Ecco che ci ricasco. Giusto qualche recensione fa dicevo quanto è difficile recensire un testo poetico o almeno quanto lo sia per me. Davanti alla poesia mi sento come l’albatros si Baudelaire, goffa e impacciata, con le ali pesanti di razionalità e logica. La cosa più onesta da fare in questi casi è invece lasciare parlare le sensazioni, l’inconscio, l’irrazionale che alberga in ciascuno di noi, e così io farò. Leggendo Permanenze lontane, la prima raccolta poetica dell’esordiente Maurizio Landini edita da Edizioni della Sera, ho provato una sensazione molto particolare, quella di trovarmi di fronte ad un uomo che guarda in faccia l’abisso e si chiede quanto la quotidianità, e la percezione del reale siano consolanti prima di diventare “cenere”. La parola cenere, infatti ripetuta, riporta simbolicamente al mistero di annullamento e consunzione che la morte porta con sé. L’autore per parlare di questi temi ha scelto un linguaggio molto vicino all’inconscio, perché la poesia, risana, guarisce le ferite dell’anima, porta serenità e prolunga in un linguaggio di comunione anche i rapporti drammaticamente spezzati, e la morte è la più inguaribile fonte di separazione e assenza. La morte che “come il fango arresta il cammino” si smaterializza e porta a percepire la realtà con occhi diversi, trasognati. Non c’è rabbia, collera, rancore, Landini si pone di fronte alla realtà delle cose con matura consapevolezza e compiuta saggezza. La morte è “fango” ma il dolore cambia come “Cambieranno/ i rami/ fuori dalla mia stanza”. La morte è “fango” ma non arresta il flusso di ricordi nei vivi, è ancora possibile uno squarcio di luce, ricordare le “t-shirt stupende, le ragazze bionde e le poltrone rosse del cinema”, il passato è vivo, presente, finchè la mente può tornare a raccoglierlo, a impreziosirlo di personalissimi momenti.
:: Recensione di Permanenze lontane di Maurizio Landini
29 agosto 2011:: Recensione di La ballata di Mila di Matteo Strukul
25 agosto 2011
L’estate sta finendo e le case editrici iniziano a proporre le novità dell’autunno, così fa Edizioni e/o inaugurando addirittura una collana Sabot/age, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto, che propone un perfetto debuttante Matteo Strukul, che fino adesso era noto tra gli addetti ai lavori al di là della barricata, autore di La ballata di Mila un pulp noir triste, bellissimo e violento, ambientato nel Nordest prospero e opulento inquinato da fenomeni criminosi feroci come l’emergente mafia cinese che pian piano spiazza e disancora la criminalità locale insinuandosi nel territorio con le sue spire mefitiche. Innanzitutto è la storia di una vendetta e qui è indubbia l’influenza di molto cinema western epico, non solo per il titolo che mi ha subito richiamato alla mente La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah, sebbene i temi trattati siano differenti, ma penso al più recente Il Grinta dei geniali fratelli Coen dove una ragazzina assolda un killer per vendicare l’assassinio del padre, rifacimento del più stopposo, sebbene valse un Oscar a John Wayne, Il Grinta di John Hathaway, e non dimentichiamo il libro da cui fu tratto di Charles Portis, che la Giano ha pubblicato ultimamente, e i cui dialoghi da soli danno una lezione di letteratura difficilmente trascurabile. In La ballata di Mila il killer è la stessa Mila che non ha bisogno di maschi rassicuranti e protettivi per maturare la sua vendetta, ma agisce in prima persona, mette i suoi nemici uno contro l’altro e si gode il suo trionfo finale con insolente e crudele senso della giustizia. Strukul è una sorpresa, devo essere sincera, iniziandolo mi aspettavo un pulp tradizionale, certamente ambientato in Veneto, come il movimento Sugarpulp insegna, ma sebbene il respiro sia molto classico, parlo del modo di scrivere semplice, corretto, ben calibrato, i temi sono piuttosto spiazzanti. Innanzitutto la protagonista, è una donna, una ragazza, dai lunghi dreadlocks rossi, per chi non lo sapesse faccia riferimento alla capigliatura di Bob Marley, e non è frequente in questo genere di letteratura. Una donna con le palle, dura come l’acciaio, sfrontata, coraggiosa, che tratta con i delinquenti alla pari, reggendo il loro sguardo, facendosi rispettare, una tipa tosta insomma un po’ Lisbeth Salander ma con molta più rabbia in corpo. Una killer spietata, che taglia le teste alla gente e le raccoglie in un sacco di juta come avvertimento. Più furba e abile dei suoi avversari, maliziosa, con un suo senso dell’onore e della giustizia tutto suo. Poi Strukul predilige un punto di vista interno alla criminalità, ne descrive vizi, debolezze, dinamiche di dominio e di lotte di potere. Specialmente il personaggio di Rossano Pagnan è molto vitale, intergrato nel territorio, violento e rivoltante finchè si voglia ma capace di scampoli di umanità quando gli massacrano la famiglia per poi cedere impietosamente a rigurgiti di codardia quando si trova ad essere ad un passo dalla morte. Il talentuoso Strukul è capace di una piacevole freschezza, e ci regala un romanzo efficace e tragico, un ritratto del marcio e della violenza che regge i delicati equilibri su cui si basa la struttura criminale che sempre più cerca di soppiantare il tessuto sano della società. La mafia cinese stessa a mio avviso, fatta di triadi e vecchi codici d’onore, di efferatezze senza limiti, emerge come la vera protagonista del romanzo, fatto salvo il ruolo centrale di Mila, cardine della narrazione. Lo stile è crudo, diretto, lucidamente perfido, la struttura classica, l’autore poi approfondisce la psicologia dei personaggi senza appesantire la narrazione ma dando alle scene d’azione ampia predominanza. In un certo senso ha una scrittura molto visiva, del cinema di Tarantino ricorda le atmosfere di Kill Bill con la killer O-Ren Ishii, decisa a consumere la sua vendetta, tema ricorrente anche in molto cinema asiatico pensiamo alla Trilogia della Vendetta di Chan-Wook Park. Tornando al western non si può non citare il capolavoro di Sergio Leone Per un pugno di dollari di cui Mila è una versione femminile del Joe di Clint Eastwood intento ad orchestrare un subdolo doppio gioco fingendo di vendersi ad entrambe le famiglie dominanti la città di San Miguel. Dosi di violenza iperrealistica, esagerata, contratta, con rari cedimenti nello splatter, poi ci portano alla lezione del nuovo pulp-noir americano, tra tutti forse Gischler ha inciso maggiormente sia sullo stile che sul linguaggio del giovane autore padovano. Con alterni risultati devo dire che Gischler ormai passato da promettente a consolidato, è preso a modello sempre da un maggior numero di giovani autori non solo americani, ed è bizzarro vedere quanto si presti a queste contaminazioni. Indiscutibilmente un buon libro, che rientra nella nuova onda del pulp “italiano”, e che non mi farà più dannare quando mi chiedono quali sono i miei autori italiani preferiti. Ha ragione Carlotto ne sentiremo parlare.
:: Recensione di Le cose di cui sono capace di Alessandro Zannoni
24 agosto 2011“Ehi, non fate quella faccia amici, questa è l’America! In questo paese del cazzo tutto è possibile, basta avere un avvocato che sappia il fatto suo potreste fare causa anche a Dio, anche se credo che l’abbiano già fatto.”
Nel panorama provinciale e sonnolento di questa estate italiana, che si preannunciava torrida e invece è solo piena di zanzare, dove ce ne stiamo come tanti messicani intenti a fare la siesta sotto il sombrero, iniziare a bere un po’ di tequila con mezcal non sarebbe male, per cui niente di meglio per svegliarci dal torpore che leggere l’ultima fatica di Alessandro Zannoni. Infatti esce oggi 24 agosto “Le cose di cui sono capace” (collana Corsari/PerdisaPop, prezzo euro 14.00, pagine 152) un noir bastardo e scorretto che, vi assicuro, farà cadere dalla seggiola e soffocare con la saliva di traverso parecchia gente. Leggere “Le cose di cui sono capace” è come essere attraversati da un treno in corsa. Non scherzo, libri così di solito non se ne leggono, o li censurano, o gli danno letteralmente fuoco. Già me le immagino le facce arcigne di bigotti e benpensanti, tutti intenti a tuonare come predicatori da Far West e scagliarsi contro il libello incriminato, ma a Nick Corey – sceriffo di BakereedgePass Texas – di thompsoniana memoria, non gliene può fregare di meno. Beve, scoreggia e bestemmia, il nostro Nicola Coretti, italo americano di seconda generazione, sperduto in quel grande nulla che è la provincia americana, e ha le sue armi per disincentivare il crimine, armi che non lo faranno certo apparire nella foto ricordo degli sceriffi dell’anno. Deserto e scorpioni, vacche e rodei, ecco lo scenario. Si alleva bestiame e si coltivano sterminati campi di cotone e peperoncino a BakereedgePass, tra trivelle abbandonate, barbecue di sabato pomeriggio, e soprannomi. Tutti hanno un soprannome da quelle parti, e le donne sono pericolose, fanno letteralmente paura, come Reyna: moglie megera di Rudy, amico per la pelle del nostro imprevedibile sceriffo, per cui, sembra strano a dirsi, l’amicizia è sacra. Nick Corey non molla un amico nei guai quando arrivano come un esercito di locuste e “Guai” è il secondo nome di Rudy, capace di giocarsi a carte il ristorante con gente che ha i suoi metodi per far rispettare i debiti d’onore. Il classico Stetson ben calato sugli occhi, la pistola pronta a fare più rumore che ad ammazzare veramente qualcuno, Nick Corey non ha di meglio da fare che gettarsi nella mischia e saranno cazzi amari per tutti. Ah dimenticavo c’è anche una donna, c’è sempre una donna nella vita di uomini come Nick, una donna appena uscita di galera naturalmente, e qui non ho potuto non pensare alla Celeste di “Dia de los muertos” di Kent Harrington, una donna capace di triturare il cuore di un uomo con i suoi stivali di pitone. Stella Ronstad anche lei è nei guai, anche lei è tornata in città perché non ha altro luogo dove nascondersi, anche lei si rivolge a Nick in cerca di auto, e iniziano ad essere davvero troppe le grane in circolazione, senza contare il rodeo che si avvicina e radunerà i peggiori ceffi dello stato e degli stati confinanti, e non saranno certo i cartelloni sparsi per la città che richiamano alla moderazione e al buon senso a tener calmi gli animi.. Nossignore. Io non vi dico di più, non vi resta che fiondarvi nella prima libreria e comprarlo, o essermi amici – per Natale ho intenzione di farne incetta, regalarli e ficcarli sotto l’albero di parecchia gente. Volete mettere? Un Natale con Nick Corey non ha prezzo.
Zannoni ha talento, cavolo sa scrivere, è indubbio, un altro che si fosse azzardato a provare l’impresa si sarebbe trovato disarcionato da un cavallo imbizzarrito, per restare fedeli alle metafore di frontiera; ma lui no, beffardo e irriverente, se la ride e ci sbatte in faccia un antieroe senza pudori, capace di tutto, come ci avvisa sornionamente il titolo, che mai fu più azzeccato. Autore fuori da ogni classificazione, provocatorio, caustico, innovativo e coraggioso. E quando si parla di coraggio è bene dirne due anche su Antonio Paolacci, direttore della collana PerdisaPop I corsari, degno erede del mitico Luigi Bernardi, che a ben vedere ha accettato la scommessa e non molti l’avrebbero fatto, per lo meno non in Italia. Irriverente e dissacrante omaggio a tanta letteratura americana di genere che abbiamo imparato ad apprezzare ed amare, “Le cose di cui sono capace” si ricollega ai grandi classici e qui ci vorrebbe Luca Conti per parlarne con più competenza di me, e so che forse ne accadrà.. Di certo il fantasma di Jim Thompson aleggia in queste pagine, e non solo per quel nome ingombrante e impegnativo che il nostro sceriffo si trova tra capo e collo; il vecchio Jim me lo vedo sorridere e chiedersi chi cazzo è questo cugino italiano che osa tanto. Gianpaolo Serino l’ ha definito di una bellezza fottuta, e mi dispiace solo che c’è arrivato per primo. Lo stile è semplice e diretto, teso e asciutto, quasi scarno, capace di graffiare con quella dose di cattiveria e di brutalità che separa i principianti dai veri scrittori. Concludo, perché sto andando ben oltre al tot di parole che tributo ad ogni recensione, col dire che Zannoni non si fa intimidire dal mito della frontiera, il suo Nick Corey preferisce pisciarci su.
:: Resoconto della conferenza al Salone del Libro 2011 di Valentina Pattavina a cura di Elena Romanello
22 agosto 2011
Laureata in archeologia, dopo anni di lavoro nell'ambito dello spettacolo, Valentina Pattavina si è affacciata poi al mondo della letteratura, pubblicando i due gialli La libraia di Orvieto e L'ultima eredità, ambientati nella cittadina umbra e incentrati sul personaggio di Matilde, quarantenne in cerca di una nuova strada come libraia appunto nella cittadina umbra, tra enigmi e delitti.
Non è un rischio provare a scrivere un seguito ad un libro di successo?
Ho cercato di scrivere L'ultima eredità in modo che fosse possibile capire la vicenda anche a chi non conosceva La libraia di Orvieto. La storia dei miei due romanzi è andata avanti di suo, nel primo la mia protagonista Matilde è in fuga e in cerca di una sistemazione, nel secondo ha già trovato il suo posto nella comunità. Si possono leggere uno di seguito all'altro ma anche separatamente, le due trame sono sganciate.
Nel tuo libro c'è il personaggio di un barista che ad un certo punto, dopo una vita da ateo bestemmiatore, si converte alla religione. Tu che rapporto hai con la fede?
Pessimo, sono atea e ho parecchi problemi con la Chiesa. Io rispetto le persone credenti, ma vorrei che loro rispettassero me, detesto che ci sia chi mi vuole imporre dall'alto determinate cose. Nel corso della mia vita ho visto molto l'aspetto religioso, e mi interessava comunque inserirlo nella mia storia, proprio perché ho voluto creare una vicenda con tante sfaccettature, compresa questa legata a quel personaggio.
Quanto c'è di te in Matilde?
Il personaggio di Matilde non è autobiografico, c'è molto di me in tutti i personaggi, nel bene e nel male. Matilde mi ricorda molto perché entrambe siamo delle solitarie, io adoro stare per conto mio e ritagliarmi i miei spazi.
Nei tuoi libri c'è molto amore per la cultura e molta ironia, a cominciare dal discorso dei titoli falsi dei libri dati ai librai.
I titoli distorti me li hanno passati molti miei amici librai, c'è gente che chiede Il giardino dei fritti porcini o Sequestro un uomo o ancora I buoi oltre la siepe. Ho voluto nei miei due romanzi fare anche un omaggio ai libri, veri e propri oggetti taumaturgici, e ai librai, eroi, merce rara, capaci di appassionare la gente alla lettura. Un mestiere meraviglioso, oggi fortemente a rischio.
Nel tuo libro si parla anche di cucina, sei anche appassionata di questo?
Non particolarmente, mi serviva un momento in cui riunire i miei personaggi, e a tavola viene fuori il meglio e il peggio di una persona.
Hai lavorato per tanto tempo nello spettacolo, ti sei ispirata a dei film per il tuo libro?
Ci ho messo dentro Ladri di biciclette, e anche Il buono, il brutto e il cattivo. Io amo tutte le forme d'arte e tutti i tipi di storie. Ormai è stato raccontato di tutto, ma può cambiare il modo di narrare.
La libraia di Orvieto e L'ultima eredità sono disponibili per Fanucci.
Elena Romanello
:: Recensione di Morte in Aprile di José Luis Correa a cura di Riccardo Falcetta
20 agosto 2011
I cliché tanto deprecati dai critici sono in realtà un bene ricercato e inseguito da tanti fruitori di fiction per via della loro funzione rassicurante, ordinatrice. Buona parte del pubblico quando sceglie l’intrattenimento preferisce “andare sul sicuro” rivolgendo la propria attenzione verso le storie che paiono affini alle esperienze già acquisite, sperando di trovarvi anche del nuovo, vale a dire nuove risposte ai rompicapi di sempre. Se ben dosati allora, non necessariamente i cliché sono inutili o dannosi.
In Muerte en abril l’autore, lo spagnolo José Luis Correa, attinge senza remore eppure in modo non banale agli stereotipi e ai tormentoni del giallo-noir, genere esso stesso ormai largamente “formalizzato” e abusato. Il suo detective privato è Ricardo Blanco di Las Palmas, Canarie, torbida e assolata provincia d’Europa, il caldo tropicale, la vita a rilento, le notti di festeggiamenti perenni che tacciono squallori tragici di solitudini e marginalità. Come Mario Bermudez, primo di tre uomini brutalizzati e abbandonati come bizzarri manichini nelle desolazioni dei propri alloggi, in lingerie femminile; e come l’umile studentessa «il cui nome era Raquel, o Sandra o Maria Luisa… Il suo nome era Lola» sospettata di quel primo omicidio, per cui Blanco s’impegna a indagare.
Detective Blanco, quaranta percento Spade/Marlowe, sessanta Pepe Carvalho (tutti citati, non a caso, in fase di promozione) è l’io-narrante romantico e un po’ scanzonato di una quotidianità operosa, fatta di personaggi che sono mix perfetti di banalità e unicità umane, persone vere, insomma. Come l’indolente commissario Alvarez (la moglie Susana «simile a quella del commissario Maigret: sembrava che Simenon avesse pensato a lei per tratteggiare il suo personaggio.[…] Lei sì che sa capire suo marito») e il saggio Colacho Arteaga che puntualmente trasforma le visite di suo nipote in divertenti e istruttive dispute generazionali, e poi le “vecchie fiamme” non estinte: Malena, «Malena triste come l’armonica […] canta il tango con voce d’ombra». Nostalgico d’amore, buona musica e cinema d’annata, il nostro è altresì un segugio ostinato e un fiuto finissimo non tarda a metterlo sulla pista giusta. L’atmosfera da giallo classico inizialmente prevale ma presto cambia, vira al nero: le nebbie si diradano, gli odori si intensificano mentre, complice la stoltezza di giornalisti e politici in cerca di visibilità, le informazioni fuggono, la posta in gioco si alza, e il gioco del cacciatore e della preda rischia a ogni passo di rovesciarsi, fino a al teso epilogo hard-boiled in cui il segugio Blanco dovrà mostrare i denti. Queste le premesse a un narrazione che per dovizia di convenzioni (codici in bella mostra sulla scena del crimine, sequenzialità rituale dei delitti, testi antichi, donne e gatte dal fascino obliquo e incontri ravvicinati con l’assassino) saprebbe a ogni riga di già letto e straletto.Dunque, un compito di genere ben eseguito? Sì, ma non solo questo.
Correa ha dalla sua la capacità di rendere preziosa la materia del narrare.Ha una voce che senti quandoda sapiente affabulatore infarcisce la vicenda di digressioni meste e di dialoghi che sono soliloqui, il tutto intriso di quella musicalità che è tipica della lingua e di tanta buona letteratura ispanica. Blanco racconta e descrive citando il jazz, i personaggi e le pellicole del cinema classico («arrivai a dire a Charlie Parker giocatore che per anni avevo creduto di essere la metempsicosi di Charlie Parker musicista, perchè ero nato nel cinquantacinque, due giorni dopo la sua morte […] Alla fine ricordammo suo padre e arrivammo a brindare a lui cinque volte […] pura scena bogartiana…»). Attraverso l’autore (docente di cinema all’Univerisità di Las Palmas), il personaggio è testimone diuno spirito e di tutto un immaginario d’antan che ti accarezza, ti fa sorridere e sognare, e intanto ti racconta una modernità cupa e svilita, «che ha sempre meno tempo per gli altri», che «è triste proprio come sembra ». Una realtà dove «non c’è più tempo per le conquiste» e dove ormai si ricerca «amore alla carta», passioni da consumare fugacemente, senza impegno, con gli incontri su Internet, le chat e le pagine di annunci sui giornali. Sono proprio quelle solitudini sciagurate, quindi, il discorso che questo romanzo reca neanche tanto in filigrana, l’ombra di una contemporaneità che tutto deprezza, confonde e annichilisce e si allunga persino in quegli interstizi di mondo che ancora ci appaiono incontaminati e dove invece la purezza resta come semplice residuo iconico, il mito scomparso e favoleggiato dalle guide turistiche. La purezza e la bellezza, sembra dirci Correa, sono ormai dote esclusiva della buona arte e della sua poesia. Lo sa bene Ricardo Blanco che a un certo punto si rivolge a un sempre più perplesso Colacho Arteaga, dicendogli «non tutti entrano nel giro, guarda me, perché credi che collezioni dischi? È un buon surrogato delle linee erotiche e credo, più economico».
A che serve urlare contro ai cliché? È un noir oltre il noir questo “Morte in Aprile” (secondo della serie, dopo il fortunato e premiato “Quindici giorni di Novembre”), un bel romanzo, che grazie a una scrittura prodiga di suggestioni latine e non scevra di tensione etica, merita anche l’attenzione dei non avvezzi al genere. E come sempre un plauso ai tipi della Del Vecchio per la scelta e la consueta cura dell’edizione.
Riccardo Falcetta
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:: Un'intervista con Tony Black
18 agosto 2011
Ciao Tony. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Tony Black? Punti di forza e di debolezza.
Iniziamo subito con le domande difficili, vedo!… Beh, sono un po' confuso… l'anno scorso o giù di lì, ho vissuto a Melbourne e Dublino e ora sono tornato ad Edimburgo; così si potrebbe dire che un mio punto debole sia l’ inquietudine, ma un punto di forza potrebbero essere le mie mille miglia!
Parlaci del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.
Sono nato nel New South Wales in Australia – i miei genitori erano di origini scozzesi, anche se da parte di mio padre la famiglia è prevalentemente lituana. Sono andato a scuola in Scozia e in Irlanda (in realtà frequentavo la stessa scuola a Galway come il grande Ken Bruen) e mi muovevo un bel po’ da bambino. Ho studiato letteratura inglese all' Università e devo dire che ero uno studente fantastico – se si definisce 'studente' un ubriacone, che pensa solo ad andare ai party! Quindi, si spiega perché ho lasciato all’ ultimo anno e ancora non ho una laurea.
Quando hai capito che avresti voluto fare lo scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere gialli?
Penso di aver sempre saputo che volevo essere uno scrittore, mia madre e le mie sorelle raccontano che ho sempre avuto la mania di inventare storie sin da ragazzino e le inducevo a scrivere per me molto prima che potessi effettivamente scrivere. Posso chiaramente ricordare che sin da abbastanza presto a scuola ho trovato la scrittura molto naturale e non mi piaceva fare molto altro. Ho odiato la matematica e la scienza e tutta quella roba, dovevo creare qualcosa di nuovo o qualcosa che non era interessato a nessuno fino allora. Ho iniziato a scrivere romanzi polizieschi dopo quattro romanzi molto diversi che non ero riuscito a vendere. Stavo con lo stesso agente ormai da circa sette anni e dopo l’ennesimo libro che continuava a tornare indietro, l'agente mi ha chiesto qualcosa di diverso e così iniziai a scrivere crime. Il mio primo romanzo crime per cui fui pagato, riuscii a venderlo nel giro di poche settimane, quindi fu una buona mossa.
Dimmi qualcosa di Edimburgo.
Da dove cominciare? Si tratta di una grande città, ed è anche il luogo nel mondo in cui mi sento più a casa. La gente è bella e c'è sempre qualcosa da fare. Ed è piena zeppa di scrittori forse troppi – si può gettare un bastone in qualsiasi strada e colpire uno scrittore!
Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Chi pensi abbia influenzato la tua scrittura?
Ho letto davvero molto, e ho un sacco di favoriti. Mi piace Hemingway, Steinbeck, McCullers, Salinger. Sono anche grande appassionato di Kafka, Turgenev e Chekov. In genere sono un fan enorme di Jim Thompson e David Goodis, James M. Cain. Mi piacciono un sacco gli scrittori del nuovo revival celtico come Ken Bruen, Irvine Welsh e William McIlvanney. Le influenze sono difficili da rintracciare, so quelli da cui mi piacerebbe essere stato influenzato, ma se lo sono stato o no è un'altra questione. Suppongo che, sul piano stilistico, sono certamente stato influenzato dal gallese Bruen, ma allora chi non lo è stato?
Il tuo romanzo d'esordio, Gutted, inizia con un omicidio raccapricciante. Potresti dire al pubblico cosa succede?
Gutted è in realtà il mio secondo romanzo, ma inizia certamente con un omicidio raccapricciante. Il mio protagonista, Gus Dury, è sulle colline di notte – sta indagando su un caso – quando sente delle urla e corre a vedere cosa stia succedendo. Così trova un gruppo di adolescenti che torturano un cane e lui interviene. La lotta finisce in un boschetto di cespugli e Gus quando cade a terra, si trova ben presto ricoperto di sangue … non è ben sicuro del perché, fino a quando si rende conto che è caduto sui resti di un cadavere in decomposizione.
Puoi dirci un po' del tuo protagonista?
Gus è stato descritto come un 'investigatore riluttante e un alcolizzato entusiasta e credo che questa definizione lo riassuma abbastanza bene. Non è necessariamente qualcuno con cui mi piacerebbe andare al pub assieme, ma sa fare il suo lavoro e la sua vita caotica è interessante da esplorare.
Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?
Ho scelto la via dell’investigatore privato perché volevo coprire l'intera società di Edimburgo, è una città molto divisa e esplorare queste divisioni mi affascinava. Un sacco di romanzi si concentrano solo su una determinata classe di persone, ma con Gus Dury sapevo che potevo muovermi tra le classi e fungere da canale e guida per il lettore. Appartiene di nascita alla classe operaia, ma è riuscito a entrare nella classe media a causa della sua occupazione ed è un commentatore sagace delle differenze.
Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?
Per me è difficile spezzare il processo di scrittura: la trama, la pianificazione, la costruzione dei personaggi … è un tutt’uno. Quando sto scrivendo un libro succede sempre che praticamente tutto il resto della mia vita si blocchi finché il libro non è finito. E 'difficile trovare il tempo per individuare le parti faticose perché è un inferno di un sacco di lavoro. Trovo il materiale promozionale un po' laborioso, le letture e le presentazioni, e così via. Non avevo mai previsto di dover fare nulla di tutto ciò prima che diventassi uno scrittore (stupido ingenuo che sono), ma è parte del lavoro che svolgo oggi.
Tra Paying for it, Gutted, Loss, Long Time Dead e Truth Lies Bleeding. Qual è il tuo preferito?
È ora possibile aggiungere a questa lista Murder Mile… che sarà pubblicato all'inizio del 2012. Il mio preferito è sempre quello che ho appena finito perché mi da sempre un senso di sollievo averlo finalmente nella borsa!
Leggi sempre le recensioni dei tuoi libri?
Sì, non credo agli scrittori che dicono di no.
Quanto è importante il personaggio centrale di un libro?
E’ fondamentale. Tutto si basa sul protagonista. Quando leggo un libro posso perdonare tutto ad uno scrittore se il protagonista è abbastanza interessante. Come ho detto, sono un grande fan di Ken Bruen e i suoi personaggi sono sempre incredibilmente interessanti e divertenti, è un genio quando si tratta di creare personaggi credibili.
Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?
Beh, se intendi come critici gli editor e gli agenti in quanto forniscono un feedback critico, certamente sì. Il mio editor Rosie de Courcy di Random House è un editor favoloso e c'è ben poco che viene passato a lei che non migliori, poi non modifica con mano pesante niente, il suo tocco è molto leggero – crede nei suoi autori e permette loro di condurre la via che credono per produrre i migliori risultati. Il mio agente, Sam Copeland, è molto accorto forse troppo… può leggere un testo e raccomandare una modifica che fa sempre la differenza. E' sottile, ma un vero talento.
Scrivi anche racconti o solo romanzi?
Mi piace scrivere racconti brevi! Sono come una pausa dal lungo tour de force di scrittura dei romanzi. Affronto la scrittura dei racconti in un modo completamente diverso – nessuna pianificazione, nessuna trama – Mi immergo nella storia e vedo dove va. Alla fine rimodello il tutto – mi piace la narrativa breve quasi quanto il romanzo. Ho anche appena scritto un racconto per la stampa Pulp nel Regno Unito, che uscirà l'anno prossimo. Si tratta di circa 25.000 parole intitolato RIP Robbie Silva.
Cosa stai leggendo in questo momento?
In realtà ho appena finito di scrivere Murder Mile e non leggo romanzi quando scrivo quindi ho un mucchio di libri in cui tuffarmi. In cima c’è California di Ray Banks che molto gentilmente mi ha dato qualche mese fa e ho voglia di leggerlo da allora.
Quanto è importante un buon titolo?
Estremamente importante. Non mi piacciono assolutamente i titoli di lavoro, trovo che una volta che un libro ha il titolo adatto tutto il resto va al posto giusto. Ho cercato di scrivere Gutted sotto una miriade di altri titoli, ma è stato un disastro fino a quando non ho trovato questo che era perfetto. Alcuni scrittori costantemente ideano grandi titoli e si tratta di una vera abilità penso … amo Trainspotting di Irvine Welsh, e The not knowing di Cathi Unsworth che è uno dei titoli migliori di crime.
È davvero un romanzo giallo Il grande Gatsby?
Tra le altre cose, credo di sì. Più che altro, però, è un grande romanzo.
Ti piace fare tour promozionali? Racconta ai nostri lettori qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.
Sì e no. Sono uno scrittore e voglio scrivere più di ogni altra cosa … ma mi divertirebbe sicuramente fare un tour in Italia però! Una volta un ubriaco entrò ad una mia presentazione, ma era inverno a Edimburgo e credo che non volesse solo stare fuori al freddo.
Verrai in Italia a presentare tuoi romanzi?
Ci puoi scommettere.
Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?
Buona domanda. Vado a controllare con il mio agente adesso!
Che rapporto hai con i tuoi lettori? Come possono mettersi in contatto con te?
La maggior parte dei miei lettori da tutto il mondo, entra in contatto con me tramite il mio sito web http://www.tonyblack.net e mi dice cosa pensa del ultimo libro che ho scritto e ci sono alcuni regolari che si ripresentano e che è sempre bello rivedere.
Infine, la domanda inevitabile. Stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Altri progetti?
Bene, Murder Mile è stato appena messo a letto così ho intenzione di prendermi un po’ di pausa e poi tornerò al lavoro. Ho un sacco di idee che bollono in pentola.
:: Recensione di Buio d’estate di Mons Kallentoft a cura di Giulietta Iannone
17 agosto 2011
Dopo aver esordito con Sangue di mezz’inverno Mons Kallentoft, quello che per intenderci ha il vezzo di fare parlare i morti, torna in Italia con il suo secondo romanzo Buio d’estate, sempre edito da Edizioni Nord, un poliziesco nordico, con sfumature femministe, che vede l’ispettrice Malin Fors alle prese con un caso che la metterà in gioco innanzitutto come madre prima ancora che come poliziotto. Siamo a Linköping, amena città della Svezia meridionale, sulle sponde del lago Roxen, in una torrida estate che non conosce pietà. Si invoca un temporale che non arriva e intanto gli incendi divampano nelle foreste di Tyallmo, mangiandosi ettari ed ettari di terreno boschivo. Quando spira brezza dai boschi, si sente odore di bruciato, l’aroma più appropriato in questa Linköping avvolta in un bollore infernale, giorno e notte, con i venti del sud che hanno preso possesso di tutta la regione meridionale della Svezia, mischiandovi una cappa di alta pressione. L’estate più calda a memoria di uomo. E di donna. Malin Fors ha voglia di acqua, per combattere la calura e non pensare a sua figlia in vacanza a Bali con suo padre. Un viaggio vinto alla lotteria del comune, un viaggio da sogno per permettere a padre e figlia di starsene da soli, il loro primo viaggio insieme, la prima volta che Tove lasciava l’Europa. Malin si rifugia nello stabilimento balneare Tinnis e non c’è niente di meglio per rinfrescarsi che una bella nuotata. Il tuffo, l’acqua gelida, qualche bracciata, poi un suono la richiama alla realtà. Lo squillare del suo telefonino, teso da un solerte passante, un volto nero in controluce, un uomo che fatta la sua buona azione scompare quasi consumato dalla luce. E’ il suo collega Zeke Martinsson. Alla Società di Orticoltura è stata ritrovata una ragazza in stato confusionale, seviziata, probabilmente violentata, che non ricorda il suo aggressore, solo il suo nome: Josefin Davidsson. E’ l’inizio di qualcosa di terribile, non è che una sensazione ma l’intuito molte volte non sbaglia. Un’altra ragazzina scompare e questa volta viene ritrovata morta ma tutto fa pensare che le sevizie siano state compiute dalla stessa mano che ha torturato Josefin. Poi una ragazzina ancora. Malin sente nella sua anima il dolore dei loro genitori, anche lei ha una figlia, anche lei impazzirebbe se qualcuno le facesse del male. E quel qualcuno c’è, si muove, respira, architetta i suoi diabolici piani a Linköping e Malin deve fermarlo. Non ha scelta. Buio d’estate accolto dalla critica svedese con grande entusiasmo, addirittura Kallentoft viene citato come uno dei nuovi maestri del giallo non sotante la relativa giovane età, si avvia a diventare un nuovo best seller anche all’estero, sull’onda lunga del giallo nordico, e a mio avviso rientra sicuramente nel dignitoso lavoro di un onesto artigiano, un lavoro confezionato da un autore che sa scrivere, sa escogitare trame originali, sa far affezionare il lettore alla protagonista, una donna, con mille difetti e qualche qualità, una madre single con figlia adolescente, normale, rude quanto basta per saper fare un mestiere che costringe ad entrare in contatto con i lati peggiori dell’animo umano. Una donna con la pistola, un’ eroina che non si arrende finchè il male non viene fermato, dissolto, disintegrato. Alcune pagine sono davvero di struggente bellezza, specie quando descrive gli ambienti, gli scenari, ha un tocco davvero quasi poetico. Ci sono frasi che richiamano subito un’immagine, un frammento di visione, paralizzata in una goccia d’ambra. Accennavo alle venature femministe, Buio d’estate è interessante, oltre che come thriller, anche come spaccato di vita, come affresco sociale della condizione della donna nell’emancipata e progressista Svezia. I temi della violenza contro la donna, dell’omosessualità, vengono trattati con una certa incisività e danno spazio a riflessioni di solito non presenti in questo genere di libri. La voce dei morti, dell’assassino, si sovrappongono alla narrazione come squarci sull’abisso del male, possono risultare opprimenti ma rientrano nell’economia della narrazione.
:: Un’intervista a Pino Scaccia
17 agosto 2011
Benvenuto Pino su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori. Inviato, blogger, autore di libri. Chi è Pino Scaccia?
Uno che non ha voglia di star fermo. Guai a fermarsi. Poi tutto quello che ho fatto, e che faccio, ha un unico denominatore: il reporter. In quest’epoca multimediale non c’è differenza. Se vado, che so, in Libia per la Rai (inviato) posso anche scrivere dei post (blogger) e poi tirarne giù un libro (scrittore). Sono sempre io che racconto quello che vedo.
Inviato storico del TG1 Rai. Attualmente sei capo redattore dei servizi speciali del TG1. Come è nato il tuo amore per il giornalismo? Come hai iniziato? Racconta ai nostri giovani lettori che volessero intraprendere la carriera di giornalista la tua esperienza.
I tempi sono cambiati, non c’erano le scuole. Esistevano soltanto le “botteghe”. Anch’io, come tutti quelli della mia generazione, ho cominciato a collaborare con un giornale (“Momento sera”) naturalmente gratis, per molti anni. Finchè non sono riuscito a strappare un contratto da praticante, ma sono dovuto andare ad Ancona (“Corriere Adriatico”). Da lì, la Rai con la nascita della terza rete. Dopo sedici anni marchigiani, sono tornato a Roma, al Tg1, a forza di lavorare come una furia, neanche un giorno di riposo in sei mesi. Altri tempi.
Quali sono le qualità del buon giornalista?
Montanelli diceva che la bravura si misura dalla suola delle scarpe. In realtà, se dovessi dirlo in percentuale, per il 10% è tecnica (che s’impara), il 10% è talento (naturale), il resto – cioè l’80% – è fatica.
Quali sono stati i tuoi maestri? C’è un giornalista che con il suo esempio, la sua onestà, il suo coraggio, ti è stato d’esempio?
Ho avuto la fortuna di approdare al Tg1 quando c’erano ancora grandi maestri: il capocronista Morrione per esempio, il vicedirettore Di Lorenzo già inviato in Vietnam, direttori come Longhi e Fava, e tanti altri maestri: da Frajese a Catucci, ho imparato un po’ da tutti loro.
Molti giornalisti sono accusati di raccontare le proprie opinioni invece dei fatti. Cosa replichi?
Un inviato è il tramite fra un evento e la gente a casa. E’ chiaro che qualsiasi racconto è filtrato dal suo occhio e dalla sua anima, sarebbe assurdo pensare all’oggettività assoluta, l’importante è mantenere una buona coscienza, diciamo pure l’onestà.
Hai seguito i più importanti avvenimenti degli ultimi vent’anni dalla Prima Guerra del Golfo al conflitto in Libia ancora in corso. Secondo te la pace è solo una parola o c’è gente che lotta davvero con mezzi non violenti per perseguirla? Gino Strada, i medici di Medici senza frontiere?
Non confondiamo l’opera meritoria dei volontari con la pace. Loro aiutano le vittime, ma non possono decidere la fine di un conflitto. Purtroppo le guerre le dichiarano i governi e sempre per interesse. Non c’è via d’uscita.
Sei stato compagno di viaggio di Enzo Baldoni. Parlami di lui; che persona era? Raccontami un episodio che riassuma la sua persona.
Avrei tanto da dire di Enzo, per esempio delle nostre lunghissime litigate. Eravamo molto diversi, per questo ci siamo così attaccati. Invidiavo la sua pulizia interiore e quell’ironia imbattibile. Credo che il suo spirito possa essere riassunto nel famoso testamento per un funerale. Dove bisognava ridere, ballare e fare l’amore. Non prendeva niente sul serio, neppure la morte.
Hai scoperto per primo i resti di Che Guevara in Bolivia. Parlaci di quel giorno. Cosa hai provato? Era una giornata di sole?
Sole e vento. Il vento sollevava la sabbia. Ricordo tutto, a cominciare dal viaggio dentro la Sierra. Quel che mi resta dentro è soprattutto il racconto dell’infermiera che ha lavato il corpo del Che. Il suo racconto, proprio davanti alla lavanderia dov’è stato deposto il corpo, è stato emozionante, pieno di dettagli minimi, come il fatto che gli ha trovato tre calzini. Quella donna adesso è vecchia ma la ricordo bellissima, con due occhi fulminanti.
Sei molto attivo sul web con il tuo blog La Torre di Babele. http://pinoscaccia.wordpress.com/ Titolo emblematico. Ma di tutte le parole che circolano sul web qualcosa resterà?
Credo di sì e fido nei blog, massacrati dai social network. Nei blog si discute, negli anni mi sono creato una piccola comunità che io chiamo tribù. Qualcosa sicuramente resterà.
Domenica 19 giugno è andato in onda su RaiUno il documentario “Vita da inviato” di Pino Scaccia, un ritratto di vent’anni da inviato, una vita sul campo, se dovessi fare un bilancio della tua “carriera” c’è qualcosa che rimpiangi, qualcosa che non è andato come volevi?
Fra le qualità primarie di un giornalista c’è quella di non essere mai completamente soddisfatto. Ma devo essere onesto, proprio mettendo insieme, di seguito tutto quello che ho fatto in questi vent’anni (nello speciale c’era solo l’uno per cento) non posso che sentirmi un privilegiato, davvero ho attraversato la storia.
Sei stato il primo giornalista occidentale ad entrare nella centrale di Chernobyl dopo il disastro. Ricordo che in un primo tempo le autorità russe negavano, ridimensionavano il fenomeno. Il potere spesso combatte la verità. Cosa ne pensi?
E’ la prima cosa che mi hanno raccontato gli abitanti di Chernobyl, anche gli stessi tecnici della centrale. L’allarme è stato dato tre giorni dopo. E non dalle autorità sovietiche, ma da quelle scandinave. Altrimenti nessuno avrebbe saputo di quel disastro, come non si è saputo di altri. E’ da criminali, semplicemente.
Dal 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York e la lotta contro il terrorismo anche il giornalismo è cambiato, i toni sono diventati più amari, se vogliamo più critici, meno paludati. Ci voleva un avvenimento così drammatico per cambiare il giornalismo?
Il giornalismo è lo specchio della società. Se il giornalismo è cambiato, significa che quell’evento ha cambiato la società. Ma credo che in realtà molto dipenda dalla tecnologia: in questi dieci anni gli strumenti hanno fatto passi da gigante.
Nella tua vita hai incontrato grandi personaggi. In assoluto qual è l’incontro più significativo, insolito o divertente?
Ci sono incontri che ti segnano come quelli con Falcone o Lech Walesa. Ci sono quelli che ti aiutano a capire come gli incontri con Graziano Mesina o Enrico Nicoletti della banda della Magliana. Ma io ricordo soprattutto il periodo passato con padre Bossi, il frate rapito nelle Filippine. Una persona fantastica, mi ha insegnato molte cose.
Il giornalismo d’inchiesta in Italia esiste? Quali sono i giornalisti più coraggiosi al giorno d’oggi, mi vengono in mente Toni Capuozzo, Gabriella Simoni, o tragicamente scomparsi come Ilaria Alpi.
Non parlo mai dei colleghi. Ma credo che ce ne siano molti altri, cioè tutti quelli che vanno per posti difficili. Per andare comunque ci vuole coraggio perché i rischi sono alti.
Quale è il reportage al quale sei più legato, di cui sei più fiero, che solo tu avresti potuto fare in quella determinata maniera?
Credo Farouk. Ho svolto un vero lavoro di investigazione, da cronista mi sono ritrovato addirittura dentro il sequestro. Uno scoop vero, insomma.
Quale è il limite tra informazione e manipolazione?
Se è informazione vera, non c’è spazio per la manipolazione. Se manipoli significa che non informi, ma sei solo il megafono di qualche interesse.
Credi nella verità?
In maniera provocatoria ripeto spesso che la verità assoluta non esiste. Esistono i fatti. I fatti sono indiscutibili, intorno ci possono essere almeno due verità. Cioè le verità di parte.
Hai mai subito pressioni, minacce? La tua libertà di parola è mai stata messa in pericolo?
Una volta a San Giuseppe Jato, in Sicilia. E anche a Quindici, in Campania, durante la frana: avevo gruppi di camorristi dietro le spalle durante i collegamenti. Ma mi sono fatto proteggere dai carabinieri e ho comunque potuto dire quello che dovevo dire.
Di giornalismo si muore. Non sono solo numeri in una statistica, ma sono persone che perdono la vita semplicemente per aver fatto il loro dovere, raggiunti anche sotto casa da killer senza volto come Anna Politkovskaja. Tu hai ammesso che il giornalista non è nato per far l’eroe o il martire. Da dove nasce il coraggio?
I numeri sono importanti perché testimoniano un’autentica strage: ogni anno muoiono almeno cento reporter nel mondo con la sola colpa di raccontare. Certo, il giornalista non è un eroe né vuole diventarlo. Fa semplicemente il suo mestiere. Il coraggio nasce dalla passione. Se c’è un evento niente e nessuno potrà mai fermarmi.
Qualcuno disse: “C’era una volta il Giornalismo con la “g” maiuscola”. Il giornalismo sta davvero morendo? E’ tempo per il pessimismo o c’è ancora margine di lotta?
Non muore il giornalismo, diciamo che si sta trasformando. Casomai sta morendo il ruolo di inviato, si lavora sempre più al desk. Un lavoro più da impiegati della notizia che di testimoni. Alla base c’è l’alibi economico: gli inviati costano troppo. Invece è una maniera per omologare tutto.
Grazie della tua disponibilità. Nel salutarti ti chiedo se attualmente stai scrivendo un nuovo libro? Progetti per il futuro?
Ne ho appena scritti due, “Lettere dal Don” sui dispersi in Russia e “Shabab – la rivolta in Libia vista da vicino”. Ma già penso al prossimo che poi sarebbe il settimo. Titolo provvisorio: “La fine dell’impero”. L’impero naturalmente è quello occidentale.
:: Un’intervista con Andrew Grant a cura di Giulietta Iannone
16 agosto 2011
Ciao Andrew, racconta ai nostri lettori qualcosa di te.
Ciao Giulia! Beh, sono nato a Birmingham, Inghilterra – la città gemellata con Milano – nel maggio del 1968. La mia famiglia si trasferì nella periferia di Londra quando avevo sei anni, e sono rimasto lì fino a quando sono andato all’ Università di Sheffield. Mentre ero studente ho iniziato ad innamorarmi del teatro, così dopo che mi sono laureato ho creato e gestito una piccola compagnia teatrale con cinque amici. Abbiamo tenuto duro per quasi due anni, ma poi, con bollette da pagare e senza soldi in banca, era tempo per un lavoro “vero”. Così, ho fatto una mossa “temporanea” nel settore delle telecomunicazioni – e mi ci sono voluti quindici anni per fuggire di nuovo! Tuttavia, finalmente ne sono uscito fuori, e il mio primo libro, Even, è nato … Sono sposato con Tasha Alexander, che ha scritto una serie di romanzi storici di suspense, e divido il mio tempo tra Chicago negli Stati Uniti e Sheffield nel Regno Unito.
E’ stato l’inizio del tuo interesse per la scrittura?
Non proprio! Penso che il mio interesse per la scrittura sia iniziato dal mio amore per raccontare storie, amore che dura da tutta la mia vita. Di solito per tirarmi fuori dai guai. Perché non avevo fatto i miei compiti, perché ero tornato a casa tardi, perché non avevo lasciato il cioccolato, perché tutto era andato orribilmente sbagliato al lavoro …
Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.
Dopo che ho lasciato il mio lavoro ho passato circa dodici mesi a lavorare sul manoscritto di Even. Quando finalmente fu pronto ho iniziato la ricerca di un agente, e la mia più grande fortuna è stata di incontrare la straordinaria Janet Reid di FinePrint Lit a New York che ha predisposto il mio primo contratto con la St Martin ’s Press.
Hai studiato letteratura inglese e teatro. Raccontaci qualcosa della tua tesi.
La mai tesi deriva dai miei due amori gemelli la lettura e la produzione di spettacoli teatrali, diciamo che ho esaminato l’effetto che la scelta di un medium ha sul trattamento del materiale di un autore. In particolare mi sono concentrato su Samuel Beckett, come avrai sentito ci sono alcune analogie molto interessanti e anche alcuni contrasti tra le sue opere teatrali e i romanzi.
Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio.
Il mio romanzo d’esordio comincia con l’eroe – David Trevellyan, un ufficiale inglese della Naval Intelligence – che fa una passeggiata a tarda notte a New York City. Vede una forma familiare che giace in un vicolo – un corpo morto – e subito viene arrestato e incastrato per l’omicidio. Ben presto il caso passa al FBI. I suoi capi a Londra si rifiutano di aiutarlo, così Trevellyan è costretto a prendere in mano la situazione. Mentre lotta per discolparsi e ristabilire il suo nome, è risucchiato in profondità in un complotto internazionale. La ricompensa per il successo è la redenzione – per se stesso e il cadavere nel vicolo. Il prezzo del fallimento è la morte. E la sua motivazione è il credere nella vita e non diventare pazzo, così si ottiene Even.
Che tipo di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?
Direi che c’erano tre tipi principali di ricerca: fisica, per trovare i luoghi adatti per le diverse fasi della storia e cercare di catturare l’atmosfera di ciascuna di esse; teorica, per capire esattamente come i vari crimini, come il furto di identità che è presente nel libro, in realtà avvengano davvero; e tecnica, per assicurarmi che tutte le descrizioni delle armi da fuoco e delle auto ecc fossero corrette.
Chi ti ha influenzato?
E’ una lunga lista! Da bambino divoravo le storie di azione e avventura con artisti del calibro di Alistair MacLean e Douglas Reeman. In seguito mi sono interessato alla guerra fredda e alle storie di spie di autori come Len Deighton e John leCarré, passando attraverso i serial killer di Thomas Harris, e più recentemente mi sono avvicinato ad autori come Michael Connelly, Sandra Brown, Thomas Perry, John Sandford, Nelson DeMille, Jeffery Deaver, Dennis Lehane, Vince Flynn, Lisa Gardner, Harlan Coben, Tess Gerritsen, Mark Billingham e Ridley Pearson.
Raccontaci qualcosa del tuo eroe l’ufficiale della marina britannica David Trevellyan. È simile a Jack Ryan di Tom Clancy o James Bond di Ian Fleming?
Probabilmente ha elementi di entrambi, ma Trevellyan è stato talvolta descritto come un “James Bond per il ventunesimo secolo”, così avrei dovuto appoggiarmi un po’ più verso Ian Fleming. In particolare ho voluto creare un personaggio motivato dal suo senso interiore di moralità – la determinazione di fare ciò che crede sia giusto a prescindere da quanto rischi di persona – piuttosto che uno guidato da circostanze esterne.
Quale attore potrebbe essere adatto al ruolo di Trevellyan?
Questa è una domanda molto buona! Mi dispiace non me ne viene in mente nessuno…
Jeffery Deaver ha detto parlando dei tuoi libri ” il noir moderno al suo meglio”. Come ti sei sentito?
Se qualcuno mi avesse detto quando ero seduto a scrivere Even che avrei ricevere tale lode da uno dei maestri del genere non ci avrei mai creduto! E ‘stato un onore inimmaginabile.
Preferisci in un libro la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o il dialogo?
Probabilmente a causa della mia esperienza in teatro, la cosa che preferisco è la scrittura del dialogo.
Che cosa stai scrivendo in questo momento?
Sono al lavoro sul quarto romanzo di David Trevellyan.
Ti piace Nelson DeMille?
Sì! Ho recentemente letto Cathedral, e come sempre mi è piaciuto.
Hai mai avuto la tentazione di scrivere una sceneggiatura?
Questa è una mia precisa ambizione.
Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di un editore?
Sarà un cammino lungo e difficile ma non bisogna mollare mai, o cercare di seguire l’ultima tendenza o mania. Racconta la storia che vuoi raccontare a modo tuo, ecco il segreto.
Even uscirà presto in Italia?
Sì! E ‘in corso di traduzione in italiano, ma temo di non avere ancora una data precisa di uscita.
Chi preferisci Robert Ludlum o John Le Carre?
Sono entrambi brillanti fuori classe , ma molto diversi, quindi ho paura di non potere scegliere tra i due. Spiacente!
Sei il fratello minore di Lee Child. Raccontami qualcosa di divertente su di lui.
Humm. Nell’interesse del buon andamento dell’armonia famigliare, passiamo alla prossima domanda.
Qual è il futuro della spy story?
Penso che, data l’attuale situazione economica e il cupo senso di sfiducia politica, i thriller con eroi che sono pronti a risollevarsi e a non cedere alle figure di autorità – continueranno ad essere popolari.
Che ne dici dell’ editoria elettronica?
Penso che l’e-publishing è un’innovazione fantastica, perché offre agli autori un ulteriore metodo di portare il loro lavoro al pubblico, e offre ai lettori un altro modo di godere dei loro libri preferiti e per scoprirne di nuovi.
Cos’è la “libertà” per te?
Essere in grado di scrivere quello che voglio, dove voglio, quando voglio.
Come i lettori possono entrare in contatto con te?
Mi piace leggere la posta dei lettori, e il mio indirizzo email è andrew@andrewgrantbooks.com.
Grazie Andrew
Grazie, Giulia!
:: Recensione di Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi
12 agosto 2011Ho sempre un certo pudore a parlare di poesia, devo premettere che credo che esista, sembra banale ma non molti lo pensano sul serio. Leggo molta poesia a dire il vero anche se non amo recensirla, nella mia biblioteca conservo Baudelaire, Neruda, Prevert, Garcia Lorca, Jimenez, Evtushenko, mi piace la poesia romantica inglese, ho un debole per Eliot, Cecil Day Lewis, Dylan Thomas, i sonetti di Shakespeare, Walt Whitman, Edgar Lee Master, Robert Frost, Sylvia Plath, la Beat Generation. Amo Ungaretti, Quasimodo, Montale, Saba, il Cantico dei Cantici, la poesia persiana, quella cinese, Nazim Hikmet, Anna Achmatova, il colore e il calore della poesia sudamericana per la quale mi sono intestardita a studiare spagnolo con scarsi e alterni risultati purtroppo. Come dicevo non amo recensirla perché è evanescente, umorale, soggettiva, troppo soggettiva. Cosa scatti in un testo perché lo si possa chiamare poesia è un mistero racchiuso in un enigma che trascende i puri intellettualismi e gli arzigogoli razionali. La poesia quando la si cerca di spiegare si sciupa, si rovina, muore, e poi ci vogliono strumenti anche tecnici delicati, non si può maneggiarla come un meccanico con le mani sporche di grasso, forse qualche vecchio professore di liceo con la barba grigia saprebbe scrivere un buon testo di critica poetica, magari un cultore di greco e di latino con una cultura enciclopedica e un busto di Dante in bronzo tenuto nel salotto dal pavimento lucidato a cera con le pattine di feltro, chiunque altro si troverebbe come un elefante in un negozio di cristalli. Tutto questo per dire che è appunto raro che recensisca poesia, specialmente moderna di giovani autori magari alla loro opera prima. Così quando mi è capitato tra le mani questo libricino Il porcospino in pegaso di Eduardo Olmi, dalla copertina metà bianca e metà blu, Felici Editori, finito di stampare nel mese di maggio del 2010, ho esitato poi mi son detta perché no, leggiamolo. Innanzitutto ho iniziato con la prefazione di Alessandro Scarpellini nella quale ho incontrato parole lucenti come: sogni, desideri, amore, morte, eros, meraviglia, stupore; e mi son detta chissà…. Scarpellini accosta le poesie di Olmi a testi di Jim Morrison o Tom Waits, agli sciamani della Beat Generation, alla poesia italiana ed europea del Novecento, agli esistenzialisti, ai punk un modo senz’altro efficace per destare l’interesse, per promuovere un confronto, delle aspettative. Così ho ripreso il libro dall’inizio e ho letto la dedica: Al vecchio Hank che non ha mai letto questa roba. E di Hank che io sappia ce ne è uno solo: Charles Bukowski, Hank per gli amici. “Chiamatemi’Hank’: Charles era mio padre”. Poi l’ ho contate sono 52 poesie, 52 frammenti, come quasi tutti i poeti contemporanei, a schema libero, usando strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime, quasi una prosa poetica, versi anarchici, intrisi di una certa rabbia controllata e ipodermica una contestazione metodica del sistema, dei pregiudizi, delle norme consuete. Ci sono anche poesie d’amore, ma sono rare, più che altro la passione è incanalata contro i bar borghesi, i fast food, la macchina burocratica. Si parla di anarchia, di fiumi d’alcool, di briciole della sua adolescenza, di angoscia, incubi notturni, di Nietzsche, di Brecht, di Mozart. Si accusa Pier Paolo Pasolini di essere un pessimo poeta, si guardano le foglie d’autunno, si ascolta il rumore del vento. Eduardo Olmi è un giovane poeta, nato a Firenze nel 1984 iscritto alla laurea specialistica in Storia Contemporanea presso l’Università di Firenze. Collabora con giornali universitari autoprodotti e con il gruppo artistico Collettivomensa e l’omonima rivista. Segnalo che Il porcospino in pegaso, è tra i 10 finalisti, per la sezione poesia, del Premio Carver 2011, il contropremio dell’editoria italiana, la cui giuria è coordinata da Andrea Giannasi, un premio in cui vengono premiati i libri migliori, senza guardare il nome dell’autore o il marchio editoriale a garanzia dell’imparzialità la formazione della giuria 5 tra giornalisti, scrittori, critici ai quali viene proposto di far parte di una giuria segreta, questi non conoscono i nomi degli altri giurati e i loro nomi non verranno mai resi noti. Il Premio Carver è organizzato dalla rivista letteraria Prospektiva e la premiazione avverrà il 25 settembre presso la Cittadella della Musica nell’ambito del festival del libro “Un mare di lettere” che si tiene ogni anno a Civitavecchia. A Eduardo i migliori auguri. http://www.prospektiva.it/carver.htm
:: Recensione di Nero Oceano di Stefàn Màni a cura di Giulietta Iannone
11 agosto 2011
Fuori, il vento soffia forte da occidente, agitando le tende. Le fiammelle delle candele vacillano e sul vetro scuro della finestra si abbattono grosse gocce di pioggia, a ritmo con i baci umidi, i cuori che pulsano all’impazzata e la musica cupa. Le candele mandano un ultimo scoppiettio di cera e si spengono, e un fumo azzurro nuota come un pesce nel buio, per sparire nelle profondità del soffitto.
Nessun bene dura per sempre. Il male invece, è eterno.
Vi presento Stefan Mani. Islandese, ex pescatore, sguardo da duro, pizzetto scuro, bicipiti tatuati, canottiera nera da camionista, cappello da cowboy, un po’ Village people un po’ teppista nordico, tutto direste tranne che scrittore, e invece è l’autore di Nero Oceano Marco Tropea Editore, Collana Fuorionda, pagine 378, traduzione dall’islandese di Alessandro Storti, un noir davvero insolito che sta risollevando la mia estate. Claustrofobico, inquietante, sadico, nerissimo è un romanzo che prende alla gola e ti porta di peso in un universo costretto, asfissiante, narrando un vero e proprio dramma dell’isolamento e descrivendo un mondo tutto al maschile segnato da una lotta in crescendo per la sopravvivenza. Un gioco al massacro in mare aperto per nove uomini accomunati da segreti, a volte proprio crimini, ciascuno con un peso sulla coscienza, ciascuno con un appuntamento con il destino. Settimo dei nove romanzi che ha scritto fino ad oggi Mani, e il primo tradotto in italiano, Nero Oceano disorienta e affascina soprattutto per le sue atmosfere vagamente horror e per un’ ambiguità di fondo carica di tensione. In breve la trama. Nove marinai islandesi partono dal porto di Grundartangi a bordo di una scalcinata nave cargo destinazione Suriname. Ma il viaggio inizia con un’ombra nera che grava come una maledizione. All’insaputa del capitano l’equipaggio ha deciso infatti, come contromisura per salvarsi dalla decisione dell’armatore di licenziarli tutti alla fine del viaggio, di scioperare, fermando le macchine a metà del viaggio, in una sorta di ammutinamento che dovrebbe garantirgli la sicurezza di un futuro. Quello che non sanno è che li aspetterà la tempesta, i pirati, continui sabotaggi, un clandestino. Solo alcuni arriveranno vivi in Antartide, ma questa terra inospitale non è certo la salvezza. Si salverà qualcuno veramente? Questa è la domanda che si insinua subdolamente nella mente del lettore nei capitoli finali seppure i presentimenti sono neri come il cielo che sovrasta l’oceano. Quasi un omaggio a Lovecraft, anzi l’autore sfacciatamente lo cita (come fonte di ispirazione?) nei ringraziamenti assieme a Sartre forse quello di Huis clos, la stanza senza né finestre né specchi metafora dell’inferno, non a caso il clandestino si chiama Satana. Vertiginosa discesa in un incubo che lentamente ma inesorabilmente proietta i protagonisti in un abisso di dannazione e morte. Il mare come metafora dell’ignoto, della paura, del mistero, catapulta poi tutto in un nichilistico nulla. In Francia la rivista “Lire” l’ ha eletto miglior noir del 2010 e grazie all’eco di questo successo è arrivato anche da noi. Che dire di più. Leggetelo aspetto i vostri commenti.
:: Segnalazione di Avevano spento anche la luna di Ruta Sepetys – Garzanti
10 agosto 2011
Ispirato a una storia vera, un romanzo unico e sconvolgente, che spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia.
Dal 25 agosto in libreria
«Morirono più di venti milioni di persone. Ma c’è ancora chi nega questa realtà. Ruta Sepetys, figlia di un rifugiato lituano, dimostra che la verità è un’altra.
Commovente. Un romanzo importante, che merita il maggior pubblico possibile.»
«Booklist»
Lina ha appena compiuto quindici anni quando scopre che basta una notte, una sola, per cambiare il corso di tutta una vita. Quando arrivano quegli uomini e la costringono ad abbandonare tutto. E a ricordarle chi è, chi era, le rimangono soltanto una camicia da notte, qualche disegno e la sua innocenza. È il 14 giugno del 1941 quando la polizia sovietica irrompe con violenza in casa sua, in Lituania. Lina, figlia del rettore dell’università, è sulla lista nera, insieme a molti altri scrittori, professori, dottori e alle loro famiglie. Sono colpevoli di un solo reato, quello di esistere. Verrà deportata. Insieme alla madre e al fratellino viene ammassata con centinaia di persone su un treno e inizia un viaggio senza ritorno tra le steppe russe. Settimane di fame e di sete. Fino all’arrivo in Siberia, in un campo di lavoro dove tutto è grigio, dove regna il buio, dove il freddo uccide, sussurrando. E dove non resta niente, se non la polvere della terra che i deportati sono costretti a scavare, giorno dopo giorno.
Ma c’è qualcosa che non possono togliere a Lina. La sua dignità. La sua forza. La luce nei suoi occhi. E il suo coraggio. Quando non è costretta a lavorare, Lina disegna. Documenta tutto. Deve riuscire a far giungere i disegni al campo di prigionia del padre. È l’unico modo, se c’è, per salvarsi. Per gridare che sono ancora vivi. Lina si batte per la propria vita, decisa a non consegnare la sua paura alle guardie, giurando che, se riuscirà a sopravvivere, onererà per mezzo dell’arte e della scrittura la sua famiglia e le migliaia di famiglie sepolte in Siberia.
Ispirato a una storia vera, Avevano spento anche la luna spezza il silenzio su uno dei più terribili genocidi della storia, le deportazioni dai paesi baltici nei gulag staliniani. Venduto in ventotto paesi, appena uscito in America è balzato in testa alle classifiche del «New York Times». Definito all’unanimità da librai, lettori, giornalisti e insegnanti un romanzo importante e potente, racconta una storia unica e sconvolgente, che strappa il respiro e rivela la natura miracolosa dello spirito umano, capace di sopravvivere e continuare a lottare anche quando tutto è perso.
RUTA SEPETYS è nata in Michigan, da una famiglia di rifugiati lituani. Non ha mai dimenticato le sue origini e la storia della sua famiglia. Per questo è andata in Lituania, nel tentativo di recuperare la memoria paterna. Per scrivere Avevano spento anche la luna le ricerche sono state impegnative e l’hanno portata a visitare i campi di lavoro in Siberia e a conoscere storici e tantissimi sopravvissuti, che l’hanno aiutata a descrivere i particolari più importanti di quel passato di atrocità.
IL CONTESTO STORICO
La Lituania, la Lettonia e l’Estonia scomparvero dalle mappe geografiche nel 1941 e non riapparvero fino al 1990. Tutti sanno dell’Olocausto subito dalla popolazione ebraica, ma non sono molti coloro che sanno che nello stesso momento si stava verificando un altro Olocausto ai danni di un altro popolo. L’autrice Ruta Sepetys dà voce ai milioni di persone che persero la loro vita durante le purghe etniche di Stalin negli stati baltici. Dopo la prima guerra mondiale, gli stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) diventarono indipendenti. Tuttavia nel 1939 Stalin e Hitler firmarono il patto di non aggressione, nel quale si impegnavano a non attaccarsi a vicenda. Il patto includeva anche le aree di controllo reciproche, e Stalin si accaparrò gli stati baltici e una parte della Polonia. I cittadini che erano sulla “lista” degli antisovietici (scrittori, professori, militari, dottori…) venivano catturati e divisi: gli uomini venivano mandati in prigione, le donne e i bambini venivano deportati in Siberia. Nessuno di loro aveva commesso alcun crimine. Non sono molti coloro che sono a conoscenza del fatto che 20 milioni di persone morirono così, durante la dittatura di Stalin.

























