Quando ho saputo che Jeffery Deaver avrebbe ereditato il testimone da Sebastian Faulks portando di nuovo in vita James Bond il mitico agente segreto al servizio di sua Maestà con licenza di uccidere, di bere i suoi proverbiali Martini agitati e non mescolati e di portarsi a letto schiere di donne formose ipnotizzate dai suoi occhi blu devo dire la verità ho accolto la notizia con una certa dose di scetticismo. Certo non tutti gli eredi di Ian Fleming che si sono succeduti negli anni sono riusciti nell’ardua impresa di tener vivo il mito, anche se a mio avviso i migliori sono stati John Gardner e Raymond Benson, tuttavia Deaver mi è subito sembrato il meno adatto di tutti. Innanzitutto è sì un grande scrittore, questo è indubbio, ma dà il meglio di sè nel thriller cadenzato da frequenti colpi di scena e da una suspance a volte decisamente sopra le righe. Diciamo che in un libro targato James Bond queste caratteristiche sfumano e a meno che non si decida per una prematura dipartita del nostro eroe, ipotesi di per sè assurda e fuori di questione, è evidente che Bond è immancabilmente destinato ad affrontare i cattivi uscendone sempre vincitore e per giunta con lo smoking al massimo leggermente sgualcito. Quindi buona parte dell’ effetto sorpresa già si stempera in partenza. Devo dire tuttavia che Deaver ha fatto uno sforzo decisamente inusuale per uno scrittore del suo calibro, cercando di tornare alle origini e di riproporre lo stile Fleming asciutto e schivo, rispettandone i tempi, evitando i fronzoli e gli scavi psicologici in favore di un’ azione più smaccatamente bondiana. In più ha aggiunto di suo anche una certa originalità, attualizzando e forse anche svecchiando un personaggio che di per sé metterebbe in soggezione chiunque. Non sono d’accordo con chi la ritiene una mera operazione commerciale, Deaver ha tentato davvero e onestamente di proporre un Bond moderno, venato da una certa malinconia, da una solitudine quasi metafisica appesantito sì da gadget tecnologici e notizie sulla marca di champagne bevuta, sul nome del modello dell’auto che guida o su indicazioni sul sarto da cui si veste, dettagli che se troppo ripetitivi possono risultare irritanti, pur tuttavia ha voluto dare un’anima al personaggio e una coscienza anche politica, caratteristiche decisamente non presenti nei suoi predecessori. Devo ammettere comunque che ho trovato piuttosto impegnativa la lettura, a differenza di Fleming che amava la brevità Deaver si dilunga in descrizioni, complica la trama per arricchirla di colpi di scena e si diverte a mandare il nostro eroe per i quattro angoli del globo dalla Serbia a Londra da Dubai al Sudafrica in una gincana che si protrae per ben 600 pagine. Diciamo anche con un centinaio di pagine in meno non mi sarebbe dispiaciuto. Mi è piaciuta invece e molto la parte diciamo critica, la verve con cui si scaglia contro i traffici illeciti che esistono alla base dei conflitti che lacerano paesi come l’Africa e in questo Deaver ha dimostrato un certo coraggio riuscendo a mio avviso a far riflettere anche su temi seri e drammatici dando spessore al personaggio e innalzando il suo Bond ad una dimensione si può dire quasi sociale. Non esito a credere che presto Carta Bianca diverrà la trama per un’ ennesima avventura cinematografica del nostro Bond e penso che anche Deaver mentre ci lavorava era accompagnato da questa consapevolezza. Per gli appassionati delle spy story una lettura da non perdere per chi ama i libri che coniugano avventura e scenari esotici una lettura che sicuramente regalerà ore piacevoli.
:: Recensione di Carta Bianca di Jeffery Deaver
16 giugno 2011:: Intervista con Mykle Hansen a cura di Giulietta Iannone
15 giugno 2011
Ciao Mykle. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Mykle Hansen? Punti di forza e di debolezza.
Ciao Giulia! Sono Mykle Hansen, qualcuno mi ritiene un bugiardo. Sono alto dodici metri e sono coperto interamente da gattini. Quando rido, le automobili esplodono. D’altra parte, sono anche allergico al denaro.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
La mia infanzia è stata una fregatura. I miei genitori si sono separati, così ho vissuto con mia madre in un posacenere di tre stanze. Mia mamma fumava 1000 sigarette al giorno, ed era sempre preoccupata per i soldi. Ero uno studente terribile così ho abbandonato l’università per lavorare nel settore industriale. Tutto quello che so, l’ ho imparato da solo.
Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore?
Mia madre aveva una macchina da scrivere veramente bella, e quando avevo tre o quattro anni ho cominciato a scriverci su solo per sentire il ritmo del suono dei tasti.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
E’ importante non imitare troppo gli uni gli altri . Uno scrittore veramente bravo dovrebbe avere una serie di qualità completamente diverse rispetto ad altri bravi scrittori. Prendete me per esempio: la mia pelle si illumina al buio, e sono coperto di vagine. Nessun altro scrittore vivente può dire questo. Inoltre uno scrittore per migliorare deve avere un forte ego e credere in se stesso, pur possedendo l’umiltà sufficiente per riconoscere i propri errori.
In poche parole: cos’è la Bizarro fiction? Puoi dirci i nomi di alcuni degli autori principali di questa corrente?
Bizarro è un genere di fiction per le persone che sono stanche della fiction tradizionale. L’obbiettivo dei Bizarro è quello di provocare una reazione, di evitare cliché, e di esplorare la follia. Molti considerano Carlton Mellick III il padre del movimento, insieme a Jeremy Robert Johnson, Kevin Donihe, Gina Rinalli, e alcuni altri. Bizarro è una grande famiglia – si ricevono un sacco di regali a Natale. Oggi ci sono decine di autori interessanti. Caris O’Malley e Cameron Pierce, per esempio, sono giovani scrittori davvero impressionanti che sembra migliorino ad ogni nuova storia.
Vuoi descriverci una tua tipica giornata di lavoro?
Bevo un bel caffè forte e scrivo tutta la mattina, poi la sera leggo fino a quando ho sonno. Cucino la cena per la mia famiglia alle sei. Il mercoledì pomeriggio lotto con alligatori vivi.
Missione in Alaska è un pazzo, pazzo libro. Cosa ti ha spinto a scriverlo? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Un grave mal di schiena. A quel tempo, non potevo nemmeno scrivere, perché non potevo sopportare di stare seduto su una sedia. Alla fine ho inventato una sorta di piano-scrivania, e ho cominciato a scrivere ogni mattina mentre stavo sdraiato sulla schiena. La storia di un uomo bloccato sotto la sua vettura è ovviamente correlata a questo, ma quel pensiero non mi è mai venuto in mente in quel momento. Stavo solo cercando di raccogliere tutte le frustrazioni della mia vita: la mia salute, il mio paese, lo stato del mio mondo. Ero arrabbiato, e avevo bisogno di ridere. Marv Pushkin ha risolto il mio problema.
Puoi parlarci un po’ del tuo protagonista, Marv Pushkin, un vero bastardo e di come la storia ha inizio?
Marv è un pastiche di tutti i generi di persone che mi danno fastidio. Ma poiché sono una Bilancia, cerco sempre di vedere le cose dalla parte del mio avversario in ogni argomento. Quindi, in ogni capitolo ho cercato di simpatizzare con pareri o idee che normalmente mi offendono: il razzismo, il sessismo, l’industrialismo, l’avidità, l’egocentrismo, l’ arroganza, e così via.
La società americana è così negativa o Marv Pushkin è una sorta di assurda esagerazione. Sei ottimista?
Non c’è un solo giudizio sull’ America. Sarebbe come se un pesce desse lezioni sull’acqua. Il nostro governo è stato gravemente danneggiato da decenni di corruzione, e alcuni miliardari stanno lavorando duramente per erodere tutti i progressi sociali del secolo scorso. Ma l’America è ancora molto viva, vivace, piena di possibilità. Invito tutti i disperati, la gente oppressa del mondo a venire in America e ad aiutarci a risolvere il problema.
Ma il vero protagonista è l’orso. Qual è il suo ruolo nel libro?
E’un modo di vedere le cose: Mister Orso rappresenta il mondo naturale, l’ambiente, e Marv Pushkin è il suo contraltare, rappresenta tutte le azioni umane distruttive che minacciano il mondo naturale: la deforestazione, l’inquinamento, lo sfruttamento e il sovraffollamento.
Se Hollywood chiamasse, chi vedresti bene nella parte di Marv?
Morton Downey Jr., di sicuro. O Marcello Mastroianni, se solo fosse ancora vivo. John Goodman nella parte dell’orso.
Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?
In realtà, Missione in Alaska è stato il libro più semplice che abbia mai scritto. Sono stato preso da un’ ondata di ispirazione e che mi ha trasportato a riva. Naturalmente le revisioni hanno preso tempo, ma mi sono goduto ogni singolo momento.
Quali sono i tuoi autori preferiti contemporanea? Parlami delle tue influenze letterarie.
Ho appena scoperto Sam Lipsyte e sto leggendo tutto ciò che ha scritto. Mi piacciono gli scrittori, come lui, che capiscono la poesia e la usano per scrivere in prosa. Mi piace la sua bellissima lingua, ma non per se stessa. Joy Williams è un altro grande scrittore del genere. Sono anche molto appassionato della generazione appena precedente alla mia: Martin Amis, Jim Thompson, Raymond Chandler, Donald Barthelme… Sono piuttosto ignorante per quanto riguarda i classici, ma mi piace moltissimo Moby Dick.
Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?
La “critica” nel senso accademico del termine non ha grande spazio nel mio paese. Ho letto un sacco di critica sociale in riviste come “N +1” o “The Baffler”, ma non voglio essere troppo analitico, o addirittura consapevole del modo in cui la mia scrittura funziona. Ho fiducia nell’istinto.
Scrivi anche racconti o solo romanzi?
I racconti sono la mia forma letteraria preferita! La mia prima collezione di racconti, Eyeheart everything, è stata appena ripubblicata dopo dieci anni, e ho un’ altra raccolta di prossima uscita. E’ piena di storie divertenti sulla morte.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Party Like It’s 1984 è una interessante raccolta di racconti brevi in inglese di scrittori della Cina contemporanea. Sono circa a metà. La prima storia, The Devoured Man di Josh Stenberg, è un vero gioiello.
Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Amo leggere ed esibirmi, e quando Missione in Alaska uscì per la prima volta ideai una performance promozionale in cui mi battevo con un orso vivo sul palco. L’orso suonò anche canzoni d’amore con la chitarra, mentre io davo corso ad una proiezione di diapositive su vari orsi reali e immaginari del Nord America. E’stato un grande successo, anche se girare gli USA con un orso nella mia macchina è stata un esperienza unica che non ripeterò.
Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?
Certamente l’Italia è un paese bellissimo! Ma non sono sicuro di come superare la barriera linguistica. Avrei bisogno di un traduttore, o forse potrei insegnare all’orso a fare il mimo.
Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?
E ‘troppo presto per dirlo, dobbiamo vedere come va questo. Pubblicare un libro è un affare rischioso. Siete pregati di acquistare tutti i miei libri. Se li avete già comprati, siete pregati di acquistarli di nuovo. Acquistate molte copie. Spendete tutti i vostri soldi nel loro acquisto. Grazie.
A Marco Vicentini, il boss di Meridiano Zero, il tuo editore italiano, piace molto il tuo libro. Come vi siete conosciuti?
Non ci siamo ancora incontrati. Per quanto suoni poco affascinante, mi ha trovato su Facebook. Come ha trovato il mio primo libro è una domanda che devi fare a lui. Abbiamo solo avuto uno scambio di lettere finora. Ma penso che abbia fatto un ottimo lavoro con la progettazione del libro, e la traduzione sembra funzionare perché un sacco di fans italiani mi contattano online. (Fans Ciao!)
Parlaci del rapporto con i tuoi lettori?
C’è un piccolo campo di fronte a casa mia pieno di miei lettori. Aspettano fuori per giorni con le loro macchine fotografiche e i loro binocoli, sperando di intravedermi. Mia moglie gli porta tè e popcorn al mattino, ma ogni volta che provo a parlare con loro si comportano in modo così strano – si inginocchiano, mi baciano i piedi, mi porgono i loro bambini, piangono e così via – ed io non so cosa dire. Lo trovo molto imbarazzante. Così li saluto di tanto in tanto dalla finestra, o altrimenti provo ad ignorarli.
Come possono mettersi in contatto con te?
Online, tramite Facebook, o sul mio sito web mykle.com . (Per favore, andate via dal campo davanti al mio cortile).
Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Troppi progetti, sempre. Sto scrivendo un romanzo su un unicorno gay, e sto finendo le modifiche ad una raccolta di racconti, poi sto scrivendo un insieme di saggi sui modi in cui i morti possano fornire un vantaggio economico a favore dei vivi. C’è anche una biografia che spero di iniziare presto, se riesco a ottenere l’accesso a determinati documenti, e alcuni progetti per Hollywood e sono in pauroso ritardo. L’arte è bella, ma c’è dietro un sacco di lavoro da fare.
:: Segnalazione di La camera del cielo di Judith e Garfield Reeves-Stevens
14 giugno 2011
«Un romanzo da leggere a tutti i costi.»
The New York Post
«Chi ama le letture forti, ricche di colpi di scena e di suspense,
ha trovato pane per i suoi denti.»
Stephen King
Judith & Garfield
Reeves-Stevens
LA CAMERA DEL CIELO
in libreria giovedì 16 giugno 2011
Florian MacClary l’ha trovata. Nelle profondità dell’oceano Pacifico, è nascosta una camera interamente decorata con le costellazioni celesti e che, al centro, ha un tavolo di pietra su cui sono incisi dodici simboli enigmatici. Ma il destino di Florian e della sua squadra è segnato: caduti in trappola, vengono uccisi da uno spietato assassino, che s’impadronisce anche di un reperto unico…
David Weir ha pochi mesi di vita. Nel corso delle sue ricerche presso il Laboratorio d’identificazione del DNA, gestito dall’esercito americano, ha rintracciato gruppi d’individui apparentemente normali, ma che presentano una sconcertante anomalia: una sequenza genetica «sconosciuta» che li porta a morire prima dei 27 anni d’età. David ha 26 anni ed è uno di loro…
Jessica MacClary è sconvolta. Nel quartier generale della fondazione della sua famiglia, sotto una volta ricoperta di stelle, la ragazza apprende che sarà lei a proseguire la missione di sua zia Florian. Ciò significa che diventerà una dei Dodici Difensori e che sarà la custode di un segreto antichissimo…
Dai ghiacci dell’Artico alle capitali europee, dai mari del Sud ai casinò di Atlantic City, Jessica e David saranno costretti ad allearsi in una disperata corsa contro il tempo per annullare la condanna codificata nel DNA del giovane scienziato e svelare un mistero che risale all’origine stessa della civiltà umana.
Judith e Garfield Reeves-Stevens sono marito e moglie. Prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa, hanno lavorato come sceneggiatori per molte serie TV americane di grande successo.
:: Intervista con James Rollins a cura di Giulietta Iannone
14 giugno 2011
Ciao Jim. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è James Rollins pseudonimo di Jim Czajkowski? Punti di forza e di debolezza.
“James Rollins”, è uno scrittore di thriller, ma come lo pseudonimo implica, spesso indosso un paio di maschere. Sono anche “James Clemens,” scrittore di fantasy. E “James Czajkowski,” veterinario. Con tanti nomi, a volte mi è difficile tenere tutto sotto controllo.
Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Prima di tutto, do a mia madre la colpa per la mia carriera di scrittore. Ho sempre letto sin da quando ero ragazzo. E’ da questo tutta la follia ha avuto iniziato. Certo, ero anche interessato agli animali e alla scienza e sapevo che sarei diventato un veterinario – ma amavo anche leggere. E la lettura è stata come gettare benzina sul fuoco di una fervida immaginazione. Sono cresciuto con tre fratelli e tre sorelle, e io ero il “narratore” della famiglia (quello che mia madre chiamava “The Liar”). Così la scrittura mi è entrata nel sangue, fin da molto giovane. Ma non ho mai considerato la scrittura come una vera carriera. Pensavo che per poterlo fare avrei dovuto essere figlio di un autore di successo, chessò di Hemingway o di Fitzgerald. Così, invece di fare lo scrittore mi sono occupato della mia altra passione: la medicina veterinaria. Ma fu un errore. Ho continuato a leggere e in qualche contorto angolo della mia immaginazione ha continuato ad albergare questo sogno e così intorno ai trent’anni ho cominciato a dilettarmi di nuovo con la scrittura. In primo luogo, ho scritto un mucchio di storie brevi, sepolte in qualche angolo del mio cortile, poi il mio primo romanzo, che effettivamente è stato un successo.
Che lavori hai svolto in passato?
Prima di diventare un veterinario ed un autore, ho fatto il cameriere, lanciato pizze in aria, e ho fatto il lavapiatti. Ho anche lavorato in un negozio di animali, in un grande magazzino, e in supermercato di alimentari. Ho anche insegnato chimica all’università.
Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore? Come hai scelto la fiction?
Come accennato in precedenza, ho sempre amato raccontare storie. Ma fu solo al liceo che ho realmente provato a scriverle. Al college poi ho messo tutto da parte per concentrarmi sui miei studi veterinari. Dopo il college, ho scritto alcuni articoli di saggistica di medicina veterinaria, che mi hanno fatto capire di voler scrivere narrativa. E così un giorno ho deciso di fare proprio questo.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Certo, ho avuto la mia parte di rifiuti: in primo luogo per tutti quei racconti, poi per il mio primo romanzo. Il manoscritto è stato respinto da 50 agenti diversi prima che uno ha finalmente accettato di rappresentarlo. Poi si è scatenata una guerra di offerte tra due editori e finalmente ne ho venduto i diritti. Ho anche venduto i diritti cinematografici. Sono contento che almeno ad un agente il libro sia piaciuto.
E’ vero che Clive Cussler, Robert Ludlum e Wilbur Smith ti hanno influenzato ?
Assolutamente. Leggo ancora Cussler e Smith, e mi manca Robert Ludlum. Ma devo anche dire che Michael Crichton mi ha influenzato moltissimo.
Chi sono i tuoi autori viventi preferiti?
Adoro Stephen King, Dan Simmons, George RR Martin, Steve Berry, Nevada Barr … oh, l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Tu sei l’autore di numerosi bestseller sia thriller che fantasy ricchi di azione e di avventura. Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi libri? Quale è il tuo preferito?
E ‘difficile scegliere un preferito, ma il primo libro (quello che è stato respinto da così tanti agenti) occupa un posto speciale nel mio cuore. Questo libro è stato pubblicato negli Stati Uniti con il titolo Subterranean. Anche se è stato pubblicato come un thriller, alcuni personaggi sono creature marsupiali con poteri telepatici che vivono in Antartide … così anche nel mio thriller d’avventura, c’è un po ‘di fantasy. Tutto sommato, mi piace miscelare la scienza weird e i misteri storici tutti insieme.
Nel 2007, sei stato assunto per scrivere il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo. Raccontaci qualcosa di questa esperienza.
Prima di tutto, sono un grande fan di Indy. In effetti, mi ricordo quando ho visto I predatori dell’arca perduta per la prima volta. Ci fu un anteprima di quel film, e volevo essere il primo a vederlo. Sono un fan di questo genere di film da geek (e ne sono fiero!). Ma avevo anche prenotato un viaggio in rafting per lo stesso giorno. Mi ricordo che pagaiai molto, molto velocemente per essere sicuro di essere fuori da quel fiume in tempo per vedere il film. Non feci molto in fretta. Così andai direttamente dal fiume al cinema e guardai il film con le scarpe da ginnastica bagnate e i vestiti umidi … e tutto sommato, non è un brutto modo di guardare I predatori dell’arca perduta, ha aggiunto un qualcosa in più alla visione. Per quanto riguarda la scrittura del romanzo, l’ho trovata una sfida interessante e affascinante. E ‘stato molto coinvolgente e liberatorio: decostruire la sceneggiatura, creare i monologhi interiori, espandere alcune scene, e accorciarne altre, e inventare alcune scene nuove di zecca. Lo Studio mi ha dato massima libertà. E tutto sommato, sono stato in grado di aggiungere una dozzina di scene completamente nuove che non sono nello script o nel film. Così mi sono immedesimato così tanto che ho indossato il cappello di Indy e la sua frusta (anche se solo nella mia immaginazione).
Raccontaci qualcosa a proposito della serie Sigma Force?
SIGMA Force è la mia serie attualmente in corso che ha per protagonisti un gruppo di ex soldati delle forze speciali che sono riqualificati in diverse discipline scientifiche e inviati nel mondo per indagare sulle minacce globali. Sono fondamentalmente “scienziati con la pistola”, che si trovano in ogni sorta di guai.
Perché hai deciso di scrivere L’altare dell’ Eden, il tuo ultimo libro pubblicato in Italia dalla Nord Editore?
Ho sempre voluto unire il mio amore per gli animali con la mia passione per la scrittura. L’altare dell’ Eden mi ha offerto questa possibilità. E ‘quello che io chiamo il primo “thriller veterinario.”
Quanto è durato il processo di scrittura di L’altare dell’ Eden?
Come per la maggior parte dei miei romanzi, trascorro circa 3 mesi facendo ricerca e lavorando sulla trama in generale, poi ci vogliono circa 7 mesi a scrivere il libro e un altro mese per perfezionare il tutto.
Quali opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?
La più grande ispirazione può essere trovata all’inizio di questo romanzo. Io uso una citazione tratta da L’isola del dottor Moreau di HG Wells.. L’altare dell’ Eden è il mio omaggio a quella grande storia.
Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?
Certo. Ha per protagonista una veterinaria, che si imbatte in un traffico di contrabbando di animali esotici, solo per scoprire che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato in questi animali, frutto di alcuni devastanti esperimenti a livello genetico. Deve scoprire perché questo è stato fatto e come fermare i responsabili prima che si scateni una calamità in grado di minacciare l’intera umanità.
Puoi dirci un po’ di più sui tuoi protagonisti?
La veterinaria è la dottoressa Lorna Polk. Lei lavora per un laboratorio di ricerca nei dintorni di New Orleans che sta tentando di salvare alcune specie in pericolo. Quando è chiamata dalla pattuglia di frontiera dopo il ritrovamento di un peschereccio naufragato, deve collaborare con Jack Menard, un agente di pattuglia di confine che condivide con lei un tragico passato. La storia è piena di avventura, suspense, ed esplora il potere di redenzione dell’amore.
Quando uscirà in Italia il tuo prossimo libro?
La mia prossima uscita appartiene alla serie per ragazzi (Jake Ransom and the Howling Sphinx) e uscirà nell’estate del 2012. E il prossimo libro Sigma (The Devil Colony) sarà pubblicato nello stesso periodo … se non prima. Non mi hanno ancora detto la data esatta di uscita.
Vuoi descriverci una tipica giornata di lavoro?
Diciamo che è praticamente la stessa di tutti i giorni: scrivo 4-5 pagine ogni mattina, pranzo, e scrivo altre 1-2 pagine facendo modifiche nel pomeriggio. Il resto del tempo (1-2 ore al giorno) lo trascorro occupandomi del lato business della scrittura: rispondo alle mail, ecc… Ho di solito giornate molto piene. Lavoro dal Lunedi al Venerdì-e mi prendo il fine settimana libero.
I tuoi libri sono stati tradotti in vari paesi. È eccitante?
Sì, è molto emozionante. L’obiettivo di ogni autore è quello di far sì che i suoi libri siano letti da più gente possibile. Sapere che le mie storie sono ora lette in oltre trenta paesi ed è al tempo stesso gratificante e preoccupante.
Sei un autore acclamato dalla critica. Hai ricevuto anche recensioni negative?
Naturalmente. Penso che sia impossibile che un libro possa piacere a tutti i lettori. Ci saranno sempre i lettori a cui non piace. Il mio obiettivo è quello di scrivere un romanzo il più emozionante e sincero possibile. Ad alcuni piacerà, ad altri no.
Scrivi anche racconti o solo romanzi ?
Scrivo anche qualche racconto. Alcune mie storie sono state pubblicate in alcune antologie a cura di James Patterson, George RR Martin, e RL Stine. E ho appena scritto una storia disponibile in formato e-book che leggerete nel prossimo romanzo Sigma. E’ per me un grande divertimento poter scrivere una storia più breve di tanto in tanto.
Progetti di film tratti dai tuoi libri?
Sì, ultimamente il grande Dino De Laurentiis lesse i miei libri durante un viaggio in Italia. Li ha letti in italiano e li ha amati abbastanza da chiamarmi e invitarmi a casa sua a Hollywood. Dopo questo incontro, ho finito per vendere alla sua società i diritti cinematografici della serie Sigma.
Cosa stai leggendo in questo momento?
In realtà sto leggendo i candidati all’Hugo (concorso che premia i migliori romanzi di fantascienza). Lo faccio ogni anno. Attualmente sto leggendo Cryoburn di Lois McMaster Bujold.
Ti piace fare tour promozionali? Raccontaci qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Certo. Ho anche fatto un tour in Italia un paio di anni fa. E naturalmente sono accaduti anche episodi divertenti: a volte ho incontrato persone in costume, un’altra volta un tizio mi si presentò davanti per far autografare un mio romanzo con un boa al collo … e una volta mi hanno anche fatto una proposta di matrimonio (che ho rifiutato in quanto non avevo mai incontrato questa persona prima).
Hai molti fan. Qual è rapporto con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con te?
Ho molti contatti online con i miei lettori. Il mio sito ha un pulsante “contatta James” per l’invio di una email, ma sono molto attivo anche su Facebook e Twitter. Quindi, se volete sapere cosa sto facendo sono quasi tutti i giorni su Twitter o in alternativa potete trovarmi su Facebook.
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Sto rifinendo il volume di prossima uscita della mia serie per ragazzi, che ha per protagonista il giovane archeologo, Jake Ransom, e sto lavorando alla prossima grande avventura Sigma. Sto anche lavorando ad un progetto segreto di cui non sono ancora autorizzato a parlare. Vorrai mica porre fine ad un mistero?
:: Intervista con Giuseppe Foderaro
13 giugno 2011
Benvenuto Giuseppe su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Descriviti anche fisicamente ma non solo ai nostri lettori.
Ciao, grazie a voi per l’ospitalità. Andiamo per ordine… Fisicamente sono una figura mitologica: metà uomo e metà berretto, considerato che non me ne separo mai. Sono incastonato tra due basettoni da competizione, e porto gli occhiali per indicare qual è la mia facciata anteriore, visto che sono quasi un esaedro regolare. Per il resto mi piace definirmi un apostrofo rosa tra le parole t’ammazzo.
Un ragazzo del sud, sei nato nel 1973 a Catanzaro, nella frenetica e tentacolare Milano. Una scelta dettata da esigenze di lavoro o questa metropoli, la più internazionale forse delle città italiane, ti è entrata davvero nel sangue?
Sì, sono italo-calabrese, ma se c’è una cosa che proprio non mi appartiene, è il campanilismo. Nessuno di noi può decidere dove nascere, se avessi potuto farlo probabilmente avrei emesso il primo vagito nel West End di Londra. Bando alle ciance, c’è che sono un randagio, appartengo a uno Stato d’animo, e se ho scelto di vivere a Milano – dopo una parentesi capitolina – è perché è la città italiana che più assomiglia alle metropoli mitteleuropee, ci sto da dio.
Nel tuo sito ho letto che hai iniziato la tua carriera artistica come musicista, frequentando gli ambienti underground Londinesi e Newyorchesi. Raccontaci qualche aneddoto bizzarro legato a queste esperienze.
Fino a marzo 2003, prima che mi trasferissi definitivamente a Milano, suonavo le tastiere con una indie rock band. Poi ho appeso i sintetizzatori al muro e mi sono messo a fare “musica” con la biro. Crescendo sono diventato un po’ misantropo, e ho preferito affrontare il temibile foglio bianco piuttosto che i soliti turnisti ritardatari, i fonici fanatici, o i gestori dei locali che non ti pagano mai. Scrivere è un’arte solitaria, me la godo di più. Frequento Londra fin da quando ero ragazzino, è il mio rifugio, ci vado tutte le volte che ho bisogno di raccogliere le idee o di trovare l’ispirazione per un nuovo progetto. New York è diversa, una sorta di gruppo elettrogeno per il corpo e l’anima, è energia allo stato puro 24 ore su 24. Ho imparato molto nella Grande Mela, soprattutto grazie a Howard, il mio migliore amico manhattanite, scomparso improvvisamente lo scorso autunno. Il tempo trascorso Oltremanica e Oltreoceano è pieno zeppo di aneddoti bizzarri… ora su due piedi mi viene in mente quando lo scorso aprile, sul ponte di Brooklyn, una nutrita comitiva di ragazzi cinesi mi ha fermato convinta che fossi un famoso rapper in voga nell’Estremo Oriente. Faceva un caldo esagerato, e sono rimasto ostaggio di quei tipi per almeno un’ora, senza capire un’acca di cosa mi stessero dicendo. Quando sono andati via ho dovuto prendere d’urgenza una bustina di Polase nel bel mezzo del ponte perché ero sul punto di svenire.
Come è nato il tuo amore per la scrittura? Ho visto in rete delle tue bellissime foto molto hemingweiane con te seduto davanti ad una vecchia macchina da scrivere. La preferisci ancora al computer?
Ho imparato a scrivere molto prima di imparare a leggere; infatti scrivevo e mi chiedevo: chissà cosa ho scritto! Dico sul serio, scrivo più o meno da sempre – la scrittura è catartica per chiunque la pratichi, e a qualunque livello – anche se alla fin fine è da pochi anni che ho deciso di licenziare alla stampa una parte delle cose che riempiono i miei taccuini. Adoro le macchine da scrivere, ne sono feticista, sono dei marchingegni fatati… ma visto che scrivo soprattuto di notte, è opportuno che lo faccia con il Mac, più che altro per ragioni condominiali, ecco.
Stefano Di Marino chiama la sua Milano Gangland e la preferisce addirittura alle maggiori metropoli internazionali come luogo di elezione dei suoi romanzi. Anche tu pensi che Milano sia una città noir per eccellenza perfetta per ambientarci tesissime storie noir hard boiled?
Che a Milano si uccide bene, soprattutto al sabato, ce lo dice in primis l’immenso Scerbanenco. Nella Gangland dell’amico Di Marino mi ci ritrovo molto, Stefano dipinge egregiamente una realtà urbana dura, che esula da quei paradigmi di città glamour da rivista patinata, tutta moda e movida, che colgono solo gli aspetti estetici della meneghinità. La Milano che racconto nelle mie storie è una città oscura e tentacolare piena di gente, rifiuti e confusione, che tutto sa nascondere, persino i corpi.
Torre di controllo è il tuo romanzo di esordio. Riassumimi la trama in poche righe.
Il detective assicurativo Sauro Badalamenti indaga su una serie di omicidi commessi da qualcuno che, evidentemente protetto dal suo buon nome, uccide a colpi di spranga bellissime donne, dopo averle tenute segregate per mesi e fracassato loro le ossa una dopo l’altra per puro sadismo.
Come hai scelto il titolo? A che associazione mentale è dovuto?
Il titolo nasce dall’idea che probabilmente le nostre vite sono condotte e controllate da qualcosa che ci guarda dall’alto, e che noi siamo lo strumento per portare a compimento una sorta di disegno. Che c’è qualcosa, insomma, che decide per noi.
Di chi è l’inquietante foto di copertina del libro?
La foto è stata realizzata dal fotografo romagnolo Marco Giovannini, mentre la modella ritratta è la bella e brava Roberta “Alizee” Cusimano. È uno scatto fantastico, è proprio ciò che avevo in mente.
Raccontami come hai contattato Sangel Edizioni. In precedenza come da tradizione hai ricevuto numerose lettere di rifiuto da parte degli editori, o sei andato a colpo sicuro?
Ho conosciuto la Sangel per caso, sulla rete. Mi è subito sembrata una casa editrice coraggiosa e senza fronzoli, sicché l’ho contattata via e-mail, prima di inviare il manoscritto per posta prioritaria, come da copione. Dopo qualche tempo ho ricevuto una e-mail dall’oggetto “bellooo”, e così abbiamo formalizzato il contratto. In realtà dagli editori a cui avevo precedentemente mandato il lavoro non ho ottenuto risposte di alcun tipo (ma questo, come piace dire a me, non è un problema mio). Ho ricevuto un paio proposte editoriali “postume”, quando ormai era troppo tardi.
Chi è Sauro Badalamenti investigatore assicurativo detto il Dinosauro. A che figure di investigatori della letteratura può fare riferimento?
Sauro è un osso duro, uno che all’uso delle maniere forti preferisce sempre contrapporre il bene dell’intelletto, senza per questo evitare di menare le mani, quando è il caso. È un tipo assuefatto a ben altro tipo di vita: ha dei trascorsi oscuri nei bassifondi milanesi, con un passato da alcolista e da buttafuori nei locali più alternativi della città. È laureato in antropologia culturale, e lavora in stretta collaborazione con Miranda Venegoni, anatomopatologa e direttrice del Labanof. I casi che segue gli sono quasi sempre affidati dall’avvocato Domenico Costa, che in passato lo ha anche salvato da una condanna quasi certa per omicidio preterintenzionale. Mi sono ispirato a Philip Marlowe di Raymond Chandler nell’idearlo, e devo dire che ne è uscito un figo megagalattico, l’antitesi dei tanti Commissari Cliché che imperversano sulle pagine di molti dei gialli che si trovano in giro oggi.
Domanda quasi da criminologo ma in un certo senso legata al tuo romanzo. Sesso e violenza sono un binomio spesso legato indissolubilmente nella mente dei serial killer o dei semplici assassini anche non seriali. Pensi che uccidere sia una forma di possesso totale per chi è ossessionato dal desiderio di controllo e dalla volontà di “cannibalizzare” le proprie vittime?
La criminologia ci insegna che quasi sempre il serial killer è mosso da pulsioni sessuali, e da pulsioni verso l’esercizio del potere: il sesso non è altro che un modo per affermare la propria dominanza. In “Torre di controllo” c’è qualcuno per cui la dominazione non è solo un fattore di controllo cerebrale, ma anche un modo per esercitare un possesso assoluto. Togliere la vita a un’altra persona è la forma più assoluta di possesso: quando uccidi qualcuno ti appartiene per sempre, non sarà mai di nessun altro.
Come è stato accolto dal pubblico e dalla critica? Ti aspettavi di sentire tante voci concordi nel dire che con te è nata una nuova voce significativa del noir?
Il libro sta andando benissimo, ricevo ogni giorno pareri esaltanti dai lettori, e questo non può che farmi un enorme piacere. Ma non so dirti se me l’aspettavo o meno, di certo lo speravo, ovvio…
I tuoi racconti sono apparsi su Thriller Magazine, Sugarpulp, Borderfiction, Kult Underground. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto, per esprimersi al meglio nel formato breve?
Il segreto credo che stia sempre nella buona caratterizzazione dei personaggi, in fondo sono loro i protagonisti, sono loro che fanno e disfano. Noi scrittori siamo costretti ad assecondarli, una volta che prendono vita.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti, quelli che ti hanno maggiormente influenzato?
Non sono un tipico lettore di genere (né il genero di un lettore), i miei scrittori preferiti sono Fante, Salinger, Scerbanenco, Dostoevskij. Ma anche Tabucchi, Palahniuk, Tolstoj.
Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.
Sono uno scrittore abbastanza indisciplinato. Stilo una scaletta, ma poi ci faccio su del “jazz modale”, spazio tra computer e Moleskine, scrivo un po’ seduto e un po’ disteso, mi alzo, bevo del caffè americano, mi circondo di Post-it… Ho bisogno di distrarmi per rimanere concentrato. Tutto questo, manco a dirlo, succede di notte, dalle 23 in poi.
Cosa stai leggendo in questo momento?
“Indagine non autorizzata” di Carlo Lucarelli.
Raccontami adesso un aneddoto curioso, insolito, imbarazzante o divertente legato alle prime presentazioni di Torre di controllo.
Durante la prima presentazione del libro qui a Milano, con Andrea G. Pinketts e Andrea Carlo Cappi, quest’ultimo tira fuori dalla tasca un foglietto sul quale aveva annotato tutte le mie battute demenziali degli ultimi due anni, e si mette a leggerle ad alta voce. Volevo morire. È stato davvero esilarante. Ma io volevo morire.
Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Andrea G. Pinkettshanno speso parole davvero lusinghiere sul tuo lavoro. C’è qualcuno a cui ti senti in particolare debitore, che ti ha incoraggiato, consigliato, insegnato i trucchi del mestiere?
Non hai idea di quanto siano importanti per me i loro pareri. Sono tre professionisti che stimo tantissimo, oltre a essere dei grandi amici con cui mi diverto un sacco. Ho iniziato a scrivere narrativa di genere proprio dopo aver letto il saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi, ma gli insegnamenti, i trucchi per usare al meglio i ferri del mestiere, be’, quelli – soprattuto Cappi e Di Marino – li dispensano quotidianamente attraverso il confronto, la critica, lo scambio reciproco di storie e opinioni. Da questo punto di vista mi ritengo davvero fortunato.
Nel salutarci ringraziandoti per la disponibilità, l’ultima fatidica domanda, stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa in esclusiva per Liberidiscrivere sui tuoi progetti futuri?
Grazie a voi. Sto lavorando, già da qualche mese, al sequel di “Torre di controllo”. Il titolo provvisorio è “Rapporto in scala 1:1”. Tratterò altri temi scottanti, come, ad esempio, il terrorismo di matrice islamica. Stay tuned!
:: Intervista con Andrea Novelli & Gianpaolo Zarini a cura di Giulietta Iannone
11 giugno 2011
Benvenuti su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Descrivetevi l’uno l’altro anche fisicamente. Forse è un pettegolezzo smentitemi ma chi dei due assomiglia al Ridge di Beautiful?
Come prima domanda iniziamo male. Non per la domanda, ma per la descrizione! Diciamo solo che siamo lontani sia da Johnny Depp e Brad Pitt per rimanere ai mascelloni. Ma ben lontani… Purtroppo sia sul nostro sito che in rete girano nostre foto. Rimandiamo a quelle. Sopportare anche una descrizione oltre che la visione potrebbe nuocere gravemente alla salute…
Come è nata la vostra amicizia e come si è trasformata in una società a delinquere di stampo letterario? Ditemi il primo ricordo che avete l’uno dell’altro?
La società a delinquere si è formata sui campi da tennis dell’allora dopolavoro Italsider di Savona più di vent’anni fa. Entrambi con la passione per la scrittura e per il cinema, la prima volta invece che giocare abbiamo passato gran parte dell’ora seduti, tirando a giustificazione il caldo estivo, parlando di cinema e di libri. Magari è nata proprio da quella chiacchierata il proposito di scrivere qualcosa. Chissà… lasciamo il mistero!
Come vi dividete i compiti, scrivete un capitolo a testa, fate molte stesure dello stesso capitolo concordando poi ogni singolo paragrafo, chi è il più pignolo dei due?
Applichiamo una sorta di scaletta. Stabilita la storia che vogliamo scrivere, stiliamo un elenco di punti essenziali, fissati capitolo per capitolo che andranno a costituire l’ossatura della trama del libro. Una volta definito lo scheletro della storia, facciamo una verifica dal punto di vista cronologico, di costruzione, di tenuta della suspense capitolo per capitolo, andando a rinsaldare i punti più “deboli”. In seguito, iniziamo a sviluppare tutti questi punti-chiave, a definire le piccole parti di raccordo tra i diversi punti, fino ad ottenere la storia nel suo complesso. Quando la trama è completa, operiamo un nuovo controllo cronologico di tutti gli eventi. È a questo punto che avviene l’inserimento dei personaggi nel contesto. Personaggi, che in parallelo alla costruzione della trama, abbiamo strutturato a parte dal punto di vista psicologico, fisico e caratteriale. Andiamo a inserirli scena per scena, cercando per ognuno il rispetto del climax della storia. Chi è il più pignolo? Con questo metodo di lavoro non possiamo esimerci dall’esserlo entrambi. E quattro occhi sono più attenti di due!
Quale è il libro più bello che avete letto in assoluto, quello che vi ha commosso, segnato, aiutato, sconvolto?
Z: Alla fine della notte di Sergio Altieri e l’Ombra di Cody McFadyen.
N: Il senso di Smilla di Peter Høeg e L’amico ritrovato di Fred Uhlman.
Ditevi una cosa che non vi siete mai detti prima. Senza ridere.
Non ci riusciamo senza ridere e poi sarebbe irripetibile e con qualche bip. Una sfida all’ Ok Corral!
Quali sono i vostri scrittori preferiti, italiani e stranieri, viventi o no?
Sono tanti, troppi e per non far torto a nessuno dei viventi italiani – ce ne sono tantissimi di davvero bravi- citiamo due nomi “defunti”: Emilio Salgari e Giorgio Scerbanenco. Tra gli stranieri: Preston&Child, McFadyen, Grangè, Chattam.
Avete mai litigato? Cosa avete fatto per fare pace?
Si litiga certamente, ma si risolve sempre tutto con una risata o dimenticandosi il perché si è litigato. Per quanto concerne invece le dispute letterarie, ovvero quando abbiamo idee diverse su un qualche punto della trama, risolviamo con una partita a tennis. Chi vince ha diritto di vita e di morte sulla parte del testo. Ma capita raramente.
Raccontatemi l’aneddoto più curioso dei vostri esordi, il più insolito, imbarazzante o divertente?
Sicuramente ne abbiamo uno, che raccontiamo spesso durante le presentazioni. Riguarda l’episodio che ci ha fatto arrivare a Firenze nel luglio del 2003 nella terna dei finalisti del Premio Internazionale “Palazzo al Bosco”. Eravamo stati avvertiti dall’organizzatrice e presidentessa del premio di essere tra i tre candidati a vincere il Premio.
Noi avevamo cercato di sapere se avevamo vinto, ma lei, irreprensibile, ci disse che come in un giallo avremmo scoperto tutto a tempo debito.
Per farla breve, ci ritrovammo in giacca e cravatta sotto la canicola fiorentina prima, e a Palazzo Vecchio poi, con tanto di suonatori di chiarine in gran parata.
Il vincitore dell’edizione precedente si avvicinò a noi. E ci chiese: “Siete voi i vincitori di quest’anno?”
Noi a quella domanda ci guardammo perplessi, negando. Ma la sua faccia era altrettanto interrogativa, come se avesse appena parlato con dei marziani.
Prima dell’inizio della cerimonia ci furono le foto di rito dei finalisti con la presidentessa e in una di queste foto per il quotidiano La Nazione ci misero perfino il premio – una preziosa scultura in argento – tra le mani.
Chiunque avrebbe capito che eravamo noi i vincitori, tranne… noi.
Ci arrivammo solo a proclamazione ufficiale.
Ma la cosa divertente sta nel fatto che La Nazione aveva già pubblicato la mattina stessa i nomi dei vincitori! Tutti i presenti, oltre un centinaio di persone, lo sapevano! Ci sarebbe bastato leggere il quotidiano!
Ma arrivarci…
Forse è anche per questo che scriviamo in due. Almeno in due riusciamo a farne un chilo!
Come è avvenuto il vostro incontro con Marsilio? Avete presentato il vostro romanzo a molti editori prima di trovare quello giusto?
Questa domanda si ricollega in qualche maniera alla precedente, poiché il premio effettivo del concorso fiorentino era proprio la pubblicazione per Marsilio. Di fatto l’opera vincitrice del concorso veniva edita dalla prestigiosa casa veneziana. Certamente, prima di arrivare a questa svolta, abbiamo penato parecchio. Conserviamo ancora le trentatré lettere di rifiuto ricevute da diverse case editrici.
Avete esordito con il medical thriller Soluzione finale, libro che ha vinto anche alcuni premi. Come è stato accolto dalla critica e dal pubblico?
Favorevolmente. Inutile dire che per chi scrive ricevere complimenti per il proprio lavoro sia la cosa più gratificante. Siamo stati accusati di esterofilia, visto che la storia era ambientata a New York, ma lungi da noi un pensiero simile. È sempre la storia che determina le ambientazioni, gli argomenti e i temi che andiamo ad affrontare, non il contrario. Abbiamo in cantiere progetti che vedranno ambientazioni italiane, per cui…
Nel 2008 è uscito il vostro secondo romanzo Per esclusione. Ce ne volete parlare?
A differenza di “Soluzione finale”, che è un medical-thriller, “Per esclusione” è un serial killer-thriller. Ambientata come “Soluzione finale” a New York, vede come protagonista Salomone, un assassino seriale che rapisce una coppia di bambini e chiede poi ai genitori di scegliere quali dei due figli debba essere salvato, condannando automaticamente a morte l’altro. Inutile dire che su una scelta del genere, si innescano forti emotività e laceranti contrasti tra i genitori. È un thriller sì, a tinte molto forti, ma molto psicologico, che induce a farsi delle domande su ciò che realmente pensiamo e quello che crediamo di pensare.
E ora parliamo di Il paziente zero appena uscito sempre con Marsilio. Nel gergo medico il paziente zero è il primo paziente individuato nel campione della popolazione di un’indagine epidemiologica. Come avete scelto questo titolo?Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Il titolo è stato scelto perché si adatta perfettamente a due interpretazioni. Quella che tu hai correttamente illustrato e anche ad un’altra. Ma se lo diciamo sveliamo parte della storia, quindi… No comment! L’idea è nata da un articolo molto interessante che avevamo letto un po’ di tempo fa, legato alla ricerca sulla squalamina, sostanza che deriva dagli squali che si sostiene possa essere una valida cura contro forme tumorali. Questa è stata la scintilla, ma siccome vogliamo sempre complicarci le cose, abbiamo pensato bene di trattare anche l’argomento controverso dei diamanti. Come si combinano squali e diamanti? Lasciamo la risposta ai lettori.
Un thriller avventuroso lo si potrebbe definire. Era nelle vostre intenzioni più scrivere un thriller o un romanzo di avventura?
Era nostra intenzione scrivere una storia che mantenesse le cadenze del thriller pur nella concitazione dell’avventura. Quindi molta azione sì, ma anche introspezione ed enigma. Speriamo di esserci riusciti. Sappiamo che non è semplice cambiare genere ogni volta, ma è una bella sfida che ci mette sempre in gioco.
Il protagonista Cristophe Douvier è un ragazzone a cui viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ama il surf e lavora come corriere per una multinazionale di diamanti. Credendo che gli resti poco da vivere pensa di fare il colpo della vita per dare una sistemazione economica all’adorata sorella e così escogita di tenersi i diamanti che deve trasportare. E’ un personaggio piuttosto insolito rispetto al solito eroe tutto muscoli senza macchia e senza paura. Come avete costruito il suo personaggio?
Ci piace che i personaggi dei nostri libri siano prima di tutto persone. Ci piace costruirli a tutto tondo, caratterialmente, psicologicamente, fisicamente. Dobbiamo, mentre scriviamo, immedesimarci in loro, pensare come loro. A quel punto loro faranno il resto, scrivendosi quasi da soli. Douvier non è un superuomo, è una persona comune che si vede costretto ad affrontare qualcosa più grande di lui con le sole forze che un uomo normale può avere quando si sente sovrastato da qualcosa. Tenacia, volontà, voglia di raggiungere quello che si è promesso. A qualsiasi costo.
Il personaggio della sorella Isabeau in che modo influisce sulla trama?
Isabeau è fondamentale per lo svolgimento della trama. Condiziona tutta la dinamica del fratello, fino al finale. Se non ci fosse Isabeau, non ci sarebbe il Christophe Douvier che si legge nel romanzo.
Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?
Come abbiamo spiegato prima, la parte laboriosa avviene prima della scrittura. Oltre al metodo, c’è anche tutta la raccolta e lettura del materiale per approfondire i vari argomenti. Quando ci è possibile, cerchiamo anche di avvalerci della consulenza di esperti del settore. Questo nel rispetto dei lettori, della loro voglia di capire e nella loro attenzione.
La scrittura è la parte più creativa. A quel punto ci divertiamo davvero, anche se purtroppo non ci gustiamo mai la storia fino in fondo perché sappiamo già come va a finire!
Vi piace fare tour promozionali? Come gestite i rapporto con i vostri lettori? Chi di voi è il più timido?
Fare presentazioni è stimolante ed è l’occasione per essere a contatto con i lettori, scambiare opinioni con loro, ascoltare le loro valutazioni. Tutto questo è sempre una bella sensazione. A noi piace stabilire contatti con i nostri lettori. Una volta che un libro è stato scritto, diventa di chi lo legge. Ognuno può dargli la propria interpretazione, il proprio giudizio. È magnifico!
Siete definiti i più americani degli autori italiani. Sono previste traduzioni all’estero dei vostri romanzi o tour promozionali? Vi piacerebbe presentare Il paziente zero in America?
Nonostante i nostri romanzi siano a respiro internazionale, finora non sono ancora stati tradotti. Ma mai dire mai! Speriamo anche che un domani qualcuno sia interessato a trasporli da carta a pellicola. Il paziente zero… magari in Sudafrica, sott’acqua dentro la gabbia metallica e gli squali intorno! Una marketta rischiosa!
L’intervista è quasi conclusa nel ringraziarvi per la vostra disponibilità e per il vostro grande senso dell’umorismo vi formulo l’ultima domanda. State attualmente lavorando a un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?
Abbiamo una serie di racconti per diverse antologie che usciranno a breve e abbiamo da poco ultimato il nuovo romanzo che daremo a breve alla Marsilio.
La scrittura è un vero, piacevole, virus. Non ti abbandona mai. Ogni volta che terminiamo un libro ci diciamo: “Adesso ci riposiamo un po’?”.
Non accade mai, c’è sempre un’idea nuova che ti fa dire “Dai proviamoci, ancora!”
Un grazie a te Giulia e ai lettori di Liberidiscrivere per l’ospitalità e la simpatia!
:: Recensione di Generazione di perplessi di Roberto Saporito
9 giugno 2011
Dopo una felice e fortunata parentesi come autore di romanzi, Roberto Saporito torna all’antico amore, al racconto e lo fa con una raccolta di 19 brevi composizioni in cui il sapore intimista ed esistenzialista che caratterizza la sua intera produzione si unisce al suo minimalismo di stampo chiaramente nordamericano per dare vita ad un affresco corale in cui tante voci si modulano armoniosamente per tratteggiare un’ intera generazione, la generazione di perplessi appunto che con ironica leggerezza emerge da queste pagine impreziosite da citazioni, rimandi, echi letterari colti e sofisticati. Saporito non è uno scrittore improvvisato, si sente che si è nutrito e imbevuto delle opere dei maestri del genere e con sicurezza ha acquistato uno stile personale e immaginifico che ben poco a che fare con l’imitazione. Saporito filtra con la sua sensibilità un po’ bohemienne l’opera di grandi, come non citare De Lillo o David Foster Wallace, per creare racconti molto simili ad opere sinfoniche, non a caso la musica è una delle sue grandi passioni e appunto da questa arte ha tratto i virtuosismi e i crescendo inaspettati, seguiti da pianissimo di rara efficacia. I personaggi che affollano le sue pagine possono apparire improbabili solo ad un’ occhiata superficiale, sì ci sono serial killer, scrittori vendicativi o in crisi di ispirazione, uomini ad un bivio non sempre forti abbastanza per andare fino in fondo nei percorsi intrapresi, ma la verità è che rispecchiano una condizione drammaticamente reale in cui è immerso l’uomo contemporaneo, impossibilitato a decidere autonomamente sempre condizionato, dalla società, dalle proprie paure, dalla propria perplessità davanti ad un mondo che non lascia scelta. Saporito è implacabile nel delineare tutto ciò, la sua anima noir tradisce un pessimismo venato di anarchia che addenta l’aura grottesca che circonda la realtà e si estranea fino mettere a nudo i nervi scoperti dell’anima.
Generazione di perplessi di Roberto Saporito Edizioni della Sera collana Emozioni di carta Prezzo di copertina € 11,00 2011, 118 p., brossura
Acquistalo su Libreriauniversitaria http://www.libreriauniversitaria.it/generazione-perplessi-saporito-roberto-edizioni/libro/9788897139089
:: Recensione di Il silenzio del ghiaccio di Tess Gerritsen
9 giugno 2011
Ottavo episodio della serie con protagonista la coppia tutta al femminile formata dalla detective della omicidi di Boston Jane Rizzoli e dall’anatomopatologa Maura Isles Il silenzio del ghiaccio (Ice cold) è il nuovo medical thriller di Tess Gerritsen pubblicato dalla Casa Editrice Longanesi. L’inizio è decisamente all’altezza del genere e anzi con in più una spruzzatina horror che non guasta. Maura Isles decide di partecipare ad un convegno medico tra le nevi del Woyming, un po’ per cambiare aria , un po’ per riflettere sulla sua dolorosa relazione con un prete cattolico non ancora deciso del tutto a lasciare il suo Dio per lei. Tra i partecipanti del convegno incontra un vecchio compagno di college Doug Comley affascinante e spericolato che le propone una gita tra le montagne innevate in onore dei vecchi tempi. Maura accetta e così con Grace la figlia di Doug e una coppia di amici partono all’avventura. A causa della scarsa visibilità dovuta ad un abbondante nevicata il loro suburban finisce fuori strada. Escono tutti illesi ma il veicolo impantanato nella neve gli impedisce di continuare il viaggio così l’unica scelta possibile è continuare a piedi in cerca di aiuto. Maura intravede tra la neve un cartello che indica l’inizio di una strada privata e di un villaggio dal nome insolito Verrà il regno. Raggiuntolo fanno un' inquietante scoperta, tutte le case del villaggio sembrano essere state abbandonate in tutta fretta e degli abitanti non c’è più alcuna traccia. Un’ aura malefica aleggia tra quelle abitazioni dando a tutti la sensazione che qualcosa di terribile sia avvenuto per costringere quella gente a lasciare i cibi nei piatti, le porte e le finestre aperte, le auto nei garage e gli animali da compagnia a morire al gelo. Strani incidenti iniziano a funestare il soggiorno e ben presto si materializza la certezza che non sono soli. Nel frattempo a Boston Jane Rizzoli preoccupata per la scomparsa dell’amica dopo le insistenti pressioni di padre Daniel Brophy, l’amante di Maura, decide di partire per Jackson con il marito agente dell’Fbi e lo stesso Brophy per scoprire cosa sia successo. L’accoglienza della polizia del luogo non può rivelarsi più gelida tanto da accrescere la certezza che tutti nella valle stiano nascondendo un terribile segreto. Ma Jane, seppure gli indizi sembrano far credere che sia successo qualcosa di drammatico, è convinta che Maura sia ancora viva e pur di ritrovare l’amica è pronta a tutto. Ciò che scoprirà andrà al di la della più fervida immaginazione fino al finale sorprendente e decisamente inatteso. Il silenzio del ghiaccio è uno di quei thriller che si leggono tutti d'un fiato caretterizzati da continui colpi di scena e da un mistero inquietante apparentemente senza spiegazione. L'inizio è bellissimo, carico di suspence e aspettative, si percepisce un' aura malasana e inquetante che ci accompagnerà per tutta la lettura del libro e il capitolo iniziale apparentemente slegato dal resto della narrazione ci anticipa i temi che poi saranno svolti nella parte finale. Si parla di una setta religiosa capeggiata da uno strano individuo da brivido, di persone plagiate e costrette a seguire regole rigide e fuori dal tempo, di donne costrette a subire la volontà di uomini prevaricatori e violenti. Il villaggio Verrà il regno è decisamente un luogo sinistro, le abitazioni tutte uguali, senza energia elettrica, prive di personalità sembrano uscite da uno degli episodi di Ai confini della realtà, la spruzzata horror poi è decisamente coinvolgente e molto kinghiana. Per chi ama la serie Rizzoli & Isles, che dato il successo è diventata anche una serie tv già andata in onda anche in Italia su Maya e da settembre in chiaro su Mediaset, un libro da non perdere.
Il silenzio del ghiaccio di Gerritsen Tess Editore Longanesi collana Nuova Gaja scienza Prezzo di copertina € 18,60, 2011, 344 p., rilegato Titolo originale Ice cold Traduttore Adria Tissoni.
Acquistalo su Libreriauniversitaria http://www.libreriauniversitaria.it/silenzio-ghiaccio-gerritsen-tess-longanesi/libro/9788830430914
:: Intervista con Patrick Fogli a cura di Giulietta Iannone
8 giugno 2011
Benvenuto Patrick su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Chi è Patrick Fogli? Punti di forza e di debolezza?
Se comincio ad andare in crisi con la prima domanda sono messo bene. Vediamo. Uno che cerca di raccontare storie meglio che può. E che non ti dirà mai quali pensa che siano i suoi punti di forza e di debolezza.
Hai esordito con il thriller Lentamente prima di morire. Per Piemme hai poi pubblicato anche L’ultima estate di innocenza e Il tempo infranto. Un ingegnere prestato alla letteratura o il contrario?
Il limite è difficile da cogliere. Dal mio punto di vista non c’è differenza, sono sempre la stessa persona. E cerco di fare i due lavori con la stessa serietà.
Con il giornalista investigativo Ferruccio Pinotti sei l’autore del romanzo Non voglio il silenzio. Il romanzo delle stragi. Edizioni Piemme. Come è nata l’idea di scrivere questo libro e perché avete scelto la struttura del thriller?
Conosco Ferruccio da parecchi anni. Un giorno c’è stato uno scambio di messaggi su una notizia di cronaca e, nello stesso momento, ci siamo scritti “bisognerebbe raccontarla”. A quel punto ci siamo presi in parola. Perché un thriller? Perché lo era la storia. Tutto il resto, è funzionale a quello che volevamo raccontare.
Raccontaci Ferruccio Pinotti come se fosse un personaggio di un tuo libro. Come vi siete conosciuti, come avete deciso di collaborare?
Ferruccio è uno che crede molto in quello che fa e che lo fa, malgrado tutto. L’ho contattato ai tempi delle ricerche per “Il tempo infranto” e abbiamo continuato a sentirci. La prima volta che l’ho sentito ero in un parcheggio, faceva un caldo infernale e c’era un cane che non la smetteva di abbaiare. Dopo è andata molto meglio.
Siete sempre stati concordi durante la stesura di Non voglio il silenzio, che metodo di scrittura avete utilizzato, la parte relativa alla documentazione chi l’ha svolta?
Sì. Abbiamo pensato e strutturato la storia insieme. Poi, dal momento che il romanzo è il racconto di una voce sola, il grosso del lavoro di scrittura è mio. Ma è a tutti gli effetti un romanzo a quattro mani. Anche il lavoro di ricerca è stato comune. Alcune cose le avevo io, altre lui.
Impegno civile, dovere morale, senso di dignità. Cosa ha prevalso?
Tutte e tre le cose. Fatico a pensare che possano essere separate. Ti dirò che non amo molto l’espressione “impegno civile”, presuppone che ce ne sia uno incivile. Un po’ come “scrittore impegnato”. Da cittadino, non da scrittore, sente la responsabilità di essere civile. Il resto è una conseguenza.
Sciascia scriveva “La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.” Il potere più è arrogante più genera paura, incertezza, rassegnazione. Il mondo civile che armi ha per contenere questo arbitrio, perché di arbitrio si tratta, il mondo civile ha speranza di uscire vincitore?
Il dovere di tenersi informati. Il dovere di farsi domande su quello che viene raccontato, il che non significa diventare complottisti o dietrologi, ma – è solo un esempio – non pretendere la foto del cadavere di Bin Laden per credere alla sua morte e restare indifferenti di fronte a un Parlamento che vota la bugia che Ruby è la nipote di Mubarak. Farsi domande è anche il primo antidoto contro l’insicurezza, contro la paura che è sempre il sistema migliore per amministrare il potere. Essere cittadini, oltre che persone, per tornare alla risposta precedente.
Definiscimi il coraggio. Quali sono le doti che rendono un uomo coraggioso?
Fare quello che ritiene giusto. Non essere incosciente. Valutare i rischi, per affrontarli nel modo migliore. Resistere. Credere in quello che fa e continuare a mettersi in discussione.
Parlaci del tuo protagonista, un uomo senza nome, ex giornalista, scrittore di libri per bambini, figlio, marito, padre. Un uomo qualunque forse ma pronto a tutto per seguire una traccia, per capire, per scoprire la verità. Ti riconosci in questo personaggio?
Mi riconosco nell’importanza che dà alle persone che ama. Nella testardaggine e nella voglia di raccontare una storia che nessuno vuole sentire. Nella voglia di mettersi in discussione e – in qualche modo – di sfidare se stesso. A parte questo e tolti i mille particolari miei che sono sparsi nei personaggi del romanzo, siamo molto diversi. La sua, d’altra parte, è una storia molto più tragica della mia. E questo conta.
Quali sono i modelli a cui ti sei ispirato? C’è qualcuno che con il suo esempio, con i suoi consigli ti ha spinto ad andare oltre alla logica comune del qualunquismo ad esporti in prima persona?
No. Credo che sia una storia che andava raccontata. Lo abbiamo pensato subito, tutti e due. È stata l’unica molla e non sono per niente pentito.
Pensi che il tuo libro faccia paura? Hai ricevuto pressioni, minacce, solleciti consigli di occuparti d’altro?
A me ne ha fatta. Cerco di spiegarmi. È stata la prima volta in cui, finendo di lavorare a tarda sera, ho avuto paura a pensare alla storia che stavo scrivendo. E non perché abbia ricevuto minacce o consigli, non è capitato. Ma perché quella storia, quei fatti, mi spaventavano. Se quella è una parte della nostra storia, quella che nei tempi più recenti ci ha accompagnati fin qui, non credi che dovrebbe spaventare?
Non è paradossale che proprio i giornalisti, alcuni giornalisti almeno, siano scesi in prima linea contro la Mafia, svolgano inchieste, stilino reportage a volte pagando un prezzo altissimo, fin anche la vita? Non è ingiusto che l’ultimo baluardo della civiltà sia costituito da uomini disarmati, o meglio armati solo di una tastiera di computer e magari di una macchina fotografica?
Raccontare storie è sempre stato pericoloso. E quello dovrebbe essere il lavoro dei giornalisti. Non lo è sempre, nel senso che non tutti lo intendono così. Ma se ti occupi di quelle storie, se vai a mettere il naso dove l’aria puzza, può capitare che qualcuno non sia contento. E non sono affatto sicuro che una pistola, un fucile, un cannone o del tritolo siano un’arma meno efficace di una storia. Una storia resta. Rimane anche dopo che chi l’ha raccontata non c’è più. E quello che non puoi far sparire, che devi nascondere, ma che non puoi cancellare, ha un potere infinitamente più grande di qualsiasi essere umano o qualsiasi proiettile.
Siamo sommersi da tante menzogne, tante false verità costruite a tavolino che intossicano l’opinione pubblica, a cui molti fingono di credere per calcolo, comodo, codardia. Il tuo romanzo può essere considerato un atto di accusa contro questo stato di cose?
Mi accontenterei che scatenasse delle domande, che fosse una fonte di curiosità, che aiutasse, in qualche modo a dubitare di quello che si racconta. Se è un atto di accusa contro qualcosa, lo è contro tutti quanti. Di certo è il romanzo di un protagonista arrabbiato. Non con la vita, ma con i suoi simili.
Stragi, attentati, strategia della tensione, sinceramente pensi che ci sia un regista occulto dietro a tutto questo? La Mafia è davvero vista da alcuni come un mezzo e non più un avversario?
Cosa Nostra e le mafie in generale sono sempre state viste come un’opportunità più che un avversario. Sono state usate – per lo sbarco in Sicilia, per esempio, nella seconda guerra mondiale o in funzione anitcomunista – e trasfromate in socio d’affari. Hanno molti soldi e grandi capacità di investimento. Hanno i mezzi che servono, i contatti, gli appoggi. È quasi naturale che sia andata così. Se la mafia, una parte della politica e dell’imprenditoria non avessero stretto legami molto stretti, la criminalità organizzata non sarebbe così forte. Proprio per questo non credo ai registi occulti. Credo agli interessi comuni. E quando l’interesse del sorvegliante e del sorvegliato coincidono, la sroveglianza va a farsi benedire.
Senza svelare troppo del libro Ignazio Solara o meglio ciò che lui rappresenta esiste davvero?
Ti rispondo così. Non credo che esistano i servizi segreti deviati. Credo che esistano i servizi segreti. Punto. E se non esistono i servizi segreti deviati, allora esiste Ignazio Solara.
Sei ottimista? Credi che i giovani siano stanchi di intrallazzi, malaffare, collusioni più o meno velate con i poteri “deviati” che sembrano governare occultamente il nostri paese?
Vorrei essere ottimista, ma temo di essere troppo razionale. Molti, non solo i giovani, sono stanchi di quello che vedono, ma non sono sicuro che basti.
Chiudi il romanzo con la frase E se fosse tutto vero. Un monito, un avvertimento, uno spunto di riflessione?
Tutte e tre le cose.
Nel salutarci, ringraziandoti per la tua disponibilità, anticipaci i tuoi progetti per il futuro. Stai scrivendo un nuovo romanzo?
Proprio ora, mentre rispondo alle tue domande. L’unica cosa che posso fare, però, è darti due nomi. Alessia e Gabriele. Oltre a ringraziarti per le domande.
:: La meravigliosa utilità del filo a piombo di Paolo Nori a cura di Gea Polonio
7 giugno 2011Quando hai a che fare con Paolo Nori non sai mai come andrà a finire. Il suo affabulare è un torrente in piena, le parole scorrono con energia rimbalzando e deviando dal letto prestabilito ingrossate dal fluire dei pensieri.
È una raccolta di discorsi, questa, che detto così sembrerebbe quelle cose autocelebrative e un po’ pedanti, chissicredediesserequestoCalvino? Ma stiamo parlando di Nori, e qualunque categoria mentale, qualunque schema salta: senza botti, eh, quietamente, in un morbido e inesorabile tracimare di pensieri.
È a suo modo un unico saggio, questo: su concentrazione e scrittura, sull’onestà intellettuale, sull’importanza di restare nelle proprie braghe. Sulla memoria e la letteratura, sull’illusione di capire tutto in un mondo di esperti da divano, tra mamme che discutono di aeronautica senza aver mai messo piede su un aereo e nonni che invece avevano chiaro il concetto di quanto sia meravigliosamente utile un filo a piombo, sulla libertà interiore, che solo tu puoi portarti via. Su Tolstoj, su Benjamin, su Cage, sul liscio, sul viaggiare in treno e in macchina, sui matrimoni che non sembrano matrimoni e gli scrittori che non sembrano scrittori. E viceversa.
È una raccolta di saggi, questa: sulla fantascienza, dove si parla di Fruttero e Lucentini; sulla letteratura della DDR, dove si parla di bicchieri infrangibili e tele bianche, sull’arte moderna spiegata ai ciechi, e si parla del nonno, e di come ciò che non può essere spiegato debba essere taciuto; su democrazia e anarchia, e si parla di Daniil Charms. E se ne parla così felicemente che l’unica cosa da fare è correre in libreria e prcurarselo, Charms, e goderne ogni riga. Lo ha tradotto lui, Nori, e non c’è quasi soluzione di continuità tra l’uno e l’altro: le voci pur distinte si intersecano e danzano insieme, la poetica è simile, l’umorismo e la passione sono costanti di entrambi.
Charms, che in vita ha pubblicato solo cose per bambini, pur detestandoli. Charms, che si diceva fosse uscito un giorno per comprare le sigarette e svanito nel nulla, Charms di cui tutto quello che abbiamo è il contenuto di una valigia ritrovata tra le macerie di casa sua, un mucchio di appunti in cui la letteratura si mischia alla vita reale, Charms morto dopo essere stato rinchiuso in manicomio per dissidenza che era artistica malattia e schizofrenia che era disadattamento. È bellissimo, Disastri. È un mondo che si apre, surrealista e leggero e visionario e profetico.
E la lettura parallela dei due fa venir voglia di pensare, ridere, approfondire i discorsi buttati là con nonchalance. Voglia di abbandonarsi ai vortici sinaptici, di mischiare musica e parole e emozioni le più svariate, di partecipare.
Per dirla con l’ultima frase della quarta di copertina del Filo: è stato bello, c’era tanta gente, siamo stati bene.
Paolo Nori, La meravigliosa utilità del filo a piombo, Marcos y Marcos, 2011
Daniil Charms, Disastri, trad. di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011.
Source: libri del recensore.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria
:: Recensione di Día de los muertos di Kent Harrington
6 giugno 2011
Día de los muertos di Kent Harrington è un nero di confine, anzi un nerissimo piccolo capolavoro simile ad un tizzone sputato dall’inferno. Un classico che la Meridiano Zero rispolvera in grande stile in una nuova edizione che farà felici non solo i vecchi appassionati di noir come me, ma anche coloro che si accostano per la prima volta al genere e vogliono iniziare con i capisaldi del noir americano sporco e cattivo per intenderci, quello senza redenzione e senza luce anche se ambientato nell’assolata e bollente Tijuana, città feticcio del genere, da quando James Ellroy (chi non si ricorda di Tijuana Mon Amour), l’ ha eletta capitale mondiale dei disperati, dei maledetti da Dio e dagli uomini.
A Tijuana si va per fare impunemente tutto ciò che nelle rispettabili città dell’America perbenista e bacchettona non si può fare. E’ un asilo di reietti, un rifugio di anime dannate schiave del gioco d’azzardo, delle donne e della droga.
A Tijuana tutto è concesso. Tutto.
Lo sa bene Vincent Calhounun perdente con le ore contate che se non lo fa fuori il virus che gli scorre nelle vene ha una sfilza di nemici pronti a sparare il proiettile fatale.
Come c’è finito in quell’angolo di niente con le spalle al muro, senza via d’uscita? E’ una lunga storia che ci riporta ad un tempo in cui era un onesto professore precario in un piccolo paesino rurale della California.
Tutto andava per il meglio finchè non posò gli occhi su una donna, una studentessa Celeste Stone e come nelle peggiori favole nere che si rispettino fu l’inizio della fine. Scacciato dalla scuola con disonore, interdetto dall’insegnamento per tutti i secoli a venire per essere stato scoperto con le braghe calate in compagnia della ragazza, arrestato, in alternativa alla galera non poté far altro che arruolarsi nel corpo dei Marines e ora si trova a Tijuana agente della Dea suo malgrado, pieno di debiti fin sopra i capelli a causa della sua irresistibile passione per le corse dei cani, e non può far altro per pagare i suoi debiti che trasportare clandestini al di la del confine tra un accesso di febbre e l’altro.
Día de los muertos è il resoconto tragico e disperato del suo ultimo giorno di vita e Vincent Calhoun sputerà sangue credetemi ma lo farà conservando qualcosa di raro e di prezioso, conservando se stesso.
Come ha detto lo stesso Harrington il debito verso Jim Thompson è evidente ma nello stesso tempo è bene dire che non risulta una sbiadita copia dell’originale. Harrington ha un suo stile, una sua singolarità che in un certo senso lo rende unico e dannatamente politicamente scorretto.
Vincent Calhoun può esser visto come una sorta di Philippe Marlowe maledetto, capace di toccare il fondo del barile pur continuando ad andare avanti. Non troverà una morte eroica, il suo sogno di lasciare tutto e scappare con la sua donna in un altrove lontano verrà inesorabilmente tradito, pur tuttavia conserva un che di grandioso.
Tifiamo per lui fino alla fine, non ostante tutto sia contro, consci che non ci sarà un finale lieto ad attenderci, ma nello stesso tempo pronti a tendergli una fune, a fermare quella dannata macchina che corre verso l’orizzonte con a bordo la sua donna, lasciandolo solo nella resa dei conti finale.
:: Intervista con John Harvey a cura di Giulietta Iannone
6 giugno 2011
Salve Mr Harvey. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Quando hai capito che avresti voluto diventare uno scrittore?
A parte alcune terribili poesie scritte quando ero adolescente e i primi tentativi di giornalismo, non ho mai avuto alcuna ambizione di diventare uno scrittore. Tutto è nato in gran parte per caso, e perché dopo aver insegnato nelle scuole per 12 anni ero alla ricerca di qualcos’altro da fare. Un amico, che, a quel tempo era uno scrittore di successo di pulp fiction, mi ha suggerito di provare a fare lo stesso e questo è quanto.
Leggi altri autori contemporanei?
Per tutto il tempo! Quest’anno ho letto James Salter, Tom Franklin, Maile Meloy, e Peter Temple per esempio, ed anche riletto altri scrittori del ventesimo secolo – Graham Greene, DH Lawrence e, naturalmente, Hemingway.
In alcune interviste hai detto che sei stato molto influenzato da Elmore Leonard. Corrisponde al vero quanto dico?
È vero, nel senso che stavo leggendo e mi divertiva parecchio Leonard alla fine degli anni ’80 cosa che mi ha fatto desiderare di fare un nuovo tentativo e scrivere un nuovo romanzo poliziesco, avevo già provato in precedenza ma semplicemente non aveva funzionato. Non molto bene, comunque. Quello che mi piaceva di Leonard era come ideava i dialoghi, e anche il modo in cui sapeva ribaltare gli stati d’animo così del tutto all’improvviso. Oh, e c’erano sempre una buona quantità di donne che oltre ad essere attraenti erano anche molto capaci e volitive. In particolare sono stato influenzato da La Brava, dai capitoli iniziali di Bandits, e anche molto da Freaky deaky – le scene di dialogo tra Chris e Greta e Chris e suo padre sono semplicemente perfette credo, e anche adesso rileggendole di volta in volta sono una meraviglia. Ma chi mi ha influenzato di più senz’altro è stato Hemingway. E, tra gli autori di romanzi gialli, Peter Temple, KC Costantine e Brian Thompson.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Come ho anticipato sopra, ho cominciato facendo i primi passi nei panni di un altro. Laurence James aveva scritto una serie di libri sugli Hell’s Angels con lo pseudonimo di Mick Norman, il suo editore, New English Library, voleva un nuovo libro della serie e Laurence era impegnato altrove, così mi suggerì di scrivere un libro sugli Hell’s Angels sotto uno pseudonimo diverso – ho letto i suoi libri e l’idea mi è piaciuta, e così mentre ero alla ricerca di un lavoro come insegnante iniziai a scrivere, Laurence comunque mi ha aiutato con la trama e raccomandandomi al suo editor NEL. Hanno fatto alcuni suggerimenti per piccole modifiche, dopo di che hanno acquistato il libro, che è stato pubblicato come “Avenging Angel” di Thom Ryder. Dopo ho scritto un secondo libro di Thom Ryder e così è iniziata la mia strada, scrivevo una media di 12 romanzi pulp all’ anno per i primi quattro anni, molti dei quali western.
Hai pubblicato oltre 90 libri con nomi diversi, e hai lavorato su sceneggiature per la tv e per la radio. Quale è il tuo lavoro preferito?
O mi sono divertito a scrivere in tutte le forme, anche se il numero di riscritture necessarie per un’ opera per la TV è molto più faticosa! Scrivere per la radio è molto divertente siccome lo scrittore può stare vicino agli attori in un modo che non è possibile in TV – è anche bello lavorare in modo collaborativo con altre persone invece che da soli. Idealmente, mi piacerebbe fare una combinazione tra scrittura narrativa e scrittura per drammi radiofonici, ma non è questo il modo in cui le cose funzionano e così non ho più scritto per la radio per quattro o cinque anni.
John sei famoso per la serie di romanzi con protagonista l’appassionato di jazz Charlie Resnick, ambientati nella città di Nottingham. Puoi dirci qualcosa su Charlie?
Charlie è un uomo di mezza età, un po’ sovrappeso, un uomo serio e compassionevole, che prende molto sul serio il suo lavoro come ufficiale di polizia, di solito mostra anche una grande comprensione verso le persone che fanno le cose che fanno. Gli piace ascoltare musica jazz, soprattutto quelle che è stata registrata tra il 1940 e il 1970 o giù di lì. Gli piacciono le donne, sebbene la sua storia di relazioni non sia in realtà molto felice e il suo unico matrimonio è finito senza figli e con un divorzio.
Perché hai deciso di scrivere il primo romanzo Resnick, Lonely Hearts?
Avevo scritto 4 romanzi Private Eye – la serie di Scott Mitchell – in precedenza, e, purtroppo, anche se sono stati pubblicati, non penso che fossero molto buoni. Forse erano la cosa migliore che potessi fare in quel momento. Ma circa 10 anni più tardi, dopo aver letto e apprezzato Elmore Leonard, ho pensato che avrei potuto provare a scriverne un altro – e così è nato “Lonely Hearts“.
Quanto è durato il processo di scrittura di Lonely Hearts ?
Un paio di mesi di preparazione, per parlare con gli agenti di polizia a Nottingham, dove è ambientato il libro, e per raccogliere le idee sul personaggio principale con un amico scrittore, il più anziano dei Dulan Barber, dopo di che ho scritto le prime 10.000 parole e una bozza, che il mio agente ha inviato a tutti i principali editori britannici, l’unico interessato fu Viking/Penguin e così ho scritto un altro capitolo, dopo il quale mi ha commissionato il romanzo. Quindi, suppongo, il tempo di scrittura per il primo progetto è stato di circa 6 mesi, seguito da un altro mese di riscrittura.
Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?
Sedimentavano molti altri romanzi police procedural sul retro della mia mente, che mi dimostravano la possibilità di scrivere un buon romanzo crime con ambientazione urbana e con un forte senso sociale e politico – “Laidlaw” di William McIlvanney, la serie Martin Beck dalla coppia svedese Sjöwall e Wahlöö e il film di Harold Becker di Joseph Wambaugh “The Black Marble“.
Raccontaci qualcosa sulla nuova serie di Frank Elder.
Volevo scrivere un libro o dei libri che fossero più thriller che police procedural – anche per allontanarmi da Nottingham e per farlo volevo scrivere qualcosa appunto ambientato in un luogo diverso e forse anche con una trama più complessa.
Il primo romanzo di questa serie, è Flesh and Blood. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?
L’idea per i personaggi principali mi è venuta da un mio racconto, “Drive North“, in cui Frank Elder, la moglie e la figlia adolescente appaiono per la prima volta. Ciò che ho voluto fare nei tre libri che compongono la trilogia è stato di concentrarmi sul rapporto tra Frank Elder e sua figlia.
Qual è il tuo romanzo standalone preferito ?
Sono molto affezionato a In a True Light in quanto, benché forse le cose non si amalgamano bene come dovrebbero, mi ha permesso di scrivere a lungo di pittura e pittori e anche di arte, di poesia e della scena jazz della New York del 1950.
Dimmi un verso o due della tua poesia preferita.
“Chet Baker” ( di John Harvey)
si affaccia dalla sua stanza d’albergo
attraverso l’Amstel verso la ragazza
in bicicletta lungo il canale che alza
la sua mano e la muove in un saluto quando
lei sorride lui è tornato ai tempi
in cui ogni produttore di Hollywood
voleva trasformare la sua vita
in quella storia dolce amara
dove le cose vanno male, ma solo
in amore con Pier Angeli,
Carol Lynley, Natalie Wood;
quel giorno arrivò in studio,
nell’autunno del cinquantadue, e suonò
con nitidezza perfetta
gli accordi di ‘My Funny Valentine’ –
e adesso quando alza gli occhi dalla
sua finestra e vede il suo sorriso che passa
nel blu di un cielo perfetto
sa che questo è uno di quei
rari giorni in cui lui può davvero volare.
Ecco l’intera poesia.
Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?
Ha! Tutto dipende se mi inviteranno e, in caso affermativo, se non starò lavorando ad un nuovo libro. Oh, e se potessi fare il viaggio in treno, piuttosto che in aereo sarebbe perfetto.
Descrivici una tua tipica giornata di lavoro ?
Mi alzo intorno 6.00/6.30 – a volte faccio una passeggiata di 50/60 minuti, a volte no – doccia, un caffè, mi siedo al mio computer, e poi, faccio un break con un caffè a metà mattina, poi lavoro per circa 4 ore. Tutto qui.
I tuoi libri sono stati tradotti in diversi paesi. È eccitante?
E ‘sempre emozionante vedere i libri, quando arrivano da un editore di in un paese diverso, naturalmente, e, più tardi, se vendono (!) ci si rende conto che ci sono persone in questo paese che hanno amato le storie che ho raccontato.
Sei un autore acclamato dalla critica. Hai mai ricevuto recensioni negative?
Una o due, e di solito, meritatamente, quando il libro in particolare, non era buono come avrebbe dovuto essere. Questo può essere molto utile è una sorta di campanello d’allarme. Ma penso di essere stato molto fortunato, i miei libri hanno avuto sempre una buona accoglienza – in America e in Francia in particolare.
Cosa stai leggendo in questo momento?
O ho appena finito di leggere un libro destinato principalmente ai bambini di David Almond intitolato “Il mio nome è Mina“, e prima un meraviglioso libro di racconti, “Last Night” di James Salter. I libri precedenti che ho letto sono stati “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi e (per la terza volta), “Tears of Autumn” di Charles McCarry.
Hai una base di fan molto affezionata. Qual è il tuo rapporto come con i tuoi lettori? Come possono i lettori mettersi in contatto con voi?
Spesso faccio molte letture pubbliche qui nel Regno Unito o anche in Francia, e sono sempre sorpreso e contento di come alcune persone accolgono bene i miei libri e di quanto li amino – e molti si identificano anche con alcuni dei personaggi, Charlie Resnick in particolare. Ricevo molte email, e anche lettere, dai lettori di volta in volta, di solito positive, e cerco sempre di rispondere. Posso essere contattato via e-mail all’indirizzo info@mellotone.co.uk
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando in questo momento?
In questo momento, sto riscrivendo un romanzo intitolato ‘Good Bait‘ che ha per protagonista l’ufficiale di polizia nero, Karen Shields, già apparsa in “Cold in Hand” e “Ash & Bone“.


























