Archive for marzo 2014

:: Un’intervista con Stefania Nardini a cura di Giulietta Iannone

17 marzo 2014

alcazarBenvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.

Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.

E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?

E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.

Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?

Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.

La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?

La mia Marsiglia,  è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…

Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?

Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.

Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile.  Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza.  Che ricordo hai di lei?

Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.

Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?

Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.

La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?

Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.

Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi  che non hai inserito nel tuo romanzo?

Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.

L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.

Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.

:: Rubaiyyat, Umar Khayyam, (Newton Compton, 1973) a cura di Laura M.

17 marzo 2014

ritrattoQuesta traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli,  uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.

V Rubayyat

Giacché nessuno dà garanzia del domani,
allieta oggi tu codesto cuore malato d’amore.
Bevi il vino alla luce della luna, o Luna, ché la luna
molte volte ancora spunterà, e noi non troverà più.

Khayyam fu  innanzi tutto un uomo di scienza, profondo conoscitore d’Astronomia, Matematica, Filosofia e Teologia, dal carattere difficile e complesso.  La sua vocazione di poeta  fu sempre da lui stesso messa in secondo piano per pudore e reverenza e perciò anche in Occidente giunsero prima i suoi testi di Algebra e Matematica.  Esponente di una civiltà antichissima e colta piena di finezze espressive e nobiltà di sentire, Khayyām ci presenta un essere musulmani, vero autentico, non inquinato dalla vanità di credersi giusti quando bene o male tutti abbiamo difetti e commettiamo errori.

I Rubaiyyat

Benché io non abbia mai infilato la gemma
dell’obbedienza a Te,
benché mai abbia io deterso dal volto la polvere
del peccato,
con tutto ciò non dispero della generosità Tua,
poiché mai , l’Uno, io l’ ho chiamato “Due”.

La poesia di Khayyām è piena di perle di saggezza che si rivelano e si scoprono leggendo i suoi versi con attenzione e senza fretta. Non dimentichiamoci che era un saggio studioso di matematica e filosofia che si dilettava  nella scrittura di poesie, e da profondo conoscitore del Corano cercava di esprimere la sua condizione di uomo peccatore di fronte all’assoluto, al Dio unico che nella sua perfezione incute timore, ma per la sua bontà e mansuetudine ci invita a scegliere sempre il meglio nella vita anche quando si è deboli e facilmente pieni della “polvere del peccato”.

VII Rubayyat

Amico non muovere più rimproveri agli ebbri;
se Dio mi da di pentirmi, a Lui mi pentirò.
Tu non farti illusioni (di virtù) perché non bevi
vino,
chè cento cose commetti, rispetto a cui il ber
vino non è che una ragazzata.

Di queste tre Rubayyat (I, V, VII) colpisce la delicatezza e insieme la forza del suo sentire. La sensazione che l’uomo sia davvero poca cosa con tutti i suoi difetti, le sue mancanze, il suo “cuore malato”  ma il bene non manca. C’è l’amicizia, la generosità, la fede tutte armi potentissime contro il male.

:: Il male ero io, Pietro Maso, Raffaella Regoli, (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

16 marzo 2014

il male ero ioRaffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità.  Ma “Il male ero io”  non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché  le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.

Pietro Maso: (San Bonifacio, 17 luglio 1971) è il protagonista reo confesso di uno dei più clamorosi casi di omicidio a sfondo famigliare della cronaca italiana. Aiutato da tre amici, uccise entrambi i genitori. Arrestato il 19 aprile del 91, ha trascorso in carcere ventidue anni della sua vita. Oggi è un uomo libero.

Raffaella Regoli: (Isola del Liri, 21 gennaio 1970), giornalista, autrice televisiva, inviata di cronaca prima in Rai, poi per Mediaset, ha curato per anni la trasmissione “Mattino 5” su Canale 5.
Oggi è ideatrice e responsabile del programma “Quinta colonna” di Retequattro. Ha un figlio e vive a Milano.

:: Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto, (e/o, 2014) a cura di Giulietta Iannone

16 marzo 2014

mondo non mi deve nullaLise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E solo volendo esaminare a fondo le pagine, scopriamo una Rimini di viali alberati, e case da ricchi, da una parte e dall’altra case di ringhiera, balere, bar dove giocare a carte e farsi un bianchetto, oltre alla Stazione, a Rimini gente in arrivo e in partenza ce ne è sempre, dove è facile essere scippati dai ladri locali o più che altro da sudamericani e gente dell’Est “si muovono in gruppo, alcuni distraggono la vittima altri la ripuliscono”.
Racconto noir? Direi di sì, anche se non ci sono poliziotti, investigatori, sangue sparso, violenza o efferatezze. Tutto è giocato in uno scontro di volontà cadenzato da dialoghi in punta di penna, con qualche affondo che a volte graffia il lettore stesso, nello stile tipico di Carlotto. Una battaglia combattuta da due personaggi, un uomo e una donna, diversi in tutto, incontratisi per caso, complice una finestra aperta in un elegante palazzo che si affaccia su viale Principe Amedeo.
Lui, Adelmo, superati i quaranta, è un ladro per necessità, licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, c’è la crisi, in Italia licenziano tutti, per pagare mutui e bollette e mantenere la moglie, Carlina, che si spezza la schiena facendo le pulizie, si è ritrovato a fare il delinquente con poco successo, lo conoscevano tutti, in giro per Rimini con la sua bicicletta.
Lei, Lise, sessant’anni, ancora una bella donna, piena di fascino, elegante e di classe, tedesca, una vita in giro per il mondo sulle navi da crociera come croupier. Una donna abituata a convivere con le menzogne, la sua intera vita è una menzogna, anche se ha sempre vissuto nel lusso, prendendosi gli uomini che voleva, libera, senza legami o obblighi, ora si trova truffata e derubata dai risparmi di una vita dalla sua banca, la sgualdrina. Già per colpa dei derivati, solo dal nome il saggio Adelmo sentiva puzza di fregatura, ora le sono rimasti solo più 120 mila euro, tutto il necessario per vivere un anno con il tenore di vita a cui è abituata,  ma ha un’altro progetto, un progetto che potrebbe fare di Adelmo un assassino.
Una storia d’amore? Forse. Il legame che si crea tra i due protagonisti non è esente da una sottile tensione erotica, che si stempera nelle contingenze della vita, nelle sue necessità economiche, nella consapevolezza di fallimenti e sconfitte. Lise non ha più tempo per l’amore, ha preso una decisione irreversibile, consapevole che il mondo non le deve nulla, frase che ripete come un mantra. Adelmo vorrebbe costruirsi un futuro con Lise, ma non ne ha la forza, non è all’altezza di competere con i demoni interiori della donna, che sì si concede a lui, ma una volta per trattenerlo e esporgli il suo piano, una seconda volta per dare vita ad un’illusione, un sogno che da solo non basta. La voce caustica di Lise, le sue battute sferzanti, capaci di ferire e umiliare Adelmo, non trovano un contraltare della stessa forza. E in questo sbilanciamento di prospettive si gioca l’intera narrazione fin verso l’epilogo, colpo di scena compreso, in cui si sciolgono, finalmente, tensioni e drammi.
Racchiude una morale questo racconto? Difficile dirlo senza svelare il finale, posso solo dire che al dunque ogni personaggio ottiene ciò che vuole. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Sco­perto dalla scrittrice e critica Grazia Cher­chi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fug­giasco, pubblicato dalle Edi­zioni E/O e vincitore del Pre­mio del Gio­ve­dì 1996. Per la stessa ca­sa editrice ha scritto: Ar­ri­ve­­derci amo­re, ciao (se­con­do posto al Gran Pre­mio della Let­­te­ra­tura Po­­li­zie­sca in Francia 2003, finalista al­l’Ed­gar Al­lan Poe Award nella ver­sione inglese pubblicata da Europa Edi­tions nel 2006), La ve­rità del­l’Al­li­ga­tore, Il mi­stero di Man­­­giabar­che, Le ir­re­go­­lari, Nes­suna cortesia al­l’u­sci­ta (Pre­mio Des­sì 1999 e menzione speciale del­la giu­­ria Pre­mio Scer­­ba­nen­co 1999), Il corriere co­lom­­­bia­­no, Il mae­stro di nodi (Pre­mio Scer­­ba­­nen­co 2003), Niente, più niente al mondo (Pre­mio Gi­ru­là 2008), L’o­scu­ra im­men­sità della mor­te, Nord­est con Mar­co Vi­det­­ta (Pre­­mio Se­le­­­zio­ne Ban­ca­rella 2006), La ter­ra del­la mia ani­ma (Pre­­mio Grinzane Noir 2007), Cri­stia­ni di Al­lah (2008), Per­das de Fogu con i Ma­ma Sa­bot (Pre­mio Noir Eco­lo­gista Jean-Clau­de Izzo 2009), L’amore del bandito (2010) e Alla fine di un giorno noioso (2011). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sce­­neggiatore e collabora con quotidiani, riviste e mu­sicisti.

:: Segnalazione di Scrivo dunque sono, Elisabetta Bucciarelli (Ponte alle Grazie, 2014) a cura di Natalina S.

13 marzo 2014

scrivosonograndeE’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.

Autrice: Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano al libro Ti voglio credere (Kowalski-Coloradonoir), Premio Franco Fedeli 2010 per Io ti perdono (Kowalski-Coloradonoir), Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Di formazione teatrale presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ha firmato testi di stampo marcatamente sociale, tra cui Tempo da buttare e Amati Matti. Ha partecipato alla scrittura collettiva del corto Fame chimica e ha scritto soggetto e sceneggiatura di Liberi tutti. Ha collaborato con RaistaArt per una serie di corti noir ambientati nel mondo dell’arte. Tra i suoi romanzi Happy Hour (Mursia), che inaugura la serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani, Corpi di scarto (Edizioni Ambiente), un noir di ecomafia, accolto con grandi consensi dal pubblico e dalla critica e Dritto al cuore (Edizioni e/o). È autrice dell’Etica del parcheggio abusivo(Feltrinelli), che inaugura la serie di audiodrammi «AutoreVole» di Salani Editore. Elisabetta collabora con alcune testate giornalistiche italiane e straniere, occupandosi di filosofia, arte, libri e manie. I suoi testi sono tradotti in Germania, Francia e Spagna.

:: Nostalgia, Eshkol Nevo, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini e Valeria G.

13 marzo 2014

nostalgia_02Viviana Filippini:

Traduzione dall’ebraico Elena Loewenthal.
Revisione di Raffaella Scardi sulla base delle indicazioni apportate al testo originale dall’autore.

A volte ci sono dei luoghi che racchiudono in loro le storie degli uomini che li hanno abitati nel passato, che li vivono nel presente e nel futuro, facendone memoria dentro ai loro muri di mattoni. Questo è quello che fa la località di Maoz Tzion, soprannominata il Castel per via di un fortino abbandonato in cima ad una collina. Tutto questo è presente nel nuovo libro Nostaglia dell’israeliano Eshkol Nevo uscito di recente per Neri Pozza. La cornice storica di fondo è quella degli anni Novanta, quella dell’assassinio di Yitzhak Rabin e delle guerriglie continue tra Palestinesi e Israeliani, ed è proprio in questo mondo che prendo vita  le vicende di persone tra loro diverse, ma allo stesso tempo simili per i tormenti umani che le assillano.  All’inizio della narrazione Nevo ci presenta nuclei familiari che vivono in uno stesso posto, nel quale si mescolano, senza nessuna separazione, case e baracche, strade ordinate e vicoli luridi, ordine e caos totale. Qui ci sono i fidanzati Amir e Noa, entrambe studenti, che hanno preso casa al Castel; accanto a loro c’è la coppia di ebrei, Moshe e Sima con i loro due piccoli figli. Lì vicino c’è la casa del silenzioso Yotam, un ragazzino che deve convivere con il dolore della tragica morte di Ghidi, il fratello maggiore deceduto sul fronte del Libano. Nei paraggi gironzola Saddiq, un muratore mussulmano giunto sul posto non solo per lavorare, ma per recuperare qualcosa che sua madre nascose in una di quelle case. Tante piccole entità umane che si concatenano tra loro come i pezzi di un puzzle che è la vita, all’interno della quale litigi, incomprensioni, voglia di riscatto e la necessità di trovare il proprio posto nel mondo si uniscono al bisogno comune di avere un po’ di pace e tranquillità dopo tanto dolore e sofferenza. Un traguardo che a tratti sembra irraggiungibile per ognuno dei personaggi presenti all’interno del libro di Nevo, perché tutti son sempre in lotta con sé stessi e con il mondo circostante, tanto che gli effetti di queste diatribe non tarderanno a manifestarsi mettendo in crisi gli equilibri di ogni famiglia. Amir, studente di psicologia a Tel Aviv, sempre più immerso nella sua attività, vedrà allontanarsi sempre più l’amata Noa. Lei, studentessa di fotografia a Gerusalemme, prenderà la distanza dal compagno di vita, non perché non lo ama più, ma per il semplice fatto che la relazione con lui sta diventando claustrofobica, tanto che la ragazza si è accorta che da quando sta con Amir non riesce più a dare libero sfogo alla propria inventiva artistica. Tra Sima e Moshe il dissidio sarà caratterizzato dal troppo coinvolgimento religioso di lui e da un affetto eccessivo di lei per Amir. Yotam si sente spaesato, perché dopo la morte del fratello maggiore Ghidi, per i suoi genitori è come se lui non esistesse più e ogni gesto che compie per attirare la loro attenzione sembra cadere nell’indifferenza totale della coppia, assorbita dal mondo del lavoro (il padre) e dal culto (la madre) delle fotografie del figlio morto. Saddiq è un lavoratore onesto e diligente, ma questo non gli impedisce di portare a termine la sua missione per dimostrare che una casa di quella zona era dei suoi antenati. Una scelta che determinerà per lui conseguenze inaspettate. Ognuna delle vicende presenti in Nostalgia è la dimostrazione di quanto i conflitti non sono solo quelli raccontati dei media, ma essi spesso si nascondono dentro alla vita quotidiana dove la convivenza  tra culture e caratteri umani diversi tra loro è una sorta di impresa titanica alla quale i protagonisti cercando di porre rimedio attraverso il confronto e il dialogo. In tutto il libro di Nevo, caratterizzato da una alternarsi fluido dei punti di vista di ognuno dei protagonisti, c’è poi un personaggio – Modi- che non è a Maoz Tzion, ma è dall’altro capo del globo alla ricerca di sé stesso e del proprio destino. Questo giovane, amico di Amir, è fuggito dal luogo d’origine per cercare la propria via e solo alla fine compirà un gesto importante. Un netto segno che non è possibile recidere in modo completo il legame con le radici della propria esistenza.

Valeria G.:

“Non c’è dolore più grande della perdita della terra natia” Euripide

E’ molto complicato comprendere a fondo la storia dello Stato di Israele e della sua recente nascita, i fatti storici e le numerose guerre hanno causato profonde fratture, pericolose tensioni e  una continua diaspora dei  popoli originari della zona.
E’ invece facile comprendere come la parola nostalgia, e il significato più profondo del termine, si adatti perfettamente al popolo ebreo, nonché al popolo palestinese. Entrambi i popoli si sono trovati a dover vivere lontano dalla propria terra natia, molto spesso sono stati obbligati ad affrontare delle vere e proprie fughe.
La perdita della propria casa  –  nel senso di luogo di appartenenza  quello che gli inglesi chiamano “home” -è un sentimento doloroso che genera solitudine, rabbia e rassegnazione; la mancanza delle proprie origini da luogo ad una confusione interiore che rende infelici e genera grande inquietudine.
Questi sentimenti vengono espressi egregiamente dallo scrittore, attraverso la storia di Saddiq, muratore arabo, che ritrova l’appartamento nel quale ha vissuto da bambino con i genitori. Riconosce la sua casa e questo scatena in lui una forza tale da andare contro ogni restrizione e obbligo morale tanto da presentarsi alla porta degli attuali proprietari.
Altro protagonista del libro è Yotam, bambino che a causa di una nuova e devastante guerra, perde il suo adorato fratello.  Yotam , con la leggerezza e l’innocenza tipica dei bambini, si aggrappa alla vita, tiene a bada la nostalgia dell’amato fratello e cerca di sopravvivere al lutto, mentre i suoi genitori si abbandonano al silenzio,  rassegnati al dolore devastante che la perdita ha generato.
Yotam cerca una figura che possa sostituire il rapporto speciale che aveva col fratello e che possa, in qualche modo, sconfiggere la nostalgia che ha di lui.
Trova  in Amir, altra figura chiave del libro, un amico, un confidente, un nuovo compagno di giochi.
Amir è uno studente di psicologia che ha da poco iniziato una convivenza con Noa, studentessa prossima alla tesi di laurea.
Amir  e Noa si sono conosciuti, si sono scoperti, si sono convinti che la loro è una relazione sufficientemente matura per poter affrontare una vita insieme.
Amir e Noa si amano,ma il loro amore è un sentimento talmente forte da non avere alcun filtro, nessuna protezione. Vivono in simbiosi, le loro emozioni si sfiorano e convogliano in un unico grande abbraccio, Questo sentimento è talmente coinvolgente da confondere le loro menti e i loro sentimenti . I conflitti che vivono nel piccolo appartamento  è causa di una separazione temporanea, ma, la nostalgia di casa sarà la svolta nel loro rapporto.
Poi ci sono Moshe e Sima,  marito e moglie, proprietari dell’appartamento occupato da Amir e Noa. La nostalgia per loro si trasforma in quotidianità, le loro vite sono intrecciate indissolubilmente ma una divergenza tra loro mette a dura prova il loro sempre stabile rapporto.
E ancora Modi, personaggio marginale del romanzo. Modi è un amico di Amir che ha deciso di concedersi una lunga pausa lontano da tutto e tutti. Anche per lui tuttavia la nostalgia di Israele si fa sentire a gran voce e sebbene le numerose e interessanti esperienze, asseconda la voglia di casa.
Questo è un romanzo ricco di vita e di profondi significati.
Con grande capacità l’autore ci accompagna in un viaggio speciale nella terra di Israele, a Gerusalemme e a Tel Aviv, luoghi magici e mistici.
L’autore narra le storie dei suoi personaggi attraverso  esempi di vita quotidiana, miscelando fatti storici rilevanti come l’assassinio del Primo Ministro Rabin e i frequenti attentati terroristici. Attraverso le voci dei protagonisti si apprende come la società israelo-palestinese sia sempre in uno stato di tensione e non riesca a trovare un equilibrio di vita comune.

Eshkol Nevo è nato a Gerusalemme nel 1971. Dopo un’infanzia trascorsa tra Israele e gli Stati Uniti e ha completato gli studi a Tel Aviv. Ha intrapreso la carriera di pubblicitario, abbandonata in seguito per dedicarsi alla letteratura. Oggi insegna scrittura creativa in numerose istituzioni. Nostalgia ha vinto nel 2005 il premio della Publishers’ Association e nel 2008 a Parigi il FFI-Raymond Wallier Prize. Con Neri Pozza Nevo ha pubblicato La simmetria dei desideri (2010) e Neuland (2012).

:: L’attrice di Teheran di Nahal Tajadod, (e/o, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2014

attrice teheranSheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi. 

L’attrice di Tehran, (Elle joue, 2012) di Nahal Tajadod, edito in Francia da Editions Albin MichelParis,  e in Italia da e/o con traduzione di Federica Alba, è un romanzo ispirato alla vita di due donne, due artiste, un’attrice e una scrittrice, unite dall’esilio e separate da trent’anni, trent’anni fondamentali per la storia dell’Iran, trent’anni in cui tutto è cambiato, non solo politicamente.
Dalla monarchia costituzionale dello scià Mohammad Reza Pahlavi alla repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini, dalla modernizzazione forzata al più intransigente tradizionalismo religioso e sociale, alla guerra con l’Iraq, l’Iran di Nahal Tajadod, moglie dello scrittore e sceneggiatore di Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière, sinologa e scrittrice, ha poco o niente di simile all’Iran di Sheyda (personaggio ispirato all’attrice Golshifteh Farahani). Niente più collegi francesi, minigonne, musica occidentale, relativa libertà di pensiero, di religione, di autodeterminazione. Tutto spazzato via dalla rivoluzione del 1979.
E proprio questi mutamenti emergono in filigrana in questo libro raro e prezioso, che si legge davvero con interesse, grazie anche alle doti narrative della Tajadod. La questione femminile nei paesi islamici per quanto in modo sommerso è una questione aperta, esiste il femminismo islamico, in molti paesi vige una sorta di matriarcato almeno familiare, esistono le lotte per la rivendicazione di diritti,  per la propria presa di coscienza. A volte queste lotte possono essere condotte nel paese di origine, nei paesi islamici più progressisti, a volte l’unica strada è l’esilio, come succede alle protagoniste di questo romanzo.
La libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione, l’uguaglianza sono tematiche fondamentali spesso negate, ma mai completamente trascurate, e la realtà è così complessa e variegata, che è bene sentire la voce di tante donne per farsi un quadro più veritiero della situazione. E questo libro, la cui sincerità impressiona e a volte sgomenta, aiuta ad aggiungere tessere al puzzle, tenendo presente che la questione femminile è comunque aperta anche in Occidente.
L’attrice di Tehran nasce come uno scambio di esperienze, di racconti di vita, anche dolorosi, anche scomodi. Sheyda la giovane e bella attrice che sceglie un abito occidentale invece del chador alla presentazione di un suo film a New York, non conosce solo il successo, l’adorazione dei fan, la possibilità di lavorare con artisti stimati e brillanti, nel suo passato ci sono ombre, un’infanzia abusata, un’ aggressione con l’acido, l’espropriazione della propria casa, gli interrogatori feroci da parte dei Guardiani della Rivoluzione, l’accusa di essere una spia della CIA.
Tutto scorre davanti ai nostri occhi fino al finale, quel volo che la porterà in Occidente, cadenzato dalla speranza che succeda qualcosa, che qualcuno la fermi, perché la sua identità culturale e l’amore per la sua terra sono più forti, della censura, della paura, dell’infelicità. Sheyda partirà, il destino ha per lei in serbo altre sfide, altri traguardi, e noi lettori in fondo ammiriamo il suo coraggio e ci domandiamo se davvero la sua esperienza possa in qualche modo aiutare a cambiare le cose per le nuove generazioni.
Come le protagoniste di questo libro, ce l’auguriamo.

Nahal Tajadod è una scrittrice iraniana, dal 1977 stabilitasi in Francia. Sinologa ed esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi su buddismo e manicheismo e ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico Rumi. In lingua italiana è apparso, per Einaudi nel 2008, il romanzo Passaporto all’iraniana. Ora è nelle librerie un altro suo romanzo, si intitola L’attrice di Teheran ed è pubblicato da E/O.

:: Il palazzo di Evgenij Evtušenko, Poesie d’amore di Evgenij Evtušenko (Newton Compton, 1986) a cura di Laura M.

12 marzo 2014

vassilissaLa poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Il palazzo di Evgenij Evtušenko è una poesia tratta da una antologia poetica in tre volumi che raccoglie la produzione poetica di quest’autore dal 1952 al 1983. Sobranie Socinenij v trech tomach- Stichotvorenija i poemy: 1952-1964- 1965-1972 1973 –1983, Moskva, “Chudozestvennaja Literatura” 1983-1984. La poesia è datata 1952 e quindi appartiene al periodo giovanile di Evtušenko.
Prima di analizzare il testo, tra l’altro esteticamente di enorme impatto visivo, traccerò un breve profilo dell’autore per nulla esaustivo, rimando per chi volesse approfondire all’Autobiografia, Flegon Press, London, 1964. Evtušenko nacque in Siberia, a Zima, nel 1933. Sin da giovane si trasferì a Mosca e divenne uno di più conosciuti poeti russi contemporanei. Temi centrali della sua poesia la derisione dei carrieristi e burocrati e l’amore. Il suo impegno civile e politico trasmesso dalle sue poesie non esclude il fatto che abbia scritto poesie d’amore di notevole lirismo.
Il personaggio centrale di questa poesia è un umile e povero contadino a cui lo zar ordina di costruire sull’acqua un palazzo e un giardino. Il contadino si tormenta perché sa che con le sue sole forze umane in una notte non potrà riuscire nell’impresa e al mattino lo zar gli chiederà conto con la vita. La salvezza gli giunge inaspettata tramite l’apparizione di Vassilissa la Saggia, personaggio fatato delle antiche fiabe popolari russe. Il palazzo è senz’altro una dichiarazione d’amore, non a una persona, ma alla poesia stessa, che permette in una notte di creare palazzi, verdi giardini, facendoli apparire dal nulla.  E il poeta accoglie con umiltà questo dono

La gente non sa, dal prodigio abbagliata,
che non io sono di esso il reale creatore,
che non io li ho piantati i verdi giardini,
né il palazzo ho innalzato, di pietra bianca…

consapevole che il suo merito è ben poco e si trova a essere celebrato per qualcosa che supera la sua umana abilità. In prima persona il poeta si rivolge alla poesia stessa ricordando un sogno fatto: si trova vicino al mare e si dispera vedendo la limitazione del suo essere e l’incapacità di essere lui stesso origine di tanta bellezza. La poesia è la vera dispensatrice di bellezza e meraviglia,  il principio creatore da cui potrà sorgere appunto il palazzo del titolo.
Il ruolo fondamentale della memoria, della favola, si associa a quello del sogno, della fantasia e l’effetto è di una bellezza antica e struggente. Il tono è sognante, melanconico, lievemente ironico. Evoca sentimenti di pace, di meraviglia, di rimpianto per la poesia che come un’ombra subito svanisce e abbandona il poeta. L’apparente struttura di una fiaba (mantiene la struttura di 13 quartine) nasconde significati più profondi che spaziano dall’amore per la bellezza, la poesia, la natura, fino all’amore stesso canale di ogni percezione.

I temi principali.

Innanzitutto l’arroganza del potere, simboleggiata dallo Zar, che dispone della vita della gente con ben scarsa benevolenza e dispone di servi che eseguono i suoi ordini inderogabili. Strumenti di potere le promesse di ricchezza, e i successivi meccanismi spietati di controllo e punizione.
Poi il potere della poesia, simboleggiata dalla Saggia Vassilissa, ombra leggera che subito scompare, calma, quieta, crea isole con un sorriso. E infine l’elaborazione poetica, che stupisce il poeta stesso che osservando la poesia all’opera  rimane sbigottito e meravigliato mentre contempla la sua opera e la gente che lo considera non meritatamente il creatore.

:: Un’ intervista con Patrick Fogli – Dovrei essere fumo

12 marzo 2014

dovrei essere fumoBenvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?

La giustizia non dovrebbe collocarsi in nessun modo, fra questi due estremi. Dovrebbe occuparsi di assegnare una pena commisurata al reato, ricordandosi di agire in rappresentanza di uno stato democratico. Il perdono è qualcosa di personale, ha a che fare con la propria etica, la propria visione della vita, la propria religiosità, se vuoi. La vendetta è un istinto, difficile non provarla, in determinate circostanze. Ma che non deve in nessun modo influenzare la giustizia.

Il tuo libro nasce, ho letto sul tuo blog, da un documentario Shoah di Claude Lanzmann che hai visto alla fine degli anni Ottanta.  Il regista per nove ore mette davanti a un microfono i sopravvissuti ai campi nazisti e qualche SS. Le loro voci si sono fissate così profondamente nella tua coscienza da portare alla scrittura di un libro così tanti anni dopo? Come è avvenuta questa elaborazione, questa gestazione?

Difficile darti una risposta che abbia un senso. Assomiglia a una stanza in cui hai stipato oggetti per molti anni e alla fine ti accorgi che non riesci nemmeno ad aprire la porta. Sedimentazione, più che altro. La prima ipotesi di storia di Emile è nata prima ancora che scrivessi il mio primo romanzo, poi è rimasta da una parte ancora a lungo e alla fine ha trovato compiutezza in questo libro.  Le voci di quel documentario fanno parte del periodo della mia vita in cui è nato l’interesse per la Shoah e la testimonianza di quelle voci e di quei volti era così forte che l’impatto è stato quasi conseguente.

Ci sono altri libri, diari, documentari che ti hanno aiutato a elaborare il tuo pensiero, a scrivere il tuo romanzo?

Ho ancora qui accanto, mentre ti rispondo, La distruzione degli ebrei d’Europa, di Hilberg, un testo che chiunque abbia interesse sull’argomento deve leggere. Insieme a I sommersi e i salvati e, per esempio, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, di Leon Poliakov. O alla Storia del Terzo Reich, di Shirer. Ma i testi sono molti.

Pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrato, il Giorno della Memoria, un rito quasi collettivo che unisce ebrei e non ebrei. Bene o male tutti siamo chiamati a riflettere su quello che è successo, nel cuore dell’Europa, un mondo che dovrebbe essere civilizzato, educato, colto, umano. Come è stato possibile che succedesse quello che è successo? Che idea ti sei fatto? Tutto è nato solo da ragioni economiche, o c’è dell’altro secondo te?

È accaduto perché le condizioni storiche hanno fatto sì che accadesse. Non si può isolare un fenomeno dimenticando quello che c’è stato prima. La guerra mondiale, la sconfitta della Germania, l’identità nazionale così forte messa alla prova dalla crisi economica, dai governi di Weimar, il desiderio di riscatto. E un antisemitismo che non ha inventato Hitler, ma che era molto forte nella società europea del tempo, non solo tedesca. Situazioni che si sono saldate. In più tendo per indole ad avere una visione pessimista dell’uomo, sempre più spesso mi viene da pensare che la nostra vera natura sia la clava, la sopraffazione, non la convivenza.

Ormai il tempo sta passando, i superstiti dei campi di sterminio sono sempre meno, fra un po’ di anni non ce ne sarà più nessuno. A chi spetterà il compito di tramandare questa memoria? I giovani di oggi, che visitano Auschwitz, che nelle scuole sentono parlare di Shoah secondo te ne saranno in grado? I documentari, le foto, i libri come il tuo, saranno una traccia?

Il problema della testimonianza diretta è molto forte, importante e di difficile soluzione. Restano i documentari, le registrazioni, alcuni progetti molto importante come la Shoah Foundation, ma soprattutto occorre che la memoria smetta di essere fine a se stessa. Raccontare il nazismo cattivo, frutto della follia collettiva di qualche milione di persone è rassicurante, ma falso. Ai giovani devi raccontare quello che accaduto, trovare un modo per spiegare che quel mondo lì non è preistoria, non è un foglio ingiallito da abbandonare in un cassetto, ma fa parte e ha creato la realtà in cui viviamo, nel bene e nel male. E’ un compito difficile e faticoso, ma è un compito da cui non si può prescindere. Fa parte di quella cosa tanto trascurata che si chiama educazione.

Emile e Alberto, i tuoi personaggi, come si collocano sullo sfondo della Storia? Come hai costruito i loro personaggi? Ti hanno ispirato, almeno in parte, persone reali?

Alberto è completamente inventato. Volevo un personaggio che portasse su di sé le conseguenze della guerra, per come è concepita e combattuta oggi. Emile, invece, è completamente vero. Nel senso che non è esistito un Emile Riemann, ma tutto quello che gli accade nel Sonderkommando di Auschwitz è realmente accaduto a qualcuno. Una singola vita che diventa testimonianza di tante altre.

Emile Riemann arriva a Auschwitz nel 1942. Entra nel Sonderkommando e lui ebreo diventa parte di quegli ingranaggi di morte. Condannato a sopravvivere, come affronta tutto ciò?

Restando vivo, è l’unica risposta che ha. Usando, anche contro la volontà, quel retaggio della nostra dimensione animale, l’istinto di sopravvivenza. In fondo lo stesso che continua a dirti che guarirai da un cancro terminale, contro tutto il ragionamento. Emile resta lì un giorno dopo l’altro, un momento dopo l’altro, un dolore dopo l’altro, assorbendo per forza di cose tutto quello che gli capita, sperando di morire e poi sperando di vivere. Finché la guerra finisce.

Alberto è un soldato dei corpi speciali, un uomo che conosce la guerra contemporanea, che ha visto in faccia la morte. Come il suo destino si intreccerà con quello di Emile?

Questo non posso dirtelo. Ma non è un caso, nulla. Nemmeno quello che, nel romanzo, sembra esserlo.

E il quaderno azzurro, cosa contiene?

Il quaderno azzurro è una vita.

La frase che sento più spesso, collegata alla memoria, al ricordo di quei fatti così atroci è: perchè non accada di nuovo. Rwanda, Congo, Ex Jugoslavia, potrei continuare l’elenco, e stare a discutere se sono genocidi, se sono paragonabili o no alla Shoah, penso sia una riflessione sterile. Dopo tutto: Chi salva una vita, salva il mondo intero dice il Talmud. Quindi anche una sola morte è una tragedia infinità. La memoria aiuterà davvero a far sì che non accada di nuovo?    

Finora non è accaduto. Viviamo in una società ignorante e senza memoria, vale a maggior ragione per l’Italia. E se la memoria non riuscirà a diventare patrimonio condiviso, conoscenza comune, fondamento della nostra vita quotidiana, il rischio che accada esisterà sempre. Per il semplice motivo che non saremo in grado di riconoscerne i segnali. Siamo i figli di un’epoca che, dopo le due guerre, ha visto un progresso tecnologico impressionante, accelerato ancora di più negli ultimi quindici anni. Ma allo stesso tempo sta mettendo in discussione tutti i diritti acquisiti che ci hanno reso una comunità, come se la sicurezza, la pace, la salute, fossero sufficienti per ritenersi in salvo. Ma non lo sono.

:: Un’ intervista con Gianluca Arrighi a cura di Irma Loredana Galgano

12 marzo 2014

Cover_l'inganno_della_memoriaIl prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.

Definisci la scrittura un caos di sensazioni contrastanti: passione, odio, amore, rabbia, gioia, impegno, commozione, fermento… perché?

Per raccontare una storia non è sufficiente narrarla, ma bisogna anche farla propria e immedesimarsi nelle vicende, nelle situazioni, nei personaggi. Chi scrive romanzi “vive” necessariamente tante vite e ognuna di esse trasmette, prima ancora all’autore che al lettore, una serie infinita di emozioni.

La tua professione ti pone quotidianamente in contatto con il crimine, con i delitti, le violenze eppure sembra che tu riesca a non farti schiacciare dall’ovvio e vai avanti, vai oltre a cercare sempre il lato umano anche in chi sembrerebbe averlo perduto. Cosa ti spinge in questa direzione?

La voglia di conoscere a fondo la natura dell’animo umano, anche se non è semplice vivere a stretto contatto con il crimine. L’amore per la professione e la passione per il diritto e la procedura penale spesso non sono sufficienti, soprattutto quando ci si trova di fronte a delitti molto efferati. Devo ammettere che scrivere per me ha un effetto terapeutico, mi consente di lavorare meglio e con maggiore serenità. Non bisogna mai dimenticare come anche il migliore degli esseri umani abbia dentro di sé una “parte oscura” e come il male sia un pezzo possibile della nostra vita. Cerchiamo di tenerlo lontano da noi, ma al tempo stesso ne subiamo il fascino perverso e seduttivo ogni volta che lo vediamo impossessarsi di un nostro simile. In qualche modo è come se, guardando il male, percepissimo una visione astratta di un qualcosa che, in modo latente, è presente nella nostra anima.

Il tuo primo romanzo, Crimina romana, è stato adottato come testo di narrativa ed educazione alla legalità in alcuni licei della capitale. È una bella responsabilità.  Come hai vissuto questa esperienza?

Crimina romana piacque molto al presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti che, insieme ad alcuni assessori, decise di adottarlo nei licei come testo di narrativa e di educazione alla legalità. Presentammo il libro nelle scuole superiori, dove io tenni alcune conferenze di cui conservo ancora un ricordo meraviglioso. A ogni incontro le aule magne dei vari istituti erano colme di studenti tra i sedici e i diciotto anni, assetati di giustizia e pieni di domande alle quali cercavano risposte.

A breve uscirà il tuo nuovo romanzo, sempre genere legal thriller, intitolato L’inganno della memoria. Anche questa volta lo scenario di sfondo sarà Roma, la tua città, che sembra anche essere un po’ la tua musa. Quali sono le sensazioni e quali le aspettative in merito al tuo nuovo libro?

Secondo me è venuto un buon lavoro, ma, si sa, ogni scarrafone… Lo scenario anche stavolta è quello della mia amata Roma, con i suoi vicoli, le sue chiese e i suoi palazzi. Ne L’inganno della memoria ho dato vita al personaggio di Elia Preziosi, un enigmatico e indolente pubblico ministero che dovrà indagare su una serie di inquietanti omicidi collegati tra loro da una misteriosa e indecifrabile logica. Sullo sfondo di una Capitale assolata e distratta, Preziosi dovrà affrontare i demoni del suo passato prima di poter giungere alla scoperta della sconvolgente verità. Quanto alle aspettative, spero solo di non deludere quelle dei tanti lettori che mi seguono con stima e affetto sin da quando, nel 2009, è iniziata questa mia parallela vita di scrittore.

:: Le donne che pensano sono pericolose, Stefan Bollmann (Piemme, 2014)

11 marzo 2014

donne pericoloseLe donne che pensano sono pericolose, (Frauen, die denken, sind gefährlich und stark, 2012) di Stefan Bollmann, edito in Germania da  Elisabeth Sandmann VerlagMünchen, e in Italia da Piemme con traduzione di Cristina Proto e prefazione di Lella Costa,  già dal titolo, che si ricollega ad altri titoli dello stesso autore come Le donne che leggono sono pericolose, edito per Rizzoli nel 2007, ironizza con una certo teutonico pragmatismo sul fatto che pensare sia un’ attività rivoluzionaria, ancor più quando a farlo siano le donne (ma anche gli uomini che pensano fanno paura). Pensare spinge a prendere coscienza di sé, spinge a prendere coscienza dei propri limiti, delle proprie potenzialità. Chi pensa può arrivare a rivendicare diritti, a pretendere considerazione; pensare è dunque un’ attività che può spaventare i detentori del potere, dell’ordine sociale. Pensare inoltre è contagioso, chi pensa da l’esempio, si crea adepti, rende evidente che pensando si può raggiungere mete, obbiettivi concreti come hanno fatto le 25 donne di cui Stefan Bollmann traccia i profili in questo libro. Donne che se notiamo bene non hanno qualcosa di davvero eccezionale, donne comuni forse, donne come Margaret Thatcher che paradossalmente vedono nella casalinga con le sue doti di parsimonia, praticità, buon senso, l’ esempio migliore del saggio e assennato politico. Donne comunque anche dotate di doti eccezionali, donne coraggiose, come la giornalista russa Anna Politkovskaja, che pagando con la vita, (un killer l’aspettò davanti all’ascensore del suo palazzo e le scaricò addosso numerosi colpi di pistola) ha svolto l’incarico di corrispondente di guerra in una terra come la Cecenia, unica a farlo. Il saggio si divide in cinque capitoli: il primo intitolato Precorritrici di una nuova epoca, (Bertha von Suttner, Lou Andreas-Salomé, Ayn Rand, Simone de Beauvoir, Alva Myrdal, Margaret Mead, Hannah Arendt), presenta studiose della pace, psicanaliste, filosofe, sociologhe, antropologhe, politologhe, che con le loro scelte e con la forza e la determinazione del loro impegno hanno svolto un ruolo rilevante nel gettare le basi di una nuovo modo di concepire la donna e le sue potenzialità; il secondo capitolo Donne coraggiose nella scienza (Marie Curie e Lise Meitner, Emmy Noether, Rachel Carson, Cicely Saunders, Jane Goodall) presenta fisiche, matematiche, biologhe, medici che hanno appunto svolto un ruolo fondamentale nella scienza; il terzo capitolo Combattenti per i diritti delle donne (Olympe de Gouges, Emmeline Pankhurst, Simone Veil, Alice Schwarzer) presenta tre femministe e una politica che hanno lottato per i diritti delle donne, ma non solo, spesso non si considera che i diritti della donna, sono strumento di un’ estensione dei diritti di tutto il genere umano, senza distinzioni di genere; il quarto capitolo, Testimoni ribelli del tempo, (Oriana Fallaci, Susan Sontag, Anna Politkovskaja, Arundhati Roy, Marjane Satrapi), presenta alcune donne che nel giornalismo, hanno fatto la differenza; infine il quinto e l’ultimo capitolo Ascesa al potere (Indira Gandhi, Margaret Thatcher, Angela Merkel, Aung San Suu Kyi) presenta quattro donne che hanno ottenuto risultati a dir poco sorprendenti impegnandosi in politica (stranamente molte in partiti conservatori), a volte per caso come la stessa Merkel afferma. A ognuna di queste donne Bollman dedica qualche pagina, un breve sunto delle loro vita. In appendice per approfondire ci sono l’elenco di testi più specifici. Ma comunque il colpo d’occhio è notevole, ci presenta un sguardo panoramico sulle vite di donne così diverse, accomunate solo dalla convinzione che farsi limitare da preconcetti e luoghi comuni fosse inutile, tanto valeva scoprire dove con le loro forze sarebbero arrivate. E a quanto pare ben pochi traguardi sono davvero impossibili. Che sia di monito e d’esempio.

Stefan Bollmann ha studiato germanistica, storia e filosofia, con una tesi di dottorato su Thomas Mann. Insegna all’Università di Monaco. Tra le sue pubblicazioni, il bestseller Le donne che leggono sono pericolose (Rizzoli).

:: Segnalazione di Giochi criminali, De Cataldo, De Giovanni, De Silva, Lucarelli, (Einaudi, 2014)

11 marzo 2014

140311 GIOCHI CRIMINALIEsce oggi, per Einaudi Stile Libero, Giochi Criminali, un’ antologia di racconti a tema. Il gioco d’azzardo sembra infatti il comun denominatore di queste quattro storie che vedono  Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, e Carlo Lucarelli alle prese con i loro personaggi storici: la professoressa Emma Blasi, ll commissario Ricciardi, l’avvocato Malinconico e l’ispettore Grazia Negro.  Per ora ho solo letto Febbre di Maurizio de Giovanni, per cui rimando la recensione dell’intero libro e mi limito a segnalarne l’uscita, comunque posso anticipare che mi il racconto mi è piaciuto, un piccolo anticipo del nuovo romanzo di Ricciardi che dovrebbe uscire quest’ estate. Per darvi un’ idea del libro, ecco a voi il lancio di stampa.

Quattro personaggi per quattro scrittori. Giancarlo De Cataldo, “Medusa”: il barone Stefano Mallarmé viene trovato ucciso. Brutta notizia per Emma Blasi, professoressa attempata, sguardo di pietra, e un lungo ostinato amore per il barone. Maurizio de Giovanni, “Febbre”: è stato ucciso un assistito, uno che parlava con le anime del purgatorio, ricevendo i numeri del lotto. Che cosa può accadere se Ricciardi, che i morti li vede davvero, è costretto stavolta a guardarsi dentro? Diego De Silva, “Patrocinio gratuito”: la legge prevede lo stalking telefonico tramite canzoni? E perché il persecutore sceglie Parole parole di Mina? Vincenzo Malinconico coinvolto, da par suo, in una impresa titanica, dall’esito quanto mai incerto. Carlo Lucarelli, “A Girl Like You”: “Questa volta no”. Il crimine, il gioco e la pazzia si stringono in un nodo delicato e allucinato, nella piu sorprendente delle indagini di Grazia Negro.