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:: Gita al mare, Daniela Distefano

21 dicembre 2016

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Dormiva beatamente quando la padrona la svegliò.
Si scrollò il sonno agitando la codina, poi si eresse statutariamente, un attimo dopo cercava la sua pappa nella ciotolina, la leccò, ma non le bastò annusare il latte, voleva qualcosa di solido, un’acciughina di quelle che lei sapeva assaporare per ore.
Era quasi luglio, i fiori del giardinetto erano stanchi dei raggi, piegavano i petali in giù, la calura li rinsecchiva.
Un’altalena dondolava solitaria grazie ad un venticello sereno, la gatta Ludmilla ci saltava sopra e viaggiava, per tutto il giorno poi perlustrava il cortiletto, in cerca di svago, gioia, senza mai una tristezza, sempre uguale a se stessa.
Eppure la padrona aveva un suo cruccio riguardo alla gattina:
“Sono quindici anni che ce l’ho e non l’ho portata mai al mare.
Vuoi vedere che mi muore senza aver conosciuto questo prodigio della Natura?”
E così una mattina Ludmilla partì con la padrona per una nuova avventura.
Sembrava intimidita, come se dovesse temere chissà cosa:
“E se mi lascia sui bordi della strada come fanno tanti per liberarsi di noi piccole bestie?”
Ma, quando scese dall’automobile e vide lo specchio di mare di fronte e tangibile, strascicò un “miaooo” da urlo.
Non sapeva cosa fosse, e più si avvicinava alla sabbia, più non comprendeva nulla, però familiarizzò presto con i granuli del terreno, era diventata una sfinge, non si sapeva cosa pensasse.
La padrona al suo fianco sorrideva: “Hai visto dove ti ho portato? Ora facciamo il bagnetto.”
Ludmilla aveva un certo timore dell’acqua. Metteva una zampina a riva e poi la ritraeva, l’onda le spruzzava la sua simpatia, la micina era atterrita.
La padrona la prese in braccio,quindi la buttò nel mare, poi fece un tuffo ed entrambe rimasero così estasiate per tutto il giorno.
“Si è trattato di un malore improvviso, mi dispiace per vostra zia, signore.
Abbiamo fatto tutto il possibile, ma i soccorsi hanno tardato il loro intervento, è arrivata in ospedale già in fin di vita. Un infarto a cinquant’anni, molti sopravvivono, altri – purtroppo – ci lasciano.”
Il medico parlava col nipote della padrona.
Ludmilla era ancora sulla spiaggia, miagolava: aveva fame, sete, voleva tornare a casa, ma nessuno la udì, solo la danza dell’acqua la quietava.
Si sentiva abbandonata perché in certo qual modo lo era davvero.
Decise che non poteva aspettare ancora, il cielo era rosso, c’erano tanti punti luminosi che correvano assieme a lei, saltellava in ogni portone pensando fosse il suo. Poi tre teppistelli la presero con sé.
Uno le diede del formaggio, uno un calcio, un altro la spinse verso il centro della carreggiata.
Era sempre più disperata.
“Cosa ho fatto per meritare questo?” pensava.
“Io le ho voluto molto bene e lei – il mio angelo tutelare – è fuggita via lasciandomi sola al mondo.”
La notte era in cima alle ore. Da un balcone si sentiva il latrare di un cane, poi il rombo di una moto che sgommava, infine il rumore di un treno.
Non era con la padrona quando questa si era accasciata per il malore, ignorava la sua morte però ebbe uno strano sentore passando vicino al cimitero comunale.
Decise che avrebbe sostato lì per qualche ora, si addormentò sulla tomba di un signore.
Il mattino successivo vide il nipote della padrona all’entrata del campo santo.
“Toh, Ludmilla” disse lui riconoscendola.
“Su bella, dài carina, saluta per l’ultima volta la tua padroncina.”
Ludmilla si asciugò i lucciconi dagli occhi.
Un pezzo di lei era morto, ma
sapeva che il giorno e la notte sarebbero arrivati comunque puntuali come la pappa e il riposo.
Il nipote della padrona l’adottò, non era però amorevole come aveva sperato.
Un giorno le disse:
“Su bella, ti porto al mare, sei contenta?”
Ludmilla cominciò a contorcersi dalla gioia: di nuovo in gita, di nuovo le onde, il mare, il mare, il mare!
E al mare tornò, da sola.
Stavolta davvero abbandonata, contenta di poter ritrovare il dono della padrona intatto come i suoi pochi ricordi di animale senza memoria.
Diede la vita a cinque gattini, infine morì come muoiono le dolci bestiole: di felicità.

:: Un amore lontano, Daniela Distefano

12 dicembre 2016

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Anno 2097, luce solare tridimensionale, pomeriggio di afa e gelo, neve sulle Maldive, ghiaccio su Ankara, forti piogge in Siberia.
Linda prepara la cena per suo figlio che torna da scuola.
Eccolo puntuale.
“Ciao mamma.”
“Ciao caro, com’è andata oggi la lezione? Faceva caldo a Oxford?”
“No, c’era un po’ di grandine, guarda il mio dito fotografico, un tempaccio di ben quindici secondi, poi sole a picco.”
“Oh, mi dispiace, qui a Reggio Calabria il tempo non ci ha dato noie, ben trenta minuti di luce chiazzata, e ora è quasi buio.”
“A proposito, cosa c’è per cena?”
“Salmone appena pescato nel fiume norvegese Lakselva, con contorno di patate e pomodorini di Pachino che ho comprato in Sicilia proprio stamani.”
“Ottimo, anche se ho un po’ di mal di testa.”
“ Mettiti a letto, prendi il sintonizzare delle sensazioni e vai alla voce malesseri passeggeri, ti aiuterà a ritrovare l’energia giusta per il nostro pasto.”
“Farò così, grazie.”
Mamma Linda stendeva la tovaglia sulla tavola, poi con una strizzatina di palpebre chiamava il marito che si trovava in Thailandia per dirgli che la cena era pronta.
Lui arrivò nel nano-secondo successivo.
Eccoli tutti insieme, una famiglia come tante, un nucleo pronto a separarsi per poi ricongiungersi di nuovo, nell’arco di una sola giornata.
“Tutto bene a lavoro, caro?” chiese Linda al coniuge in procinto di ingollare il salmone norvegese.
“Beh, sì, nessun intoppo, solo un po’ di stanchezza: il mente-trasporto mi procura ancora vertigini.”
“Capisco.”
“E tu? Sei stata da qualche parte stamani? I pomodorini siciliani sono la fine del mondo, oppssss: scusa, non volevo allarmarti, ma è che erano davvero buoni.”
“Sempre il solito grossolano, non riesci a contenerti neanche di fronte all’evidenza che siamo davvero davanti alla fine del mondo!
E poi io so perché hai le vertigini, e non solo per il mente-trasporto.
Guarda il mio occhio filmico: sei stato nel negozio di quella pakistana-thailandese prima di venire a cenare con me, con noi, con la tua famiglia. Ora basta ne ho abbastanza dei tuoi inganni! Da domani, terapia coniugale di gruppo o divorzio istantaneo.
Ho già tutte le pratiche legali incorporate nel mio orecchio, devo solo firmare con l’unghia e sarai il mio ex marito.”
“Perché sei così drastica, io non adopero le nuove tecnologie per stanarti o per sapere se mi tradisci col pensiero.”
“Oh, suvvia! Non dire corbellerie, è da un pezzo che non vedo con chi mi tradisci mentalmente! Mi ero stancata di corriere dietro ad ogni gonna che facevi sollevare col pensiero! Erano diventate troppe le tue prede, troppe ed ero disgustata.”
“Ok, se continui così finisce che stasera vado a dormire in Alaska, non ci sono ancora stato, e questa sarebbe la volta buona!”
“Figurati! Tu in Alaska ci vai per un minuto, poi te ne ritorni in Thailandia o in Brasile dove puoi darti alla caccia delle femmine di questo pianeta!”
Linda come madre era una creatura amorevole, come moglie, invece, sapeva infierire.
Erano quasi le ventitré, il figlio di Linda andava a dormire, l’indomani avrebbe fatto una gita a Londra, poi di nuovo a Oxford, infine ritorno a Reggio Calabria.
Era una vita diversa dai secoli passati, totalmente nuova e inesplorata.
Linda adesso leggeva un libro col suo occhio sinistro, era un giallo, molto vertiginoso. Dopo che lo ebbe terminato, trangugiato fino all’ultima frase, accese una sigaretta ecologica, e si mise a pensare. Già ma a chi?
Perché finire i giorni della propria vita assieme ad un giurassico donnaiolo?
Perché lei non era mai riuscita a tradirlo neanche col pensiero?
Era perché lo amava? Ancora? Dopo tutto e nonostante tutto?
No, non era per questo. E allora azionò il suo controllo interno di fedeltà e vide che almeno in un paio di occasioni anche lei lo aveva tradito mentalmente.
Molto tempo fa, quando erano ancora due studenti della Columbia University e vivevano ad Arezzo.
Già ma come si chiamava il tizio in questione?
Linda rivisitò in un istante la memoria di quel mese, anno, ed ora.
Il nome non saltò fuori perché era uno sconosciuto incrociato nel negozio di frutta e verdura di San Francisco, però premette il tasto emozioni del suo cervelletto e scoprì di aver conservato intatto quel sentimento estemporaneo.
Lo degustò per tutta la tarda serata, poi fece una doccia calda, quindi riordinò i suoi pensieri: doveva ritrovarlo; doveva rimettersi sul cammino della gioia amorosa.
In una città svuotata, privata – nell’arco di pochi decenni – di macchine e macchinari, affidato il trasporto solo alla velocità del cervello, il verde aveva ricoperto il paesaggio urbano come se fosse ritornato quello del tardo Medioevo.
L’indomani, Linda era già in piedi quando il marito si stava radendo prima di intraprendere il solito tragitto intorno al mondo.
Il caffè era sul tavolo, accanto ad un biglietto: Stasera vestiti da top model, ti porto a Parigi!
E così tutto era rimasto uguale, il marito vuol farsi perdonare le scappatelle: proprio come un secolo, dei secoli, fa.
Linda sorseggiò il caffè e poi scelse l’abito da indossare per la cena parigina.
Sfogliò virtualmente il catalogo dei vestiti e lo acquistò con il chip –buy, un dispositivo che ti consente di comprare le cose mentalmente e poi disporne immediatamente dopo l’acquisto.
Si trattava di un abito di tessuto stretch con lavorazione double. Silhouette a tubino, con taglio sotto il seno. Vestibilità asciutta. Scollo a barchetta arrotondato. Apertura a goccia con bottone dietro. Spalle a giro. Senza maniche. Chiusura con zip invisibile sul fianco. Lunghezza sopra il ginocchio. Corpetto foderato.
Era un amore, e addosso a lei sembrava valorizzato al meglio.
Linda aveva quarantotto anni, giovanissima per gli standard di vita di adesso.
In genere, nel 2097 l’età media degli anziani si aggira intorno ai 108-115 anni.
Si muore sempre più tardi, ma poi arriva quel giorno e non sappiamo ancora perché ci tocca: la vita è diventata mostruosamente facile.
Quella mattina passò in un attimo, marito e moglie avevano azionato l’opzione nasale dell’accelerazione delle ore.
Così fu subito sera.
Il figlio era tornato da scuola nel pomeriggio, fu mandato subito dai nonni che risiedevano in Austria.
Scelsero la stagione ideale da passare in Francia: ecco la primavera in pieno gennaio.
“Pronti –su-via!”
Erano a Parigi.
Avevano camminato un po’, fianco a fianco, imbarazzati per non farlo da tempo immemore.
Nessuno dei due riusciva a dire alcunché, erano due sconosciuti che non avevano parole e interessi da scambiarsi.
“Forse dovremmo separarci, che ne pensi?”, disse lei.
“Forse, ma prima ordiniamo qualcosa: sto svenendo dalla fame.”
Si sedettero in un ristorantino che avevano visto col dito fotografico, il loro tavolo era prenotato per le ventuno, mancava ancora un minuto.
“Sei molto bella con questo tubino”, fece lui mentre adocchiava una biondina dietro la sala per drogati tecnologici.
“Molto gentile da parte tua, grazie.”
“Ehm, cosa?”
“Ho detto: grazie! Per il complimento.”
Una serata penosa, ma né lui né lei osarono accelerarla per scansare il reciproco disagio.
Pagarono col doppio applauso, poi uscirono per respirare a pieni polmoni l’aria parigina.
Un mendicante chiedeva: “Mettete un’unghia qui, ne ho davvero bisogno. Basta un’unghia e la mia vita potrà ribaltarsi.
Stavano per attraversare la strada, con l’intento di aiutarlo, ma fece prima un donatore anonimo che mise un’unghia sul braccio del barbone e questi si tramutò subito dopo nella fotocopia di Richard Gere da giovane.
Potenza della tecnologia! Miracolo della fine dei tempi.
Avanzavano come due ubriachi, stanchi della loro reciproca presenza.
Si fermarono davanti ad una Chiesa, aperta e vuota al suo interno.
Solo un piccolo crocifisso in alto, sull’ultimo oblò vicino al tetto.
Si inginocchiarono per salutare Cristo, e accesero una candela grazie ad una grattatina sulla guancia destra.
“E’ che non siamo più gli stessi.. Capisci quello che voglio dire?”, fece lei.
“Capisco perfettamente, ma devo andare urgentemente al gabinetto. Ne parliamo subito dopo, ok?”
Mentre lui, col mentre-trasporto, faceva pipì nella propria abitazione a Reggio Calabria, lei lo aspettava a Parigi seduta in uno dei tavolini all’aperto che insistevano nel centro storico della Metropoli.
“Posso sedermi, madam?”, disse qualcuno alle sue spalle.
Non ebbe il tempo di dire alcunché perché lo sconosciuto si era già seduto, aveva ordinato un caffè e la scrutava con un che di indovinello sul volto enigmatico per vedere cosa avrebbe alla fine detto lei.
In effetti, era sul punto di andare in escandescenza per il modo poco ortodosso di presentarsi, poi però rimase con il volto in stand-by.
“Non, non ci siamo già visti da qualche parte noi due?”
Lo disse come se stesse parlando a se stessa, ma lui lo prese come un incoraggiamento a dire: “Pensavo la stessa cosa, mia cara.”
“Chi è lei? Se non sono indiscreta.”
“Chi è lei,madam tutta soletta nella città degli intrighi..”
Lei non rispose, lui aggiunse:
“Bene, basta con i giochi, madam. Sono qui per un motivo ben preciso.”
“E quale sarebbe, di grazia, questo motivo?”, fece lei con la fonte imperlata di goccioline di sudore.
Ieri ho ricevuto una comunicazione dal mio <<controllo sulla memoria>>, qualcuno aveva visto la mia persona entrare ed uscire da un negozio di frutta e verdura di San Francisco circa venti anni fa. Il sensore delle emozioni era al limite della sua potenza, lei mi ha inondato di emozioni, ecco perché sono qui. E’ stato bellissimo rivivere quel frangente. Volevo scoprire chi era l’artefice di questo fortunato incontro.
Ed il sensore ha individuato lei”.
“Beh, tutto bellissimo, ma io adesso sono sposata, mio marito torna a momenti, non so, sono confusa, non so cosa mi succede, io.. io..”
Dopo lo stupore iniziale, si abituò velocemente a quegli occhi scuri che la inondavano di piaceri mai emersi.
Perché no – si disse – Cosa c’è di sbagliato nel prendere un caffè con uno sconosciuto gentile che ti reclama l’attenzione. Non c’è niente di sbagliato. Siamo esseri umani, in fondo. Viviamo non solo per e con le leggi che ci siamo dati, c’è anche il mondo del subconscio, e mio marito sarà qui a momenti, potrei farlo ingelosire, ma non credo che servirà. Siamo due barche non più complementari.
Meglio capirlo subito. Meglio cogliere al volo le opportunità che ti lancia la vita dal paracadute della fortuna.
Mentre pensava tutto ciò, il marito non arrivò, lo sconosciuto, invece, si presentò.
Si chiamava John Muratti, era italoamericano, viveva a Boston e a Trieste, contemporaneamente. Aveva tre lavori, e il suo massimo interesse era la musica di Nick Drake, cantautore del secolo scorso, morto (forse suicida) nel lontano 1974.
John le impresse col dito il profumo <<dolcezza imperitura>>( in un attimo si sentì invasa dalla gioia) e le propose un salto a Kyoto, un viaggio meraviglioso nel posto più romantico della terra.
Lei fece qualche smorfia, ma poi accettò, era strafatta di profumi orientali, lui le teneva la mano, si baciarono il momento successivo nel parco pieno di fiori di Kyoto.
“Perché mi hai cercato col pensiero?”, disse John.
“Non so, volevo sapere se mio marito era davvero la mia scelta definitiva.
“E lo è?”
“In un certo qual modo. Non avrei potuto fare un figlio con nessun altro, credo.
Però non ci amiamo più da molto tempo. Per questo forse chiederò il divorzio, non penso però ad un futuro amore. Vivrò con me stessa e per mio figlio.
Serberò nella cassaforte del cervelletto i ricordi più belli, lui se ne farà una ragione.”
“Pensi che anche lui non ti ami più?”
“Non penso a nulla, voglio solo godermi questi attimi di felicità, stare con te per me è come un riscatto, una vendetta, una vittoria.”
Si sedettero in una panchina, il vento faceva volare i fiori caduti dagli alberi, era tutto un turbinio rosa e giallo, si era fatto tardi.
“Bene, ci rivedremo”, fece lui.
“Magari”, disse lei.
Si ritrovò due secondi dopo nel proprio letto, accanto il marito russava forte, però emanava uno strano odore, un profumo inebriante. Ebbe un formicolio alle narici.
Capì che l’indomani non gli avrebbe fatto una scenata, altrimenti lui – col cambia-persona – si sarebbe tramutato nuovamente in John e lei avrebbe sposato così due volte la stessa persona.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Soltanto una vita, Laura Lombardo Radice, Chiara Ingrao, (Baldini&Castoldi, 2016), a cura di Daniela Distefano

9 dicembre 2016
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Chiara Ingrao racconta la lunga esperienza di vita della madre, una donna sommessamente speciale, una combattente che non ha mai sbrindellato il concetto di Pace.
Ecco cosa diceva di sé:

Io sono una Lombardo Radice, figlia di Giuseppe Lombardo Radice e sorella di Lucio. La nostra famiglia negli anni del regime fascista era di livello finanziario modesto, di vita monacale. Mia madre, Gemma Harasim, era una fiumana e un’irredenta socialista.. Così noi fratelli non siamo mai stati iscritti al fascio: mai balilla, mai avanguardisti, mai piccole italiane..

Essere antifascisti oggi vuol significare stare dalla parte del Vero, della Forza, della Ragione. Non era così ai tempi della giovinezza di Laura Lombardo Radice. Rigettare il Regime voleva dire cacciarsi nei guai, mettere in conto di essere perseguitati, sputare in silenzio la saliva della sottomissione.
Laura era giovane, istruita, attenta ai risvolti del destino che la vedeva lottare da una parte che si preannunciava vincente ma non lo era ancora.

Mia madre mi diceva:<< Il fascismo è andato avanti perché la gente ha avuto paura del comunismo>>. E allora bisognava fare una ricerca marxista. Si comincia da Marx.

Un impegno preciso: stare al fianco dei deboli, amare il proprio mestiere, accudire l’amore per Pietro Ingrao che fu il compagno della sua esistenza, il padre dei suoi figli, la metà della mela che combaciava perfettamente con la sua.
Laura fa parte di quell’universo di donne che hanno scoperto di essere pianeti non alienati. Non c’era solo il mondo maschile con le sue alleanze, le prevaricazioni, la prepotenza dell’essere privilegiato. La guerra è stata fatta anche da donne come Laura, come lei in prima linea nell’azione umile dell’obbedienza a principi che venivano sottoposti al macero.
Si lottava per una liberazione totale, anche per e della donna.

Quando Togliatti, dopo la liberazione di Roma, riunì per la prima volta le compagne, nel teatrino del ministero delle Finanze, aveva davanti un pubblico con tutti i difetti antichi delle donne: emotività che rasentava l’isterismo, bisogno di farsi sentire, di farsi apprezzare.. Ma aveva davanti un pubblico di non subalterne, un pubblico di donne sindacaliste, organizzatrici, propagandiste; donne italiane del 1945 che facevano comizi.

C’era voglia di gettare via la maschera della schiava che per secoli ha offuscato il vero volto celato in ogni donna del nostro mondo.

Scriveva Laura nel 1944:

La metà della popolazione non può essere lasciata nelle stesse condizioni in cui il fascismo aveva voluto ridurre l’intera popolazione: senza diritti e con tutti i doveri.

Oggi – complice il tempo di declino che respiriamo – abbiamo compiuto passi da gambero sulla strada dell’emancipazione femminile. Mancano donne che, come Laura Lombardo Radice, mettano la propria vita al servizio di un ideale di sorellanza. Siamo ridiventate monadi solitarie.
Il Potere è maschio, l’intelligenza della donna un contorno ornamentale.
Non è l’uomo che ha vinto, è la donna che non è riuscita a porgere la fiaccola alla staffetta del 2000. Corriamo troppo e rimaniamo ferme ai posti di partenza. “Soltanto una vita” (Baldini&Castoldi) è una raccolta di riflessioni sotto le quali si nasconde la biografia di una donna miracolata. Il suo pensiero è giunto a noi per vie traverse, per cunicoli di lettere, articoli, appunti, scritti che compongono il puzzle di una vita piena di gioie e lotte, sottofondo di un’epoca che si ripropone alle porte della nostra memoria come monito e mai rassegnazione.

Laura Lombardo Radice, figlia di pedagogisti innovativi, ha maturato molto presto una coscienza antifascista e negli anni ‘40 ebbe un ruolo di primo piano nella Resistenza. Nel movimento di cospirazione incontra Pietro Ingrao, suo compagno di vita. Nel dopoguerra, Laura e Pietro si impegnano nella vita politica del PCI: lui ne diventa dirigente, lei sceglie l’attività politica << di base>>. Professoressa appassionata, negli anni ’60 e ’70 Laura si impegna sui temi della scuola e della cultura, partecipa al movimento del ’68.
Negli anni ’80 è insegnante volontaria nel carcere romano di Rebibbia. Muore nel 2003, lascia cinque figli, nove nipoti e una lunga schiera di pronipoti.

Chiara Ingrao è nata nel 1949, è sposata e ha due figlie, due figliocci e tre nipoti. Scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, ha lavorato come interprete, sindacalista, programmista radio, parlamentare, consulente del Ministro per le pari opportunità.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Autunno, Daniela Distefano

2 dicembre 2016

piogge

“Era stata una bimba così graziosa, è rimasta buona di carattere, ma quanto pesa, non può salire e scendere le scale senza il fiatone, poverella. Però va ogni giorno al parco: camminare la rilassa, dice lei.”
Voci di paese, ma nessuno si avvicinava alla ‘vecchia botte’ Flora. Neanche il panettiere salutava questa donna-cannone senza un furtivo sorriso di malignità.
A complicare il tutto, ci si metteva pure la sua vocina impastata, piena di: “Scusi”, e una spinta; “Mi dispiace”, e la sua grassoccia mammella che urtava il braccio di un passante. Ci volevano strade da metropoli, solo che Flora abitava in un piccolo villaggio del Sud, vicoli stretti, cactus, poca illuminazione alla sera quando i diavoli escono per esorcizzare gli spaventapasseri.
Non c’era angolo di una via che Flora non avesse sfiorato con le sue gambone sentendosi una Visitor in mezzo alle scimmie.
Sua madre si vergognava di lei. Non aveva un lavoro stabile, non aveva amiche, non sapeva fare i lavori di casa, non sapeva badare ai bambini della sorella, non era una intellettuale, non era una femmina fatale, non possedeva una virtù conclamata. Sapeva solo mangiare, divorare, masticare e ricominciare a ruminare dopo poche ore dal pasto principale.
Il tempo del suo vivere era un continuo presente: esisteva solo l’ora del pasto.
Cibo a quantità, di qualità o meno, non importava.
Lasagne, pasta al forno, tagliatelle, crepes, la domenica.
Carne, pesce, insaccati, torte salate, tutti i giorni.
E poi gli spuntini: panini, briosches, gelati, patatine fritte, patatine in busta, snacks di ogni foggia e assortimento..
Era un’occupazione che richiedeva devozione e vocazione: Flora aveva entrambe le cose. Poi arrivò l’autunno.
In autunno le foglie si stancano degli alberi e prendono il volo verso il marciapiede.
Una di esse, gialla d’invidia, si conficcò nell’occhione di Flora che cadde per il movimento brusco del corpo nel tentativo di levarsi questo “coso” che faceva un male da cani.
Un giovane passava di lì, capì subito che qualcosa era accaduto: “L’aiuto io.”
Ma come poteva uno smilzo di cristiano alto, ma non massiccio, sollevare quell’enorme materasso umano che si allargava nel pavimento della strada?
“Cerco qualcuno che può aiutarmi a farla rialzare, non si muova!”
“Non si muova? Io sto affondando nel terreno, mi fa male tutto, oddio oddio oddio!”
Passarono dieci minuti. Lo smilzo non era tornato, un camion aveva rallentato dopo aver intravisto qualcosa di anomalo agitarsi in mezzo alla carreggiata.
“Ehi ma questa non è una donna, è una matrioska! Ahahahahahah
Cosa fa così, fa un po’ di ginnastica, eh?”
E se ne andò facendo marcia indietro.
Passò un altro buon quarto d’ora. Flora si dimenava cercando un punto di equilibrio per rimettersi in piedi, ma ogni volta che si sforzava, rimaneva piombata a terra a causa del grasso che la ricopriva.
Una signora dal balcone si era affacciata sentendola lamentare.
“Le scendo una corda, così la solleviamo dall’alto, che dice, non le sembra una buona idea?”
“Non so, proviamoci, ahiahiahiiiii”
La signora del balcone scese per agganciare la corda alla vita del donnone, ma questa con un repentino cambio di posizione le urtò la testa e anche questo soccorso si rivelò infruttifero.
Era quasi ora di cena, Flora era ancora storpiata, non aveva più voce per farsi udire, però le orecchie funzionavano al meglio e da lontano sentì la musica dentro una macchina.
Era il gelataio ambulante. “Che grande fortuna”, pensò.
“Ora mi vede e mi aiuta”, si disse.
“ Dio Santo, tutto bene? C’è qualcosa che posso fare per aiutarti, Flora?”
Il gelataio era corto un metro e cinquantasette, magro come una sottiletta, tonto come una sardina.
“Sì, c’è – disse Flora – una cosa che puoi fare. Imboccami una coppetta gigante di gelato bacio-nocciola- e cioccolato e poi chiama i vigili del fuoco.
Loro potranno fare il resto”.
Adesso Flora è seduta davanti alla veranda di casa, ascolta la musica di Vivaldi grazie alle cuffiette dello smartphone.
Una piccola brezza le increspa la pelle, gli alberi diventano magri e secchi, sbiaditi e tristi.
Lei li osserva per qualche istante, in quello successivo è già a tavola: la cena luculliana, poi la digestione secolare, infine un sipario a questa giornata di forti emozioni.
Improvvisamente è arrivato il sonno e un sogno:
“Sono come un cavallo di Troia che al suo interno contiene il mondo degli uomini lillipuziani.”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Claudio Pavone (Roma, 30 novembre 1920 – Roma, 29 novembre 2016), a cura di Daniela Distefano

1 dicembre 2016

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E’ morto lo scorso ventinove novembre lo storico e partigiano Claudio Pavone, avrebbe compiuto 96 anni il giorno successivo, il trenta novembre. È stato presidente, per il quadriennio 1995-1999, della Società italiana per lo studio della storia contemporanea nonché direttore della rivista di studi storico-politici “Parolechiave”. Dall’autunno del 1943 prese parte alla Resistenza.
Tale esperienza, oltre ad incidere sulla sua coscienza civile e sulla sua visione politica, si rivelò determinante anche per la sua attività di ricercatore scientifico nel campo storico, infatti esercitò per molti anni l’attività di funzionario degli Archivi di Stato.
Dal 1975 è stato professore incaricato e dal 1980 al 1991 professore associato, presso l’Università di Pisa.
È stato presidente della SISSCO dal 1995 al 1999. Nel 2007 è stato insignito del Premio Internazionale Ignazio Silone per la saggistica.
Con la sua scomparsa si disperdono i rivoli di una testimonianza lucida, a tratti aspra, ma sempre autentica: le voci della lotta alla follia nazista e fascista, il coro dei fucilati che morivano per vivere nei ricordi futuri.
Tutto quello che è stato raso al suolo dalla falce della Morte ha preso forma di materiale grezzo che la Storia e suoi interpreti – come Claudio Pavone – hanno disossato per far affiorare la Verità di un’epoca dannata e da non dimenticare. Perché non accada mai più quello che nessuno mai aveva osato concepire.

:: Ghiaccio solitario, Daniela Distefano

20 novembre 2016

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Il trentuno agosto del 1997 moriva in un incidente stradale la principessa Diana Spencer.
Aveva trentasei anni, e li portava divinamente.
Ricordo quella data perché era un giorno speciale anche per Lui e per Lei.
Nel pomeriggio di quell’estate, lenta come un brodo evaporato, Lui era andato in tabaccheria per le solite sigarette e mentine.
Pagò con una banconota da cinquemila lire ed ebbe come resto solo mille lire maltrattate.
Su di esse vi era una frase scritta che attirò la sua attenzione, distratto da tutto il resto: << Se c’è una cosa che amo di te è tutto.>>
Sotto, vicino alla filigrana, un numero di telefono.
“Ah”, si disse, “Non ci casco. Troppo facile, troppo strano, troppo rischioso, troppo stupido.”
Ma chiamò. Rispose una vocina spaurita.
Era un telefono di casa perché allora i cellulari erano solo di proprietà dei paperoni, e Lui era una formica, lo era sempre stato, mentre Lei era una cicala senza fortune.
La conversazione durò qualche istante, il tempo di sentire le lamentele della donnina alla cornetta che sbuffava: “Se scopro chi mi ha tirato questo brutto scherzo, giuro che lo falcio!
Mi arrivano telefonate da ogni angolo d’Italia, mi vogliono conoscere, vogliono sapere se sono uomo, donna o transgender! Perdonami , ma devo riattaccare, non so nemmeno se sei un serial killer o un agente segreto delle Poste Italiane.”
Passò del tempo, non so quanto, anni perché Lui nel frattempo si era sposato, Lei era andata a convivere con un odontoiatra e si era laureata, si erano dati entrambi una mossa per approdare ad una condizione vitale di soddisfacente intelaiatura. Arrivarono il successo, coltivato da tutti e due con modestia, e poi la delusione che arriva sempre intorno ai quarant’anni: “ Potevo diventare.. e invece”; “potevo ottenere, ma”; “potevo .. ma non posso più.”
Lei era più portata per le lagne sentimentali, Lui per quelle esistenziali, però avevano entrambi un reddito e tasse da pagare, erano persone adulte e non destavano il sospetto della condivisa infelicità.
L’Europa era una chimera a portata di sogno, Lui aveva a riguardo una propria convinzione che esternava ai colleghi del Centro Studi dove lavorava.
“Vedi, Luca, dobbiamo far diventare l’Europa come una cassettiera.”
Luca guardava con l’occhio in tralice.
“Sì, hai capito bene. Una cassettiera. Ci sono i muri che s’ innalzano e dividono, e su questo non occorre aggiungere altro, sappiamo a cosa abbiamo rinunciato nell’erigerli.
Ma la cassettiera è una metafora azzeccata. E’alta, imponente come un muro, protettiva, unica, ma contiene cassetti che si aprono e chiudono a volere.
Ognuno dei cassetti mantiene la propria integrità, ciascuno fa parte di una cosa più grande che non è invasiva, il cassetto è dentro e insieme separato.
Ora immagina un’Europa sola, unita, che contiene la supervisione di ogni stato membro.
Lo protegge, lo conserva, non si carica del suo contenuto se non per volere del bisogno.
Tanti cassetti, tanti stati, tante lingue, un unico progetto eccetera eccetera…”
Bella metafora la cassettiera Europa, suona anche bene, chissà se quelli dell’Ikea ne progetteranno mai una di simile potenza evocativa.

Pre-Vigilia di Natale

Lui era tornato prima da lavoro, si era intrufolato in un maglione a collo alto che lo faceva very cool ed era uscito per le compere natalizie. Il manto solare lo proteggeva dalle raffiche di vento che strapazzavano i suoi grigi capelli.
Prima dello shopping sfiancante, doveva fare un salto in banca per cambiare un assegno. Ed ecco la parabola della << serendipità>> protesa a fargli uno sgambetto del destino. Indovinate chi era seduta dietro lo sportello bancario? Una bancaria, certo, ma chi lo sapete già. Era Lei. Lui non lo sapeva ancora, era in subbuglio, voleva immergersi nella folla di un centro commerciale, aspettava quel momento da giorni per lasciarsi alle spalle il silenzio dell’ufficio, la ciabatta spenta di fronte al televisore muto, il cane dondolante davanti alla porta, voleva respirare l’aria malsana di un horror vacui umano.
In banca c’era da aspettare un po’, era penultimo nella fila. Un crocchio di gente aveva cominciato a parlottare, ogni tanto i suoi sguardi si incrociavano con quelli nocciola di Lei, cenni di sopportazione per l’attesa.
Poi il suo turno.
“Ecco le mie generalità, ecco l’assegno da cambiare.”
“Ecco il suo contante, tutto in euro, buon Natale e felice anno nuovo.”
“Grazie, certo però che preferivo la lira, questo euro qua non mi convince ancora molto, ma per l’Europa è una necessità (e pensava al discorso con Luca sulla Cassettiera –Europa).”
“Sì, forse ha ragione, ma io con la lira ho avuto, come dire, una cattiva esperienza e non mi riferisco solo al fatto che mancasse un giorno sì e uno no nel mio portafogli!
Molti anni fa, un amico arrabbiato con me, per vendicarsi, scrisse il mio numero di telefono su una banconota da mille lire, accompagnata da una frase melensa che non ricordo più.”
“Era, per caso, << Se c’è una cosa che amo di te è tutto?>>”.
Finì come potete immaginare, Lui cominciò a guardare più attentamente la sua interlocutrice, la vivisezionò con lo sguardo mentre le mostrava la banconota famosa che conservava ancora come amuleto.
Anche Lei non si sottrasse alla danza dell’amore, degli sguardi fuggitivi, della passione che nasce da una morbida candela.
Si erano ritrovati senza essersi mai incontrati prima. Tutto il resto erano solo dettagli, tutto il resto era un mondo che non aveva alcun senso perché questo c’era solo se esisteva Lui per Lei e Lei per Lui.
Partì immediatamente un sottofondo melodioso, si vedevano già abbracciati, avvinti, rivoluzionari delle loro vite. In breve, iniziò una relazione destinata a nutrirsi di sotterfugi.
Ora , come ho già accennato, sia Lui che Lei erano a quel tempo legati ad altri e formavano così un rettangolo più che un triangolo. Come liberarsi di questi legami oramai obsoleti?
Il compagno di Lei aveva notato il mutamento repentino nelle pupille della sua amata, ma era un soggetto troppo debole per poter arrestare in tempo l’emorragia dei suoi sentimenti per l’altro.
“Non è più la stessa” – si diceva il tradito, ma poi pensava: “Sarà perché non riusciamo ad avere figli.”
Vivevano così accampati dentro una tenda lussuriosa:
“Amore – diceva l’uno all’altra nel pieno della tormenta – “vorrei morire piuttosto che veder passare via questo momento.”
Il mezzo più idoneo per comunicare si rivelò quello virtuale, i telefonini però potevano essere pericolosi. In genere, la sera, dopo cena, Lui le mandava una mail perlustrativa, Lei rispondeva con calma, scriveva con ancora più lentezza e poi ‘bruciava’ via la prova nel cestino.
Tutto procedeva come in un orologio ben congegnato.
Le scuse per riuscire a vedersi una volta al mese, i mozziconi telefonici, le mail da decifrare, era un adulterio ben pianificato, ma del resto i sospetti erano ben pochi. Nessuno dei due aveva alle spalle un’unione felice, erano famiglie a metà, col sogno di cambiare vita chissà per quale gioco del fato.
Il deus ex machina li aveva fatti incontrare, lo aspettavano da tempo, era scritto nella loro carta astrale.
Lei era un tipo piuttosto quadrato, del resto lavorava in una banca mica nel circo Orfei, però nutriva un certo interesse nei confronti di tutto quello che è paranormale; sentiva, intercettava come un’antenna l’umore, le perturbazioni degli altri esseri umani. Sapeva leggere un tema natale con tutto quel giramento di segni e pianeti. Sapeva pure come leggere la mano e le carte.
Per esempio, con le carte da gioco siciliane riusciva a interpretare il presente e il futuro immediato di una situazione.
Quella sera non c’era niente di speciale in tv, non le andava di andare da nessuna parte, era stanca però si sarebbe sciolta volentieri tra le braccia dell’amante. Era sola in casa, il telefono squillò mentre lei faceva il bagno, non poté rispondere, non se ne rammaricò. Era di sicuro qualche scocciatore.
Uscì ancora bollente dall’acqua, si sdraiò sul letto, accese il computer.
Il convivente era via per qualche giorno, e anche il suo Lui non c’era.
Era in montagna con la sua famiglia, lo aveva scritto in una mail molto malinconica. Ma Lei non era triste, anzi, sperava di poter restare un po’ di tempo da sola con se stessa. Ne aveva bisogno, doveva mettere in ordine i propri pensieri come si fa con le mensole piene di libri.
Prima di tuffarsi nel mondo del proprio io, decise di interpellare le carte per vedere se il suo Lui le era fedele o se c’era sua moglie a ingombrarle il cuore.
Il solitario risultò alquanto criptico. <>, cattivo presagio, lei sorrise.
“Sarà caduto con gli sci!”, cominciò a ridere forte, “Donna di spade, eh”.
Lo ripeté due volte, alla terza volta stramazzò al suolo come un pachiderma abbattuto.
Vana la corsa in ospedale, il convivente – tornato all’improvviso – l’aveva trovata ormai priva di vita. Non si pensò ad un malore,
qualcuno l’aveva colpita alla nuca mentre faceva un innocuo solitario una sera qualunque di questo oscuro mondo.
Le indagini cominciarono nel buio più pesto. Mancavano all’appello l’assassino, l’arma e il movente. Gli inquirenti appresero dalla lettura della posta elettronica che Lei e Lui erano stati piuttosto intimi, le mail erano state tutte cestinate, tranne una.
L’odontoiatra era quasi impazzito dal dolore, una tragedia dopo l’altra e poi tutte insieme.
Adesso pure gli occhi della polizia su di lui, un probabile assassino per impeto di gelosia.
Si cercò dappertutto l’arma del delitto, ma quella ce l’ho ancora io, è qui con me. E ho con me anche l’alibi se mai dovessero puntare l’obiettivo su una povera inerme moglie che ha sopportato dieci anni di corna e venti di matrimonio fallito alle spalle.
Voleva lasciarmi, quella gita in montagna era solo un palliativo, un addio e non l’ho bevuta.
L’ho seguito, pensavo stesse andando da Lei, sapevo tutto, e invece la sua coscienza di lavoratore indefesso lo ha portato all’ufficio del Centro studi. Lui era lì, io ero nascosta da Lei.
Era bella Lei, ma forse era più un tipo, insomma, di quelle che senza trucco sono piuttosto scialbe, o perlomeno così mi è parsa guardandola mentre si trastullava facendo un idiota solitario.
Io non la odiavo, ma odio le donne. Sono tutte sanguisughe, eravamo diverse cinquant’anni fa, volevamo la parità, ora invece siamo ritornate al punto di partenza, all’origine di tutto, all’uomo-padrone.
Bene, adesso che ho cancellato ogni prova mi sento più energica di prima, scriverò un libro, piangerò per la liberazione, darò l’acqua alle piante.
Già, l’acqua può essere vita e può essere morte.
Come l’essere umano può mutare pelle e divenire bestia, l’acqua divenendo ghiaccio può ferire, può … sì, può uccidere, basta un colpo ben assestato, povera Lei.
Ma è morta felice, non era solitaria.
“Commissario, gradisce l’aperitivo liscio o con un po’ di ghiaccio?”

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Il giorno, Elie Wiesel, (Guanda, 2011) a cura di Daniela Distefano

16 novembre 2016
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Elie Wiesel non c’è più, i media ne hanno comunicato il decesso lo scorso luglio. Aveva 87 anni e la Morte vissuta per gran parte del suo cammino.
L’umanità perde un testimone della sopravvivenza umana, l’amore di Dio un suo soldato involontario.
Dopo la liberazione dal Nazismo, gli intellettuali che avevano sperimentato i campi di concentramento risalirono dagli abissi dell’incancellabile per dare prova dei fatti realmente accaduti, un percorso doloroso rivivere per l’umanità
ciò che neanche la mente più diabolica aveva mai concepito.
Questo romanzo, questo piccolo opuscolo è un racconto di come sia difficile stare al passo col Tempo quando si capovolge totalmente: il nero diventa bianco, il Male si tramuta in Bene e tu non sai se adeguarti o rimembrare per tutta la vita quella tortura perpetua che il mondo ti ha inflitto:

Ci sentiamo colpevoli di essere in vita, di mangiare pane a volontà, di portare d’inverno delle calze calde. Chi è stato là, ha portato con sé un po’ della follia dell’umanità. Un giorno o l’altro essa riaffiorerà.

Protagonista di queste parole è un uomo che viene investito in mezzo alla folla di una New York estiva e accaldata: Mentre chiunque – nelle sue condizioni – lotterebbe con tutte le forze per vivere, lui rimane inerte, pronto a raggiungere in Cielo i familiari morti nei lager.

Mi sentii solo, abbandonato. In fondo a me stesso scoprii un rimpianto: quello di non essere morto.

Mutilato dell’anima, neanche l’amore di Kathleen, affascinante e fragile donna che lo ama con la sua imperfetta volontà, riesce a fargli assaporare i frutti dell’albero esistenziale.

Così va il mondo : la vergogna non tormenta il boia ma le sue vittime.
La grande vergogna di essere stati scelti dal destino.

<< A quale scopo Dio ha creato l’uomo?>>. Capisco che l’uomo abbia bisogno di Dio. Ma a Dio cosa può dare l’uomo?

Non abbiamo risposte a questi tormenti sacrosanti, l’uomo di questo romanzo è un essere azzoppato nello spirito, può solo fingere di amare, con le dita tocca un cuore per sempre più congelato.
Elie Wiesel è riuscito a commuovere senza scadere nel patetico, a pettinare i nostri sentimenti lucidandoli con la Verità e la Speranza che germoglia nonostante le brutture di un paesaggio troppo arido, troppo vasto, troppo contaminato con l’odio e la crudeltà.

Elie Wiesel (premio Nobel per la Pace nel 1986) è nato nel 1928, da famiglia ebraica, nella regione dei Carpazi. Ha vissuto l’esperienza disumana di Auschwitz e di Buchenwald.
Emigrato in Francia nel 1945, vi ha esercitato la professione di giornalista,
poi negli anni Cinquanta si è trasferito negli Stati Uniti.
Fra le sue opere, tutte scritte in francese, ricordiamo: La notte (1958), dove ha raccontato l’orrore dell’Olocausto.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Brian dell’Ufficio Stampa “Guanda”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Malaparte. Morte come me, Monaldi e Sorti, (Baldini&Castoldi, 2016), a cura di Daniela Distefano

10 novembre 2016
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Fa caldo ad agosto, anche a Capri, persino nel 1939, un bollente anticipo d’inferno. La guerra è alle porte. Una ragazza, una promettente poetessa inglese, viene trovata morta (evento realmente accaduto).
Si cerca di fare chiarezza con quel poco che può affacciarsi sul balcone della Verità.
Come un misero capello finito nel gorgo di un insalubre lavandino, un uomo scivola nell’occhio del ciclone, accusato dalla polizia di Mussolini di quello che viene ritenuto un omicidio passionale. Ma è davvero così?
E chi è lo sfortunato e non colpevole perseguitato?
E’ uno scrittore geniale, è un giocatore di talento nel campo dei sentimenti e dei passatempi ardenti, è uno svagato intellettuale impegnato, è semplicemente Curzio Malaparte, l’autore di Kaputt e La pelle, due capolavori letterari del nostro Novecento.
Forte del sostegno di pochi amici fidati (un principe prodigo, un camorrista, uno strambo pittore e il fedele cane Febo), intavolando duelli per allargare il raggio delle proprie conoscenze (solo dopo un duello è possibile diventare veri amici), Malaparte, eroe di questo noir striato di luce, perverrà alla ragion d’essere di un mistero.
Qualcuno vorrebbe suggerire che forse Pam è morta per qualche cosa che ha a che fare con la Fabian Society. Qualcosa che ha a che vedere anche con il movimento marxista, con Lenin, con Gorkij.
Altri insistono sul fatto che è stata scelta la povera Pam perché il padre è uno degli odiatissimi socialisti umanitari della Fabian Society, e Hitler li odia quasi quanto gli ebrei.
Un giallo con tutti i crismi del rebus. In mezzo, la battaglia dei vari personaggi – tarati dalla Storia – per non vivere come fantasmi di un universo che si sbriciola a contatto col mare del Secondo conflitto mondiale.
Uno dei brani più riusciti è quello in cui si definiscono i contorni della figura di Edda Mussolini Ciano.

<< Quando scoppierà la guerra questa casa diventerà un bunker>>, disse Edda. << Gli americani sbarcheranno in Italia, e tutte le nostre case dovranno essere trasformate in bunker, per morirci dentro.>> Sentii una stretta al cuore per la freddezza con cui Edda assisteva allo spettacolo meraviglioso del cielo notturno di Capri e intanto pensava alla morte. Edda, ne ero certo, amava solo la morte. Non mi sarei sorpreso se un giorno mi avessero detto che aveva ucciso qualcuno, o che si era uccisa.

Malaparte è incasellato in un mondo dall’atmosfera pesantemente rarefatta che rimanda a simili ambienti descritti con forte impressionismo in grandi romanzi del passato: “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, per fare un esempio.
Sembra di trovarsi di fronte ad un dipinto su cui cambia l’interpretazione ad ogni sbatter di palpebre. Tutto è significativo nel suo particolare, ma il pensiero fugge la totalità di un segreto che la giovane Pam, la vittima, ha trascinato con sé in fondo ad un abisso di orrori umani.
Un romanzo completo che pur trattando materia di fantasia chiarisce la visuale di eventi che non possiamo cancellare dalla nostra troppo spesso miope memoria.

Rita Monaldi e Francesco Sorti, moglie e marito, hanno pubblicato finora nove libri, bestseller internazionali, tradotti in 26 lingue e 60 Paesi. Vivono con i figli a Vienna.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo Mario dell’Ufficio Stampa “Baldini&Castoldi”.

Nota: La prosa di questo romanzo si richiama intenzionalmente alle peculiarità dello stile di Malaparte (tra cui il gusto musicale per la ripetizione), che continua a trovare estimatori anche fuori d’Italia.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Andare per treni e stazioni, Enrico Menduni, (il Mulino, 2016), a cura di Daniela Distefano

2 novembre 2016
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Enrico Menduni è un mago della parola: in tv, alla radio, è uomo dal bucolico, fiorito linguaggio. Lo testimonia questo piccolo saggio per amanti del viaggio, per i drogati dei mezzi di trasporto, quelli che guardano dal finestrino di un treno e dimenticano che le fermate esistono per distrarci dai sogni ad occhi aperti. Campagna, città, periferie, alberi selvatici, tramonti piangenti, mattinate di nubi che necessitano di non essere spazzate via dalla velocità del tempo..
Qual è l’obiettivo dello scrittore? Raccontare le tappe di un itinerario comune, da Milano a Napoli, come se lo si vedesse per la prima volta. Il treno, le stazioni, evocano sintonie dell’anima, quei ricordi che si trasmutano in nostalgia, un’ epoca che non si vive più se non nella memoria.
Adesso abbiamo treni moderni, problemi irrisolti, un mondo da sempre diviso in classi. Ma chi si ricorda ancora delle valige sulla reticella, con l’etichetta di lontani alberghi, il venditore di cestini alimentari che grida la sua merce sul marciapiede, il fischio della partenza? Attraverso ‘un viaggio sentimentale’ scopriremo qualcosa di più sui treni remoti, sulle littorine, piccole e veloci, e su come gli emigranti sognavano di arrivare a Milano, la porta d’ingresso al Settentrione.
Godremo seduti su una poltrona – divenuta Clavilegno di Don Chisciotte – trasportati col pensiero alla ricerca delle prime ferrovie che nascevano in una città e terminavano in un’altra, senza alcun rapporto con eventuali altre linee. In una seconda fase, dopo la metà dell’Ottocento, le linee si collegarono fra loro e si costruirono stazioni più importanti, spesso con una facciata monumentale e classicheggiante.
La funzione di una Stazione? Era indicata dall’orologio che adornava il timpano dell’edificio, il tutto connesso al bisogno di puntualità del viaggiatore. Forse un giorno saremo tutti come Don Chisciotte su Clavilegno, in un trip mentale che ci porterà in pochi istanti sulla Luna, però – volete mettere? – che goduria questi treni che allungano le ore consentendoci di arrivare dove il pensiero non è ancora pronto a giungere.

Enrico Menduni insegna Cinema, fotografia, televisione all’Università di Roma Tre, è documentarista e autore radiotelevisivo.

Source: Libro inviato dall’Editore. Ringraziamo la dott.ssa Ida Meneghello dell’Ufficio Stampa “il Mulino”.

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:: Hélder Camara. Il dono della profezia, Marcelo Barros, (Edizioni Gruppo Abele, 2016), a cura di Daniela Distefano

26 ottobre 2016
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Un libro su un santo è sempre causa di afflizione per chi deve elaborarlo. Si corre spesso il rischio di cadere nella retorica, negli elogi sperticati, nelle descrizioni simboliche, negli aneddoti metaforici, insomma: fa paura. Una paura giustificata se la persona raccontata è un santo scomodo che ha scandalizzato più i benpensanti che i peccatori. Hélder Camara fu uno di questi geni al servizio del Signore.
Marcelo Barros mette le mani avanti nel tratteggiarne la figura ed il pensiero.
Non è un libro nostalgico e legato al passato, non è nemmeno un reportage né una relazione degli incontri, è semplicemente una testimonianza: come interagì col mondo un uomo del Cielo.
Lo chiamavano “il vescovo rosso”, era spinto fino all’estremo verso i più bisognosi, fino alla rabbia di non poter raddrizzare il legno storto delle disuguaglianze tra esseri umani. Per dom Hélder il cristiano

<non è un uomo migliore degli altri, ma ha più responsabilità degli altri, perché aver incontrato il Cristo è la massima responsabilità>.

Oggi il suo credo in difesa del prossimo è diventato il motto di Papa Francesco, Una Chiesa povera per i poveri, e non è solo uno slogan. Una Chiesa che non soffre persecuzione, ma che gode dei privilegi e dell’appoggio della terra, non è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Questo l’assunto dell’agire terreno di Hélder Camara. Possiamo poi essere persone buone, sognatrici e piene di fede, ma senza ingenuità. Lo diceva il Signore: Semplici come colombe, prudenti come serpenti.
Da dove parte dom Hélder nel suo cammino verso il distaccamento terreno?  La base era la sua fede.

<< Chi non può il meno, può il più>>,

scriveva  nel suo diario nel 1964.
Quando in quell’anno arrivò a Recife, il Brasile entrava in un periodo terribile di dittatura. I militari non rispettarono il processo democratico e presero il potere. Allora lo spettro del comunismo metteva in allarme la Chiesa più dell’armatura scintillante dei militari senza scrupoli.
Ben presto si comprese che il peggiore nemico dell’umanità non era il comunismo. Era l’ingiustizia, la miseria dei due terzi dell’umanità.
Se il mondo fosse giusto e la ricchezza ripartita meglio, non ci sarebbe comunismo.
Non serve predicare il Vangelo se la parola di Dio non cambia effettivamente le strutture del mondo.
Il Vangelo deve essere applicato in modo da trasformare questo mondo; un mondo diviso non in destra e sinistra, ma  in ricchi e poveri, che sono  la moltitudine.
Ecco la buona Novella divulgata da dom Hélder: eliminare il seme della disparità, rivoluzionare le menti abbandonando la lotta dell’uomo contro uomo. Seguire il tracciato di quell’unico essere umano che ha dato vera dignità alla nostra specie.
Senza la croce di Cristo, senza la sua Resurrezione, oggi saremmo tutti pesci parlanti, cani spaesati, gufi addormentati.
Nel maggio 2015, l’arcidiocesi di Recife, con il permesso del Vaticano, ha aperto il processo di canonizzazione di Hélder Camara, un vero santo di Dio.

Marcelo Barros è benedettino, biblista, teologo della liberazione e scrittore; tra i fondatori del CEBI (Centro studi biblici), assessore della Commissione Pastorale della Terra e delle Comunità ecclesiali di base.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Christian dell’Ufficio stampa delle Edizioni Gruppo Abele.

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:: L’enigma della zizzania. Il metodo Puglisi di fronte alle mafie, Vincenzo Bertolone, (Rubbettino, 2016), a cura di Daniela Distefano

19 ottobre 2016
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Scriveva Corrado Alvaro nel suo romanzo Ultimo diario che

<< la disperazione  più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile>>.

Il percorso di vita di Don Pino Puglisi – cristiano in combattimento – è stato indirizzato verso un superamento, una liberazione da questa invasata convinzione.
Cos’è la Mafia? Cos’è <<L’onorata società>>?

Un arcipelago dell’orrore organizzato, una multinazionale del crimine,  vera sterpaglia  cresciuta in mezzo al grano buono del Sud Italia.

Questo libro ricorda le ultime dolorose ore di Don Pino Puglisi, assassinato
in odium  fidei –  da un mafioso come da ordine della cupola di Palermo perché prete scomodo.
Quel giorno la vittima compiva cinquantasei anni.
Ci si sbatte la testa sui muri da molto tempo oramai, però un metodo efficace per  frantumare questa granitica iattura non è stato ancora elaborato.
Ma Don Pino Puglisi aveva escogitato un modus operandi contro la pula mafiosa, un sistema vincente anche  e soprattutto dopo il suo sacrificio.
Da dove cominciare? Forse dalla constatazione che la mala pianta non attecchisce da sola: non solo  deve essere seminata, ma deve trovare un terreno idoneo ed essere innaffiata dalle piogge e baciata dal sole.

Se la mafia non è un cancro proliferato  per caso su un tessuto sano, ma anzi vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, bisogna convincersi dell’esistenza di un terreno di coltura comune.

Intelligente, perforante, illuminante punto di partenza.
Per  “il martire della Chiesa”, occorre passare dalla denuncia alla proposta.
Se un ragazzo o un padre di famiglia non ha di che mangiare e soltanto la malavita offre qualcosa, che cosa farà?
Diamo fiducia al domani, mettiamoci nel canale di quello che di buono rimane, anche se ancora attaccato al fondo del bicchiere: rimescoliamo tutto, solo così la medicina avrà effetto sul male inguaribile di Cosa Nostra.
Don Pino Puglisi, parroco a Brancaccio, incrocia il suo sicario, Salvatore Grigoli, uno dei killer più spietati chiamato << il cacciatore>> che lo uccide e dopo inizierà un suo cammino di conversione nel ripensamento del gesto efferato.
Battaglia vinta dalla Mafia,  guerra trionfante per la vera Fede.
Spesso il mafioso si professa a parole credente, però porta nel cuore la negazione di Dio, è un pagano che si considera devoto del “Signuruzzu” .
Chi aderisce alle mafie non solo è da ritenersi un apostata, è un vero e proprio scomunicato.
Il malavitoso prende indebitamente in prestito dalla istituzione ecclesiastica le sue parole, le intorbida per fidelizzare gli adepti, per veicolare il messaggio subdolo di un capo che giudica e può anche condannare, << nel nome di Dio >>.
Siamo nel burrone del peccato che non ha contrappasso adeguato all’Inferno.
Don Pino Puglisi –  profeta e divulgatore degli insegnamenti del Vangelo  – criticava gli eccessi della ricchezza, denunciava i crimini,  lavorava  ogni giorno  perché migliorassero le condizioni  di vita dei fedeli, dei più giovani nel nome dell’obbedienza messianica  di Cristo.
Tra lui e chi lo ha eliminato dal mondo c’è un abisso che solo Gesù un giorno potrà spiegare: gli uomini non accettano la morte di un giusto per dimostrare che il Male può solo uccidere il corpo, dell’anima si fa carico Dio e la sua misericordia.

Nota: La prefazione è affidata a Santi Consolo; la postfazione a Enzo Bianchi.

Vincenzo Bertolone è arcivescovo di Catanzaro-Squillace dal 2011, postulatore della Causa di canonizzazione di Don Pino Puglisi.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

:: Notabili libici e Funzionari italiani: l’amministrazione coloniale in Tripolitania (1912-1919), Simona Berhe (Rubbettino,2015), a cura di Daniela Distefano

11 ottobre 2016
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Cosa rappresentò il colonialismo italiano per la popolazione libica e cosa prefigurò l’assoggettamento della Tripolitania per l’Italia?
Forse può aiutarci questo volume che compie una disamina della legislazione coloniale dal 1912 al 1919, la correda di biografie di coloro che operavano nell’amministrazione coloniale, ne indica le modalità di interazione, tenta anche un approccio di storia sociale fornendo una spiegazione di quel movimento di resistenza libico che tanta parte ebbe negli sviluppi successivi del Paese.
La Libia era (ed è) tormentata da un male: la povertà; tuttavia fu errato il convincimento italiano di trovarsi davanti ad una società immobile che avrebbe accettato supinamente la conquista.
Al contrario, la reazione dei tripolitani sorprese i colonizzatori, impreparati ad un braccio di ferro che si sarebbe rivelato sfiancante per entrambe le parti in conflitto. Quale fu allora il primo passo dei colonizzatori per domare il malcontento? La scelta di Pietro Bertolini, primo ministro delle colonie, di mantenere in vita lo scheletro del sistema istituzionale ottomano aveva permesso di posporre la questione delle strutture amministrative. Andava invece affrontato immediatamente il tema del personale coloniale che avrebbe operato a Roma e in Libia.
Di fatto, emerse un primo, irriducibile, diabolico, problema, vale a dire l’egemonia dei militari. Si impose la cosiddetta “Sindrome delle due teste”, una a Roma e l’altra a Tripoli: due universi distinti, quello militare e quello civile, che faticavano a collaborare, a riconoscersi. La storia seguente fu il tentativo di rendere conciliante il pensiero di questo Giano Bifronte. La coperta era troppo corta, di fatto finì per scontentare le due anime della potenza coloniale italiana. Si arrivò al 1919 quando

la Costituzione sembrava negare ogni principio sul quale si era retto l’ordinamento Bertolini: all’arbitrio si opponevano le libertà civili; il monopolio delle cariche da parte dei funzionari italiani era superato grazie a procedure che favorivano la presenza di libici all’interno dell’amministrazione; l’autorità delle cariche monocratiche era bilanciata dalle assemblee locali e dal parlamento di Tripoli.

La rivoluzione attecchì anche nei fondali della popolazione, la Tripolitania ripiombò ben presto nell’odioso clima di guerra, ancora un conflitto atroce, il fascismo di Mussolini, il resto è storia mondiale che appannò le vicende di questo Paese mai del tutto pacificato. L’autrice sembra a suo agio nel descrivere fatti, retroscena, testimonianze di quello che fu vissuto dal popolo libico come un boccone difficile da digerire. Mancò l’accortezza, la sensibilità nel maneggiare gangli della società civile in continuo stimolo rivoltoso. Ci si voleva liberare, prima dell’oppressore, poi della realtà di un paese ricco di gente povera.

Simona Berhe è storica dell’Università degli Studi di Milano. Fa parte del Laboratorio di Storia, Sociologia e Scienza delle Istituzioni MaTriX, già dottoressa di ricerca in Storia e comparazione delle istituzioni politiche e giuridiche europee (Università di Messina). E’ borsista dell’Istituto Storico Germanico di Roma.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

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