Posts Tagged ‘Elena Romanello’

:: La casa di Parigi di Elizabeth Bowen (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

2 dicembre 2015
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All’indomani della Grande Guerra, in una Parigi profondamente segnata dal conflitto, arriva Henrietta, undici anni, con la sua scimmietta di pezza, e viene accolta dalla signorina Fisher, un’amica di famiglia che la ospita per un’intera giornata nel suo appartamento chic in pieno centro in attesa di ripartire per il Sud della Francia. In casa Fisher Henrietta incontra Leopold, di pochi anni più giovane di lei, e con lui si apre una breve complicità e curiosità, anche perché entrambi sentono di essere soli al mondo, in mezzo ad adulti troppo toccati dalla recente guerra e da loro problemi personali, come la passione proibita tra la mamma di Leopold e il suo padre naturale, che rende impossibile una vita normale per il piccolo che è destinato ad un’esistenza solitaria fin dall’infanzia.
Pubblicato nel 1935, La casa di Parigi non è privo di punti di interesse, come la descrizione della società subito dopo la Grande Guerra, con qualche eco di Henry James e Edith Wharton nell’incontro scontro tra mondo anglosassone (irlandese in questo caso) e quello del resto del mondo. Nella parte parigina forse Muriel Barbery ha tratto qualche ispirazione per le atmosfere del suo L’eleganza del riccio, ma alla fine il libro trasmette una sensazione di incompiuto, di due storie parallele che non si incontrano mai e che non riescono ad essere davvero convincenti, perché incomplete. Henrietta e Leopold con il loro breve incontro non sono approfonditi, restano due bambini sullo sfondo di un affresco diverso, quasi fuori posto ma senza l’empatia che tanta letteratura ha dedicato a infanzia e adolescenza. La storia del passato in Irlanda è fine a se stessa, poteva essere piccante all’epoca (e poi ancora), ma non è coinvolgente come altre analoghe, e il libro, per la prima volta pubblicato nel nostro Paese in edizione integrale, pur essendo ben scritto e con tematiche interessanti, non ingrana, sospeso tra due vicende che non riescono ad essere coinvolgenti, soprattutto se si sono lette altre storie. Tra Parigi e l’Irlanda risulta comunque più viva Parigi, sarà che ultimamente la capitale francese è grande protagonista di nostalgie, simboli, rabbia, amore dopo gli attentati del 13 novembre scorso. Ma è più un riflesso psicologico attuale che un vero legame con il libro.

Elizabeth Bowen (1899-1973), nata a Dublino, scrisse diversi libri e trascorse gran parte della sua vita a Londra, dove entrò a far parte del circolo Bloomsbury divenendo amica di Virginia Woolf.

Source: libro omaggio dell’editore.

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:: Florence Gordon, Brian Morton (Sonzogno, 2015) a cura di Elena Romanello

1 dicembre 2015
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Florence Gordon è un’anziana scrittrice ebrea newyorkese, militante femminista e ora desiderosa di starsene per i fatti suoi, se non fosse che il New York Times la tira di nuovo fuori recensendo un suo vecchio libro e nominandola patrimonio nazionale. Florence dovrà districarsi tra impegni familiari e sociali, incontri, frequentazioni con il figlio Daniel, così diverso da lei visto che ha scelto di fare il poliziotto, la nuora Janine, psicologa in piena crisi di mezz’età, la nipote Emily che vede nella nonna un modello da seguire. Una cosa non facile, ma resa possibile dall’umorismo corrosivo di Florence nell’affrontare questa nuova fase della sua vita.
Woody Allen, La versione di Barney, il mito letterario e cinematografico di New York, sempre e comunque una città iconica: sono tante le cose che le pagine di questo libro rievocano alla mente, ambientate in un mondo letterario e culturale non pedante, divertente, caustico, ma comunque Brian Morton ha una sua originalità e una sua visione per restituire questa eroina rissosa e politicamente scorretta, anziana che vuole vivere la sua età senza essere senile e di peso a nessuno, ma nemmeno coinvolta in questioni più grandi di lei, spassosa, pungente, commovente.
Alla fine Florence Gordon racconta di alcuni mesi, forse gli ultimi nella vita di una donna eccezionale, testimone di una stagione irripetibile, che ha dovuto fare i conti con gli anni che passano, con gli amici che se ne vanno o stanno peggio di lei (le pagine sull’amica militante come lei ormai ridotta alla demenza senile sono tra le più toccanti del libro oltre che tra le più realistiche), con i corsi e ricorsi della vita che la riportano alla ribalta.
Certo, a prima vista può sembrare ed è una storia molto americana, celebrazione di una generazione che negli States ha vissuto momenti tra i migliori della Storia del Paese, tra liberazione sessuale, contestazione, possibilità di accedere a livelli di studio e di lavoro elevati, carriere prestigiose, ma alla fine Florence Gordon parla di vita, vecchiaia, trascorrere del tempo, legami familiari, amicizia, tutti temi universali, in maniera da far sbellicare dalle risate ma dal lasciare alla fine con un groppo in gola.
Il personaggio di Florence comunque non si dimentica, ma anche gli altri suoi comprimari sono interessanti e compongono un affresco interessante, una commedia umana in cui riconoscersi e che intrattiene e fa pensare.

Brian Morton, classe 1955, insegna alla New York University. È autore di cinque romanzi molto apprezzati dal pubblico e dalla critica americana (il suo Starting Out in the Evening, del 1998, è stato finalista al PEN/Faulkner Award). Florence Gordon è il suo primo libro tradotto in Italia.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: Generazione perduta, Vera Brittain (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

28 novembre 2015
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Nel centenario dell’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, conflitto distruttivo che segnò più una generazione, la Giunti propone un classico della narrativa memoralistica inglese, Generazione perduta, in originale Testament of Youth, Testamento di giovinezza, scritto da Vera Brittain, tra le più incisive intellettuali britanniche del Secolo breve.
Una storia vera, quindi, che si legge come un romanzo, che è appassionante come un romanzo e che racconta una tragedia individuale e collettiva in maniera asciutta ma coinvolgente. Vera Brittain è una giovane con velleità intellettuali, con la fortuna di essere cresciuta in una famiglia abbastanza anticonformista e aperta alle novità, che l’ha portata a frequentare l’Università a Oxford, una delle prime ragazze a coltivare questo tipo di aspirazioni, suffragate da un grande interesse per la cultura classica, e a interessarsi a fermenti sociali come il movimento delle suffragette.
Tutti i suoi progetti vengono sconvolti nel 1914, quando scoppia la Prima guerra mondiale in cui la Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, è coinvolta fin dall’inizio. Per la giovane, la guerra è un contrattempo per i suoi progetti, ma comunque decide di aderire, come tante donne, e di diventare infermiera ausiliaria. Vera lavorerà tra Londra, Malta e la Francia, mentre moriranno al fronte il fidanzato Roland, l’adorato fratello Edward e tanti altri amici e parenti. Dopo la guerra, Vera riprenderà i suoi studi umanistici a Oxford, laureandosi, continuerà a frequentare amiche del tempo della guerra (ci sono altri suoi libri di memorie che sarebbe bello leggere) ma soprattutto si impegnerà nel movimento pacifista e in quello dei diritti delle donne, svolgendo attività di insegnante, scrittrice e giornalista.
Generazione perduta è un libro che colpisce, mai melenso, mai lagnoso, sempre puntuale, coinvolgente, pronto a ricostruire da una voce reale dell’epoca un periodo che è così lontano ormai ma ancora così vicino. Un libro che fu molto amato da Virginia Woolf, che racconta una caduta agli inferi, una resurrezione, una voglia di memoria come raramente si sentono, dal punto di vista di una donna, una persona reale, che provò a cambiare il mondo. Un libro al femminile e femminista ma per tutti coloro che vogliono scoprire e riscoprire una pagina di Storia, partendo da una vicenda personale per abbracciare una prospettiva universale, che fa veramente voglia di scoprire meglio questa autrice.
Il libro è illustrato in copertina da immagini del film uscito l’anno scorso, in originale appunto Testament of Youth, per la regia di James Kent, con Alicia Vikander, Kit Harrington, Emily Lloyd, Miranda Richardson, da noi arrivato in sordina in tv e che avrebbe meritato una maggiore attenzione. Traduzione M. D’Ezio.

Vera Brittain (1893-1970) è stata scrittrice, giornalista, filologa, infermiera di guerra, femminista, pacifista. Ha scritto vari libri, per lo più basati sulla sua esperienza di vita a partire dalla Grande Guerra, come appunto Generazione perduta. Non superò mai del tutto la morte del fratello Edward e scelse di farsi cremare dopo la morte e che le sue ceneri fossero sparse nel cimitero inglese dell’altopiano di Asiago, una delle testimonianze più struggenti della Prima guerra mondiale nel territorio italiano.

Source: omaggio dell’editore al recensore.

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:: Il mio splendido migliore amico, A.G. Howard (Newton Compton, 2015), a cura di Elena Romanello

20 novembre 2015
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Nei mesi scorsi Alice, icona letteraria creata da Lewis Carroll e riscoperta negli anni Sessanta dai movimenti hippy e femministi, ha compiuto centocinquant’anni e mai come in questo periodo è stata amata e citata in letteratura, al cinema, nei fumetti, dai cosplayer alle fiere dei fumetti e nelle arti figurative.
Tra tutto il materiale che è uscito in tema spicca Il mio splendido migliore amico, un seguito delle avventure di Alice, ambientato al giorno d’oggi e incentrato su Alyssa, discendente di Alice, che convive da sempre con la malattia mentale della madre, che di colpo peggiora, mentre lei inizia a sentire la voce di fiori e insetti. Per salvare se stessa e la mamma dal cadere nella follia, Alyssa dovrà visitare il Paese delle meraviglie, che esiste veramente ma non è il luogo un po’ pazzo delle pagine che tutti conosciamo, ma un posto crudele e inquietante, popolato di creature che vogliono la sua perdita e che potranno però svelarle qualcosa di nuovo su se stessa. Non sarà sola in queste sue peripezie, da una parte ci sarà Jeb, il suo migliore amico, e dall’altra Morpheus, guida nel Paese delle meraviglie e sospeso tra bene e male come ruolo e intenti.
I seguiti sono sempre terreno minato, soprattutto quando a scriverli non sono più gli autori del romanzo originale, cosa qui improponibile per ovvi motivi: ma nonostante questo il libro, penalizzato da un titolo che non c’entra niente con quello originale, Splintered, letteralmente Frantumata, si rivela una piacevole sorpresa, perché omaggia un classico senza tempo, storia della prima bambina davvero moderna della letteratura, inventando qualcosa di nuovo e di originale.
Buona l’idea di attualizzare all’oggi le atmosfere del Paese delle meraviglie, ma soprattutto di renderlo non quel mondo da fiaba folle ma un mondo di paura e di inquietudine, e buono anche lo spunto di usare la trama come metafora del disagio giovanile e della malattia mentale, due argomenti totalmente tabù, salvo poi piangere di fronte a un suicidio di giovanissimi o a un tso che degenera in tragedia. I cultori della letteratura troveranno non pochi riferimenti ad un autore come Neil Gaiman, nel cui solco l’autrice si pone in maniera originale.
Il target del romanzo potrebbe essere quello adolescenziale, ma l’autrice comunque non esaurisce il tutto nei soliti intrecci sentimentali con il supporto del fantastico, costruendo una storia interessante, sia per chi ha amato e ama l’Alice classica, sia per chi magari deve ancora scoprirla. Una storia che può piacere anche a chi non è più adolescente da tempo, perché l’autrice usa il fantastico come metafora della realtà e arricchisce la trama di riferimenti incrociati e di atmosfere non banali, in una storia che comunque continuerà con nuove avventure in quel luogo magico, inquietante, pauroso e intrigante che è il Paese delle meraviglie, comunque parte dell’immaginario di tante generazioni.

Anita Grace Howard, texana, ama da sempre le storie macabre e insolite, e ha raggiunto la celebrità con la serie di Splintered, che conta cinque libri e che ha dato vita ad un fandom molto attivo negli States. Il suo sito ufficiale è http://www.aghoward.com con cui l’autrice mantiene i contatti con appassionati e incuriositi.

Source: acquisto personale del recensore.

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Info: titolo momentaneamente non disponibile.

:: Lettere a un amore perduto, Iona Grey (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

19 novembre 2015
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Diciamo la verità: leggere un titolo così da soap o da romanzetto non predispone bene verso il libro in questione, l’originale, Letters to the losts, lettere a chi si è perso, era più incisivo e meno fuorviante. Ma se si ha la pazienza e la voglia di prendere in mano questo romanzo, ci si troverà di fronte ad una storia che non è certo Liala o altre amenità, ma è ricca di vari punti di interesse, tra un passato storico ricostruito con perizia e un presente realistico e non melenso.
Jess, in fuga da un fidanzato violento dopo una vita di espedienti illuminata solo dal suo talento nel cantare, è praticamente una senza fissa dimora quando trova rifugio in una villetta della periferia londinese abbandonata da tempo, cercando un riparo momentaneo. Una lettera che arriva dagli Stati Uniti, scritta da un certo Dan, un veterano ormai anzianissimo, e rivolta ad una Stella che lì viveva durante la guerra aprirà a Jess una nuova curiosità per la vita, che la porterà a dare un nuovo inizio alla sua vita, grazie anche all’intervento di Will, giovane avvocato specializzato in recupero di eredità e da tempo in lotta contro la depressione.
Non è la prima volta che si raccontano storie tra passato e presente, e la Seconda guerra mondiale, tragica ma vittoriosa per gli anglosassoni, è un argomento che periodicamente torna in romanzi, al cinema, in televisione: ma Lettere a un amore perduto sa costruire un intreccio tra un amore impossibile perché schiavo di obblighi e regole oggi arcaiche, quello tra Stella, moglie infelice di un omosessuale represso e di conseguenza violento, e Dan, aviatore americano che non la dimenticherà mai, sa essere interessante, avvincente e mai melenso. La parte migliore e il personaggio meglio tratteggiato è però Jess, ragazza di oggi con nella sua vita disagio e violenza, una dei tanti invisibili che popolano le nostre città e sulle quali non ci si interroga più di tanto.
Iona Grey dimostra nelle pagine del suo romanzo grande interesse per la Storia, sia come accadimenti e eventi, sia come descrizione della vita delle persone, in particolare le donne, comunque grandi protagoniste anche in patria in Gran Bretagna durante la Seconda guerra mondiale, dove si distinsero con varie mansioni che aprirono poi loro nuove prospettive verso la modernità.
Tra le pagine del libro, e in maniera non pedante, emergono comunque varie tematiche sociali sempre attuali: la condizione femminile ieri e oggi, la violenza domestica, l’omosessualità quando era reato e oggi, la depressione, il disagio sociale, la ricerca di nuove strade, e questo rende Lettere a un amore perduto decisamente qualcosa di più interessante e profondo di un romanzetto. D’accordo, è un romanzo nato per svagare, ma qualcosa dentro alla fine lo lascia, qualche spunto su cui riflettere e con cui confrontarsi. Traduttore: Silvia Castoldi.

Iona Grey vive nelle campagne del Cheshire. Laureata in Letteratura inglese all’Università di Manchester, ha sempre avuto una grande passione per la storia, in particolare per la vita delle donne nel XX secolo. Una passione che ha ispirato il suo romanzo d’esordio, in corso di traduzione in 12 Paesi presso i marchi editoriali più prestigiosi.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: I misteri di Chalk Hill, Susanne Goga (Giunti, 2015) a cura di Elena Romanello

18 novembre 2015
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Charlotte, giovane istitutrice tedesca dell’Ottocento, è in fuga da una storia d’amore iniziata in un posto di lavoro e finita male e decide di trasferirsi in Gran Bretagna, trovando un impiego in un castello sulle colline del Surrey dove si occuperà della piccola Emily, toccata dalla recente e tragica morte della mamma.
Giunta nell’affascinante ma sinistra dimora, Charlotte percepisce subito che Emily ha non pochi problemi e si ostina a dire che la madre le appare spesso. Aiutata da Thomas Ashdown, giornalista e esperto di occultismo, Charlotte scoprirà una verità molto inquietante e incredibile, che sconvolgerà la sua vita.
Non è nuova la fascinazione che i tedeschi sentono per la Gran Bretagna, e negli ultimi anni, complici anche gli adattamenti teutonici di romanzi britannici, la cosa semmai è cresciuta. D’altro canto l’Inghilterra vittoriana è un luogo archetipo di narrazioni, amato praticamente in tutto il mondo, per atmosfere, intrecci, leggende metropolitane, misteri, tutte cose che si ritrovano nelle pagine del libro.
Susanne Goga ama molto il mondo vittoriano, conosce senz’altro bene la letteratura dell’epoca, Jane Eyre in testa, che fa da modello alla storia, ma anche Conan Doyle e Dickens, ma anche la Storia, la società, le atmosfere e le curiosità, come l’importanza dello studio dei fenomeni psichici e paranormali con un approccio scientifico e positivista, lo stesso che mosse tra gli altri in Italia anche Cesare Lombroso. Tutto questo traspare dalle pagine de I misteri di Chalk Hill, che avvincono, con una conclusione che ovviamente non va anticipata ma che è abbastanza un discreto colpo di scena, anche se, per i lettori più smaliziati, era anticipata già da un po’.
Detto questo, il libro non è molto originale, riprende schemi, personaggi, archetipi, qualche stereotipo, ed è un po’ prevedibile, soprattutto per chi è cresciuto e vive a pane e Inghilterra vittoriana, che è poi il pubblico di questo tipo di romanzi. Ma se si vuole leggere un qualcosa che immerge in luoghi e tempi amati, il libro accontenta e soddisfa, ricostruendo un mondo che piace ancora oggi, a distanza di un secolo e mezzo. E per fortuna il romanzo non scade nel rosa, ma rimane sempre ben sospeso tra il gotico, una sorta di indagine alla X-Files ante litteram, e il romanzo di ambientazione storica, in un microcosmo inquietante di un castello in cui alla fine ci si sente sempre stimolati, spaventati ma anche rassicurati.

Susanne Goga è nata nel 1967 in Germania, a Mönchengladbach, dove vive con la sua famiglia. Dopo una lunga esperienza come traduttrice letteraria, è diventata un’affermata autrice di gialli e romanzi storico-sentimentali. Ama molto la Gran Bretagna e alla fine del libro c’è una piccola guida per vedere dal vero alcuni posti descritti.

Source: prestito bibliotecario delle Civiche torinesi.

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:: Il miniaturista, Jessie Burton (Bompiani, 2015) a cura di Elena Romanello

5 novembre 2015
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La giovanissima Petronella, detta Nella, ha poca scelta nell’Olanda opulenta di fine Seicento: deve sposarsi per garantire a se stessa un futuro, e la scelta cade sul maturo e ricco Johannes Brandt. La ragazza si trasferisce ad Amsterdam, e si scontra con un marito che la trascura, senza maltrattarla, ma non si avvicina a lei per nessun motivo, e con una cognata, Marin, che non le manifesta certo amicizia e che ha non pochi segreti da nascondere, segreti che potrebbero esserle fatali.
Il dono che riceve Nella da Johannes è una casa di bambola in miniatura, a cui si aggiungeranno man mano degli omaggi da parte di un misterioso artista, forse una donna, che raccontano aspetti sempre più segreti di una famiglia a cui la giovane si trova legata, in uno dei Paesi in cui si stava all’epoca comunque meglio, ma dove c’erano leggi anche terribili che discriminavano chi non era ligio ad una certa morale.
Avvicinandosi a questo libro, viene spontaneo pensare ad un altro celebre romanzo storico sull’Olanda di quel tempo, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier: anche Il miniaturista è una storia al femminile, basata su un’opera d’arte che esiste veramente ad Amsterdam, la casa in miniatura con bambole di una gentildonna dell’epoca. Infatti fu nella capitale olandese, centro nevralgico dell’arricchimento con i commerci verso il Nuovo Mondo, che prese il via un artigianato artistico che poi è durato fino all’epoca vittoriana, con qualche appendice oggi con prodotti rifatti su modelli antichi.
Il miniaturista esplora i segreti nascosti dietro le case di Amsterdam, quelle stesse case che oggi incantano abitanti e turisti, simbolo di una ricchezza antica ma anche testimoni di segreti inconfessabili. Nelle pagine del libro si parla alla fine di discriminazioni verso i diversi, le donne, gli omosessuali, gli abitanti delle colonie africane e americane, rinchiuse in casa senza voce, non considerati, costretti a nascondersi pena la morte. Un libro su una storia di ieri che è ancora l’oggi in certi Paesi, certo non più in Olanda, Paese visto da molti oggi come all’avanguardia per i diritti civili, con l’eredità di un passato che nacque nell’epoca in cui è ambientato il romanzo, come case, arte, cultura, ricchezza.
Il miniaturista piacerà ai cultori del romanzo storico al femminile con elementi sociologici, non è una favoletta improbabile sullo sfondo di un’epoca passata, ma una storia basata su fatti veri, un dramma che si consuma tra palazzi e canali, una testimonianza di un mondo comunque capace di affascinare, visto in aspetti quotidiani, meno noti, di vita in casa e sul lavoro. Nella, eroina dolente e figlia del suo tempo, e gli altri protagonisti delle pagine del romanzo, sanno conquistare con le loro vicende, dietro alla costruzione di questa casa in miniatura, un universo parallelo a quello reale, inquietante e affascinante. Per chi cerca storie interessanti, e per chi ama Amsterdam oggi, con i suoi misteri, i suoi tesori e la sua libertà.

Jessie Burton ha studiato all’Università di Oxford e alla Central School of Speech and Drama, dove ha interpretato ruoli in classici del teatro come Othello e Macbeth. Il miniaturista è il suo romanzo d’esordio, che l’ha portata a documentarsi su Amsterdam nel cosiddetto Secolo d’Oro, il Seicento.

Source: libro del recensore.

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:: Dimmi che credi al destino, Luca Bianchini, (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello

4 novembre 2015
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Ornella è fuggita da un passato doloroso e burrascoso e da un amore distruttivo, legato alla dipendenza da droga, andando a fare la libraia a Londra, dove ha trovato nuove amicizie e un nuovo inizio. Ma la crisi economica sta minacciando la sua Italian Bookshop, luogo molto amato da londinesi veraci e non, e Ornella chiamerà in suo aiuto Patti, amica di sempre di Milano, con nuove idee per salvarla. Ma dall’Italia arriverà anche un ultimo richiamo di aiuto da parte di qualcuno che Ornella non ha mai dimenticato, con cui deve chiudere i conti prima di iniziare veramente una nuova vita.
Un libro interessante e insolito, questo di Luca Bianchini, con dentro tanti elementi: dalla trama potrebbe sembrare l’ennesimo chick lit, ma in realtà ha vari livelli di lettura e varie tematiche, e i sentimenti sono protagonisti ma per fortuna in maniera realistica e non melensa.
Londra è la grande protagonista del libro, una città icona di tanto immaginario e simbolo di libertà e riscatto, ma anche non facile da vivere, che qui viene riletta in chiave romantica, una visione non poi così comune, con il suo cielo capace di far innamorare.
La vicenda della libreria è ispirata da una vera libreria presente nella capitale britannica, di cui Luca Bianchini si è innamorato durante i suoi viaggi, e che ha attraversato un brutto periodo, anche se Oltremanica le librerie stanno vivendo una nuova giovinezza.
Ornella è un personaggio insolito, un’eroina non certo giovane, con alle spalle il dramma della tossicodipendenza (problema sociale per decenni di cui oggi non si parla più), capace di reinventarsi ma anche di salutare per un’ultima volta chi ha amato malgrado tutto e che se ne sta andando.
Amicizia, amori, nuovi inizi, nuove possibilità, speranza: Dimmi che credi al destino racconta tutto questo, partendo dai bilanci che si fanno dopo gli anta, comunque sia andata la vita, qualunque esperienza si sia avuta, qualsiasi dramma si sia vissuto, qualsiasi gioia si abbia incontrato. Una storia che dà speranza, che aiuta a credere nelle nuove possibilità, anche quando si è stati talmente al buio da non vedere più niente, e che fa capire come passato, presente e futuro siano legati e che non possano esistere l’uno senza l’altro. Scorrevole, piacevole, umoristico, ma capace anche di colpirti e di farti riflettere: perché c’è un po’ di Ornella in chiunque ami i libri e in chiunque insegua i suoi soldi, tra entusiasmo, amarezza, felicità e dolore.

Luca Bianchini, classe 1970, torinese, è scrittore e conduttore radiofonico. Nel suo passato ci sono trent’anni di residenza a Nichelino, cittadina operaia per antonomasia, un periodo a Londra, luogo che ama molto, una collaborazione con Bolaffi e la cura di campagne pubblicitarie per FIAT, Tim, Ferrero e Suzuki.

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:: Lucca Comics and Games, fumetti e non solo a cura di Elena Romanello

28 ottobre 2015

lucca-comics-games-2015-logo-Dal 29 ottobre al 1 novembre Lucca torna ad ospitare l’evento per cui è celebre non solo in Italia: Lucca Comics and Games, la fiera di fumetti e cultura geek e nerd prima in Europa a livello di importanza e a livello mondiale accanto solo al Komiketto di Tokyo e al Comicon di San Diego.
Per quattro giorni Lucca ospiterà tra le sue mura romane, le sue chiese e piazze medievali, i suoi palazzi e piazze rinascimentali un evento che attira pullman di appassionati da varie città italiane e non solo, con stand di case editrici, autoproduzioni, disegnatori, gadget, fumetterie d’occasione, concerti, parate di cosplayer, conferenze, mostre, artigianato in tema e tanto altro ancora.
Il programma completo dell’evento è nel sito ufficiale http://www.luccacomicsandgames.com, da molti anni Lucca non è solo fumetto ma tutto quello che fa parte dell’immaginario e della fantasia, quindi anche la letteratura, con un grande spazio per quella di genere fantastico in senso lato. Le case editrici di libri, con nomi come Mondadori, Mauri Spagnol, La Corte, Fanucci, sono quasi tutte ospiti nel padiglione Carducci appena fuori delle mura, mentre negli stand sulle mura si possono incontrare autori e autrici indipendenti.
Tra gli ospiti legati alla letteratura si segnalano affezionati come Pierdomenico Baccalario e Licia Troisi, ma anche Herbie Brennan, che presenta il suo La principessa degli elfi , Fabio Geda che parlerà del suo romanzo distopico I fuochi di Tegel scritto a quattro mani con Marco Magnone, Alwyn Hamilton, esordiente con il fantasy Rebel che combina l’archetipo della ragazza guerriera con atmosfere da Mille e una Notte, Lavinia Petti che ha ricevuto molti consensi per Il ladro di nebbia, e Andrzej Sapkowski con in anteprima nazionale La signora del lago, nuovo tassello della saga di The Witcher.
A Lucca ci sarà anche un ovvio spazio a quella che è una saga molto amata, letteraria prima e cinematografica poi: Hunger Games, prima una serie di libri di Suzanne Collins, poi di film, di cui l’ultimo uscirà il 19 novembre prossimo. Hunger Games ha fatto riscoprire al pubblico più giovane la fantascienza distopica, in quello che è diventato anche un fenomeno di costume, con la costruzione di una nuova icona femminile dell’immaginario.
Ma di libri Lucca sarà piena, negli stand delle fumetterie e librerie dell’usato, nelle tante librerie e bancarelle di cui è pieno il centro, nel padiglione Carducci e in giro, e non c’è mai da rimanere delusi. Senza contare che ormai il mondo del cosplay, nato in Giappone incentrato sui personaggi dei manga e negli Stati Uniti sul fandom di Star Trek e Star Wars, si è aperto da tempo alla letteratura, magari riletta dal cinema, in un gioco di rimandi che comprende gli universi di Tolkien e di Harry Potter, di Hunger Games e de Il trono di spade, di Alice nel paese delle meraviglie e delle fiabe tradizionali.
Insomma Lucca Comics and Games è una manifestazione dai mille volti, tra cultura e fantastico, tra immaginario e sogno, per scoprire la forza delle storie, a fumetti, scritte, in animazione, filmate, raccontate in mille modi, nella vita di ciascuno, dall’infanzia in poi.

:: Il profumo della pioggia nei Balcani, Gordana Kuic (Bollati Boringhieri, 2015) a cura di Elena Romanello

26 ottobre 2015
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All’inizio del Novecento, in una Sarajevo cosmopolita e centro nevralgico dell’Impero asburgico, vivono le sorelle Salom, figlie di una ricca famiglia ebraica di origini ladine, cresciute da una madre energica e attaccata alla tradizione che dovrà fare i conti con un mondo che cambia.
Una storia al femminile che ha come sfondo i primi decenni del Novecento, dallo scoppio della Prima guerra mondiale, che proprio nella città balcanica ebbe il suo primo atto, fino alla Seconda guerra mondiale e alla liberazione dai nazisti con l’avvento poi di Tito, eventi che hanno influenzato anche tempi più recenti.
Al centro di tutto ci sono cinque donne forti, che affrontano sulla loro pelle i cambiamenti storici e sociali, scegliendo qualcosa di diverso rispetto alle aspettative di una famiglia in cui si alternava il serbo al ladino, citato nel testo con tanto di note a pié di pagine. Cinque ritratti insoliti in un Paese legato al nostro da eventi e circostanze, ma in un’epoca di cui non si sa molto e in una città risalita alla ribalta vent’anni fa per il suo tragico assedio ma che è stata per secoli uno dei luoghi più interessanti e multiculturali d’Europa.
Basata sulle vicende della famiglia materna dell’autrice, su sua madre e sulle sue zie, il libro si concentra in particolare su due personaggi, Blanki, la mamma di Gordana Kuic, e Riki, la sorella minore, che sono le due più avventurose e pronte a sovvertire convenzioni e regole.
Blanki si innamora di Marko, un serbo cattolico proveniente da una famiglia colta e ricca e si lega a lui nonostante questi si rifiuti di sposarla e di presentarla, vivendo in una relazione che per l’epoca era a dir poco scandalosa e che comunque getta una luce sul coacervo di religioni e culture che c’era a Sarajevo. Riki fa un’altra scelta fuori dagli schemi borghesi, decide di recitare e di ballare, diventando una ballerina classica famosa e vivendo una storia d’amore con uno di quegli uomini sposati che mai lasceranno la moglie.
Chiaramente, Il profumo della pioggia nei Balcani non è una soap al femminile come purtroppo ci ha abituato certa letteratura ma non solo, ma una ricostruzione d’epoca con al centro di tutto la descrizione della vita, delle regole, dei riti, dei timori della comunità ebrea sefardita, divisa tra passato e presente, tradizione e mondo che cambia. Con sullo sfondo una città che è l’altra grande protagonista, accanto alle sorelle Salom.
Il titolo è fedele all’originale e rappresenta una sorta di nostalgia per un mondo che non c’è più, perduto per sempre ma che rivive nelle pagine e nei ricordi di un libro che è un’appassionante saga familiare, una testimonianza d’epoca, un quadro perso nel tempo e nella Storia.
Traduzione di Djunia Badnjevic e Manuela Orazi.

Gordana Kuic è nata a Belgrado nel 1942 e si è dedicata alla scrittura, di romanzi e racconti ispirati alla vita della sua famiglia dagli anni Ottanta. Le sue opere le sono valse vari premi nella ex Jugoslavia. Il profumo della pioggia nei Balcani è uscito per la prima volta nel 1986 come autoproduzione ed ha ispirato un balletto, una commedia teatrale e una serie tv.

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:: Arriva a Torino il Mufant, museo del fantastico, a cura di Elena Romanello

23 ottobre 2015

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Sabato 17 ottobre ha aperto a Torino, in via Reiss Romoli 49 bis, il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, nella sua nuova e definitiva sede. Si tratta del primo Museo in Italia e in Europa (e forse anche al mondo) dedicato all’immaginario fantastico in tutte le sue forme, fantascienza, fantasy, horror e gotico visti nella letteratura, al cinema, nei fumetti, nei telefilm, nei videogiochi, nell’illustrazione.
Dalle 16 in poi quindi appuntamento in quella che è una ex scuola diventata centro di attività culturali nella Circoscrizione 5 per i saluti istituzionali e la scoperta delle varie anime del Museo: si presenteranno i murales realizzati fuori dall’artista XEL del MAU, museo di arte urbana, il progetto Videogamelab dedicato ai videogiochi, la GAF, Galleria d’arte fantastica che ospiterà personali di artisti visivi dedicati all’immaginario inerente il Museo, i gruppi di cosplayer Fausto Avaro Duke Fleed Italian impersonator & Go Nagai Cosplay Group e The Avengers Italian Division, le collaborazioni con altre realtà come il TOHorrorFilmFest.
Il Mufant si snoda su mille metri quadri di esposizione, che comprendono due sale per le mostre temporanee, una stanza dedicata alla prefantascienza, con un occhio di riguardo per la letteratura da Jules Verne a Yambo passando per Salgari e Luigi Motta, due saloni che ripercorrono la storia del fantastico in tutte le forme espressive con varie teche tematiche su argomenti quali la narrativa gotica, le serie tv di culto, gli anime giapponesi, uno spazio su Star Wars e uno su Star Trek, intitolato ad Alberto Lisiero, fondatore dello STIC, il club italiano, recentemente scomparso, una sala proiezioni e dibattiti. La mostra temporanea ospitata da sabato è Il Futuro Immaginario, la prefantascienza dal Settecento al Novecento, con materiale prestato da Piero Gondolo della Riva, esperto di Jules Verne e delle visioni del passato nel futuro.
All’interno del Mufant trova spazio anche una Biblioteca, dedicata al fantastico in tutte le sue accezioni, con narrativa, saggistica, fumetti, riviste, audiovisivi. Nella narrativa trova posto una collezione abbastanza esauriente degli Urania, ma anche collane come quella della Nord e della Libra, mentre la saggistica comprende libri sull’astronomia, la conquista dello spazio, il cinema, i telefilm, i fumetti, l’illustrazione, la sociologia, il mito, il folklore. Inoltre, non mancano fumetti Marvel, DC Comics, di case editrici indipendenti, manga, italiani a cominciare da quelli di Sergio Bonelli, riviste italiane e straniere inerenti fantascienza, fumetto, fantasy, misteri e astronomia, dvd e vhs di film di ieri e di oggi di genere, serie tv, cinema d’animazione, documentari. La Biblioteca, che sarà prevalentemente di consultazione e non di prestito, come la Mario Gromo del Museo del cinema, sarà intitolata nella giornata di sabato a Riccardo Valla, studioso, traduttore e curatore di numerose collane di fantastico, entusiasta del Mufant fin dalla prima ora, scomparso nel 2013.
Il Mufant sarà aperto poi dal giovedì alla domenica dalle 15 alle 19, lunedì e martedì su prenotazione e da gennaio sarà inserito nel circuito Abbonamento Musei Torino Piemonte. Per informazioni i contatti sono via mail mufant2013@gmail.com, via Internet http://www.mufant.it (ci sarà poi anche un sito per la Biblioteca Valla), via Facebook Stella Mufant.

:: E tu non sei tornato, Marceline Loridan Ivens (Bollati Boringhieri Editore, 2015) a cura di Elena Romanello

22 ottobre 2015
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Negli anni, sono tante, tantissime le testimonianze della Shoah che sono uscite nelle librerie di tutto il mondo, a cominciare, per restare in Italia, da quella, notissima, di Primo Levi. Un dramma assoluto, che tra l’altro non ha colpito solo gli ebrei, su cui molto probabilmente non si riuscirà mai a dire l’ultima parola.
E tu non sei tornato di Marceline Loridan Ivens, regista e documentarista, classe 1928, è un libretto di un centinaio di pagine, che colpiscono con una forza inaudita. In questa manciata di fogli l’autrice, ragazzina nella Francia occupata e simpatizzante per la Resistenza, oltre che ebrea, racconta la sua deportazione insieme al padre verso Auschwitz-Birkenau, da dove lei tornerà e lui no.
Lo stile, documentaristico e conciso, rievoca il dramma della sua giovinezza, che ha segnato poi una vita che è durata fino ad oggi in cui per anni ha rimosso questi ricordi. Marceline Loridan Ivens scrive la sua testimonianza come una sorta di lettera a questo padre perduto, un lutto che è difficile, comprensibilmente, per lei elaborare ancora oggi, anche perché, come già in Primo Levi, il suo interrogativo è ma cosa ho fatto per meritare di sopravvivere alla Shoah e perché io sono sopravvissuta e altri no?
Un libro che racconta senza denunciare, con parole che sono comunque pietre, narrando il dramma di chi fu perseguitato da giovane e giovanissimo, perché se Primo Levi era un giovane chimico che aveva superato da un po’ i vent’anni, Marceline Loridan Ivens era un’adolescente, una ragazzina, catapultata in un inferno che non l’ha mai abbandonata e di cui adesso, da anziana, sente il bisogno di parlare, dopo aver comunque già partecipato negli anni a dei progetti collettivi sulla deportazione, sia su carta che filmati.
E tu non sei tornato è una testimonianza nuova su forse la tragedia massima del XX secolo, un libro non ripetitivo ma che ribadisce concetti che con tutto il negazionismo che continua ad imperversare nella nostra società non fa mai male ripassare. Un libro che si legge in fretta, scorrevole ed efficace, ma che rimane, una lettera in cui una figlia chiede perdono a suo padre per essergli sopravvissuta (cosa che capita spesso, ma in altre circostanze) e in cui si chiede il senso e la giustezza di essere tornata. Una storia da consigliare ai più giovani, ma anche a chi è meno giovane e magari non sente più parlare di questi argomenti dai tempi della scuola, quando ha letto Se questo è un uomo o ha visto al cinema Schindler’s list, il testamento di una figlia a suo padre sulla vita, sulla morte, sulle tragedie che travolgono.

Marceline Loridan-Ivens (1928), di origine ebrea polacca, durante l’occupazione tedesca della Francia partecipa alla Resistenza. Catturata con il padre dalla Gestapo, è deportata ad Auschwitz-Birkenau, poi a Bergen-Belsen, infine a Theresienstadt. Ha scritto e diretto il film La Petite prairie aux bouleaux, con Anouk Aimée, basato sulla sua esperienza di deportata. È stata attrice e scenografa, in collaborazione con il marito Joris Ivens – considerato uno dei maggiori documentaristi del xx secolo – e autrice a sua volta di numerosi documentari. Da anni si dedica con passione a raccontare la sua esperienza di deportata e sopravvissuta alla Shoah in tutte le scuole di Francia.

Source: libro del recensore.

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