:: Recensione di Salutami Satana di Victor Gischler e Anthony Neil Smith

3 febbraio 2012 by

Z.Z. DelPresto, scalcinato detective privato di Mobile, Alabama, ha visto tempi migliori. Il destino cinico e baro ha deciso di accanirsi su di lui e a questo pensa mentre se ne sta sporco di sangue fino alle orecchie a sudare, in una domenica di metà agosto, nella sala interrogatori della locale centrale di polizia, cercando di spiegare a due poliziotti ostili e incazzati, che lui è innocente, che lui non ha ucciso Rachel Woolf, che lui l’amava quella disgraziata ragazza. Tutto comunque congiura contro di lui: ben quattro testimoni giurano e spergiurano di averlo visto uccidere Rachel, gli occhi dei poliziotti e se non bastasse anche una polaroid certificano che ce l’aveva in mano lui quel dannato coltello, arma del delitto o “pistola fumante” come si suol dire. Ma lui è innocente, cazzo, essere incastrato per un delitto che non ha commesso ha dell’assurdo, del patologico. Lui, proprio lui, che viaggia sempre sul filo teso che separa legalità e illegalità, che alla vita umana non da poi tutta questa importanza, e che il suo mantra è non farsi prendere. L’ideona dei due sbirri è strappargli una confessione, con le buone (sic) o più che altro con le cattive. Sul punto di crollare Z.Z. vede arrivare nella stanzetta surriscaldata come una fatina buona l’obeso capitano che inaspettatamente gli dà una pacca sulla spalla e gli dice: le prove sono inconsistenti, sei libero, saluti e baci sotto gli occhi annichiliti dei due esterrefatti porta distintivi. Scioccato pure lui si allontana dalla centrale, prima che cambino idea e, pur sospettando che ci sia qualcosa sotto a quella repentina scarcerazione, si fa due conti mentre se ne torna nel suo lercio appartamento Un monolocale trascurato che non veniva pulito da almeno un anno e Ogni qualvolta che la puzza delle lenzuola diventava rivoltante, le buttava via e andava a comprarsene di nuove.  Allora ricapitolando: Rachel era solo una ragazzina di diciassette anni e questo già non depone certo a suo favore, in certi stati per cose del genere ovvero scoparsi una minorenne, si finisce in gabbia e gettano la chiave alla faccia del fascino perverso da Humbert Humbert da strapazzo, con buona pace di Nabokov. Poi era la figlia di una tizia che l’aveva cacciato in una montagna di guai. Tutto era iniziato perché un tale Edward Pfiffer, un nerd diventato milionario con internet, l’aveva assunto due settimane prima per seguire la madre di Rachel e scoprire se lo tradisse. Eh già la bella Nania, fascino latino da diva di Hollywood, e serpe velenosa a tutto tondo, sposata con un tale che amava più i fusti palestrati che la moglie,  ha un concetto tutto suo di fedeltà. Grazie a quel lavoro aveva conosciuto Rachel e alla faccia della professionalità si era imbarcato in quella brutta faccenda che sembrava destinata a tirarlo a fondo. Una sola via d’uscita: trovare l’assassino di Rachel. Sembra facile, ma non ostante tutto, il nostro Z.Z. DelPresto il suo lavoro lo conosce e lo fanno fesso una volta sola. To The Devil, My Regards, titolo che avrei mantenuto paro paro invece della versione italiana Salutami Satana, tradotto in modo svelto e sincopato da Marco Schiavone per la collana Revolver Edizioni BD in uscita dal 9 febbraio in tutte le librerie, vede per la prima volta insieme due geniacci del pulp made in Usa: Victor Gischler e Anthony Neil Smith. Due amici, oltre che colleghi, che condividono una particolare visione ludica della scrittura piuttosto insolita per due maestri di scrittura creativa, Neil Smith è direttore del Centro di Scrittura Creativa alla Minnesota State University, mentre Gischler è stato a lungo insegnante di scrittura creativa presso la Roger State University, in Oklahoma,  e non mi stupirei che si siano divertiti parecchio tra una pinta di birra e l’altra nella stesura di questo libricino che se ha un difetto è solo quello di essere troppo breve, dannatamente troppo breve. Il risultato di questa unione è bizzarro, anarchico, una delizia per i cultori di questa nuova grande letteratura pop, sfrenatamente pop, che azzarda, mescola ritmi, contamina con citazioni prese dal cinema, dal fumetto, dalla letteratura cosiddetta alta, Tom Sawyer che vernicia la staccionata, è un esempio ma ce ne sono altri, improvvisi, repentini, rumorosi come fuochi d’artificio. Schegge impazzite costituiscono un puzzle dove anche i personaggi minori sono delineati con cura e efficacia pensiamo solo a Dritto Jenkins, su tutti il mio preferito assieme al protagonista  Z.Z, ditemi anche voi se queste iniziali non vi hanno fatto venire in mente il ronzio di una zanzara molesta. Capire dove finisce Gischler e  inizia Neil Smith è un gioco pericoloso in cui si rischiano brutte figure, ma io mi ci sono divertita parecchio anche se di Neil Smith ho letto troppo poco, solo Yellow Medicine per cui vi risparmio i miei azzardi e vi invito a fare i vostri.

:: Intervista con Tim Willocks

1 febbraio 2012 by

Salve Mr Willocks. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Psichiatra, romanziere, sceneggiatore, fan di poker. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tim Willocks? Punti di forza e di debolezza.

Piacere. (In italiano) I punti deboli sono troppi da elencare, i punti di forza troppo pochi e in calo di giorno in giorno. E a volte i punti di forza sembrano deboli, anche se raramente viceversa. Tale è la confusione che l’età e l’esperienza portano, che non voglio chiamare saggezza. Per quanto riguarda, ‘Chi sono?’ Si passa tutta la vita rispondere a questa domanda, la propria vita è la risposta, ed è in continua evoluzione. Questa mattina un amico mi ha scritto: “Tim, lasci sempre una piacevole aria di follia intorno a te al tuo risveglio” Questa è una risposta abbastanza buona per oggi.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in una piccola città una trentina di km a est di Manchester, piuttosto rurale. Mio padre era un muratore. Secondo gli standard moderni non avevamo nulla, nemmeno un bagno, ma ci siamo divertiti parecchio. Ho dei bei ricordi dell’ infanzia – era un’avventura selvaggia, eravamo liberi, abbiamo immaginato tanto di essere vichinghi e cowboy ed è così che ci siamo sentiti. È stato allora che ho iniziato a scrivere, soprattutto western ispirati da Sergio Leone e Lee Van Cleef. Poi ho fatto l’università e sono andato alla scuola di medicina, periodo che francamente, non è così interessante da ricordare.

Che lavori hai svolto in passato prima di diventare scrittore a tempo pieno? Cosa puoi dirci di queste esperienze?

Ho lavorato come medico per 22 anni in diversi settori – chirurgia (che ho amato, ma che richiedeva un impegno troppo grande), pediatria, medicina generale, psichiatria e poi dipendenza dalle  droghe. (Mentre scrivo questo confesso di avere una sigaretta in mano). La medicina è un mestiere difficile, direi. Lo ammiro molto. E ‘difficile essere un buon medico. Per alcuni versi ero portato, per altri no. La scienza mi ha reso molto più altruista, meno individualista. E molto più efficiente che mai, che è una grande cosa, ma forse non così piacevole. La medicina mi ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi aperti – per osservare e riferire la bruttezza, il dolore e l’angoscia senza batter ciglio e nel modo più veritiero possibile, per studiare la condizione umana, in tutti i sensi, senza paura. La psichiatria mi ha insegnato l’empatia: come si stia nei panni di qualcun altro, mi ha insegnato ad immaginare una vita molto diversa dalla mia e soprattutto di cercare di vederla dal di dentro. Mi ha anche insegnato ad abbracciare l’intera gamma di umanità, di accettare la diversità della personalità umana senza dare giudizi morali. Questo non vuol dire che ho abbandonato il giudizio morale, ma non lascio che mi accechi e non mi permetta di vedere la verità, o almeno lo spero.

Quando hai iniziato a capire che avresti voluto diventare uno scrittore? Qual è il momento in cui hai capito che la passione della scrittura si stava trasformando in un vero lavoro?

Non ho mai pensato di scrivere come ‘lavoro’ e non l’ho certo considerato ‘un lavoro vero’ (mia madre sarebbe d’accordo con me su questo), ma mi piace l’idea di William Burroughs che si tratti di ‘Il lavoro’. Non sono sicuro di aver concepito l’idea di voler diventare uno scrittore perché ero uno scrittore quando ero troppo giovane per pensare in quel modo, allora scrivevo per la gioia e l’eccitazione che la scrittura ti trasmetteva. Io sono ancora intrappolato da tale atteggiamento in qualche modo: senza la gioia, l’eccitazione, la necessità, non scrivo. Ho trascorso anni non scrivendo, semplicemente perché non potevo. Io non sono un professionista in questo senso. Un professionista non ha bisogno di costrizione; il dovere è sufficiente. Come la medicina. Quindi non credo che la passione può essere trasformata in un lavoro. La passione non può essere controllata, ma il controllo è l’essenza stessa di un lavoro. Non è necessaria la passione per fare un lavoro, anzi a volte potrebbe essere pericolosa. Dovrebbe essere un chirurgo appassionato o freddo? Penso che il mio cardiochirurgo (lui è là fuori da qualche parte, in attesa) debba essere freddo.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Non credo ci sia qualcosa di tipico in un bravo scrittore o in un artista. Tutti i miei artisti preferiti non sono tipici. Sono molto scoraggiato dall’ossessione moderna per ‘insegnare’ l’arte, perché ognuno finisce poi per fare le cose in un modo molto simile. Questo è ciò che fa l’insegnamento: si dice, ‘ Fai in questo modo. Questo è giusto. Questo è sbagliato. Questo è corretto. Questo non è corretto. ‘Questa è la sua essenza. Anche in questo caso, il controllo prende il controllo. Ma, giusto o sbagliato è la morte dell’arte. Nessuno dei grandi scrittori ha avuto un educazione formale. Questo è il problema: ora cerchiamo di creare false idee di ‘le qualità di un buon scrittore’, ma fino a trovare ‘buona scrittura’ non si può davvero definire quelle qualità, e poi, quando si trova ‘buona scrittura’ ancora non è possibile definirla, perché la grande arte è in definitiva misteriosa. Quindi abbiamo intere industrie di critici, docenti, editori che pensano di aver identificato queste qualità per un processo quasi-scientifico e, di conseguenza, la letteratura diventa sempre più uniforme. Odio tutto questo. È il trionfo dell’establishment, e arte all’interno dell’establishment morirà. Quindi, un buon scrittore deve essere libero, deve rifiutare tutti i dogmi della scrittura ‘buona’, tutte le regole, tutte le leggi estetiche. Lui o lei deve senza paura andare alla ricerca di una visione personale. Sono sempre consapevole che il mio modo di scrivere mi porterà un minor numero di lettori. Ogni pagina che scrivo penso: “Se facessi in questo modo, più persone sarebbero interessate, meno persone sarebbero respinte.” Conosco tutta quella roba. Ho lavorato a Hollywood. Ma non posso, non voglio, voglio seguire la mia visione ‘come una stella cadente, oltre i limiti massimi del pensiero umano’, come diceva Tennyson. Se significa avere un piccolo pubblico di lettori, lo accetto. Preferisco essere vero che popolare.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Ho avuto la mia parte di rifiuti come la maggior parte degli scrittori. Ho imparato che un rifiuto non è una cosa negativa, perché è necessario avere un editore in grado di comprendere e amare il proprio lavoro. Avere editori che non amano il lavoro che pubblicano può essere un disastro. Le ambizioni delle case editrici moderne sono in contrasto con le mie ambizioni, per cui trovo difficile pubblicare. Loro vogliono il massimo pubblico possibile. Loro vogliono scendere a compromessi, come ho detto prima. Ma ci sono anche grandi editori. Sono molto fortunato a lavorare con Dan Franklin alla Jonathan Cape.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime fiction?

Mi piace scrivere di emozioni oscure e ossessioni, di violenza, di drammi estremi, amo parlare della vita e della morte, amo la suspense, la follia, e così via, e la crime fiction è un’arena naturale per questo, anche se ce ne sono altre. C’è la guerra e la storia – in cui i crimini sono su scala enorme – posso andare anche oltre. Gran parte di Shakespeare è crime fiction – Ambleto, Macbeth, Re Lear, ecc ecc

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti influenzato?

Tendo ad avere romanzi preferiti, piuttosto che scrittori. Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Riddley Walker di Russell Hoban, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino . Ho probabilmente letto Il Gattopardo di Lampedusa più spesso di qualsiasi altro libro. James Ellroy è sempre sorprendente. Charles Dickens. Shakespeare, Shakespeare e Shakespeare. Ma sono cresciuto leggendo western e Mickey Spillane, Richard Stark i romanzi di Parker che amavo, e anche Sven Hassel i romanzi della seconda guerra mondiale, certamente mi influenzano ancora oggi anche se non li leggo più, oltre una certa età comunque è difficile essere influenzati. Comunque sono stato molto influenzato da film e musica, forse anche di più che dalla letteratura. Tutto quello che ho sempre  veramente voluto fare è i film di Sergio Leone e Sam Peckinpah. Il cinema italiano è il più importante per me. L’arte italiana ha una intensità radicale di espressione, della realtà sentita, quasi l’intensità di una allucinazione, e più di ogni altra cosa, questo è ciò che mi sforzo di fare nel mio lavoro. E non è una qualità comune nella narrativa di lingua inglese, soprattutto nei romanzi in inglese. Il sistema di valori dominante nell’ arte inglese è la moderazione, l’ understatement, la delicatezza, la repressione emotiva. Odio queste stronzate. Odio avere l’agenda politica alle spalle. Voglio espressione estrema, qualunque sia il soggetto. Io voglio la vita. Ed è per questo che amo Leone, Visconti, Fellini, Corbucci, Argento, e tanti altri. Hanno avuto – e hanno ancora – un effetto molto più forte su di me rispetto a qualsiasi scrittore. Per quanto riguarda la musica, beh, è un altro argomento molto vasto. Un amico italiano mi ha detto che tutti i miei romanzi sono opere, e ha sottolineato tutte le varie parti vocali, e ha ragione. L’ opera è la sintesi suprema di tutte le arti drammatiche. Quindi, a mio modo scrivo opere liriche (e ci risiamo:. Opere inglese?  Benjamin mi dispiace, la vita è troppo breve) E, naturalmente, Dylan, Waits, Cash. Marin Marias. Paolo Pandolfo. Di tutti gli artisti il più grande che ha influenzato la mia vita e la mia scrittura è Ennio Morricone. Direi che almeno il 40% di tutte le parole che ho scritto sono state scritte durante l’ascolto della sua musica. Poi ci sono tutti i film di Leone – Giu La Testa è uno dei suoi migliori – ma anche Il Mercenario e La Resa Dei Conti.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Bad City Blues? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Volevo scrivere di un uomo veramente buono riempito dell’ odio più terribile, e l’espressione più estrema di odio mi sembrava il desiderio di uccidere il proprio fratello. Ma perché mai avrebbe dovuto farlo? Questo era il punto di partenza. Per quanto riguarda l’ispirazione: sono stato ispirato anche da molti film. Al momento da ‘Touch of Evil’ di Orson Welles sicuramente e si può vedere l’influenza di Hank Quinlan molto facilmente.

Puoi dirci un po ‘del tuo protagonista, e come comincia la storia?

Cicero Grimes è un medico, un idealista vero, che complotta per assassinare suo fratello maggiore, Lutero, che è un ragazzo molto cattivo e chi lo conosce lo ama. Un poliziotto corrotto, Clarence Jefferson, che è anche malvagio ma prova simpatia per Grimes viene coinvolto in questo e rimane affascinato dal puzzle che ho descritto sopra: Perché un uomo buono vuole fare un atto malvagio? Così tortura Grimes in una battaglia psicologica e morale. In un certo senso, il poliziotto cattivo vuole salvare l’anima di Grimes. Si scende in una sorta di psicosi di massa.

Quanto è durato il processo di scrittura di Bad City Blues?

Non so, forse un anno.

Qual è / sono la tua scena preferita in Green River Rising?

Adoro qualsiasi scena con Henry Abbott, soprattutto quando si trasforma in Dio in una fogna. Adoro qualsiasi scena con Claudine / Claude, il travestito, soprattutto quando la sua rabbia esplode al culmine della storia. E Coley è un grande personaggio, la sua ultima scena mi commuove  sempre, quando arriva finalmente a vedere sorgere il sole. Un sacco di scene che mi piacciono hanno al centro personaggi folli, il guardiano Hobbes per esempio. Sono tutti completamente pazzi. Il libro è una sorta di inno alla follia. E ‘un libro in cui l’eroe è circondato da molti personaggi estremi che in un modo o nell’altro sono tutti più pazzi e interessanti di lui. Il pericolo per l’eroe è che nel portare il peso di essere l’eroe può far diventare tutto piuttosto noioso. Chi lo circonda con la sua follia aiuta l’eroe ad elevare il gioco, drammaticamente parlando. Ma nella maggior parte dei miei libri, l’eroe è folle come nessuno e molto più di molti altri. Nel mio nuovo romanzo Tannhauser che ho quasi completato, direi che si stabilisce un nuovo punto di riferimento per l’anti-eroismo. Il protagonista diventa un personaggio davvero molto scuro.

In Green River Rising, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? E il più facile e perché?

Direi che la donna, Devlin, è stato il più difficile perché lei è una donna e io sono l’uomo. Ho sempre lavorato duro sui personaggi femminili, ma sembrano funzionare abbastanza bene, o almeno così mi dicono. I personaggi più facili sono sempre i pazzi e i violenti. Henry Abbott, Nev Agry. Amo Nev Agry. Lui fa quello che vuole. Nel cuore del carcere, egli è libero. Sono vincolati in modo impulsivo, pensieri e sentimenti, quindi la mia immaginazione può non essere vincolata. Non devi preoccuparti se piacciono, o se sono politicamente scorretti. Essere pazzo e cattivo libera un personaggio. L’eroe è incatenato, come ho detto sopra.

Altre opere ti hanno ispirato nella scrittura di questo romanzo?

Folsom Prison di Johnny Cash, The Riot in Cell Block 11, ‘Discipline and Punishment’ di Foucault, The Magnificent Seven.

Parliamo di Dogland il tuo ultimo lavoro. Puoi riassumercelo in poche parole?

‘Non lasciare che ti taglino le palle’.

Puoi parlarci della trilogia di Mattias Tannhauser?

E’un argomento ampio. Devo dire che dal momento in cui sarà completata la trilogia, Tannhauser sarà considerato come il personaggio più violento di tutta la storia della narrativa mondiale. E intendo questo. Lui è l’eroe. Non gli importa se ti piace. E ‘il cavaliere pallido che incarna la Morte. E’ sposato con una donna che incarna la Vita, quindi in un certo senso la trilogia è la storia di quel rapporto e quel paradosso, le due facce della stessa medaglia. Se lei è la Regina della Vita, egli è il Re della Morte. Sono i poli opposti, e in un certo senso, molto puro, perché non attribuiscono alcuna dottrina o ideologia ai loro rispettivi ruoli. Per Carla, la vita è solo vita, non si tratta di Dio o di politica o di ambizione o di carriera o di salire su, in ogni senso. La vita è, e deve essere considerata per se stessa. L’ atteggiamento di Tannhauser verso la morte è simile: è solo lì, per essere servita, senza pregiudizi. In questo libro attuale – I Dodici Figli di Parigi –  è diventato davvero la morte, non solo perchè è un grande uccisore. E ‘pronto per ogni morte, la morte di Carla, la sua, quella di tutti, lui è abbracciato completamente alla morte, e al tempo stesso Carla è abbracciata alla vita, crea la vita. E ‘una storia incredibile, sbalorditiva, selvaggia, turbolenta, ricca. L’intero libro vede al centro le carte dei Tarocchi, tutti i personaggi sono rappresentati, la storia stessa è un movimento attraverso i loro significati. La tradizione dei Tarocchi è radicata nella dell’arte italiana, specialmente in quel periodo, sono essenzialmente un’invenzione italiana, e i significati originali sono spesso molto diversi e molto più ricchi rispetto alle versioni moderne – che come tante altre, sono state sistematizzate e ossificate con l’ossessione ‘corretto / scorretto’ della vita moderna. Se siete interessati ai Tarocchi, visitate il sito del grande Andrea Vitali : http://www.letarot.it/. Non so cosa il terzo libro sarà ma continuerà questa relazione e cercherà nell’ inconscio Tannhauser un senso di appartenenza, di famiglia.

Tu sei un autore acclamato dalla critica. Leggi le recensioni dei suoi libri? Ha ricevuto recensioni negative?

Le recensioni negative le considero quasi essenziali per la mia integrità. Con poche eccezioni, la maggior parte dei miei libri preferiti, film e album musicali sono stati disprezzati dai critici la prima volta che apparvero, anche se la maggior parte di loro sono ora capolavori classici – il record di stupidità critica è sorprendente. Il Times di Londra fece una recensione negativa della 9 Sinfonia di Beethoven  quando fu suonata per la prima volta. E Tosca fu insultato. Così, quando ricevo una buona recensione, a volte mi preoccupo. Ma in realtà, non sono ben recensito in Inghilterra, io sono in qualche modo in guerra con la cultura inglese. Il mio stile espressionista, offende il loro approccio radicale e la loro sensibilità razionalista. Ricevo comprensione molto più in Italia e in Francia, dove c’è una tradizione intellettuale molto diversa. D’altro canto, può anche essere che i miei traduttori facciano diventare i miei libri molto migliori.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Al momento sto solo leggendo quello che sto scrivendo. Ma il nuovo romanzo di Joe Lansdale ALL THE EARTH, THROWN TO THE SKY’ mi sta arrivando per posta ed è sulla buona strada e non vedo l’ora di leggerlo. Un titolo così poetico ed elementare fa venire voglia di scrivere il libro stesso.

Quanto è importante un buon titolo?

Il mio libro attuale  I DODICI BAMBINI DI PARIGI inizia tutto dal titolo, non avevo idea di chi  erano i 12 o di cosa sarebbe successo loro. Per certi aspetti, ancora non lo so. Spesso ho maledetto questo titolo: 12? E ‘un gran numero. Perché non 6? Ma non potrei mai abbandonare l’idea, e alla fine ha costretto il  libro a diventare quello che è,  estremamente ricco e multistrato. Io non so nemmeno se si tratti di un titolo commerciale, o se si possa tradurre anche, o anche selo si userà. Ma era la ghianda cresciuta da una quercia possente.

Ti piace fare tour per la promozione dei tuoi libri? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Faccio molto poco touring di solito una volta all’anno per un festival in Italia o in Francia. Non scrivo abbastanza libri. Per qualche ragione sono stato invitato a Piacenza per tre anni ed è stato meraviglioso. Pasquale in Piazza Duomo è il mio ristorante preferito in tutto il mondo. Sono stato alla festa SUGARPULP a Padova, a vedere il mio amico Matteo Strukul, il cui romanzo, LA BALLATA DI MILA, vi consiglio, e anche il grande Massimo Carlotta, che è un romanziere formidabile.

Hai una base di fan molto intensa. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Con mio grande rammarico non ho un rapporto molto stretto con i miei lettori al di là del legame che creo con i personaggi dei miei libri, anche se, questo è l’unica relazione che conta davvero. Non ho mai incontrato Sergio Leone o Ennio Morricone, ma ho pensato a loro ogni giorno per più di quaranta anni. Ho un rapporto più profondo con Shakespeare e Marin Marais di quanto abbia con la maggior parte delle persone con cui vivo. Non ho idea del mio pubblico. E’ un vero fallimento. Ma recentemente mi sono iscritto a Facebook sotto l’impulso di autori amici e tutti gli amici sono i benvenuti.

Come immagini il tuo futuro in questo momento?

Non ho avuto il coraggio di immaginare il futuro per molti anni. La vita sarà quel che sarà. Ho trovato, che è più semplice ed è  meglio così. Recentemente ho scalato una montagna qui, a Mullaghanattin, dall’alto ho potuto vedere una grande tempesta ruggire dall’Atlantico, che dista circa 40 km – grandi coltri nere di pioggia spazzavano tutto il cielo. La tempesta si è scatenata su entrambi i lati della montagna, è stato incredibile. Poi una coppia di aquile dalla coda bianca è uscita per mezz’ora, e dietro alla tempesta è arrivato il più grande arcobaleno che abbia mai visto. Tempeste, aquile, arcobaleni, montagne. Questo è un degno futuro da immaginare. Se potrò avere qualche giorno in più in quel modo, sarò soddisfatto. Se posso scrivere un altro libro di  Tannhauser – e questo mi ha quasi ucciso – sarebbe ancora meglio. E se riesco a raggiungere l’Italia ancora una volta di tanto in tanto, potrei considerarmi davvero molto fortunato.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Spero di sì. Vorrei venire in Italia con ogni scusa. Sto cercando di capire come presentare Tannhauser 3 in Italia in modo da poter trascorrere più tempo lì.

Infine, per concludere l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Come ho già detto sto lavorando al poema epico delle tenebre e sangue, amore e odio, vita e morte: I Dodici Figli di Parigi. Anche la mia mente è assorbita da questo libro. Ogni nuova scena mi sorprende, e spesso mi strappa il cuore. Personaggi fantastici, un affresco di una società che si distingue, proprio come il nostro mondo. Il caos abbonda. Ma Tannhauser deve dimostrare di essere il suo padrone. Io sono a metà strada nella scrittura della quarta parte di cinque.  Il titolo della parte IV è: ” As Far From Help As Limbo Is From Bliss” Sono a buon punto.

:: Recensione di Lemmy Caution Pericolo pubblico di Peter Cheyney (Polillo Editore 2012) a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2012 by

“Centrale di polizia dell’Oklahoma, a tutte le unità, a tutti i mezzi della stradale…
“Cercate Lemmy Caution, evaso oggi a Oklahoma City dopo aver ucciso una guardia e un vicesceriffo.
“Visto l’ultima volta in direzione del confine di stato presso Tahlequah. Probabilmente procede per Joplin. Usare cautela. Quest’uomo è pericoloso”.

Con tutto il rispetto per il mio amatissimo Philippe Marlowe, per Lew Archer, o per Sam Spade di Hammett, Lemmy Caution occupa un posto di riguardo tra gli antesignani di tutti i detective duri e puri che popolano il nutrito immaginario di noi cultori dell’ hardboiled. Senza la sua ironia tagliente, il suo sorriso da sciupafemmine, il suo fascino da duro che non disdegna di menare le mani o freddare gli avversari a colpi di pistola senza troppi scrupoli e sentimentalismi, probabilmente l’ hardboiled non sarebbe stato lo stesso. E sì che forse i suoi più amati e conosciuti colleghi splendono di luce propria e forse il ricordo di Lemmy Caution è un po’ sbiadito e ha vissuto i suoi anni d’oro tra gli anni 30 e gli anni 50, tuttavia i veri appassionati non possono non conservare un angolino speciale nel loro ruvido e polveroso cuore per il nostro agente dell’Fbi prima e detective privato poi Lemuel H. Caution. La Polillo nella collana I mastini ci riserva una chicca sicuramente imperdibile per tutti coloro che il nome di Caution non l’hanno mai sentito e non conoscono i vecchi gialli Mondadori che egregiamente hanno ospitato le sue avventure per volere dello stesso Alberto Tedeschi che aveva tentato inutilmente di pubblicarlo già nel periodo fascista e non c’era riuscito sarà perchè Lemmy Caution era un “lurido” yankee, sarà perchè decisamente aveva una maniera piuttosto spregiudicata di  trattare il gentil sesso, per non tacere le dosi di indiscutibile violenza  che turbavano i morigerati gerarchi tutti lavoro, Duce e famiglia. Nel 1936 uscì “This Man is dangerous” Lemmy Caution Pericolo pubblico, tradotto per Polillo dal bravo e divertito Bruno Amato  e il mondo fu pronto a fare la conoscenza per la prima volta con Lemmy Caution. Era pronto per davvero per cotale avvenimento? Chissà. Quello che è certo un po’ di scompiglio deve averlo messo senz’altro se non fosse per il fatto che si presenta subito come un gangster, un evaso che doveva scontare una pena di vent’anni per aver ucciso un poliziotto e durante l’evasione aveva ucciso un altro poliziotto e un vicesceriffo. Dunque questo ci appare dalle prime pagine e ci pone dalla parte dei cattivi, dalla parte di coloro che eroi non sono. Certo Lemmy ci riserverà sorprese ma il ruolo del gangster lo recita bene. Sarà per il linguaggio da gergo della mala anni Trenta che usa, sarà per il fatto che uccide con estrema facilità, vedi la nonchalance con cui  uccide Goyaz il proprietario della bisca su acqua:

Guardo oltre la spalla come se vedessi qualcosa sull’acqua. Lui si alza e si volta per guardare e io procedo. Gli piazzo cinque pallottole nel cuore e nella spina dorsale un paio per Gallat , due per MacFee e una per me. Si accascia sul parapetto. Gli metto il piede sotto le gambe e gliele alzo e lui scivola giù in acqua con un tonfo.

Sarà che incassa pugni e proiettili senza un lamento o quasi. Lemmy ha qualcosa del brutale figlio di puttana nascosto in fondo, ma ne anche tanto, ad un umorismo cinico e mordace. C’è una certa durezza, insolita e fredda che non ostante gli anni passati, lascia sorpresi, se pensiamo poi che non fu neanche un americano a crearlo ma un inglese mentre i suoi colleghi erano intenti a descrivere cacce alle volpi, tè delle cinque e a gettare tutti i sospetti sui maggiordomi, la cosa si fa ancora più interessante. Agli appassionati consiglio di fare un salto anche sul sito ufficiale dedicato a Cheyney http://www.petercheyney.co.uk/ tra copertine vintage  provenienti dai quattro angoli del mondo, aneddoti e curiosità passerete scuramente alcune ore divertenti.

:: Liberidiscrivere Award: i vincitori

31 gennaio 2012 by

Vince la seconda edizioni del Liberidiscrivere Award:

 

 

Malatesta. Indagini di uno sbirro anarchico

di Lorenzo Mazzoni

illustrazioni di Andrea Amaducci

prefazione di Enrico Pandiani

momentum edizioni –

http://www.momentumedizioni.it

 

 

 

Secondo classificato:

Re di bastoni, in piedi

di Francesca Battistella

Scrittura&Scritture Editrice

 

 

 

 

 

 

Terzo Classificato:

Lezioni di tenebra

di Enrico Pandiani

Instar libri

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo il vincitore della scorsa edizione I guerrieri dell’aria di James C. Copertino, prima cavia di questa mia sorta di esperimento (la cui pazienza e simpatia  non ha limiti e lui sa perchè) che a quanto vedo appassiona molto i miei lettori che qui ringrazio davvero, siete fantastici. Nei prossimi giorni parlerò più diffusamente dei singoli libri vincitori. Per l’intera classifica rimando al post precedente qui.

:: Recensione di Meraviglioso – Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta

30 gennaio 2012 by

Meraviglioso. Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta di Dario Torromeo edito nel 2011 da Absolutely Free. In un momento di vuoto  di grandi idoli nel mondo della boxe di oggigiorno ecco un libro costruito intorno alla figura del “Marvelous” Marvin Hagler che grande personaggio lo è stato veramente nel recente passato.
Una serie di avvincenti capitoli che rievocano la crescita di un mito e nel contempo la circondano con storie, vicende e drammi di quel periodo di splendore della boxe a cavallo degli anni Ottanta, dopo i quali il proliferare di categorie, sigle pugilistiche e conseguenti fantomatici campioni ha contribuito, e non poco, a gettare nella confusione l ‘intero movimento.
Così nella lettura del libro del giornalista del Corriere dello Sport Dario Torromeo si possono riassaporare le fasi precedenti ai grandi incontri di boxe, i preparativi, i retroscena che hanno preceduto i grandi eventi, le vere cause di certi comportamenti magari sconosciute all’epoca, le vere ragioni di certe vite o di rapide ascese e repentine cadute di illustri protagonisti della “nobile arte”.
Nonostante il libro ruoti fondamentalmente intorno all’attesa per un improbabile, quanto atteso,  scontro finale tra Hagler e Leonard, vi trovano spazio tante storie e vicende riguardanti anche il pugilato italiano (dall’emigrante Antuofermo, al verace Oliva, all’oriundo La Rocca, allo sfortunato Jacopucci)  in un susseguirsi di capitoli narrati con efficacia, quasi fossero le riprese di un’avvincente incontro, il tutto inserito sempre nel giusto contesto che stimola la riflessione su quegli importanti anni, anche per il mondo dei guantoni.
In sintesi una completa miscela di eventi sportivi e di spaccati umani raccontati da chi non solo ha seguito quegli eventi dal bordo ring, ma soprattutto li ha vissuti pienamente con passione, la stessa che cerca di trasmettere e di riversare sututti  coloro che si apprestano a immergersi in questa lettura davvero interessante.

:: Intervista con Giuliano Pasini

29 gennaio 2012 by

Benvenuto Giuliano su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te, descriviti, anche fisicamente, non tralasciando pregi e difetti.

Accidenti, spiazzato alla prima domanda. Pensa che io descrivo pochissimo anche il mio protagonista, Roberto Serra, per lasciarlo immaginare ai lettori e fare in modo che ognuno ci possa trovare qulcosa di sé. Gli farei uno sgarbo descrivendo me stesso. Diciamo che c’è una bellissima foto sulla bandella di “Venti corpi nella neve”, posso rimandare a quella? Mi rende giustizia ben oltre i miei meriti oggettivi!

E’ una domanda che faccio spesso e sono sempre sorpresa dalle risposte che ricevo: come è nato il tuo amore per la scrittura?

Amore nato con me, direi. Ma la costanza per scrivere l’ho acquisita molto più tardi, solo quando ho conosciuto Sara, che poi è diventata mia moglie. Trovata l’altra metà della mela, mi sono sentito più completo come persona. In grado di affrontare una prova complessa come la scrittura di un romanzo.

E’ da poco uscito Venti corpi nella neve il tuo romanzo d’esordio un libro singolare per potere evocativo e struttura narrativa. La storia di una vendetta che si consuma in un borgo isolato dell’ Appennino tosco-emiliano tra Modena e Bologna e che trae le sue origini oscure in un passato lontano ma stranamente ancora vivo e doloroso. Ce ne vuoi parlare. Come è nata l’idea di scriverlo?

Io vengo da un paese dell’Appennino “sospeso” tra Modena e Bologna. Un paese che nell’ultimo inverno di guerra si trovò a essere sul fronte, quella Linea Gotica che costituiva l’ultimo baluardo del Feldmaresciallo Kesselring e delle truppe nazi-fasciste alla risalita degli alleati. Chi ha visto coi propri occhi quel che è accaduto in quel periodo ne parla malvolentieri ma non l’ha dimenticato. Impossibile dimenticarlo, proprio come per la gente di Case Rosse. E io ho voluto perpetrare questa memoria e con essa il dolore che si porta dietro.

E’ vero che Alfredo Lavarini direttore editoriale Fanucci ha chiesto di leggere il tuo manoscritto rispondendo a una tua semplice mail, come ho letto in una tua recente intervista sul blog  Sartoris di Omar di Monopoli. Senza agenti, senza un nome famoso conquistato frequentando talk show, un esordiente quasi assoluto in fondo. E’ proprio vero che quando una  storia deve essere raccontata trova le sue vie?  

E’ esattamente quel che mi è successo. Posso anche dirti che il mio… fondoschiena è proverbiale. E che nella mail c’era scritto che il romanzo era stato selezionato tra i trenta meritevoli di pubblicazione in ebook nella prima edizione del torneo Ioscrittore del gruppo GeMS, quindi c’era stata una sorta di prima scrematura. E questo è stato fondamentale. Ma fa bene al cuore che in una casa editrice di primo livello ci sia un direttore editoriale attento e scrupoloso che fa “cherry picking” tra le mail che arrivano. Uno degli innumerevoli meriti di Alfredo Lavarini.

Sempre in questa intervista citi i classici greci come maestri e ho subito pensato a Euripide, controcorrente, innovativo, radicale nel suo rifiuto della guerra e nella pietà per il nemico sconfitto. Sbaglio o anche per te le sue tragedie, su tutte Le troiane, sono estremamente moderne e rivoluzionarie?   

I classici greci sono stati la base su cui ho costruito tutta la mia formazione. Quando qualcuno sostiene che questa o quella trama non sia originale, spesso chiedo dopo Omero chi abbia saputo crearne. Venendo alle tragedie, Euripide (il più moderno, senza dubbio) fa vibrare le mie corde più profonde. Per “Venti corpi nella neve”, oltre  a lui ho avuto presente sia Eschilo che insegna che la conoscenza nasce dalla sofferenza, che – soprattutto – l’immanenza del fato di Sofocle. Roberto Serra scappa. Pensa di aver trovato un rifugio sicuro. Eppure, tutto gli torna addosso.

Uno scrittore porta con sé un bagaglio personale fatto di ricordi, sensazioni, insegnamenti. Cosa c’è di profondamente tuo in Venti corpi nella neve?

Il legame fortissimo con il mio Appennino. Una terra non facile, dove la gente ti accoglie con un sorriso ma prima te ne vai, meglio è. Dove ci sono bar di paese in cui, quando entra un estraneo (“un ed fòra” direbbero a Case Rosse) gli avventori abituali si fermano e lo fissano senza fiatare. Dove i ritmi sono scanditi dalla natura e dai suoi cicli.

E’ esistito un nonno, un vecchio zio, un amico di famiglia che ti ha tramandato vecchi ricordi della guerra, conservando così la memoria di fatti accaduti tanto tempo fa ma che costituiscono il nostro bagaglio morale e culturale permettendoti così di costruire il tuo forte senso civico e etico che rifugge da ogni violenza e vede nella pace il solo bene da difendere? Ho letto nei ringraziamenti che accenni a mamma Lina e alle zie, sono loro le depositarie di questa memoria?

Mia mamma aveva otto anni nel 1944, ultima figlia di una famiglia molto numerosa. Nell’ultimo inverno di guerra fu l’unica a restare con i genitori. Tutti gli altri fratelli e sorelle erano partiti per un qualche fronte, rapiti, improgionati, alla macchia. I ricordi sono i suoi, sono quelli di mio padre (classe 1927) che mi raccontò di un eccidio avvenuto a Boschi di Ciano (alle porte di Zocca) dove venti civili furono impiccati per ordine della “compagnia della morte” guidata da Enrico Zanarini. Lui aggiunse un particolare: i cappi sarebbero stati fabbricati con il fil di ferro che si usa per tenere assieme le balle di fieno. Non ho trovato riscontri nei testi, ma ho mantenuto quel particolare. Per chi viene da quella parte d’Italia, la memoria degli eccidi è davvero collettiva. O, almeno, lo sarà finchè ci sarà chi ha visto e vissuto e lo tramanda. Dopo, toccherà a noi fare in modo che non lo si dimentichi e che si pensi per qualche abominevole ragione che “la guerra è bella anche se fa male”.

Preferisci definirlo un noir o un thriller poliziesco e dimmi per te quale è la differenza principale tra questi due generi.

Nella mia testa era una sorta di ape: un giallo-nero. Noir per la centralità della psicologia di Roberto Serra e giallo che l’enigma di cui si cerca la soluzione. Lo vedevo meno thriller, visto che la parte di azione e “adrenalina” non mi sembrava così rilevante. E infatti timeCRIME lo ha indicato come thriller. Mai chiedere a un autore se ha capito cosa ha scritto…

Mi pare Piero Chiara dicesse che gli scrittori migliori ambientano le loro storie nella loro terra, nel mondo che conoscono, che sarebbe innaturale che so per un italiano ambientare i propri romanzi nella provincia americana, nelle nevi e i fiordi del nord, o in luoghi esotici che conosce solo per esperienza indiretta. La pensi anche tu così?

Hai citato lo scrittore italiano che più amo. Come potrei non essere d’accordo con lui? Credo che il noir italiano abbia ancora ancora tantissimo da dire, partendo proprio dalla nostra terra. Io mi sono sforzato di scrivere un romanzo italiano ma non “all’italiana”. Senza concessioni al folclore, insomma.

I francesi hanno una grande tradizione di romanzi noir in cui parlano della guerra, della Resistenza, e delle sue ripercussioni nel periodo post bellico, penso a Simenon, Helena, Fajardie. Sei stato influenzato da questa letteratura nella creazione e costruzione del tuo romanzo?

L’atmosfera opprimente, quasi claustrofobica di Case Rosse vorrei tanto somigliasse a quella del villagio in cui Philippe Claudel ambienta lo splendido “Le anime grigie”.

Parlaci del tuo protagonista Roberto Serra e del suo “Appennino”. Uno straniero infondo, un estraneo che turba gli equilibri di una comunità in un certo chiusa, gelosa dei suoi segreti, dei vincoli che li lega. Un elemento in un certo senso disturbante. Era necessario nell’economia del racconto, il suo essere altro?

Lo straniero ha due funzioni: ha una visione imparziale ed è la variabile impazzita che sconvolge i sistemi chiusi. Roberto fa esattamente questo, anche se non ne avrebbe l’intenzione. Non dimentichiamo che lui a Case Rosse va per nascondersi.

Un alito di pietà soffia durante tutta la narrazione, per le vittime, per i colpevoli, per chi ha colpe da scontare, per chi fugge da se stesso e da un passato doloroso. Questa forse è la componente più struggente, sincera. La bambina spinge il protagonista ad andare in un terreno pericoloso come le sabbie mobili. A guardare prima dentro di sé poi nel buio più profondo. E’ stato difficile?

Molto.  Se chi scrive comunque filtra il mondo che crea con la propria visione delle cose, in questo romanzo c’è molto di me. Nel bene e nel male. Ho odiato, scrivendolo. Ho amato, ma meno intensamente. E dopo la prima stesura, in un punto preciso della storia di Sfregio ho anche pianto.

Ti piacerebbe scrivere per il teatro?

A chi devo mandare il curriculum? Scherzi a parte, mi piace scrivere. Scriverei per il teatro, per il cinema…

Stai scrivendo un nuovo romanzo? Puoi anticiparci qualcosa? 

Ho pronto un secondo romanzo con personaggi, ambientazione e trama completamente diversi. Sempre un thriller ma se in “Venti corpi nella neve” il sentimento forte di fondo è il desiderio di vendetta, in questo nuovo è la brama di potere. Molto probabilmente, però, non sarà il prossimo a vedere la luce… da alcune settimane ho iniziato a stendere la seconda avventura di Roberto Serra. Perché io non ho ancora chiuso i conti con le pagine più nere della nostra storia, e Roberto non li ha chiusi col proprio passato.

:: Intervista a Meg Rosoff

28 gennaio 2012 by

Grazie Meg di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Meg Rosoff? Quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza come scrittrice?

Sono una stilista naturale – Amo le parole, le frasi, il linguaggio. Amo i personaggi, e lo sviluppo psicologico. Amo le idee e gli spigoli della realtà. Tuttavia  sono assolutamente terribile nella costruzione delle trame. Non  so mai cosa stia per accadere.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta in America,  nei sobborghi di Boston . Una famiglia piuttosto comune con quattro figli e un cane. Sono andata ad Harvard per studiare l’inglese, ma non mi è piaciuto molto, così ho lasciato l’università e sono andata a Londra a studiare arte, e lì mi sono sentita come se fossi a casa. Ho provato a vivere a New York per dieci anni, ma alla fine sono tornata a Londra, dove sto da allora.

Quando hai iniziato a sapere che volevi essere una scrittrice?

L’ho capito quando ero molto giovane, ma poi l’ho dimenticato per circa 35 anni. Non ho scritto il mio primo romanzo fino all’età di 46. Segretamente avevo paura che non sarebbe stato abbastanza buono.

Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa per ragazzi?

Non l’ho scelto. Lei ha scelto me.

Qual è la parte più faticosa durante la stesura di un libro rivolto a giovani lettori?

E ‘sempre la trama. Vorrei che qualcun altro scrivesse le trame per me.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada per la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

Quando avevo 47 anni pubblicarono il mio primo romanzo (How I Live Now), ed è stato subito un enorme successo. L’ho pagato con 15 lunghi anni di lavoro nella pubblicità. Ma ci sono sempre rifiuti. Anche quando si ha un grande successo, un sacco di gente è pronta a criticare. Guarda Harry Potter!

Tu sei un’ autrice acclamata dalla critica. Molto amata da blog e giornali. Hai ricevuto recensioni negative?

Ovviamente! Quando sono stata finalista per la Carnegie Medal, un ragazzo ha scritto “Oh no! Se devo leggere un altro libro di Meg Rosoff mi soffoco con un cuscino. ” Dolce no?

Una scuola cristiana ha cancellato un tuo incontro a causa del contenuto “blasfemo” del tuo ultimo romanzo per ragazzi, There Is No Dog, ( Se fossi Dio  pubblicato in Italia da Fanucci Editore). Come rispondi a queste critiche?

Ho sempre pensato che se c’è un Dio, lui o lei è perfettamente in grado di difendere lui (o lei) da sé.

Sei la pluripremiata autrice di romanzi peragazzi come How I Live Now, Just In Case, What I Was, The Bride’s Farewell and There Is No Dog. Quale è il tuo preferito?

Non mi sogno di avere un preferito! Gli altri piangerebbero.

Cosa ti ha ispirato a scrivere There Is No Dog? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Mio marito stava ascoltando un programma radiofonico che parlava di tutti gli attori che hanno impersonato Dio nei film. Ed era furioso perchè erano tutti vecchi uomini bianchi. “Perché Dio non è mai interpretato da un adolescente?” mi chiese. E’ stata la scintilla. Sapevo di voler scrivere il libro.

Parlaci un po ‘del tuo giovane protagonista, Bob, e di come la storia comincia?

Bob è un tipico ragazzo di 19 anni – pigro, che va matto per il sesso, concentrato su se stesso. Dorme tutto il giorno e sua madre è preoccupata per lui – così quando vince il lavoro di Dio della terra ad una partita di poker, lei lo dà a lui, sperando di dargli qualcosa da fare.

Dicci di più di Mr B. Qual è il suo ruolo nel libro?

Mr B è l’assistente di Bob. Dove Bob si preoccupa solo di se stesso, il signor B si sente responsabile per il mondo, che Bob ha creato. Ma è anche una grande sofferenza da genitore – è  sarcastico e pessimista sulle possibilità che  Bob  sia bravo nel suo lavoro. E ‘un po’ come me.

Parlaci della tua giornata da scrittrice. Descrivici una tua tipica giornata di lavoro?

Comincio ogni giorno portando a spasso il cane o cavalcando per mezz’ora il cavallo che possiedo, poi torno a casa, faccio colazione, rispondo alle mie e-mail, guardo tutti i conti che avrei dovuto pagare, vago intorno alla casa, passo un po’ di tempo su Facebook, leggo le mia recensioni su Amazon, faccio delle telefonate, e poi quando sono completamente a corto di cose da fare e di tempo da perdere, comincio a lavorare. Sono migliori per me le ore tra circa le 4 e le 7 di sera – così quando mia figlia torna da scuola, pensa che ho lavorato sodo tutto il giorno. Spero che lei non legga questa intervista. (Sorride)

Ti piace fare tour promozionali ? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Solo oggi sono di ritorno da un tour dell’Olanda e del Belgio e può essere molto faticoso, ma anche incredibilmente eccitante. Quando sei uno scrittore spendi la maggior parte del tempo a fissare uno schermo di computer, depresso pensando che il tuo libro non funzionerà, così quando qualcuno vuole veramente intervistarti e ti dice quanto ti ammira, c’è una certa tendenza a guardarti dietro le spalle per vedere con chi stia parlando. Mi piace molto viaggiare anche se – in particolare quando ho un po ‘di tempo libero mi piace guardarmi intorno. Negli ultimi anni sono stata in Cina, Egitto, Nuova Zelanda e Australia, America, e in tutta Europa, e ogni tour è stato fantastico. La Cina era il paese  più strano – i miei libri non sono nemmeno pubblicate lì, quindi non sono sicura al 100% di quello che stavo facendo! Ma il cibo era fantastico e sono andata a visitare la Grande Muraglia, quindi non mi lamento.

Quali sono i tuoi autori viventi preferiti?

Mi piace Hilary Mantel, che ha scritto Wolf Hall. E Wolf Ehrlbruch (Duck Death and the Tulip) e Shaun Tan, e circa un milione di altri a cui non riesco a pensare in questo momento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto leggendo un libro intitolato Sum, Tales of the Afterlife, di David Eagleman, e The Man Within My Head di Pico Iyer.

Chi ha disegnato le copertine?

La splendida Katie Finch della Penguin.

Hai mai avuto il blocco dello scrittore e che cosa fai quando ciò accade?

Vado al cinema, o leggo un altro libro, o parlo con un altro scrittore, o girovago per Il British Museum, o vado a cavallo. Di solito, qualcosa mi succede in testa alla fine, e se così non fosse, vado a dormire e spero che  succeda il giorno dopo.

Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?

Mi piacerebbe, verrei in Italia in un lampo. Io adoro l’Italia. Sto solo aspettando un invito!

Hai moltissimi fan. Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire i miei lettori e rispondo a tutte le e-mail che ricevo – mi possono contattare attraverso il mio sito – http://www.megrosoff.co.uk

Infine, l’ultima domanda: a cosa stai lavorando ora?

Sto finendo un romanzo intitolato Picture Me Gone di un uomo che un giorno se ne va senza dire una parola a nessuno, lasciando la moglie e il figlio. E ‘il mio primo romanzo ambientato in America, e finora è stato un vero piacere scriverlo. Che è un sollievo enorme.

:: Recensione di Il museo dell’inferno di Derek Raymond (Meridiano Zero 2012) a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2012 by

Una cosa avrei voluto dire a Bowman, prima che ammazzasse di botte qualcun’altro: come pensi passino il loro tempo i ladri, gli assassini, i suicidi? Volevo ricordargli che lo passano sognando ad occhi aperti su materassi squarciati in qualche casa abbandonata piena di siringhe: mezzi fatti, con un Walkman scassato come unica compagnia, gli spifferi sotto la porta che sollevano la polvere, le parole “fanculo la pula”  scritte sulla polvere della finestra, mentre altri uomini si rigirano gemendo nel sonno, tra lenzuola macchiate del loro seme. Volevo mostragli l’angoscia dei loro incubi,  fargli capire cosa si prova a cercare a tentoni lo scarafaggio schiacciato la sera prima.  Volevo parlargli del sole che spacca i muri al mattino mentre i camion giù sulla superstrada, delle loro teste che esplodono quando non hanno nessun motivo per alzarsi.  Perchè infilare i piedi in scarpe senza suole? Perchè stare lì a mettersi i jeans? In quelle tasche bucate non potrebbero metterci niente, ammesso che avessero dei soldi. Era questo che volevo dire a Bowman.

Il museo dell’inferno, Dead man upright traduzione e postfazione di Alberto Pezzotta, quinto e ultimo romanzo della serie Factory dopo E morì a occhi aperti, Aprile è il più crudele dei mesi, Come vivono i morti, Il suo nome era Dora Suarez,  (il penultimo scritto da Derek Raymond, l’ultimo prima di morire nel luglio del 1994 sarà Not Till the Red Fog Rises, da poco ristampato da Meridiano Zero), è un romanzo che ha già dal titolo, scelto dal traduttore traendo spunto da un episodio del romanzo data l’impraticabilità della traduzione letterale, dispensa l’esatta gradazione di orrore che l’autore ha intenzione di consegnarci. Gli appassionati di Raymond sono una ristretta cerchia di congiurati accomunati da  un’ inquietante propensione a non spaventarsi davanti alle numerose declinazioni del male e che soprattutto non hanno paura di sporcarsi le mani. Leggere Raymond è infatti una esperienza dannatamente seria e sfibrante. Malvagità, brutalità, ferocia, non ci vengono risparmiate nè filtrate dal rassicurante ottimismo borghese che anestetizza buona parte della letteratura contemporanea, a volte anche travestita da noir. Raymond ha dissolto, estirpato la membrana che separa l’atto criminale, in tutto la sua virulenta abiezione, da chi lo compie e da chi leggendo assiste al suo svolgimento. Non ci sono barriere, cordoni protettivi, ancore di salvataggio, tutto ci è presentato senza filtri nè morali nè filosofici. Il male per Raymond non è un arzigogolo letterario, è una reale necessità atta a spiegare la condizione umana e l’inferno quotidiano che ci circonda. E in questo Il museo dell’inferno è la vetta di questa discesa scomoda e pessimistica al cuore della questione. Amato non da molti, e forse neanche da Raymond stesso, (che gli preferiscono il più elegante Il suo nome era Dora Suarez o il più coerente Aprile è il più crudele dei mesi), Il museo dell’inferno a mio avviso racchiude una certa eccezionalità e quasi l’azzardo di un uomo che sentendo arrivare la morte si sporge oltre l’abisso corteggiando gli estremi limiti consentiti. Certo ci sono pochi punti di riferimento: la Factory, distretto di polizia londinese in Poland Street, in cui opera il disilluso sergente senza nome della sezione A14  Delitti Irrisolti; una Londra arida e desolata come la terra desolata di T.S. Eliot, e certo la snervante dissoluzione della trama già presente in Incubo di strada è capace di trasmettere uno stranito senso di smarrimento, oltre alle deliranti farneticazioni di un serial killer di una tristezza che scortica la capacità di sopportazione, pur tuttavia come i figli meno amati racchiude in sé un eroico slancio di ribellione. Più che a James Ellroy, la cui differenza principale per me è che Derek è un naturalista mentre Ellroy è un romantico, vedo una stretta comunanza tra Derek e un altro maledetto del noir, Cornell Woolrich, stesso amore per i derelitti, stessa predilezione per lo squallore prosaico della vita quotidiana e le ambientazioni sordide, stessa ossessione per il male, per il crimine comune intossicato da banale mediocrità. Due fratelli nella notte, seppure separati da anni e da continenti. Che dire in conclusione leggere Il museo dell’inferno è quasi una necessità, un po’ come chiudere un cerchio quando si sa che è tutto finito e non ci sarà mai più un seguito.

Derek Raymond era lo pseudonimo di Robert William Arthur Cook, nato a Londra nel 1931 e ivi morto, al ritorno da una peregrinazione durata una vita, nel 1994. Sottrattosi ben presto all’educazione borghese impartitagli dalla famiglia, ha iniziato a viaggiare vivendo, tra gli altri posti, in Marocco, in Turchia, in Italia, improvvisandosi nei lavori più improbabili: dal riciclaggio di auto in Spagna all’insegnamento dell’inglese a New York, dall’impiego come tassista alla carriera di trafficante di materiale pornografico. I suoi esordi nella carriera letteraria risalgono agli anni Sessanta, con opere chiaramente influenzate dall’esistenzialismo di Sartre. Un’influenza che riemergerà a partire dagli anni Ottanta nella sua serie noir della Factory a cui questo romanzo appartiene. L’opera di Raymond vive di assoluta originalità nel panorama dell’hard boiled internazionale.

:: Diario di Anna Frank

26 gennaio 2012 by

La mia migliore amica dei miei 11 anni si chiamava Anna Frank. Leggendo il suo diario scritto alla sua amica immaginaria Kitty provai la sensazione che si rivolgesse espressamente a me o meglio che il tempo non esistesse e un senso di continuità e comunione ci unisse. Per me è stata davvero un’ amica nel senso più vero del termine. Ho imparato molto da lei e cose del tutto inattese dato e considerato il triste esito della sua breve vita. Ho imparato l’allegria, l’ironia, e l’amore per la scrittura. Ormai sono passati molti anni e la copia del suo diario è un po’ sgualcita e da anni non ne sfoglio le pagine ma il ricordo di questa strana amicizia è ancora forte. Gli anni delle medie sono anni difficili, si passa dall’infanzia all’adolescenza e degli adulti non si ha grande stima nè fiducia, un coetaneo a volte può fare miracoli e per me Anna è stata una guida. Anni dopo studiando la storia mi sono trovata a studiare anche il periodo storico in cui visse e ad analizzare gli errori e gli orrori delle idologie, nel senso di idolatrie.  Grazie ad Anna non ho mai pensato che un popolo come quello tedesco avesse in sè il germe della follia, tutti gli esseri umani sono vittime degli stessi mali e se mi chiedessero se provo odio per i grandi dittatori della storia direi in tutta sincerità di no. L’odio non mi appartiene, nè la vendetta, ho poca memoria per certe cose ma ricordo le cose belle, questo sì, ricordo quello che basta ad essere felici in questo mondo dove la felicità è un lusso tropppo raro. Se avete figli adolescenti, consigliategli di leggere il Diario di Anna Frank credo sarà per loro un grande sostegno anche nella loro vita di adulti.

:: Recensione di Hollywood Detective di Loren D. Estleman a cura di Giulietta Iannone

26 gennaio 2012 by

“È una città infestata, l’ho sempre saputo. Ci sono le orme di gente morta davanti al Grauman’s Chinese Theatre, strade che portano i nomi di registi scomparsi, stelle del cinema morte nelle case segnalate sulle mappe delle abitazioni dei divi. I miei mi hanno portato in vacanza ad Alamo una volta. Quando sono arrivata ho avuto la stessa sensazione che avverto quando cammino per Sunset Boulevard, solo che lì c’è Davy Crockett e qui Steve McQueen”.

Benvenuti a Los Angeles la città dei sogni, non riesco a non pensare alla voce del doppiatore di Danny De Vito che decanta le virtù della città californiana all’inizio di L.A. Confidential sullo sfondo di cartelloni pubblicitari anni ’50, piantagioni di arance e donnine sorridenti in sgargianti costumi da bagno. Con la stessa ironia e vivacità Loren D. Estleman, autore di Hollywood detective (Gargoylextra) ci porta nella Mecca del cinema  e con scanzonata leggerezza ci parla di case di riposo per vecchie glorie, di segretarie eccentriche che hanno messo i binari della ferrovia che ha portato a Los Angeles la prima gente del cinema, di minuscole birrerie un po’ kitch per turisti cinefili con le pareti ricoperte di poster di W.C. Fields intento a giocare a poker, Douglas Fairbanks in calzamaglia e Marilyn che volteggia troppo vicina alla fiamma e i piatti del giorno dai nomi pittoreschi come Buster Keaton, o Scarface, di vecchi professori di storia del cinema in impermeabile e pipa d’ordinanza esperti conoscitori di tutta la mitologia e i retroscena, anche i più scabrosi, della vecchia Hollywood, di giovani archivisti adoratori di cimeli d’antan e sentimentalmente legati a decrepiti cinema in disarmo del tempo del muto, e per finire di fantasmi, ebbene sì la buonanima di niente meno che Eric von Stroheim, più noto per il ruolo di  maggiordomo, a dir il vero un po’ lugubre, di Gloria Swanson nel celeberrimo e amaro Viale del tramonto che come regista di film controversi come Rapacità, film che ha un ruolo di tutto rispetto nella nostra storia, infesta i sonni e le veglie del nostro intraprendente protagonista. Chilometri e chilometri di celluloide scorrono sullo sfondo e i nomi dei divi, idoli pagani di un culto inarrestabile, e gli aneddoti più bizzarri e strani si rincorrono per le pagine di questo omaggio divertito e commosso al Cinema, con la c maiuscola non è un errore. Per i cinefili un’orgia di rimandi, di citazioni, di pettegolezzi nobilitati dalla patina dorata che rende Hollywood la più marmorea e scintillante istituzione americana. Romanzo estremamente piacevole e divertente scandito dai tempi comici di dialoghi brillanti e ricercati questo Hollywood detective  non è un noir nè un hard boiled, ma un piccolo gioiellino che farà la felicità di cinefili e di appassionati di misteriosi omicidi sepolti nel passato, risolti da improvvisati detective tipicamente old american style. Tutto ha inizio quando Valentino, il nostro prode Hollywood detective, chiamato ironicamente lo Sceicco per la sua velata rassomiglianza con il mitico Rodolfo, si reca con una procace agente immobiliare a visitare l’Oracle, vecchia e fatiscente sala cinematografica sul punto di essere demolita, nel cui atrio campeggia un bassorilievo in bronzo di Max Fink una rovina lasciata dall’antica civiltà ormai perduta di Hollywood  e compie la follia di comprarla per farne la sua abitazione. Se non fosse che per prima cosa scova le pizze in versione intergrale di un capolavoro scomparso Rapacità di Eric von Stroheim e nel sottoscala dietro un tramezzo di gesso uno scheletro. Subito si pone un dilemma: salvare quel film dimenticato diventa una priorità e per farlo deve difenderlo dalla polizia che lo vuole requisire come prova. L’unica cosa da fare è svelare il mistero con l’aiuto di un vecchio professore bisbetico, una studentessa di legge dal nome improbabile di una bibita e una bellissima anatomopatolaga di cui si è perdutamente innamorato. Lascio a voi il divertimento e ricordatevi a Hollywood una vita normale è impossibile. Tutto è un effetto speciale.

Loren D. Estleman è uno scrittore americano di western e crime. È noto per una serie di romanzi polizieschi con l’investigatore Amos Walker.

Source: inviato dall’ufficio stampa.

:: Intervista a Mauro Saracino a cura di Diego Di Dio

24 gennaio 2012 by

Ciao Mauro. Parlaci un po’ di te. Chi è Mauro Saracino, al di là della scrittura?

Mi cogli un po’ impreparato, visto che per me è difficile scindere scrittura e lettura dal mio essere… In realtà sono una persona tranquilla, con una passione particolare per la musica pesante, che ho coltivato per molti anni militando in svariati gruppi fino all’uscita del disco con i Midnight Forces. In ogni caso la musica accompagna ancora gran parte delle mie “sessioni letterarie”. Ah, dimenticavo i film horror: non potrei vivere senza. A volte se sono di serie B è anche meglio.

 Ora parlaci del tuo rapporto con la narrativa.

È qualcosa senza cui non potrei vivere. Leggo molto, spesso in lingua originale. Solo quest’anno ho letto più di quaranta romanzi, senza contare quelli abbandonati, dall’horror al noir, con qualche incursione nel fantasy, genere che sto riscoprendo da poco. Allo stesso tempo scrivo molto, in media mille parole al giorno, con pochissime eccezioni.

Bene, adesso veniamo al tuo thriller “Il gioco della mantide”. Ti dirò subito che, come ho scritto su anobii, ci sono due caratteristiche del tuo romanzo che potrebbero sembrare negative, ma non lo sono. Partiamo dalla prima: è un thriller anomalo. Dicci se pensi che sia così e perché.

Sicuramente è anomalo se prendiamo quelli che sono i cliché del genere, in cui c’è bisogno di un detective, un caso da risolvere, una vittima e una serie di intrecci. In questo caso abbiamo “solo” un protagonista alle prese con una situazione particolare. Per sua sfortuna la vicenda si rivela un thriller, nel vero senso della parola e non del genere. E, suo malgrado, si ritrova a essere vittima e investigatore al tempo stesso.

Per quanto riguarda la storia, è davvero forte. A un certo punto diventa persino poco verosimile, per poi riacquistare senso e credibilità alla fine, con i colpi di scena finali. Ci dici com’è nata una trama del genere?

È nata da una riflessione sulla gelosia cronica, ispirata da un tizio che conoscevo. Costui era talmente ossessionato dal tradimento che parlava di mettere microspie nel cellulare della fidanzata. Alla fine è stato mollato, ma non prima di avermi regalato l’idea di base per Il Gioco Della Mantide, sulla quale ho poi lavorato per arrivare ai colpi di scena cui facevi cenno. Ho scelto di trasformare il protagonista in un uomo perché mi sembrava davvero troppo inverosimile per una donna affrontare quel tipo di sfida. E non un uomo qualunque, ma qualcuno che avesse vissuto una vita abbastanza al limite da non lasciarsi travolgere dal corso degli eventi.

Bene. Seconda caratteristica: è un thriller lento. Ma non lento nel senso di noioso, tutt’altro. Lento nel senso di rallentato: ti piace approfondire i pensieri, le espressioni, le emozioni dei personaggi. Senza perdere, ovviamente, il senso della suspance. Il risultato, se posso permettermi, è una prosa che spesso ho riscontrato in altri romanzi, per esempio “It” di Stephen King. Ossia una narrazione così puntuale che ti fa vivere, vedere e sentire i personaggi come fossero davanti a te. Dicci qualcosa in merito al tuo stile.

L’obiettivo è proprio quello. Non sono di certo io a dover dire che un romanzo non possa essere una mera descrizione di eventi. Perché il lettore possa simpatizzare con un personaggio, c’è la necessità che il personaggio in questione sia sviscerato il più possibile fino al punto da risultare vivo, anche a costo di rallentare il ritmo narrativo. Nel mio caso, sviscerato anche fisicamente.

Nel tuo libro spiccano, ovviamente, due personaggi. Partiamo dal protagonista, Daniele Sennis. Un tossicodipendente che, per uscire dalla strada, accetta di “vendersi” a una donna ricca e potente, una grassona nobile che gli permette di vivere agiatamente. Parlaci di lui.

Sennis è un protagonista atipico, almeno per i miei criteri. Di base è un perdente, un ex eroinomane che si ritrova a vendere la sua vita per una condizione di apparente benessere, rinnegando i suoi trascorsi. Ma, come spesso accade, ciò che rinneghiamo ci perseguita ed è ciò che avviene a Sennis. La sua crescita nel corso del romanzo è innegabile, anche se in qualche modo perversa e guidata dalla sua nemesi e futura moglie.

E ora veniamo alla donna, l’artefice di tutto il machiavellico intrigo che si dipana nel romanzo, Elisabetta Rumeo. Parlaci di lei.

Conosciamo Elisabetta solo attraverso le sue azioni, visto che le vicende del romanzo le vediamo solo attraverso gli occhi di Sennis. Di conseguenza, ciò che sappiamo all’inizio è che il protagonista non ha una buona opinione della sua compagna ma che probabilmente la sottovaluta. Quello che sappiamo alla fine è che l’ha sottovalutata molto.

Lo sai che leggere un romanzo in cui il protagonista è spiato, con cuffie e telecamere, ogni secondo della giornata, mi ha fatto venire un senso di claustrofobia e soffocamento? Da dove nasce questa trovata narrativa?

È qualcosa che terrorizza me per primo e sono contento di essere riuscito a trasmettere quest’angoscia. Viviamo in una società che ci spinge sempre di più a essere monitorati, in cui addirittura ci piace esserlo. Dove siamo, quello che facciamo, le persone che frequentiamo: tutto è registrato e il bello è che siamo noi volerlo. La cosa mi inquieta moltissimo. E credo anche Daniele Sennis sia d’accordo con me.

Va bene. Da’ ai nostri lettori un assaggio del libro “Il gioco della mantide”: riporta un brano qualsiasi, che possa suscitare l’interesse del pubblico.

«Sai una cosa?», domandò.
«Cosa?»
«Non avrei mai pensato che saremmo potuti arrivare a questo. Sapevo che la nostra era un’unione strana e tutto il resto. Ma mai avrei pensato che fosse così malata».
Rise.
«Cioè… stiamo per sposarci».
«Lo so», ammise lei, «per me è lo stesso».
Sennis attese qualche secondo prima di lasciarsi andare a una
risata amara. «Ancora provi a prendermi in giro?»
Lei si unì a lui, nella sua risata gioiosa, quasi fanciullesca. «Hai ragione», disse, «sapevo che sarebbe andata in questo modo  ancora prima di incontrarti. Ma se la cosa ti consola, per un  periodo di tempo ho pensato che si potesse evitare».
«Ne parli come se fosse qualcosa di estraneo da te».
«Be’, in parte lo è. Comunque non è questo il momento di
parlarne, non trovi?»
«Sono d’accordo con te. Adesso possiamo tornare al nostro  stupido gioco… che non è un gioco, vero?»
«Verissimo».

Infine dicci qualcosa sulla tua casa editrice, Nulla Die.

È una giovane casa editrice che sta lavorando sodo per diventare una realtà nel panorama italiano.

Tuoi progetti per il futuro?

A metà febbraio uscirà Ali Di Tenebra per la Plesio Editore, un urban fantasy con delle tinte horror.

Grazie. È stato un piacere intervistarti. Alla prossima.

Grazie a te, a presto!

:: Recensione di Se fossi Dio di Meg Rosoff

23 gennaio 2012 by

Tra le uscite per ragazzi nella collana Teens di Fanucci di questo inizio 2012 è presente un libro intitolato Se fossi Dio titolo originale There is no Dog. What If God Were A Teenage Boy? di un’autrice Meg Rosoff, amata dalla critica, pluripremiata, una piccola star della letteratura young adult. Non c’è violenza, non c’è un linguaggio volgare, né la minima traccia di tentativi di corruzione di minorenne non ostante questo il protagonista del libro, un Dio adolescente piuttosto incompetente e pasticcione, ha fatto sì che accuse di blasfemia fioccassero a turbare la placida esistenza dell’autrice. Leggo sul Telegraph infatti che una scuola cristiana ha cancellato un’apparizione della Rosoff accusando proprio il suo libro di contenuti blasfemi. Ora mi chiedo davvero l’intransigenza e la repressione è uno strumento atto a far sì che stuoli di ragazzini non si fiondino in libreria a comprare il succitato libello? Non sarebbe stato meglio accogliere la Rosoff e discutere con lei di Dio? In realtà temo che il tema del libro che più li ha turbati, a parte la supposta offesa dell’Altissimo, sia il modo scanzonato e anticonformista con cui l’autrice parla di sesso. E come si sa si ha soglie di assuefazione altissime quando si parla di violenza, crudeltà, brutalità e bassissime quando si parla d’amore con tutte le dovute cautele che l’autrice usa rivolgendosi ad un pubblico di adolescenti. Mi rendo conto che queste riflessioni sono più indicate ai genitori dei fruitori privilegiati di questo libro ed è anche evidente che il libro stesso può essere considerato per adulti, non a causa di presunti contenuti scabrosi, ma semplicemente perché la Rosoff ci parla dei nostri figli, di come si approcciano all’altro sesso, di come vivono il potere genitoriale e l’autorità, di cosa realmente li appassiona. C’è una riflessione profonda alla base di questo testo e ciò spiega i motivi per cui i quotidiani e i blog inglesi l’abbiano recensito con così tanto entusiasmo. Se Dio è capace di innamorarsi allora non è un Dio lontano e irraggiungibile. Se Dio vive gli imbarazzi e le insicurezze di un adolescente non fa più tenerezza e simpatia? Con umorismo e leggerezza la Rosoff parla di temi importanti, si diverte, diverte i suoi lettori e insegna la lezione più importante, che l’amore dopo tutto è la sola cosa che conta. Vi sembra poco?

Blog dell’ autrice http://www.megrosoff.co.uk/blog/