Posts Tagged ‘Giulietta Iannone’

:: Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare a cura di Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero (Guerini e Associati 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2024

Il rapido, e per alcuni versi inaspettato, emergere della Cina come potenza globale, in un contesto internazionale sempre più interconnesso e gravato da problemi che necessinano di risposte anch’esse globali e condivise, ha cambiato, forse per sempre se vogliamo, gli equilibri economici e geopolitici favorendo per timore della sua complessità logiche che evidenziano il conflitto come “scontro di civiltà”, “trappola di Tucidide”, “Nuova guerra fredda” tutti termini che identificano una narrazione non priva di rischi e di criticità. Se le scelte vengono fatte non solo in base a calcoli esclusivamente politici, economici e militari, – come ben evidenziano nell’introduzione Agostino Giovagnoli e Elisa Giunipero curatori della raccolta-, ma appunto anche tramite le grandi narrazioni attraverso cui le relazioni tra Occidente e Cina vengono rappresentate, è più che evidente che la logica del conflitto non è una buona strategia per decodificare la realtà e ipotizzare la risoluzione dei problemi. Per ovviare a questo rischio, dalle proporzioni e conseguenze drammatiche e incalcolabili, e dimostrare che un approccio differente esiste, nasce questo libro Cina, Europa, Stati Uniti. Dalla Guerra fredda a un mondo multipolare, raccolta di saggi di autori sia occidentali che cinesi, fondamentale per iniziare a capire un mondo in rapida evoluzione in cui i centri di potere saranno frammentati e polarizzati e in cui Cina, Europa e Stati Uniti dovranno imparare a cooperare per affrontare le sfide che ci attendono. Nella prima parte i fatti vengono analizzati da un punto di vista storico, dalla genesi della guerra fredda, per passare alle relazioni della Cina con l’Occidente tra il 1949 e il 1978, e all’apertura al mondo esterno dal 1978 al 1989, fino alla caduta del Muro di Berlino che se vogliamo ha costituito uno spartiacque le cui conseguenze ancora influiscono sulla storia globale. La seconda parte, più articolata, contiene saggi che ci parlano del presente e delle sue sfide contingenti ad iniziare dal saggio di uno dei due curatori “Il conflitto delle narrazioni”, la cui importanza è evidenziata nell’introduzione. I temi trattati vanno poi dalle relazioni culturali e scientifiche, alla transizione ecologica, alla sinizzazione dell’industria digitale. Di importanza fondamentale poi il saggio dedicato a Taiwan di Lorenzo Lamperti, il possibile casus belli che grava su tutto lo scenario. Non da meno il saggio di Huang Jing che analizza la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sulle relazioni internazionali dal punto di vista cinese. Abbiamo evidenziato la pericolosità di adottare una narrazione caratterizzata dalla logica del conflitto, ben due saggi del libro presentano alternative in cui è presente la possibilità di evitare lo scontro tra Occidente e Cina, sia dal punto di vista dell’Europa, e da quello della Chiesa cattolica, seguendo la strada del diaologo inaugurata dal Papa e dalla Santa Sede. Un dialogo necessita che dall’altra parte ci sia un interlocutore con cui confrontarsi senza minimizzare le difficoltà e le differenze di approcci e punti di vista. Per dimostrare coi fatti che questi interlocutori esistono anche dalla sponda cinese, il saggio si chiude con un’ interessante intervista al professor Ge Zhaoguang, una delle voci più autorevoli tra gli storici cinesi, dimostrazione pratica che anche in Cina ci sono seri tentativi di affrontare il discorso esulando da tesi puramente propagandistiche ma avviando un serio confronto tra il proprio punto di vista e altri punti di vista, sulla base di modelli e strumenti di una global history condivisa dalla comunità scientifica internazionale. Le difficoltà non sono ignorate e nè minimizzate, il forte antagonismo tra Cina e Stati Uniti esiste, e anche in Cina sono numerosi i pregiudizi e gli stereotipi che impediscono di comprendere il mondo occidentale. Tuttavia la strada della cooperazione resta l’unica percorribile perchè nessuno neanche una superpotenza può pensare al giorno d’oggi di affrontare da sola sfide globali come il cambiamento climatico o la trasformazione energetica. E di qui l’importanza di ridefinire un nuovo ordine internazionale che sia il più stabile e pacifico possibile.

Agostino Giovagnoli è docente di Storia della storiografia contemporanea all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per le edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Pacem in terris. Tra azione diplomatica e guerra globale (2003), Un ponte sull’Atlantico. L’alleanza occidentale 1949-1999 (2004, con Luciano Tosi), Il mondo visto dall’Italia (2004, con Giorgio Del Zanna), La Chiesa e le culture. Missioni cattoliche e «scontro di civiltà» (2005), Paolo VI. Il Vangelo nel mondo contemporaneo (2018, con Giorgio Del Zanna).

Elisa Giunipero è docente di Storia della Cina moderna e contemporanea e direttrice dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Per edizioni Guerini e Associati ha curato i volumi: Un cristiano alla corte dei Ming. Xu Guangqi e il dialogo interculturale tra Cina e Occidente (2013), Cina e World History. Materiali didattici per lo studio della Cina nel contesto globale (2017), Uomini e religioni. Sulla via della seta (2018), Xu Guangqi e gli studi celesti. Dialogo di un letterato cristiano dell’epoca Ming con la scienza occidentale (2020).

:: Siamo sempre una famiglia? Separati, coppie di fatto, nuclei allargati: le nuove prospettive di Simone Bruno (Edizioni San Paolo 2023) a cura di Giulietta Iannone

23 marzo 2024

Anche all’interno di una istituzione secolare molto formale come la Chiesa Cattolica il concetto di famiglia ha subito un’evoluzione. Se da un lato persiste la difesa della cosidetta famiglia tradizionale: due sposi, un uomo e una donna, e i loro figli, ci si è accorti che nuove sfide sono sorte per la Chiesa e per la società che vanno riconsiderate come le libere unioni, le famiglie ricostituite e le unioni tra persone dello stesso sesso. Don Simone Bruno nel suo libro Siamo sempre una famiglia? ci parla di queste sfide e inizia con il definire il concetto stesso di famiglia, per poi evidenziarne le sue vulnerabilità. La famiglia è davvero in crisi nel mondo contemporaneo? caratterizzato da criticità di ogni genere, dall’insicurezza lavorativa, alla difficoltà di incarnare ruoli che nel passato erano molto più definiti. Il libro procede per domande e per risposte e ci illustra una realtà in evoluzione da analizzare con sensibilità, tenerezza e affetto. L’uomo resta un essere sociale e le relazioni umane incidono profondamente sull’io personale e sulla ricerca condivisa della felicità. Tutti ambiscono a relazioni stabili, fedeli, e durature che permettano di crescere e maturare e affermare il proprio io in relazione a un noi di coppia, o di relazione padre/madre e figli, o fratelli e sorelle. L’aspirazione genitoriale resta un’esigenza primaria poi che si riflette in un mondo in evoluzione dove cambiando i capisaldi e i presupposti e cambiano anche le modalità di comportamento.

Simone Bruno, sacerdote della società San Paolo, è PhD in Psicologia della comunicazione presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari. Ha insegnato “Psicologia dello Sviluppo” presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bari, dove ha svolto attività di ricerca sui legami di attaccamento madre-bambino. È co-autore di diverse pubblicazioni riguardanti i legami affettivi genitori-figli e lo sviluppo del bambino. È Direttore editoriale delle Edizioni San Paolo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Affiancare le famiglie fragili (Edizioni San Paolo, 2015), La reciprocità uomo-donna (TAU Editrice, 2017) e Siamo sempre una famiglia (Edizioni San Paolo, 2024).

:: Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale di Giacomo Gabellini LAD Gruppo editoriale 2023 a cura di Giulietta Iannone

21 marzo 2024

Proprio quando l’Europa sta affrontando la più grave crisi dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi con tutte le incognite legate alla difficile composizione del conflitto tra Russia e Ucraina, che ormai si trascina da due lunghi anni e che da un momento all’altro può deflagrare in una imprevedibile escalation dalle conseguenze irreparabili, lasciamo per un attimo l’Europa, che a torto o a ragione non è il centro del mondo, per spostarci nell’Indo- Pacifico e analizzare forse il nuovo punto caldo del pianeta dove si giocheranno nei prossimi anni gli equilibri geostrategici mondiali. Parlo dell’isola di Taiwan con la sua capitale Taipei, isola posizionata a sole tre miglia nautiche dalla costa cinese, proprio di fronte al porto di Xiamen, nella provincia del Fujian e roccafòrte militare statunitense e baluardo della Cina non comunista. Dunque un’isola sentinella, con molte similitudini con la Cuba, a parti invertite, degli anni ’60. La Repubblica Popolare cinese non nasconde la sua volontà di riannetterla pacificamente al territorio cinese (come in tempi recenti è accaduto per Hong Kong e Macao) in conformità alla formula teorizzata da Deng Xiaoping di “un Paese, due sistemi”, gli Stati Uniti dal canto loro sono pronti a tutto per mantenerla come punto di appoggio per il controllo del Pacifico. Per cui è sicuramente di estremo interesse la lettura di Taiwan – L’isola nello scacchiere asiatico e mondiale dell’analista indipendente Giacomo Gabellini che con i suoi soliti acume e libertà di pensiero parte dall’analisi storica delle vicende che toccarono Taiwan per giungere, intrecciando i dati economici, politici e militari, a conclusioni personali e non prive di coerenza e originalità. I rapporti tra Washington e Pechino sono messi a fuoco e analizzati nel dettaglio, interessanti le pagine dedicate a Nixon e Kissinger e alla “diplomazia triangolare” culminata con la storica visita ufficiale a Pechino del presidente americano Nixon del febbraio del 1972 che diede l’avvio al riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese come stato sovrano e alla sua inclusione nelle Nazioni Unite (a scapito di Taiwan). Per la Cina Taiwan resta un affare interno cinese e tollera con molto fastidio le interferenze americane che si frappongono a questo, dai cinesi considerato inevitabile, ricongiungimento. Taiwan non ha solo una collocazione geostrategica unica, tanto da essere una vistosa spina nel fianco del colosso cinese, ma è di per sé una piccola potenza economica con centri all’avanguardia (soprattutto nel campo informatico) e capacità tecniche e scientifiche di prim’ordine. Stratega dell’avvicinamento se non dell’alleanza tra Stati Uniti e Repubblica Popolare cinese fu senz’altro Kissinger, abile tessitore di rapporti diplomatici, che comunque lasciò una porticina aperta con Taiwan negli accordi autorizzando il suo governo a rifornire l’isola di sistemi d’arma difensivi per pararsi le spalle da eventuali ripensamenti e gettando quel germe di incertezza che tuttora persiste e che il prof. Li Peng nella sua postfazione non esita a definire vera e propria interferenza statunitense negli affari interni cinesi stigmatizzando il suo ruolo attivo nell’ostacolare la riunificazione dell’isola con la Cina continentale. Il sostegno a Taiwan da parte degli Stati Uniti comunque non venne mai a mancare basti pensare che tra il 1950 e il 1962 gli Stati Uniti erogarono all’isola ben 4 miliardi di dollari di cui 1,5 destinati all’industrializzazione e 2,5 al rafforzamento dell’apparato militare. C’è da dire che ai vari richiami della Cina continentale a ricongiungersi con Pechino con tutte le concessioni del caso, Taipei ha sempre rispedito al mittente le proposte puntando al conseguimento di un’indipendenza anche formale da ottenere mediante l’istituzione di un nuovo Stato opportunamente “de-sinizzato”. Che non esistano rapporti di collaborazione tra Pechino e Taipei comunque non è esatto, basti pensare che le sinergie generate dalla complementarietà tra le strutture produttive taiwanesi e cinesi rendono in una prospettiva anche futura un apporto economico di tale entità che rende Taiwan irrinunciabile per la Cina continentale. Si arriverà mai a uno scontro diretto per il possesso dell’isola? Dio non voglia, un’invasione militare di Taiwan da parte cinese, seppur seguita anche a obiettive provocazioni statunitensi, segnerebbe una via di non ritorno con ripercussioni catastrofiche. Per ora il Dragone attende il momento opportuno per fare le sue mosse, sempre preferendo una via pacifica tra negoziati e sostegno popolare. Per ora la popolazione di Taiwan non sembra volerne sapere di un ricongiungimento con Pechino, ma le condizioni potrebbero cambiare, le alleanze rinsaldarsi e Washington accetterebbe di perdere Taiwan? Staremo a vedere nei giochi delle sfere di influenza che si verranno a creare nel Pacifico e avranno ripercussioni sul mondo intero. Insomma l’affare Taiwan non è così marginale come può sembrare, ma è al contrario da monitorare attentamente calibrando sviluppi e opportunità. Gabellini con il suo documentato saggio (ricca e aggiornata la bibliografia) getta una luce nella comprensione di queste dinamiche e lo fa con successo tanto da essere apprezzato e guadagnarsi la stima di un esperto dell’Istituto di ricerca di Taiwan dell’Università di Xiamen come il prof Li Peng che lo invita addirittura nella sua Università per confrontarsi con gli studiosi cinesi della maggiore e più nota istituzione accademica di ricerca su Taiwan tra le università cinesi.

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

:: Un’intervista con Luigi Bonanate a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2024

L’uomo ha messo piede sulla Luna, ha scoperto la penicillina, ha inserito microchip nel cervello, ha creato l’Intelligenza Artificiale ma non è ancora riuscito a scoprire un modo per evitare la guerra. C’è andato vicino dopo la Caduta del Muro di Berlino ma è stata si può dire un’illusione, la fine della storia, con i suoi vecchi strumenti di governance, auspicata da Fukuyama non c’è stata, tanto meno la pax democratica. Come si spiega che esseri civilizzati e progrediti utilizzino ancora la guerra, come nell’antichità, come strumento di risoluzione delle controversie internazionali? Lei a questa domanda, in modo sintetico, che risposta si è dato?

Le guerre ci sono perché sono l’unico sistema, riconosciuto nei secoli e accettato da moralisti e da giuristi, per risolvere ciò che appare irresolubile, e che soltanto un certo strumento – tale è la guerra– ha la capacità di sciogliere. Verosimilmente si tratta anche di una modalità che promette di arrivare a una conclusione in modo più rapido: è ingenuo crederlo, ma tutti gli stati che si accingono a una guerra sono convinti che, tanto, la vinceranno. A parte che le cose vadano sovente in modo diverso, il grande errore che si compie avvicinandosi al “mistero” della guerra è di considerarla in se stessa, in quanto tale, come se fosse racchiusa in una trappola infinita e inarrestabile nel tempo. Ma le guerre non soltanto non scoppiano per caso, ma non nascono mai in un limbo nel quale sono tutte uguali, ma in un quadro politico-internazionale che le sostanzia. Si tratterà di conquiste territoriali o di ricerca di risorse naturali o di beni preziosi, eccetera. A Roma i inventò persino una guerra per la conquista delle donne. Desideri e passioni, preferenze e antipatie appartengono a tutti, così come tutti siamo capaci di usare violenza nei confronti deli altri, ma anche di sviluppare forme di coesistenza, di comprensione o di sopportazione.

In altri termini, siamo tutti capaci di fare del bene come il male. A decidere da quale parte penderà la nostra azione ( e/o quella dei governanti di tutti gli stati del mondo) sarà la cultura che ci siamo fatta, che non è altro che la formazione che abbiamo avuto, non uno per uno, ma tutti insieme, a partire dai pochi ma irrinunciabili principi generali che guideranno tutti noi a prendere decisioni di ordine collettivo e di valore universale.

Nel suo ultimo libro La guerra e il mondo, Carocci editore, sostiene che la guerra è un atto politico, decisa dalla politica, anzi più drammaticamente un fallimento della lotta politica. Ho trovato questa intuizione il fulcro del suo libro davvero illuminante. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, finita non dimentichiamo con due bombe atomiche sganciate sul Giappone, il desiderio, anzi la necessità di inventare strumenti atti al mantenimento della pace si è fatto impellente. L’ONU nelle piè aspirazioni di statisti e governanti avrebbe dovuto incarnare questo strumento. Perchè invece non c’è ancora riuscito? Pensa che in futuro riuscirà a essere un “governo” super partes con l’obbiettivo reale di mantenere la sicurezza mondiale? Pensa che raggiungeremo mai a questo stato di civiltà, senza scadere nell’autoritarismo e nella dittatura planetaria? Cosa ci si oppone?

Figli di Cicerone come siamo, pensiamo che quando una guerra scoppia il diritto universale debba tacere («inter arma silent leges»); ma poi, nipotini di Clausewitz, abbiamo ritenuto che la guerra non sia altro che la continuazione della politica con altri mezzi. In entrambi i casi, la politica non compare in gioco. E’ di fronte a questa tradizione che il ragionamento va ribaltato: la guerra che fa politica non è altro che lo strumento per la sua affermazione. Le guerre distinguono e separano vincitori da vinti, e trovarsi dall’una o dall’altra parte è un dato politico ben più che strategico. Gli stessi – pochi – successi dello spirito di pace che nei secoli si sono affermati e che più recentemente sono riusciti a dare vita a grandi istituzioni giuridiche pacifiche, sono derivati da azioni di carattere politico – ricerca dell’eguaglianza, giustizia, democratizzazione dei rapporti, prevenzione dei conflitti internazionali – che hanno trovato la loro via in termini di dibattiti e compromessi – sempre politica è! Ovvero, la pace non è impossibile ma dipende da una politica di pace. Nulla è necessitato in questo ambito, tutto è possibile. Ogni svolta discende dalla nostra capacità di fare buona politica.

Un’altra intuizione contenuta nel suo libro è il fatto che la guerra non è mai un atto irrazionale, un atto di follia. Anzi al contrario chi la dichiara ha sempre degli obbiettivi concreti da raggiungere e l’uso spregiudicato delle armi, sempre più tecnologiche, è sempre funzionale a degli obbiettivi strategici da perseguire con l’ottenimento della vittoria e dell’imposizione allo sconfitto delle proprie condizioni. Il sacrificio di vite umane, la sofferenza dei civili inermi, non addestrati a uccidere come i militari, è posto come inevitabile e forse spietatamente giudicato irrilevante contrapposto al nuovo sistema di cose che si verrebbe poi a creare terminata la guerra. Ci sono scienze che studiano la guerra, le scienze strategiche, e la salute mentale dei militari e dei governanti è monitorata continuamente. Dunque la guerra è frutto solo di pragmatismo e calcolo?

Mettiamo da parte, innanzi tutto, il vecchio pregiudizio secondo cui la semplice esistenza di armi e lo sviluppo di nuovi armamenti (dalle mascelle dei bisonti nella preistoria alle bombe termonucleari) abbiano qualche influenza sulla guerra: sono strumenti di vittoria e – quando non usate – paradossalmente diventano ben più che strumenti di difesa perché svolgono funzioni fondamentali di minaccia e di dissuasione. Per essere chiari, non è detto che se non si producessero più armi non si farebbero più guerre. E poi: se la guerra è (anche) politica, ovviamente sarà anche razionale: nessuno ha mai intrapreso una guerra senza buone speranze di vincerla. La guerra è una forma di estremismo: per evitare la sconfitta qualsiasi governante butterà in campo tutte le risorse di cui dispone, anche a costo di sacrificare vite umane e di causare – come sempre succede, in tutte le guerre – danni collaterali: bombardamenti su edifici civili, stermini etnici, anziani donne bambini brutalizzati, villaggi o risorse date alle fiamme (i cosiddetti danni collaterali)… In tutte le guerre della storia, antiche o recenti, ci sono stati, stupri, maltrattamenti, violenze di ogni genere. Il sacrificio di vittime umane non combattenti e non belligeranti è uno degli aspetti oggettivi dell’azione bellica. Non si può continuare a nobilitare la guerra nei suoi eroismi, nelle grandi battaglie, eccetera, perché essa è invece – e lo sappiamo bene tutti – la macchina della distruzione e della devastazione. Che la si possa considerare giusta o ingiusta è poi tutt’un’altra questione.

Due anni fa è scoppiata in modo conclamato la guerra tra due stati la Russia di Putin e la Ucraina di Zelensky, guerra che si trascinava a bassa intensità da diversi anni. Senza volere analizzare nello specifico il conflitto e le sue cause, anche remote, possiamo dire che la Russia ha visto minacciati i suoi confini e gli interessi delle popolazioni di lingua e cultura russa presenti sul territorio ucraino e ha letteralmente invaso quel paese per annettersi con la forza quei territori. L’Occidente non è stato a guardare e pur se l’Ucraina non faceva parte della NATO è intervenuta sostenendo economicamente e militarmente il paese invaso, senza dichiarare mai guerra formale allo stato russo. Insomma è una guerra combattuta per interposta persona. Sintetizzo in modo molto grossolano naturalmente, ma per chiederle una cosa molto semplice: dopo questa guerra il baricentro degli equilibri internazionali si è spostato definitivamente sempre più a Est? Putin con il suo solito pragmatismo camaleontico, sarà la Storia a giudicarlo, ha deciso di porsi con l’Oriente e la Cina, dimenticando le radici occidentali del paese sconfinato che governa. E’ corretta questa analisi? E’ un errore strategico secondo lei, a prescindere dalla considerazioni morali ed etiche?

La crisi nella quale ci dibattiamo oggigiorno era iniziata all’inizio del 2014, senza che nessun grande stato del mondo se ne fosse preoccupato. Di lì è discesa la nuova guerra del 2022, i cui danni sono immensi, non solo per quel che sta succedendo sul piano militare ma anche per il potenziale di trasformazione della politica internazionale del futuro che sprigiona. E dire che, nel caso specifico, l’ascesa al potere di Putin fin dall’inizio del nuovo millennio era stata osservata nel mondo come un qualche cosa di marginale e privo di pericolosità: la grande politica internazionale si stava occupando di ben altro, lasciava fare a personaggi che vanno da Putin a Kim Jong-un… e tanti altri., ritenuti insignificanti. L’Occidente si era richiuso nella torre d’avorio che si erano costruita, dopo la vittoria contro il comunismo internazionale, e che doveva garantirgli pace e democrazia. Ma come tutti i fiori delicati, se non li concimi, non li bagni e li trascuri, la democrazia incominciò a invecchiare e invece di crescere impallidisce e si avvizzisce tanto da renderci tutti indifferenti. E se qualche stato non voleva la democrazia, beh, in fondo, l’importante era che i nostri affari (rectius, la finanza capitalistica internazionale) continuassero a svilupparsi.

Il mondo del dopo-guerra fredda si è addormentato, ma il suo risveglio è stato tutt’altro che sereno e compiaciuto. Una specie di ritorno al passato scorre davanti ai nostri occhi, come un film.

E la guerra di Gaza indebolirà Israele? In che posizione si pone nel contesto internazionale e nell’evoluzione del processo di pace in Medio Oriente?

Due grandi guerre, almeno, ci hanno fatto facendo sentire le le trombe di battaglia. Non che fossero sole, Ucraina e Gaza, ma sconvolsero le abitudini acquisite, e ora assurgono a funzioni simboliche. Si pensava che la Russia sarebbe crollata sotto la sua stessa arretratezza – ma così non è stato. Si poteva ritenere che – seppure con alcuni gravissimi difetti – lo Stato di Israele sarebbe riuscito a contenere le proteste palestinesi – ma così non è stato.

Queste due drammatiche storie sono in un certo senso “inutili”, nelle dimensioni assunte, e restano comunque come la dimostrazione che le illusioni devono cadere, e che il mondo – per dirla alla buona e sinteticamente – ha bisogno di una grande rinascita culturale, rivolta alla spiegazione di come funzioni il mondo e di come lo si potrebbe rimettere in sesto (ma questi sono problemi troppo ampi per essere discussi alla breve). Il mio ultimo libro, Guerra e mondo, avrebbe o ha lo scopo di riscoprire le fondamenta della nostra compresenza in un solo e stesso mondo che non richiede necessariamente morte e violenza. Suggerirei che un buon punto di partenza sarebbe la denuncia dell’ignavia del mondo ricco, democratico e pacifico che aveva considerato i due casi – Ucraina, Gaza – come largamente insignificanti, di quelli che finiscono per aggiustarsi d soli…

La morte di Aleksej Anatol’evič Naval’nyj ha creato molta sensazione in Occidente, incarnava l’ideale di una Russia nuova, democratica, giovane, tesa a mantenere rapporti pacifici con l’Occidente. A prescindere da un giudizio politico della figura, forse anche marginale, di Naval’nyj accusato dai suoi detrattori di essere xenofobo, militarista e con tendenze neonaziste, lei che idea si è fatto di questo giovane uomo sicuramente coraggioso e idealista che ha pagato con la vita, ricordiamolo aveva solo 47 anni, il suo impegno politico? Avrebbe potuto rappresentare davvero una figura carismatica incarnante il futuro delle nuove generazioni della Russia? La sua morte cosa porterà a livello di immagine nei confronti di Putin? Alimenterà in Russia il dissenso, in prospettiva delle elezioni di marzo?

A Naval’nyj è successa la stessa cosa che era già successa non soltanto nella storia universale ma anche più specificamente nella Federazione Russa: Putin ha operato allo stesso modo in molti altri casi, che non suscitarono più che le solite proteste dei benpensanti occidentali, che andarono poi a sgonfiarsi con il passar del tempo.

Ma la vicenda umana di Naval’nyj è stupefacente se non addirittura incomprensibile: il suo ritorno in Russia dopo che era stato perseguitato dalla polizia segreta russa ha dell’inspiegabile. Come poté non capirlo e prevederlo? Evidentemente, però, Naval’nyj era consapevole dei rischi che correva. Possiamo dire che il suo comportamento sia stato eroico e ammirabile; ma nello stesso tempo dovremo ammettere – e l’avrebbe dovuto fare anche Naval’nyj – che il suo gesto non poteva appoggiarsi su un movimento di ribellione capace di paralizzare Putin o addirittura di cacciarlo dal potere.

Che tutto ciò sia successo non fa che aggiungere un po’ di preoccupazione per il futuro delle vicende umane, strette come paiono essere tra indifferenza e crudeltà. Non una bella notizia…

Grazie della sua disponibilità e come ultima domanda le chiederei se sta lavorando a nuovi testi o La guerra e il mondo è il suo ultimo libro. Grazie.

Spero di riuscire ancora a lavorare, anche se alla mia età tutto diventa più incerto, insicuro e complicato. Di più non so dire, anche se conosco i miei desideri e le mie intenzioni.

Torino 12 marzo 2024

:: Un’intervista con Dott. Tiziano Ciocchetti, analista militare indipendente a cura Giulietta Iannone

11 marzo 2024

Dopo due dolorosi anni di guerra lo scontro tra Russia e Ucraina sta volgendo inevitabilmente al termine.
Anche al Pentagono sanno che le perdite ucraine, nonostante il grande impegno nella loro guerra di liberazione, sono ingenti e gli aiuti internazionali iniziano a declinare. Dove si è spostato il fronte?
In che tempi stima la risoluzione del conflitto?

Attualmente, i due contendenti, si fronteggiano lungo una linea che va da sud, Odessa, fino a nord, poco distante dalla città di Belgorod. Dopo l’esaurirsi della controffensiva ucraina dello scorso maggio, l’iniziativa è in mano ai russi che stanno utilizzando le riserve.

Errori tattici sono stati commessi da entrambi gli schieramenti, quali sono i più significativi dell’esercito ucraino e di quello russo? L’esercito russo comunque avendo i canali di approvvigionamento dietro al fronte partiva inevitabilmente avvantaggiato, sicuramente questo ha contribuito all’andamento della guerra, è corretto?

Possiamo dire che gli errori di Kiev sono stati strategici. L’Ucraina costituisce uno stato cuscinetto, era impensabile che si prestasse ad alleanze con gli Stati Uniti senza che il Cremlino intervenisse. I russi hanno commesso degli errori tattici, ma dispongono di capacità produttive (nel campo degli armamenti) sconosciute a noi europei. Poi i grossi problemi nella logistica, all’inizio della guerra, sono stati in parte sanati. Ricordiamo che è solo grazie al fondamentale sostegno Occidentale che gli ucraini possono continuare a combattere.

Che probabilità reali ci sono che l’Ucraina di Zelensky ribalti la situazione e vinca la guerra con Mosca recuperando i territori perduti e i confini territoriali ante 2022? La completa dissoluzione dello stato ucraino come l’abbiamo conosciuto fino adesso, dalla fine della seconda guerra mondiale perlomeno, è il reale obiettivo di Mosca?

Non ne ha! Per Kiev ormai la guerra è perduta, c’è solo la strada della trattativa.
Il reale obiettivo di Mosca, ovvero le possibilità che ha, collima con la creazione di una zona cuscinetto lungo la sponda orientale del fiume Dnipro, altro non potrebbe fare.

Parliamo ora delle intercettazioni dei militari dell’Aeronautica tedesca diffuse dai media russi. Ma il personale militare non ha canali di sicurezza per le comunicazioni? Questa intercettazione è stata secondo lei fatta trapelare in modo strategico o c’è stata una reale falla nella sicurezza? Insomma ora Mosca può presentare all’ONU prove concrete di un coinvolgimento diretto di Germania e Gran Bretagna, paesi NATO, nella guerra in Ucraina. Che peso stima abbia questo fatto sull’andamento della guerra in termini di escalation ed estensione del conflitto?

L’Europa è coinvolta da due anni ormai. Con la fornitura di armamenti, con l’addestramento delle forze ucraine, con le sanzioni economiche. La Russia non aveva bisogno d’altro.

Se cade l’Ucraina, veramente credo che la Nato dovrà combattere con la Russia“. E’ quanto ha detto il segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin. Macron in un suo discorso mette nel conto l’invio di truppe in Ucraina, stessa cosa la Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, che in un suo discorso invita a prepararsi alla guerra con la Russia. Le intercettazioni poi degli alti militari tedeschi, che tanto hanno impensierito Mosca, parlano di piani specifici per colpire il territorio russo. Se l’Ucraina viene sconfitta, la Nato farà davvero guerra alla Russia, secondo lei? O sono solo minacce per spingere Mosca ad accettare piani di pace più vantaggiosi per l’Ucraina, nonostante si trovi militarmente in vantaggio?

Si tratta di una favoletta. Prima del 24 febbraio del ’22 l’Europa aveva ottime relazioni con la Russia, per fare un esempio l’Italia aveva uno scambio nel settore alimentare pari a un miliardo di euro all’anno. Mosca non ha né i mezzi né la volontà, né tanto meno l’interesse di attaccare l’Europa occidentale. Si tratta del solito espediente di Washington finalizzato ad avvicinare ancora di più gli stati europei alla causa atlantica.

Il Rappresentante Speciale del Governo Cinese per gli Affari Eurasiatici, Li Hui, è giunto in tutta fretta a Kiev il 7 marzo 2024 per la seconda fase della sua missione diplomatica di ricerca di una soluzione politica alla crisi in Ucraina. Cosa ne pensa? Ha possibilità di riuscire? E’ possibile che il diplomatico cinese abbia proposto una resa tattica e l’avvio di negoziati di pace prima che la situazione precipiti destabilizzando ancora di più l’Ucraina, magari con la mediazione cinese?

Solo Washington può indurre l’Ucraina ad avviare negoziati con i russi.

Putin non vuole sedere a un tavolo delle trattative di pace con Zelensky. Ha una posizione in campo tale da poter pretendere davvero questa condizione? Le dimissioni di Zelensky e del suo governo, eventualmente, potrebbero essere una condizione per l’avvio di negoziati prima di una completa capitolazione ucraina?


Sicuramente potrebbero rappresentare un primo passo verso quella direzione.

Questa guerra è un reale scontro tra Occidente libero e Est del mondo autoritario? In gioco ci sono davvero le libertà fondamentali di noi occidentali come sostiene da tempo Washington?


In gioco c’è la supremazia americana sull’Europa.

A livello militare e di intelligence che vantaggi ha tratto la Cina dalla guerra in Ucraina?
Sicuramente l’Occidente non ha spiegato militarmente tutto il suo potenziale ma un indebolimento militare della Russia e di conseguenza anche degli USA fa gioco alla Cina?

Il potenziale occidentale esiste solo nella misura in cui gli americani lo vogliono esprimere. Non parlerei di un indebolimento militare degli americani, piuttosto parlerei di ulteriore perdita di credibilità.


Per alcuni bisogna solo aspettare novembre e con la possibile rielezione di Trump si potrà siglare finalmente il tanto sospirato trattato di pace con la Russia. E’ un reale scenario politico e militare?
Sempre che Zelensky non accetti la mediazione vaticana e issi una simbolica “bandiera bianca” ovvero dichiari la resa con l’onore delle armi e il sostegno nelle trattative di pace dell’Occidente magari con la promessa di entrare se non nella NATO, almeno nella Comunità europea. Anche questo è uno scenario possibile a breve, secondo lei?

Non darei eccessivi poteri al presidente americano. Zelensky è alla mercè degli americani, accetterà solo una decisione di Washington.


Grazie

Roma, 11 marzo 2024

:: La guerra e il mondo di Luigi Bonanate (Carocci Editore 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 marzo 2024

Esisterà mai un mondo nuovo senza più guerre? A questa domanda sembra non ci sia risposta certa sebbene tra il 1985 e il 2005, ovvero tra la caduta del Muro di Berlino e l’attacco alle Torri Gemelle e l’inizio della grande crisi finanziaria questa speranza c’è stata, concreta, la creazione di un mondo nuovo, l’era della pax democratica che avrebbe abolito per sempre le guerre e le risoluzione delle crisi internazionali con l’uso della forza e delle armi. Ma così non fu: di guerre nel mondo ce ne sono numerose e di nuove continuano a scoppiare quasi ininterrottamente dalla recente guerra in Ucraina, scoppiata due anni fa, alla ancora più recente guerra di Gaza in Medio Oriente, che tra guerra, fame e malattie potrebbe uccidere oltre 85 mila palestinesi. La guerra è morte, orrore, distruzione, uccisione indiscriminata di civili, e più contenutamente di militari, non ci sono altre definizioni per definirla ed è un atto barbaro ma razionale e ponderato, una continuazione della politica con altri mezzi, e in questo sta tutto il suo potere deflagrante e non onostante tutto razionale. Che la guerra sia un atto politico, decisa dalla politica, è il fulcro del saggio La guerra e il mondo di Luigi Bonanate, Carocci Editore 2023. Chi pondera un atto di guerra si pone degli obbiettivi da raggiungere, che siano conquiste territoriali o il mero indebolimento del nemico, e li persegue ostinatamente finchè non li ottiene e può dirsi soddisfatto proclamando la sua vittoria. Così era nel passato, così è oggi con armi sempre più tecnologiche fino all’ultima incognita di un conflitto nucleare globale che non porrebbe ne sopravvissuti nè vincitori ma la semplice e definitiva estinzione del genere umano. Dopo due guerre mondiali sanguinose con i suoi milioni di morti la guerra moderna ha raggiunto stadi di evoluzione impensati e sembra non passare mai di moda. Perchè le guerre scoppiano, perchè si combattono, quando si raggiunge lo stato di sospensione del conflitto chiamato proditoriamente pace? Su queste domande si interroga il professore emerito Luigi Bonanate con la saggezza raggiunta dopo una vita impegnata a studiare e analizzare le Relazioni Internazionali nel suo svolgersi e nel suo esplicitarsi. La guerra sembra illuminare il mondo, ovvero sembra delineare i suoi processi di sviluppo a un prezzo altissimo e apparentemente anti economico. La guerra non brucia solo vite umane ma infrastrutture, armi costosissime, impedisce l’accumulo e la produzione di ricchezze e di beni, è insomma fatta per essere breve e risolutiva e invece contrariamente quando una guerra scoppia non si sa mai quando la diplomazia riprenderà il sopravvento e si tornerà a un tavolo delle trattative per la stila del trattato di pace. Le guerre si trascinano per anni, e sia vinti che vincitori alla fine sono più poveri di prima. E allora perchè continua ad essere uno strumento politico utilizzato nel mondo moderno? Non dovremmo aver raggiunto uno stadio di evoluzione, come specie umana, in cui questo mezzo antieconomico e intrinsecatamente immorale fosse definitivamente bandito? Il professore Bonanate studia la guerra e i motivi che la determinano per comprendere se mai questo sarà possibile e pur con tutta la buona volontà e il buon senso conclude che la guerra è politica, anzi è il fallimento della lotta politica. Perchè una sola cosa non è cambiata mai: la morte. La guerra è prova di debolezza, se non addirittura di incapacità e inferiorità. Ultimo progresso del genere umano sarà abolire la guerra, ma finora non c’è ancora stato.

Luigi Bonanate è professore emerito di Relazioni internazionali all’Università di Torino e socio dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra i suoi scritti, Etica e politica internazionale (Einaudi, 1992); I doveri degli stati (Laterza, 1994); Il terrorismo come prospettiva simbolica (Aragno, 2006).

:: Come un fiore di ciliegio nel vento di Etsu Inagaki Sugimoto (Giunti 2024) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2024

Come un fiore di ciliegio nel vento, titolo originale A daughter of the Samurai, è l’opera letteraria più conosciuta di Etsu Inagaki Sugimoto (1874-1950), un memoir ricco di fascino e poesia che raccoglie i ricordi di una donna straordinaria che ha vissuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’epoca di passaggio tra la fine del Giappone feudale e la modernità dell’Occidente con le sue libertà e la sua intraprendenza. Etsu nacque a Nagaoka nel profondo nord del Giappone, caratterizzato da inverni molto rigidi e nevosi in una famiglia di samurai di alto rango e visse la crisi di quel mondo e l’affacciarsi alla modernità. La rigida educazione impartita dal padre, temprata dalla dolcezza e dalla forza di carattere trasmessa dalla madre, le permetteranno di attraversare l’oceano e andare in sposa giovanissima a un amico del fratello trasferitosi negli Stati Uniti. Dal matrimonio con Matzuo Etsu avrà due figlie, Hanano e Chiyo, di cui dovrà occuparsi da sola alla morte del marito e al suo ritorno in Giappone come umile vedova. Ricco di aneddoti, ricordi, leggende buddiste e shintoiste e tocchi di vera poesia caratterizzata dal grande amore per la natura del popolo giapponese, questa autobiografia ci svela una cultura per molti versi ancora misteriosa fatta di riti, consuetudini e tradizioni, dove i sentimenti non sono meno autentici solo più velati e accennati e sorretti da un rigore morale che fa sempre prevalere il dovere e l’accettazione a regole e dettami alla propria individualità. Il culto degli antenati, gli insegnamenti di Confucio impartiti da un bonzo non impediscono a Etsu di diventare cristiana e abbracciare la nuova religione venuta dall’Occidente. Sintesi perfetta dell’incontro di due mondi la sua vita ci testimonia quanto Oriente e Occidente siano fatti per comprendersi e completarsi a vicenda. Oltre che per il valore storico anche il pregio letterario e artistico fa di questo romanzo autobiografico straordinario un’opera forse unica. Uscito nel 1925 a New York, arriva per la prima volta oggi in Italia tradotto da Roberta Zuppet.

Etsu Inagaki Sugimoto nasce in una famiglia di samurai all’indomani dell’era Meji, che vede il Giappone aprirsi al resto del mondo dopo secoli di isolamento. Ha ventiquattro anni quando un matrimonio combinato la porta negli Stati Uniti: è l’inizio di una nuova vita, lontana da tutto ciò che poteva immaginare, che la giovane donna affronta con grande determinazione. Nel corso degli anni Etsu comincia a scrivere articoli sul Giappone, prima per i giornali locali di Cincinnati, poi per il magazine Asia. Dopo aver trascorso un altro periodo nella sua terra natale, decide di stabilirsi definitivamente a New York, dove diventa docente di lingua e cultura giapponese presso la Columbia University. La sua opera più famosa resta A Daughter of the Samurai (1925), un classico della letteratura femminista qui proposto per la prima volta in Italia.

Consiglio di acquisto: https://amzn.to/4g7JDgz se comprerai il libro a questo link guadagnerò una piccola commissione. Grazie!

:: Sotto le mura di Gerusalemme di Tano D’Amico (Mimesis 2024) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2024

Parole e immagini per raccontare il popolo palestinese sotto le mura di Gerusalemme. Il volume raccoglie gli scatti di Tano D’amico e i versi di Mahmud Darwish, Najwan Darwish, Raymonda Hawa Tawil, Yousef Al Mahmoud, Salma al Khadra al Giayyusi, Tawfiq Zayyad, e alcuni scritti di Tano D’Amico. Foto in bianco e nero di grande suggestione dove sono ritratti soprattutto bambini nelle loro faccende quotidiane, a scuola, mentre giocano, in compagnia delle loro madri. Alcuni sorridono tra le macerie o fanno il segno di vittoria, altri osservano muti lo sfilare di un funerale. C’è Versetti bambina che sorride alla macchina fotografica di cui la tragica storia forse apprendiamo per la prima volta, c’è una ragazzina coi fratellini e l’aria adulta. Sotto le mura di Gerusalemme di Tano D’Amico, Mimesis edizione ci ricorda che i bambini ci guardano e saranno gli adulti di domani sempre che gli consentiamo di crescere.

Tano D’Amico, forse il fotografo più amato dai movimenti che per più di mezzo secolo hanno lottato per dare un volto nuovo al nostro Paese, ha realizzato, tra gli altri, reportage in Palestina, Grecia, Irlanda, Germania, Svizzera, Spagna e Portogallo. Con Mimesis ha pubblicato Fotografia e destino (2020), Misericordia e tradimento (2021), Orfani del vento (2022). 

:: Uscimmo a riveder le stelle – Vol 2 – Purgatorio a cura di Franco Nembrini e Gianluca Recalcati (Edizioni Ares 2023) recensione a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2024

Uscimmo a riveder le stelleLa divina commedia raccontata ai ragazzi (e ai semplici di cuore) contiene tre volumi, i primi due Inferno e Purgatorio editi in cui Franco Nembrini racconta la Divina Commedia ai più giovani con un’edizione commentata e illustrata da Samuele Gaudio. Se l’Inferno ci parla di una dimensione di tormenti senza fine, con tutto l’orrore che rappresenta, il Purgatorio è la cantica della Misericordia e del Perdono. La salvezza è certa, bisogna ancora scrollarsi di dosso qualche zavorra per giungere alla presenza di Dio e alla gioia e felicità eterna del Paradiso. E’ la cantica della Speranza e dell’attesa, in cui si assapora la gioia del perdono e della volontà di ricominciare il cammino verso un Bene che si fa sempre più vicino e raggiungibile. Anche Dante è tormentato dal desiderio di sapere, di quella sete di conoscenza che solo l’acqua che la Samaritana ha ricevuto da Gesù può saziare. La sete di conoscenza, come la sete dei soldi solo in Gesù può trovare pace, e la pace del cuore sembra dirci la cantica ci attende scontato il giusto castigo. Come testo propedeutico allo studio della Divina Commedia è un testo utile sia ai ragazzi che in realtà a tutte le età, per rileggere pagine di profonda poesia e bellezza.

Franco Nembrini (Bergamo. 1955) si laurea in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano per poi iniziare a insegnare italiano e storia nelle scuole superiori. È tra i promotori della scuola libera “La Traccia” di Calcinate (BG), di cui è stato a lungo rettore. Dal 1999 al 2006 è stato presidente della Federazione Opere Educative (FOE), ha fatto parte del Consiglio nazionale della scuola cattolica, della consulta nazionale di pastorale scolastica della CEI e della commissione per la parità scolastica del Ministero dell’istruzione. Tra le sue pubblicazioni: Di padre in figlio (Ares), Alla ricerca dell’io perduto. L’umana avventura di Dante (Itaca), Dante, poeta del desiderio. Conversazioni sulla Divina Commedia (Itaca), tutte nate da incontri tenuti in Italia e all’estero (soprattutto in Spagna e nel mondo russo). Dal 2018 ha pubblicato per Mondadori, insieme a Gabriele Dell’Otto con prefazione di Alessandro D’Avenia, tre volumi a commento di “Inferno”, “Purgatorio” e “Paradiso” di Dante Alighieri.

Gianluca Recalcati (1986) è coordinatore didattico della scuola primaria “Marcello Candia” di Seregno (MB). Ha pubblicato il racconto per bambini I doni di San Nicola (Itacalibri 2020).

:: Ti posso chiamare fratello? di Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi (San Paolo Edizioni, 2023) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2024

Un anno fa, oggi, il 12 gennaio 2023 moriva serenamente, dopo lunga malattia, fr. Biagio Conte, missionario laico, fondatore della “Missione di Speranza e Carità”. Il saggio “Ti posso chiamare fratello?” scritto da Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi, ed edito da Gruppo editoriale San Paolo, ne narra la storia appassionante e coraggiosa sulle orme di San Francesco d’Assisi. Giovane del nostro tempo, figlio di una famiglia agiata palermitana, si interroga molto presto sui dilemmi della vita, soffre per le ingiustizie sociali, per la povertà diffusa, la guerra, la violenza, la mafia, la droga che funestano il mondo e poi incontra Gesù e il grande vuoto che sentiva nell’animo si colma e si accorge che l’attenzione verso gli ultimi, i più disagiati, gli scartati della società è la sua missione. Le sue armi le pacifiche armi del digiuno e della preghiera, la sua grande forza la presenza vivida di Cristo sul suo cammino. “Ti posso chiamare fratello?” si legge come un romanzo e ci si stupisce della grande fede di questo umile frate sorridente e dal fisico debilitato dalla fatica e dal digiuno che ha attraversato la Sicilia e l’Europa in pellegrinaggio vivendo di preghiera e di elemosina. Prefazione di mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.

Alessandra Turrisi, giornalista palermitana, lavora nell’ufficio stampa della Regione Siciliana, dopo venticinque anni di impegno nel mondo della carta stampata (quotidiani Avvenire e Giornale di Sicilia e periodici). Sin dalla metà degli anni Novanta ha seguito le cronache siciliane, con particolare attenzione agli aspetti sociali e al percorso di cambiamento di quest’isola. Tra i suoi libri più recenti: L’uomo giusto (2017); Dalle mafie ai cittadini (2019); La scelta volontaria (2019); Paolo Borsellino. Parole di prossimità (2021).

Roberto Puglisi, giornalista palermitano, lavora per il quotidiano online LiveSicilia.it e collabora con il quotidiano Avvenire. Ha lavorato per anni al Giornale di Sicilia. Ha scritto per Il Foglio. È autore di 25 novembre 1985 (2005), la storia di due studenti palermitani, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, uccisi da un’auto di scorta ai giudici, alla fermata dell’autobus, e coautore di Era d’estate (2010), un libro di memoria sulle stragi di mafia, scritto con Alessandra Turrisi.

:: Un’intervista con Daniele Cellamare autore di “Delitto a Dogali” a cura di Giulietta Iannone

21 dicembre 2023

Grazie Prof Cellamare di aver accettato la mia intervista per il blog Liberi di scrivere.
E’ l’autore di diversi romanzi con sfondo storico, di cui l’ultimo si intitola Delitto a Dogali ambientato nell’Eritrea di fine Ottocento. Ce ne vuole parlare?

Sono sempre stato affascinato dalle pagine di Storia poco conosciute e la prima Epopea coloniale italiana rientra tra queste. In effetti, siamo portati ad associare il nostro colonialismo alla figura di Mussolini, ma la nostra avventura in Africa era iniziata molto prima.

Che libri o film l’ hanno ispirata?

Solo i saggi storici sul nostro colonialismo. Purtroppo, anche qui una bibliografia molto ridotta rispetto ai periodi coloniali successivi.

Come si è documentato, ha avuto modo di studiare archivi storici, diari, documenti d’epoca?

Si, le mie fonti sono proprio queste. Sono le sole che utilizzo in tutti i miei romanzi storici.

L’Italia della fine del 1800 è molto diversa da quella di oggi o hai avuto modo di trovare delle similitudini e dei parallelismi?

Similitudini non direi, ma ritornano sicuramente le grandi passioni che hanno animato tutte le esperienze storiche, dall’ambizione politica alla sete di conquista. Comunque, oggi è completamente cambiato il rapporto tra la politica e lo strumento militare.

Come ha sviluppato il personaggio di Antonio Garofalo?

Una figura a me cara, a partire dal nome. Ho cercato di tratteggiare un capitano onesto e volenteroso, anche se privo di acume investigativo e capacità di indagine.

Ci parli di più del capitano Garofalo, a chi si è ispirato nel crearlo?

Non ho avuto un modello da cui ricavare il personaggio, ho cercato solo di calare in quel periodo storico un uomo di scarso talento investigativo ma di buon cuore. Anche il suo innamoramento per la bella Adele non è ben delineato, proprio a causa della sua naturale ritrosia.

Il colonialismo italiano e la sua espansione in Africa dalla fine dell’Ottocento agli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensa sia dovuto?


In genere non è mai facile parlare di cocenti sconfitte militari, specialmente se sono state ispirate da ambizioni politiche poco percepite dall’opinione pubblica nazionale, più attenta ai problemi legati alle istanze di miglioramento economico e sociale.


Il periodo storico in cui ha ambientato i tuoi romanzi è piuttosto controverso, per alcuni l’epoca coloniale è come una macchia nera sul passato del nostro paese. Perché ha scelto di ambientarci le tue storie?

Se vogliamo, mi ha rapito l’idea di confrontarmi proprio con un periodo difficile, un periodo dove non siamo mai riusciti a fare i conti e che ancora conserva un dibattito acceso.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane alla fine dell’Ottocento?

Un volto decisamente complesso. Per la prima volta questi personaggi hanno dovuto confrontarsi con una realtà ben diversa, tra esperienze nuove, fascino dell’esotico, pericoli militari, terreni sconosciuti e false idee di grandezza. Presumo che alla fine sia stata una sconfitta anche psicologica e morale.

E le donne? C’erano donne avventurose nelle colonie?

No, nel periodo che ho trattato non erano presenti. Solo nel periodo successivo abbiamo avuto qualche figura interessante.

Ha pensato di scrivere un giallo contemporaneo o il presente non l’appassiona così tanto come il passato?

Non sono interessato agli aspetti contemporanei, le mie indagini sono sempre orientate verso le vicende storiche, in particolare nella seconda metà dell’Ottocento.

Ha avuto modo di presentare all’estero i suoi romanzi? In che paesi preferirebbe che venissero tradotti e distribuiti?

“La Carica di Balaklava” è stato tradotto in spagnolo e presentato a Madrid. Sempre in spagnolo verrà tradotto il prossimo anno anche “Gli Ussari Alati”. Guardo con interesse al mercato anglosassone, per me fonte di ispirazione nella stesura dei romanzi storici.

Non è solo l’autore di Delitto a Dogali ha scritto anche altro, ce ne vuole parlare?

Come accennavo, i miei romanzi sono sempre ambientati in periodi storici poco conosciuti. Gli Ussari Alati raccontata dell’assedio di Vienna del 1683, relegato nei libri di storia solo a poche righe. La Carica di Balaklava riguarda la Guerra di Crimea, la prima che si è svolta davanti a giornalisti e fotografi. Poi ho scritto due romanzi sulle guerre dell’oppio, impropriamente attribuite ai cinesi, anche se è stata la Gran Bretagna a scatenarle per diffondere l’oppio nella popolazione cinese, un mercato estremamente proficuo: Il Drago di Sua Maestà (la prima guerra) e Gli Artigli della Corona (la seconda). Il mio editore, Les Flaneurs Edizioni, ha programmato a breve l’uscita di un mio romanzo sui Templari e un altro ambientato in Giappone.

Delitto a Dogali avrà un seguito?

Non credo, anche se alcuni lettori hanno espresso il desiderio di rivedere il capitano Antonio Garofalo alle prese con un altro misterioso delitto. Sono già al lavoro sul mio prossimo romanzo che sarà ambientato in Siberia.

Grazie della disponibilità e del tempo che ci ha dedicato. A rileggerla presto.

Sono io a ringraziarvi per questa interessante e gradevole opportunità.

:: “Delitto a Dogali” (Les Flaneurs Edizioni 2023), il nuovo giallo storico firmato da Daniele Cellamare a cura di Giulietta Iannone

8 dicembre 2023

Dopo Carlo Lucarelli e Giorgio Ballario un nuovo autore ci porta nell’Africa coloniale, questa volta di fine Ottocento. In “Delitto a Dogali” di Daniele Cellamare, edito da Les Flaneurs Edizioni, ci troviamo nell’afosa atmosfera della Massaua di fine Ottocento alle prese con gli albori dell’epoca coloniale italiana in Africa Orientale voluta da quel Francesco Crispi che, dopo la disfatta di Adua, dove i soldati italiani del generale Baratieri vennero sconfitti da quelli etiopici al comando del Negus Menelik, vide tragicamente tramontare la sua stella. Protagonista del romanzo “Delitto a Dogali” è un capitano italiano di belle speranze Antonio Garofalo arrivato in Africa con il primo contingente che, coadiuvato dal tenente Umberto Palumbo, indaga sul misterioso omicidio di un prete piuttosto chiacchierato, tale padre Adelmo, da anni in terre d’Africa con la sua tonaca logora e unta di grasso. Certo il capitano Garofalo è un militare non un poliziotto ma la situazione si fa spinosa: bisogna risolvere al più presto la faccenda nella speranza che a uccidere il religioso non sia stato un militare italiano cosa che creerebbe scandalo e disonore e intralcerebbe di molto i maneggi politici della nascente colonia. Il capitano un tipo gioviale, leale e rispettoso si mette subito ad indagare e si trova immerso nell’atmosfera afosa e conturbante di un paese giovane che vede gli stranieri invadere più o meno pacificamente le sue terre e portare il tanto decantato progresso. Obiettivo del governo italiano è fare di Massaua un porto cardine nello sviluppo dei commerci ma non tutte le alte sfere militari in Africa si rendono ben conto delle reali criticità del territorio dalla mancanza di conoscenza dei mille dialetti, dalle scarse competenze e conoscenze dei territori, dalla incapacità di valutare la reale tenuta militare di bande di predoni forse mal armati ma temprati dal clima e capaci di rispondere con forte determinazione agli attacchi nemici. Il professore Cellamare, fine conoscitore della storia militare e politica del periodo, con il suo stile piano e fluido ci racconta un pezzo di storia dimenticata e ancora capace di generare interesse e volontà di approfondimento. Certo è un romanzo di avventura investigativa non un saggio ma le date, gli stralci di giornale dell’epoca, il colore locale sono autentici ed evocativi e lasciano nel lettore un senso di inquietudine e curiosa comprensione. Chi avrà ucciso con una coltellata al cuore il sacerdote? Lo scoprirermo nell’ultimo capitolo e non potrà che lasciare nel lettore un senso di amara tristezza come per le cose che avrebbero potuto essere e non sono diventate. Lettura piacevole e densa di notizie storiche e curiosità. Speriamo presto di leggere nuove avvenure coloniali del simpatico capitano Garofalo.

Daniele Cellamare è nato nel 1952 e si è laureato in Scienze Politiche all’università LUISS. È docente presso la Sapienza di Roma e il Centro Alti Studi della Difesa. Autore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea, collabora con «Rivista Militare» e altre testate nazionali. Vive a Roma ed è appassionato di studi sulla storia militare. Ha pubblicato i romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona e Delitto a Dogali.