Posts Tagged ‘Daniela Distefano’

:: L’alba, Elie Wiesel, (Guanda, 2010) a cura di Daniela Distefano

4 ottobre 2016
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E’ di buon auspicio riuscire a piangere. Chi piange sa che un giorno non piangerà più. Quante lacrime ha sparso il popolo ebraico nei secoli, nel mondo, come concime per la speranza di non essere ancora maledetto dalla Storia, dalle nazioni che lo hanno perseguitato? E poi il nazismo, questa ghigliottina che ha tagliato il capo a sei milioni di ebrei, togliendo loro la pelle di essere umano e imbavagliandoli di orrore.
Elisha ha solo diciotto anni, e uno strazio alle sue spalle: ha patito lo sterminio della sua famiglia, adesso, per una bizzarra legge del contrappasso, deve mutare divisa e da vittima si deve trasformare in carnefice.

Per la prima volta nella mia vita sentivo una storia ebraica in cui non erano gli ebrei a tremare. Fino ad allora avevo sempre creduto che la missione dell’Ebreo consistesse nell’essere il tremito della Storia, più che il vento che la fa tremare.

Un notte sola e questa strana alchimia sarà per Elisha realtà. E’ autunno,     siamo in una Palestina divenuta  un’immensa prigione dove Israele lotta per la sua esistenza contro il mandato britannico. Due prigionieri – di opposta bandiera –  moriranno: David ben Moshe  e il capitano Dawson;  Elisha sarà il boia di quest’ultimo, all’alba avverrà l’esecuzione.
Ombre, fantasmi del passato, gli morsicano i pensieri come insetti disdicevoli, come cavallette pazze: suo padre, sua madre, il suo maestro, il bambino che era, tutti  i  personaggi del suo breve film esistenziale. Come darsi coraggio per compiere questo atto disumano, come non lasciarsi trapassare dalla pietà per se stessi? Uccidere è un suicidio dell’anima, ma Elisha è un combattente oramai e ha imparato i trucchi dei soldati che non si lasciano annientare nemmeno dalla propria coscienza.

Perché cerco di odiarti John Dawson? Perché il mio popolo non ha mai saputo odiare. La sua tragedia, nel corso dei secoli, si spiega con la mancanza d’odio che dimostrò verso coloro che tentarono di sterminarlo, coloro che così spesso riuscirono a umiliarlo.

Un libro che racconta una notte di follia umana e l’alba della ritrovata familiarità con se stessi.  Forse il popolo di Dio non è ancora pacificato, ma ha perso quel peso che lo schiacciava in fondo alla catena umana.

Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1986,  è nato nel 1928, nella regione dei Carpazi da genitori ebrei.  Ha vissuto l’atrocità di Auschwitz e di Buchenwald;  sopravvissuto è emigrato in Francia nel 1945, diventando giornalista e scrittore. Verso la metà degli anni Cinquanta si è trasferito negli Stati Uniti.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Brian dell’Ufficio Stampa “Guanda”.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Referendum costituzionale 2016: le ragioni del sì e del no, a cura di Daniela DiStefano

28 settembre 2016

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Per il Sì o per il No, l’Italia si prepara ad una svolta. Ma gli italiani saranno preparati a ciò?

Fissato l’appuntamento per il quattro dicembre, gli italiani sono chiamati a presentarsi alle urne muniti di coscienza. Naturalmente, parliamo del Referendum sulla Riforma costituzionale, l’argomento, il cruccio, la questione del momento. Non è compito di queste righe spiegare sommariamente o dettagliatamente la Riforma della nostra Carta Fondamentale, però qualche riflessione può nascere leggendo alcuni saggi pubblicati nei mesi scorsi. Si cimentano in essi le menti più avvezze del nostro panorama costituzionale. Nel volume “Loro DIRANNO, noi DICIAMO. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza), Gustavo Zagrebelsky (presidente onorario di “Libertà e Giustizia” nonché professore emerito nell’Università di Torino) e Francesco Pallante prendono in contropiede i fautori del Sì, affermando come:

Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare.

Per i due dotti, La Costituzione è un patto solenne che unisce un popolo sovrano mentre questa riforma non unisce ma divide, non è altro che la codificazione della perdita di sovranità.
Entrando più a fondo, si evince come il dimagrimento del Senato propugnato nella revisione non porterebbe gli effetti auspicati di una riduzione dei costi in favore di un bicameralismo non più illogicamente paritario. Insomma, che senso avrebbe la “supervisione” del Senato quando sarebbe già nota l’esistenza di una maggioranza alla Camera, in grado comunque d’imporre la propria scelta? Conterebbe  in definitiva solo ciò che accade alla Camera, dove permarrebbero 630 deputati, mentre il Senato da 315 scenderebbe a 95 (più cinque senatori nominati per sette anni dal Presidente della Repubblica).
Poco chiara anche la dinamica sulla composizione del Senato.
I Consigli regionali dovrebbero mandare in Senato i consiglieri più votati o gli elettori  esprimerebbero due voti (uno per il Consiglio regionale, l’altro per il Senato)?
E’ chiaro che solo nel secondo caso si può parlare di una indicazione popolare.
Veniamo all’altro spinoso, odioso, oggetto del contendere: l’Italicum.

Con questa leggere elettorale, la lista che “arriva prima” alle elezioni ottenendo almeno il 40% dei voti conquista 340 seggi, cioè il 54% dei 630 seggi alla Camera.  Se nessuna lista raggiunge il 40% si svolge un secondo turno di ballottaggio. La lista che vince il ballottaggio conquista 340 seggi. Un premio di maggioranza così configurato è incostituzionale. Accedono alla ripartizione dei seggi solo le liste che abbiano ottenuto almeno il 3% dei voti. Non è invece prevista alcuna soglia minima per il ballottaggio. Questo significa che se si presentassero alle elezioni decine di partiti  e tutti prendessero pochissimi voti, con il 3,01% si accederebbe al ballottaggio e, in caso di vittoria al secondo turno, si avrebbero 340 seggi!

Assurdo? Possibile. Persino la legge Acerbo, ai tempi del fascismo, prescriveva che per accedere al premio di maggioranza si dovesse conseguire come minimo il 25% dei voti… .
Parlando di fascismo, c’è il pericolo di una involuzione autoritaria?
Il quadro non è catastrofico ma preoccupante, c’è il rischio di una “democrazia d’investitura” dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti si sono trasformati in appendici di vertici personalistici. Altra materia aspra di lotte è quella che riguarda gli Enti locali.
Spicca l’abolizione delle Province, al loro posto emergono “gli enti di area vasta”. Il rischio è che al posto di una Provincia avremo una pluralità di “enti di area vasta”, ciascuno dotato dei propri vertici e di una propria struttura amministrativa.

Forse, sarebbe stato più razionale accorpare le Province esistenti e aumentarne le competenze, a scapito della miriade di enti oggi esistenti.

Concludendo, Zagrebelsky ritiene che l’accoppiata Italicum-revisione costituzionale  evidenzi come il vero obiettivo delle riforme sia lo spostamento dell’asse istituzionale a favore del Governo: una specie di autarchia elettiva. Edito da Laterza è anche il saggio di Gaetano Azzariti – ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma La Sapienza – “Contro il revisionismo costituzionale”.
Un titolo eloquente, quest’ultimo,  che fornisce indicazioni preziose pure sul concetto di divieto di mandato imperativo: limite benefico,  garanzia, difesa della sovranità dell’organo.

Viviamo un tempo infinito. Una transizione costituzionale che non ha mai termine e che passa da una << grande riforma>> all’altra. C’è bisogno di una << rivoluzione culturale>>.

La revisione costituzionale – per Azzariti –   deve diventare strumento di << manutenzione>>  dei valori costituzionali nelle mutate condizioni storiche. Valerio Onida (presidente emerito della Corte costituzionale) e Gaetano Quagliarello (ex ministro delle Riforme costituzionali del governo Letta) spiegano, in un libro edito da Rubbettino, “Perché è saggio dire No. La vera storia di una riforma che “ha cambiato verso”. Per questi esperti di colore politico differente,

le Costituzioni, quando sono valide, come la nostra certamente è, esprimono non ciò che è mutevole ma ciò che è destinato a durare nel tempo. Il che non significa che la Carta Fondamentale sia intangibile anche nella sua seconda parte, ma la revisione dev’essere frutto di condivisione.

In materia costituzionale il “meglio qualcosa di niente” non esiste. Ciò che è malfatto produce danni. Porre una sorta di questione di fiducia sul governo è un fatto che svilisce la Costituzione stessa.
Fin qui, i fautori del No alla Riforma, a favore invece della revisione costituzionale si sono pronunciati, tra gli altri, Luciano Violante e Marcello Pera. Giovanni Guzzetta,  un costituzionalista, è autore, invece,  di un saggio dal titolo:  “Italia, si cambia. Identikit della riforma costituzionale” (Rubbettino).
Il saggio compie un ampio giro storico, risalendo fino a De Gasperi, per approdare alla conclusione che per settant’anni si è vissuti nella provvisorietà, eccezione, emergenza, senza mai pervenire ad una duratura stabilizzazione.

E la Costituzione è stata di volta in volta reliquia intoccabile o feticcio da abbattere. Oggi, i cittadini possono decidere sul futuro della Repubblica transitoria.

Più o meno questi i punti emersi nel conflitto delle idee sulla revisione della Costituzione. Tocca all’elettore l’ultima parola, e far zittire una delle due parti in sfida. Chiunque vinca, sappia che perderà di fronte alla montante sfiducia che circonda la Politica e i politici oggi. Si griderà al tradimento della carta Fondamentale, se prevale il Sì. Si condanneranno i gufi dello status quo, se prevale il No.
E l’Italia intanto va indietro per sorpassare il domani.

:: Dialogo per la città (Edizioni Viverein, 2008), Giovanni Pellegrino, Adriana Poli Bortone, Cosmo Francesco Ruppi, a cura di Daniela Distefano

15 settembre 2016
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Un uomo di Chiesa e due politici: nasce da quest’incontro di voci, ben modulate, un dialogo che emana profumo di saggezza e urbanità. Trascritto nel 2008, il confronto di idee e pensieri tra insigni personalità –  per esperienza umana e professionale –  si concentra sulle condizioni dell’Italia di oggi, sui valori della vita e della persona, sui traguardi di civiltà e di pace. L’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi è salito in Cielo nel 2011, molte cose sono cambiate sul pianeta anche per gli altri due protagonisti di questo libro che non manca di lambire questioni scottanti e cruciali per il nostro Paese. Si comincia dalla Transizione, la crisi dei partiti, Mani Pulite: tutto ciò era già ben visibile otto anni fa, adesso si è acutizzato.
La gente gira al largo dalla politica e continua ad avere quasi nausea dei politici, convinta che essi siano uniti solo dall’interesse di parte. Ma è così oscuro il palazzo del potere?

<<L’uomo è fallibile: cerco di non dimenticarlo mai>>,

ammette Poli Bortone.
Un cancro per le istituzioni ha invaso i polmoni della loro credibilità, questi interrogativi sono stati affrontati nel 2008, quando il federalismo era il pane che si masticava a pranzo e a cena. Oggi abbiamo compiuto un passo indietro, e siamo sprofondati nella melma dei ripensamenti che non portano mai bene. La caduta del muro di Berlino, la rivoluzione giudiziaria, l’11 Settembre, la questione mediorientale, il fondamentalismo islamico, il terrorismo, l’Oriente (Cina e India entrambe in possesso dell’arma atomica, come Israele e Pakistan) sono processi in movimento da molto tempo. Come affrontarli? Si chiedono i tre interlocutori cercando di individuare, specificare l’uscita dal tunnel della caducità. In cinquant’anni la politica italiana e quella mondiale è totalmente mutata. Uomini come De Gasperi, Togliatti, Nenni, La Malfa, Almirante, Malagodi.. si dice non ci sono più. Tutto è cambiato, tutto è capovolto. Tutto vero? Tutto sbagliato?
Come delineare il futuro? Per Pellegrino, la demagogia si accentuerà col tempo; per Poli Bortone, non esiste un sistema rappresentativo perfetto, ma dovrà essere il più possibile trasparente. Un dato da segnalare è l’esplosione del giudiziario. Sostiene Poli Bortone:

<<Come Paese civile, dobbiamo rifiutarci di cadere nella spirale della sfiducia>>.

Ma non si può cambiare il presente dell’Italia tralasciando grandi questioni che abbracciano il mondo intero, partendo non da lontano ma da vicino, vicinissimo. E poi non solo l’Africa, ma anche l’Asia, molte aree dell’America Latina, vivono ancora nel sottosviluppo: come agire in fretta per colmare questa voragine di sofferenza umana?
Per Pellegrino,

<<le ricchezze del mondo non sono infinite; l’allarme è sulla condizione generale del pianeta>>.

Per Poli Bortone,

<<la presenza di tante culture, etnie e religioni sul nostro territorio pone certo problemi di corretta convivenza: ma, per quanto ci riguarda, noi del Salento, credo che sappiamo da sempre destreggiarci con la comprensione nell’accoglienza>>.

Forse il problema è peggiorato con gli anni morsi dalla crisi globale, i confini del mondo sono diventati terra invasa dal fiume straripato. L’Europa finora ha partorito un topolino come la montagna inconsapevole di aver così recintato la speranza di uscire dal guado non solo economico.

Giovanni Pellegrino è un giurista e politico, ex Presidente della Commissione stragi, amministrativista, ex Presidente della Provincia di Lecce.

Adriana Poli Bortone, per molte legislature parlamentare nazionale ed europeo, docente universitaria di Lingua e Letteratura latina, ex Sindaco della Città di Lecce (in carica dal 1998 al 2007)

Cosmo Francesco Ruppi (1932-2011) è stato Arcivescovo metropolita di Lecce dal 1988 al 2009.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Madre Benedetta.

:: Cento passi ancora. Peppino Impastato, i compagni, Felicia, l’inchiesta, Salvo Vitale (Rubbettino, 2014), a cura di Daniela Distefano

7 settembre 2016
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Il suo lavoro più noto è “Nel cuore dei coralli” (Rubbettino 1996), una biografia su Peppino Impastato, alla quale si è ispirata la sceneggiatura del film “I cento passi”(il libro è stato ripubblicato in una nuova edizione del 2008 con il titolo “Peppino impastato. Una vita contro la mafia”); due anni fa è stato pubblicato, sempre dalla casa editrice Rubbettino, un suo diario che ripercorre ventidue anni di lotta.
Parliamo di Salvo Vitale, testimone d’eccezione di un martirio registrato senza concessioni ad uno svenevole stile letterario.
In una forma asciutta e senza fronzoli, viene rivissuto il momento della sofferenza dopo il tragico rinvenimento del corpo di Peppino Impastato. I successivi eventi sono pagine aderenti ad un copione già troppe volte visto in Sicilia: il depistaggio delle indagini, la controinchiesta dei compagni, il processo, la vita di Radio Aut, la lunga notte di Felicia, la sua inestinguibile sete di giustizia.
Ma chi era veramente Peppino Impastato?
Era nato a Cinisi, un piccolo paese vicino Palermo, andò via di casa cacciato dal padre, e forte della sua formazione comunista avviò un’attività politico-culturale contro il silenzio e le infiltrazioni mafiose. Dalla protesta in piazza ai giornaletti volanti, alle improvvisate manifestazioni, il giovane arrivò all’uso politico di una radio libera autofinanziata, Radio Aut: è da qui che partirono i nomi e cognomi innominabili e ignominiosi.
Messo alle spalle al muro, il boss Tano Badalamenti per ritorsione lo fece uccidere. Il 9 maggio 1978 a Cinisi venne ritrovato il cadavere di Peppino: la fine di una vita e l’inizio di quella eterna.
Forse la mafia finirà per affogare da sola, forse è finita quella più eclatante delle stragi spettacolari, forse rinascerà più pervasiva, di certo non potrà mai cancellare il Male che ha attivato in tutto il mondo partendo molto spesso da piccoli paesi siciliani dove il tempo balbetta e le ore incespicano.
Non importa se tutto ancora tace, nonostante i social, le connessioni, la modernità, qui si vive per far morire la speranza. La Sicilia si vuole rialzare, ma è troppo imponente il giogo criminale che la tiene al guinzaglio, e se c’è crisi ovunque, qui non c’è mai stata la coscienza di cives dediti alla collettività.
E’ la civiltà (che manca), bellezza!
Cinisi ha creduto al briciolo del Cielo, poi il Diavolo l’ha fatto sgretolare, ma

<< Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo>>.

Nota: la prefazione è affidata a Marco Tullio Giordana

Salvo Vitale è nato a Cinisi, ha insegnato Filosofia e Storia nei licei sino al 2003, ha organizzato con Peppino Impastato alcune iniziative continuandone l’attività dopo la sua morte. Collabora con << Antimafia Duemila>> e con altri giornali, riviste e blog. Si occupa di educazione alla legalità, di educazione antimafia nelle scuole, cura il sito http://www.peppinoimpastato.com e lavora, come collaboratore esterno, nell’emittente Telejato.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio dell’Ufficio Stampa Rubbettino.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La notizia diventa Storia, Giuseppe Di Fazio (Domenico Sanfilippo Editore, 2016), a cura di Daniela Distefano

3 settembre 2016

unnamedIl tempo della storia, il flusso delle notizie. La lunga durata degli eventi sociali ed economici, l’immediatezza della comunicazione nell’era di Internet. A volte sembra che l’informazione abbia una marcia in più rispetto alla realtà, ma l’informazione corre per poi consumarsi in fretta. La storia, invece, procede a piccoli passi, rivelando, col passare degli anni, novità sorprendenti.

Quali sfide si pone il giornalismo nell’era della comunicazione integrale?  Come considerarlo? Sul viale del tramonto? Un novello Sisifo che spinge con fatica il
masso del pensiero non nichilistico? Oppure – potenziato dai mezzi virtuali di ultima generazione – è diventato talmente pervasivo da risultare troppo onnipotente, onnipresente e condizionante? Di fatto, Internet ha modificato il nostro approccio con la realtà.
Google, You Tube, Wikipedia, Facebook,  Twitter, per citare i social più diffusi, sono i nostri facili rubinetti del sapere: con un clic beviamo direttamente alla fonte della conoscenza. Un rivoluzione copernicana perché mai come in quest’epoca l’accesso al sapere è stato così a portata di mano degli esseri umani, nei secoli passati, divisi in classi sociali opposte non solo per censo ma anche per istruzione. I fatti vengono prima riportati, poi masticati, infine narrati nei loro sviluppi. Si tratta di un ciclo che si ripete e acquisisce valore di trattamento dei dati in continuo perfezionarsi.
Questo – come afferma Giuseppe Di  Fazio – perché

La notizia non è solo il racconto della superficie e del “rumore” di un fatto: essa ha una profondità che merita di essere indagata secondo tempi che  non sono più solo quelli rapidi dell’informazione online.

Ecco perché la notizia su Internet viene poi assimilata sui giornali cartacei.
Tutto bello? Non proprio, ogni conquista umana comporta un piccolo o grande prezzo da pagare: “la società del tempo libero”, la nostra, è una creatura intrappolata nell’eterno presente. Viviamo con la sete costante dell’essere aggiornati e applichiamo ai nostri giorni l’etichetta della perpetua connessione. Il rischio è che tutto ciò porti ad uno stato di alienazione di pensiero mentre si appressa l’interazione a distanza. Molti sono gli spunti offerti dalla lettura di questo affilato saggio. Una delle sfide che il giornalismo ha affrontato in questi decenni di eventi calamitosi è la lotta alla mafia combattuta nel corso del tempo  con l’inchiostro, la macchina da scrivere, il computer, lo smartphone… A che punto siamo? Il 21 settembre 1990 veniva trovato il corpo senza vita di un giovane magistrato, Rosario Livatino, “il giudice ragazzino”,

il quale si mise sotto lo sguardo di Dio perché sapeva che per applicare la giustizia occorre una luce che illumini tutti gli aspetti della realtà.

La sua morte è stata una vergogna per la Sicilia, per lo Stato,  per l’Italia tutta; una efferatezza  che si è replicata negli anni successivi, defalcando i nostri ingegni migliori, uccidendo la speranza che il loro coraggio sia servito a qualcosa. Ma la mafia non è una realtà omogenea; come dicevano Calvino e don Pino Puglisi per sconfiggerla dobbiamo partire da “ciò che inferno non è”.  L’Autore si sofferma anche su altri avvenimenti  che hanno calamitato l’attenzione dei lettori di quotidiani.                                                                  Il terrorismo è stato un protagonista ricorrente di quasi tutte le prime pagine dei giornali; “la guerra totale islamista”, come la definisce Domenico Quirico, è in atto da un bel po’, ne avvertiamo la presenza solo quando semina morte e distruzione: il nemico è camaleonte e sa ben mimetizzarsi. L’unico baluardo al dilagare di questo stato di conflitto perenne sono le parole del Signore: “Vegliate”.  Non dobbiamo armarci fino ai denti, ma teniamoci pronti ad affrontare l’incognita di un mondo imprevedibile dove quasi 300 persone muoiono non per il maleficio umano di  una bomba ma per gli effetti di un terremoto  indiavolato.

I giornali cartacei durano lo spazio di un mattino, tuttavia gli archivi digitali dei quotidiani sono fonte di storia.

E’ dalla Storia che dobbiamo partire verso il viaggio nelle cose comprensibili dalla mente umana. Tutto il resto è una interazione, per chi crede, divina.

Giuseppe Di Fazio è caporedattore del quotidiano “La Sicilia” nonché docente di Storia e tecnica del giornalismo all’Università di Catania.

Source: libro acquistato dal recensore.

:: Eva Braun, Nerin E. Gun (Castelvecchi, 2016), a cura di Daniela Distefano

29 luglio 2016
Eva-Braun-PIATTO

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Come la Germania, Eva si diede a un uomo anormale, come la Germania credette in lui, come la Germania si lasciò guidare totalmente da lui, come la Germania lo venerò come un dio e lo amò come un padre, e come la Germania di quel tempo discese con lui nell’inferno.

Questa biografia della moglie del dittatore Hitler è una testimonianza di quanto poco sia emerso sulle dinamiche che risiedono nel Male umano. Chi era Eva Braun? C’è chi l’ha definita un’oca, una serva, un’attricetta infangata dal Potere, c’è chi l’ha voluta plagiata, corrotta, incurante degli eventi storici, popolana di lusso, soggiogata, incatenata ad Hitler come un cane nella sua cuccia. Forse bisognerebbe partire dal Vangelo, da così lontano e nello stesso tempo vicino. Il Signore ci fa sapere che all’ora destinata i buoni saranno separati dalla sterpaglia, cioè dai cattivi. Prima cresciute insieme le spighe di grano, quando vorrà Dio avrà luogo una divisione,  le spighe buone saranno separate da  quelle impregnate di zizzania. Ovunque ci sarà pianto e stridore di denti. La guerra più sanguinosa di tutti i tempi, quella più dolorosa per le modalità di morte applicate, è stata una dimostrazione di ciò che avverrà alla fine dei tempi. Eva Braun era una spiga non matura, ma di certo non cattiva; amante trascurata, giudicava gli avvenimenti internazionali dal suo punto di vista personale. L’uccisione di Ernst Rohm, il capo delle SA,l’assassinio di Dolfuss, l’incontro fra Hitler e Mussolini a Venezia, avevano un solo denominatore comune per Eva, erano tutti prestesi di Hitler per scaricarla. Era in un perenne stato d’ansia perché in ogni momento temeva di essere abbandonata. Più che amare Hitler, lo adorava come una divinità. Da questo punto di vista, potremmo persino azzardare che sia morte felice: aveva realizzato il suo sogno di sposalizio, non chiedeva altro. Sappiamo, dunque, che ha sbagliato, che è rimasta abbagliata dai fari dell’immondo, però forse non possiamo pensare che si trovi adesso all’inferno con suo marito. Eva era anch’essa vittima, non ha fatto male ad altri, solo a se stessa. Ha pagato con la vita, adesso riposa nella pace del silenzio. I sei milioni di ebrei uccisi da Hitler ululano nel suo sepolcro, lei ebbe la colpa di essersi resa protagonista di un mondo che non capiva. Perché il suo universo era solo lei, solo lui. Grazie alla scoperta di trentatré album di fotografie di Eva braun e di alcune pagine del suo diario privato in un oscuro angolo  degli archivi di Washington, l’autore di questo libro – alla fine degli anni ’60 –  fu in grado di ottenere la collaborazione di membri della famiglia Braun, che dopo ventidue anni di silenzio accettarono di parlare. Da questi colloqui è affiorato un ritratto di Eva Braun umano e non stereotipato: Eva una ragazza come tante, suscettibile, sensibile, attenta, premurosa, dall’anima aggraziata; una predestinata però a divenire stella cadente.

Nerin E. Gun, (1920-1987). Fu un giornalista turco-americano. Corrispondente di guerra a Berlino per la stampa neutrale, fu prigioniero nel campo di  concentramento di Dachau. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si stabilì negli Stati Uniti. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Le rose rosse del Texas (1964) e Il carteggio segreto di Mussolini (1970). La biografia di Eva Braun fu pubblicata in America nel 1968.

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:: Serva di Dio. Suor Maria Santina Scribano madre dei sacerdoti, Vincenzo Speziale (Edizioni Segno, 2016), a cura di Daniela Distefano

28 luglio 2016
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Suor Maria Santina Scribano, al secolo Emanuela Giovanna Scribano, nacque il 4 dicembre 1917 a Ragusa. Rimasta orfana di madre, fu affidata alla nonna paterna mentre sua sorella Michelina a quella materna. Tornata dal padre che nel frattempo si era risposato, la giovane visse dai 12 ai 15 anni i tre anni più duri e tristi della sua vita. Purtroppo la convivenza con la matrigna le procurò sofferenza ed umiliazioni. Avrebbe voluto amare Gesù, ma voleva farsi una famiglia. All’età di 15 anni decise di fare tutti i giorni la Santa Comunione in suffragio della sua mamma e ogni settimana si confessava.
Col passare degli anni, Emanuela si sforzò sempre di più nel morire a se stessa per far crescere in lei Gesù, convinta che a ispirarla era  l’amore di Dio. Tra il 1938 ed il 1941, si realizzò il suo sogno di fede, anche se non fu facile né semplice la vita in convento. I disegni divini sono imperscrutabili, però c’è un tracciato netto che separa gli uomini chiamati dal Signore. Una totale abnegazione li contraddistingue, una pena sopportata con lieve timore, la certezza di vivere con gioia il Calvario. Suor Maria Santina ha vissuto la Croce di Cristo con l’umiltà dei Santi e la tenacia degli eroi. Tutta la sua vita è una parabola di speranza, carità, fede, devozione, resilienza.  Ha assaggiato il sangue di Nostro Signore con la vergogna di non esserne degna. Perché esistono i Santi? Perché i miracoli, le profezie, i sogni realizzati? Forse Dio ha pietà di noi, manda suoi ambasciatori per illuminare il cammino verso il Cielo. Non è facile seguire il percorso di un Beato, però non ci sono alternative, il must è : “soffrire e non morire”. La strada verso la Liberazione dai ceppi terreni a volte è tortuosa, lunga, piena di buche, di sterpaglia, di fiori penzolanti, di orme animalesche; il sentiero che conduce a Dio ci fa paura, è un salto nel vuoto, ma è l’unico che può salvarci. “Tu hai parole di vita eterna, Signore”. Cristo è la sola Verità che ci rimane. Senza di lui il mondo è fatuo come un pozzo senz’acqua.

Vincenzo Speziale scrittore, già autore de “Il mistero di una vita beata Anna Biagi Taigi” ,“La Via Crucis dettata da Gesù a suor Josefa Menendez”, “Fatima aveva ragione”.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: Donne per il terzo millennio. Problema o risorsa?, Enrica Rosanna (Milella, 2007) a cura di Daniela Distefano

26 luglio 2016
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Questo libro è un’occasione per considerare i valori fondamentali dell’umanità. La Chiesa ringrazia la santissima Trinità per il “mistero della donna”, una cristallina ispirazione evangelica. E’ necessario fondare la “civiltà dell’amore”, seguire la missione nel mondo di un essere che sappia trasformarsi in “genio della donna”. Ma chi incarna questa genialità più di tutti? Ovviamente Maria, madre santissima del Signore. La storia della donna è un cammino sofferto e splendido. I movimenti femminili propugnano una liberazione della donna in quanto risorsa per il genere umano con la sua intelligenza, resistenza, fedeltà: risorsa morale, culturale, che deve sostenere la partecipazione del gentil sesso nei luoghi di potere. Ma non il Potere di dominio, semmai un potere inteso come “servizio”. Il tema della felicità, cioè della libertà e della pace è un traguardo che dev’essere raggiunto nel nostro cosmo oramai globalizzato. Ci vuole più solidarietà universale, specie tra i giovani che devono lottare per la pace, riducendo gli individualismi esasperati. Manca, di fatto, un reale processo di formazione. Don Bosco usava il termine “familiarità” per definire il rapporto tra adulti educatori e giovani. Oggi i ragazzi devono affrontare le problematiche di un mondo in crisi e in guerra perenne. Il drammatico attacco alle torri gemelle è stato macabro e inquietante, un’ombra lunga sull’Occidente. Tutti siamo stati lambiti dal terrore. L’educazione – non solo femminile – alla pace è un tassello imprescindibile per chi voglia seminare grano e non sterpaglia da bruciare. Il Signore chiede molto, ma dà anche molto. “La donna non può ritrovare se stessa se non donando l’amore agli altri”. Quello che Suor Enrica intende sottolineare è che l’uomo e la donna sono membri con pari prospettive per il Cristo Gesù. Non è una questione solo di privilegi o sotterfugi, di stipendi più alti per i maschi, di lavoro più duro per le donne, non è solo un fattore di schiavitù femminile, di casi di femminicidio, di vita beata che non sempre è fattibile. La donna, semplicemente, fa parte – come l’uomo – di un piano divino. Voler negare questo assunto significa non considerare il cammino sulla Terra come passaggio per il Cielo. Tutti dobbiamo lottare per i valori che ci appartengono. La crisi di oggi non è solo di genere, economica, politica, istituzionale, cancerogena per la società. Il fatto è che oggi abbiamo crocifisso Gesù senza neanche saperlo. Buttiamo un sasso nello stagno del benessere, del consumismo, del capitalismo, e cosa ne viene fuori? Il caos della perduta Babilonia. “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti”, dice il Signore: noi stiamo seppellendo i nostri costumi, le nostre tradizioni, i nostri ideali, la fede in Dio, la speranza di salvezza. La competizione, la concorrenza, sono questi i nostri obiettivi. E il prossimo? C’è tra noi ancora un buon Samaritano? Forse sì, non siamo troppo pessimisti, però chi lo ringrazierà per il suo aiuto? Ritornando al tema del libro, cioè la donna, tutti dobbiamo sforzarci di essere grati a Dio per averla creata. Non è solo un fatto di procreazione, o di materna bontà. La donna non deve essere più schiavizzata, deve emanciparsi senza scavalcare nessuno, non è guerra, è libertà. Quali sono i modelli di donna a cui ispirarsi? Naturalmente, le donne del Vangelo, sante e pie mediatrici, esempi di vita consacrata all’eterno gaudio. Il Signore si serve di loro come testimoni della Resurrezione. L’umiltà, il coraggio, la franchezza, la devozione, la sottomissione, la preghiera, sono attributi delle donne del Vangelo. Dobbiamo a loro la fedeltà ai sacramenti del Signore. Assieme agli apostoli, e a tutti i cristiani, eredi di una testimonianza millenaria. Questo libro è un incipit alla riflessione su ciò che siamo e quello che con l’aiuto di Dio possiamo diventare. La donna è completamento del disegno divino, non riconoscere questo compito sarebbe un degradare l’umanità a qualcosa di spezzato e non fecondo.

Enrica Rosanna è Docente Emerito della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» di Roma –

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Venezia salva. Un film di Serena Nono, Simone Weil (Castelvecchi, 2015) Daniela Distefano

22 luglio 2016
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Una tragedia in tre atti diventa soggetto di un film assai intrigante. Simone Weil scrisse Venezia salva con il proposito di togliere il velo a certi altarini funerei. E’ un’opera che valica i confini del tempo. Serena Nono ne riprende lo spunto attuale e ne fa un film che prevede pure il coinvolgimento del popolare attore e comico David Riondino. Ma di cosa parla questo capolavoro di perfezione tempistica, dialoghi corti e lunghi, frasi che dilapidano i pensieri? Il marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, nel 1618 elaborò un piano per sottomettere, attraverso una congiura, Venezia al potere del re di Spagna che all’epoca era padrone di tutta l’Italia. Volendo rimanere nell’ombra, per il suo ruolo di ambasciatore, ne affidò l’esecuzione a Renaud, un gentiluomo francese, e a Pierre, un pirata provenzale, capitano e navigatore di fama. Il piano prevedeva un’azione improvvisa, in piena notte, appiccando molti incendi nei vari punti della città, seminando il terrore nei vari quartieri ed uccidendo chiunque tentasse di resistere. Tutto era fissato per la notte della Pentecoste. Jaffier, capitano di vascello, provenzale, provocò il fallimento della congiura confessandola al Consiglio dei Dieci per compassione verso la città. E’ un testo che si rifà al passato della nostra storia, correggendolo con un tocco di speranzosa fatalità. Jaffier il traditore o Jaffier il Liberatore? Il suo è stato un gesto di ineguagliabile coraggio o la resa di fronte ad un piano che minacciava di franare sotto i piedi? Di certo, Venezia è salva grazie a questo atto dalle conseguenze fortuite. Tutto il resto è Bene che vince sul Male: sempre. E se nel testo si legge

La misericordia è un attributo propriamente divino. Non esiste una misericordia umana. La misericordia implica una distanza infinita. Non si ha compassione di ciò che è prossimo, sappiamo che anche la pietà di un uomo può fare molto per la salvezza di tutti.

Simone Weil (1909-1943), ebrea, rappresentante della Sinistra Rivoluzionaria, partecipò alle Brigate Internazionali e, durante la guerra, fu attiva combattente.

Serena Nono, veneziana, classe 1964, diplomata in Belle Arti, ha frequentato la Kingston University di Londra.

Nota: La traduzione è affidata a Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito.

Source: libro inviatoal recensore dall’Editore

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:: La lettera, Kathryn Hughes (Editrice Nord, 2016), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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500.000 copie, 4.000 pareri favorevoli, per 130 giorni in testa alle classifiche, diritti di traduzione in 16 Paesi, diritti cinematografici e un successo strepitoso in tutto il mondo.  Quale può essere il segreto del successo di un libro? Una buona combinazione di fluida lettura, lingua non contorta, facile assimilabilità della trama. Anche se parliamo di un libro d’esordio, riscontriamo in esso una maturità che lascia intravedere un lungo esercizio di limatura e propensione al imbastire aneddoti. Insomma, si capisce che la scrittrice si è molto divertita nel raccontare una storia godibile e struggente. Siamo in Inghilterra, una giovane donna è infelice per via dei maltrattamenti subiti. Non ha più la speranza di liberarsi, però ci prova. Va via di casa, il marito però le giura di essere cambiato, lei è sola, si illude che davvero sia una persona migliore. Non è così. Un giorno, trova una lettera ingiallita ed inizia la sua alternativa all’oppressione. E’ una lettera d’amore, scritta nel periodo del secondo conflitto mondiale. Questa protagonista ammaccata dalla vita diventa investigatrice. Vuole sapere perché è finita la storia d’amore tra due giovani. Forse per la guerra? Forse perché non si amavano più? Forse perché dispersi come chicchi di grano? Da brava cantastorie, l’autrice pone il lettore nel processo di immedesimazione, ci si lascia coinvolgere da un narrare denso, molto fresco, intrigante. Ogni pagina contiene una sorpresa, un idillio arcadico di felicità da conquistare. Nasce la gioia di accettare quello che il destino ha in serbo per noi. “Niente è per sempre”, cantano gli Afterhours, ed allora perché non mettere un punto alle sofferenze? La giovane coppia di innamorati, come Romeo e Giulietta, è punita dal fato, ma il loro amore resiste nel tempo, come quei segni sulle pareti delle grotte ultramillenarie. La nostra “investigatrice per caso” scoprirà che il Bene trionfa sempre e comunque e il suo dolore svanirà se avrà coraggio.

Kathryn Hughes è inglese, nata e tuttora residente nel Cheshire. Questo è il suo romanzo d’esordio.

Source: libro inviato dall’Editore al recensore.

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:: L’arte del Rinascimento in Italia, Stephen J. Campbell, Michael W. Cole (Einaudi, 2015), a cura di Daniela Distefano

18 luglio 2016
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Il Rinascimento vide l’origine dell’arte nella mente del  creatore. Quando Raffaello scriveva che cominciava a dipingere con una << certa idea>>, quando Michelangelo descriveva lo scultore come colui che insegue l’<<idea>> contenuta in un blocco di pietra, o quando Vasari riportava la pittura, la scultura e l’architettura al principio del << disegno>>, essi asserivano che il solo lavoro non era  meccanico, ma anche intellettuale, un lavoro di pensiero. L’artista del Rinascimento era spesso apprendista di bottega, nella quale raggiungeva abilità tecniche mirabili. La trattazione comincia nel 1400, è corredata da ben 817 illustrazioni, 703 a colori. Un lavoro immenso.
Questo volume punta alla completezza piuttosto che all’enciclopedismo, un focalizzare l’attenzione sui singoli oggetti e monumenti, sottolineando i limiti di un approccio meramente biografico. E’ una puntigliosa dimensione auto-riflessiva. Il Rinascimento fu una rigogliosa occasione per riprendere le fila di un percorso di contezza delle antichità classiche, un ulteriore declinazione dell’umanesimo che lanciava reti per pescare nel mare della perfezione artistica passata. Fu cerniera tra il presente ed il futuro, come se tutta la vastità di immaginazione greco-latina fosse divenuta il trampolino da cui tuffarsi per immergersi nel fiume della bellezza figurativa. La grandezza del sua eredità è frutto di un cammino intrapreso dai pionieri umanistici che hanno indossato l’armatura classica più congeniale, salvo poi spiccare il volo come rondini che migrano verso porzioni di cielo non contaminate dalla trivialità grottesca o da stereotipi soggetti di un’arte che aveva bisogno di liberarsi. Gli autori di questo poderoso volume sono esperti conoscitori delle vicende artistiche dell’Italia, ma si soffermano anche su influssi culturali esterni. Un libro da leggere, da sfogliare, da meditare, da gustarsi non solo perché parla dell’ orgoglio di una nazione, ma anche del  suo apporto alla civiltà dell’intero Occidente.

Stephen J. Campbell è docente di Storia dell’arte alla Johns Hopkins University

Michael W. Cole è ordinario di Storia dell’arte e archeologia alla Columbia University.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simonetta dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: La filosofia di Charlie Brown, Charles M. Schulz (Magazzini Salani, Anno 2015), a cura di Daniela Distefano

11 luglio 2016
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Dopo “Peanuts. E’ dura nascondersi dietro qualcuno che è verticale quando tu sei orizzontale” (2014) e “La filosofia di Snoopy. Era una notte buia e tempestosa” (2014), “La filosofia di Charlie Brown” (2015) è il terzo evento letterario di una trilogia che consacra la maestria di Charles M. Schulz nel far sorridere il lettore di ogni età convergendo la sua simpatia nei confronti di un “adorabile perdente”.
Apparso per la prima volta il 2 ottobre 1950, il buon vecchio Charlie Brown è capitano della peggiore squadra di baseball al mondo, non riesce a trovare il coraggio per parlare con la ragazzina dai capelli rossi, ma continua a sperarci, non si preoccupa mai di come comincia la giornata, è come andrà a finire che lo turba. Se la vita è come un gioco.. a volte si vince, a volte si perde, Charlie Brown sarebbe contento anche di pareggiare. Ecco due perle della sua scalmanata saggezza:

Battuti di nuovo, sono così stanco che non riesco a muovermi, sono perfino troppo stanco per piangere, se mi mettessi a piangere, le lacrime non mi correrebbero giù, scenderebbero camminando.

Una volta cercavo di prendere ogni giorno come veniva.. sai, vivere alla giornata.. la mia filosofia è cambiata… mi sono ridotto a vivere alla mezza giornata!

E’ un universo colorato quello di Charlie Brown, eroe incompreso persino dal suo cane. Vorrebbe trovare il coraggio di esorcizzare  le sue paure, ma  dirige una squadra che lo boicotta ad ogni partita. Il suo personaggio è sempre fedele a se stesso, vive di grandi slanci di amicizia, è pessimista creativo, si allena nella palestra del pensiero come antidoto ai malesseri della sua età. Il segreto del suo perenne successo? La tenacia nell’accettare le sconfitte.

Charles M. Schulz nasce a Minneapolis, nel Minnesota, il 26 novembre 1922. Schulz disegna Snoopy e la sua banda per 50 anni senza interruzione. Muore nel 2000, il giorno prima della pubblicazione della sua ultima striscia, dopo aver realizzato 17.897 strisce quotidiane e tavole domenicali.

Source: inviato al recensore dall’editore.

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