Benvenuta Stefania, è un piacere ospitarti su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te, del tuo lavoro di giornalista e poi di scrittrice. Racconta ai nostri lettori qualcosa che ti piace condividere.
Grazie dell’ospitalità! Parlare di me qualche volta mi risulta difficile. Il mio percorso esistenziale e professionale ha subito diverse mutazioni. Ed è visibile nel mio lavoro. Come giornalista iniziai giovanissima, era l’iter di quegli anni, quando il mestiere si doveva imparare, qualche volta rubare, prima di raggiungere i primi risultati. E’ una professione che ho amato molto e che ho avuto la fortuna di praticare negli anni in cui non mancavano i grandi maestri, ma anche gli anni in cui per le donne l’accesso non era affatto scontato. Dalla macchina per scrivere al computer si sono verificati dei cambiamenti all’interno delle aziende editoriali che hanno giocato un duro colpo al giornalismo italiano, un giornalismo al quale va il merito di avere avuto il coraggio di arrivare là dove la verità era scomoda ma formativa.
Poi è cambiato tutto. E sono cambiata anch’io. Tant’è che ho deciso di lasciare l’ultimo giornale dove ho lavorato per andarmene, in cambio di nulla, in Umbria per ricominciare. E lì è successo che recuperando la lettura ho scelto di confrontarmi con la scrittura. Perché il desiderio di raccontare non si è mai spento. Non sempre un buon giornalista può essere un buon scrittore, però il giornalismo che ho vissuto ha aperto sicuramente una porta. E’ la porta sul mondo, sulle storie. Anche se poi il passaggio dallo scrivere un reportage a un romanzo richiede impegno, pazienza e umiltà. Non è la stessa cosa.
Poi Marsiglia, dove vivo dal 2002, a parte vari rientri in Italia, e dove ho posato la valigia travolta dall’innamoramento letterario per Jean Claude Izzo di cui ho poi pubblicato la biografia.
E’ uscito da poco per le edizioni E/O, collana Sabot/age, il tuo ultimo libro, Alcazar ultimo spettacolo. Un noir “vintage” ambientato tra Roma, Napoli e Marsiglia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo storico, relativamente recente, che ancora, si può dire, lascia strascichi nel nostro mondo contemporaneo. Come ti sei documentata per ricostruire la vita di allora, piena di dettagli dalla brillantina Linetti, alle canzoni che si sentivano alla radio?
E’ stato un lungo lavoro di ricerca in cui sono stati preziosi gli archivi francesi, i racconti che mi faceva mia madre, la rete e tanti libri ormai non più editi.
Un noir polveroso, granuloso, che lascia trasparire la polvere del tempo: le luci di un passato glorioso, quello del teatro Alcazar e le ombre di un periodo di guerra, segnato da fame, miseria, ristrettezze. Come hai affrontato questa parte della scrittura?
Con naturalezza. Cedendo alle emozioni e cercando di stare dentro quella storia immaginandola nei minimi particolari.
La Marsiglia di allora, che evochi nelle tue pagine, ha un che di luminoso, poetico: il Mistral che la sferza, la luce del cielo e del mare, il calore e la solidarietà della gente. Come è la tua Marsiglia?
La mia Marsiglia, è il tramonto che dipingeva ieri pomeriggio Vieux Port, è un argot aperto alle parole del mondo, è la passione del bene e del male, è il mediterraneo…
Varian Fry, giornalista americano giunto a Marsiglia per salvare dai campi di concentramento ebrei, artisti, antifascisti, è un personaggio realmente esistito, anche se poco noto. Io almeno non ne avevo mai sentito parlare. Come hai scoperto la sua missione, la sua opera?
Qui a Marsiglia gli hanno anche intitolato una piazza, c’è un’associazione, e poi su Fry in Italia è uscito recentemente il suo diario. Fry è nella storia di Marsiglia, quando la città divenne il porto della speranza per fuggiaschi, clandestini, ebrei braccati dal nazismo. E’ un personaggio straordinario Fry, con la sensibilità del giornalista raffinato e la tenacia del cronista, altrimenti non avrebbe mai potuto salvare 5000 persone dai campi di concentramento.
Il romanzo si ispira alla vita di tua madre, un’artista, unica donna trasformista in Europa, erede di una tradizione artistica tutta al maschile. Alcazar ultimo spettacolo è un modo di ricordarla, con affetto, con pudore, con grande tenerezza. Che ricordo hai di lei?
Il romanzo non si ispira alla vita di mia madre ma alla sua particolare arte. Anche se il personaggio del romanzo è lei in tutte le sue sfaccettature. Il ricordo è vivo. Mia madre è volata via qui a Marsiglia la notte di Natale del 2003. Mi aveva accennato, nella sua imprevedibilità, che era stata a Marsiglia nel 39 e all’Alcazar. Mi aveva promesso che mi avrebbe raccontato il suo ricordo con calma davanti a un caffè. Ma non andò così. Allora decisi di farlo io, a mio modo. Attraverso un racconto infarcito di ricordi e pezzi di memoria.
Le venature noir del romanzo sono date dalle pagine dedicate al Milieu marsigliese. Alfred Morello, il Chevalier è un “fuorilegge”, assassino suo malgrado, glielo impongono e lui non può rifiutare, anche se non è un violento, né un uomo crudele. Come hai costruito il suo personaggio?
Ho immaginato un uomo non banale. Dalla parte del male eppure con una grande umanità. Talvolta il male nasce dalla mortificazione dei sentimenti.
La compagnia che porterà all’Alcazar lo spettacolo Pioggia di stelle, fugge dall’Italia e dal fascismo. Le leggi razziali, le persecuzioni verso gli omosessuali, gli zingari, gli antifascisti, fanno parte di un regime oppressivo e violento. L’Ovra agiva a Marsiglia, le spie agivano nell’ombra, i campi sull’isola di San Domino rinchiudevano gli invisi. Uno scrittore americano, Alan Furst, mi ha detto che è curioso che la lotta antifascista di molti esuli italiani in Francia sia stata trattata da ben pochi scrittori, lui lo ha fatto nei suoi romanzi. A cosa pensi ciò sia dovuto?
Su questo argomento c’è molta diaristica e forse poca letteratura rispetto a ciò che invece merita la vicenda degli esuli. Probabilmente per un lungo periodo c’è stata la tendenza a localizzare le storie in Italia per dare loro una forza storica, di rivendicazione. Credo che sugli anni della guerra c’è ancora molto da raccontare, da ripercorrere.
Anche il Milieu, la mafia marsigliese, si dividerà tra antifascisti e collaboratori della Gestapo, mi ricorda ciò che lessi dei mafiosi americani che aiutarono l’esercito per lo sbarco in Sicilia . Durante le tue ricerche ti sei imbattuta in aneddoti, racconti curiosi che non hai inserito nel tuo romanzo?
Certamente basti pensare a un personaggio come Lucky Luciano, ai fratelli Guerini a Marsiglia considerati dei resistenti e fregiati con la medaglia d’oro per aver collaborato alla liberazione della città.
L’intervista è finita, ringraziandoti della tua disponibilità mi piacerebbe chiederti quali sono i tuoi prossimi progetti letterari.
Per il momento sto vivendo una fase di assestamento. L’ennesima nuova fase. Ma una cosa ho in testa, e spero trovi un editore capace di capirne il valore: una guida di Marsiglia, una vera guida per conoscere l’anima della città. Qui è pieno di Italiani e non c’è un testo del genere a parte qualche depliant. Poi nel cassetto c’è un’altra storia in cui, neanche a dirlo ci sarà Marsiglia. Anche se ora il mio obiettivo primario è che almeno “Alcazar” venga tradotto in Francia. Mi sembra paradossale essere chiamata, io italiana, a raccontare la città negli incontri organizzati dalle biblioteche piuttosto che dai gruppi di lettura, e non poter essere letta.
Questa traduzione delle Quartine (Rubayyat) di Umar Khayyam fu la prima traduzione in lingua italiana condotta direttamente dal testo originale in lingua persiana. Ne è autore, Francesco Gabrieli, uno dei massimi studiosi italiani e del mondo della civiltà araba e del mondo mediorientale.
Raffaella Regoli, giornalista di cronaca nera, era a caccia di notizie su Pietro Maso, il quale dopo aver scontato ventidue anni di carcere per l’omicidio dei suoi genitori, ritorna in libertà, il 15 aprile del 2013. Uno sguardo, una coincidenza, una sincronicità le fanno deporre le armi, abbassa la telecamera, spegne il microfono, è così che nasce questo libro e, più in profondità, la storia di un’amicizia. Nel “Il male ero io”, edito da Mondadori, Pietro Maso, in prima persona, racconta con lucidità e consapevolezza, quanto accaduto quel diciassette aprile del ’91. Scava tra le piaghe del suo dolore, una fitta lancinante con vesti di onnipotenza che quotidianamente lo restituisce alla sua condanna morale. Non nascondo di essere stata male, per precauzione di chi volesse accingersi a leggerlo. La narrazione è cruda come la verità che queste pagine consegnano senza veli e orpelli e non può che mordere lo stomaco fino a farti provare angoscia. Pietro Maso racconta il tortuoso cammino che lo ha condotto ad essere un uomo che non ha paura di mostrare le sue fragilità. Ma “Il male ero io” non è solo questo. È uno spaccato di storia personale e sociale. L’adolescenza di Pietro Maso è uno scorcio sulla sua piccola realtà di paese e quel microcosmo famigliare, agricolo, in cui non c’è spazio per il riposo e la serenità; una lente che ci permette di osservare più da vicino le problematiche psico-sociali tra genitori e figli nonché le dinamiche che possono instaurarsi nel gruppo dei pari. E scavando, ma neppure tanto, “Il male ero io” ci addentra nello squallore in cui versano le carceri italiane, realtà che invece di restituire al mondo un uomo migliore, insegna ad essere, prima di tutto, bestia in cui il territorio è delimitato da piscio e muffa e il suicidio di qualche detenuto è, spesso, l’unico protagonista delle giornate in cella. Una voce gli sussurrerà che Pietro Maso dovrà morire per poi rinascere e, grazie all’aiuto di Don Guido, Pietro muore e rinasce; forse nel giorno in cui chiede perdono ai genitori nel cimitero di Montecchia di Crosara, o forse ogni giorno che, con perseveranza e pazienza, cerca di essere, oggi, ogni giorno, migliore di ieri.
Lise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E’ straordinario pensare di poter spiegare verità tanto solide come quella di Cartesio, Penso dunque sono, in modi diversi, attraverso parole nuove che oltre a sposarne il significato originario lo ampliano o addirittura ne creano di altri. E così, Elisabetta Bucciarelli, “prende in prestito” l’assioma del noto filosofo francese per raccontare, con passione, quanto la sua esistenza sia connaturata all’atto dello scrivere, momento che non può prescindere dall’atto del pensare. Lontano dall’essere un romanzo, “Scrivo dunque sono”, edito da Ponte alle Grazie, è un interessantissimo manuale in cui sono delineati i passaggi fondamentali per avvicinarsi alla parola come strumento fondamentale di espressione; una sorta di iniziazione al processo di scrittura e/o di lettura che conduce il lettore-apprendista ad un approccio più analitico e critico. In Scrivo dunque sono, la “nostra” autrice raccoglie e compone, come tessere di un puzzle, le sue esperienze di vita personale e professionale, per restituirci domande, spunti di riflessione, metodo, testimonianze (filmiche, letterarie e teatrali), esempi, esercizi e tanto altro ancora da poter sperimentare e riproporre a scuola o, adeguatamente, in qualsiasi ambiente che promuove la scrittura come forma di libertà e conoscenza di sé e del mondo circostante. Ognuno, nell’officina del proprio cuore, può forgiare parole e costruire, attraverso l’esercizio continuo e la conoscenza di sé, storie nuove, che parlino o meno di noi poco importa, l’importante è che ci aiutino a stare al mondo e ci permettano di trovare la chiave per non rimanere ingabbiati dentro un sé in cui non ci riconosciamo.
Viviana Filippini:
Sheyda è solo all’inizio di un lungo esilio. Non era pronta per vivere in Francia. Deve imparare tutto, la lingua – che un po’ conosceva già – ma anche il tartufo, che deve imparare ad apprezzare, così come il vino di Saint- Emilion, il roquefort, il discorso di de Gaulle alla liberazione di Parigi, Arletty, Gabin e le sue battute famose: “ Atmosfera, atmosfera!” e “I suoi occhi non sono niente male, sai”, il Tour de France, il maggio del Sessantotto, la Nouvelle Vague e una sfilza di nomi, mamma mia nomi di attori, cineasti, scrittori, (Proust, mai dimenticare Proust, mi raccomando) sportivi (da Anquetil a Yannick Noah), ristoranti, hotel, città, scadenze elettorali, (le cantonali, le regionali) festività, (Assunzione, o Ascensione? Lunedì di Pentecoste?) Ah, quanto lavoro per te, che non hai neppure idea di chi diavolo sia Dominique Strauss-Khan! […] Tra noi decenni di Repubblica islamica e lo stesso dolore. Lo stesso esilio, o quasi.
La poesia è un genere letterario sicuramente complesso che merita all’interno della critica letteraria un discorso a parte. Io in questa sede mi limiterò a porre l’attenzione sul ruolo della lingua, ruolo fondamentale, tanto che molto spesso al testo tradotto viene posto accanto quello originale, per l’ovvia ragione che per quanto la traduzione sia fedele al testo, ritmo, rime e giochi di parole vengono inevitabilmente perduti o più che altro interpretati e ricreati. Tenendo presente questa premessa analizzerò un testo tradotto dal russo da Evelina Pascucci di uno dei poeti, ancora viventi, più significativi del Novecento, e cercherò di delineare gli elementi creativi che lo animano, affidandomi alla mia personale sensibilità e interpretazione.
Benvenuto Patrick, e grazie di averci concesso questa intervista. Parleremo del tuo ultimo libro, appena edito da Piemme, Dovrei essere fumo. Sarà un’intervista difficile, perché ti farò domande difficili, innanzitutto perché la natura umana molto spesso è crudele. Non si pensi che gli uomini che portarono avanti il sistematico sterminio di milioni di ebrei civili, durante la Seconda Guerra Mondiale fossero un’ anomalia, erano uomini, uomini comuni, forse plagiati da un’ideologia, ma sempre mossi da interessi personali, egoismi, gretti calcoli in cui la vita umana non aveva alcun valore. E ancora oggi ci sono persone così, sparse nel mondo. Forse solo in molti casi non si presenta loro l’occasione, gli strumenti di portare avanti un piano così sistematico, l’opportunità di farla franca. Il tuo libro parla di perdono e vendetta. In che misura la giustizia si colloca tra questi due estremi?
Il prossimo 27 marzo uscirà per Edizioni Anordest il nuovo legal thriller di Gianluca Arrighi: L’inganno della memoria, ancora una volta ambientato a Roma, città dove l’autore vive e lavora, svolgendo la professione di avvocato penalista. Lo abbiamo intervistato cercando di scoprire qualcosa di più sul nuovo libro, sulla sua vita come scrittore ma anche su quella privata.
Le donne che pensano sono pericolose, (Frauen, die denken, sind gefährlich und stark, 2012) di Stefan Bollmann, edito in Germania da
Esce oggi, per Einaudi Stile Libero, Giochi Criminali, un’ antologia di racconti a tema. Il gioco d’azzardo sembra infatti il comun denominatore di queste quattro storie che vedono Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, e Carlo Lucarelli alle prese con i loro personaggi storici: la professoressa Emma Blasi, ll commissario Ricciardi, l’avvocato Malinconico e l’ispettore Grazia Negro. Per ora ho solo letto Febbre di Maurizio de Giovanni, per cui rimando la recensione dell’intero libro e mi limito a segnalarne l’uscita, comunque posso anticipare che mi il racconto mi è piaciuto, un piccolo anticipo del nuovo romanzo di Ricciardi che dovrebbe uscire quest’ estate. Per darvi un’ idea del libro, ecco a voi il lancio di stampa.
























