Posts Tagged ‘Mondadori’

:: Recensione di Il bacio del brigante di Franco Limardi (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 giugno 2013

p015_1_01I fenomeni di brigantaggio, che si diffusero nella Maremma viterbese di fine Ottocento, fanno da sfondo alle vicende narrate nel nuovo romanzo di Franco Limardi, Il bacio del brigante, edito ad aprile da Mondadori nella collana Omnibus.
Forse meno noto del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno d’Italia, che  vide le ex province del Regno delle Due Sicilie quasi al centro di vere sommosse contro il regno sabaudo, (ricordo ancora che una domanda di un mio esame universitario verteva proprio su questo argomento), il brigantaggio nelle campagne del viterbese, amministrate dallo Stato della Chiesa almeno fino al 1870, (esiste proprio un libro quasi dello stesso titolo edito nel 1994 da Scipioni editore e curato da Alfio Cavoli e Romualdo Luzi, in cui viene riproposta la ristampa di un classico del ribellismo tra Toscana e Lazio, di autore anonimo, al quale si può aggiungere Tiburzi. La leggenda della Maremma, e Lo sparviere della Maremma. Storia di Enrico Stoppa, il feroce brigante di Talamone (1834-1863) sempre di Alfio Cavoli, medesimo editore, per chi volesse approfondire l’argomento) si ricollega al tema dibattuto dagli storici sulla differenza tra banditismo come mera attività criminale comune e brigantaggio come fenomeno politico e sociale di ribellione contro un sistema fortemente disequilibrato e ingiusto, che privilegiava i latifondisti a discapito dei contadini, sfruttati e depredati, e vedeva i banditi come veri e propri eroi e difensori di una giustizia più alta contrapposta alla “legge”, strumento di oppressione dei ricchi e dei potenti. Materia per chi vi scrive estremamente interessante, tanto da dedicarci una tesi di laurea. Ma scusate della digressione e torniamo al romanzo.
Il bacio del brigante è essenzialmente un romanzo storico di ampio respiro, quasi un affresco epico di un’epoca relativamente lontana che se vogliamo, come giustamente accenna Giancarlo De Cataldo, ha il sapore del grande western. Osterie caserecce, invece che saloon, carabinieri e soldati regi al posto di sceriffi con la stella d’oro, ruspanti briganti con schioppi e coltellacci dediti alla macchia, invece che ladri di cavalli e assaltatori di treni e diligenze, ma lo spirito di libertà e di velata anarchia risuonano identici per boschi e piccoli paesi. Forse mancano i grandi spazi e le praterie sconfinate dell’America dell’Ottocento, ma abbiamo la Maremma una terra dura, fatta di orizzonti brulli e colline spoglie, una terra infame, buona appena per il grano e per far campare qualche animale come dice il conte Fabio Enrico Sarzani, grande latifondista, personaggio cardine del romanzo ed immagine dell’arroganza dei potenti assieme al delegato di polizia Giovanni Scapigliati.
Latifondisti e  briganti dunque che si fronteggiano, ma anche una caccia serrata tra il piemontese, il maggiore Carlo Alberto Carcano del regio esercito e Michele Pastorelli, il brigante più temuto della Maremma, evaso dal luogo di detenzione, dai lavori forzati in una salina per vendicarsi di coloro che l’avevano tradito e consegnato alla giustizia: Attilio Piconi e il suo padrone il conte Sarzani appunto, con il quale un tempo c’era un patto, un’alleanza. Ma mentre il vecchio brigante è un uomo di parola, che sigla gli accordi con una stetta di mano, il nobile pur di risultare impunito, e di stare al di fuori di ogni processo, è capace di ogni bassezza, di ogni slealtà.
Anche se il più grande tradimento sta forse per essere consumato da chi non ha scelta, da chi si trova a diventare strumento di un ingegnoso, quanto sleale, piano per catturare l’evaso, nel frattempo macchiatosi di nuovi ed efferati crimini che insanguinano la regione. Ma quale è la differenza tra legge e giustizia, quando sono i proprio i detentori dell’ordine i più feroci e spietati? Vale più la lealtà ad un vecchio compagno e amico, quasi un padre o l’amore per la propria famiglia, la propria moglie, i propri figli? Cosa si perde ad accettare un ricatto in cambio della certezza che i propri antichi crimini non troveranno più punizione, e una nuova speranza di vita, lontana dalla miseria e dagli stenti ci attende forse al di là dell’oceano, in America? Ma soprattutto sarà davvero in grado di tradire qualcuno che un tempo credeva nella giustizia dei poveri, qualcuno che una sua etica e una sua coscienza ancora la possiede a dispetto di tutto?
Romanzo di impianto classico, di solida struttura, caratterizzato da una scrittura corposa ed evocativa dal sapore antico, fatta di flashback in cui il passato emerge quasi trasfigurato, accurate descrizioni di ambienti domestici contadini e paesaggi minuziosamente tratteggiati, abiti, mezzi di trasporto, armi, e dialoghi verosimili con modi di dire, inflessioni dialettali e forme di cortesie dell’epoca.

Franco Limardi, nato a Roma nel 1959, laureato in Filosofia, ha svolto lavori diversi e da alcuni anni insegna in un istituto di Viterbo. Esperto di cultura cinematografica e sceneggiatore, autore di testi teatrali, ha pubblicato Anche una sola lacrima (Marsilio 2005), Lungo la stessa strada (Perdisa Pop 2007), I cinquanta nomi del bianco (Marsilio 2009). Nel 1999 ha partecipato al premio Calvino con il suo primo romanzo, L’età dell’acqua (DeriveApprodi 2001), che ha ricevuto una menzione speciale da parte della giuria.

:: Recensione di Il professionista – Missione suicida di Stephen Gunn Segretissimo N°1597 (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2013

missione suicidaTorna in edicola, a marzo, nella più inossidabile tradizione pulp, una nuova avventura di Chance Renard, alias il Professionista, personaggio cult nato dalla prolifica penna di Stephen Gunn, ovvero Stefano Di Marino, re incontrastato dell’action thriller italiano, capace di competere con i più importanti autori internazionali di spionaggio e avventura, mantenendo intatta romanzo dopo romanzo la sua capacità di far vivere ai lettori avventure mozzafiato in paesaggi esotici pieni di fascino e di pericolo. Terminata Operazione Barracuda, con la cattura di Ludovico Misericordia, uscito a novembre, torna in scena Mimy Oshima, che a gennaio con Professionista Story 03, nel classico Appuntamento a Shinjuku, abbiamo avuto modo di conoscere. Chance Renard infatti si trova catapultato nel sud dell’India, in uno sperduto villaggio di montagna in attesa alla stazione proprio di Mimy Oshima, Fiore velenoso, per uno scambio con Ludovico Misericordia. Ma qualcosa non va per il verso giusto, e l’incontro si trasforma in una trappola e in una pioggia di proiettili. Ecco l’inizio al fulmicotone di Missione suicida, che seppure ambientato in uno scenario esotico, rimanda a tante sparatorie tipiche del vecchio west, come non pensare a Sfida all’O.K. Corral o l’arrivo alla stazione di Frank Miller con il treno di mezzogiorno in Mezzogiorno di fuoco o ancora alla suspense psicologica di Quel treno per Yuma. Stefano Di Marino prende a pieni mani dall’immaginario iconico dei migliori western della storia del cinema per dare l’avvio ad un’ avventura in cui troviamo un Chance Renard invecchiato, più malinconico, che si interroga sul senso stesso della sua vita, non il classico eroe senza macchia e senza paura monodimensionale. Ibrido anche il personaggio di Mimy Oshima, ex amante, amica-nemica, dal viso rigido come una maschera del teatro Kabuki, perfetta compagna per questa avventura in cui troveremo un nuovo antagonista, l’Inglese, uomo dell’MI6, 007 con la licenza di uccidere incaricato di eliminare Renard e qui come non pensare ad un altro personaggio simbolo della spy story mondiale, che per motivi di diritti Di Marino non può citare, ma che fa il suo ingresso nell’immaginario comune con esplosiva vivacità. Di Marino gioca con l’immaginario, plasmandolo a sua misura con il chiaro intento di divertire il lettore, in un gioco di rimandi e di citazioni nascoste che faranno la gioia di tutti gli appassionati del genere. Azione, sparatorie, funamboliche digressioni, condite da sprazzi di violenza iperrealistica e nello stesso tempo simbolica, fanno da sfondo ad una storia dal sapore d’Oriente, vagamente salgariana, nella misura in cui l’avventura diventa cuore dell’azione.

Stephen Gunn è lo pseudonimo di Stefano Di Marino, uno dei più prolifici scrittori di spionaggio e avventura italiani degli ultimi decenni. Nato nel 1961, ha viaggiato in Oriente e ancora vi trascorre parte del suo tempo. Oltre alla scrittura si interessa di arti marziali, pugilato, fotografia e cinema, soprattutto quello orientale al quale ha dedicato numerosi saggi. Ha esordito con il suo vero nome pubblicando Per il sangue versato, Sopravvivere alla notte, Lacrime di drago (Mondadori). Ha usato per la prima volta lo pseudonimo Stephen Gunn per firmare i romanzi Pista cieca e L’ombra del corvo (Sperling). Poi, diciassette anni fa, è nata la serie dedicata a Chance Renard, il Professionista. Scrive per siti e riviste di settore. Su Wikipedia, Stefano Di Marino e il Professionista hanno due voci distinte con bibliografia aggiornata e commentata del personaggio. Per saperne di più sull’autore, sul Professionista e sul suo mondo, cercate su Facebook Di Marino Stefano,la fan page di Chance Renard-Il Professionista e il blog hotmag.me/il professionista. 

:: Recensione di Tabula rasa di Danila Comastri Montanari (Mondadori, 2011) a cura di Giulietta Iannone

29 aprile 2012

Uscito lo scorso ottobre Tabula rasa, edito da Mondadori nella collana Omnibus e sedicesimo romanzo di Danila Comastri Montanari con protagonista l’eccentrico senatore e investigatore romano Publio Aurelio Stazio, personaggio che ha raccolto dalla prima uscita Mors tuala simpatia e l’apprezzamento di una nutrita schiera di lettori sia in Italia che all’estero, è un mistery storico ambientato nel I secolo d. C. durante il regno dell’imperatore Claudio che vede questa volta non più Roma ma Alessandria d’Egitto come scenario di una storia ricca di intrighi e complicate cospirazioni. La trama complessa e la grande quantità di personaggi che reggono l’azione rendono la lettura sicuramente impegnativa ma l’humour dell’autrice, che tra ironia e sprazzi di autentica comicità alleggerisce una materia che in mano meno lievi e capaci avrebbe potuto apparire tediosa, sicuramente farà passare ore piacevoli a tutti gli appassionati di storia antica e di delitti. Caratteristica fondamentale dei gialli di Danila Comastri Montanari è l’accuratezza storica e la grande dovizia di particolari intrecciati alla narrazione in modo spiritoso e naturale, che hanno la capacità di arricchire il lettore senza annoiarlo e questo suo talento innato penso sia la cifra distintiva del consenso di pubblico e di critica che è riuscita a raccogliere negli anni. L’imperatore Claudio invia il nostro Aurelio Stazio ad Alessandria d’Egitto per una delicatissima missione segreta al fine di portare la pace tra Roma e i bellicosi Parti. In una pausa del suo complicato lavoro diplomatico il senatore che ha appena ristrutturato un’antica villa sul delta del Nilo, che preferisce alla sfarzosa abitazione che ha ad Alessandria, rinviene il cadavere di una ragazza, unico indizio una fibula che lega la vittima al culto di Bast, la Dea- Gatta. E non sarà l’unica morte misteriosa. Altre morti infatti apparentemente slegate si susseguono, e il dubbio che ci sia un’unica trama legata alla sua missione spinge Aurelio Stazio ad indagare con ancora più impegno del solito. Tra cortigiane e soldati emissari dei Parti, spie e infidi delatori, Aurelio Stazio arriverà a rischiare la vita e il coccodrillo sacro che tiene in giardino, e per cui tutti lo prendevano in giro, avrà un suo ruolo decisamente… provvidenziale.  Che dire di più, buona lettura.

Nata a Bologna nel 1948, laureata in Pedagogia e in Scienze politiche, per due decenni Danila Comastri Montanari ha insegnato e viaggiato ai quattro angoli del mondo. Dal 1990, anno in cui è uscito il suo primo romanzo, Mors Tua, vincitore del premio Tedeschi, si dedica a tempo pieno alla narrativa. Scrive soprattutto gialli storici, tra cui si ricordano La campana dell’arciprete (1996), sullo sfondo delle campagne bolognesi della Restaurazione, e Terrore (2008) dedicato alla Parigi rivoluzionaria del 1793. Ma la sua fama è legata soprattutto al personaggio di Publio Aurelio Stazio, senatore-detective dell’antica Roma protagonista di diciannove gialli di grande successo, tutti con i titoli rigorosamente in latino, tradotti in decine di lingue. A questo genere ha dedicato anche il saggio Giallo antico. Come si scrive un poliziesco storico (2007).

:: Analisi di Il terzo uomo di Graham Greene a cura di Giulietta Iannone

20 dicembre 2011

[avviso spoiler]

Il terzo uomo di Graham Greene, pubblicato nel 1950, è una delle opere considerate minori del grande autore inglese, definite appunto come “divertimenti”.
Non è esattamente un romanzo, più che altro può essere considerato un racconto lungo che nacque non per essere pubblicato, ma per servire da soggetto da cui trarre una sceneggiatura cinematografica per un film di Carol Reed. Pur tuttavia sia per la complessità che per la compiutezza è sicuramente un’opera singolare e interessante non a caso considerata, forse, il suo “romanzo” più famoso.
Come premessa potremo cominciare con identificare tre componenti che si intrecciano dando vita ad una narrazione composita e di “intrattenimento”, come era nell’intenzione dell’autore: la componente più evidente è la struttura poliziesca del racconto, tutta la trama prende infatti la forma di un’ investigazione; secondo elemento è lo stile ironico, e a tratti decisamente divertente; e infine terzo elemento, il più importante a mio avviso, che offre una  struttura solida a tutta la narrazione evitandogli di scivolare nella semplice burla, ovvero il tema centrale che verte sulla trattazione di un argomento delicato come il contrabbando, in tempo di guerra, di medicinali avariati.

IL_TERZO_UOMO

“Non si può mai prevedere la caduta di un colpo. Quando vidi Rollo Martins per la prima volta…”

Il terzo uomo inizia così. La voce narrante è in prima persona; l’aspetto razionale e critico è affidato ad un ufficiale di polizia britannico, Calloway, la cui primaria funzione e sorvegliare e indagare, ovvero reggere l’ordine, in un’ allucinata Vienna distrutta del secondo dopoguerra.
La fredda e burocratica opacità di un’ indagine di routine viene increspata dalla simpatia umana che il poliziotto prova per Rollo Martins, il vero protagonista di tutto questo intricato racconto. Già dalle prime righe capiamo che la storia si regge sul rapporto umano che si instaura tra due uomini completamente diversi che incidentalmente seguono le tracce di un terzo uomo, Harry Lime appunto, spettro sfuggente e simbolo di tutto quanto la guerra porta con sè di spregevole e viscido.
Possiamo definire questo racconto un racconto poliziesco con tutte le precisazioni precedentemente fatte. Ha la struttura narrativa di un’ indagine poliziesca, di una ricerca che solo in apparenza può essere considerata avventurosa o satirica. Sullo sfondo c’è una realtà drammatica e ben poco immaginaria. C’è una città, Vienna, molto simile a qualsiasi città durante la Seconda Guerra Mondiale: bombardata, abbandonata, ridotta ad un cumulo di rovine e macerie, divisa in zone di occupazione militare, in cui la desolazione e la difficoltà di sopravvivere accomunano, in una contraddittoria e fraterna disumanità, tutti i personaggi.
La devastazione non solo materiale della città riflette la vera distruzione operata nelle anime delle ombre che agiscono: agenti più o meno corrotti, pericolosi e spietati approfittatori, vecchi invalidi, spie, sovversivi, ragazze prive di identità e senza passaporto. Il pericolo, lo sbando di queste anime perdute, il disordine, la confusione, la violenza ancora presente come un eco terrificante, tutto questo fa da sfondo alle azioni di un uomo, Rollo Martins,  surrealisticamente irresponsabile, sciocco, sentimentale, romantico, che crede ancora all’amicizia (e di conseguenza nell’amore), allampanato, preoccupato, timoroso, scrittore di mediocri libri di evasione e avventura senza impegno come le sue storie sentimentali che colleziona con incoscienza e ingenuità.
Per semplificare: la trama verte sulla storia di un’ amicizia che lega  due uomini essenzialmente inadatti ad essere amici. Ciò che irrimediabilmente li separa è il loro modo di porsi di fronte al “male” in questo racconto simbolizzato dal traffico illegale di penicillina. Harry Lime trova in esso un conveniente strumento per arricchirsi, e dare così pieno campo all’avidità umana, vero motore di ogni guerra. Rollo Martins in tutta la sua mediocrità e ingenuità, conserva il suo senso morale e la sua capacità di provare empatia, orrore e pietà.
Tutto il racconto è un gioco di specchi, una complicata serie di sdoppiamenti, un lungo labirintico scontro tra il protagonista Rollo Martins e l’antagonista Harry Lime, un lotta impari che porterà all’inevitabile lieto fine, reso però amaro dalla certezza che nessuno, neanche chi si pone dalla parte giusta, è un vincitore fino in fondo.
Greene fu invitato ad ideare una storia che descrivesse la Vienna del secondo dopoguerra senza farne un’ opera di propaganda, conservando oggettività e “realismo” nel senso più vero del termine. Il fatto che sia un periodo di occupazione è sempre ricordato dall’autore, con riflessioni, digressioni, amare descrizioni di cosa significa avere gente armata straniera che circola per le vie di una città devastata in cui regna il caos.
Greene non si permette di fare facile retorica, si limita a descrivere i fatti senza mai evocare con disprezzo il vero nemico sconfitto (i tedeschi), ma semplicemente evocando concretamente i problemi d’ordine, le meschinità personali, la corruzione, la solidarietà quando resta solo il silenzio, più terrificante del rumore dei più violenti bombardamenti, il vuoto, e la malinconia della vita che continua, facendo dei sopravvissuti niente altro che degli spettri.
Le riflessioni che l’autore fa sono di una profondità psicologica e di una lucidità che hanno ben poco a che fare con un semplice “svago” come in apparenza tutto il racconto può sembrare. Il tema sensibile che Greene affronta con apparente leggerezza è così pieno di implicazioni morali ed etiche che non permette ad alcun lettore  di non avvertire la sgradevole consapevolezza che ognuno è tenuto a schierarsi e che molte volte l’irresponsabilità di certe nostre azioni ha conseguenze così devastanti di cui non conosciamo neanche la portata.

vlcsnap616435

Calloway voce narrante, poliziotto britannico,  alter ego dell’autore-osservatore, indaga su un crimine, – sul traffico illecito di penicillina adulterata -, sorveglia, insegue un delinquente, mantiene l’ordine e simboleggia una voce razionale nel caos. Il suo obbiettivo è risolvere un caso, stilare un dossier. Il suo istinto di poliziotto lo porta ad avvertire che c’è qualcosa di anomalo nella scomparsa del suo principale indiziato Harry Lime, e non ostante l’indagine sia formalmente chiusa, con la morte appunto di Lime, continua ad indagare e si mette a seguire Martins, che a sua volta segue le tracce del fantasma Lime, spettro sfuggente che per molta parte del racconto, creduto morto fino al colpo di scena finale, vive solo, come un’ombra riflessa, nei ricordi, nelle osservazioni degli altri personaggi nelle cui vite ha creato più o meno danni.
Anche  Calloway, continua appunto il gioco di specchi, conosce Lime solo per riflesso, attraverso i rapporti dei suoi diversi agenti, e si è fatto un’ idea abbastanza precisa su chi sia questo enigmatico individuo, che sembra irradiare intorno a sè un misterioso potere di devastazione. Per Calloway Martins è il solo collegamento con questo fantasma troppo presente e proprio seguendo i suoi spostamenti per Vienna, inizia a far luce pian piano sul mistero che come una cappa opprimente coinvolge tutti i personaggi.
La consapevolezza che le sue intuizioni sono fondate e i suoi sospetti reali, ovvero che Lime è ancora vivo e la sua morte è solo una manovra di quest’ ultimo per svincolarsi dalle sue responsabilità e come sempre cavarsela,  si concretizzano sempre di più mentre contemporaneamente Rollo Martins arriva a conoscere che persona è in realtà l’ “amico” che ha sempre idealizzato e venerato.
C’è una patetica ostinazione in Martins nel non credere al poliziotto e nel volere a tutti costi dimostrare l’innocenza di Lime, in nome della loro passata amicizia.  Più Martins scopre e accetta cosa Calloway già sa di Lime, più la figura di questo personaggio evanescente e effimero prende forma e si delinea come quella di un essere irrimediabilmente corrotto e privo ormai di ogni traccia di umanità.
Tra i personaggi maledetti della storia della letteratura sicuramente il personaggio di Harry Lime ha un posto difficilmente eguagliabile. Il suo utilizzo degli altri, la sua capacità di manipolare persino coloro che lo amano per i suoi fini, trasmette un cinismo e una freddezza sicuramente esasperata e funzionale a delineare il cattivo di turno, ma inquietante.
La descrizione riflessa di Lime avviene soprattutto per voce di Martins. Lime è un uomo d’azione, agisce per ottenere ciò che vuole a prezzo di qualsiasi sofferenza per gli altri. E’ paziente, razionale, non è il classico delinquente violento e dominato dagli istinti. E’ scaltro, persegue piani precisi che portano al suo arricchimento e alla distruzione degli altri di cui si disinteressa completamente, è privo di alcuna remora morale. E’ furbo, sa come risultare affascinante e simpatico, sa come muoversi nel mondo, sa come sfruttare le debolezze degli altri, e infine vertice della sua perfidia sa farsi amare.

Annex - Valli, Alida (Third Man, The)_02Anna Schmidt è il personaggio femminile principale ed è senz’altro un personaggio che ispira simpatia, un’amica, una giovane attrice, con problemi più grandi di quanto sia capace di gestire e questa sue debolezza ne fanno automaticamente una vittima di Lime, che lei sinceramente ama. Il suo oscuro passato, la necessità di documenti falsi, la sua fragilità ne fanno un personaggio enigmatico e inaccessibile, forse più ancora dello stesso Lime, le cui motivazioni sono fin troppo ovvie e se non addirittura prosaiche.
Anna Schmidt è un personaggio in fuga, una profuga ungherese con passaporto austriaco, abituata ad indossare maschere non solo per la sua professione. Tutti nel racconto improvvisano un’identità fittizia, per difendersi, nascondersi, sopravvivere e così fa Anna, ma in lei, a differenza dei personaggi maschili coinvolti con Lime, non c’è nessuna meschinità, resta in un certo senso “innocente” non ostante la sua vita di espedienti e il suo legame con un delinquente.
Il suo mistero, di cui la sua dolce e delicata sensualità ne accresce il fascino, consiste nella sua capacità di lealtà e di amore. Anna continua ad essere incapace di tradire o fare del male pure a un uomo come Lime. Restando fedele a se stessa acquista, pur nella sua debolezza, una forza epica ben superiore a quella di tutti gli altri personaggi.
La sua non particolare bellezza, la sua aria quotidiana, la sua non particolare bravura come attrice, tutte queste apparenti non-qualità svaniscono di fronte alla sua incrollabile capacità di non lasciarsi corrompere da niente e da nessuno. La sua dignità, il suo ruolo apparentemente defilato, mai invasivo, la sua tristezza, la sua drammatica compostezza bilanciano in un certo senso, in positivo, ciò che in Lime c’è di spregevole, come se Greene avesse voluto mettere in atto una sorta di “giustizia” e di “equilibrio” al fine di conservare una piccola luce di speranza in tutta questa desolazione.

BDDefinition-ThirdMan-k-1080

L’autore nell’introduzione spiega la lunga genesi dei dialoghi e di come presero vita, trasformandosi nella sceneggiatura che porterà al film,  lavorando assieme al futuro regista, diventando veri colloqui che i due improvvisavano per renderli più realistici. Nel racconto sono quindi piuttosto abbozzati e non articolati, comunque rivestono un ruolo sicuramente altrettanto importante della descrizione dell’ambientazione su cui invece più si sofferma.
L’interazione tra i personaggi, ovvero i rapporti che li legano, sono senz’altro determinati dai dialoghi, essenziali in un testo destinato a diventare una sceneggiatura. Il registro linguistico è piuttosto semplice e non formale, teso a sottolineare la difficoltà di comunicazione in una realtà piena di personaggi di nazionalità diversa. L’alternarsi del registro linguistico drammatico e comico crea una singolare sovrapposizione di percezioni che spezza la narrazione e getta inquietudine nel lettore.
I livelli di lettura differenti, non dimentichiamolo che formalmente non è altro che un elegante gioco di specchi con l’obbiettivo principale di divertire e intrattenere, hanno una funzione specifica di risvegliare la coscienza dei lettori su temi scomodi e dolorosi che pur sempre fanno parte della vita si può dire di ogni epoca.
L’effetto comico e farsesco dello scambio di persona, i fraintendimenti, lo svelamento improvviso dei ruoli di personaggi che in un primo tempo apparivano sotto un’altra luce, sono tutti espedienti che l’autore usa per spiazzare il lettore e destare la sua attenzione, provocandolo attraverso l’uso del ridicolo, del patetico, del commovente.
L’uso di personaggi come Crabbin, buffi, patetici, alternati ad altri rozzamente violenti, ci porta a percepire la realtà che l’autore vuole trasmettere come una foresta piena di contraddizioni e imprevisti. Nulla è ciò che sembra e tutto è mutevole e sempre in movimento.  Non c’è spazio per consolanti o rassicuranti bugie per mascherare la verità e mettere tranquilla la nostra coscienza.
La realtà che Greene conosce è terribile e spietata, il più forte vince inevitabilmente il più debole, e a questa regola non c’è scampo. Greene getta dubbi, insinuazioni, che creano allarme e aggiungono un irritante senso di mistero dando la claustrofobica sensazione che il protagonista Rollo Martins stia cadendo in una trappola tesagli soprattutto a causa della sua curiosità.
Le contrastanti versioni sulla morte di Lime, le discrepanze, le mezze verità, le autentiche menzogne e i depistaggi portano Martins su false piste, e nel frattempo la  fitta rete che inizia ad avvilupparlo si infittisce di maglie sempre più resistenti e solo il sorvegliante Calloway, che in un certo senso veglia sulla sua sicurezza, impedisce che questo si trasformi in tragedia. L’ordine viene ristabilito, il colpevole punito, ma l’amarezza per un’amicizia  mancata e tradita, persiste e non consola del tutto.

Temi principali:

Lo spettro della guerra, simbolizzato dal silenzio e dalla neve, fredda e incolore come la morte, è un tema sempre presente sullo sfondo e rende tutto più amaro e più tragico anche se materialmente la guerra è finita e restano solo macerie. La rovina materiale riflesso della rovina morale dei personaggi perdenti, tristi, devastati dal male e a dispetto di tutto vivi.

La solitudine è un altro tema trattato con realismo ed estrema sensibilità e sempre accompagna lo sbandamento e la desolazione dei personaggi. Il senso di alienazione, estraneità, smarrimento, (non c’è nessuno ad aspettare Martins in albergo).

L’amicizia infine è sicuramente il tema centrale del racconto. Un appuntamento mancato, un lungo addio tra due amici che non ostante siano su due posizioni diametralmente opposte sentono perdurare inaspettatamente il vincolo d’amicizia. L’unica emozione umana che Lime sembra avere conservato è appunto la consapevolezza che l’amicizia è un valore e nell’ inseguimento finale nelle fognature di Vienna, quando sa di essere irrimediabilmente perduto,  e che per lui non c’è salvezza, un senso di rimpianto, stempera il suo cinismo, pur naturalmente non dando spazio a niente altro che a questo e non trasformandolo in pentimento.
Lime non si pente del male fatto, delle centinaia di vittime dei suoi traffici, del dolore recato a Martins o alla ragazza, che amandolo rendono la sua indifferenza ancora più odiosa,  si pente unicamente  di non essere stato abbastanza scaltro e cinico da  cavarsela anche questa volta e nelle sue ultime parole prima di morire, ucciso da Martins, afferma proprio questa sua sconfitta con parole ironicamente derisorie.

L’avidità: questo tema è sicuramente oggetto di numerose riflessioni di Greene. Nella sua valutazione dei fatti e delle circostanze, vede sempre l’avidità a margine dei peggiori comportamenti umani. La corruzione che l’avidità porta con sè lo porta ad aumentare la sua pessimistica analisi dei fatti. L’avidità porta con sè le peggiori rovine perché non ha limite, è un meccanismo spietato che avvolge e avvelena tutto. L’autore sente una istintiva ripugnanza per questo “crimine”  ed enfatizzando i lati negativi della figura dell’ approfittatore Lime cerca di trasmettere al lettore tutto l’orrore e il  disgusto che l’avidità, di cui ha visto di persona le nefaste conseguenze,  gli provoca.

L’amore. In questo clima decisamente angosciante e opprimente, l’autore delinea una delicata storia d’amore tra la ex-ragazza di Lime e Rollo Martins. L’amore che lega questi due personaggi ha un po’ il tono della solidarietà tra naufraghi, ma non ostante tutti i suoi difetti e le sue manchevolezze è la sola realtà che sopravvive e getta una luce di speranza sul futuro. L’autore non ostante il suo estremo pessimismo conserva ferma la fede nel potere salvifico di questo sentimento anche quando apparenterete tutto intorno è perduto.

:: Recensione di Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà di Claudia Salvatori a cura di Giulietta Iannone

15 Maggio 2011

Il sole invincibile Eliogabalo

Vario Avito Bassiano è solo un bambino di tre anni, vivacissimo, intelligente, circondato da nutrici e dalle sue “quattro” madri Giulie, quando guarda ardere uno schiavo cristiano che per protesta, per testimoniare la sua fede, si dà fuoco proprio davanti a lui e come una statua di cera sorride tra le fiamme. Vario senza provare orrore lo fissa affascinato, incantato e già nel suo sguardo c’è una luce, una forza che caratterizzerà la sua breve vita. Eliogabalo, gran sacerdote del Sole invincibile è destinato a diventare imperatore di Roma, è destinato a cambiare la storia con la forza del suo sogno, della sua unicità. Nello splendore di un impero destinato a un inevitabile declino la sua luce spende forse più delle altre e giunge fino a noi incorrotta grazie a questo bellissimo libro di Claudia Salvatori che sfata molte calunnie riabilitando un personaggio per lo più diffamato e come dice la stessa autrice “scoperto soltanto all’inizio del secolo scorso, dal professore di Oxford John Stuart Hay e da Antonin Artaud”. Un ragazzo in fondo, ma di una bellezza regale, i cui occhi erano rimasti grandi e malinconici, ardenti di fuoco verde, il naso dritto, il viso ovale, le labbra piene ben disegnate, le spalle larghe e i fianchi stretti, gli arti lunghi sviluppati dalla danza che gli donavano un’eleganza ultraterrena. Ottavo romanzo della grande saga dedicata da Mondadori alla storia di Roma dalla fondazione alla caduta dell’Impero e curata da Valerio Massimo Manfredi, uno dei maggiori scrittori di romanzi storici, Il sole invincibile Eliogabalo, il regno della libertà è un romanzo coraggioso in parte visionario come lo stesso protagonista, un ritratto maestoso e nello stesso tempo doloroso di una società multietinica e crudele dove le maldicenze, le false accuse, le diffamazioni sono un’arma tanto affilata quanto le spade e i pugnali. Eliogabalo colpito dalla damnatio memoriae condanna che comportava la cancellazione del nome nelle iscrizioni di tutti i monumenti pubblici, l’abbattimento di statue e monumenti onorari e lo sfregio dei ritratti presenti sulle monete, divenuto imperatore a soli quattordici anni, resta un sovrano orientale le cui esuberanze anche sessuali vanno ricollegate al suo senso del divino e l’essere uomo e nello stesso tempo donna va collegato al culto che  univa “Il sole e la Luna” facce di una stessa medaglia. La sua fine tragica non può che essere il conseguente epilogo di un uomo forse profondamente incompreso, in un certo senso moderno per sensibilità e apertura mentale, raffinato, idealista, vittima di un’utopia prima che di se stesso. Claudia Salvatori con grande sensibilità ne tratteggia la figura, e lo rende vivo sotto i nostri occhi, ne amplifica i pregi e non tace i limiti o i punti deboli e ci porta a conoscere un uomo il cui più grande difetto forse fu quello di amare oltre le convenzioni dell’epoca, aldilà dello stesso buon senso. Eccezionali anche le donne che l’hanno circondato innanzitutto le quattro Giulie, la nonna Giulia Mesa, la prozia Giulia Domna, la madre Giulia Soemia, la zia Giulia Mamea, artefici della sua grandezza e nello stesso tempo della sua rovina.

Claudia Salvatori, (Genova, 1954) si è laureata con una tesi su santa Caterina da Siena. La sua attività comprende diversi generi letterari e forme espressive: romanzi, sceneggiature per i fumetti e il cinema, racconti per numerose antologie e riviste. Con Più tardi da Amelia ha vinto il premio Tedeschi 1985. Ha pubblicato i romanzi Schiavo e padrona (1996) (da cui è stato tratto il film Amorestremo), Superman non muore mai (1997), La canzone di Iolanda (1998), il thriller storico Sublime anima di donna (2000) che le è valso il premio Scerbanenco nel 2001, Nessuno piange per il diavolo, La donna senza testa e Il sorriso di Anthony Perkins – quest’ultimo per Mondadori. Da sempre appassionata di storia antica e medioevale, ha pubblicato per Mondadori la biografia Ildegarda, badessa, visionaria, esorcista (2004).