e scrive alcune commedie, lavori di critica letteraria, romanzi oltre ad alcune traduzioni. Tuttavia la maggior parte delle sue opere è rimasta per molti decenni inedita.
Muore nel 1940, a soli 49 anni, ed è sepolto nel cimitero di Novodevicij a Mosca.

Dal sito ufficiale della casa editrice Voland

Appuntamento oggi, sabato 25 marzo, dalle ore 18,00 alle 19,00 per discutere del libro qui nei commenti al post. Partecipate numerosi.

:: Un’ intervista con Giusy De Nicolo

24 marzo 2017

swtGiusy, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. E’ vero che vivi a Londra in questo momento?

Grazie a te piuttosto. Sono pugliese, laureata in Lettere, ho un master in Mediazione familiare e ovviamente ho collezionato i lavori più diversi e improbabili: insegnante, operatrice di call centre, venditrice di pubblicità per una radio locale, educatrice in un centro diurno per minori in difficoltà, data processor… E sì, vivo in Inghilterra da quasi tre anni, in una cittadina a sud di Londra. Un posto a metà tra Paperopoli e Sleepy Hollow, ma molto, molto più freddo e buio.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Credo sia sempre stato lì, sin da piccolissima. Mi piaceva leggere e scrivere storie. Poi ovviamente costringevo genitori e sorella a leggerle. Per loro fortuna erano brevi.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Aiuto. Quanti ne posso elencare? Michail Bulgakov, Stephen King, Italo Svevo, Laurell Hamilton, Edgar Allan Poe, Christopher Moore, Luigi Pirandello, Shirley Jackson. E mi fermo. Ma tra due minuti mi dispererò per aver tralasciato qualche nome fondamentale.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

È una storia un po’ complicata. SweetDreams, il mio primo romanzo autopubblicato, nacque anni fa come feuilleton sul quindicinale con cui collaboravo. Nonostante l’azzardo, l’esperimento stava riscuotendo successo, senonché la rivista morì a seguito del cambio di proprietà con successivo tentativo di golpe. Una faccenda interessante, che magari poi ti racconterò. Comunque, il giornale sparì dalle edicole mentre la storia era ancora a metà e io mi dedicai ad altri due romanzi. Ma, vuoi perché nel tempo diversi lettori continuavano a dimostrarmi il loro affetto minacciandomi di ritorsioni cruente se non avessi concluso la storia, vuoi perché mi sembrava davvero un peccato, ho finalmente vinto la mia gigantesca pigrizia, rieditato, concluso e pubblicato da indipendente. Perciò direi che è stato tutto molto casuale e dettato dalla voglia di non abbandonare i lettori e vedere cosa sarebbe successo.

Hai pubblicato Echi di sangue, Apocalypse kebab con lo pseudonimo di J. Tangerine e SweetDreams. Ce ne vuoi parlare?

Echi di sangue è la storia di un comunissimo studente universitario con la sindrome del criceto, fuorisede a Bari, che dopo una serata di bagordi alcolici si imbatte in un vampiro, e da allora la sua vita sarà stravolta tra mafiosi albanesi, carabinieri con poco senso dell’umorismo e segreti mostruosi che sarebbe meglio lasciare sepolti.
Apocalypse kebab è un racconto di guerra, di alieni e d’amore ambientato in una Praga sull’orlo del collasso. Qui l’eroina più scazzata del mondo, per fermare l’apocalisse, dovrà uccidere il capo degli invasori. Solo che questi non solo è un ragazzo gentile e adorabile, ma ha anche delle ragioni più che valide per fare ciò che fa.
SweetDreams torna ai vampiri con una storia più corale, i cui personaggi principali sono, da una parte, Ivan, vampiro, guerriero e stratega, uno tosto e pericoloso ma con un debole per il musetto della nuova recluta, il quale si scopre al centro di una macchinazione che vuole stritolarlo; dall’altra parte ci sono Cataldo e Manuel, due nerd sfigatissimi trascinati nel conflitto dallo sciagurato interesse per il mistero dei vampiri.

Parli di vampiri. Scrivi storie horror, con sfumature umoristiche. Da Twilight in poi c’è stata quasi una saturazione del genere, declinato in tutte le salse dal romance, al new adult, all’ horror di stampo stokeriano. In cosa si differenzia il tuo stile?

Cerco di essere realistica, per quanto possa sembrare un nonsenso in una storia di succhiasangue. Mi sforzo di creare un mondo credibile, in cui i personaggi abbiano comportamenti e motivazioni sensate e coerenti. E mi piacciono i contrasti generati dalla collisione di universi all’apparenza inconciliabili, come quello dei vampiri con la vita di un ragazzo qualunque, il cui ricordo più terrificante fino a quel momento è stato il compagno di classe bullo che lo buttava nel cassonetto. Da ciò nascono le situazioni più spaventose ma anche i momenti esilaranti.

Perché secondo te la figura del vampiro affascina e continua ad affascinare? Che archetipo rappresenta?

Può essere il mostro puro, senza intelletto, governato solo dalla sete. Ma anche una creatura complicata e contraddittoria, che ha maturato saggezza e conoscenza ma al prezzo del dolore che una esistenza abnormalmente lunga comporta, che possiede qualità fisiche inumane di forza e resistenza ma non può sfuggire alle proprie passioni umane. Questo è l’archetipo che mi piace esplorare.

Quale è la tua parte preferita nel processo di scrittura?

La prima stesura, quando sono completamente ossessionata dalla storia e, se va davvero bene, me la vedo dipanarsi sotto gli occhi mentre scrivo. È uno stato di grazia.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi?

Già fatto, ma tutto sotto pseudonimo perché la mia compagna di merende non vuole apparire col vero nome. E se mi lascio sfuggire qualcosa mi strangola, mi dispiace. Però mi sono divertita come una pazza.

Hai una routine fissa di scrittura, una tazza portafortuna, una musica di sottofondo mentre crei le tue storie?

Scrivo sempre nella stessa stanza, con musica rock, punk o metal ad alto volume, e mangio, soprattutto cibo spazzatura. Tiro a cioccolata bianca, patatine e gelato. Una tragedia.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici a recensire autoprodotti?

Direi generalmente pacifico. Solo una volta mi sono trovata in mezzo a una rissa tra schieramenti diversi e a distanza di anni ancora non ho capito come ci sia finita. Ma finora i blogger che si sono occupati del mio lavoro mi hanno trattata bene. Con gli autoprodotti poi vedo che molto dipende dal genere. Alcuni blogger che si occupano di fantastico e horror parlano solo di romanzi pubblicati con Casa Editrice, altri solo di autoprodotti, alcuni non toccherebbero un libro italiano neanche con un bastone di due metri, altri il contrario. Chi non si pone tutte queste limitazioni mi pare siano le blogger che si occupano di romance. Mi sembrano più libere.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

Anni fa, mentre scrivevo il primo romanzo, sottoposi un racconto a un gruppo di lettura allora molto famoso. Si trattava di un lavoro a cui tenevo molto, che consideravo particolarmente riuscito. Dopo mesi di attesa ricevetti la risposta, una stroncatura completa. Fu una mazzata micidiale. Passai due giorni a piangere sui miei sogni infranti e su una bottiglia di primitivo di Manduria. E anche passata la sbornia non scrissi una riga per mesi. Quella volta ci sono andata davvero vicina. Poi un giorno ho deciso che, sì, va bene, chi se ne frega, a me piace troppo, e ho ripreso.

Che ruolo pensi svolgano i forum, i blog, i siti specializzati nel successo di un autore indie? Orientano e calamitano davvero le vendite?

Direi di sì. Si tratta sempre di cifre piccole, in rapporto al mercato italiano, ma una recensione positiva su un blog che gode della fiducia dei suoi lettori è importante.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Pure questa è difficile. Va ben, tre nomi totalmente diversi. Christian Frascella col suo Mia sorella è una foca monaca. Geniale, struggente ed esilarante, scritto benissimo. Claudio Vergnani, che con Il 18° vampiro ha inaugurato una serie di romanzi meravigliosa. Ha uno stile pulito, preciso e dissacrante, è un maestro. Tullio Avoledo. Il suo L’elenco telefonico di Atlantide è una spanna sopra i romanzi più acclamati degli ultimi venti anni.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Con incredibile ritardo, American gods di Neil Gaiman. È magnifico, ne sono innamorata.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Intanto grazie mille a te per il tempo che mi hai dedicato. E no, ancora non sto scrivendo. Sono ancora in fase di rimuginio furioso. Sto cercando di far combaciare i pezzi. Echi di sangue ha volutamente lasciato alcune domande in sospeso e alcuni dei lettori che lo hanno apprezzato mi chiedono da anni una seconda parte. Mi sembra giunto il momento di rispondere.

:: Il giardino dei musi eterni, Bruno Tognolini, (Salani, 2017) a cura di Micol Borzatta

23 marzo 2017
Giardino dei Musi Eterni

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Ginger è una gatta Main Coon a pelo semi lungo che si sveglia in un grande prato, che è il Giardino dei Musi Eterni, un cimitero per gli animali gestito da un Custode cattivissimo e menefreghista e dal suo cane Bestio, che pur non vedendo gli Animanimali, li sente e li percepisce.
Gli Animanimali, che fra di loro si chiamano Animan perché troppo lungo e complicato come termine quello completo, vivono in armonia, accogliendo i nuovi arrivati, tuffandosi nella pioggia e rincorrendosi tutto il giorno, per poi passare le nottate a cantare con le ranocchie che vivono nel fossato ai margini del cimitero.
Purtroppo però la loro vita viene stravolta. Infatti da qualche tempo alcuni loro fratelli spariscono nel nulla mentre il Custode continua a fare strane ricerche tra le tombe e i peluche che i bimbi umani portano con loro alla domenica, quando vanno a trovare le tombe dei loro piccoli amici, sembrano quasi prendere vita e diventare cattivi.
In questa atmosfera inquietante Ginger, insieme a Orson, Ted, Trilly e Mama Kurma, creerà un gruppo per indagare e risolvere ogni mistero, ma il tempo a loro disposizione però è poco, perché qualcuno vuole comprare il terreno del cimitero per smantellarlo e farci delle villette a schiera.
Un romanzo davvero particolare, raccontato tutto in terza persona ma dalla visuale di Ginger, con un linguaggio molto inventivo che si adatta perfettamente a degli animali.
Libro toccante che, specialmente per chi ha avuto o ha tuttora un animale, arriva fino all’animo e al cuore del lettore portandolo a partecipare ancora più attivamente alla storia.
Lo stile linguistico, come accennato, è perfetto, si addice ai singoli animali trasmettendo appieno al lettore il loro carattere e le loro peculiarità, anche se devo ammettere che il modo di parlare di Mama Kurma risulta spesso incomprensibile, distraendo un po’ dalla lettura e rallentando il ritmo.
Nel complesso un romanzo istruttivo e didattico che non si può non amare.

Bruno Tognolini nasce a Cagliari nel 1951. Negli anni ’80 ha passato quasi un decennio nel teatro, per poi passare, da quasi trent’anni, a scrivere per i bambini e i loro grandi.
Nel 2007 e nel 2011 è stato Premio Andersen e ha scritto poesie, romanzi e racconti e programmi televisivi come L’albero azzurro e la Melevisione.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il cuore in libertà, Emily Dickinson (Salani, collana Poesie per giovani innamorati, 2017), a cura di Maria Anna Cingolo

22 marzo 2017

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IL CUORE IN LIBERTÀ

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Il cuore in libertà” è una raccolta di poesie di Emily Dickinson che prende il titolo da un verso del celebre componimento 384:

No rack can torture me- /my soul – at Liberty- (Per me non c’è tortura/ho il cuore in libertà)

e che si inserisce all’interno di una collana che ha come scopo quello di avvicinare un pubblico giovane alla poesia, genere letterario apprezzato con più difficoltà.
Sono a tutti note le qualità artistiche di Emily Dickinson, personalità alquanto fuori dall’ordinario che ha scelto per sé un destino discordante rispetto ai dettami della società, decidendo a soli ventitré anni di chiudersi al mondo e vivere in solitudine. Proprio la solitudine resta uno dei temi più ricorrenti nei versi di questa raccolta Salani; la poetessa scrive infatti nel componimento 405:

“it might be lonelier/without the Loneliness/ I’m so accustomed to my Faith (mi sentirei più sola/ senza la solitudine/al mio destino ho fatto l’abitudine”).

La sua penna evoca con delicatezza un amore che la scrittrice non sembra aver mai sperimentato davvero, un sentimento platonico che viene spesso descritto in metafora, attraverso allusioni senza veri contorni che, però, riescono a prendere forma nella mente del lettore, suggerendo atmosfere romantiche. Lo sguardo della Dickinson è fuori dagli schemi della società, così come lo è il suo rifiuto del matrimonio o di alternative religiose, e a volte sembra quello di un bambino: curioso, attento, mai banale. Emily guarda alla vita e alla natura in modo diverso dagli altri. Descrive le api, il vento, il sole e il mare come se fossero suoi conoscenti; incontra i germogli, le stelle, un grillo e un pettirosso e li fa giocare con le sue parole: tutto si fa scrittura e il creato diviene manifestazione viva e immortale di ciò che la poetessa prova. Oltre a solitudine, amore e natura, ampio spazio è riservato anche al desiderio di morte, alla quale Emily anela in modo ambiguo eppure semplice e naturale.

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Il suo poetare è una melodia, è il ritmo della natura riprodotto in lettera; la Dickinson spezza i versi facendo uso di un’interpunzione che esprime la necessità della scrittrice di veicolare il dramma e il sentimento della sua esistenza. La frammentazione del verso si lega indissolubilmente a quella dell’animo di Emily ma anche a quello di chi legge e rimane scosso dal suo terremoto sintattico, dal mistero non svelato della sua scrittura, dalla rivelazione del mondo, oscura e quasi iniziatica, che la Dickinson vuole trasmetterci ma allo stesso tempo tenere tutta per sé. Nicola Gardini, curatore di questa edizione, affronta con successo l’avventuroso compito di tradurre in italiano la poesia della Dickinson, rispettando le sue scelte stilistiche, il ritmo, le rime, la brevità e il linguaggio. Gardini si è preso cura di Emily, della fragilità e della forza della sua arte, in questa edizione che è un brillante tentativo di valorizzare i testi poetici agli occhi di ragazzi e ragazze, e non solo.
Traduzione di Nicola Gardini.

Emily Dickinson nata ad Amherst nel 1830 nel cuore dell’America puritana e muore nello stesso luogo nel 1886. Si definì “regina”, “zingara”, “strega”, “monaca ribelle” e trascorse quasi tutta la sua vita nella casa dei genitori, scegliendo di confinarsi nella sua stanza. Dopo la sua morte, la sorella Vinnie fece pubblicare le poesie di quest’autrice che è considerata una delle maggiori poetesse del suo secolo.

Nicola Gardini è traduttore e poeta.  Vive tra Oxford e Milano, insegna Letteratura italiana all’università di Oxford. Ha tradotto classici come Ovidio, Marco Aurelio, Catullo e versi di Woolf, Hughes, Auden e Simić. Di grande successo la sua ultima pubblicazione per Garzanti “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Luca dell’ufficio stampa Salani.

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:: La ragazza del dipinto, Ellen Umansky (Newton compton, 2017) a cura di Laura M.

22 marzo 2017
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Esce domani un romanzo accolto molto positivamente dalla critica dal titolo La ragazza del dipinto (The Fortunate Ones, 2017), della scrittrice americana Ellen Umansky, tradotto da Adriana Cicalese, ed edito da Newton Compton.
La ragazza del dipinto narra la storia di Rose e Gerard, due giovani fratelli, che all’ inizio dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando a Vienna e in altri stati europei le famiglie mettevano in salvo i figli perché sapevano che le ombre della guerra sarebbero state fosche (anche se nessuno immaginava le proporzioni del genocidio che i nazisti avevano in mente), lasciano il loro paese.
Rose abbandona così gli eleganti genitori e l’appartamento al centro di Vienna dove è conservato un importante quadro di Soutine, artista ebreo già di chiara fama e si rifugia a Londra, accolta da una coppia di ebrei osservanti, mentre il fratello è accolto da un’ altra famiglia.
Lo strazio della separazione è grande anche se non così grande non essendo consapevole che non vedrà più Mutti e Papi che saranno deportati e moriranno a Auschwitz nell’ultimo inverno di guerra.
Rose si rimprovererà sempre di non aver fatto di più per loro, consapevole che se avessero raggiunto l’Inghilterra si sarebbero salvati. Poi sposa Thomas un ingegnere e trova un lavoro di insegnante in una scuola inglese di buon livello.
Ma il marito viene trasferito in America dove Rose incontra Lizzie una ragazza il cui padre era amico di Rose e aveva posseduto il Fattorino fino a che era stato rubato dalla sua casa assieme ad altri quadri. Poi il quadro tanto amato dalla madre di Rose ricompare. Quale è il mistero legato a questo prezioso dipinto? Ecco il mistero su cui ruota l’intera storia, anche se il mistero più difficile da sondare resta sempre quello intorno al cuore umano.
Tra le vicende orrende della guerra e la vita un po’ più calma nel nuovo continente la trama si dipana narrando una parte molto significativa della nostra storia. La ragazza del dipinto è se vogliamo l’affresco corale di un’ epoca travagliata e nello stesso tempo affascinante, dove si toccano temi come la perdita, il senso di colpa, la luce rasserenante dell’arte, l’amicizia, e il perdono.
Una lettura da fare soprattutto se amate approfondire le vicende legate alla Seconda guerra mondiale e ai suoi sopravvissuti. Certo è una storia di fantasia ma molto attenta alle dinamiche psicologiche e capaci di rivelare piccoli tratti di suspense.

Ellen Umansky è cresciuta a Los Angeles e vive a Brooklyn con il marito e le sue due figlie. Ha pubblicato sia racconti che saggi, apparsi, tra gli altri, su «New York Times», «Salon» e «Playboy». Ha lavorato nelle redazioni di «The New Yorker», «Forward» e «Tablet». La ragazza del dipinto è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato in anteprima dall’editore, ringraziamo Antonella dell’ufficio stampa Newton Compton.

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:: I segreti della famiglia Ferrolongo, Danilo Persicani, (Parallelo45, 2017) a cura di Micol Borzatta

22 marzo 2017
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Asti, settembre 1939.
Nella villa della ricchissima e famosissima famiglia Ferrolongo vengono ritrovati i cadaveri di due persone, uccise con due semplici colpi di pistola, sparati a bruciapelo.
Quando i carabinieri vengono chiamati, riscontrano che i cadaveri sono la signora Agnese Ferrolongo e il figlio Corrado Lanzi.
Le indagini iniziano subito, anche se si svolgono esclusivamente all’interno della famiglia, senza sospettare nessun coinvolgimento esterno.
I Ferrolongo, infatti, sono un’antica famiglia nobiliare piemontese di cui tutti i salotti dell’alta società, come anche i vicoletti bui delle strade, si parla a mezza voce, riferendo passandosi aneddoti e pettegolezzi., perfino degli scandali che si protrarrebbero da generazione a generazione.
Proprio a causa di questi pettegolezzi e questi scandali, viene accusato dell’omicidio Federico Lanzi, marito di Agnese e padre di Corrado, con il movente di voler far cessare tutte le dicerie che coinvolgono la sua famiglia.
Solamente l’avvocato penalista Alfredo Vigerio, chiamato in difesa di Federico, avrà l’abilità di smascherare tutti i pettegolezzi e le dicerie, scartando le invenzioni e rivelando la verità, fino a scagionare il suo cliente trovando il vero colpevole.
Romanzo che mischia una storia familiare a un classico thriller, con bravura e maestria, portando il lettore ad appassionarsi sempre più degli avvenimenti, sentendosi coinvolto in prima persona a tal punto da voler indagare anche lui per svelare misteri, segreti e avvenimenti.
Scritto con uno stile limpido e lineare, l’autore sa dosare perfettamente colpi di scena e scoperte rivelatrici, senza mai esagerare e senza mai portare il lettore a sapere troppo, troppo presto.

Danilo Persicani nasce a Piacenza nel 1953. Geologo, ricercatore e docente, passa la sua carriera lavorativa presso l?università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e il Politecnico di Torino.
Durante la sua carriera universitaria scrive anche degli articoli scientifici.
A suo carico ha già due monografie: Elementi di scienza del suolo e La parola al Professore.
A scritto anche due romanzi gialli facenti parte della stessa storia, ovvero Il tesoro di Santo Stefano, il primo atto di I delitti della via Francigena, e Le pievi di San Colombano che è il secondo atto.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore.

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:: L’ossessione e altre prose, Joris-Karl Huysman, curatore del volume Pasquale Di Palmo, (Via del vento edizioni, 2016) a cura di Daniela Distefano

20 marzo 2017
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La venditrice ambulante, La lavandaia, Il mercante di marroni, Il parrucchiere, Damiens, L’ascella, La secca, L’ossessione.
Sono  otto prose inedite in Italia tratte dai “Croquis parisiens” e pubblicate dalla casa editrice “Via del Vento edizioni”.
Su tutte aleggia il respiro illuminato di Joris-Karl Huysman celebre per il romanzo “A rebours”, vero e proprio vangelo del Decadentismo che ha ispirato l’opera di autori del calibro di Wilde e D’Annunzio.
La critica ha suddiviso in tre fasi la produzione letteraria di Huysman.
Dopo il Naturalismo e Zola, il momento decadente,  infine lo stadio mistico e religioso.
I Croquis parisiens” raccolgono prose ispirate ai vari mestieri che si svolgevano a Parigi, a fantasie, a paesaggi urbani.
Uno  “humour devastante”, l’ironia, un  surrealismo che surclassa la condizione naturalistica dello scrittore, sono elementi che emergono da un fondo di grottesca percezione del reale.
C’è chi vi ha ravvisato anche l’influenza dell’arte figurativa (il padre dello scrittore era pittore).
Linguisticamente, “L’Ossessione ed altre prose” è una raccolta di storie nelle quali i termini ricercati e dotti sono sapientemente mescolati ad altri gergali derivanti dall’argot, arcaismi raffinati accoppiati ad espressioni di tipo triviale e popolaresco.
Ne vien fuori un calderone di sensori che solleticano la pelle, la scorza del nostro animo. Siamo stimolati, incitati, infilzati come spiedini, dalla narrazione di un alchimista che ricerca nel mondo la convinzione della sua improbabilità, del suo non-senso, della sua finta metamorfosi.
Galleggia nel trambusto dei nostri pensieri il piacere del disgusto, vetro infranto con il quale l’autore osserva la turpitudine maniacale di un istante, di un particolare di nessuna importanza, di un soggetto da cestinare tra i rifiuti della memoria.
Nel racconto  “Il parrucchiere” si condensa questa propensione al distacco dalla globalità olistica e ci si tuffa nel lago dei dettagli, delle descrizioni intrecciate, delle ispezioni visive.
Viene narrata la tortura di un gentiluomo che va a tagliarsi i capelli.

Al bruciante ticchettio del ferro che il tosatore agita, i  capelli si sparpagliano come pioggia, cadono dentro gli occhi, si sistemano dentro le ciglia, si fissano alle ali del naso, si incollano agli angoli delle labbra che solleticano e pungono, mentre una nuova stretta di mano vi piega improvvisamente il cranio a sinistra”. (…)

E ancora più avanti:

(..) “..il parrucchiere vi ha come per miracolo alleggerito di vari anni; l’atmosfera sembra più clemente e nuova, l’anima schiude freschezze, ma esse appassiscono, ahimè, quasi subito a causa dei pruriti che procurano i capelli tagliati, caduti dentro la camicia, che si fanno sentire.
E lentamente, covando un raffreddore, si ritorna a casa, ammirando l’eterno eroismo dei religiosi le cui carni sono, notte e giorno, volontariamente grattate dall’aspro crine del duro cilicio”.

Una lettura per amanti del retrogusto speziato, uno spazio quasi onirico offerto con abbondanza di immaginazione e perizia lessicologica.

Joris-Karl Huysman fu scrittore francese, di origine olandese (Parigi 1848 – ivi 1907).
Esordì con Le drageoir à épices (1874), raccolta di poemetti in prosa d’imitazione baudelairiana; si volse poi al romanzo naturalista: Marthe (1876) e Les soeurs Vatard (1879), e collaborò al volume Les soirées de Médan (1880) col racconto Sac au dos. Scrittore di raffinate aspirazioni, rappresentò egualmente la meschinità e mediocrità della vita con romanzi quali En ménage (1881), À vau-l’eau (1882), finché giunse a una svolta decisiva con À rebours (1884), in cui il protagonista, Des Esseintes, cerca di salvarsi dal tedio conformando la propria esistenza al più raffinato estetismo decadente.
Dopo un altro romanzo amaro, di fondo autobiografico, En rade (1887), inclinò con Là-bas (1891) verso un satanismo che gli aprì la via della conversione al cattolicesimo, rispecchiata nei romanzi successivi: En route (1895),
La cathédrale (1898), L’oblat (1903). Coltivò la critica d’arte (L’art moderne, 1883; Certains, 1889; Trois primitifs, 1905) e scrisse, nell’ultima parte della vita, opere di pietà e di spiritualità: Sainte Lydwine de Schiedam (1901);
Les foules de Lourdes (1906).

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Fabrizio Zollo della casa editrice “Via del Vento edizioni”.

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:: Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, Olivier Bleys (Edizioni Clichy, 2017)

20 marzo 2017
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Alla periferia di Shenyang, città industriale della Cina nord orientale, la famiglia Zhang vive miseramente in mezzo a fabbriche abbandonate. Eppure, Wei e i suoi possiedono un tesoro: l’ultimo albero della lacca sopravvissuto in città. Il loro sogno: diventare proprietari della loro piccola casa, in modo da onorare una promessa fatta ai parenti, sepolti sotto il famoso albero. Questo sogno sta per realizzarsi quando un grande progetto di estrazione minaccia improvvisamente la famiglia di espulsione. Tra l’umile famiglia di Wei e i rappresentanti del capitalismo cinese si ingaggerà allora una dura lotta.

“Siamo gente semplice, Wei. Il mondo va avanti anche senza di noi e la Terra non ha bisogno delle nostre gambe per girare! Hai presente i banali fiorellini sulle bacinelle di plastica che usiamo ogni giorno?”

Libro molto particolare, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, (Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes, 2015) edito in Italia da Clichy, collana Gare du Nord, e tradotto dal francese da Tania Spagnoli. Dal ritmo lento, poetico, struggente, un’ampia riflessione tra il filosofico e il documentaristico (perlopiù di denuncia nei confronti del potere politico e economico) sulla natura, sulle spietate regole del progresso, sui legami familiari, sulla povertà e la ricchezza, sull’avidità e la corruzione, sul senso della vita.
Finalista al Premio Goncourt 2015, Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini, del francese Olivier Bleys, insomma è una parabola esistenziale dal sapore fiabesco, con una morale, un lieto fine, e una leggerezza tutta orientale simile, perlomeno in spirito, agli antichissimi racconti buddisti, densi di saggezza e malinconica fatalità.
E soprattutto è una lettura introspettiva e delicata, anche se non risparmia eventi tra il grottesco e il tragico, che ci riporta a un realismo non proprio magico, ma sicuramente profetico.
Tutto ruota intorno a un albero, un vecchissimo sommacco, albero della lacca, che rischia di essere abbattuto e a una povera famiglia cinese di operai, gli Zhang, che vive ai margini della modernizzazione, (dopo il licenziamento, il sussidio) in una umile casa in mezzo ai ruderi fatiscenti di una Cina (post) industriale.
Il sogno degli Zhang, (padre, madre, figlia e nonni materni) è diventare proprietari della loro casa, acquistandola dal ricchissimo, scaltro e disonesto signor Fan. Hanno risparmiato da una vita, raccogliendo gli yuan necessari in una scatola. Ma non sanno che la loro apparente tranquillità sarà presto turbata da uno sfratto, da una vera e propria espropriazione, che nei piani di chi pianifica e decide dovrebbe permettere a una ditta di estrarre dal terreno sottostante il terbio, un rarissimo metallo.
L’assedio sarà drammatico, ma Wei sotto la neve, al freddo, riscaldato solo da una zuppa fatta dalle amorevoli mani di sua moglie sarà pronto a difendere la sua proprietà (ma in realtà l’integrità della sua famiglia e le sue radici) più col coraggio e l’ostinazione, che grazie all’aiuto di una vecchia arma, forse non funzionante.        

Olivier Bleys, nato a maggio del 1970, scrittore francese, ha pubblicato fino ad oggi 27 libri tra romanzi, scritti, diari di viaggio, strisce illustrate, ecc. Premiato dall’Accademia francese per Pastel (Gallimard, 2010), il suo Discorso di un albero sulla fragilità degli uomini è stato selezionato per il premio Goncourt. Nel 2014 è stato nominato cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ha fondato un’associazione per promuovere il viaggio artistico e nel 2010 ha fatto partire un progetto su «Il giro del mondo a piedi, per tappe».

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Clichy.

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:: Il respiro del fuoco, Federico Inverni (Corbaccio, 2017)

17 marzo 2017
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Dopo Il prigioniero della notte, romanzo con cui ha esordito nel 2016, Federico Inverni torna con un nuovo thiller sempre ambientato a Haven, sempre con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas.
Che Federico Inverni sia uno pseudonimo è un dato risaputo, che comunque ha ben poco a che fare con la bravura di questo autore o con l’interesse che suscitano i suoi romanzi. Insomma non toglie e non aggiunge niente, e l’autore sicuramente ha le sue buone ragioni per aver fatto questa scelta.
Allora questo suo nuovo romanzo si intitola Il respiro del fuoco, è sempre edito da Corbaccio e se vogliamo l’ho trovato ancora più interessante del primo. Insomma Inverni è un autore che migliora col tempo. Diciamo che potete anche leggere questo senza aver letto il precedente, la storia è solida, i personaggi sono ben caratterizzati, comunque essendo una sorta di continuazione (per lo meno nell’evoluzione dei personaggi) è sicuramente consigliabile leggere prima Il prigioniero della notte. Il passato di Anna Wayne e di Lucas hanno un’ importanza determinante, sia per la comprensione di questo romanzo, che per l’eventuale seguito, che ci è preannunciato nel finale di questo libro. Insomma è una storia in più capitoli, in cui ogni libro è un dettaglio del puzzle.
Chiarito questo veniamo al romanzo vero e proprio. Il respiro del fuoco è un thriller investigativo, molto americano per certi versi, oltre che per l’ambientazione che seppure immaginaria, richiama a periferie, luoghi, condizioni sociali americane, anche per il tipo di scrittura caratterizzata da capitoli brevi e veloci concatenati l’uno nell’altro.
Al centro della trama una setta religiosa, i Testimoni dell’Avvento, guidata dal reverendo Tobias Manne. E questo già ci offre un approfondimento sui meccanismi interni di queste comunità chiuse, dalla manipolazione mentale al vero e proprio plagio. Che queste sette portino a fenomeni degenerativi come il suicidio rituale è un fatto concreto, la cronaca è piena di questi eventi drammatici, e Inverni si ispira proprio a questi accadimenti per creare sia il personaggio del reverendo Tobias Manne, che per descrivere la strage vera e propria, con cui inizia il libro. Ad indagare Anna Wayne e il detective Lucas, ossessionati da un inquietante interrogativo: è davvero un suicidio rituale o c’è dell’altro?
Parlarvi troppo della storia credo rovinerebbe la lettura a chi deciderà di iniziarla, per cui mi limito a dire che il fuoco ha un ruolo centrale, tanto che alcuni versetti dell’Apocalisse racchiudono la chiave di lettura del libro, per cui leggeteli attentamente sono in epigrafe del romanzo.
La storia si sviluppa in un breve lasso temporale, tre giorni, dal venerdì alla domenica, poco prima di Natale.
Oltre all’indagine poliziesca parallelamente scorre la storia personale dei personaggi, entrambi danneggiati e feriti da avvenimenti del loro passato. Lucas è in cura, sta seguendo un trattamento per superare i suoi traumi, Anna (i cui capitoli a lei dedicati sono in prima persona) ai suoi traumi reagisce con una sorta di rabbia che esplode più o meno controllata.
Può Anna fidarsi davvero di Lucas? Cosa le nasconde? Ecco questi interrogativi solo accennati troveranno risposte più chiare sicuramente in seguito, per ora creano un vago senso di inquietudine che accentua la drammaticità della trama.
Insomma una lettura davvero consigliata, se amate il thriller, ancor più se amate leggere autori italiani.

Federico Inverni è lo pseudonimo di un autore che preferisce conservare il proprio anonimato, lasciando che siano i suoi romanzi a trovare la loro strada, ma è felice di parlare con i suoi lettori e con i tanti librai che l’hanno contattato attraverso i social network. Nasconde i suoi interessi e le sue passioni fra le righe che scrive. Ha esordito nel 2016 con il thriller «Il prigioniero della notte» (Corbaccio), il primo romanzo con protagonisti la profiler Anna Wayne e il detective Lucas. «Il respiro del fuoco» è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Valentina dell’Ufficio Stampa Corbaccio.

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