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:: Un luogo a cui tornare, Fioly Bocca (Giunti, 2017)

28 luglio 2017
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E’ vero: innamorarsi è desiderare per qualcuno cose che non si ha il coraggio di desiderare per sé.

Alla parola “bosgnacco” ho fatto ricerche (anche un veloce giro su Wikipedia può aiutare) e ho scoperto che i Bosgnacchi o Bosniaci musulmani (in bosniaco bošnjaci) assieme ai croato-bosniaci e ai serbo-bosniaci costituiscono i tre maggiori gruppi etnici che popolano la Bosnia ed Erzegovina. Di fede sunnita, vittime di pulizia etnica, furono cacciati dalle zone che prima delle guerre jugoslave occupavano nella Bosnia orientale. Da allora molti profughi, con alle spalle storie più o meno drammatiche, giunsero anche in Italia. Tra questi c’è Zeligo, uno dei protagonisti principali del terzo romanzo di Fioly Bocca, Un luogo a cui tornare, edito da Giunti.
Di questa autrice, piemontese, giovane mamma, scrittrice sensibile, molto attenta alle tematiche sociali, abbiamo sia recensito Ovunque tu sarai, suo libro d’esordio, e L’emozione in ogni passo, e già prima di leggere questo suo nuovo libro sapevo che sarebbe stata un’ esperienza positiva, che mi avrebbe arricchito in un modo o nell’altro.
Fioly Bocca è esattamente la persona che traspare dai suoi libri, solare, umana, una persona che si pone delle domande e cerca di aiutare gli altri. Come Argea, voce narrante di questo delicato e poetico libro, ambientato a Torino, che parla di amicizia, amore, accoglienza, immigrazione e fraternità. Sì, quella strana parola che ci rende tutti uguali, simili, e dolorosamente uniti, anche nei momenti più tristi e difficili delle nostre vite. Parla molto di sé l’autrice in questo libro, pur se non credo sia spiccatamente autobiografico (anche se potrei sbagliarmi). Ci sono parti che mi hanno fatto piangere (non mi vergogno di dirlo), altre sorridere, altre arrabbiare. Perché l’autrice parla ai sentimenti del lettore più che al suo cervello o alla sua ragione. E lo fa in modo autentico e garbato, con uno stile poetico e emozionante. La sua lingua è molto poetica, e tra i regali che mi ha fatto questo libro c’è sicuramente quello diavermi fatto conoscere un poeta, Izet Sarajlic, di cui cita una poesia, che vi trascrivo:

Quei due abbracciati sulla riva del Reno a Gotthlieben,
potevamo essere noi due.
Ma noi non passeggeremo mai più
Su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.

Dicevo, Argea e Zeligo sono i protagonisti di questo romanzo, in cui l’amicizia e la diversità (sociale, economica, etnica) giocano un ruolo chiave. Tutto ha inizio sotto la pioggia, sotto una pioggia torrenziale in cui Argea guida la sua auto. Per un attimo di distrazione, la radio, le sigarette, il telefono, i fazzoletti, il burrocacao, sbanda e investe Zeligo, profugo bosniaco, senza tetto, lavoro, forse ubriaco. Si risveglia in ospedale, e sebbene il fidanzato, giornalista come lei, gli consiglia di dimenticare tutto e di non farsi domande, il senso di colpa, la coscienza la spingono ad avvicinare Zeligo.
Da questo momento in poi nasce un’amicizia che cambierà, in meglio, la vita di entrambi. Dire di più della trama sarebbe un vero peccato, starà a voi scoprirla se deciderete di leggere questo libro e farvi avvolgere dal calore delle sue parole. Quello che posso dirvi è che si parla di sentimenti, di desideri (il desiderio di maternità della protagonista, prima dolorosamente negato, è forse la parte più toccante, più ancora del finale), di giustizia, e di uguaglianza, di cose quotidiane in cui ogni donna si può riconoscere.
E’ quasi un romanzo motivazionale. Ti spinge a agire, a fare qualcosa per migliorare le cose. Argea sceglierà l’impegno, sceglierà di lasciare alcune certezze, per qualcosa di migliore, più vicino alla felicità. E ci vuole coraggio per farlo. Tanto coraggio.

Fioly Bocca vive sulle colline del Monferrato con il compagno e i due figli. È laureata in Lettere all’Università degli Studi di Torino e si è specializzata con un corso in redazione editoriale. “Ovunque tu sarai“, il suo romanzo d’esordio, è stato un grande successo del passaparola, tradotto in cinque Paesi. Nel 2016 è uscito, sempre per Giunti, “L’emozione in ogni passo“.

Source: libro inviato da Walkabout Literary Agency, ringraziamo Fiammetta e l’editore Giunti.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non disturbare, Claudio Marinaccio (Miraggi Edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

28 luglio 2017
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L’imbecillità cammina sulle gambe degli uomini. Il villaggio globale è diventato un baratro in cui la prevalenza del cretino è ormai legge. Sembra impossibile difendersi da questo esercito di idioti che ogni giorno entra a gamba tesa nelle nostre vite.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro. Non disturbare, il titolo è già tutto un programma.
Lo scrittore torinese – con il suo stile esilarante in forma di diario – ci racconta frammenti della sua vita quotidiana, in cui pare davvero impossibile non avere a che fare con la stupidità invadente.
Dialoghi comici e surreali per difendersi con l’ironia da tutta questa decadenza che ci sta uccidendo.
E se i Testimoni di Geova bussano al citofono perché vogliono parlare della loro ricetta per la salvezza dell’anima, Claudio con il sorriso sulle labbra e con la sua ironia fuori dal comune li prende in giro fino a farli spazientire (Suona il citofono. Chi è. Ha mai pensato alla sua salvezza? Di solito punto alla Champions).
Marinaccio senza peli sulla lingua ci regala frammenti di conversazioni. Oggetto di questo suo diario è il nostro quotidiano massacrato dalla presenza di un’imbecillità che si manifesta a noi nella forma invadente dell’ idiozia.
L’unica arma per difendersi dall’imbecillità odierna è riderci sopra.
Claudio Marinaccio lo fa scrivendo un libro ironico e tagliente che dovremmo sempre portare con noi e usarlo come manuale di autodifesa ogni volta che sulla nostra strada incontriamo un imbecille.
E siccome capita spesso, tocca armarsi di tutta l’ironia possibile per sopravvivere alla dittatura del luogo comune.
L’autore di questo libro lo ha fatto e non ha rinunciato a una elevata dose di cinismo annotando sul suo taccuino quello che gli accade ogni volta che ha a che fare con la banalità dell’imbecillità.
Non disturbare vi divertirà per la sua ironica e sferzante cattiveria. Claudio Marinaccio si conferma uno scrittore fuorilegge e anche questa volta ha il coraggio di scrivere quello che tutti pensano e che non hanno il coraggio di dire.
Non citofonategli. Lui non ama la ciarla quotidiana e con eleganza e ironia vi manderà a quel paese. Siete o non siete Testimoni di Geova.
L’unico modo per difendersi dagli imbecilli è prenderli per il culo con ironia.
Se siete sarcastici e intelligenti leggete Non disturbare. Ma fatelo anche se siete imbecilli, anche se alla fine non lo capirete.

Claudio Marinaccio è nato a Torino nel 1982. Collabora con diverse riviste tra cui «GQ», «Il Mucchio» e «Donna Moderna».
Nel 2016 esce il suo romanzo Come un pugno (Aliberti). Alcuni suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste.
La raccolta di questi testi nasce dal crescente successo che hanno avuto, pubblicati su Facebook. Ci si immedesima nelle situazioni che assillano tutti: telefonate con offerte commerciali a tutte le ore, i classici Testimoni di Geova, altri dialoghi comici e surreali. Un tono da Stand Up Comedy americana, che l’Autore sperimenta con successo anche dal vivo (ha intenzione di andare in tour con Nicola Manuppelli, già in passato suo compagno di esibizioni e di casa editrice (Aliberti), il cui libro uscirà per Miraggi in contemporanea (in questo lancio).
All’uscita del libro, partirà per un tour insieme con Nicola Manuppelli ripetendo l’esperienza di successo precedente dei loro due romanzi con Aliberti.

Source: libro inviato dall’ufficio stampa al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: The Quick – Misteri, vampiri e sale da té, Lauren Owen, (Fazi, 2017), a cura di Elena Romanello

28 luglio 2017
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Fazi editore propone nella sua linea “adulta” una storia di vampiri molto diversa da quelle per ragazzine introdotte da Twilight, in cui si recupera l’ambientazione vittoriana, con un chiaro omaggio alla letteratura gotica dell’Ottocento, una fonte di ispirazione inesauribile ancora oggi.
The Quick, romanzo d’esordio dell’autrice Lauren Owen acclamato da giornali, critici e colleghi illustri, racconta la storia di due orfani, fratello e sorella, James e Charlotte, nell’Inghilterra di fine Ottocento. Cresciuti nella dimora di famiglia in campagna ormai in decadenza, una volta adulti vedono le loro vite dividersi come era tradizione tra uomini e donne all’epoca.
James aspira a diventare scrittore e una volta terminati gli studi ad Oxford si trasferisce a Londra dove prende un appartamento in affitto con un affascinante giovane aristocratico. Per un periodo vive in maniera molto intensa e stimolante, trovando anche l’amore dove non si sarebbe mai aspettato, ma poi scompare senza lasciare traccia.
Charlotte, preoccupata, parte per Londra e si immerge in una città tetra e industriale, ricca di problemi sociali e di misteri inquietanti, ben diversa da quella che aveva trovato James. Indagando per lo più da sola, la ragazza scopre l’esistenza di un mondo segreto, popolato da loschi figuri che vivono ai margini della società e che non sono quello che sembrano, ma qualcosa di molto peggiore e inquietanti. Charlotte riesce ad entrare in una delle istituzioni più autorevoli e temibili della Gran Bretagna, l’Ægolius club, all’apparenza luogo di ritrovo degli uomini più ambiziosi del Paese, circolo esclusivo come tanti all’epoca e non solo, ma in realtà con una serie di segreti dietro, uno più terrificante dell’altro, che minacceranno Charlotte in un crescendo di colpi di scena.
Si torna alle origini ottocentesche del mito del vampiro, oltre a rendere omaggio ad un’icona per antonomasia dell’immaginario, la città di Londra con tutto il suo carico di misteri, segreti, fascino e perdizione, in una storia scritta oggi omaggiando i classici di Charles Dickens e Wilkie Collins senza plagiare ma costruendo una vicenda che appassiona portando nel mondo in cui è nato il modo di narrare storie oggi.
The quick è un romanzo singolo, anche se si chiude in una maniera che potrebbe portare a un possibile seguito ma non è difficile augurare all’autrice una buona carriera, sperando che continui a portarci in questa Londra perfetta per storie paranormali e gotiche, dove da oltre un secolo non ci si stanca di andare.

Lauren Owen è nata nel 1985. Ha studiato all’Università di Oxford e all’Università dell’East Anglia, dove nel 2009 ha ricevuto il Curtis Brown Prize per la miglior tesi di dottorato in Scrittura creativa. The Quick è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Un’ intervista con Grazia Verasani

28 luglio 2017

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Benvenuta Grazia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista.

Grazie a voi per avermela proposta.

Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Scrittrice di romanzi, autrice teatrale, cantante. Chi è Grazia Verasani?

Mah… Una che fa parte di una generazione per cui l’interdisciplinarietà tra le arti era inevitabile, e la creatività trovava molti mezzi per esprimersi. Ho sempre avuto un approccio libero e appassionato in tutte le cose in cui mi sono spesa e mi spendo.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Molto presto, da bambina, perché sono stata una lettrice precoce e con un carattere solitario. Scrivere dapprincipio era cercare di capire me stessa in relazione al mondo, tirare fuori pensieri, tenere un diario.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

A dieci anni scrissi un racconto di tre pagine dal titolo “Corrie e il suo cane” e un altro, “La famiglia Bettini”, in cui morivano tutti. In cortile, costringevo le amiche, a recitare scenette che inventavo lì per lì. Solo nel 1998, dopo un decennio dedicato alla musica e vari racconti pubblicati su riviste e quotidiani, ho scritto “L’amore è un bar sempre aperto”, primo romanzo pubblicato dalla valorosa Fernandel, una piccola casa editrice.

Ti piacciono i film noir americani e francesi degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

“Ascensore per un patibolo” è il primo film che mi viene in mente, ma anche “Il grande sonno”. Chandler è il punto di riferimento di tanti per la costruzione di un detective. Per me ha contato molto anche Patricia Highsmith.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi noir? Sei femminista? Pensi che il noir, o più precisamente l’ hard boiled, con il consolidarsi come figura letteraria della dark lady, abbia rafforzato una certa misoginia perlomeno letteraria? O anzi ha fatto l’esatto contrario descrivendo donne libere, indipendenti, autonome, a cui importava poco della morale costituita?

Ciò che è letterario, nel senso “nobile” del termine, supera le pregiudiziali dovute anche all’epoca in cui i personaggi femminili risultavano stereotipati, come in molto hard boiled del passato. Non mi piace che certi cliché siano ancora cavalcati da alcuni scrittori maschi. E’ la ragione per cui nel 2004 inventai il personaggio dell’investigatrice privata Giorgia Cantini, perché da donna sentivo di poter raccontare meglio le donne anche nel genere noir. Le donne come sono realmente.

Donne nel noir, che scrivono noir in Italia, ce ne sono poche. Mi vengono in mente oltre a te, perlomeno che utilizzino in parte registri noir, Elisabetta Bucciarelli, Antonella Lattanzi, Marilù Oliva, Patrizia Rinaldi, Lorenza Ghinelli, Sara Bilotti, Paola Rambaldi. Pensi che per le scrittrici sia limitativo essere definite autrici noir? O non si cimentino con il genere ritenendolo prevalentemente maschile?

Fui molto contenta di essere, con “Quo vadis, baby?”, l’apripista di molte giovani autrici che cominciarono a cimentarsi col noir, anche se ce n’erano state altre, magari non con lo stesso rilievo dovuto al film di Salvatores, che mi diede un’improvvisa visibilità. Parliamo di autrici che, scrivendo noir, dimostrano di poter scrivere qualunque cosa. Perché il noir è difficile, ha regole che possono essere infrante ma una disciplina di base. In Italia siamo ancora lungi dal rendere giustizia alle autrici noir, sono poco lette. C’è una diffidenza di fondo, oltre al luogo comune che si tratti di un genere maschile. A meno che non si propenda per il giallo rosa. Non credo che in Italia potrebbe esistere una Fred Vargas. Nel senso che la nostra esterofilia è penalizzante, oltre a un maschilismo ancora vigente.

Quali sono gli scrittori che hai più amato e quelli che hanno influenzato di più  il tuo stile narrativo?

Oltre a Chandler e alla Highsmith, Simenon, Izzo, Malet, Manchette, per ciò che riguarda il noir. Ma sono una lettrice compulsiva che ha sempre letto di tutto, dai saggi alla poesia, dal teatro al romanzo borghese. Come riferimenti imprescindibili: Jane Austen, le sorelle Bronte, Ingeborg Bachman, Céline, Maupassant, Turgenev, Cechov…

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

Quando avevo vent’anni, il grande poeta Roberto Roversi, conosciuto tramite Tonino Guerra, mi disse che ero “immaginifica”. Mi piace “vedere”, mentre scrivo. Immaginare contesti, paesaggi, interni o esterni, cieli, situazioni collocabili in un film, a livello di immagine. Ma non è premeditato.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

E’ sempre la prima pagina. L’inizio. In genere procedo senza scalette, con un’idea generale che spesso cambia, si trasforma. Mi occorrono mesi per pensare a un libro e quando metto la prima parola avverto una fatica immane che nel tempo di attenua, è una sorta di altalena tra frenesia, paura, ansia, e divertimento, godimento, soprattutto quando correggo.

Il tuo rapporto con la critica. C’è una tua recensione che ti ha fatto particolarmente piacere, che ti ha fatto esclamare: “Sì finalmente mi hanno capita”.

Be’, di sicuro non posso dimenticare Tullio Kezich, che nel 2005 scrisse che il mio romanzo era meglio del film. Ne ridemmo al telefono io e Salvatores… Negli anni ho letto sempre belle cose. Non posso lamentarmi. Spiace che oggi la critica sia spesso legata a rapporti extralibro, o che si riduca a una sintesi di bandella.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

Il mio ultimo libro è “Lettera a Dina” (Giunti), ed è la storia di un’amicizia tra due ragazzine che crescono negli anni ‘70/80, un rapporto forte, esclusivo, che avrà strappi dolorosi, e sullo sfondo la Bologna di allora. A settembre 2017 invece uscirà “La vita com’è” (La nave di Teseo), un romanzo in cui mi giostro anche sui registri del comico.

Parlaci del tuo personaggio la detective Giorgia Cantini, come si differenzia da tutti gli altri detective della narrativa?

Be’, è una donna tosta e al contempo vulnerabile, una che osserva il mondo e ne dà la sua versione, la sua testimonianza. Giorgia è un po’ il mio alter ego, è nata grazie alle donne che frequento, che mi sono amiche, che hanno i suoi stessi dubbi, rovelli, e una propensione empatica verso i più deboli. Mi permette di approfondire tematiche sociali che mi interessano, di dare un’idea delle città e di un paese in cui il passato sembra sempre risplendere sull’oggi. E’ una “diversa”, nel senso che è anticonvenzionale, non ha nulla della detective “rosa”, non si sofferma sulla superficie. Le sue investigazioni sono esistenziali, sentimentali, anche se non in senso romantico.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, con chi? (Vivente o del passato, senza limitazioni).

Al momento, con il grande disegnatore Igort.

Cosa stai leggendo in questo momento?

“Ritorno a Reims” di Didier Eribon.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Correggo le bozze del nuovo romanzo in uscita a settembre…

 

:: Feline, Sarah Bianca (Fazi, 2016), a cura di Elena Romanello

28 luglio 2017
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Fazi torna al fantastico young adult proponendo il primo di una trilogia di un’autrice italiana, Feline, ambientato non tra vampiri e angeli innamorati ma con una nuova figura del fantastico mutuata dall’antichità, da Ovidio in particolare, in un contesto moderno.
Le creature di Feline sono i Mutaforma, esseri umani che possono assumere la forma di una specie animale e che per questo motivo devono nascondersi dalla notte dei tempi, costruendo a volte delle comunità ma spesso trovandosi in mezzo a lotte intestine tra di loro, oltre alla minaccia dei Cacciatori che dura da sempre.
Nel profondo della Foresta Nera in Germania, luogo molto amato dall’autrice Sarah Bianca perché si svolge uno dei più importanti raduni di giochi di ruolo dal vivo e dedicato al fantasy, c’è una comunità segreta di Mutaforma, la Tenuta, costituita dall’anziana Isolde anni prima. Ora però la donna è anziana, ha vissuto una vita lunghissima vedendo secoli e sente la morte che le si avvicina.
Per questo motivo incarica il nipote Uriel, capace di trasformarsi in una tigre bianca, di andare in cerca della sua compagna per la vita, e lui parte insieme alla gemella Stella, anche lei mutaforma che vive discriminata per via della sua omosessualità. Sulla loro strada incontrano Dara, ragazza italiana che ha perso la sua famiglia in un incidente d’auto di cui non sono mai state chiarite le dinamiche e riconoscono in lei una simile da legare a Uriel.
Dara viene costretta a seguirli nella Foresta Nera, dove scopre un mondo nuovo e forse la possibilità di riavere una famiglia e un mondo a cui appartenere, dando tra l’altro prova di poteri notevoli. Ma, pur essendo innamorata di Uriel, Dara tentenna e intorno a lei si svelano vari misteri e segreti, fino ad un finale aperto, verso un seguito che l’autrice sta scrivendo e che partirà da premesse stravolte in maniera completa nelle ultime pagine.
Certo, ci troviamo di fronte ad un urban fantasy che a prima vista sembra inserirsi in uno schema già noto, ma le carte sono diverse e sparigliate fin dall’inizio: c’è una storia d’amore, non melensa e scontata come in altri dello stesso genere, ma c’è soprattutto la costruzione di un mondo a parte e parallelo a quello umano, con una sua mitologia e una sua storia, e con vari nodi e snodi da svelare, perché tutto non è così chiaro come poteva sembrare, soprattutto sul ruolo dei Cacciatori così come dei Mutaforma.
Feline è una riflessione sul tema del diverso, nei secoli e oggi, sul cercare il proprio posto al mondo e persone a cui appartenere, sul cosa si vuol diventare una volta cresciuti e cosa si diventa proprio malgrado, il tutto raccontato attraverso il filtro di una narrazione fantastica appassionante e senza sbavature, che si spera continuerà anche nei prossimi capitoli, di cui diventa urgente la lettura una volta finito il libro.

Sarah Bianca è una giovane scrittrice romana. Vive con tre gatti, un cane e possiede un numero imprecisato di libri fantasy, genere di cui è ovviamente appassionarta. Nelle notti di luna piena si diletta a danzare con le Naiadi, oltre a partecipare ad eventi in tema in Italia e Europa. Gestisce un’omonima pagina su Facebook dove ogni settimana pubblica storie che appassionano e incantano i suoi lettori. Già pubblicato con grande successo in ebook, Feline è il suo primo romanzo.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: Un’ intervista con Alessandro Zannoni

27 luglio 2017

1Bentornato Alessandro su Liberi, la nostra ultima intervista è del 2009, una vita fa. Cosa hai fatto da allora?

Ciao Giulietta, sono contento di sentirti! Cosa ho fatto in questi 8 anni… non sono andato a letto presto, ho continuato a leggere e lavare barche, ho fatto pure il boscaiolo, per qualche tempo ho smesso di scrivere, poi ho ripreso e ho cercato un editore per il nuovo romanzo… Le solite cose che riempiono la vita di un uomo che scrive e deve campare.

Nel mondo letterario contemporaneo sei un autore poco convenzionale, ti definirei enfant terrible, se non avessimo la stessa età (quasi almeno). Sei come appari, o un po’ ci giochi?

No, io sono così come mi percepisci. E se fosse una posa, in tutta onestà, ti dico che sarei davvero scemo: essere così poco convenzionale non mi ha di certo aiutato. Però ci ho fatto i conti e va bene così, mi rispetto.

Dirigi un festival letterario molto particolare “Leggere fa male”, in cosa si differenzia da tutte le altre rassegne letterarie che nascono in Italia?

È a numero chiuso, non più della trentina di persone che può ospitare la bellissima struttura che ci ospita, quindi non si pone il problema di “accalappiare” il pubblico con la solita menata del nome di richiamo, nè con l’aperitivo e gli stuzzichini da mangiare o qualcuno che suona per intrattenere. Il pubblico è formato dagli amici – scrittori, cantanti, registi, attori, lettori, lettrici, artisti in generale – che partecipano all’evento: presentiamo libri, si tengono piccoli concerti, a volte monologhi teatrali. Ogni anno cerco di inserire nomi nuovi nella compagnia, formata da persone che arrivano da tutta Italia. Questo era il settimo anno e sono molto soddisfatto per come è andata.

Nel tuo ultimo romanzo Nel dolore, giochi con gli stilemi classici del noir (anche cinematografico), rivisitati dopo la lezione contemporanea postmodernista: il poliziotto antieroe, la dark lady, la provincia americana rugginosa e perlopiù rurale, il mito del Messico, la povertà diffusa più che economica, morale. Perché un autore italiano sceglie di omaggiare il noir appropriandosi di scenari, ambientazioni, territori, condizioni sociali non sue?

Postmodernista… ho pubblicato Le cose di cui sono capace con Perdisa nel 2011, identico come costruzione a Nel dolore. Ero postmodernista pure allora senza saperlo? Bernardi ci avrebbe riso sarcasticamente sopra, e ti riporto quello che mi ha scritto nel 2011 “In un periodo in cui gli autori di noir sembrano imbarazzati di scriverne (se poi gli dici che in realtà scrivono solo gialli, s’incazzano ancora di più), tu ribalti la questione e servi in tavola un romanzo di genere che non solo non si vergogna di essere tale, ma ne proclama orgoglioso l’appartenenza.”
Comunque questa è una domanda a cui ho risposto molte volte, anni fa, appena uscito il primo romanzo in cui appariva Nick Corey; e se non ti scoccia ti giro la risposta che ho dato a una tua collega, perché lo spiego come meglio non potrei: “L’idea era di fare un omaggio al mio libro preferito − Colpo di spugna di Jim Thompson −, un omaggio palese e azzardatissimo, utilizzando il medesimo nome del protagonista e la stessa ambientazione texana. Ma volevo che nell’omaggio ci fosse, sottotraccia, una presa in giro all’editoria nostrana, sempre prona verso la letteratura d’oltreoceano, e già che c’ero, ci ho messo qualche piccolo sberleffo a quei lettori fissati di sole “americanate”. Sono partito con questi propositi ma poi sono passati in secondo piano; la cosa importante era scrivere un romanzo nero potente, utilizzando tutti gli stilemi del genere ma rinvigoriti e svecchiati, e credo di esserci riuscito”.

Per chi tra i lettori non sapesse di cosa stiamo parlando, non avesse ancora letto il tuo ultimo romanzo, Nel dolore è un romanzo a sé per linguaggio, stile, tematiche, insomma niente di più diverso dal cosiddetto giallo all’italiana. Che accoglienza ha avuto tra i tuoi lettori?

I miei lettori sono preparati, sanno a cosa vanno incontro quando leggono le mie storie. Ma molti altri nuovi si sono aggiunti, entusiasti di avermi scoperto, specialmente alcuni, che scrivono su riviste di letteratura, che mi hanno scritto mail o recensioni che ho molto apprezzato. Insomma, il giallo italiano va da una parte, io dall’altra, ma non è detto che non possiamo avere gli stessi lettori.

Un omaggio a Jim Thompson. Abramo, ricorda Fireball, il cane ubriacone de L’ultimo vero bacio di Crumley. Rimandi, citazioni, da decifrare fra le righe, il genere crime declinato in tutte le sue varianti, dal poliziesco, al pulp, al noir. Che tipo di lavoro preparatorio hai svolto?

Le mie storie hanno radice profonde nelle mie letture – proprio come accade ad ogni altro autore – e chiaramente sono influenzato, a volte senza che me ne renda conto, in quello che scrivo. Le mie basi sono il noir e l’hard-boiled, ma non vorrei dare meno peso a Miller, Baudelaire, Fante, Fruttero&Lucentini, Buzzati e tutti gli altri autori che non posso citare. E poi i film, i migliaia di film che ho assorbito come fossero libri – a partire dai noir francesi fino ad arrivare ai fratelli Coen. Ecco, il lavoro preparatorio è stato quello di leggere e osservare, poi ho tirato fuori la mia storia utilizzando uno stile che spero sia mio, pur partendo da quello di altri autori.
Puntualizzo però che Abramo è nato dal mio amore per i cani e per Stupido, il cane protagonista di un racconto di John Fante: erano anni che volevo omaggiare i miei fedeli amici facendoli diventare protagonisti di un romanzo; per interpretare Abramo ho dovuto scegliere una razza diversa dai cani che posseggo, altrimenti i miei due avrebbero litigato – uno era un grosso bastardone della Lunigiana, tutto nero, l’altro un American Staffordshire bianco con un occhio cerchiato di marrone.

Bellissimi i personaggi femminili: da Licita Salomon Torres, la madre, (caratterizzata da un pittoresco e curioso linguaggio) a Stella, la compagna del protagonista, a Clarisse. Come sono nati questi personaggi?

Dalla mia voglia di rappresentare un tipo di donna moderna, libera dagli stereotipi e delle convenzioni, che sa gestire la vita e il maschio, e gli tiene testa, non ha paura di dire la sua e si fa rispettare; beve e fuma, fa l’amore e sa scopare, sa essere dolce e all’occorrenza violenta. Una donna normale ma che ha coscienza di sè stessa e della sua forza. Le donne sono le protagoniste assolute del romanzo, anche quando non sembra. Tutto gira attorno a loro. Non c’è bisogno di rappresentarle bellissime né coi superpoteri, o imbattibili killer spietate, per farle diventare delle eroine. Sono espedienti che mi fanno ridere, che avvallo solo per i fumetti.

Luigi Bernardi disse in un’ intervista: Il noir è il racconto della deriva umana e sociale di un uomo, raccontata dal punto di vista della vittima: niente di più, niente di meno. E’ sempre valida questa lezione? L’ hai fatta tua?

Assolutamente. Luigi Bernardi è il mio punto fermo.

E’ difficile far rientrare il noir in un canone ristretto, spesso è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere. Trovi la contaminazione di generi positiva?

Questo modo di interpretare le cose – il noir è uno sguardo, un’ atteggiamento, un malessere – ha fatto passare, sotto la definizione di noir – più elegante, più vendibile – ogni tipo di romanzo giallo e thriller, annacquando il genere, che invece è stra/definito e ha regole ferree. È una questione che mi ha visto protagonista di litigate furibonde e di scazzi notevoli, anni fa, e ora mi è passata la voglia. Facciano e dicano quello che vogliono.
Sulla contaminazione ho idee chiare: puoi farla solo se hai un progetto valido e sai scrivere.

Si può scrivere un noir che esuli dal poliziesco, senza poliziotti, investigatori, criminali (perlomeno condannati)?

Certamente. Penso alle parole di Bernardi e cito L’avversario di Emmanuel Carrère.

Parlando di cinema. Una domanda sul tuo lavoro di sceneggiatore: puoi anticiparci qualcosa? In cosa differisce il lavoro dello scrittore da quella dello sceneggiatore? Raccontaci come è andata.

È stata un’esperienza affascinante e massacrante al tempo stesso: mi hanno chiamato a scrivere i dialoghi di una sceneggiatura già scritta. Mi sono dovuto calare in personaggi realmente esistiti e in altri inventati ma già delineati, protagonisti di una storia molto lontana dal mio timbro di scrittore – ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, dove la musica assurge a salvezza di un gruppo di uomini -.
Ho faticato non poco, ma sono riuscito nell’intento, con tanti complimenti da parte dei miei referenti. Tutto un altro tipo di scrittura, rispetto ai romanzi, dopo puoi sviscerare un pensiero per una pagina, o far aleggiare uno stato d’animo per un capitolo intero, o descrivere il gesto di una persona per diverse righe, soffermandoti su mille particolari; no, in una sceneggiatura sta tutto dentro una piccola parentesi a corollario di una frase di un dialogo. Sceneggiare e romanzare sono due cose totalmente differenti.

Cosa legge Alessandro Zannoni, quando non scrive? Ci sono autori esordienti che ti hanno favorevolmente colpito?

Leggo di tutto: mi piace seguire i consigli entusiasti degli amici, o scegliere un romanzo destreggiandomi tra le recensioni finte o vere che trovo in rete o nei giornali. Sono sempre molto curioso, attento a quello che esce, ma il discrimine rimane la qualità di scrittura: non mi faccio problemi a mollare un romanzo se la scrittura non è all’altezza delle aspettative, oppure saltare interi paragrafi appena sento puzza di rottura di coglioni. Ne ho finiti parecchi, in questa maniera. Esordienti, esordienti… ne ho letti un po’ ma nessuno mi ha lasciato il segno, nessuno mi ha fatto emozionare. Invece sto aspettando l’uscita a ottobre del nuovo romanzo di Antonio Paolacci; non esce da parecchio, quindi ha l’allure dell’esordiente, sono certo mi colpirà.

Come possono i lettori entrare in contatto con te?

Il modo più facile è attraverso il mio sito: http://alessandrozannoni.strikingly.com/

Beh è tutto, grazie per questa chiacchierata. Ultima domanda, cosa vedremo prossimamente di tuo in libreria?

Ho una raccolta di racconti e un romanzo inedito che cercano casa. Adesso chiamo il mio agente e sento se ci sono novità, poi ti avverto. Ciao Giulietta, a presto.

:: Traditi e traditori, Guglielmo Mariani, (Giovane Holden Edizioni, 2017), a cura di Daniela Distefano

27 luglio 2017
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Siamo in guerra, la più spudorata, la più alienante dell’umanità: 8 aprile 1945, tra qualche settimana finisce il III Raich, ma nessuno ci crede ancora.
Si respira odore di morti, putridume ovunque, in ogni angolo dei territori in conflitto, il Secondo conflitto mondiale.
Kristine ha tre figli e decide di fuggire per non assistere al precipitare degli eventi. Suo marito è generale delle SS di stanza in Polonia, non può partire con la sua famiglia che adesso è diretta verso ovest, fino alla Baviera, invasa dagli americani.
Ma accade qualcosa che fa voltare pagina al destino di questa madre e dei suoi pargoli, qualcosa di inaspettato, di non credibile in pieno abominio umano. Sboccia un sentimento come ginestra tra i sassi, in mezzo
alla migrazione biblica di milioni di persone che temono l’Armata Rossa incalzante.
Mentre perlustrano una foresta, si imbattono in una casa disabitata.
Non è una casa qualunque, di quelle diroccate, mezzo spettrali, ritrovo per animali o assassini bestiali, no. E’ piuttosto una magione dei sogni, non manca nulla, è colma di provviste, e Kristine capisce subito di aver trovato la cuccagna.
Passa del tempo e un giorno arriva un uomo portato dal vento. Il vento della passione per Kristine. Il suo nome è Vladislav, in missione per la Resistenza Polacca.
Tra i due si accende una fiammella d’amore incendiaria. Non riescono a resistere più di tanto, cedono e si arrendono l’uno tra le braccia dell’altra.
Un amore impossibile? sì. Anche perché non si può vivere a lungo nell’acquario se non si è pesci muti.
Non lontano accadono eventi drammatici, quattro eserciti si contendono il suolo tedesco.
Il finale non va svelato, però davvero non importa saperlo o meno, quel che è certo è che questo romanzo ci ha donato ore di piacevole svago prendendo spunto invece dalla storia, da un passato che di favolistico ha ben poco.
Se siete al mare, in spiaggia, sotto l’ombrellone, o se vi godete la montagna con il suo verde estivo, oppure semplicemente scacciate il caldo con l’acchiappa mosche sulla terrazza di casa, potrete assaporare questo concentrato di fantasia sensuale in un contesto che è descritto con doveroso puntiglio.

Guglielmo Mariani, medico, ha insegnato nelle Università di Roma, L’Aquila e Palermo. Ora è Professore all’Università di Westminster, Londra.
Ha pubblicato più di 370 lavori scientifici, la maggior parte su prestigiose riviste internazionali.
Il suo primo romanzo, “Roberto”, Armando Curcio Editore, 2014, ha ottenuto il secondo premio al Concorso Letterario Zingarelli nel 2015; nel 2016 pubblica il secondo romanzo “Il Gaullista di Parma”, Editrice DGS.
Il suo ambito preferito è la Storia nella quale cala i suoi personaggi per dare alle loro vicende umane un significato più ampio.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Miranda e Marco della “Giovane Holden Edizioni”.

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:: Estate nera, Fabio Orrico e Germano Tarricone (Golem edizioni, 2017), a cura di Nicola Vacca

27 luglio 2017
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Fabio Orrico e Germano Tarricone dopo aver scritto insieme Giostra di sangue (Echos edizioni, 2015) tornano con Estate nera (Golem edizioni).
Un noir ambientato sulla Riviera romagnola con una galleria di personaggi che danno alla storia tutti gli ingredienti di un intrigo che mozza il fiato.
Cominciando da Alberto Braida che ufficialmente fa il portiere di notte nell’Hotel Vesuvio di proprietà di sua moglie Rosaria, sorella di Salvatore Mastantuono, un potente boss della camorra che ha fatto della Romagna il centro dei suoi affari.
Alberto è diventato l’uomo di fiducia del boss e per lui si occupa di alcune grosse faccende legate allo spaccio della droga.
Quella che è arrivata si preannuncia un’estate particolare, Alberto, che ha un passato nel terrorismo nero al tempo degli anni di piombo, sembra essere stanco del suo lavoro con il clan e soprattutto non sopporta le bravate di Ciro, suo nipote e figlio del boss.
In Riviera tira una brutta aria, adesso anche la mafia cinese si è messa sulla strada del clan Mastantuono con l’intenzione di scatenare una guerra e intralciare i redditizi affari della famiglia.
Succederà di tutto quando arriva un gruppetto di naziskin tra cui c’è anche il figlio di Laura Vergara, sua compagna ai tempi della latitanza durante gli anni del terrorismo.
Ma soprattutto Alberto non sopporta più sua moglie Rosaria e il boss Salvatore, che lo trattano come un mero esecutore di ordini.
È giunta l’ora per il nostro protagonista di sganciarsi dalle grinfie violente del clan. Alberto mette a punto un piano per tradire il boss e fuggire con il ricavato della vendita della droga.
A questo punto Estate nera decolla definitivamente e i due autori danno alla storia un ritmo incalzante.
Orrico e Tarricone scrivono un noir intrigante e denso di colpi di scena. Come lettore sono rimasto inchiodato fino all’ultima pagina chiedendomi quale sarebbe stato il prezzo che Alberto avrebbe pagato per affrancarsi definitivamente dala sudditanza camorrista di Salvatore Mastantuono.
Estate nera è adrenalina letteraria allo stato puro con un finale a sorpresa degno di un grande libro.

Fabio Orrico è nato, vive e lavora 19 a Rimini. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Germano Tarricone, (Echos edizioni, 2015) e il romanzo breve Il bunker (ErosCultura, 2016). Nel 2017 è uscita, per i tipi di Fara Editore, la raccolta di poesie Della violenza. Una guerra di nervi.

Germano Tarricone è nato a Milano. Vive a Santarcangelo di Romagna. È uno sceneggiatore cinematografico. Ha pubblicato il thriller Giostra di sangue, scritto a quattro mani con Fabio Orrico (Echos edizioni, 2015).

Source: libro inviato dagli autori al recensore.

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:: Né uomo né dio, Simone Sarasso (Mondadori, 2017), a cura di Elena Romanello

27 luglio 2017
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Il personaggio di Ercole, semidio della mitologia classica, torna periodicamente alla ribalta, in fondo è da lui che discendono tutti i supereroi dell’immaginario di oggi e nelle sue avventure si trovano già molti archetipi che il fantastico ha continuato a frequentare e a proporre.
L’ultima rilettura della storia di Ercole o Eracle, figlio di Zeus e di una donna mortale, è quella di Simone Sarasso che con il primo volume di Né uomo né dio, La giovinezza, racconta una storia che tutti pensano di conoscere ma che in realtà non è così.
Infatti Simone Sarasso sceglie un approccio diverso, meno da leggenda mitologica e più da tragedia greca, raccontando dal punto di vista del diretto interessato un destino che è scritto fin dal suo concepimento, frutto di una notte di passione rubata tra Zeus e la bellissima, inconsapevole Alcmena, che non riuscirà mai ad amare fino in fondo questo figlio e arriverà ad odiarlo.
In parallelo, Ercole verrà perseguitato da Era, la moglie tradita di Zeus, che ha in serbo per lui una vita di supplizi, ma dovrà vedersela anche con il suo lato oscuro, che se scatenato provocherà catastrofi, come la morte dell’amata Deianira e dei suoi bambini ma anche la perdita del maestro centauro Chirone.
Messo da parte dai genitori a favore del fratello gemello mortale Ificle, padre poi di quel Iolao che diventerà suo compagno inseparabile, Ercole deciderà per espiare di sottoporsi alle dodici fatiche imposte dal cugino Euristeo, sperando di trovare un suo posto sull’Olimpo tra cacce e leoni e uccisioni di mostri come l’Idra. Ma la strada è ancora lunga e la tragedia di Ercole è ben lontana dall’essere esaurita.
In questo primo volume di un dittico Simone Sarasso sceglie un tono crudo, non eroico, capace di restituire ad una dimensione non aulica i miti, con uno stile moderno che rievoca film d’azione come 300 dal fumetto di Frank Miller e in generale la generazione di storie di supereroi a fumetti contemporanei e ormai lontani dall’essere solo paladini del bene.
Ercole si rivela potentissimo e fragilissimo, in preda a passioni incontrollabili ma molto umano, in cerca di una redenzione e di un posto al mondo umano e divino, quando non appartiene in realtà a nessuno dei due luoghi e a nessuna delle due stirpi.
Quindi, un libro perfetto per chi pensava di sapere tutto su Ercole, magari grazie al film Disney o al serial tv anni Novanta con Kevin Sorbo e che invece scoprirà un personaggio tutto nuovo, a cui comunque appassionarsi.

Simone Sarasso è autore di romanzi storici e noir, come il bestseller Invictus – Costantino l’imperatore guerriero (Rizzoli, 2012, Premio Salgari 2014), Colosseum – Arena di sangue (Rizzoli, 2012), Æneas – La nascita di un eroe (Rizzoli, 2015), Il Paese che amo (Marsilio, 2013, menzione speciale della giuria al Premio Scerbanenco) e Da dove vengo io (Marsilio, 2016). Ha inoltre firmato insieme a Loris Capirossi l’autobiografia del tre volte campione del mondo di motociclismo (65 – La mia vita senza paura, Sperling & Kupfer, 2017). I suoi libri sono tradotti e pubblicati in Spagna, Brasile, Albania e Stati Uniti d’America. Insegna scrittura creativa alla NABA di Milano.

Source: omaggio della casa editrice al recensore, si ringraziano Simone Sarasso e Cecilia Palazzi.

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:: La stagione dei tradimenti, Philippe Georget (EO, 2017) a cura di Giulietta Iannone

26 luglio 2017
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Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d’amore!

(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)

Dopo anni di libero amore, rivoluzioni sessuali varie, promiscuità più o meno serenamente accettata, sembra che il tradimento sia ancora un tema capace di reggere la trama di un crudo polar, un poliziesco alla francese per intenderci, un genere che forse solo i francesi sanno davvero scrivere con quel tocco di introspezione e di spleen, di vita quotidiana ripetitiva e rassicurante, di violenza informe, più che fisica, psicologica.
Il tradimento e la gelosia, due entità strettamente connesse e humus ideale per quel genere di letteratura a cui interessa più sondare l’animo umano (e per esteso il quadro sociale), che determinare dove siano davvero i colpevoli e gli innocenti. In un tradimento, in un adulterio per meglio dire, nello sgretolarsi di un amore, di una coppia nata per durare, per arrivare insieme alla vecchiaia, non c’è mai un colpevole solo. I ruoli sono ambigui, non c’è nessun vero innocente. Non a caso questo tema è stato utilizzato spesso nel noir, soprattutto quando diventa ossessione e sfocia nel delitto.
Nell’Antico Testamento questa colpa è tanto grave da prevedere la lapidazione della donna adultera. E’ la rottura di un patto, più che tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Non a caso il tema dell’infedeltà, anche morale, acquista spesso i toni dolorosi e emotivi dell’adulterio. Essere traditi dall’uomo o dalla donna che si ama ha qualcosa di irreversibile, non si torna indietro, anche se non è detto che superata l’offesa, l’orgoglio ferito, la paura di non distinguere più quando l’altro ci mente, ci inganna, ci raggira, la coppia non possa risultare rafforzata, il perdono reciproco dopo tutto è una grande prova di coraggio, di fiducia.
Di questi temi tratta La stagione dei tradimenti (Méfaits d’ hiver: Ou variations sur l’adultère et autre péchés véniels, 2015), di Philippe Georget, edito in Italia da EO e tradotto dal francese da Silvia Manfredo.
Stavo per perdermi l’incontro con questo autore, (in Italia ha già pubblicato sempre con EO D’estate i gatti si annoiano, In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell’ aquilone), giungo ai suoi libri al terzo della serie del tenente di polizia di Perpignan, Gilles Sebag. E l’inizio della lettura non è stato promettente, in un certo senso troppo lento, un uomo, un poliziotto da un sms scopre che sua moglie Claire lo tradisce. Lui che anche i colleghi riconoscono dotato di fiuto leggendario, lo scopre per caso. Si è ingegnata, Claire, ha escogitato tutto alla perfezione perché non lo scoprisse, e invece, senza meriti, la rivelazione e la vita di lui va in pezzi. Nello stesso tempo viene chiamato sul luogo di un delitto, una donna uccisa dal marito in una camera d’albergo. Una donna che aveva appena tradito il marito. Due adulteri, slegati, noiosi, comuni.
Quando la storia ha iniziato a interessarmi? Quando si scopre che i due fatti non sono slegati per niente, quando si scopre un legame, e soprattutto è interessante come l’autore fa scoprire tutto ciò al lettore, tra interrogatori e intuizioni facendoci entrare piano piano nella vita intima del protagonista di cui di colpo diventano importanti tormenti e disperazione. E lo fa lentamente, facendo scoprire passo passo le carte. Facendoci pensare che i due amanti siano gli stessi (magari con un nome diverso), in un gioco di sdoppiamenti e di specchi.
Poi no, non è così, la trama poliziesca si ricollega forse più a un giallo classico di Dame Agatha Christie, forse il suo libro più noir, Curtain: Poirot’s Last Case, (la citazione in esergo di Shakespeare è in parte citata da questo libro), e a un celebre film di Henri-Georges Clouzot, Le Corbeau. Dopo questo punto di svolta, la lettura ha cominciato a procedere spedita fino alla scoperta dell’identità di The Eye.
Gilles Sebag è un bel personaggio, magnificamente caratterizzato con luci e ombre, simpatico per certi versi, dignitoso nel suo ruolo di uomo tradito (lui direbbe cornuto, con quella sua valenza umiliante e derisoria), sebbene anneghi il dolore nell’alcool, nel fumo, tormenti la moglie con domande imbarazzanti, si tuffi nel lavoro, scoprendo con sgomento che rispecchia proprio cosa capita nella sua vita.
Divertenti sono le parti in cui tratta delle riviste femminili, o dei siti internet, che ti fa sembrare che la maggior parte delle donne francesi stiano consumando tradimenti e si ingegnino a scoprire i mille modi per tenerli nascosti ai propri partner. Insomma si sorride anche. Amaro ma si sorride.
I rapporti tra colleghi sono ben caratterizzati, ben descritto è il paesaggio, i luoghi, lo spirito dei posti. E la vita quotidiana, la routine di una coppia sposata, i figli, il sesso, le preferenze, i pranzi, le feste comandate, i segreti che si mantengono, nonostante la convivenza. Georget è molto attento alle dinamiche e sfumature psicologiche sia maschili, che femminili. E i riflessi che queste hanno sul contesto sociale.
Singolare e non banale è la descrizione dell’ambiente della polizia, le beghe burocratiche che un medico legale deve superare per farsi riconoscere l’onorario per una visita a un detenuto, la zona ristoro fatta di qualche sedia qualche tavolo e un distributore automatico, il posto dove i poliziotti vanno a mangiare piatti tipici rafforzando lo spirito di gruppo, tra commenti sulle indagini e squarci di vita familiare e personale. Tutto a favore di un realismo ottenuto anche grazie all’aiuto di amici poliziotti di Perpignan, di Tolosa e di altre località, fonte di molte confidenze.
E le telecamere puntate su ogni angolo della città, ore e ore di nastri visionati, che ti sembra di vederle le borse sotto gli occhi dei poliziotti. Insomma Philippe Georget merita una possibilità, magari scoprirete, come me, un altro autore da tenere d’occhio.

Philippe Georget è nato a Épinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisione per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper con la moglie e i tre figli, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Giordania, Libia e altri paesi. Con D’estate i gatti si annoiano, suo romanzo d’esordio, pubblicato nel 2012 dalle nostre edizioni, ha vinto nel 2011 il Prix SNCF du Polar e il Prix du Premier Roman Policier de la ville de Lens.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

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:: Cosa Liberi si porta in vacanza?

26 luglio 2017

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Ma libri naturalmente. (Che domanda!) Mentre qui stiamo chiudendo prima delle vacanze (terrò il blog chiuso per tutto agosto), dando termine alle ultime scadenze (ho letto alcuni libri devo solo recensirli), mettendo un po’ in ordine in redazione (che poi sarebbe il mio studio), sbircio le pile di libri comprati, ricevuti, presi in prestito e mi domando quali scegliere, quali portare in montagna, al mare, o anche solo in giardino o al parco. In totale libertà, mettendo un po’ da parte scadenze, impegni o altro. Noto che sono perlopiù miei acquisti, (in effetti compro troppi libri rispetto alle mie entrate), e perlopiù stranieri, alcuni era da tanto che volevo leggerli, alcuni sono riletture. E questa volta posso dire, buona lettura a me.

Ecco:

Lee Child – Prova a fermarmi (trad. Adria Tissoni)
Ben Pastor – Il morto in piazza (trad. Luigi Sanvito)
Nicola La gioia – La ferocia
Gunnar Staalesen – Satelliti della morte (trad. Maria Valeria D’avino)
Charles Willeford – Miami Blues ( trad. Emiliano Bussolo)
Hervé Le corre – Dopo la guerra (trad. Alberto Bracci Testasecca)
Simona Lo Iacono – Il morso
Katherine Mansfield – Tutti i racconti (trad. Maura Del Serra)
William McIlvanney – Strane lealtà (trad. Alfredo Colitto)
Yoshida Shuichi – L’uomo che voleva uccidermi (trad. Gala Maria Follaco)
Stephen King – Il miglio verde (trad Tullio Dobner)
Jim Thompson – Una spaventosa faccenda e altri racconti (trad. Eleonora Lacorte)
Elizabeth Arnim – Un incantevole aprile (trad. Sabina Terziani)
EliselleIl colore della nebbia
Edith Wharton – I ragazzi (trad. Elena Grillo)
Liu Fengwen – Peinture de femmes dans la Chine ancienne (trad. Virginie Chomier)

(Ce ne sarebbero altri, ma 15 libri in un mese penso che bastino).

:: Nel guscio, Ian McEwan (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

26 luglio 2017
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Nel guscio il nuovo romanzo di Ian Mc Ewan è genialità pura e inquietante. Lo scrittore inglese torna finalmente a raccontare e a inventare personaggi che hanno perso l’innocenza e riempiono la loro esistenza della stessa crudeltà di cui è fato il mondo.
Con questo nuovo libro ritroviamo il Mc Ewan di Bambini nel tempo e di Il giardino di cemento, quello che vale la pena leggere fino in fiondo.
Il mondo oggi è crudele e una cattiveria che distrugge dilaga nelle cose e nelle persone. Lo sa anche il feto, che è il protagonista di questo libro, che dalla comodità scomoda del suo guscio materno racconta di sua madre e delle nefandezze che mette in atto insieme al suo amante.
Trudy, 28 anni donna bellissima, ha tradito il marito e padre del bambino che porta in grembo, con il fratello di lui, Claude, insignificante e viscido agente immobiliare.
I due decidono di assassinare il marito per venire in possesso della casa vittoriana in cui attualmente abitano.
John Cairncross, poeta e editore sull’orlo del fallimento, ovviamente è all’oscuro della trappola mortale che gli stanno preparando i suoi parenti più stretti.
Ecco che entra in gioco il feto che negli ultimi giorni di gravidanza diventa l’unico testimone impotente del crimine.
Recluso a testa in giù il narratore porge l’orecchio sulle cose e i fatti del mondo e si accorge che non solo sua madre, ma il mondo intero è ostaggio delle forze del male. Si accorge che fuori non tira una brutta aria e che tra le vite degli esseri umani spaventati si aggira una mefistofelica aria di orrore e di terrore che miete vittime innocenti ogni giorno.
«Che mostruosa ingiustizia, avere tanto male prima che la vita cominci», racconta nel disincanto del suo liquido amniotico il feto che da queste parole ci fa capire che non vorrebbe nascere in un mondo così.
Il feto come voce narrante è la straordinaria genialità di Ian Mc Ewan che torna a scrivere un romanzo che la realtà la inventa. Lo scrittore scomoda drammatici paradossi surreali che allo stesso tempo sono il perimetro ideale di tutto ciò che stiamo vivendo.
Nel guscio è un libro spiazzante, forse il colpo di genio di Ian Mc Ewan che finalmente è tornato alle origini della sua narrativa.
Quel feto non ancora venuto al mondo è il testimone di un dramma intimo e universale che si consuma nelle vite sbandate di un’umanità intera che ha perso completamente l’innocenza e ogni giorno si estingue cedendo il passo all’orrore che si manifesta in ogni forma.
Ian Mc Ewan, attraverso le amare considerazioni di un bambino che non è ancora nato e che da quello che sente non ne ha alcuna intenzione, con un talento da abile narratore mette in scena una credibile rappresentazione della nostra umanità dolente alla fine dei suoi giorni.
Nel guscio è un grande libro sui cui abbiamo l’obbligo di discutere a lungo.

Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershott e vive a Londra. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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