Posts Tagged ‘Sperling & Kupfer’

:: Manuale distruzione di Roberto Corradi (Sperling & Kupfer, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

1 settembre 2016
fre

Clicca sulla cover per l’acquisto

Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso (Sperling&Kupfer, 2016) di Roberto Corradi è “l’unico vero libro di Storia” in circolazione. Il solo manuale che racconta la Storia come non l’avete mai letta… ma come avreste sempre voluto studiarla.
Chi ha detto che la Storia è noiosa? Dipende dai fatti che scegli di raccontare e da quanto decidi di essere sincero nel commentarli. Se a questo aggiungi uno spiccato senso dell’umorismo, dell’ironia e dell’auto-ironia allora ottieni un “manuale d’istruzione” che insegna molte più cose di quanto non si è indotti a credere.
Manuale distruzione è un testo simpatico e originale, unico nel suo genere, carico della simpatia e dell’energia che ha e trasmette il suo autore e dell’umorismo mai volgare a cui Corradi ha abituato i suoi fan. È un libro che va letto con calma, ingerendone piccole dosi alla volta altrimenti si rischia seriamente di sentirsi male… dal ridere.

Chi dice che Mary Quant abbia inventato la minigonna non tiene conto di almeno settecento anni di storia romana.

Manuale distruzione è dedicato a Pipino il Breve “di cui ancora si sghignazza” e ha la prefazione firmata da Marco Presta il quale sintetizza alla perfezione il senso recondito del libro: “dare una risposta soddisfacente alla domanda «Come abbiamo fatto a ridurci in questo modo?».”
Corradi racconta quanto accaduto negli ultimi 200mila anni agli esseri “umani” che “dall’esigenza di indossare delle mutande che li coprissero così come erano coperti gli animali da pelliccia” sono arrivati al “compromesso di indossare proprio gli animali da pelliccia”.
Al pari di ogni grande autore o comico che si rispetti, Corradi trasmette al lettore molto più di ciò che traspare dalla semplice battuta. Uno sguardo lucido, a volte tagliente, alla Storia, quella vera, spesso faziosamente raccontata, addolcita, edulcorata. Un’opinione critica e realistica sui fatti recenti e passati che hanno cambiato il corso della Storia e il destino dei popoli. Una dimostrazione palese di quanto, a volte, sono i manuali veri a raccontare delle storie.

E questi dei, sostanzialmente, copulavano. Copulavano, si risentivano, si facevano corrompere, dibattevano dei fatti loro: stava nascendo il concetto di Parlamento, che solo molti secoli dopo avrebbe avuto il suo massimo sviluppo in Italia.

Manuale distruzione. Dall’antichità a giovedì scorso di Roberto Corradi è un libro molto spassoso, da leggere per ridere e sorridere ma anche per riflettere. Per imparare a guardare con occhio diverso, magari più critico, i libri che raccontano la Storia e i giornali che parlano dell’oggi. Un modo “leggero” per tentare di cambiare il domani perché gli “idioti” ci sono in ogni epoca e quasi sempre sono “quelli che devono firmare per cose che ci servono come l’aria”.

Roberto Corradi: classe 1976, romano, autore e attore scrive per la televisione, la radio e il teatro. Ha lavorato con Alberto Sordi, Enrico Montesano, Enrico Vaime, Lillo&Greg, Maurizio Battista, Marco Travaglio, Maurizio Costanzo, Marco Presta e Antonello Dose. Deve i suoi inizi a Corrado Mantoni. È noto per la trasmissione di Radio2 Il Ruggito del Coniglio e afferma di saper fare il pandoro. (fonte http://www.sperling.it)

Source: libro inviato al recensore da Fiammetta, che ringraziamo, per conto della Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il bazar dei brutti sogni, Stephen King (Sperling & Kupfer, 2016)

22 luglio 2016
bazar

Clicca sulla cover per l’acquisto

Stephen King è come il buon vino, invecchiando migliora. Per cui non dispiace molto rivedere, tra i venti racconti che costituiscono la raccolta Il bazar dei brutti sogni, alcuni magari usciti già altrove, e anche solo poco rimaneggiati e arricchiti. “Miglio 81” per esempio è stato già pubblicato in Italia con lo stesso titolo da Sperling & Kupfer nel 2011, per la traduzione di Giovanni Arduino. Sempre anche in Italia sono stati pubblicati “The Dune”, originariamente su Granta, (“La duna” su Granta Italia n°5 traduzione a cura di Letizia Sacchini; “A Death” originariamente su The New Yorker, (“Una morte” su Internazionale, traduzione di Diana Corsini), “Herman Wouk Is Still Alive”, originariamente su The Atlantic (“Herman Wouk è ancora vivo”, su Internazionale n° 911, traduzione di Wu Ming). Questi ultimi solo in America: “Premiun Harmony”, su The New Yorker; “Batman e Robin” su Harper’s Magazine; “The Bone Church” su Play Boy; “Morality” su Esquire; “Afterlife” su Tin House; “Tommy” su Play boy; “The Bus is another World” su Esquire e “Summer Thunder” su Cemetery Dance. Tutti gli altri sono inediti.
Ma il valore aggiunto, ciò che davvero rende questo libro imperdibile, che siate o non siate lettori storici di King, sono le premesse ad ogni racconto, una letteratura a parte, che ho sempre adorato, in autori come Asimov. Leggevo infatti i suoi libri per leggere queste premesse, anche Chandler non si ritraeva. Scoprire insomma cosa portò al racconto, facendo luce sulla stessa vita dell’autore, ma con pudore, come se si accendesse una luce discreta, e nulla più, beh è un’ esperienza piacevole e molto istruttiva. Stephen King hai il pregio del narratore accanto al fuoco, mentre i marshmallow sfrigolano sul fuoco, una notte di luna piena. In campeggio, sì, quando giunge l’ora, superata la mezzanotte, in cui i racconti di paura prendono vita. Anche noi, che non siamo americani, non facciamo fatica a immaginarci la scena e l’atmosfera. E non credo di sbagliarmi molto ne di essere irrispettosa. Ma King non è un autore da salotto, ecco. Con lui si sente l’odore della terra dopo la pioggia, si sentono i grilli e le rane toro che gracidano, c’è poco da fare.
Il bazar dei brutti sogni a mio avviso è un libro riuscito, che mi sento di consigliarvi senza esitazione. Comunque l’esperienza di lettura è diversa per ogni lettore, mi limiterò a raccontarvi la mia. Prima dei racconti ho letto tutte le premesse ai racconti, in un pomeriggio, con molto gusto e divertita curiosità. Poi i racconti. Non che ve lo consiglio, non che sia un’esperienza ortodossa, ma tant’è così ho fatto io. Prima dei racconti vorrei però parlarvi del curatore e dei traduttori. La traduzione infatti ha richiesto un lavoro collettivo che ha coinvolto Giovanni Arduino, Chiara Brovelli, Alfredo Colitto e Christian Pastore. La curatela del libro è di Loredana Lipperini. Essendo venti racconti sarà difficile che possa parlarvi estesamente di ognuno, ma posso sen’zaltro dirvi quelli che mi sono più piaciuti e mi hanno fatto più paura. Sebbene non l’orrore in senso stretto, traspaia da questi racconti. Se “Miglio 81” è uno dei suoi preferiti, o il finale de La duna addirittura è da lui definito “uno dei miei finali preferiti in assoluto”, tra i miei preferiti citerei senz’altro Il bambino cattivo, Herman wouk è ancora vivo e Il piccolo dio verde del dolore. Probabilmente a voi poco importa, e i vostri preferiti saranno altri, ma il bello è che questo descrive l’ora, l’adesso. Magari già domani avrò cambiato idea. Buona lettura.

Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha e la figlia Naomi. Da più di quarant’anni le sue storie sono bestseller che hanno venduto 500 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian De Palma, Rob Reiner, Frank Darabont. Oltre ai film tratti dai suoi romanzi, vere pietre miliari come Shining, Stand by meRicordo di un’estate, Le ali della libertà,Il miglio verde ¿ per citarne solo alcuni ¿ sono seguitissime anche le sue serie TV, ultima in ordine di apparizione quella tratta da The Dome, trasmessa da RAI2. Recentemente King si è dedicato ai social media e in breve tempo ha conquistato centinaia di migliaia di follower su Facebook e soprattutto su Twitter.
Nel 2015 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli ha conferito la National Medal of Arts.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’angelo di ghiaccio, Stefan Ahnhem (Sperling & Kupfer, 2016)

9 maggio 2016
ang

Clicca sulla cover per l’acquisto

Non avrebbe dovuto succedere. Del resto nulla lasciava immaginare che quella lettera potesse davvero arrivare al suo destinatario. Gli ostacoli erano così numerosi che le probabilità di giungere a destinazione rasentavano lo zero.
Eppure era proprio quello che era accaduto.
Un anno, quattro mesi e sedici giorni dopo che la lettera era stata infilata in una fessura del convoglio dei prigionieri ed era stata strappata via dai venti nella notte nera, Maria Shawabkeh l’aveva trovata; alcune ore dopo riusciva solo con grande sforzo a riporla nella busta a mancava tutto tranne un nome.
Tre notti insonni dopo aver letto quella orribile cronaca fece alcune ricerche in rete, l’affrancò scrisse l’indirizzo completo e la lasciò all’ufficio postale più vicino. Senza la minima idea delle conseguenze.

Dopo aver esordito con Domani tocca a te, Stefan Ahnhem porta al thriller svedese una ventata di novità o per lo meno cattiveria che non mi sembra di aver notato ultimamente in nessun altro giallo nordico. L’avevo già riscontrata nel libro di esordio, a dire il vero, ma se vogliamo in L’angelo di ghiaccio questa componente è ancora più marcata e tendente all’ horror, per lo meno in alcune scene che sicuramente lasceranno nel lettore un certo sgomento. Insomma un poliziesco per palati forti, per lettori che sopportano scene di cannibalismo (per lo meno in sogno) ritrovamenti di cadaveri dissezionati (con orbite oculari conservate in frigo e scambiate per cipolline). In breve non voglio farvi la carrellata di tutti i macabri reperti, ma se vi aspettate un normale e tranquillo giallo nordico, L’angelo di ghiaccio non lo è.
Detto questo vi avverto di una sorta di straniamento che vi assalirà iniziando il libro. Per chi ha già letto Domani tocca a te e conosce il personaggio di Fabian Risk, un piccolo riepilogo: allora nel primo romanzo della serie troviamo questo poliziotto amareggiato e reduce da un’ indagine che lo costringe a lasciare Stoccolma e rifugiarsi nella sua città natale Helsingborg, nel sud della Svezia, a cercare di rimettere assieme i cocci della sua vita. Bene questo secondo episodio, narra fatti cronologicamente precedenti al primo. Scopriamo insomma perché lascia Stoccolma, continuando sempre a fare il poliziotto.
Un altro punto da chiarire è il titolo. Il titolo originale Den Nionden Graven #TheNinthGrave, La nona tomba, (che ha un significato preciso nella narrazione), viene tralasciato in favore di un più poetico L’angelo di ghiaccio, termine che pur se non accennato si riferisce senz’altro all’assassino, e se leggerete il libro avrete modo di avvertirlo anche voi. Dunque vi ho avvisato delle componenti splatter, (sangue e budella), dell’aspetto cronologico, ho chiarito il titolo, un’altra cosa che mi preme dire è che un romanzo molto complesso.
Basta insomma un attimo di distrazione e zac perderete il filo della storia, per cui per una lettura ottimale, sono 453 pagine, prendetevi un weekend libero o per lo meno alcuni giorni in cui potete leggere senza interruzioni. Non che sia cervellotico o confuso ma considerate che ci sono due indagini una condotta in Danimarca e una in Svezia, con nomi di vittime, presunti colpevoli, ipotesi, false piste, e tutto il corollario. Un po’ di attenzione ci vuole se no finireste con non capire bene l’intreccio. E solo oltre metà avrete chiaro il tema del romanzo.
Tutto inizia con una lettera, e le sue tragiche conseguenze. Il prologo racconta tutto l’accidentato modo tramite cui (la lettera) arriva alla sua destinataria, e anche se sembra slegato dalla storia, è invece essenziale e illumina tutta la narrazione. Dicevo precedentemente che abbiamo due filoni di indagine parallele, una condotta in Svezia da Fabian Risk e la sua squadra e una condotta in Danimarca da Dunja Hougaard. Risk deve capire che fine ha fatto il ministro della Giustizia, praticamente scomparso a due passi dal Parlamento. Ci si metteranno di mezzo i servizi segreti, quindi va da sé che la cosa si rivela già da subito più complessa del previsto. Dunja Hougaard invece deve indagare sulla morte della moglie di un noto personaggio televisivo danese, uccisa in casa in un modo decisamente brutale. Subito si pensa che sia il marito l’assassino, ma anche lui scompare.
Sta arrivando Natale, nelle centrali di polizia si preparano le feste di fine d’anno, occasioni per sbronzarsi e magari per importunare le colleghe, Dunja Hougaard vivrà una brutta esperienza. Insomma la neve cade trasformando Stoccolma una delle città più belle del mondo, e i nostri investigatori si troveranno ad affrontare forse i casi più drammatici delle loro carriere. Fabian Risk per il lavoro trascura i figli (divertente, ma a dire il vero drammatico, quando una maestra della figlia lo chiama ad una riunione dei genitori), si interessa troppo a una collega, con cui lavora fianco a fianco nelle indagini, e con la quale si lascerà andare mettendo a repentaglio il suo matrimonio con Sonja. Malin collega di Risk, incinta di due gemelli, per il troppo lavoro si ammala di gestosi, e sebbene odi la sua condizione di donna in attesa, resta un poliziotto di prim’ ordine capace di intuizioni brillanti. Dunja Hougaard invece se la deve vedere con il suo più stretto superiore, con un collega che la odia perché crede che gli ha fatto le scarpe per avere l’indagine, e con un fidanzato che non ama. Insomma tra vita privata e vita professionale i nostri protagonisti avranno di che stare allegri.
In conclusione una bella serie, un autore interessante, capace di scrivere polizieschi affatto banali e con una sorta di morale. C’ è pure una componente sociale e politica nella più pura tradizione di Stieg Larsson, si può condividere o meno, senz’altro è efficace nel dare drammaticità alla trama, ai motivi che spingono l’assassino a fare quello che fa.
Buona lettura e se l’avete letto venite pure a commentare, ma mi raccomando senza spoiler. Traduzione di Roberta Nerito.

Stefan Ahnhem vive a Stoccolma, dove è nato nel 1966. Famoso sceneggiatore, ha lavorato per il cinema e la tv, spaziando dalla commedia al thriller. Ha iniziato la serie con l’ispettore Risk in Domani tocca a te, un successo internazionale. L’angelo di ghiaccio è il secondo romanzo con Fabian Risk, bestseller in Scandinavia e vincitore del premio Crimetime Specsavers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Non torna nessuno, Sophie Littlefield (Sperling & Kupfer, 2016)

5 aprile 2016
Li

Clicca sulla cover per l’acquisto

Forse Sophie Littlefield è un nome che vi dice poco, ma se amate i gialli e i thriller dovreste segnarvelo. Di suo ho avuto modo di leggere Non torna nessuno (The Missing Place, 2014, Gallery Books), in questa pausa di marzo, e non me ne sono pentita. Vi invito a visitare il suo sito e a non farvi spaventare dal fatto che scriva anche woman fiction e libri per bambini e ragazzi.
Tradotto da Christian Pastore, per Sperling & Kupfer, Non torna nessuno è un thriller al femminile che vi porterà sulle piattaforme petrolifere del North Dakota alle prese con un’ indagine molto particolare, sulle tracce di due ragazzi scomparsi, entrambi dipendenti di una delle più grandi compagnie petrolifere della zona, la Hunter-Cole.
Ad indagare due improbabili investigatori, due madri disperate, due donne che non potrebbero essere più diverse sia per carattere che per ambiente sociale di provenienza, le sole che pensano che ritrovare Paul e Taylor sia possibile. La polizia del posto non fa niente, (troppo compromessa con le multinazionali), la multinazionale stessa ha molto da nascondere, soprattutto per le mancate politiche di sicurezza che già hanno causato incidenti e morti, e certo non vuole un polverone mediatico che metta in luce le loro irregolarità.
Sole, minacciate, ostacolate in ogni modo le due donne si troveranno a scoprire cose che forse non avrebbero voluto scoprire (soprattutto su sé stesse), ma la verità dopo tutto sale sempre a galla come le chiazze di petrolio sull’oceano.
Cosa mi è piaciuto di più? Su tutto l’ambientazione, realistica e inconsueta: cieli lividi, tavole calde, stazioni di servizio dove si fa la fila per fare una doccia, abitazioni ricavate dai container, supermercati che vendono prodotti scadenti, alberghi di catena dove non si trova una stanza se non con mesi di anticipo (le nostre vivono per buona parte del romanzo in una roulotte, senza acqua calda, con un generatore fuori dai termini di legge). Si sente l’odore del petrolio nell’aria, nonostante la neve, l’avidità e l’indifferenza, la lotta per la sopravvivenza di gente abituata a una vita dura (alcuni vivono in macchina) e senza tutele.
Poi lo stile della Littlefield, diretto, privo di sdolcinatezze, ruvido a tratti, ma piacevole e adatto a descrivere il mondo che ruota intorno alla vita durissima di gente abituata a vivere alle soglie della sopravvivenza. Un lato dell’America che forse non è così conosciuto e non compare certo nei depliant turistici, ma che la Littlefield descrive in modo quasi naturalistico, non dimenticando anche frecciate di critica sociale.
E infine sicuramente i personaggi, ben caratterizzati, con debolezze e difetti, non gli eroi senza macchia con cui vengono dipinti di solito coloro che sono nel giusto. E Shay e Colleen sono nel giusto, rivogliono i loro figli, e sono pronte a tutto anche a mostrare parti di sé delle quali non sono del tutto orgogliose.
Shay la dura, con una vita difficile alle spalle, pochi soldi, pochi privilegi, una che si è conquistato tutto da sola, crescendo i suoi figli da sola magari con un doppio o triplo lavoro. Una tipica donna di frontiera, con la scorza dura, anche se a tratti emergono caratteri di dolcezza e generosità che la rendono forse una madre e una donna migliore di Colleen, ricca signora del Massachusetts, moglie infelice di un avvocato, con un figlio che già da piccolo gli ha dato problemi e ora è fuggito in North Dakota per sfuggire al suo asfissiante controllo.
Ma naturalmente anche Colleen ha i suoi lati positivi, trova la forza in sé di trasformarsi da ricca e viziata madre di un figlio problematico, in una donna determinata e coraggiosa, capace di dare amicizia a una donna tanto diversa da lei. Naturalmente questa amicizia durerà il tempo del libro, sarà difficile vedere le due donne sorseggiare del the insieme o fare shopping, dopo.
Ma per la durata della storia sono le sole su cui possono contare, alleate, complici, amiche. E la vita non è perfetta, così non è perfetto il loro rapporto e la Littlefield non lo rende tale, evitando ogni leziosità. Ecco questo l’ho apprezzato molto, come ho apprezzato il finale, forse un po’ slegato dal contesto, e sicuramente diverso da cosa mi aspettavo.
Non anticipo altro, ho la tendenza di parlare troppo, ma vi consiglio di leggerlo. A me è piaciuto.

Sophie Littlefield è nata e cresciuta in Missouri, ha due figli ormai grandi e ha scelto di vivere in California. È autrice di diversi romanzi, che le hanno valso la candidatura al più prestigioso premio della narrativa gialla, l’Edgar Award.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marina dell’Ufficio Stampa Sperling & Kupfer.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

Nota:  Vi invito anche a leggere i primi capitoli sul sito dell’editore: qui.

:: Recensione di Joyland di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2013)

25 novembre 2013

joylandRicordo ancora la giornata di Mike e di Annie al parco come se fosse ieri, ma ci vorrebbe un narratore molto più dotato di me per farvi capire che cosa provai e per spiegarvi perché da quel momento in poi Wendy Keegan non fu più padrona del mio cuore e delle mie emozioni. Posso solo confermarvi un fatto risaputo: certi giorni valgono più dell’oro. Non sono molti, ma nel corso di quasi ogni vita ne esistono almeno un paio. Quello fu uno dei miei giorni e ogni volta che sono giù di corda e il mondo non mi sorride e tutto mi sembra finto e dozzinale come la passeggiata di Joyland in un pomeriggio di pioggia, io ritorno con la memoria a quel martedì di ottobre, anche solo per ricordare a me stesso che la nostra esistenza non è sempre un gioco da spennapolli. Talvolta i premi sono reali. Talvolta hanno un valore immenso.

È la prima volta che recensisco Stephen King, anche se naturalmente Joyland non è il primo libro di King che abbia letto. Non che la cosa mi imbarazzi, tutt’altro, ho recensito Euripide, Arthur Miller e Graham Greene tanto per dire, recensire i mostri sacri della letteratura è un’ esperienza stimolante e istruttiva, che consiglio a  tutti i lettori. Comunque recensire King è anche un’ esperienza catartica ed è bizzarro che abbia avuto questa sorta di battesimo del fuoco proprio con una storia di iniziazione e struggente nostalgia, ricca degli stessi spunti narrativi presenti bene o male in tutti i suoi romanzi, horror compresi.
Che Joyland non sia un horror è già stato detto, anche che si ricollega in un certo senso alla poetica de Il corpo, da cui è stato tratto il film generazionale Stand by me – Ricordo di un’ estate, stessa cosa che non è un vero thriller e men che meno un giallo classico di tipo deduttivo, un whodunit come sembra averlo definito Charles Ardai editor di Hard Case Crime (l’editore americano del romanzo), sebbene ci sia una ragazza morta, ultima di una serie di vittime di una specie di serial killer, e parte del romanzo si riveli essere un’ indagine condotta dal protagonista per smascherarlo, che comunque si riduce ad essere una ricerca per biblioteche e vecchi quotidiani condotta da Erin, dalla quale il protagonista ricaverà l’intuizione fatale. Ben poco, concorderete con me, per definirlo appunto un whodunit.
Potremmo a questo punto giocarci la carta della ghost story, e qui abbiamo ben due fantasmi che giocano un ruolo fondamentale nella storia, sebbene il primo, quello della ragazza Linda Gray, sembra solo capace di segnare il destino di Tom Kennedy, spegnendo un po’ della sua contagiosa allegria (il protagonista non arriverà mai a vederlo, limitandosi a notare un cerchietto azzurro, appartenuto alla ragazza). A questo punto ritengo che la cosa più onesta da fare sia definire Joyland un romanzo senza classificazioni, forse tutt’al più un romanzo di formazione che segue con amorevole cura il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di un giovane universitario americano che sogna di fare lo scrittore e finirà per fare il giornalista, con un groppo alla gola per l’estate dei suoi ventun’anni, relegata nel 1973 in un parco di divertimenti sulle coste della Carolina del Nord.
Pubblicato in Italia, in contemporanea con l’America, da Sperling & Kupfer nella collana Pandora, e tradotto da Giovanni Arduino, Joyland (Joyland, 2013) è un romanzo come dicevo prima profondamente kinghiano. Parla di nostalgia, dell’ingenuità degli anni ’70, sorta di Eden dorato in cui anche King era giovane e i parchi di divertimento erano ancora quasi a gestione famigliare, sorta di ribellione contro l’avvento omologante e massivizzante di parchi di divertimento modello Disney World. (Se Devin Jones vive in quell’estate gli ultimi scampoli della sua adolescenza, anche Joyland vive una delle sue ultime stagioni, prima del fallimento.)
Parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta con conseguente perdita di innocenza, sostituita da una dolente accettazione per le regole, a volte crudeli, di cui è fatta la vita. Parla d’amore, corrisposto, fugace, infelice, tradito, del rapporto tra padri e figli, velato ma presente nel legame tra Devin e suo padre e in quello tra Devin e il piccolo Mike, per citare i modelli positivi, e in quello doloroso tra Annie e il predicatore.
Parla d’amicizia, di malattia, di morte, del soprannaturale (perché nei romanzi di King il soprannaturale anche sfumato c’è sempre) nascosto nelle pieghe di una quotidianità così spesso avvilente, fatta di sacrifici, perdite, sconfitte, povertà, desiderio di riscatto.
Parla della magia di un parco di divertimenti in riva al mare, di quelli simili alle giostre paesane itineranti che ogni anno ancora oggi toccano la mia città. Il tirassegno, la ruota panoramica, le tazze ballerine, il Castello del Brivido, la cartomante vestita come una gitana magiara, segnata dal forte accento di Brooklyn, quando si distrae, che legge la mano e predice la fortuna e forse è realmente dotata del “dono”.
Parla dei codici di comportamento, di cosa significhi essere figli del carrozzone, della loro bizzarra parlata, del senso di appartenenza ad una comunità coesa e bislacca. Hot dog, zucchero filato, il regno dell’infanzia di molti, forse di tutti.
King è un maestro nel rendere epico qualcosa di così radicato nell’immaginario comune, e sebbene qui descriva l’America di provincia degli anni ’70, Heavens Bay, Carolina del Nord, non è difficile rivivere le stesse sensazioni, gli stessi odori, la musica (i Doors, i Pink Floyd) i falò sulla spiaggia fissi nei ricordi dei lettori, almeno di quelli che erano ragazzi negli anni ’70.
King schiaccia il pedale della nostalgia e di una certa buona dose di sano sentimentalismo, soprattutto nel rapporto tra Devin e Mike, ragazzino malato di distrofia muscolare ma quasi mitico per la sua forza, e il suo accecante sorriso, (difficile non piangere e commuoversi nel finale, soprattutto se avete avuto l’esperienza nella vostra vita di accompagnare un bambino malato) e gioca con le ombre trasfigurate di un allora quasi più candido, coraggioso, giocoso, onesto (Devin arriva a rifiutare l’assegno di un genitore che vuole ricompensarlo per avere salvato la vita di sua figlia), fatto di scintillante polvere di stelle.
E poi per non scadere nello sdolcinato e nel melenso a  tutti i costi, o forse per non commuoversi troppo, innesta la trama quasi thriller, (badate dico quasi), con un tocco di macabro, quando ci presenta Linda Gray, ovvero il fantasma della ragazza sgozzata quattro anni prima che vaga chiedendo di essere liberata per il Castello del Brivido e appare solo ai lavoranti del luna park, terrorizzandoli a morte.
Naturalmente sarà Devin Jones, voce narrante del lungo flashback di cui è costituto il romanzo, a scoprire quasi per caso il suo assassino, e a scoprire qualcosa di ancora più importante: il potere dei sentimenti, catturati in una goccia d’ambra come l’immagine di una soleggiata estate in cui il senso della vita si materializza privandoci forse dell’innocenza, ma donandoci in cambio qualcosa di ancora più prezioso.
Succede poco, la lentezza della prima parte è quasi biblica, il finale mystery un po’ artificioso, sembra di sentire il rumore di King che si arrampica sui vetri, l’addio al fantasma, personaggio che per tutto il romanzo sembra di vitale importanza, un po’ improvviso e deludente, è stato detto che le parti più deboli dei romanzi di King siano i finali, un po’ come se esaurita la carica creativa, vada avanti per inerzia e chiuda il tutto senza eccessiva cura, ma pur tuttavia è anche evidente che a King non interessa aderire ad un genere o superarlo, parla decisamente d’altro, di una materia molto più fluttuante e indefinibile, parla di sogni, di aspirazioni, di come da vecchi guarderemo indietro con rimpianto e malinconia l’altro noi stesso di allora.
È stato definito nient’altro che una sorta di young adult d’autore, e chi lo fece non voleva fare certo un complimento, pur tuttavia credo sia vero, credo sia davvero un regalo che King abbia fatto ai suoi più giovani lettori o a quelli che non ostante l’età anagrafica abbiano conservato la giovinezza del cuore. Forse i suoi lettori storici ameranno di più le sue storie horror, presto ci sarà il seguito di Shining, pur tuttavia se amate la poetica kinghiana ne riconoscerete i tratti distintivi.

Stephen King, acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie da incubo sono clamorosi bestseller internazionali che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. www.stephenking.com

:: Recensione di 1408 racconto contenuto nella raccolta Tutto è fatidico di Stephen King (Sperlig & Kupfer, 2005) a cura di Micol Borzatta

7 maggio 2013

fatidicoIl 20 aprile 2013 alle ore 21:00 è andato in onda su Sky Cinema Max il film 1408 tratto dall’omonimo racconto di Stephen King contenuto nella raccolta Tutto è fatidico, collana Narrativa, traduzione di Tullio Dobner, Sperling & Kupfer, 2002. La visione del film mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano questo bellissimo libro che oltre a una trama avvincente ha anche una storia molto particolare alle sue spalle.
La storia narra di uno scrittore Mike Enslin, che scrivi libri sui luoghi infestati demolendoli con il suo non credere, che vuole a tutti i costi pernottare nella stanza 1408 del Dolphin Hotel.
La stanza è famosissima per essere stata palcoscenico di numerosissime morti, sia suicidi che morti naturali.
Mike ovviamente non crede che una stanza possa essere la mandante o la causa delle morti e alla fine riesce, andando per vie legali, a pernottare nella camera.
Qui la vicenda è molto diversa se si legge il libro o se si guarda il film, perché nel film vengono evidenziate di più le manipolazioni della realtà causate dalla stanza, nel libro invece Stephen King descrive il tutto da un punto di vista diverso dal normale, infatti la storia degli avvenimenti che accadono è raccontata esclusivamente dal registratore che stava usando Mike all’interno della stanza per prendere appunti per il libro e che viene recuperato dai resti bruciati.
Non si sa assolutamente nulla di quello che è accaduto nella stanza ma si percepisce esclusivamente lo stato d’animo e di terrore di Mike che cambia diventando sempre più ossessivo e pesante di pagina in pagina.
Due linee quindi completamente diverse ma che ottengono assolutamente lo stesso risultato: tenere il lettore o lo spettatore incollato fino all’ultima pagina.
Come dicevo all’inizio questo racconto di Stephen King ha una straordinaria storia alle spalle. Innanzitutto è cortissimo. Il racconto infatti nasce come piccolo raccontino esclusivamente da inserire nel suo libro On Writer come esempio pratico di come si struttura un racconto e lo si modifica, se non fosse che mentre stava scrivendo il racconto ha incominciato a vivere di vita propria, come racconta lui stesso nella prefazione, e a descriversi e compilarsi da solo.
Anche se molto diverso dai soliti lavori di Stephen King, si nota subito la mano del maestro e riesce anche nella sua brevità a trasmettere al lettore tutto lo stato psicologico e mentale del protagonista.
Un’ ottima lettura adatta a chiunque non sia troppo influenzabile dagli stati psicologici e ansiosi del protagonista.
Ancora una volta un capolavoro del maestro che sa sempre come superarsi.

Stephen King nasce a Portland nel 1947. Scrittore e sceneggiatore statunitense è uno dei più celebri autori della letteratura horror del XX secolo e nel romanzo gotico.
Inizia la sua carriera di scrittore nel 1974 con Carrie.
A oggi ha pubblicato sessanta opere.
Molte delle sue opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive con registi della portata di Stanley Kubrick, John Carpente, Brian De Palma, David Cronenberg e Frank Darabont.