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:: Nel guscio, Ian McEwan (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

26 luglio 2017
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Nel guscio il nuovo romanzo di Ian Mc Ewan è genialità pura e inquietante. Lo scrittore inglese torna finalmente a raccontare e a inventare personaggi che hanno perso l’innocenza e riempiono la loro esistenza della stessa crudeltà di cui è fato il mondo.
Con questo nuovo libro ritroviamo il Mc Ewan di Bambini nel tempo e di Il giardino di cemento, quello che vale la pena leggere fino in fiondo.
Il mondo oggi è crudele e una cattiveria che distrugge dilaga nelle cose e nelle persone. Lo sa anche il feto, che è il protagonista di questo libro, che dalla comodità scomoda del suo guscio materno racconta di sua madre e delle nefandezze che mette in atto insieme al suo amante.
Trudy, 28 anni donna bellissima, ha tradito il marito e padre del bambino che porta in grembo, con il fratello di lui, Claude, insignificante e viscido agente immobiliare.
I due decidono di assassinare il marito per venire in possesso della casa vittoriana in cui attualmente abitano.
John Cairncross, poeta e editore sull’orlo del fallimento, ovviamente è all’oscuro della trappola mortale che gli stanno preparando i suoi parenti più stretti.
Ecco che entra in gioco il feto che negli ultimi giorni di gravidanza diventa l’unico testimone impotente del crimine.
Recluso a testa in giù il narratore porge l’orecchio sulle cose e i fatti del mondo e si accorge che non solo sua madre, ma il mondo intero è ostaggio delle forze del male. Si accorge che fuori non tira una brutta aria e che tra le vite degli esseri umani spaventati si aggira una mefistofelica aria di orrore e di terrore che miete vittime innocenti ogni giorno.
«Che mostruosa ingiustizia, avere tanto male prima che la vita cominci», racconta nel disincanto del suo liquido amniotico il feto che da queste parole ci fa capire che non vorrebbe nascere in un mondo così.
Il feto come voce narrante è la straordinaria genialità di Ian Mc Ewan che torna a scrivere un romanzo che la realtà la inventa. Lo scrittore scomoda drammatici paradossi surreali che allo stesso tempo sono il perimetro ideale di tutto ciò che stiamo vivendo.
Nel guscio è un libro spiazzante, forse il colpo di genio di Ian Mc Ewan che finalmente è tornato alle origini della sua narrativa.
Quel feto non ancora venuto al mondo è il testimone di un dramma intimo e universale che si consuma nelle vite sbandate di un’umanità intera che ha perso completamente l’innocenza e ogni giorno si estingue cedendo il passo all’orrore che si manifesta in ogni forma.
Ian Mc Ewan, attraverso le amare considerazioni di un bambino che non è ancora nato e che da quello che sente non ne ha alcuna intenzione, con un talento da abile narratore mette in scena una credibile rappresentazione della nostra umanità dolente alla fine dei suoi giorni.
Nel guscio è un grande libro sui cui abbiamo l’obbligo di discutere a lungo.

Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershott e vive a Londra. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry e Nel guscio. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Capri l’ azzurra, Storia, luoghi di mare, itinerari, persone, arte e architettura dell’isola, a cura di Sergio Prozzillo e Flavia Soprani (Imago, 2017)

26 luglio 2017
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L’Italia è un paese di grande bellezza. Pieno di ricchezze naturali, artistiche, architettoniche. Arte, storia, cultura si intrecciano così fittamente, che fa male vedere quanto questo patrimonio non sia abbastanza valorizzato. Già al tempo in cui era presidente del consiglio D’Alema (forse anche prima), si discuteva sul fatto che l’Italia è così ricca di queste bellezze che potrebbe vivere unicamente di turismo. Forse era una battuta, forse l’idea di trasformare lo stato in un gigantesco centro vacanze non è neanche tanto brillante, ma un fondo di vero c’è.
A questo pensavo sfogliando Capri, l’azzurra, guida turistica dell’ isola, in lingua italiana e inglese (io ho visionato la versione in lingua italiana), segnalatami dall’ autrice Flavia Soprani. Attualmente disponibile a Napoli presso la libreria Feltrinelli piazza dei Martiri e Ubik via Benedetto Croce; a Capri presso l’edicola della Piazzetta; Amazon, IBS e Libreria Universitaria.
Amo viaggiare (più che altro con la fantasia) e colleziono guide di viaggi, dalla Cina, agli USA, da Firenze a Parigi. Sono cresciuta leggendo le riviste storiche del Touring Club, e i bellissimi libri illustrati che ogni tanto mandavano. E poi amo la costiera amalfitana, Amalfi, Atrani, Positano, Ravello, Sorrento, Vietri sul mare (la più vicina alla città dell’entroterra da cui proveniva mio padre). Mia madre ci ha passato tanti estati della sua gioventù. Conobbe persino Jaqueline Kennedy, che adorava venirci in vacanza e ogni tanto scendeva dal suo yacht per collezionare sandali o comprare le sigarette, o i figli di Roberto Rossellini, anche loro appassionati della costiera.
Delle isole personalmente conosco più Procida, Ischia e Capri, al largo della penisola sorrentina, le ho solo viste da lontano. Ma non si può dire di aver vissuto senza aver visto almeno una volta la Grotta Azzurra! Capri l’ azzurra, è insomma una guida che vi farà venir voglia di viaggiare (e utile e di facile consultazione se visiterete l’isola sul serio).
Il testo, chiaro ed elegante, in carta patinata, è diviso in 7 parti: (Sito, Storia, Itinerari, Luoghi di mare, Arte e iconografia, Architettura e ville, Persone). Ricco di mappe, disegni, fotografie (a colori di Umberto D’Aniello), informazioni turistiche e curiosità (insolito il caso Diefenbach). Il capitolo finale Persone, di Filippo De’ Rossi, elenca tutti (o quasi) i personaggi illustri che risedettero sull’ isola da Augusto e Tiberio, per arrivare a Curzio Malaparte e molti altri, perlopiù stranieri che lasciarono il cuore a Capri. Particolarmente ricco il capitolo Architetture e ville, a cura di Gabriella D’Amato e Arte e iconografia di Stefano Causa. Chiude il volume una ricca bibliografia, e le info finali, con gli orari di apertura dei maggiori musei, e link utili.

Sergio Prozzillo
Ha studio in Napoli di progettazione architettonica, grafica e design.
Ha avuto esperienze didattiche all’Isia di Urbino e all’Istituto Superiore di Design di Napoli.
Insegna ‘Arti visive e disegno’ all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
www.sergioprozzillo.com

Flavia Soprani
Illustratrice e graphic designer, collabora con lo studio Imago – Architettura Grafica Design di Sergio Prozzillo dal 2007.
Laureata in Architettura nel 2014, dal 2016 è dottoranda di ricerca in ‘Scienze umane e nuove tecnologie’.
www.flsoprani.com

Provenienza: inviato dall’ autore, si ringrazia Flavia Soprani.

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:: Libreria Luigi, Stefano Caso (Ianieri edizioni, 2017), a cura di Federica Belleri

26 luglio 2017
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Luigi, come Pirandello. Luigi, come una libreria. Luigi, come il suo proprietario. Precisiamo: una libreria, non una rivendita di libri. Un luogo dove i volumi hanno una vita propria, hanno corpo e anima, voce e suono. Un negozio che non viene collocato in una cittadina specifica, perché non è quello il dettaglio importante.
Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno Luigi cambia prospettiva, ha bisogno di un altro tipo di vita. Si confronta con se stesso guardandosi allo specchio, e cosa vede? Vede un altro sé, un altro marito, un altro libraio. I suoi affezionati clienti iniziano a guardarlo con occhi diversi, i personaggi di opere famose del passato desiderano dialogare con lui e confrontarsi. Per quale motivo?
La sua libreria odora sempre di lavanda, ma è lui ad essere cambiato. Si sente trasformato, quasi stenta a riconoscersi. Cosa gli sta succedendo?
Il suo quotidiano viene travolto da eventi che non avrebbe mai pensato di vivere, il rapporto con sua moglie e la sua famiglia subisce un brusco stallo. Perché?
Perché a volte è necessario mettersi in discussione, a volte è determinante per la propria sopravvivenza dare un taglio, e smetterla di subire. Spesso le frasi lasciate a metà, o le parole non dette, possono provocare enormi danni. Perché Luigi è molto di più di un “semplice libraio”. È intelligente, sensibile, concreto, incasinato. È un uomo che sta saltando oltre, e ha bisogno di riscoprirsi.
Fra segreti e bugie, scorre questa storia, ben costruita dall’autore. Storia arricchita da eroi e mostri della mitologia greca, da discorsi intrattenuti con personaggi di Pirandello, Hugo, Kafka, Moliére, solo per citarne alcuni. A dimostrazione di quanto siano importanti le parole scritte per questo originale protagonista.
Libreria Luigi è il viaggio di un uomo attraverso le vicissitudini della sua vita, le delusioni e le aspettative, i sentimenti e il sesso. È un uomo di tutti i giorni, ma dalle caratteristiche speciali. Quali sono i suoi sogni? Come vede lui i suoi clienti? Cosa gli donano, entrando nella sua libreria?
Ricostruire si può, anche dall’orgoglio ferito. Ottimo romanzo di narrativa, che trovo legato a sfumature noir. Trama fluida, scorrevole, mai banale. Non mancano le occasioni per riflettere, anche su se stessi.
Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Provenienza: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa.

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:: Quaderni giapponesi, Igort (Fandango Coconino Press, 2015), a cura di Elena Romanello

26 luglio 2017
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Da quarant’anni, cioè da quando arrivarono in Italia i primi anime, il Giappone è visto da molti come un paradiso per i fumetti e per chi si occupa di letteratura disegnata. Questo non è sempre vero, soprattutto per chi è straniero (si tratta di un mercato molto chiuso e molto nazionale, a differenza per esempio delle case editrici di comics negli Stati Uniti), ma qualcuno che ci riesce, anche solo per un periodo c’è, come Igort, autore poliedrico e internazionale.
In Quaderni giapponesi Igort racconta il suo viaggio e la sua permanenza nel Paese del Sol levante, l’impero dei manga ma molto altro ancora, presentando un viaggio alla scoperta della cultura e dell’anima giapponese, che non è legata solo a manga ed anime, anche se questi sono fondamentali per capire la società giapponese di oggi.
Quaderni giapponesi, più un libro illustrato che una graphic novel, è nato su Facebook partendo dai post di Igort, appunti di diario con scritti e immagini, poi rielaborati e portati su carta a raccontare un viaggio in un Paese che è diviso tra modernità e attaccamento ad un passato spesso mitico, tradizioni e voglia di innovazione estrema.
Igort affronta tutti gli aspetti di una cultura complessa, dall’industria dei manga ed anime che ha il suo grosso bacino di lavoro e di fruizione proprio in Giappone, alla cultura anche tradizionale, dalla filosofia zen al senso di bellezza ai tanti modi di vivere di un luogo dove metropoli caotiche si affiancano a luoghi sperduti rimasti intatti da millenni.
Il rapporto tra Igort e il Giappone del resto risale a oltre vent’anni fa, quando all’inizio degli anni Novanta Igort fu il primo disegnatore italiano e occidentrale chiamato a collaborare con le riviste giapponesi. In totale, l’autore da allora ha compiuto oltre venti viaggi a Tokyo, in cui ha registrato anche cambiamenti del mercato e sociali, raccontando incontri e collaborazioni con i grandi mangaka, registi, musicisti, scrittori, dal colosso Kodansha a Hayao Miyazaki, da Ryuichi Sakamoto a Kitano.
Una storia per immagini affascinante e ricca di contrasti, che apre uno sguardo a tutto tondo su un mondo, da consigliare alle varie generazioni di appassionati di manga ed anime per capire come un occidentale può rapportarsi al mondo giapponese, ma anche a chi sa poco dell’immaginario del Paese del Sol levante, per capire come mai ha affascinato e continua ad affascinare i giovani dagli anni Settanta ad oggi.

Igort, vero nome Igor Tuveri, classe 1958, inizia la sua carriera di fumettista a fine anni Settanta, iniziando a collaborare con riviste italiane e straniere come Linus, Frigidaire, Metal Hurlant. A partire dagli anni Novanta inizia a lavorare per la casa editrice Kodansha, primo occidentale ad entrare nel tempio dei manga. Nel 2000 fonda la Coconino Press, che lascerà nel 2017; in parallelo si trasferisce a Parigi, e si dividerà molto tra la capitale francese e Tokyo, passando in Italia in molte occasioni e facendo altri viaggi. Tra le sue opere ricordiamo Goodbye Baobab, Yuri, Brillo Croniche di Fafifurnia, Storyteller, Quaderni ucraini, Quaderni russi, My generation, Gli assalti alle panetterie.

Provenienza: inviato dall’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Fandango Coconino Press.

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:: Rapsodia francese, Antoine Laurain, (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

25 luglio 2017
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Antoine Laurain è un brillante scrittore francese che meriterebbe di essere letto molto di più in Italia.
Einaudi dopo aver pubblicato nel 2015 La donna dal taccuino rosso, delizioso gioiello di scrittura che può anche considerarsi un omaggio di Laurain a Patrick Modiano, adesso dà alle stampe Rapsodia francese.
Anche con questo romanzo l’autore si conferma un narratore in grado di inventare atmosfere suggestive e intimiste in cui il lettore si perderà nel tempo sospeso della memoria e del passato che riporta al presente con i suoi rimandi di futuro.
Tra mistero, divertimento, leggerezza, come nei migliori romanzi del suo maestro Modiano, Laurain ha scritto un romanzo gradevole sulle magie e sulle dimenticanze del tempo e sull’intreccio delle nostre vite con gli istanti perduti e mancati.
Tutto ha inizio con una lettera recapitata per un disguido postale dopo trentatré anni a Alain, che fa il medico a Parigi, ma che negli anni Ottanta sognava insieme a un gruppo di amici di fare il musicista e insieme fondano la rock band degli Hologrammes.
Quando la lettera della casa discografica, che era scivolata dietro all’armadio dell’ufficio postale, giunge con un ritardo di anni nelle mani di Alain, il gruppo ha abbandonato il suo sogno e ognuno dei componenti è andato per la sua strada.
Inizia così il viaggio nel tempo passato ma anche perduto di Alain che si mette alla ricerca dei suoi amici e della cassetta con le canzoni del gruppo che avevano inviato alla casa discografica.
Alain si accorge che non è sempre una buona idea andare a cercare nel proprio passato.
Il medico attraversa in lungo e in largo Parigi, sulla nostalgia dei suoi meravigliosi anni Ottanta, si mette sulle piste degli altri componenti della band. Quel tuffo nel passato lo porterà alla scoperta dei piccoli e grandi segreti che il tempo aveva sepolto insieme a quella lettera mai arrivata che forse avrebbe cambiato il corso di un pugno di vite.
Antoine Laurain scrive un romanzo corale capace di legare con piani narrativi diversi gli anni Ottanta e la Francia di oggi con la durezza dei problemi legati alla crisi.
Ma soprattutto Rapsodia francese è un viaggio nella gioventù perduta in cui il tempo si prende una rivincita su un destino che doveva essere e mai fu.
Come in un romanzo di Modiano, Antoine Laurain sparisce e si perde nei suoi ricordi, si smarrisce nella sua Parigi e nella ricerca di indizi scava nella memoria un’inquietante ragnatela che lo porterà a fare i conti con una verità che non aveva mai conosciuto: nulla ritorna come prima perché il tempo, in cui ci si può perdere o sparire, inesorabile ci dice che la gioventù è passata e i sogni si sono dissolti.

Antoine Laurain è nato a Parigi all’inizio degli anni Settanta. Prima di dedicarsi alla scrittura, ha studiato cinema, ha girato diversi cortometraggi e ha lavorato come assistente antiquario. Nel 2007, con Ailleurs si j’y suis, vince il Prix Drouot. Il romanzo Il cappello di Mitterrand, vincitore del Prix Relay 2012, è stato pubblicato in Italia nel 2013 da Atmosphere. Nel 2011 era uscito per Vallecchi Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette. La donna dal taccuino rosso, bestseller in Francia e pubblicato in Italia da Einaudi (2015), è stato tradotto in dodici paesi. Sempre per Einaudi ha pubblicato, nel 2017, Rapsodia francese.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio stampa Einaudi.

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:: Dente per dente, Francesco Muzzopappa (Fazi, editore 2017), a cura di Viviana Filippini

24 luglio 2017
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“Occhio per occhio, dente per dente”, così sta scritto nel Levitico delle Bibbia. Lo stesso principio, unito al VeV (il piano Virile e Vendicativo), è quello che spinge il ventottenne Leonardo (Leo per noi, suoi amici lettori) a seminare una scia di atti funesti, dei quali nemmeno lui riesce ad immaginare le conseguenze. Leo è il protagonista di “Dente per dente”, il nuovo romanzo di Francesco Muzzopappa edito da Fazi, che, dopo “Affari di famiglia” e “Un posizione scomoda”, torna con una storia avvincente, comica e sarcastica nella quale dimostra come anche una docile pecorella (Leo) possa trasformarsi in un lupo vendicativo. Leonardo lavora da tre anni a Varese al Mu.CO, il Museo d’arte Contemporanea, nel quel sono esposte, secondo gli esperti critici del settore, le peggiori opere dei più grandi artisti contemporanei. Strano ma vero tra di esse un orrendo Warhol che solo a vederlo ti si alza il colesterolo, un Picasso impensabile, un Dalí così spaventoso da mette ansia solo a guardarlo di striscio. Leo ci lavora come addetto al controllo e vigila che i visitatori non facciano foto a raffica, ma il ragazzo che ha perso due dita in un brutto incidente, ha anche una vita fuori da quelle mura. Leo è fidanzato e innamorato pazzo di Andrea Lanzini, una ragazza stupenda. La coppia è in perfetta simbiosi, l’unica divergenza è segnata del fatto che Andrea è molto cattolica (troppo), osservante e praticante, dedita al rispetto categorico dei dieci comandamenti. Non a caso non dice parolacce e, soprattutto (così dice la furbastra), non fa sesso. Tutto cambia all’improvviso quando Leo scopre la finta santarellina timorata di Dio a letto con un altro. Leo non reagisce al momento, poi metterà in atto il VeV, il suo personale piano virile e vendicativo costruito sulla violazione dei Dieci comandamenti tanto amati dalla sua ex. Leo tenta di fare il delinquente, il sabotatore, però ogni sua azione funesta diventerà un’impresa rocambolesca, tragicomica ed evidenzierà la totale imbranataggine del protagonista. Basta pensare che il suo graffito carico di rabbia verso Andrea, scritto lì, sulla strada davanti al palazzo dove lavora la donna, viene spazzato via in un nano secondo dal mezzo che pulisce le strade. Questo e altre mirabolanti azioni vendicative (pseudo piromane, pseudo ladro, pseudo spia) portano Leo a diventare un carnefice che non colpisce mai direttamente Andrea, perché lui infligge pene a chi le sta attorno mandando in frantumi, e nemmeno lo stesso Leo riesce a crederci, il mondo perfetto della ragazza. Il nuovo libro di Muzzopappa è un romanzo spassoso, a tratti potrebbe sembrare irriverente (poi alla fine ci sono una serie di scusa a raffica, da parte dello scrittore ai lettori e amici) ma non è poi così irreale. “Dente per dente” è la dimostrazione di come le realtà e le persone che ci circondano non sempre sono quello che fanno credere di essere, primo su tutti mister Lanzini, il padre di Andrea. Allo stesso tempo, la storia di Leo è la dimostrazione di come il sentirsi traditi e feriti possa portare anche la persona più mite ad avere bisogno deciso di un riscatto umano, morale, sentimentale e, in questo caso, anche lavorativo.
Curiosità: ogni opera presente all’interno del romanzo è stata realizzata dallo stesso Muzzopappa che, oltre ad essere un bravo scrittore che mi ricorda l’ilarità di Alan Bennet, ha pure una creatività artistica non indifferente.

Francesco Muzzopappa è nato a Bari, ma milanese ormai da anni, è uno tra i più conosciuti e apprezzati copywriter italiani. Per la categoria in cui eccelle, le pubblicità radiofoniche, ha vinto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Le sue Fiabe brevi che finiscono malissimo, realizzate in collaborazione con SIO, sono popolarissime in rete, e non. Con Fazi Editore ha pubblicato “Affari di famiglia” (nel 2014) e “Una posizione scomoda”, il libro d’esordio uscito nel 2013 che presto diventerà un film. Entrambi i libri sono stati tradotti in Francia riscuotendo un grande successo.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Carolina dell’Ufficio stampa Fazi.

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:: The Squirrel Machine, di Hans Rickheit (Eris, 2017), a cura di Elena Romanello

24 luglio 2017
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Accanto a varie graphic novel a sfondo sociale, la Eris edizioni propone il gotico The Squirrel machine, di Hans Rickett, storia di una vita estrema in un Ottocento fuori dal tempo.
The Squirrel Machine racconta in maniera visionaria il rapporto tra due fratelli geniali e problematici, Edmund e William Torpor, che scuotono il paesino della provincia americana del New England del XIX secolo in cui vivono.
I due protagonisti sono attratti fin da bambini verso tutto quello che è strano e inquietante, fuori dalle regole e al limite della legalità e passano la loro vita giocando e sperimentando la costruzione di astrusi strumenti musicali realizzati con insolite e sconosciute tecnologie e carcasse di animali trafugate dai rifiuti dei mattatoi.
Le loro invenzioni però non piacciono agli abitanti della loro città, con i quali negli anni i due fratelli cercano di costruire rapporti anche di tipo sentimentale, fallendo miseramente, e finendo poi nei guai per le loro attività considerate immorali e al limite della stregoneria in un’epoca positivista ma in cui ci sono ancora presenti superstizioni mai sopite, anche se d’altro canto le sperimentazioini dei fratelli Torpor presentano elementi non certo tranquillizzanti.
Le atmosfere di The Squirrel machine, con uno stile che ricorda le incisioni vittoriane che illustravano la narrativa popolare, sono di chiaro sapore steampunk, il genere del fantastico che immagina un futuro nel passato con le tecnologie di allora. Nelle pagine della graphic novel ci sono anche molte atmosfere gotiche e horror, con il richiamo all’archetipo dello scienziato pazzo, che da Mary Shelley a Wells e fino a storie di oggi torna come monito contro l’onnipotenza della scienza in un mondo in cui la ricerca scientifica diventa fondamentale.
The Squirrel machine immerge in un incubo di follia, con echi di Poe e Wells, visto dagli occhi di Edmund e William, due menti che cercano di manipolare la vita e il mondo a loro modo: e come in tutto il fantastico di qualità, anche The Squirrel machine ha un sottotesto sociale, il dramma della solitudine, la follia, l’emarginazione, all’interno di una storia gotica e affrontabile da più angolazioni.

Hans Rickheit, americano, classe 1973, vive nel Massachussets, dopo essersi diviso tra Boston e Philadelphia, e ha lavorato come gallerista e cartoonista. Ha collaborato e collabora con varie riviste e fanzine, come The Comic Interpreter e The Stranger. The Squirrel machine è e resta il suo più grande successo, pubblicato dalla casa editrice indipendente e specializzata in fumetto underground Fantagraphics Books, ed è stata tradotta in varie lingue.

Source: inviato dalla casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Eris.

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:: Il vampiro di Venezia, di Giada Trebeschi (Oakmond Publishing, 2017) a cura di Federica Belleri

24 luglio 2017
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1576. Venezia si affaccia sulla fine di quell’anno terribile, devastato dall’epidemia di morte nera. I cadaveri martoriati dalla peste vengono gettati ovunque, in attesa di essere caricati sulle barche per il loro ultimo viaggio al Lazzaretto Vecchio. Il popolo cammina, attonito, accanto ai morti. Si sono abituati? È possibile. Il freddo è intenso e pungente e i mantelli di lana non sempre bastano a ripararsi.
Venezia non è solo questo, ogni medaglia ha due facce. La città è nobile, i profumi sono inebrianti, le spezie stordiscono. La bellezza delle cortigiane fa perdere il senno. Tutto si può mercanteggiare, perché ha un prezzo. Anche la politica, il peccato, l’abuso, la confessione. Venezia è passione e protezione ad ogni costo, è amore per sempre …
Questa cornice ricca di preziosi dettagli storici contiene il quadro creato dall’autrice, Giada Trebeschi. Tre uomini completamente diversi si mettono a disposizione per risolvere macabri delitti, in un misto fra metodo scientifico e superstizione. Orso Maria Pisani, Signore della Notte al Criminàl, responsabile della gendarmeria. Nane Zenon, esperto erborista e conoscitore dell’arte farmacologica. Giacobbe Calimani, medico ebreo. Uomini agli antipodi, liberi di scegliere ma intrappolati nelle loro convinzioni, legati a orribili omicidi che li lasciano sgomenti.
Sacro e profano, realtà e leggenda. Un assassino famelico da catturare al più presto. È un uomo in carne ed ossa o un mostro venuto dal regno dei morti? Il pensiero razionale vacilla di fronte alle vittime martoriate e uccise dopo terribili sofferenze. Qual è la strada giusta da percorrere? I simboli alchemici si mescolano al sangue, le esperienze degli esperti vengono messe a dura prova.
Il vampiro di Venezia ha il sapore della tragedia rappresentata a teatro. I delitti si susseguono e precipitano come tessere di un domino bestiale. Il lettore assiste, senza parole, a questa storia, dove vendetta e giustizia non sono poi così diverse …
Gli atti del romanzo sono delineati da angoscia e stupore, rabbia, mistero e privazione.
Chi può decidere di uccidere? Chi può mettere fine a questo massacro, e chiudere il sipario? Gli attori-protagonisti fanno immergere lo spettatore-lettore in una trama agghiacciante, efferata, che non fa sconti a nessuno e non mostra mai segni di cedimento. Come il vampiro. Che non si pente, e prosegue nel suo disegno diabolico.
Editing ottimo, copertina accattivante e necessario l’abbinamento di questo libro con un buon bicchiere di Amarone della Valpolicella, come suggerito dagli editori.
Mettetevi comodi. Buona lettura.

Giada Trebeschi è nata a Reggio Emilia nel 1973. Scrittrice di testi teatrali e attrice, ha conseguito il dottorato in Storia ed è un’appassionata ricercatrice. Nel 2012 ha esordito in Spagna con La dama roja, pubblicato da Algaida. Vive e lavora in Svizzera.

Source: acquisto personale.

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:: Yuri – Asa Nisi Masa, Igort (Coconino Press, 2017), a cura di Elena Romanello

22 luglio 2017
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Nel 1994 un’equipe composta dall’italiano Igort e dai giapponesi Yasumitsu Tsutsumi e Midori Yamane lavorò al primo esperimento di manga realizzato da un autore non giapponese per la casa editrice Kodansha, colosso editoriale conosciuto in Occidente solo per i fumetti ma che in realtà pubblica di tutto.
Nacque Yuri, uscito a puntate e tutto a colori (a differenza dei manga che sono quasi sempre in bianco e nero salvo qualche pagina speciale) e fu pubblicato dal settimanale Comic Morning, che vende un milione e quattrocentomila copie ogni settimana, ottenendo un ottimo successo.
Yuri racconta le peripezie di un cucciolo di astronauta, un alieno mezzo bambino e mezzo animale con una tuta per girare nello spazio, che gira per il cosmo in compagnia di un robot di legno per ritrovare i suoi genitori.
L’amore giapponese per le storie di robot e di orfani, che tante storie animate ha creato negli anni, torna in una storia coloratissima di viaggi, con un protagonista molto originale ma che nello stesso tempo echeggia icone dei manga come Astroboy di Tezuka, alle prese con l’eterna ricerca delle proprie origini, con accanto un robot diverso dai giganti d’acciaio imbattibili a cui ci hanno abituato Go Nagai e colleghi, di legno, con un evidente richiamo a quel Pinocchio di Collodi che molti mangaka amano.
Yuri visita le profondità del cosmo, pianeti sconosciuti e le profondità del mare, facendo vari incontri, con un finale aperto e di ricerca, e varie strizzate d’occhio alla cultura pop, a cominciare dalla presenza delle Fiat 400 e 600, modelli di culto nel Paese del Sol levante e oggetto di un collezionismo che è andato oltre il loro essere nate come utilitarie.
Un manga insolito e originale, nato per un pubblico di giovanissimi, ma piacevolissimo a ogni età, sia per chi ama il fumetto giapponese che quello occidentale, e per chi guarda con favore a ogni tipo di sperimentazione, qui forte e capace di coniugare tanti immaginari in un risultato insolito e originale, con una graphic novel che si avvicina all’albo illustrato.

Igort, vero nome Igor Tuveri, classe 1958, inizia la sua carriera di fumettista a fine anni Settanta, iniziando a collaborare con riviste italiane e straniere come Linus, Frigidaire, Metal Hurlant. A partire dagli anni Novanta inizia a lavorare per la casa editrice Kodansha, primo occidentale ad entrare nel tempio dei manga. Nel 2000 fonda la Coconino Press, che lascerà nel 2017; in parallelo si trasferisce a Parigi, e si dividerà molto tra la capitale francese e Tokyo, passando in Italia in molte occasioni e facendo altri viaggi. Tra le sue opere ricordiamo Goodbye Baobab, Yuri, Brillo Croniche di Fafifurnia, Storyteller, Quaderni ucraini, Quaderni russi, My generation, Gli assalti alle panetterie.

Source: dono della casa editrice al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Fandango Coconino Press.

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:: Sguardi dal Novecento (Galaad, 2014), Vite colme di versi (Galaad, 2016), Nicola Vacca

21 luglio 2017
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Due saggi propongo oggi all’attenzione dei lettori di Liberi, scritti in tempi diversi (il primo nel 2014, il secondo nel 2016), per lo stesso editore Galaad Edizioni, scritti dallo stesso autore Nicola Vacca, giornalista, critico, poeta, operatore culturale nel senso più ampio e meno dogmatico del termine, figura anomala nel panorama culturale italiano, per molti motivi che forse saranno chiari proseguendo la lettura. I testi sono Sguardi dal Novecento (con prefazione di Simone Gambacorta, giornalista e “recensore” come ama definirsi) e Vite colme di versi. Le letture comparative sono interessanti, specie in questo caso, sono davvero due testi complementari che è utile leggere insieme se si vuole far luce su alcuni angoli bui della letteratura nella sua ampia accezione del termine, non solo italiana, del secolo scorso. Cosa accomuna i due testi (prima di vedere le varie peculiarità)? Lo spirito, lo sguardo con cui Nicola Vacca osserva la letteratura (che sia poesia o narrativa, o persino filosofia). Se si sfogliano anche solo i libri scorrendo gli indici, notando gli autori citati (per ognuno di loro qualche pagina essenziale, esplicativa) noterete mostri sacri (universalmente celebrati) accanto a nomi quasi sconosciuti, trascurati, esiliati dal panteon delle sacre carte, dell’ osanna ufficiale. Nicola Vacca ignora le direttive, le imposizioni, (e può permetterselo) e fa qualcosa di stranamente rivoluzionario, dà primato all’ arte, al talento, rispetto all’ ideologia, al credo politico, all’aderenza a scuole di più o meno alto prestigio. Si può permettere di parlare di Rocco Scotellaro, meridionalista e intellettuale socialista, e di Edgardo Marani, letterato emiliano, poeta di rara sensibilità, consigliere provinciale di Reggio, e successivamente segretario del fascio, seviziato e ucciso e ritrovato in una fossa comune.

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Nomi forse ai più sconosciuti come Nicola Gomez Devila, o Piero Bigongiari, o Beppe Salvia, o Nika Turbina (l’unica poetessa che anche io conoscevo eccettuati i grandi Caproni, Bellezza, Ungaretti, Campana, Celan, Prevert) possono convivere in fraterna vicinanza con Alda Merini, Silone, Flaiano, Sciascia, Bassani, Cassola e tanti altri che lascio a voi scoprire. Insomma se amate davvero la letteratura, e non avete paura di sporcarvi con il pensiero divergente, non allineato, anarchico, eretico, in questi libri troverete un piccolo tesoro di scoperte e riscoperte. Con poche parole Nicola Vacca stila ritratti sostanziali, analitici e dettagliati. Inviti ad approfondire, a volere saperne di più. A cercare le opere che questi autori hanno scritto, le poesie che hanno immaginato, testi altrimenti destinati a rimanere dell’oblio della (colpevole) dimenticanza. Pur nella loro brevità questi mini saggi, racchiudo l’essenza di autori a volte solo conosciuti dagli studiosi, e ora invece accostabili da tutti. Nella semplicità del linguaggio (che riesce a far sembrare semplici anche pensieri complessi) Nicola Vacca parla di critica letteraria in modo intuitivo e immediato, divulgativo, democratico (nella nobile accezione ateniese del termine) e ridà dignità ad autori che la polvere del politicamente corretto letterario tenderebbe a isolare e emarginare. Se Sguardi dal Novecento ci parla per lo più di narrativa, il suo compendio Vite colme di versi ci parla di poesia, ed entrambi concorrono a formare nel lettore qualcosa di raro e insolito, una sorta di pensiero indipendente, libero, svincolato da pregiudizi, o dettami più o meno imposti. Ernest Junger può essere vicino di pagine di Albert Camus (non ci possono essere autori più lontani), ed il bello di tutto ciò è che dimostra che così può essere, che non c’è nessun errore concettuale, nessuna discrepanza intellettuale, politica, etica o morale. Che la letteratura è un mondo dove la libertà ha ancora diritto di esistere, anzi è l’unica strada da percorrere per avere diritto di cittadinanza. E non emerge il senso di un puro esercizio teorico, di un sterile e freddo studio svicolato da sentimenti o emozioni. Se leggete Ante Zemljiar nell’ inferno dell’Isola Nuda (da Vite colme di versi), capirete di cosa parlo, la partecipazione è commossa, sincera, rispettosa, un tipo di atteggiamento che è raro nella critica, come nella vita di tutti i giorni. Forse il più toccante e arrabbiato è il profilo steso per Dario Bellezza, morto di Aids nel 1996, e espunto, cancellato dal discorso letterario contemporaneo. Il più curioso, il profilo di Karl Kraus, un’ intelligenza scomoda, una lingua tagliente, un autore inattuale quanto mai necessario. Questi testi aprono porte, sta a voi lettori la volontà di aprirle.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista «Satisfiction». Svolge, inoltre, un’inten-
sa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Sche-
na 1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefa-
zione di Paolo Ruffilli, Pellicani 2002), Serena musica segreta (Manni 2003), Civiltà delle anime (Book editore 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli, Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007), Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008), Esperienza degli affanni (Edizioni Il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio 2011), Mattanza dell’incanto (prefazione di Gian Ruggiero Manzoni, Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (prefazione di Simone Gambacorta, Galaad Edizioni 2014), Luce nera (Marco Saya edizioni 2015).

Source: testi inviati dall’autore.

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:: Exit West, Mohsin Hamid (Einaudi, 2017), a cura di Nicola Vacca

21 luglio 2017
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In una città mediorientale devastata dalla guerra civile che non viene mai nominata inizia la storia di Exit West, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid (tradotto da Norman Gobetti), uno scrittore che sa descrivere con incisività il disagio della contemporaneità.
Exit West è un libro da leggere davvero, direi imperdibile. La storia di Nadia e Saeed, che si incontrano tra le macerie di una guerra che sembra non avere mai fine è il filo conduttore che Hamid inventa per scrivere il suo romanzo totalmente contemporaneo che affronta soprattutto il tema delle migrazioni ma che sa raccontare l’incendio globale di un pianeta che ha letteralmente perso la bussola dell’umanità.
Quando si scoprono innamorati nella città sotto assedio, i due protagonisti avvertono che sul loro amore soffia il vento della morte. Non ce la fanno più a vivere in un luogo in cui crolla tutto: tra posti di blocco e rastrellamenti andare avanti sembra impossibile, come spesso accade quando la guerra prende il sopravvento sulla pace.
Esistono delle porte misteriose attraverso le quali si può fuggire e raggiungere immediatamente altri luoghi. Nadia e Saeed contattano gli organizzatori di questi viaggi e pagano profumatamente per poter attraversare quelle porte con il mezzo del teletrasporto e lasciarsi alle spalle le atrocità di un mondo di guerra.
Così inizia l’avventura dei due giovani innamorati che attraverseranno diverse porte per fuggire per dare un senso alla loro esistenza devastata dal massacro di una guerra e soprattutto per cercare fortuna altrove e sopravvivere dignitosamente.
Ha una grande potenza visionaria questo romanzo breve di Mohsin Hamid. Una storia spietata e tenera in cui l’autore è capace, attraverso l’invenzione della letteratura, di dare un’interpretazione forte e simbolica dei nostri tempi oscuri.
Lo scrittore allarga magnificamente il campo del reale per raccontare attraverso la storia d’amore e di fuga di Nadia e Saeed il fenomeno complesso delle migrazioni e il loro rapporto con le problematiche geopolitiche del mondo.
Con una scrittura diretta e scarna Hamid scrive uno dei romanzi più importanti sulla contemporaneità in cui emerge quella civiltà del disagio in cui noi tutti siamo costretti a vivere tutti i giorni.
Il nostro scrittore è davvero un maestro del romanzo breve come pochi. Ricordate Il fondamentalista riluttante, uscito nel 2007, uno dei pochi libri intelligenti sugli attentati dell’ 11 settembre
Exit West – tra il reale e fantastico – non racconta solo la storia di una coppia in fuga da un paese islamico martoriato dalla guerra civile in cerca di un posto dove poter finalmente iniziare a vivere.
Mohsin Hamid è essenziale e diretto sa farci vedere con un romanzo perfetto il quadro dell’ «apocalisse migratoria».
Nadia e Saeed, che vengono trasportati dal un luogo all’altro del pianeta attraverso porte che si aprono per una fuga dalla guerra, sono i testimone di una possibilità umana che non va ignorata in un mondo in cui, tutti proprio tutti, siamo migranti.
«La cosa più importante – dice Mohsin Hamid – da fare in questo momento è immaginare un nuovo modo di vivere insieme».
Exit West è un libro che viene dal futuro ma che sta nel disagio del nostro presente per dirci che nessuna porta può essere chiusa.

Mohsin Hamid è cresciuto a Lahore, ha frequentato la Princeton University e la Harvard Law School, lavorando poi per diversi anni come consulente aziendale a New York. Il suo primo romanzo, Nero Pakistan, tradotto in Italia da Piemme, ha vinto il Betty Trask Award, è stato finalista nel PEN/Hemingway Award ed è stato un Notable Book of the Year per il «New York Times». Suoi articoli e saggi sono apparsi su «Time», «The New York Times» e «The Guardian». Il fondamentalista riluttante, pubblicato da Einaudi nel 2007 e tradotto in piú di 25 lingue, è stato un bestseller internazionale, ha vinto l’Anisfield-Wolf Book Award e l’Asian American Literary Award, oltre a essere selezionato tra i finalisti del Man Booker Prize. Da questo libro è stato tratto un film per la regia di Mira Nair. Nel 2013, sempre per Einaudi, è uscito Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente, vincitore del Premio Terzani 2014, nel 2016 Le civiltà del disagio e nel 2017 Exit West.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa Einaudi.

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:: Lea Garofalo. Una madre contro la ‘ndrangheta, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti (BeccoGiallo, 2016), a cura di Elena Romanello

21 luglio 2017
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Dopo aver raccontato con il mezzo delle graphic novel varie storie di donne di oggi, stavolta Becco Giallo si occupa di Lea Garofalo, una delle tante, troppe vittime della mafia, ma la cui vicenda ha scosso l’opinione pubblica più di altre, per l’efferratezza dell’omicidio, non solo un femminicidio, e per la vita blindata ma non protetta a sufficienza che la donna ha dovuto vivere per anni.
Lea Garofalo una madre contro la ‘ndragheta racconta la vicenda umana di questa eroina suo malgrado moderna, cresciuta in una famiglia vicina alla criminalità e sposata con un pregiudicato, che ad un certo punto decide di lasciare il marito e il mondo violento che lo circonda, per garantire un futuro alla figlia. Diventata testimone di giustizia, Lea si rifugia sotto protezione in varie città con la sua bambina che man mano cresce, ma purtroppo la sua fuga si interrompe a Milano nel 2009 quando viene assassinata per ordine dell’ex marito. La figlia Denise vive sotto scorta ma studia e ha intrapreso una strada diversa da quella della sua famiglia, i suoi assassini sono stati condannati a lunghe pene detentive grazie anche alla testimonianza della ragazza.
La storia di Lea Garofalo e del suo coraggio, nato dal volere una vita diversa per sé stessa e sua figlia, rivive in una serie di vignette a carboncino, che raccontano i momenti chiave di un peregrinare e di una presa di coscienza, fino alla tragica conclusione. Una tragedia moderna, forse evitabile, che racconta ancora una volta la ferocia di una mentalità ma anche il desiderio di riscatto che può e deve essere sostenuto presso chi si vuole sottrarre alla spirale di violenza, ma che resterà comunque per sempre in pericolo.
La graphic novel è corredata da alcuni redazionali che raccontano la storia dal punto di vista della cronaca, da una bibliografia e sitografia e da una postfazione di Daniela Marcone, chiudendosi poi su alcune parole dette da Denise sulla sua voglia di avere una vita diversa in onore del sacrificio di sua madre.
Un’opera interessante per tutti, ma da consigliare in particolare nelle scuole, dove una graphic novel può essere più efficace di qualsiasi romanzo o saggio scritto per parlare dei problemi dell’oggi, mafie in testa.

Ilaria Ferramosca pugliese, laureata in giurisprudenza, ha ideato una striscia a fumetti pubblicata da Treccani come inserto della Grammatica e ha sceneggiato graphic novel per BeccoGiallo, Tunué, 001 edizioni e Edizioni Voilier. Nel campo della narrativa è stata tra i dieci finalisti del premio Alberto Tedeschi de Il Giallo Mondadori ed è stata segnalata alla XXV edizione del Premio Calvino. Insegna sceneggiatura presso le sedi di Grafite, polo pugliese sulla grafica e sul fumetto.

Chiara Abastanotti, classe 1984, è diplomata in fumetto alla Scuola internazionale di Comics di Firenze e ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Ha pubblicato per Liberedizioni Il colore della pioggia Piazza Loggia storie ai margini di una strage e ha illustrato per BeccoGiallo La Shoah spiegata ai bambini. Collabora con il sito Graphic News e vive tra Brescia e Bologna.

Source: omaggio dell’editore al recensore, si ringrazia l’ufficio stampa di BeccoGiallo.

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