Archive for gennaio 2026

:: Il tiranno di Simon Scarrow (Newton Compton 2026) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2026

Nel nono anno di regno di Nerone, Roma non ĆØ soltanto il centro del mondo conosciuto, ma anche una capitale sul punto di implodere. Simon Scarrow sceglie infatti  un delicatissimo momento storico e lo trasforma nel cuore pulsante di questo romanzo, spostando l’azione dalle lontane  frontiere al ventre molle dell’Impero. L’Urbe diventa un febbrile organismo, attraversato da paure, voci, congiure e violenze represse, dove ogni gesto politico rischia di avere imprevedibili conseguenze.
L’ambientazione ĆØ uno degli elementi più riusciti. Scarrow ci racconta una Roma viva, sporca, contraddittoria, lontana da un’idealizzata magnificenza. Le strade brulicano di tensione sociale, le coorti urbane disorganizzate faticano a mantenere l’ordine, il popolo sopporta  con crescente rabbia le arbitrarie decisioni del potere. I palazzi imperiali, con i loro sfarzosi banchetti e i giochi di ruolo tra senatori, prefetti e favoriti, contrastano con gli accampamenti militari, luoghi di disciplina e fatica. ƈ una cittĆ  divisa tra lusso e miseria, tra apparenza e controllo, pronta a incendiarsi al primo soffio.
Catone dovrà affrontare questo scenario dopo la campagna in Britannia, dopo essersi lasciato alle spalle il fronte aperto per affrontare una guerra più sottile. Il suo ritorno a Roma avrà inizialmente un sapore domestico, quasi illusorio, fatto di affetti familiari e momenti di tregua. Proprio questa parentesi renderà più netto lo stacco con il nuovo incarico, trasformando la sua nomina a prefetto delle coorti urbane in una prova morale oltre che militare. Catone è un comandante esperto, ma Roma lo costringerà a misurarsi con intrighi, ambiguità e compromessi, territori nei quali la spada serve meno della prudenza.
Il personaggio ha ormai raggiunto la sua piena maturitĆ : non ĆØ più solo il soldato brillante, bensƬ un uomo consapevole del peso delle decisioni e delle fragilitĆ  del potere. Il conflitto tra dovere pubblico e protezione privata incombe su  tutto il romanzo, regalando consapevole spessore a un protagonista continuamente costretto a scegliere tra ubbidienza e giudizio. La sua integritĆ  lo rende prezioso, ma anche pericolosamente esposto.
Macrone rappresenta l’altra faccia della medaglia. Più diretto, istintivo, legato a una visione del mondo semplice e solida, rimane il punto fermo in un instabile contesto lavorativo. Il suo ritorno al servizio attivo non avrĆ  qualcosa di nostalgico: ĆØ invece il naturale ritorno di un uomo al proprio elemento. Il rapporto tra Catone e Macrone, costruito romanzo dopo romanzo, resta uno dei pilastri della serie. La loro fratellanza d’armi, fatta di rispetto, ironia e fiducia reciproca, rappresenta un legame in grado di resistere anche quando il campo di battaglia si sposterĆ  nelle sale del potere.
Nerone incombe sulla trama con la sua costante e inquietante presenza. Scarrow lo tratteggia in precario equilibrio tra genialitĆ  artistica, narcisismo e paranoia. Ogni sua decisione appare potenzialmente fatale, ogni favore revocabile da un capriccio. Il suo rapporto con Catone, ambiguo, segnato da ammirazione e diffidenza, contribuisce a mantenere alta la tensione narrativa. Governare sotto un imperatore simile equivale a camminare su un terreno minato. (Per chi volesse capire vedo grandi similitudini con i nostri giorni e l’uomo alla Casa Bianca.)
Dal punto di vista strutturale, il romanzo funziona come un ponte. Le scene d’azione, pur ben costruite e coinvolgenti, richiamano situazioni giĆ  viste nella serie, e svolgono il compito di ribadire i temi centrali: disciplina, coraggio, spirito di sacrificio. Il vero cuore del libro risiede nella dimensione politica, nei discorsi sul futuro di Roma e nelle avvisaglie di un cambiamento epocale. Le ombre dell’Anno dei Quattro Imperatori iniziano ad allungarsi, preparando il terreno alla nascita della dinastia Flavia.
Scarrow dimostra ancora una volta grande abilitĆ  nel fondere personaggi di finzione e figure storiche, creando un affresco coerente e credibile. Questo capitolo, il ventiquattresimo della serie, non cerca lo shock narrativo, ma lavora per accumulo, costruendo tensione e aspettativa. Il pericolo, stavolta, non arriva da una ribellione lontana, ma cresce silenzioso nel cuore dell’Impero. Ed ĆØ proprio questa scelta a rendere l’ambientazione romana cosƬ potente: una Roma splendida e marcia, capace di divorare i suoi stessi difensori.
Ne risulta un romanzo di passaggio, forse meno esplosivo, ma fondamentale per comprendere l’evoluzione dei protagonisti e il destino verso cui stanno marciando. Una tappa necessaria, carica di presagi, che rafforza ulteriormente il legame tra Catone e Macrone e prepara il lettore a tempeste ancora più grandi.

Tradotto da Valentina Legnani e Valentina Lombardi.

Simon Scarrow ĆØ nato in Nigeria. Dopo aver vissuto in molti Paesi, si ĆØ stabilito in Inghilterra. ƈ un grande esperto di storia romana. Il centurione, il primo dei suoi romanzi storici pubblicato in Italia, ĆØ stato per mesi ai primi posti nelle classifi che inglesi. Scarrow ĆØ autore delle serie Le aquile dell’impero, Roma arena saga, I conquistatori e Revolution saga. Ha fi rmato anche i romanzi L’ultimo testimone (con Lee Francis), Eroi in battagliaLa flotta degli invincibili, Il guerriero (con T.J. Andrews), Nel nome di Roma, La rivincita di Roma, Il tiranno e i thriller Blackout e La notte dei cadaveri. Per saperne di più: www.simonscarrow.co.uk

:: Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa (Bookabook, 2025) a cura di Giulietta Iannone

18 gennaio 2026

In una ipotetica e distopica societĆ  futura, per arginare la piaga sociale dei femminicidi viene diramata una direttiva che autorizza le donne a uccidere, impunemente, un uomo al mese in caso di pericolo. ServirĆ  a cambiare il tessuto sociale malato di misoginia e maschilismo? ƈ questa la provocazione sottesa al romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa edito nel 2025 da Bookabook, casa editrice in crowdfunding. Se si può uccidere un essere umano in quanto donna, quanto ci si metterĆ  a uccidere un essere umano in quanto uomo? Ma uomini e donne sono davvero simili? O provengono da pianeti diversi come diceva nel titolo il celebre saggio di John Gray? Il breve romanzo Un mondo che odia gli uomini di Giulia Crippa non dĆ  risposte certe ma apre un dibattito. Certo uccidere non ĆØ la soluzione, anche un comandamento biblico lo vieta, ma la provocazione serve ad analizzare in profonditĆ  alcune tematiche che spesso affrontiamo con leggerezza. Se pensiamo che nella legislazione italiana il delitto d’onore ĆØ stato abolito in Italia solo nel 1981, con la legge che ha eliminato l’articolo 587 del Codice penale, che prevedeva pene ridotte per chi uccideva la moglie, figlia o sorella per difendere l’onore maschile macchiato, si capirĆ  certo che la misoginia ĆØ qualcosa di pervicacemente radicato nelle societĆ  arcaiche in cui le donne di fatto diventavano proprietĆ  dell’uomo che poteva disporne a suo piacimento. Certo la societĆ  sta cambiando, il mondo si evolve, i diritti umani si affermano, ma alcuni privilegi sono difficilmente estirpabili. Ci prova lo Stato, ci provano i singoli individui. Colpisce la giovane etĆ  dell’autrice, ma sicuramente fa parte di una nuova generazione, di un tessuto sociale più sano, e più proiettato verso un futuro dove uomini e donne hanno davvero gli stessi diritti e le stesse prerogative. Romanzo breve dicevo, ma scritto bene, interessante e ricco di spunti.Ā 

Giulia Crippa (Bologna, 1995) vive a Milano, dove ha studiato Comunicazione all’UniversitĆ  IULM, e ha lavorato in diversi ambiti, tra marketing, relazioni pubbliche ed eventi. Ha arricchito la sua formazione con esperienze internazionali e ha sempre coltivato la passione per la scrittura, approfondita attraverso corsi di giornalismo e sceneggiatura. Nel 2024 conclude ā€œUn mondo che odia gli uominiā€, il suo primo romanzo.   

:: Liberi di Scrivere Award sedicesima edizione – I vincitori

17 gennaio 2026

Vincono a parimerito la sedicesima edizione del Liberi di scrivere Award:

Menzione per il migliore Traduttore:

Nicola Manuppelli

Con grande rammarico annuncio che questa ĆØ l’ultima edizione del Liberi di scrivere Award. Ringrazio Michele di Marco il nostro notaio che ha vigilato sulla correttezza delle votazioni durante tutti questi anni e i votanti. Ci sono state edizioni più combattute, altre meno, ma i libri segnalati sono sempre stati di grande valore. Grazie a tutti.

:: Caro Lucio ti scrivo, Marino Bartoletti (Gallucci 2025) A cura di Viviana Filippini

16 gennaio 2026

25 lettere, una grande amicizia e qualche segreto, ma anche tanti aneddoti animano il libro Ā ā€œCaro Lucio ti scrivoā€ di Marino Bartoletti, edito da Gallucci. Nel libro, il giornalista racconta la nascita dell’amicizia con Lucio Dalla, le passioni comuni per lo sport, in particolare per il basket, e tanti aneddoti che permettono al lettore di aver molti particolari e dettagli in più sulla figura di Lucio Dalla, scoprendo anche la sua dimensione umana, quella che non sempre emergeva dai media. Lettera dopo lettera, si conosce quanto ĆØ grande il legame tra Bartoletti e Dalla, un rapporto d’amicizia profondo e vero, sincero, che ĆØ durato fino alla fine, quando ĆØ arrivata improvvisa e inaspettata la scomparsa del cantautore. Oltre allo sport, dalle lettere di Bartoletti a Dalla, emerge, grazie a tanti dettagli e particolari, la dimensione professionale e umana di Dalla. Lucio era un grande maestro, sul lavoro molto esigente con se stesso e anche con i suoi collaboratori, in particolare quelli che per lui erano i “pupilli”, che avevano le capacitĆ , doti e le qualitĆ  per poter fare musica anche da soli. Intenso però ĆØ anche il Dalla come persona, uomo ironico, con la battuta sempre pronta, ricco di una grande e vasta cultura, capace di passare dal jazz, alla musica classica, ai fumetti con quel bisogno costante e naturale di contatto umano con chi incontrava sul suo cammino. Le lettere di Marino Bartoletti, sono scritti fatti per un amico che non c’è più (anche se secondo l’autore, Lucio, potrebbe essersi nascosto in qualche angolino di Bologna), Ā un vero e proprio omaggio nero su bianco dal quale affiora una profonda amicizia, non solo consolidata dai tanti interessi e dalle passioni comuni, ma da un legame umano ben consolidato. In ā€œCaro Lucio ti scrivoā€, Marino Bartoletti, mette in evidenza la grande personalitĆ  artistica, creativa, musicale e umana che animava Lucio Dalla, una persona, un uomo, un professionista, un amico, al quale, come dice l’autore stesso: ā€œEra impossibile non volere beneā€.

Marino BartolettiĀ (ForlƬ, 1949) ĆØ uno dei più celebri giornalisti italiani. ƈ stato direttore del ā€œGuerin Sportivoā€ e dell’Enciclopedia Treccani dello Sport. ƈ una delle figure televisive più amate dal pubblico e anche un grande esperto di musica. Con Gallucci ha in corso di pubblicazione la serie per ragazziĀ La squadra dei sogni. I suoi romanzi ā€œadultiā€ hanno riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica, tanto cheĀ La cena degli deiĀ si ĆØ aggiudicato i premi Selezione Bancarella, Invictus, Libri d’Ulisse e Samadi,Ā Il ritorno degli deiĀ ha vinto i premi Bancarella Sport e CittĆ  di Castello, mentreĀ La discesa degli deiĀ i premi Kerasion e Terre d’Agavi eĀ La partita degli deiĀ il premio Lorenzo D’Orsogna. L’ultimo romanzo,Ā Il Festival degli dei, ĆØ dedicato a Sanremo e ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica.

Source: inviato dall’editore.

:: ā€œBeato Marco D’Aviano. Marco d’Europa dal Friuli a Vienna per portare la paceā€ di Don Marcello Bellina. A cura del Comitato Beato Marco per la canonizzazione. (Edizioni Segno) A cura di Daniela Distefano

13 gennaio 2026

La vita raccontata in questo libro, senza configurazioni iperboliche ma con pacatezza e amore, ĆØ quella di un predestinato: Marco D’aviano, beato, consigliere, servo di Dio in azione, guaritore, umile nelle sue penitenze, forte nella sopportazione, senza ombre, senza lacciuoli contorti nell’anima, anche quando dovette affrontare la guerra e i suoi inganni. 

Il 17 novembre 1631 nacque ad Aviano da Marco Cristofori e Rosa Zanoni, terzogenito di undici figli, fu battezzato con il nome di Carlo Domenico.

Dal 1643 studiò a Gorizia, nel Collegio dei  Gesuiti; da qui, quattro anni dopo, fuggƬ col proposito di giungere a Candia, dove Venezia combatteva contro i turchi. Stanco, si fermò a Capodistria e chiese aiuto ai Cappuccini. Nel novembre 1648 entrò nel loro noviziato a Conegliano: diventò Marco d’Aviano e professò i voti un anno dopo. Il 18 settembre 1655 fu ordinato sacerdote a Chioggia. Nel 1672 fu superiore del convento di Belluno e nel 1674 di quello di Oderzo.

Iniziò, intanto, la sua attivitĆ  di predicatore, soprattutto del Quaresimale. Nel 1676, a Padova, benedetta una monaca inferma da 13 anni, questa d’un tratto guarƬ: episodio all’origine della fama di taumaturgo di padre Marco, la quale estense i suoi viaggi apostolici. Essi raggiunsero Ā l’Alta Italia e le attuali Francia, Belgio, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Boemia, Slovacchia, Slovenia, benedetto dalle popolazioni che il cappuccino riavvicinò in massa a Dio con la proposta dell’Atto di dolore perfetto: apostolo di Misericordia!

Giunse alla corte di Vienna, intrattenne stretti rapporti con l’imperatore Leopoldo I, divenendo suo fidato consigliere.

Il 12 settembre 1683, in qualità di legato del papa, il beato Innocenzo XI, fu presente a Vienna assediata dagli Ottomani: pregò offrendo la vita per la liberazione della città.

Riforma religiosa o militare

Da tempo nominato dal Papa ā€œmissionario apostolicoā€ padre Marco si mise subito all’opera. Riordinò l’assistenza spirituale all’esercito, ravvivò nei soldati l’ideale per il quale combattevano. Li infervorò con la certezza che Dio era con loro, che li avrebbe aiutati. Li esortò a vivere una vita cristiana e a purificare le loro coscienze col pentimento sincero.  Finalmente li predispose alla confessione, alla comunione, all’Atto di dolore  e alla benedizione papale. Poi mise mano alla riforma dell’esercito imperiale. Grazie a Dio, il comandante supremo, il duca di Lorena, non fu solo valente generale; fu anche un uomo retto e un vero cristiano. Padre Marco ne ebbe grandissima stima e lo appoggiò sempre. Non gli riuscƬ difficile, poichĆ© ebbe il diritto di partecipare ai consigli di guerra, d’intervenire con autoritĆ  nella discussione dei piani di battaglia..

Ma le armi di padre Marco si distinguevano perchƩ colpendo al cuore ne facevano sgorgare fiumi di amore e riconoscenza.

Degna di ammirazione nel santo fu la preminente pietĆ , che si traduceva in una singolare capacitĆ  di coinvolgere e quasi travolgere, gli uditori, in forza dell’amore di quell’ ignudo  Crocifisso che padre Marco brandiva come un’arma decisiva, sino a farli commuovere e piangere. A farli piangere su di sĆØ e sui propri peccati, a somiglianza di quanto il Cristo aveva fatto sulla via della croce con le donne di Gerusalemme. Anche nella fitta trama delle relazioni e delle iniziative che possono sembrare più propriamente politiche, apparve preminente la sollecitudine e operante l’intenzione di padre Marco verso gli aspetti spirituali, morali, formativi.

Si diceva che era stato anche uomo d’azione, come può esserlo un Santo che serve il Signore con i propri mezzi.

Padre Marco voleva lanciare una colonna di 4mila uomini lungo il Danubio per sorprendere e conquistare la fortezza di Nicopoli, tra Belgrado e Costantinopoli. Non ci riuscƬ, pur avendo l’appoggio dei migliori ufficiali.  Se si fosse dato ascolto al suo consiglio, la guerra sarebbe terminata una decina d’anni prima, con la liberazione totale dei paesi cristiani. Ma in quel frangente non c’era nulla da sperare, perciò padre Marco riprese la via del ritorno credendo di non farsi più  vedere  negli accampamenti militari. Si sbagliava… Rientrato al suo convento, godette la pace tanto sognata e scrisse all’imperatore: Me ne sto tutto con Dio e mi pare di essere in Paradiso, disponendomi per l’ultima chiamata.

Invece dovette continuare a consigliare, a benedire, a incoraggiare e a interessarsi dell’Europa e di tante persone ecclesiastiche, militari e civili che ricorrevano a lui. Aveva 60 anni. Gli acciacchi e le malattie, ma la divina chiamata dovette aspettarla ancora per anni.

Dopo la vittoria, egli tornò a Venezia. Qui apprese con gioia che il senato della città voleva ringraziare Dio e la Madonna per la grandiosa vittoria contro i Turchi.

La morte santa

Il 13 agosto 1699 ricevette la famiglia imperiale: imperatore e imperatrice erano a capo del suo letto. Una scena incredibile! Essi ricevettero  da lui una benedizione, l’ultima. Se ne andarono mesti, ma non fecero in tempo a partire in carrozza che un frate li richiamò: padre Marco era entrato in agonia. I due allora ritornarono  nella piccola cella, si inginocchiarono e subito, baciando il crocifisso di legno, padre Marco chiuse gli occhi per sempre. Aveva 68 anni di etĆ , non compiuti, di cui 50 vissuti nell’Ordine dei Cappuccini.

Preghiera

Del BEATO MARCO D’AVIANO ALLA MADONNA

O Maria santissima, mia padrona

O Maria Santissima! mia padrona

Nella tua benedetta fiducia,

nella tua speciale protezione

e nel seno della tua misericordia,

mi raccomando oggi, e tutti i giorni,

 e nell’ora della morte.

Ogni mia speranza e ogni mia consolazione,

le mie angosce e tutte le mie miserie

la mia vita e il termine della mia vita,

tutto a te affido affinchƩ,

per i tuoi altissimi meriti e intercessione tua,

tutte le mie opere si facciano e si dirigano

secondo la tua volontĆ  e quella del tuo figlio.

Amen.

Merita più di un cenno l’autore di questo libro: Don Marcello Bellina, nato da emigranti friulani nel 1924 ad Arras, nella Francia Settentrionale. Fu ordinato sacerdote l’11 luglio 1948. MorƬ il 4 novembre 1992. Distinto fu il suo contributo alla cultura del Friuli, come scrittore. Questa biografia fu l’ultima fatica della sua vita ispirata da fede sincera e generosa nell’offerta anche della sua intelligenza all’elevazione morale, culturale e spirituale del popolo friulano.

:: Redenzione di Natale di Anne Perry (Giallo Mondadori 2025) a cura di Patrizia Debicke

10 gennaio 2026

Sulle rive fangose del Tamigi, dove l’acqua trascina i relitti, dove l’aria ĆØ ammorbata da acri odori e i destini  delle persone che ci vivono sembrano dimenticati, Anne Perry ambienta Redenzione di Natale, uno dei suoi più intensi scritti natalizi. Non narra del felice Natale delle tavole imbandite con le famiglie riunite attorno, ma quello che si insinua subdolamente  tra i gelidi vicoli frustati dal vento, sotto le luci tremolanti dei lampioni. Scrive di una Londra vittoriana stanca e ferita, popolata da poveri, orfani e anime abbandonate  ai margini. Ai margini dove si trova la clinica medica  del dottor Crowe, luogo di cura e di rifugio, umile presidio di umanitĆ  in un mondo dove la compassione pare trasformata quasi in un lusso.
Il dottor Crowe ĆØ un personaggio particolare, forte d’animo, coraggioso: un ottimo medico ma che ha dovuto testardamente lavorare e studiare per anni  per arrivare alla laurea, un uomo solo, animato da un incrollabile rigore morale, che lavora per poco, quanto basta ad andare avanti ma anche capace di offrire cure gratuite a chi non possiede nulla se non il proprio dolore. La sua clinica, affacciata sul fiume, diventa uno spazio narrativo centrale, quasi un ventre caldo pronto ad accogliere e riparare i derelitti  che si trascinano lungo le banchine. Al suo fianco, al lavoro c’è sempre Scuff, apprendista e figlio adottivo di William Monk, comandante della polizia fluviale di Londra e di sua moglie Hester,  un ex monello di strada da loro strappato alla miseria o peggio. Il loro rapporto ĆØ fatto di silenzi, di gesti e di grande fiducia reciproca. Il loro ĆØ un legame affettivo e di fiducia che non ha bisogno di proclami, ma si manifesta quotidianamente nella condivisione delle fatiche e nella scelta di restare dalla parte dei più deboli.
Il Natale incombe,  percepibile dagli ornamenti  appesi ai lampioni e dalle vetrine decorate, ma per Crowe rappresenta ancora e soprattutto un’insanabile  ferita. La  solitudine, sua e dei diseredati, par quasi più acuta in quei giorni, con Londra che esibisce una falsa  felicitĆ  . Ma sarĆ  proprio in questo periodo che il dottor Crowe rincontrerĆ  Ellie Hollister, una ricca giovane donna alla quale lui ha quasi miracolosamente salvato una gamba dall’amputazione dopo un gravissimo incidente. Ellie era stata travolta da un carro. Un sentimento tra loro, mai dichiarato, forse perchĆ© astretto tra affetto trattenuto e consapevolezza delle distanze sociali non era mai veramente sbocciato. La casuale  ricomparsa di Elli tuttavia : un fortuito incontro per strada, la diretta  testimonianza di una manifestazione di  violenza di quello che dovrebbe essere il  suo ricco promesso sposo, spingerĆ   Crowe a reagire e a  intervenire.
Da questo momento la storia, da quella che potrebbe essere solo la  condanna morale del comportamento del fidanzato della ragazza, sfocerĆ  invece in un’ indagine  investigativa. L’incendio di un magazzino, il risarcimento assicurativo, la morte sospetta di un guardiano notturno diventeranno tasselli di una vicenda oscura, legata agli interessi di uomini solo in apparenza potenti e rispettabili. Perry non costruisce un giallo classico basato su colpi di scena serrati, ma accompagna il lettore lungo un percorso di progressiva scoperta, con la tensione che scaturisce dal contrasto tra giustizia e convenienza, tra veritĆ  e reputazione. Crowe dovrĆ  muoversi con cautela, consapevole del rischio, sapendo soprattutto di non potere contare nĆ© su protezioni nĆ© su autoritĆ  ufficiali.
Contemporaneamente la clinica continua a lavorare grazie a Scuff, che si farĆ  carico non solo dei tanti pazienti, ma anche di una bambina di strada, Mattie, e del suo gattino. Questa presenza introduce una nota di tenerezza, a simbolo di un’innocenza ancora recuperabile. Mattie rappresenta infatti ciò che il Natale dovrebbe davvero significare: accoglienza, calore, possibilitĆ  di un diverso futuro. Il suo inserimento nel quotidiano della clinica rafforza l’idea che la salvezza possa passare spesso attraverso i piccoli gesti quotidiani, piuttosto che non grandi dimostrazioni.
L’ambientazione si rivela senz’altro uno dei punti di forza del racconto. La Londra vittoriana di Anne Perry ĆØ cupa, nebbiosa, immersa in un freddo che sembra penetrare nelle ossa. I moli, le gru nere stagliate contro il cielo invernale, le strade, desolate, restituiscono un’atmosfera particolare, dove la bellezza natalizia convive con la più cruda miseria. In questo scenario, la luce non proviene dalle decorazioni, ma dalle scelte dei personaggi e dalla loro capacitĆ  di opporsi al dominante  cinismo umano.
Redenzione di Natale ĆØ una storia di riscatto, ma senza facili illusioni. Il lieto fine arriva, ma non cancella il dolore nĆ© promette miracoli. Offre piuttosto un certo senso di giustizia, fragile ma reale, conquistata grazie al coraggio di chi decide di non voltarsi dall’altra parte. Anne Perry firma cosƬ un racconto caldo e malinconico, capace di avvolgere il lettore come un abbraccio, ricordando che, anche nei luoghi più oscuri, l’umanitĆ  può ancora trovare il suo spazio.

:: Liberi di Scrivere Award sedicesima edizione – Le votazioni

2 gennaio 2026

Sono aperte le votazioni per il miglior libro edito nel 2025, potete esprimere il vostro voto nei commenti. E’ valido un solo voto per lettore.

Potete votare nei commenti del blog qualsiasi libro italiano e straniero uscito nel 2025, poi lo inserisco nella lista.

C’è tempo di votare fino alla mezzanotte di venerdƬ 16 gennaio. Sabato 17 gennaio sarĆ  proclamato il vincitore, e il secondo e terzo classificato. Menzione d’onore per il traduttore il cui libro in traduzione otterrĆ  più voti.

Buon voto a tutti!

NB: i commenti sono in moderazione.

Candidati:

ā€œEstellaā€œ di Valerio Varesi, Neri Pozza. 2 VOTI

ā€œNorth Riverā€ di Pete Hamill, tradotto da Nicola Manuppelli, edito da Mattioli 1885. 2 VOTI

ā€Tra lei e meā€, di Giampaolo Simi, Sellerio (2025). 2 VOTI

“Chimeriade” di Francesco Verso, Future Fiction editore. 1 VOTO

Fuga in Siberia: Lo zar e lo sciamano di Daniele Cellamare Les Flâneurs Edizioni. 1 VOTO

L’uomo dagli occhi tristi Pulixi Rizzoli 1 VOTO

:: Colpo di luna di Georges Simenon (Adelphi Milano, 2025) a cura di Valerio Calzolaio

2 gennaio 2026

Libreville, Gabon. Un agosto dei primi anni Trenta del Novecento, quasi un secolo fa. La nave si ferma in rada; la terraferma ĆØ ancora lontana, appare come una sabbiosa linea bianca sovrastata dalla linea scura della foresta; grazie a una scialuppa e all’aiuto di un negro, il beneducato 23enne Joseph Timar, francese originario di La Rochelle (a sud-ovest, fra Nantes e Bordeaux), con tanti bagagli sbarca infine al porto della capitale della colonia. C’è un unico albergo, il Central, una costruzione gialla, arretrata rispetto alla banchina, a cinquanta metri dalle palme da cocco, e immersa in un intrico di piante dalle forme bizzarre. Le spoglie camere (tante sempre libere) si trovano al piano superiore: pareti in colori pastello, zanzariere sopra i letti, brulichii di animaletti, una brocca un catino un baule (i bisogni dietro un cespuglio, fuori). Sotto, nella sala principale, ci sono il caffĆØ, aperto al pubblico (bianco), e il ristorante, dove quotidianamente mangiano gli scapoli (bianchi) della zona, ognuno possiede i propri tavolo e portatovagliolo. Grazie a un potente zio, lui ĆØ stato teoricamente assunto dalla compagnia Sacova, si presenta all’agenzia commerciale, malmessa; il direttore ĆØ ancor più stupito, il posto si trova praticamente a dieci giorni di navigazione, nella parte alta della foce del fiume, e la lancia ĆØ in riparazione, ci vorrĆ  almeno un mese. Una delle prime mattine (di sudata pigra attesa) si presenta in camera la calma sorridente 35enne sensuale bianca AdĆØle e scatta d’improvviso un’intimitĆ  frenetica e brutale, non ĆØ il primo. Lei ĆØ la padrona dell’albergo insieme al bianco marito, EugĆØne, il quale muore dopo qualche giorno, quasi in contemporanea con l’omicidio di Thomas, il boy negro dell’albergo. Clima torrido equatoriale, torbido contesto coloniale, concessioni francesi di sfruttamento privato di innumerevoli alberi locali (ebani e mogani), regole storicamente razziali, da capire purtroppo. Anche questo romanzo ĆØ molto bello (non Maigret, non giallo). Mesto angosciante avvilente, sempre eccelso e struggente. Di Simenon sappiamo quasi tutto (1903 – 1989, origine bretone, belga di nascita, francese d’adozione, non solo parigino d’elezione, oltre trecento romanzi, uno degli autori più letti al mondo) e la grande casa editrice milanese Adelphi sta ottimamente progressivamente garantendo la pubblicazione integrale dei suoi scritti. Questo breve impietoso excursus romanzesco nel mondo coloniale africano della Francia (visitato di persona poco tempo prima) ĆØ del 1933, giĆ  tradotto una ventina di anni fa. Scritto in un periodo di prodigiosa creativitĆ , l’autore descrive l’ecosistema umano con crudo coraggioso realismo: da una parte la massa dei neri, schiavizzata seppur inafferrabile e minacciosa; dall’altra la comunitĆ  europea, mediocri funzionari più o meno cinici e più o meno corrotti, accanto a oppure essi stessi ā€œnaufraghiā€ della vita abbrutiti da caldo, alcol, febbri tropicali. La narrazione ĆØ in terza varia al passato, fissa sul giovane inesperto sprovveduto Joseph Jo, vieppiù angustiato dalla situazione. In copertina un nudo di schiena (d’incarnato scuro) su divano rosa di Vallotton (dipinto nel 1925), la coprotagonista verrebbe da dire. Il titolo allude ai tenebrosi allucinati chiaroscuri dell’Africa (che dicono misteriosa), a volte di notte appare il proprio colpo di luna, poi torna indimenticabile e inesorabile, una ā€œcrisiā€, come potrebbe definirsi: ā€œl’avrebbe aiutato, nel vuoto del letto, a ritrovare la carne troppo bianca di AdĆØle e l’aria pesante, e un sottofondo di sudore, e l’odore dei rematori neri, mentre sua moglie, in camicia da notte, gli avrebbe preparato una tisanaā€. I negri possono essere frustati o appesi, pagati o sparati, alla bisogna. Vini e liquori soprattutto patri (come giustizia e ingiustizia), Ƨa va sans dire: champagne, pernod, calvados. Anche il contorno musicale ne risente.