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:: I banchieri del diavolo di Vito Bruschini (Newton Compton 2025) a cura di Patrizia Debicke

12 giugno 2025

Marion Clementi, è una ragazza con forti carenze affettive, orfana fin da ragazzina, ha subito forti traumi che cerca  di superare  con l’aiuto di uno psicanalista, ma è  anche un’ aspirante scrittrice alla ricerca di un editore per il suo primo romanzo. Con l’aiuto del vicino di casa, un noto scrittore , riuscirà  a far arrivare alla sua editor  la bozza del suo libro. Questa, intuendo nello scritto delle possibilità lo inoltra a Ulisse Aldrovandi, proprietario dell’omonima casa editrice. Aldrovandi, pur concedendo un colloquio a Marion, valuta il suo testo non ancora all’altezza di una  pubblicazione e  le propone invece, al corrente della  sua preparazione in materia,  un lavoro da ricercatrice in Vaticano  per conto del  famoso scrittore francese Michel Constantin. Costantin  sta lavorando a un saggio sul Jacques Necker, il banchiere svizzero  padre della celebre Madame de Staël, che alla fine del Settecento con Luigi XVI si era  arricchito con numerose speculazioni.
Marion decide di accettare  la proposta, intanto perché  sarà ben pagata e in più imparerà a fare i primi passi nell’ambiente editoriale e letterario.
Ottenuta l’autorizzazione a entrare nell’Archivio Vaticano, all’accettazione troverà, impegnato in veste di prefetto laico responsabile della biblioteca,   Tommaso, suo ex compagno universitario, con cui dieci anni prima  ha  persino avuto un filarino. Nei giorni successivi, scavando e rovistando tra gli innumerevoli documenti dell’archivio, troverà  poco su Necker e invece  quasi per caso un fascicolo con sopra scritto 1793 l’anno dell’inizio in Francia del Terrore, l’orrenda  carneficina  che aveva coinvolto reali, aristocratici, borghesia e gente comune.  E dentro un interessante contenuto: in diverse lettere da lui indirizzate alla sua amante  Juliette Drouet la conferma dell’esistenza di una copia in tedesco, di un manoscritto inedito di Victor Hugo sulla famiglia Bergmeyer, una delle famiglie di banchieri più antica famosa e ricca del mondo. Una copia quindi che dovrebbe contenere il seguito del suo ultimo romanzo pubblicato , inizialmente previsto come il primo di una trilogia.
Solo dopo lunghe ricerche troverà anche quel testo, di cui nessuno conosceva l’esistenza e  in cui si spiegano modi e tempi della fulminea ascesa della famiglia Bergmeyer, diventata alla fine del 1800 tra le più importanti entità bancarie internazionali. Tempi e modi che si dimostrano quasi un’accusa contro di loro, secondo Hugo responsabili di gran parte delle guerre dell’epoca, grazie alle quali la dinastia ha accumulato tali ricchezze da essere considerata la famiglia più facoltosa della storia dell’umanità.
E qual’era  il loro segreto? Semplice: ogni volta si alleavano con entrambi i contendenti. Per  esempio, nelle guerre napoleoniche i Bergmeyer del ramo francese finanziarono Napoleone, mentre quelli del ramo inglese Wellington. Per loro non contava chi vinceva tra i due. In un modo o nell’altro i vincitori sarebbero stati sempre loro, i Bergmeyer e le loro banche.

Quello in mano a Marion rappresenta quindi un vero e proprio atto d’accusa contro l’alta finanza che, grazie a quella dinastia, ancora oggi condiziona la vita economica del mondo occidentale.
Ma il suo iniziale entusiasmo per quella straordinaria scoperta verrà quasi annullato da una tragedia. Recatasi  a casa di Constantin infatti, per metterlo al corrente, scoprirà lo scrittore barbaramente assassinato con un’ascia bipenne. E non solo lui perché poco lontano dal suo cadavere scoprirà anche quello della governante, ma invece di chiedere aiuto, fuggirà terrorizzato confidandosi solo con la sorella Nora. Ma i delitti non sono finiti. Dopo Costantin e la governante toccherà all’agente letteraria. Insomma una serie di brutali omicidi, che in qualche modo sembrano legati a quel manoscritto  perduto di Hugo ciò nondimeno man mano, che l’incredibile storia di Victor Hugo riverbera nel presente, par voler ruotare intorno oltre che a quegli omicidi  anche  alle delicate e complesse vicende private della protagonista che ne ha fatto la scoperta. Forse a qualche  inquietante segreto a lei legato?
Molto, troppo inquietante.
Le indagini della polizia, guidate dalla tenente Viola Monarca, sembrano non approdare ad alcun risultato, solo  l’intuito del sottotenente Salvo Cammarata farà notare che  le date degli omicidi paiono quasi rappresentare scelte cabalistiche con  rituali esoterici.
I banchieri del diavolo riprende dunque  la storica trilogia citata  dallo stesso Victor Hugo nella prefazione di L’uomo che ride e che, unitamente a Novantatré, nelle intenzioni dello scrittore francese avrebbe dovuto comprendere un terzo e ultimo romanzo dedicato agli oscuri legami tra monarchia e banchieri.
Romanzo che è un mix di generi perfetto: storico, giallo, politico-economico, psicologico anche se a ben guardare praticamente romanzo nel romanzo. Con colta e suasiva ricostruzione e ritmo incalzante, infatti ci introduce da  un racconto che si svolge nel XIII secolo a  una narrazione contemporanea con una ben documentata ricerca storica che regala al lettore una approfondita conoscenza di quelle che furono le origini dell’alta finanza dalla fine del ‘700. Appassionante fino all’ultima riga, attraverso una ricostruzione, immaginifica ma molto realistica, dei movimenti storici che hanno costruito le prime oligarchie finanziarie della vecchia Europa, il romanzo getta luce su quanto il nostro presente politico, sociale ed economico derivi dall’ascesa di grandi famiglie di banchieri senza scrupoli che ancora oggi ambiscono a sovvertire i delicati equilibri internazionali e a conquistare (se non lo hanno già fatto) il potere mondiale.»

Vito Bruschini, artista, designer, giornalista professionista, dirige l’agenzia stampa per gli italiani nel mondo «Globalpress Italia». Con Giorgio Bocca ha scritto le dieci puntate di “Storia degli Italiani – Dall’Unità al Terrorismo” mentre, per il teatro, è stato autore di “Sotto un cielo di bombe”, una rievocazione del primo bombardamento di Roma.
Il suo primo romanzo, edito da Newton Compton nel 2009, si intitola “The Father. Il padrino dei padrini” e parla della storia della mafia dalla Sicilia agli Stati Uniti. In seguito, sempre con Newton Compton, ha pubblicato anche “Vallanzasca. Il romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno” e “La strage. Il romanzo di Piazza Fontana”, riscuotendo un notevole successo di critica e pubblico. Il suo ultimo romanzo si intitola “Educazione criminale. La sanguinosa storia della banda dei Marsigliesi” e parla della storia di una delle più spietate bande criminali del secondo dopoguerra. 

:: Tradimento di Francesca Tuzzi

12 giugno 2025

No, non è come pensi. Non sto parlando di quella volta che A., in arte Sperminator, ha ben deciso di lasciare incinta una super cougar (ormai agli sgoccioli del suo periodo fertile), mentre stava con me. Da 7 anni, ma questo è un dettaglio.

E nemmeno di quando M., al momento di inaugurare con il botto la nostra carriera da professionisti, ha ben pensato di sostituirmi con un’altra partner. Me la sono trovata praticamente sulla mia soglia con le sue valigie, pronta a trasferirsi, mentre io, ignara, stavo preparando le mie per le agognate vacanze.

Vabbè, in entrambi i casi, sarebbe comunque finita, giusto? Io ero giovane e inesperta. Loro erano giovani e inesperti. Tranne la cougar, quella sì che aveva grande esperienza.

Non parlo di quel genere di tradimento. No. La mia emotional coach mi ha ordinato di riflettere su ciò che per me significa questa parola, dopo essermi recata da lei, sconvolta e schizzata, in seguito ad un potente burnout. Troppo lavoro, troppi impegni, troppa gente (e relativi problemi) con cui avere a che fare e…bam, KO.

“Che c’entra il tradimento?”, ti chiederai, e a ragione, visto che gli episodi di cui sopra sono accaduti, come ti dicevo, quando ero ancora giovincella, mentre adesso, foto profilo a testimonianza, sotto le meravigliose (e costosissime) meches biondo cenere, c’è più cenere che biondo.

Mi sa che devo chiarire un po’ di cose. Lo faccio più per me che per te, sappilo!

L., la mia emotional coach che, per inciso, è pure una competentissima naturopata, nonché amica, sostiene che il mio cane Y. manifesti comportamenti aggressivi, perché fin da piccolo si è sentito tradito.

“E che c’entra il tuo cane, ora?”, potresti (giustamente) chiederti.

C’entra c’entra, te l’assicuro.

Dunque, Y. è un cane che è giunto a me e al mio attuale compagno, dopo un sequestro di un furgone proveniente dall’Est, che conteneva una trentina di cuccioli destinati ad essere venduti al Sud con traffici illeciti. Tra la ventina di sopravvissuti c’era lui, piccolo bouledogue francese, magrolino, tutto occhioni e orecchie paraboliche e…figlio di Satana.

Da subito ci siamo accorti che gli piaceva mordicchiare. Me, in particolare. E crescendo, lo faceva con sempre maggior convinzione e con sguardo diabolico. Ho provato a dichiarare la mia preoccupazione a compagno, amici ed educatori cinofili vari, ma tutti minimizzavano ed io non riuscivo a provarlo, perché il demone stava sempre ben attento a non farsi sgamare.

Morale della favola: oggi, dopo 4 anni, la belva di 18 kg si è impossessata del divano e mi guarda beffarda quando, girando alla larga, mi dirigo verso la camera da letto, unico luogo in cui mi sento al sicuro e riesco a ricavarmi uno spazio per me e la mia privacy.

Non fraintendermi, lo amo. Tantissimo. Abbiamo i nostri momenti di assoluto affetto con coccole, bacini, carezzine e giochi. Però sono come una roulette russa: non sai mai quando arriva il momento di beccarti la pallottola. Nel dubbio, li faccio durare pochissimo. Poco e spesso, come i pasti ideali suggeriti dai nutrizionisti quotati (e anche da L.).

Insomma, tra una tenera leccata ed un morso imprevedibile, non contemplando le maniere forti come soluzione, ho optato per quelle che io stessa uso su di me quando c’è qualcosa che non va: L., per l’appunto.

Dopo vari tentativi, visto che il signorino non è così facilmente manipolabile (sia in senso fisico che mentale), siamo giunti a somministrargli i fiori di Bach, che con lui sembrano particolarmente efficaci. La situazione, da 2 anni a questa parte, è decisamente migliorata, anche se persistono ancora i momenti di aggressività in concomitanza con la pappa (sua e nostra) e con la nanna (guai a disturbarlo!).

Il lavoro su Y. è giunto ora ad una fase cruciale. E qui arriva lo spiegone sul tradimento. Senza svelarti i dettagliati retroscena e trucchi del mestiere di L., è emerso che in Y. perdura una memoria legata al momento in cui è stato separato dalla sua mamma, che di punto in bianco non l’ha più nutrito e, successivamente, le altre figure femminili subentrate sembrerebbe si siano rivelate particolarmente violente al momento di porgergli la ciotola. Questo spiegherebbe la sua avversione per il genere femminile, verso cui si fa tenero tenero in un primo approccio, ma poi, contestualmente ai pasti, subentra l’istinto e quel meccanismo atavico dell’“attacca o scappa”, che si attiva per paura (dice L.), presumibilmente di essere nuovamente tradito da chi dovrebbe, invece, nutrirlo. Una volta avrei detto: “valli a capire i cani”. Ma sai che oggi, quasi quasi, comincio a comprenderli…

Proprio per risolvere la paura di Y. del tradimento, L. ritiene che non sia casuale che questa parola abbia un significato pure per me. Conoscendo la mia storia (anzi, le mie storie), mi ha proposto di lavorare sulla stessa tematica contemporaneamente al mio cagnolino bipolare. Per puro spirito di sacrificio e di immolazione sull’altare dei martiri masochisti, ho acconsentito. Ed eccomi qui. Titubante. E già pentita. “Avresti potuto sottrarti con una scusa”, mi dirai. E ti pare che non l’ho fatto? Ti ricordi quando ti ho parlato del burnout? Quella era la scusa perfetta. Plausibilissima, tra l’altro, anche perché vera, reale. Insomma, dopo mesi in cui ho alternato, nell’ordine, febbri strane, mal di schiena paralizzante, afonia, ascesso all’incisivo inferiore e conseguente mascella stile Jigsaw, emorragia oculare, insonnia e aritmia notturna, sudorazione adolescenziale e sintomi violenti da premenopausa (non ti dico l’umore!) ho cominciato ad avere un leggero sospetto che qualcosa non andasse. Quando, dopo aver rallentato i ritmi di lavoro e cancellato qualche appuntamento, solo l’idea di aprire l’agenda per programmare il futuro (anche prossimo) o di ricevere una telefonata di un cliente mi faceva saltare come un giullare fuori dalla sua scatola, provocandomi tachicardia, ho realizzato che ero davvero satura. Figurati se, in condizioni del genere, potevo pure dedicarmi a rimestare il mio passato di tradimenti. Giammai. Semmai, avevo bisogno di un rimedio ad hoc per rimettermi in sesto. Con questo piglio, sconvolta e schizzata, come ti dicevo all’inizio, mi sono rivolta a L. che, puntualmente, mi ha riproposto la stessa soluzione. Niente lascia, solo raddoppia. Nel senso che, non solo mi tocca riflettere su questa cosa del tradimento, ma pure mi ha consigliato un preparato specifico che agisce proprio su questa informazione. Tutte le fortune!

Come vedi, ci sto girando intorno, ritardando il momento in cui giungere al punto.

Perché un punto non c’è. O meglio, non riesco a mettercelo. Solo virgole e tanti accapo. Forse ci starebbero bene dei punti e virgola, così da creare un elenco di elementi e situazioni che hanno una loro autonomia, ma che sono comunque legati (anche se talvolta non sembra).

Alla domanda: “Quali sono (o sono state) le situazioni in cui hai avuto a che fare con il tradimento?”, queste sono state le prime risposte che mi sono venute in mente:

  • A. e la cougar;
  • M. e la sostituta;
  • S. e la tipa con cui si è imboscato (facendosi beccare dalla sottoscritta) dietro il bancone del bar in cui stavamo festeggiando il mio compleanno;
  • Ex marito colto in flagrante dai miei mentre baciava una cara collega (e non sulla guancia);

Qui avrei potuto mettere quel famoso punto e invece…ancora punti e virgola. Perché non è solo questione di corna, a ben pensarci. E come una diga che non regge più e non vede l’ora di straripare, ecco che il mio subconscio comincia a vomitare innumerevoli altre occasioni in cui pure le amicizie non è che siano state poi così clementi. Per non parlare di colleghi, collaboratori e parenti.

Ma non basta. La cosa peggiore è che, a suon di riempire pagine e pagine con i nomi dei traditori, mi sono ritrovata a metterci l’unico nome che non avrei mai immaginato né voluto vedere scritto nero su bianco: il mio. Lettere cubitali e luminescenti come l’insegna al neon del peggior night club degli anni 90. Accidenti! (per non rischiare di essere scurrile, son pur sempre una signora…accidenti anche a questa parola, signora…argh!).

Davvero sono stata io la peggior traditrice? Ma di chi? Di me stessa, è ovvio. Io, che proprio perché ho subito in tenera età una grossa mazzata, mi ero ripromessa (croce sul cuore) di non tradire mai nessuno, perché il dolore inferto è atroce e chi mai si merita una pena così?

Mi chiederai: “Come l’hai scoperto? E in che modo hai tradito te stessa?”

Una risposta alla volta, porta pazienza.

L’ho scoperto grazie alla parabola del Demone Fankülizzatore, inventata da R., mio fratello d’anima, colui che mi appoggia, mi sostiene e mi vuole bene come nessun altro, uno dei pochi a non apparire nella lista. Insomma, secondo questa parabola, quando ti ritrovi all’interno di un gruppo di persone, ad un certo punto, dal nulla, sbuca il Demone Fankülizzatore, eterno vincitore, che istiga uno ad uno i componenti nel manifestare antipatia verso uno o più membri, fino a rendere l’aria pesante ed irrespirabile, spingendo il Fankülizzato (o i Fankülizzati) ad uscire dal gruppo (come Jack Frusciante), sempre che non venga cacciato prima. Poi il gioco riprende e ad ogni manche ci saranno delle esclusioni (come nei realities), finché rimane una sola persona a confronto con il Demone…e chi perde, secondo te? Ecco, ora hai capito come ci sono arrivata.  Quel perdente ero io. Sono io.

Riguardo ai modi in cui ho tradito me stessa, beh, ho iniziato presto, direi. Da che ho memoria, per accontentare gli adulti ed essere meritevole del loro amore, ho sempre acconsentito ad accettare senza discussioni le loro scelte, anche quando non mi rappresentavano per niente, anzi, non le sopportavo proprio! Stesso discorso nelle amicizie: per sentirmi considerata dalle mie compagne di classe o di danza, mi rendo conto solo ora di essermi resa piccola, perfino invisibile, o comunque non brillante o espansiva come avrei potuto. Chi mi conosce oggi stenta a credere che fossi una bimba silenziosa e timida…non è che sia cambiata, semplicemente ora non mi nascondo più. Non mi vergogno più.

Ho tradito me stessa tutte le volte che, tra la mia serenità e quella altrui, ho scelto la seconda, perché credevo realmente che questo mi avrebbe garantito anche la prima. Ho voltato le spalle alla me più essenziale quando ho evitato consapevolmente di ascoltare quella parte più profonda che mi implorava di seguire ciò che gonfiava il mio cuore di gioia e trionfo, solo perché il dimostrare umiltà è ciò che viene richiesto ad una brava signorina o perché il celebrare i propri successi genera invidia e l’invidia guasta i rapporti. Come quando, reduce dal divorzio, stavo ritrovando residui di amor proprio e pulviscolo di autostima e ho ben pensato di cacciarli sotto a un tappeto per non infastidire colei che ritenevo una fidata amica, la stessa che, quando smettevo di annaspare ed alzavo la testa grazie a qualche espressione talentuosa, mi liquidava ben poco amorevolmente con un “fly down”.

(Ancora mi chiedo come possa la mia felicità generare infelicità in chi mi sta accanto e dice di volermi bene. Boh? Hai qualche idea? Sai anche dirmi perché ci sia più piacere nel condividere i momenti di dolore che quelli di gioia? Se ti viene in mente qualcosa, dimmelo, ti prego).

E poi penso a tutte le volte in cui non mi sono difesa, o meglio, in cui non ho preso le difese di quella mia bambina interiore che veniva costantemente ferita da critiche e commenti sarcastici da chi, invece, avrei voluto che mi sostenesse o, semplicemente, amasse, anziché tentare di sminuirmi e spegnere la mia luce. Elemosinavo amore anche quando facevo i lavori di casa controvoglia e senza chiedere una mano, pensando che se non mi veniva data spontaneamente era perché l’altro non poteva farlo, aveva cose ben più importanti che richiedevano la sua attenzione.

Potrei davvero continuare all’infinito, ma siccome non mi piace piangermi addosso e, di solito, con la giusta dose di indignazione riesco a scrollarmi di dosso il pessimismo e fastidio ritornando ad essere simpatica perfino a me stessa, ti confesso un’illuminazione sul tema, sempre che ciò non ti annoi. No? Posso continuare, allora…

Se c’è una cosa che in questo preciso istante mi sale ribollente in superficie (come il caffè nella moka), è la preposizione semplice “di”, con funzione di complemento di specificazione. Sono sempre stata “qualcosa di…”, e qui inizia un altro elenco interessante:

  • amica di…;
  • cugina di…;
  • ragazza di…;
  • collega di…;
  • partner di…;
  • moglie di…;
  • figlia di… (evita qualsiasi battuta di dubbio gusto, per favore!)

Coltivo la speranza di combinare qualcosa di importante e di essere ricordata o citata semplicemente con il mio nome. Non voglio sembrare ingrata, ci mancherebbe. È che, una volta tanto, vorrei davvero potermi presentare con fare trionfante a quella bambina ferita e condividere con lei un successo, un risultato meritato, guadagnato, conquistato, con le mie sole forze. Sì, lo so, tutto ciò che siamo e facciamo lo dobbiamo a qualcun altro. Siamo costantemente interconnessi a tutto e a tutti, quindi è impossibile essere totalmente soli, nel bene e nel male. Eppure una piccola soddisfazione posso togliermela?

Non dici niente, quindi immagino tu sia d’accordo con me. Apprezzo la tua empatia, forse anche a te sarà capitato qualcosa di simile. Allora, condivido piacevolmente con te una scoperta. Ricercando l’etimologia della parola tradimento, ho trovato qualcosa di molto curioso: il termine deriva dal latino tradĕre, che significa consegnare, affidare, dare con fiducia. Il verbo è composto dalle particelle “tra-“, che significa oltre e “dăre”, che significa dare, per l’appunto. In origine, tradĕre indicava l’atto di consegnare qualcosa ad un’altra persona, ma il significato si è evoluto per includere il concetto di “tradire”, ovvero venire meno ad un impegno o a una fiducia. In particolare, il significato di “tradimento” si è sviluppato a partire dall’idea di consegnare qualcosa al nemico o di infedeltà ad un accordo. Questo significato è ancora presente nella lingua italiana, dove “tradimento” è utilizzato per indicare la rottura di una promessa, un dovere o una relazione di fiducia. 

Capisci? Tu dai il tuo cuore a qualcuno e questo se lo dimentica in un taschino e nel frattempo se ne va in giro a dare il suo a qualcun altro. Per dire! Oppure ci sputa sopra, lo calpesta, lo maltratta, come se non avesse valore. In tutto ciò, quello che più mi tocca è il discorso sulla fiducia. Eh sì, perché non è tanto il tradimento di per sé, quanto il fatto che poni la tua fiducia su una persona e, se vieni tradito, la fiducia se ne va in un istante, si svaluta e, cosa perfino peggiore, poi non riesci a concederla se non con estrema difficoltà e diffidenza a qualcun altro, che magari se la merita pure.

Posso sprecare fiato citando quegli aforismi che dicono che quando tradisci qualcuno, in realtà, vieni meno ad un patto con te stesso e che, se lo fai una volta nulla ti vieta di rifarlo, perché ormai hai capito che puoi sopravvivere (visto che sei tuttora vivo): so di traditori che li sussurrano all’orecchio dell’amante di turno o li rinfacciano ai traditi prima di venire accusati con tanto di prove inconfutabili (che, puntualmente, vengono negate).

No, quella della ragione non è una strada percorribile. Le ho tentate tutte, sai? La verità è che ci ho messo un po’ per capire, per perdonare (anche me stessa) e lasciar andare, ricucendo brandelli di cuore e dignità e cercando di ricamare le ferite con qualche filo di fiducia. Una sorta di Kintsugi emozionale, quella tecnica giapponese che rimette insieme i cocci incollandoli con l’oro. Ad essere onesta, la medicina più potente (almeno per me) è stata la gratitudine, ma non quella così per dire, quella vera, percepita nel profondo e dal profondo emersa ed espressa verbalmente o con i gesti. Quella mi ha riparato, sia nel senso di riaggiustato che di difeso. E adesso che ci penso, sto già meglio. Vedi, funziona ancora! Mi sento già un po’ meno sconvolta e schizzata.

Sai che c’è? Facciamo che ringrazio anche te per avermi prestato ascolto con le tue orecchie pelose. Per avermi fatto le fusa mentre mi lasciavo andare a queste confidenze.

Hey, ma dove stai andando? Ti ho perfino portato una ciotolina di latte e qualche croccantino, gatto ingrato! Non voltarmi le spalle mentre ti parlo…Argh!

Francesca Tuzzi, insegnante ed operatrice olistica, esperta di sciamanesimo hawaiano, tolteco, reiki, shiatsu, kinesiologia emozionale ed altre discipline olistiche. Autrice di numerosi saggi, poesie (in rima baciata e incrociata) e racconti brevi, tiene corsi e conferenze ed organizza eventi (nazionali ed internazionali) sulla coscienza collettiva e sul benessere a 360°. Ballerina, sognatrice e visionaria. Adora parlare, viaggiare e mangiare e talvolta riesce a far collimare tutte e tre le cose.

:: L’uomo che resta di Marco Niro (Les Flâneurs Edizioni 2025) a cura di Federica Belleri

10 giugno 2025

Leggere un nuovo libro di Marco Niro, giornalista esperto di comunicazione ambientale, è sempre un viaggio. 

Dentro e fuori da noi, da ciò che ci circonda, dalla natura che ci ospita.

In “L’uomo che resta” l’autore ci pone davanti a tre piani temporali di narrazione dove gli esseri viventi sono costretti a fare i conti con il cambiamento. Come ho già detto, dentro e fuori da sé. Saranno in grado di gestirlo? Di averne cura? Oppure preferiranno fuggire per non affrontarlo? 

Questo libro è fatto di piccole tracce, di piccole impronte che ci conducono dal Paleolitico al futuro. Di piccoli e grandi gesti arrivati fino a noi ma anche oltre. Gesti capaci di farci aprire le braccia per stringere o di tenderle in avanti con forza per allontanare. Che cosa? Il clima. Un clima attorno al quale ruota la vita.  Un clima dapprima glaciale, poi via via sempre più torrido.  Un clima che ha bisogno di essere curato ma, da dove iniziare?

Forse da un amore giovanile o da uno scontro fra bene e male oppure ancora da una grotta che aprirà la mente allo stupore. O ancora dalla semplice parola, tramandata da un essere all’altro.

Magari un piccolo uovo nero potrebbe modificare tutto…

L’uomo che resta ha intenzione di proteggere il proprio mondo, di curarlo e di adattarsi. L’uomo che fugge forse non ha capito cosa lo aspetta. O forse sì.

La trama è molto efficace e si sente la passione e la conoscenza dell’autore per le problematiche ambientali. Senza dimenticare la cura nella caratterizzazione dei personaggi e del loro luogo di appartenenza.

Molto interessante la playlist legata a questo libro, ascoltabile attraverso Qr code.

Lettura assolutamente consigliata.

Marco Niro (1978) è giornalista e scrittore. Laureato in scienze della comunicazione, ha collaborato con varie testate giornalistiche e oggi, oltre a scrivere, si occupa di comunicazione ambientale. Ha all’attivo un saggio (Verità e informazione. Critica del giornalismo contemporaneo, Dedalo 2005), due libri per ragazzi (L’avventura di Energino, Erickson 2022; Alice nel Paese delle Tavole Imbandite, Erickson 2024), un romanzo (Il predatore, Bottega Errante 2024) e, con il collettivo di scrittura Tersite Rossi, quattro romanzi (È già sera, tutto è finito, Pendragon 2010; Sinistri, e/o 2012; I Signori della Cenere, Pendragon 2016; Gleba, Pendragon 2019) e due raccolte di racconti (Chroma. Storie degeneri, Les Flâneurs 2022; Pornocidio, Mincione 2023).

Source: omaggio dell’autore.

:: Il canto degli innocenti di Piergiorgio Pulixi (Rizzoli 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 giugno 2025

Un protagonista stuzzicante per “Il canto degli innocenti”  primo capitolo della serie dei Canti del male,  : Vito Strega, un omone, quasi un colosso, (alto un metro e novantacinque), che gira in Mini Minor 1971, descritto come “forte, irascibile e sanguigno”, ma anche un colto laureato, con ben tre lauree: giurisprudenza, filosofia e psicologia, ma forse complessato da antiche e mai dimenticate storie familiari che gli rovinano la vita. Uomo tutto d’un pezzo, educazione militare, figlio d’un ammiraglio, ex combattente in Kosovo , con alcune storie alle spalle che vorrebbe  dimenticare, e talvolta generoso al punto di farsi male.
Una storia ambientata in una città sconosciuta e che pare quasi avulsa dalla realtà, ma con tante cose che richiamano il presente, dove  l’omicidio di una giovane studentessa getta la polizia nel caos.  A uccidere è stata un’adolescente di appena tredici anni. E non sarà l’unico caso : una serie di efferati omicidi, di inesplicabili delitti con il perverso sapore di vendetta, ribellione o riscatto, commessi da adolescenti fra i dodici e i quindici anni, metterà in ginocchio chi dovrebbe garantire giustizia, portando alla disperazione e al lutto tante famiglie . Una parte dei superiori e dei colleghi ritengono il commissario Vito Strega, brillante investigatore, uomo geniale e tormentato, sospeso dal servizio per aver sparato a un collega in circostanze misteriose e in attesa di un agognato  reintegro,  dopo il parere positivo di una strizzacervelli,  il solo in grado di fermare quella  orrenda a catena mortale.
L’unico capace di risolvere quello spaventoso enigma  e  che, con l’ esperienza di chi ha studiato psicologia, filosofia e legge, e l’istinto di chi non accetta  mai verità di comodo, dovrà indagare sottotraccia, sorretto solo dall’amica e collega ispettrice Teresa Brusca e l’acquiescenza del vice questore Palomara.
Ciò nondimeno  ogni pista che imboccherà pare voler celare un intreccio più oscuro. E dovrà  diffidare da indizi e particolari che potrebbero spingerlo fuori strada.
Ma poi chi mai avrebbe armato la testa e la mano  di questi ragazzi? Cosa si nasconde dietro la loro furia?  L’arduo percorso da  affrontare per  riuscire a tirare le fila e arrivare a una soluzione  sarà tutto in salita perché, se in letteratura esiste il tabù per cui i bambini e i ragazzi dovrebbero essere sempre innocenti, stavolta questo tabù verrà sgretolato e  spazzato via non solo dal fatto  che i ragazzi di Il Canto degli innocenti commettano terribili delitti, ma anche per quanto il farlo  dia loro tanta soddisfazione o almeno pare.
In questo suo primo episodio della Saga del Male, Pulixi tocca con mano un discorso e un problema strisciante : il Male attecchisce sotto i nostri occhi e trova terreno fertile nelle menti più fragili e suggestionabili, quelle dei giovanissimi in un mondo sempre più dominato dai video giochi e dai social network.
Ma perché poi questi ragazzi arrivano a uccidere con tanta rabbia? Cosa li spinge o chi? C’è una mente perversa dietro di loro? Un burattinaio che li plagia e coordina le loro mosse?
Molto   intrigante la prima parte con  il personaggio di Vito Strega, uomo  intelligente e motivato  benché si lasci coinvolgere troppo  in una alcune drammatiche scenate e magari inutili  scazzottate.
Ben calibrati nella narrazione i suoi principali comprimari,  il vice questore, la sua gatta Sofia e la strizzacervelli psicologa, la ex moglie , la sua ispettrice, l’inquietante seduttrice ufficiale dei carabiniere, l’amica bambina vicina di casa con nonna  saggia e molto simpatica, che ci incuriosiscono quanto basta .
Insomma  fatti i debiti patti con una certa indispensabile esagerazione della fiction, la storia tiene e mette addosso il pizzicorino in attesa del seguito,  pare affollato da molti futuri  episodi (promessi) per raccontare le mille facce del male ai giorni nostri. L’aspettiamo.

Piergiorgio Pulixi nato a Cagliari nel 1982, vive a Milano. Ha pubblicato Perdas de Fogu (Edizioni E/O 2008), L’albero dei Microchip (Edizioni Ambiente 2009), Donne a perdere (Edizioni E/O 2010) e la serie poliziesca iniziata con Una brutta storia (Edizioni E/O 2012) e La notte delle pantere (Edizioni E/O ecc.ecc.

:: Frederick Forsyth (1938-2025)

9 giugno 2025

:: Un’intervista con Roberto Saporito, autore di Polimeri, a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2025

Bentornato Roberto su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. È appena uscito, per Cose Note, il tuo ultimo romanzo Polimeri, un romanzo breve molto particolare ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a te, questo è sempre un bel posto dove stare. L’idea è nata dalla mia ossessione, mentre scrivo, del rapporto sottile tra realtà e finzione, uno dei miei “temi” preferiti e quindi ricorrenti, ma in questo caso portata all’estremo parlando di cinema e quindi di fiction per definizione.

Partiamo dal titolo, Polimeri, mi ha ricordato un romanzo: Il giorno della locusta di Nathanael West anch’esso una satira molto feroce sulla discarica emozionale che è l’effimero mondo del cinema dove tutto è di plastica. Hai letto quel romanzo? Ti è stato di ispirazione?

No, non ho letto quel romanzo e nel mio caso dato che l’espressione “materie plastiche” viene spesso usata come sinonimo di polimeri, questo è un libro sulle paure di plastica (quelle finte, dei film, della fiction, ma anche del romanzo) e sulle paure di vetro (quelle reali, quelle vere, quelle che fanno anche sanguinare).

Che altri romanzi o racconti ti hanno ispirato?

In verità l’ispirazione non è mai diretta, non penso mai a un libro in particolare o un autore, mi sembra che tutto arrivi direttamente dalla mia mente, però poi in effetti quello che leggiamo o vediamo in un modo o nell’altro ci influenza, ma per me non è mai premeditato, forse rileggendo quello che scrivo a posteriori mi vengono in mente riferimenti, tipo, in questo caso, la Los Angeles di Bret Easton Ellis o alcune situazioni e atmosfere alla David Lynch.

Parlaci della trama, come hai scelto il protagonista, a chi ti sei ispirato?

Il romanzo ha per protagonista un attore italo-americano intorno ai cinquant’anni di medio successo con la carriera in ascesa che passa dal girare una serie televisiva americana importante alla pubblicità del tonno in Italia, fino all’ambizioso progetto del remake, di produzione americana, e girato a New York al posto di Roma, del film “La grande bellezza” di Sorrentino.

Ambientato all’inizio in una Los Angeles dove accadono cose al limite del lynchiano (nel senso che sembra di essere in un film di David Lynch, come ti dicevo), dove un misterioso personaggio perseguita il protagonista senza nome della storia, dove accadano cose, per il protagonista, enigmatiche, inspiegabili, inquietanti, spaventose, e anche macabre, la storia poi si snoda tra New York, dove il protagonista incontra la figlia che non vede praticamente mai e con la quale ha un rapporto molto freddo e distaccato (forse perché separato dalla moglie, forse perché non è mai stato un padre presente), e Roma dove vive quando non è in giro per il mondo e dove farà la pubblicità per una famosa marca di tonno, lamentandosi che in Italia lo cercano solo per la pubblicità del tonno, appunto, mentre in America lo cercano per film da presentare ai Golden Globe, e, magari, alla notte degli Oscar, o per serie televisive blasonate (le serie, il nuovo vero cinema di oggi? La nuova vera letteratura, come diceva un mio amico editor?), a sottolineare come un tempo a Roma si facessero i film d’autore, mentre ora l’unica cosa importante sono diventati (solo) i soldi, e la loro velocità di realizzazione, dove il cinema non è più un faro (un esempio) per il mondo cinematografico ma un provinciale recinto di cinepanettoni, e pubblicità del tonno, appunto.

Il limite tra realtà e finzione è molto sottile, tutti nella vita recitiamo un ruolo, sociale, famigliare, lavorativo, politico. Improvvisiamo, recitiamo a soggetto, ci costruiamo un’identità fittizia da esibire al mondo. Il tuo personaggio quando per esempio cerca di fare il padre, recita come ci si immagina un padre debba essere. Come hai analizzato questo limite?

Penso che tutti chi più chi meno, recitiamo nella vita, magari senza neanche rendercene conto, dai rapporti personali giù giù fino a quelli lavorativi, nel libro il protagonista si sente disarmato nei confronti degli accadimenti della vita, assolutamente inadeguato nel rapporto con la figlia, e si difende recitando praticamente sempre, tentando di trasformarsi da “persona” introversa a “personaggio” estroverso, in fondo è un uomo che ha perso la capacità di distinguere il vero dal falso, il passato dal presente, e, in particolare, il personaggio dall’essere umano.

Un romanzo noir se vogliamo, perché metti sempre sfumature nere nelle tue storie? La vita è noir?

In verità a me le etichette non piacciono, quando mi chiedono cosa scrivo io rispondo semplicemente “narrativa letteraria”, che è un contenitore dove ci puoi mettere qualunque cosa dal noir (appunto) al romanzo esistenziale, dall’educazione sentimentale al romanzo di formazione, i generi, tutti, sono a disposizione di chi scrive, è una questione di dosaggio, ma in effetti mi piace parlare della parte “oscura” della vita, perché ne è parte fondamentale, tutti, nessuno escluso, in determinate circostanze possiamo fare qualunque cosa, anche la più spregevole. Mi piace però l’idea post-postmoderna (e qui in questa etichetta forse un po’ mi riconosco) che, dal momento che tutto è già stato detto, in scrittura tutto è permesso, come in “Polimeri” dove la storia viene raccontata alla prima persona singolare (io), alla seconda persona singolare (tu) e perfino alla prima persona plurale (noi) in una serie di capitoli dedicati agli anni Ottanta a New York.

Il tuo personaggio sta invecchiando ha superato i cinquanta e non è facile per lui sopravvivere in un mondo dove l’apparenza e l’aspetto fisico sono preponderanti. Non si devono avere cedimenti, le rughe e i capelli grigi sono quasi una condanna. Tu come stai affrontando il tempo che passa, ti senti a tuo agio nel tuo corpo che cambia?

In verità sì, al contrario del personaggio del mio romanzo che è ossessionato dal tempo che è passato, in questo momento mi sembra di essermi liberato da una sorta di giovinezza fittizia: mi sembra di essere stato giovane per troppo tempo, era ora di finirla, ma mentre per il personaggio del romanzo è un trauma, al limite del pensiero fisso, per me è una liberazione, appunto.

Roberto Saporito e il romanzo breve, che legame vi lega, è la tua forma ideale di racconto?

In verità non mi sono mai posto il problema della lunghezza, inizio a scrivere una storia e smetto di scriverla quando questa finisce di ossessionarmi e di solito il risultato, quando metto la parola fine, è un romanzo breve, ma non c’è premeditazione, succede e basta.

Potresti pubblicare coi maggiori editori italiani, e scegli sempre piccoli editori di nicchia, ti danno maggiore libertà? Preferisci non essere stritolato dal mainstream?

Ultimamente pubblico per editori che mi cercano, con gli ultimi due ho avuto l’onore e l’onere di inaugurare le loro collane di narrativa, e sì ho maggiore libertà e forse potrei pubblicare con una major, con tutto quello che ne comporta, ma dovrebbero darmi davvero tanti, ma tanti, soldi, e/o, completa libertà.

Come ultima domanda, ringraziandoti della disponibilità, vorrei chiederti a che nuovo progetto stai lavorando?

“Polimeri”, il mio nuovo romanzo, lo si può considerare il mio “piccolo” romanzo italo/americano, che potrei mettere in contrapposizione al prossimo (in lento, lentissimo, cantiere) che pomposamente, arbitrariamente e anche arrogantemente si può definire il mio “grande” romanzo italiano (forse anche per lunghezza, chissà), ed è la storia di uno scrittore italiano che da quando ha vinto il premio Strega (sei anni prima) non ha più scritto nulla e per sbloccarsi il suo editore lo fa invitare in una prestigiosa residenza per scrittori situata in un sontuoso palazzo del XVII secolo e qui incredibilmente comincia a scrivere un nuovo romanzo che diventa un testo parallelo alternando un capitolo alla seconda persona singolare (tu) dello scrittore ospite della residenza e un capitolo che è il romanzo che sta scrivendo alla prima persona singolare (io), la storia di un ricco avvocato che un giorno si sveglia e decide di cambiare vita, in un doppio livello narrativo di stampo postmoderno.

In pratica un libro (la realtà, o quantomeno una forma di?) con all’interno un altro libro in divenire (la finzione?).

E poi ci sono altri sette illustri scrittori ospiti della residenza che diventano un microcosmo di storie che fanno da corollario (da coro) alla storia dello scrittore protagonista.

Ma è anche un micro spaccato del mondo editoriale (un altro dei miei temi ricorrenti e preferiti) e delle sue astruse dinamiche.

:: Le meravigliose avventure della coraggiosa Yuan Jing di Shanmei – In prenotazione!

6 giugno 2025

In uscita il 30 giugno 2025

Clicca per prentare la tua copia…

:: Islanda di Nicolò Cesa (Morellini Editore 2025) a cura di Giulietta Iannone

4 giugno 2025

Tra il Circolo Polare Artico e l’Oceano Atlantico sorge l’Islanda,”la terra del fuoco e del ghiaccio”, un’isola meravigliosa fatta di vulcani, geyser, e ghiacciai. Meta turistica sempre più ambita in cui si possono ammirare il sole a mezzanotte e l’aurora boreale. Morellini Editore dedica una guida di Nicolò Cesa a questa nazione relativamente giovane. L’Islanda è stata infatti uno degli ultimi angoli del nostro pianeta a essere abitati. La sua scoperta avvenne fra l’VIII e il IX secolo ad opera di alcuni monaci irlandesi. Tra l’Ottocento e il 1050 i Vichinghi partendo dalla Norvegia la colonizzarono. La conversione al cristianesimo avvenne nel 999. Oggi l’Islanda è un paese in cui il mercato turistico ha un posto di rilievo sia per le sue bellezze naturali e paesagistiche che per il suo fervore culturale. Bella l’intervista a Pietro Biancardi editore Iperborea, casa editrice milanese che porta il lontano Nord in Italia. Tra le attrattive turistiche un posto di rilievo l’ha la cucina islandese, in cui la qualità e la freschezza delle carni e del pescato attirano sempre più turisti. Piatti tipici sono lo skyr, un formaggio fresco a base di latte, l’agnello, imperdibile la Kjotsupa, la zuppa di carne d’agnello e verdure. E la birra artigianale islandese, una delle più rinomate. Reykjavik è la capitale ed è conosciuta per la sua vivace vita notturna assieme a Akureyri, la seconda metropoli di Islanda. Famosi i fiordi dell’Ovest, ospitano le migliori piscine termali di tutto il paese. Chi ama il trekking, troverà poi sentieri spettacolari sia brevi che lunghi. Si consiglia di arrivare in Islanda via mare, con il traghetto, che salpa dal nord della Danimarca. Ricca di notizie e curiosità la guida fornisece informazioni aggiornate, indirizzi e numeri di telefono, oltre ai numeri per le emergenze e l’indirizzo dell’Ambasciata e del Consolato d’Islanda in Italia. L’elenco degli hotel e dei ristoranti dove prenotare è aggiornato e puntuale, come quello dei musei con orari di visita. Insomma l’Islanda è una meta turistica di prim’ordine dove tutto è pensato a misura di viaggiatore. E una volta visitata non è raro essere colpiti dal mal d’Islanda che ci spingerà a ritornare per saziare la nostalgia e la malinconia che resta dopo il primo viaggio.

Nicolò Cesa, sociologo di formazione e cosmopolita per necessità, ha girato l’Europa come busker e raggiunto Islanda e Fær Øer per la prima volta nel 2011, a bordo di un camper del 1981. Ha ideato e cura la rubrica HoboSapiens, per QCode Magazine. Nel 2015 ha curato la traccia La guerra è solo vittime per l’ONG Emergency, in occasione del centenario dell’inizio della Prima guerra mondiale. Negli anni ha pubblicato reportage per diverse riviste culturali e di viaggi. Trascorre il suo tempo tra l’Italia, la Serbia e tutti quei luoghi a un passo dal Circolo Polare Artico, tra cui l’Islanda, dove lavora come guida turistica. Collabora con l’Ente Nazionale del Turismo della Serbia. Per Morellini ha pubblicato Serbia (2018).

:: Per sempre tuo di Abby Jimenez (Newton Compton Editori 2025) a cura di Valentina Demelas

3 giugno 2025

Per sempre tuo. Yours Truly di Abby Jimenez, pubblicato da Newton Compton Editori con la traduzione di Mariafelicia Maione, è una commedia romantica dallo slow burn avvolgente, ricca di tensioni emotive profonde. L’autrice padroneggia con sorprendente equilibrio momenti brillanti e scene toccanti, esplorando con delicatezza temi complessi come l’ansia sociale, la ferita di un divorzio e il sacrificio implicito in un trapianto d’organo. La sua scrittura resta leggera e scorrevole, ma non rinuncia a una profondità che invita a riflettere, garantendo al tempo stesso risate genuine e un lieto fine capace di scaldare il cuore.

Fin dalle prime pagine incontriamo Briana Ortiz, dottoressa del pronto soccorso, alle prese con una vita in bilico: il divorzio è ormai alle spalle, ma il rimorso e la solitudine si fanno sentire; suo fratello lotta contro una grave malattia in attesa di un donatore di rene, e la sua salute è appesa a un filo. Quando Jacob Maddox, chirurgo trasferito per sfuggire alla pressione della propria ansia sociale, entra in corsia, i due comprimari di un’ipotetica promozione diventano subito antagonisti. Tra corridoi bianchi e turni massacranti, la tensione sale fino al primo colpo di scena ironico: Jacob, impacciato con i colleghi e in evidente difficoltà a gestire la propria patologia da outsider, decide di inviare una lettera a Briana. Da quel gesto nasce una corrispondenza fatta di confidenze, battute e piccoli aneddoti che svelano gradualmente il loro lato più autentico.

La dinamica tra Briana e Jacob si trasforma presto in un’amicizia fuori dal comune: incontri furtivi e scambi di messaggi sempre più intimi mettono da parte i precedenti attriti. È in questa fase che il romanzo raggiunge il suo cuore pulsante: Jacob scopre di essere compatibile con il fratello di Briana e, senza esitare, si offre come donatore. Quel gesto di generosità assoluta capovolge ogni resistenza: ogni rancore, ogni esitazione sul proprio sentimento si sciolgono davanti all’atto d’amore più grande, spingendo i protagonisti verso un’intimità nuova e profonda.

La verve di Jimenez si rivela nelle scene di vita quotidiana, l’autrice non edulcora la sofferenza legata alla malattia cronica né oscura il peso psicologico di un passato che torna a galla. In un attimo, il lettore può passare da un sorriso liberatorio alle lacrime, guidato da battute pungenti e da pagine di struggente vulnerabilità.

Non ci viene raccontata soltanto una storia d’amore: si tratta anche un’esplorazione delle relazioni umane in tutte le loro sfumature. Jimenez affronta la fiducia tradita e riconquistata, la fragilità di due persone protette da difese costruite per sopravvivere e la potenza della generosità come motore di rinascita. Il ritmo lento, sorretto da una struttura senza sbalzi eccessivi, permette di assaporare ogni tappa di questo viaggio emotivo, rendendo la lettura piacevole e al contempo ricca di spunti di riflessione. Pagina dopo pagina, si scopre piacevolmente come l’amore possa crescere al di là delle premesse e delle aspettative, come la fiducia sia un atto quotidiano e come il gesto più estremo – donare una parte di sé – possa portare vita e possibilità. Si arriva al punto finale con un sorriso malinconico e un senso di speranza.

Abby Jimenez si conferma una voce inimitabile nel romance contemporaneo, capace di unire ironia e profondità, leggerezza e sostanza, in un’opera che rimane.

Abby Jimenez è una scrittrice di romanzi rosa contemporanei che vive in Minnesota. Nel 2007 ha fondato Nadia Cakes, una pasticceria di successo specializzata in cupcake. Da allora ha aperto diverse sedi in due Stati, ha vinto numerosi concorsi su Food Network e ha conquistato un vasto seguito internazionale. La Newton Compton ha pubblicato Restiamo solo amici, Perfetti innamorati. Life’s Too Short, Non voglio mica la luna, Sono parte del tuo mondo. Part of your World e Per sempre tuo. Yours Truly.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’ufficio stampaNewton Compton Editori.

:: Morte per un manoscritto di Luigi Guicciardi (Damster 2025) a cura di Patrizia Debicke

2 giugno 2025

Modena, primi di luglio: il commissario capo Giovanni Cataldo e il nuovo collega l’ispettore Franco Greco, pugliese, Rinaldi è appena andato in ferie,  chiamati da Don Zamboni salgono al primo piano dell’antico palazzo abbaziale di Nonantola.
Il prete infatti di primo mattino ha rinvenuto in una stanza il cadavere con la gola tagliata da una lama affilatissima di Don Rinaldi, studioso emerito. L’omicidio di un religioso  nell’edificio monastico   potrebbe essere solo un caso come tanti per il commissario capo Giovanni Cataldo, se non fosse per il particolare che la vittima  stava inventariando un misterioso  fondo archivistico da poco scoperto nella storica abbazia. Una scossa di terremoto all’inizio o meglio un assestamento tellurico  ha infatti  provocato il crollo  ai primi dell’anno  della parete di una cappella annessa all’edificio religioso dentro la quale  è stata ritrovata una specie di cassetta contenente delle carte molto antiche.  
Trattandosi di bene religioso assegnato alla cura del vescovo, questi aveva affidato di autorità  le relative ricerche e catalogazione a Don Rinaldi, un personaggio all’altezza per competenza, affinché svolgesse intanto un esame preliminare su quei preziosi  documenti.
Il filo conduttore, al di là del  modus operandi dell’assassino, si scoprirà presto essere  l’insistente  voce  in circolazione su un  presunto ritrovamento di alcuni canti originali della Commedia di Dante Alighieri, che nella cittadina  soggiornò durante l’esilio. Potremmo forse essere sulle tracce di un fantomatico manoscritto di Dante Alighieri, che sarebbe stato ben nascosto dal tredicesimo secolo nell’Abbazia di Nonantola?
Esisterà davvero oppure si tratta di una favola per gli sciocchi? Potrebbe essere detto manoscritto la causa degli ben altri  tre omicidi che  nel giro di pochi giorni, commessi con le stesse orribili modalità,verranno scoperti nella zona?  Una successiva terribile e sanguinaria sequenza infatti, che si  sommerà  alla già complicata e apparentemente incomprensibile inchiesta investigativa, quando nel giro di pochi giorni si scoprirà che sono stati ammazzati  sia  un vecchio mendicante di colore che frequentava l’abbazia, un professore di Lettere in pensione e una bella docente universitaria di paleografia.
Coadiuvato da due nuovi colleghi, il ruvido ispettore Greco e il volonteroso e aperto sovrintendente Vernole, appassionato di letteratura, Cataldo  dovrà dare il via a un’insolita indagine destreggiandosi  tra presente e passato, tra un computer scomparso, rubato ma poi ritrovati presso un ricettatore e alcuni documenti medievali, dai quali emergerebbe con prepotenza la figura di Dante Alighieri.  Sarebbe questo il motivo che unisce la morte del prete,  del barbone, del professore e della paleografa ?
A complicare tuttavia maggiormente le indagini, avverrà anche l’omicidio di un librario dentro la  sua libreria e poco dopo l’incomprensibile  suicidio del sovrintendente Vernole, anche lui  appassionato di Dante.
La faccenda, nonostante l’indefesso lavoro della scientifica a caccia di indizi, le testimonianze dei parenti e amici dei morti  pare arenarsi, complicandosi  sempre di più mentre suggerisce possibili nuove piste e nuove ipotesi. La sete di sangue dell’assassino pare non placarsi in alcune modo.  Che tipo di mostruosa frenesia bisogna avere per continuare a uccidere? La rabbia non basta perché sembra diventare unìincontrollabilw forma di follia. Avrà mai fine?
Mentre la stampa e i superiori di Cataldo paiono quasi addormentati dal caldo di luglio che  infuoca la pianura, il nostro commissario capo barcamenandosi tra filologia testuale e oscure tracce elettroniche, scoprirà finalmente, dopo altri delitti, con sbalordita amarezza, che si può spargere tanto sangue solo per una rivincita tesa  all’assurda ambizione di realizzare un sogno: un manoscritto autografo unico, fin qui ignoto al mondo, ma in grado di rivoluzionare i futuri  studi della letteratura italiana .
Ma i tutti i casi non sono mai risolti completamente  perché  talvolta il culmine della gelosia può  far commettere atti ed errori che poi non si sarà più in grado di riparare.

Luigi Guicciardi, modenese, insegnante di liceo e critico letterario, è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una serie di mystery: “La calda estate del commissario Cataldo”; “Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo” – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco – “Relazioni pericolose per il commissario Cataldo” (2001), “Un nido di vipere per il commissario Cataldo” (2003), “Cadaveri diversi” (2004, Piemme); “Occhi nel buio” (2006), “Dipinto nel sangue” (2007), “Errore di prospettiva” (2008), “Senza rimorso” (2008), “La belva” (2009), “La morte ha mille mani” (2010) per Hobby&Work; “Una tranquilla città di paura” (2013, LCF Edizioni); “Le stanze segrete” (2014), “Paesaggio con figure morte” (2015), “Giorni di dubbio” (2016), “Una tranquilla disperazione” (2017) per Cordero Editore, “Nessun posto per nascondersi” (2018), e “Sporchi delitti” (2019) per Fratelli Frilli Editore, “Un conto aperto con il passato” (2020), “Ai morti si dice arrivederci” (2021), “I dettagli del male” (2022), “Il ritorno del mostro di Modena” (2022), “Il commissario Cataldo e il caso Tiresia” (2023), “Morte di una ragazza speciale” (2023), “Donne che chiedono giustizia” (2024), “Nessuno si senta al sicuro” (2024), per Damster. Ha contribuito con alcuni racconti a varie antologie tra cui “Scosse. Scrittori per il terremoto”, Felici Editori (2012), “GialloModena” (2016), “Delitti al museo” Mondadori (2019). Il suo sito http://www.luigiguicciardi.it.

:: Polimeri di Roberto Saporito (Cose Note 2025) a cura di Giulietta Iannone

1 giugno 2025

[…] mi sembra di perdere tempo, mi sembra che non sia questa la vita vera, come recitare, mi sembra che la vita vera sia da un’altra parte […].

Roberto Saporito predilige la narrativa breve e con il suo nuovo romanzo Polimeri, edito da Cose Note Edizioni di Alba, ci da un nuovo saggio del suo poliedrico talento. In apparenza omaggio postmodernista, con venature noir, al cinema, in realtà in questo romanzo l’autore analizza e scandaglia il limite tra realtà e finzione e chi meglio dell’attore protagonista, rigorosamente senza nome, può incarnare questo duplice ruolo in cui la finzione sembra sempre più prepotentemente sovrapporsi alla realtà. Il protagonista, un attore italo-americano che ha superato la boa dei cinquat’anni, e sta sperimentando cosa significhi invecchiare nel mondo fittizio dell’industria dell’intrattenimento, è un figlio dell’Actors Studio, che ha fatto suo il metodo Stanislavskij, metodo che fa provare all’attore realmente le emozioni che è tenuto a portare sullo schermo o a teatro. Ha un ex moglie, una figlia, e una carriera in cui deve reinventarsi lasciando il ruolo dell’attor giovane, e belloccio, per quello dell’uomo di mezza età, che lo portano dal recitare in una serie televisiva americana importante ad accettare di girare uno spot pubblicitario per un tonno in Italia, umiliante ma ben redditizio, anzi dal compenso astronomico. Poi la fortuna gli arride di nuovo e si trova coinvolto in un progetto ambizioso quello del remake, di produzione americana, ma girato a New York al posto di Roma, del film La Grande Bellezza di Sorrentino. Tra Los Angeles, New York e Roma, il protagonista avrà anche a che fare con un misterioso personaggio che lo perseguita, si sa l’America è un posto pericoloso pieno di serial killer, può succedere di tutto andando anche solo al supermercato, dando venature noir alla storia e arricchendo anche di sfumature macabre un racconto, narrato in prima persona, denso di riflessioni intimistiche e di lezioni di vita. Qui niente è quello che sembra. Qui tutto è finto. Qui tutto è di plastica.

Roberto Saporito, prima di dedicarsi completamente alla scrittura, ha studiato giornalismo e diretto per trent’anni una galleria d’arte. È autore di numerosi romanzi e raccolte di racconti, tra cui Harley-Davidson (1996), Il rumore della terra che gira (2010), Generazione di perplessi (2011), Il caso editoriale dell’anno (2013), Come un film francese (2015), Respira (2017), Jazz, Rock, Venezia (2018), Come una barca sul cemento (2019), In nessun luogo (2022) e Figlio, fratello, marito, amico (2024). Suoi racconti sono apparsi in antologie e su autorevoli riviste letterarie. Ha tenuto una rubrica sul magazine Satisfiction.

:: Un’intervista con Tom Hofland, Il cannibale (Carbonio 2024, traduzione di Laura Pignatti) a cura di Giulietta Iannone

31 Maggio 2025

Benvenuto Tom su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Sei laureato in Scrittura per lo Spettacolo, sei uno scrittore e un podcaster. Parlaci di te, raccontati ai tuoi lettori italiani.

Certamente! Abito a Rotterdam con mia moglie e due bimbi piccoli. Il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 2017 e ho scritto in totale tre romanzi, una raccolta di racconti e una novella. Il mio terzo romanzo, Il cannibale, è stato ora pubblicato in Italia. Fin ora sono molto soddisfatto dell’accoglienza italiana. Gli Italiani sono lettori molto attenti ed è molto piacevole dialogare con loro. Spero che prima o poi vengano pubblicati in Italia altri miei lavori.

Il cannibale, che hai presentato al Salone del Libro di Torino quest’anno, è il tuo terzo romanzo. Parlaci di questo libro, a che tipo di lettori lo consiglieresti?

Lettori che amano la weird fiction, l’umorismo nero e una punta di horror apprezzerebbero sicuramente questo libro. I lettori ai quali, per esempio, piacciono i film di Yorgos Lanthimos (The lobster) o le serie televisive come Fargo, troveranno sicuramente degli elementi comuni.

Parlaci del protagonista, Lute, si ispira a persone che hai realmente conosciuto?

Lute è un manager in una grande azienda farmaceutica. È molto gentile con i suoi colleghi e vuole instaurare relazioni personali con loro. Ma vuole anche fare in modo che il suo capo sia soddisfatto. In realtà è poco coraggioso, soprattutto perché non vuole ferire altre persone. Persino se le persone sono crudeli o approfittano di lui. In tali aspetti del suo carattere mi riconosco un po’. Ma il personaggio naturalmente è anche basato sulle persone, molto numerose, che seguono ciecamente i comandi, senza riflettere.

Raccontaci un po’ della trama.

Lute lavora come manager responsabile della qualità in una grossa azienda farmaceutica. L’azienda viene rilevata da un investitore svizzero, che dichiara che il dipartimento di Lute è superfluo. Una pillola amara per Lute: non solo deve fare in modo che decine di fedeli colleghi se ne vadano, ma riceve anche il compito di convincerli a dare le dimissioni (in modo tale che l’azienda risparmi sui costi del licenziamento). Quando Lombard, un cacciatore di teste freelance, offre a Lute i suoi servizi, questi li accetta di cuore. Lombard si prende cura di far sparire i dipendenti ad uno ad uno e Lute può lavarsene le mani e considerarsi innocente. Quando iniziano a esserci le prime morti, si rende conto di aver fatto entrare una volpe nel pollaio.

Cosa lega Lute a Lombard? Raccontaci come si dipanano le dinamiche aziendali.

Lute ha ricevuto il compito di liberarsi dei suoi dipendenti. È troppo buono per praticare il mobbing con loro per spingerli a dimettersi. Ma non possiede abbastanza coraggio per opporsi al suo capo e prendersi le sue responsabilità nei confronti dei suoi dipendenti. Trova una via d’uscita ingaggiando Lombard. Lombard rappresenta la personificazione del ‘capitalismo religioso’, del quale facciamo parte tutti noi. Il credo sacro del capitalismo predica che gli affari sono più importanti del resto. Lombard non ha alcuna coscienza e non capisce che cosa ciò implichi per le persone. Lute spera di preservare la sua innocenza rendendo Lombard responsabile. Ma non può sfuggire alle sue responsabilità.

La trama ha venature horror?

Certamente. Ma la storia contiene anche elementi umoristici in modo tale da non renderla troppo pesante o dark. Le venature horror sono spesso allo stesso tempo delle assurdità.

Il mondo del lavoro è un mondo competitivo e molto spesso disumanizzato. Hai voluto fare una satira di queste dinamiche?

Assolutamente. Sono convinto che abbiamo vissuto nel capitalismo talmente a lungo da non vedere più alternative. Pensiamo che questa sia la nostra natura umana, che dobbiamo lavorare molto e dobbiamo comportarci in modo brutale nel mondo degli affari. Crediamo che il ‘profit over people’ sia sacro. Ma è stato tutto ideato. Dobbiamo ritrovare la nostra umanità. Questo è il messaggio che voglio comunicare con il mio libro. Ma è più difficile del previsto se ci sei dentro. Anche io a volte vengo spinto da un desiderio di successo professionale e ricchezza. Questo perché anche io sono cresciuto, come tanti altri, nel sistema capitalistico. È molto difficile, allora, vederla in modo diverso.

Grazie della tua disponibilità e gentilezza. Come ultima domanda ti chiederei di dirci qualcosa sui tuoi progetti futuri.

Ti ringrazio molto! Spero di poter venire più spesso in Italia per poter parlare con i lettori, e che questi possano entrare in contatto con il mio lavoro. Il mio prossimo lavoro sarà un romanzo di fantascienza sulla perdita del corpo umano, e sulla corporeità che ci rende esseri umani.

Traduzione a cura di Simona Castagnoli, che ringraziamo assieme al marito Wil.