:: Recensione di Stoner di John Williams (Fazi 2012) a cura di Giulietta Iannone

14 marzo 2012 by

Stoner non aveva mai pensato a come potesse apparire agli occhi di un estraneo, o del mondo. Per un momento si immaginò dal di fuori: quel che vide in parte corrispondeva alle parole di Edith. Scorse una figura in volo tra i pettegolezzi di una sala fumatori e le pagine di un romanzo di appendice, un patetico individuo prossimo alla mezz’età, incompreso dalla moglie, che nella speranza di trovare l’energia di un tempo frequentava una ragazza più fresca di lui, scimmiottando goffamente la giovinezza che non poteva più avere. Un fatuo, chiassoso pagliaccio di cui il mondo rideva con imbarazzo, pietà e disgusto. Contemplò quella figura, più da vicino possibile, ma più la guardava, meno gli sembrava familiare. Non era se stesso che vedeva, e all’improvviso capì che non vedeva nessuno.  

Il destino dei libri è strano: possono passare inosservati pur essendo capolavori, possono vivere uno stato di eterna giovinezza ristampati in continuazione anno dopo anno con il successo dell’esordio, o possono venire stampati per poi essere per lungo tempo dimenticati e infine risorgere dalle proprie ceneri come un’araba fenice guadagnandosi l’attenzione e l’amore incondizionato del pubblico e della critica unita nell’osannarli in un susseguirsi quasi iperbolico di aggettivi che toccano tutte le sfumature possibili del meraviglioso. Quest’ultima sorte, forse la più insolita, è toccata a Stoner di John Edward Williams. Pubblicato per la prima volta nel 1965 dalla Viking Press, ne esistono ancora esemplari vintage in circolazione, dimenticato per lunghissimi anni e poi riscoperto nel giugno del 2006 dalla New York Review Books, Stoner merita senza dubbio un posto di rilievo tra i libri segnati da un destino bizzarro, libri che forse ignorati al tempo in cui furono scritti perché troppo innovativi, troppo “altri”, trovano la loro giusta collocazione in un futuro forse non migliore ma semplicemente adatto ad ospitarli. Data l’aura di eccezionalità che caratterizza questo libro, che ora la Fazi pubblica, con postfazione di Peter Cameron e traduzione di Stefano Tummolini, mi sembra doveroso spendere due parole sull’autore. John Edward Williams nacque il  29 Agosto del 1922, in Texas,  per la precisione a Clarksville, comunità rurale nel nord est del paese. Dopo esperienze varie nei giornali e nelle stazioni radio, e dopo un infelice tentativo al college,  si arruolò nel 1942 nell’Army Air Corps combattendo durante la guerra come sergente in India e Birmania. Proprio in questo periodo scrisse la prima bozza del suo primo romanzo Nothing But the Night che verrà poi pubblicato nel 1948. Iscritto all’Università di Denver,  si laureò alternando allo studio anche la sua attività di poeta. Nel 1950 si trasferì alla University of Missouri dove insegnò e ottenne un dottorato di ricerca. Nell’autunno del l955 Williams assunse la direzione del programma di scrittura creativa presso l’Università di Denver. Da questo momento in poi pubblicò diversi romanzi: Crossing Butcher nel 1960, poi Stoner nel 1965 e Augustus nel 1973 romanzo che gli valse il prestigioso National Book Award. Dopo il pensionamento nel 1985 si ritirò con la moglie a Fayetteville, Arkansas, dove morì il 3 marzo 1994 per insufficienza respiratoria, lasciando il suo quinto romanzo The Sleep of Reason incompiuto. Fatta un po’ di luce sull’autore passiamo al romanzo. William Stoner, Bill per gli amici,  protagonista, eroe, antieroe, ombra che passa nella vita senza voler disturbare e senza lasciare alcuna traccia, nasce nel 1891 “in una piccola fattoria al centro del Missouri, vicino a Booneville”. Il padre, un povero contadino sfiancato dal lavoro dei campi, con le mani che raccolgono nelle pieghe della pelle strie di terra che non andrà più via, decide di mandarlo alla facoltà di Agraria dell’Università di Columbia perché impari a far fruttare quella terra sempre più arida e sempre più improduttiva ogni anno che passa. Stoner accetta senza tanto entusiasmo ma durante un corso proforma di letteratura inglese capisce che è quello che vuole studiare e senza dire niente ai suoi genitori cambia corso di studi, si laurea e inizia a insegnare. La sua vita da questo momento inizia a scorrere lenta e costellata da un infinita serie di piccoli drammi e delusioni: i suoi genitori diventano per lui estranei, si sposa infelicemente, ha una figlia, la sua carriera, caratterizzata da un senso continuo di inadeguatezza, verrà ostacolata da un collega che non lo stima granché. Poi un amore per una studiosa nasce e finisce per paura dello scandalo riportandolo a vivere la sua solitaria condizione di reietto. Muore nel 1956 non superando mai il grado di ricercatore e “pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi serbarono di lui un ricordo nitido”.  Ecco in breve la trama di questo strano romanzo, probabilmente autobiografico, che scorre come un lungo fiume tranquillo nel quale solo ogni tanto qualche sasso rimbalza creando onde concentriche che subito si spengono. Non ci sono eventi rilevanti, è tutto un susseguirsi di piccoli avvenimenti senza importanza che accadono intorno al protagonista, essenzialmente malato di solitudine. Sua unica ambizione è “essere felice di tanto in tanto”, suo unico desiderio è essere lasciato tranquillo, in pace. La sua mitezza, la sua incapacità di difendersi e di lottare in un mondo freddo e spietato, acquistano quasi un valore simbolico, mitico, un’epicità che non ha nulla a che fare con il grande sogno americano. Una malinconia scura e grumosa avvolge le pagine e non si capisce se l’autore nutra amore o meno per il suo personaggio. Pur tuttavia ci si affeziona Stoner, lo si vorrebbe come amico, si prova un’intima comunanza, un’ universale fratellanza con quest’uomo fragile e ostinatamente buono. Infondo c’è qualcosa di Stoner in ognuno di noi.

:: Fantomas a Cartoomics

14 marzo 2012 by

In occasione della mostra

“Histoire de Fantômas”

dedicata al primo criminale mascherato della storia,in programma nell’ambito della 19ª edizione del Salone del fumetto milanese, in collaborazione con

ilCERCHIOGIALLO

dbooks.it,

presenta un omaggio al personaggio di Fantômas:
La vendetta del Fantasma,
un romanzo firmato da Stefano Di Marino
scaricabile gratuitamente da tutti i visitatori del sito www.cartoomics.it
Per sapere come fare cliccate qui.

Per saperne di più sulla mostra cliccate qui.

:: Segnalazione di L’ultima eclissi di James Rollins

13 marzo 2012 by

Titolo originale: Deep Fathom
Categoria: Narrativa
Pagine: 450
Prezzo: € 19,60
Editore: Nord

In libreria:  15 marzo 2012

Okinawa, 25 luglio. Nessuno aveva mai creduto a suo padre. Invece adesso Karen Grace ha davanti a sé l’indiscutibile conferma delle sue teorie: due enormi piramidi di metallo, emerse dall’oceano in seguito a un violentissimo terremoto, e coperte di scritte in una lingua sconosciuta. Elettrizzata, Karen sfida il coprifuoco per recarsi a studiare quello straordinario reperto, ma un gruppo di uomini armati la sta aspettando…

Guam, 25 luglio. È un’emergenza nazionale quella che costringe Jack Kirkland, ex agente della US Navy, a rientrare in servizio: l’Air Force One è precipitato nel Pacifico, trascinando verso una morte orribile il presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, quando giunge sul luogo dell’incidente, Jack non trova traccia né dei superstiti né delle scatole nere: c’è solo un gigantesco pilastro, coperto di scritte in un idioma incomprensibile, che ha attirato a sé i rottami dell’aereo, come se fosse un gigantesco magnete. Jack però capirà ben presto che svelare il mistero di quell’antica colonna è solo il primo passo per fermare la catena di catastrofi naturali che si è abbattuta sulla Terra e che rischia di sterminare l’intero genere umano.

James Rollins è stato per vari anni un apprezzato veterinario ma, a un certo punto della sua vita, ha deciso di anteporre al lavoro le sue tre grandi passioni: la speleologia, le immersioni subacquee e, soprattutto, la scrittura. Fin dal suo esordio, si è segnalato come una delle voci più nuove e convincenti nel campo del romanzo d’avventura; grazie a La mappa di pietra, L’ordine del sole nero, Il marchio di Giuda, La città sepolta, L’ultimo oracolo, La chiave dell’apocalisse e Il teschio sacro, ha raggiunto un meritatissimo successo di pubblico e di critica. Attualmente vive in California.

:: Recensione di Oltre le apparenze di Charlotte Link (Corbaccio, 2012) a cura di Giulietta Iannone

13 marzo 2012 by

Spiava tante di quelle persone…! S’imprimeva il modo in cui trascorrevano le loro giornate, le loro abitudini, si sforzava di esplorare a fondo le loro esistenze. Non sarebbe riuscito a spiegare  a nessuno cosa l’affascinasse tanto in quella attività: era come un vortice in cui sprofondare. Non era possibile smettere una volta che si fosse cominciato.  Un’altra vita accanto all’esistenza vera. Destini in cui era possibile sognare di intrufolarsi. Ruoli in cui calarsi. Conferiva in quel modo smalto e gioia alla vita di ogni giorno e, anche se qualcuno lo avesse giudicato pericoloso o comunque spostato – e intuiva che uno psicologo avrebbe trovato un mucchio di definizioni allarmanti per il suo hobby- quell’attività restava comunque per lui l’unica possibilità di sopportare la tristezza che lo circondava.

Oltre le apparenzeDer Beobachter” titolo originale che tradotto in italiano significa L’osservatore edito in Italia da Corbaccio e tradotto dal tedesco da Umberto Gandini nuovo romanzo di Charlotte Link è un thriller molto particolare che scava nelle paure più profonde che affliggono le donne. E’ cronaca recente, suffragata dalle statistiche, che molto spesso gli stalker si trasformano in assassini, quasi che la strada che porta a perseguitare, tormentare una donna porti anche inevitabilmente al delitto. E questo dubbio, è il nucleo centrale del romanzo che ci porta a chiederci sin dall’inizio se davvero Samson Segal, l’osservatore del titolo originale, è anche un assassino, colpevole delle barbare uccisioni di donne che si susseguono in una fredda Londra invernale. Samson è un osservatore abusivo delle vite degli altri. Una malattia lo divora, la curiosità di conoscere tutto quel che succede nel segreto della privacy delle donne che attirano il suo sguardo. Samson scruta, spia le donne, ne trascrive maniacalmente le vite, i movimenti, i tic, finchè la sua malata curiosità non si fissa su un’unica donna Gillian Ward, una donna di successo, realizzata sia nel lavoro che nella vita privata, sposata felicemente con Tom, con una figlia di dodici anni, una donna che suscita in lui un sentimento-surrogato molto simile all’amore. Ma le apparenze a volte ingannano, a volte la facciata perfetta che si mostra al mondo nasconde crepe, ragnatele, inganni e più Samson prende coscienza di questo, più la sua vita va in pezzi. Parallelamente una serie di omicidi si susseguono apparentemente senza connessioni, le vittime hanno solo la caratteristica comune di essere tutte donne sole, uccise in modo spietato e assurdamente crudele, dopo aver vissuto l’incubo di essere perseguitate e minacciate. Inquietante l’ascensore che perseguita Carla, che giunge fino al suo piano abitato solo da lei, senza che nessuno esca. Da particolari come questi la Link crea la sua ragnatela di tensione che imprigiona il lettore generando abilmente ansia, angoscia, terrore in un crescendo sempre più soffocante. L’abilità della Link è soprattutto evidente nella sua capacità di accostare la vita quotidiana dei personaggi, normale, quasi banale, descritta fin nei minimi dettagli consueti, la colazione la mattina, la preparazione dei muffins in linde cucine super attrezzate, il the con le amiche, all’orrore che nasce quando ci si ritrova vittime di persone profondamente disturbate e capaci di tutto. Altro tema fondamentale del libro su cui l’autrice gioca molto pur senza barare apertamente con il lettore è la infondatezza delle apparenze, niente è come sembra, tutto si trasforma, anche quando si arriva ad una certezza, poi inevitabilmente succede che si riveli infondata, fluttuante, alienante. L’autrice parte da paure reali, molto concrete e costruisce una trama fitta di autentica angoscia più psicologica, che generata dalla descrizione di efferatezze o violenze esibite. Oltre le apparenze è il primo libro della Link che leggo, ma sembra che in Germania sia molto amata e addirittura chiamata Lady bestseller e che anche in Italia si sia guadagnata una schiera di lettori affezionati. La sua produzione è piuttosto nutrita e spazia dai romanzi storici agli psicothriller molti dei quali editi da Corbaccio e riediti da Tea. L’uscita nelle librerie di Oltre le apparenze è prevista per il 15 marzo e grazie all’editore Corbaccio abbiamo provveduto a mandare alcune domande alla Link in visita in Italia dal 20 al 22 marzo per la pubblicazione del libro. Non mi resta che recuperare anche i suoi vecchi romanzi. Particolare che mi piace segnalare è la strepitosa copertina scelta da Corbaccio sui toni del bronzo, una delle più belle viste quest’anno.

:: A Cartoomics 2012 Marilyn Monroe: indagine non autorizzata

11 marzo 2012 by

Cartoomics e Ilcerchiogiallo

presentano

Marilyn Monroe: indagine non autorizzata

Se vuoi saperne di più l’appuntamento è per il 13 marzo alle 20.30 all’Arcobaleno Film Center in Viale Tunisia.
Dopo la presentazione della mostra, alle 21,30, seguirà la proiezione di A qualcuno piace caldo di Billy Wilder.

Intervengono:

Filippo Mazzarella direttore artistico di Cartoomics 2012

Andrea Carlo Cappi scrittore

Maurizio Porro critico del Corriere della Sera

Ingresso gratuito

Per informazioni: http://marilynitaly.blogspot.com/

In occasione di Cartoomics 2012, dal 16 al 18 marzo a Fieramilanocity, Ilcerchiogiallo ospita Marilyn Monroe: indagine non autorizzata. La mostra, a cura di Catia Lattanzi, Riccardo Mazzoni e Luca Temolo Dall’Igna, permette di scoprire come Marilyn è stata raccontata dai fumettisti italiani.

:: Recensione di Orchidee nere di Rex Stout (Beat 2012) a cura di Giulietta Iannone

11 marzo 2012 by

Se Chandler ne La semplice arte del delitto in “Atlantic Monthly”, Boston 1944, scrisse di Hammett che tirò furori “il delitto dal vaso di cristallo e lo buttò in mezzo alla strada”, restituì  “il delitto alla gente che lo commette per ragioni concrete, e non semplicemente per fornire un cadavere a dei lettori”, mise “sulla carta i personaggi com’erano” e li fece “parlare e pensare nella lingua che si usava di soliti per questi scopi” proclamando al mondo i caposaldi indiscutibili dell’ hardboiled, in netta seppur educata polemica con il giallo classico affollato di investigatori dilettanti, maggiordomi infidi, vecchiette pettegole e intriganti con l’hobby dell’ uncinetto, delle rose e del delitto, Rex Stout creando Nero Wolfe riprese a piene mani dalla tradizione più consolidata del giallo classico dell’età dell’oro che vede nello Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle un modello indiscusso e nume tutelare del celebre Detection Club inglesissimo circolo che racchiude tra i suoi membri tutti i più importanti autori del genere poliziesco. Rex Stout non era inglese ma americano, e la nazionalità in questo caso ha un peso non trascurabile se pensiamo che non scelse la campagna inglese, i castelli, alternando le vicende dei personaggi a the delle 5 e caccia alla volpe, ma come scenario al centro delle sue storie predilesse l’ambiente metropolitano newyorkese, pur tuttavia Nero Wolfe non è certo un investigatore che utilizzi la forza bruta o batta le strade in cerca di testimoni e colpevoli, per questo c’è Archie Goodwin, suo braccio “armato” se vogliamo pronto a sporcarsi le mani mentre lui se ne sta al sicuro nel suo palazzo “fortezza” di arenaria situato al numero 918 della 35a strada, a curare come figli le sue adorate orchidee, a bere birra e ad assaporare le prelibatezze da gourmet che gli prepara il suo fidato cuoco svizzero, bizzarria questa abbastanza singolare se pensiamo che sarebbe stato molto più facile trovargli una nazionalità francese più in sintonia con il personaggio. Ma anche Nero Wolfe non è americano ma montenegrino, e questa sua esotica caratteristica forse singolarmente definisce e giustifica nella mentalità tipicamente americana le bizzarrie che lo caratterizzano: la sua inveterata misoginia, il pessimismo uggioso con cui guarda i suoi simili, il suo fare burbero e scostante, il suo narcisismo imbarazzante figlio di un egocentrismo che tocca picchi davvero grotteschi e quasi caricaturali. Ma pur tuttavia Nero Wolfe suscita simpatia e perché no rispetto, le sue debolezze diventano paradossalmente punti di forza che ne evidenziano la spiccata personalità e lo delineano in modo inequivocabile, non solo per la sua mole, nel panorama degli investigatori del giallo. La nuova collana Giallobeat di Beat edizioni riporta le indagini di Nero Wolf all’attenzione dei suoi numerosi lettori ed estimatori. A novembre abbiamo avuto modo di guastare  Fer-de-lance, a cui seguono dieci nuove avventure caratterizzate da nuove traduzioni e per ciascun volume da una prefazione diversa scritta dalle penne di alcuni dei più famosi intenditori del nostro prode detective, ora è il turno di Orchidee nere con prefazione di Carlo Lucarelli e traduzione della mitica Laura Grimaldi. Il volume contiene due racconti lunghi Orchidee nere (Black Orchids) e Cordialmente invitati ad incontrare la morte (Cordially invited to Meet Death) apparsi insieme nel 1942. Archie Goodwin, voce narrante delle storie, ci porta a conoscere come in una vera e propria indagine nuove peculiarità del nostro eroe montenegrino sempre pronto a rivelare nuove facce di sé. In Orchidee nere succede un fatto straordinario , Wolfe lascia la sua casa–rifugio e per amore di un rarissimo ibrido di orchidea nera si reca ad un’esposizione floreale. Cosa ancora più inusitata lo vediamo blandire Lewis Hewitt, lui di norma burbero e scorbutico, lo vediamo mentire, nascondere testimoni, pur di accaparrarsi i suoi agognati tre rari esemplari, sotto gli occhi sempre più esterrefatti del suo assistente, factotum, amico Archie Goodwin. Questa volta hanno ucciso un giardiniere Harry Gould in un modo tanto astruso e improbabile, che per incastrare il colpevole Wolfe sarà pronto quasi a  rischiare la vita in una camera a gas. In Cordialmente invitati ad incontrare la morte sarà il triste destino di Bess Huddleston, la miglior organizzatrice di ricevimenti per ricchi che New York avesse mai avuto, morta di tetano lunedì 25 agosto ad incuriosire il nostro. Riuscirà Nero Wolfe a dimostrare che è stato commesso un omicidio e a incastrare il colpevole? Non vi dico di più. Il divertimento è assicurato.

Rex Stout nasce nel 1886 e muore nel 1975 negli Stati Uniti. Nel 1934 pubblica Fer-de-Lance (BEAT 2011), il primo volume delle inchieste di Nero Wolfe. Il successo si ripete regolarmente per tutti i 42 successivi volumi, sfornati pressappoco al ritmo di uno all’anno. In BEAT sono usciti anche Orchidee nere (2012), Non abbastanza morta (2012), Entra la morte (2013), Palla avvelenata (2014) e la raccolta di ricette ispirate ai suoi libri Crimini e ricette (2013). Nel 1959 viene premiato con il Mistery Writers of America Grand Master.

:: Intervento in diretta streaming di Clara Sánchez a Libri come

10 marzo 2012 by

Oggi sabato 10 marzo, ore 18 – Intervento in diretta streaming a Libri come di Clara Sánchez, autrice di Il profumo delle foglie di limone e del nuovo La voce invisibile del vento “Come scrivo i miei libri”  Brunella Schisa conversa con lei.
L’intervento dell’autrice ripreso dal sito di Telecom Italia e possibile vederlo grazie a Garzanti sul nostro blog. Libri come, la Festa del Libro e della Lettura promossa e organizzata dalla Fondazione Musica per Roma che si svolge da giovedì 8 a domenica 11 marzo 2012 all’Auditorium Parco della Musica di Roma è arrivata alla terza edizione.

http://librinellarete.telecomitalia.com/garzanti/player.html

:: Un’intervista con Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

9 marzo 2012 by

Bentornato Remo su Liberi di scrivere. Da pochi mesi è uscito per Perdisa il tuo nuovo libro Vicolo del Precipizio, un libro scomodo se vogliamo, che mette a nudo molti mali dell’editoria italiana, ma penso che all’estero le cose non siano più rosee, mali che si vorrebbe nascondere, scopare sotto il tappeto, perché tolgono nobiltà alla professione di scrivere. Il personaggio di Giovanni esprime bene questo malessere. Ce ne vuoi parlare?

Da anni vado dicendo una cosa, che per me è importantissima ma che passa inosservata. Vado dicendo che per chi scrive il momento più importante, più bello, più intimo è quello della scrittura. I ricordi più belli che ho io li ho descritti nel primo capitolo di Vicolo del precipizio: gli attimi che precedono la scrittura e poi la scrittura, per ore, magari bevendo caffè e fumando sigari o pipa, come faccio io, con il gatto che mi si strofina ai piedi. Giovanni è lo scrittore che ha perso la passione per la scrittura. Lui fa parte del meccanismo: pubblica libri, si affida agli editor, frequenta altri scrittori, usa la maschera dello scrittore per abbordare donne, chiede anticipi eccetera. Ma non si sente più affascinato dalla scrittura. Giovanni, insomma, è come una malattia: da cui stare in guardia.

Tiziano il doppio protagonista, voce narrante e autore del libro nel libro intitolato guarda caso Vicolo del precipizio è un editor speciale, un ghostwriter, che riscrive a volte di sana pianta testi scritti da altri che sarebbero oggettivamente impubblicabili, e ci mette il “veleno” che il personaggio giudica il suo unico talento. Il mondo delle italiche lettere è davvero così diviso, frantumato tra apparenza e sostanza, tra chi lavora nell’ombra e chi recita pirandellianamente la parte dello scrittore di successo?

Credo che col passare del tempo sia sempre più apparenza, ma in tutto, e non solo nel settore editoriale. Tempo fa un editore (che stimo, perché pubblica libri di qualità) su facebook ha scritto che uno scrittore, se vuole sfondare, deve essere sfacciato. Un po’ rompicoglioni, insomma. Invadente. Questo vuol dire che uno scrittore timido, o anche solo non invadente, e corretto, che non fa operazioni di lecchinaggio frequentando scrittori ed editor, rischia di rimanere tagliato fuori dal mercato editoriale? Lascio il quesito così, senza proseguire…

Tiziano non fa sconti con nessuno né con il mondo editoriale, che in un certo senso disprezza perché penalizza libri che a suo modo andrebbero pubblicati, prendo ad esempio quello della scrittrice veneta, e esalta e idolatra magari altri scritti a tavolino solo per fare cassetta, né con se stesso, giudicandosi marcio, arrivando fino a meditare il suicidio. E’ un personaggio ambiguo, che suscita simpatia e nello stesso repulsione, penso all’eccitazione che prova verso Cristina durante i suoi attacchi epilettici, alle voci che mette in giro sul conto del padre roso dalla gelosia verso Mariano, alla crudeltà quando consegna il manoscritto ad Alice chiaramente innamorata di lui. Costruendo questo personaggio gli hai dato qualcosa di te o è solo una creazione letteraria?

Flaubert diceva che bisogna pensare come dei pazzi e io, quando scrivo, lo faccio. A Tiziano io ho prestato solo i miei ricordi, le mie turbe no. Proprio oggi ho scoperto, leggendo una recensione su Vicolo del precipizio, che Tiziano è il mio alter ego. Allora, a me sta bene tutto: lettori e critici possono dire qualsiasi cosa dei libri in generale e quindi anche dei miei, ci mancherebbe. Ma quando mi vengono a dire che io sono coma Anna Antichi, protagonista de La donna che parlava con i morti, o come Tiziano, di Vicolo del precipizio, dico di no, che potrebbe essere ma non è così.

A capitoli alternati osserviamo Tiziano dall’esterno, e dall’interno come voce narrante del libro che sta scrivendo. Nel cinema penso a Effetto notte di  François Truffaut, amano fare film nel film. E’ un gioco di specchi, in cui la membrana che separa la realtà dalla creazione letteraria si fa sempre più sottile, ci si confonde, si ha la sensazione di leggere un diario. Come hai creato questa sensazione di vertigine?

Il libro è un metalibro. Nei capitoli intitolati Torino, Luglio (e poi Torino, agosto, nel finale) c’è, in terza persona, il presente di Tiziano. Nei capitoli intitolati Vicolo del precipizio c’è invece il passato, ma fino a un certo punto: a un certo punto arriva il precipizio. Tiziano precipita nella sua stessa mente. Al posto del passato arrivano le fantasie e i ripensamenti sulla propria vita. Da qui il senso di vertigine.

Ho amato molto il personaggio di Mimma, generosa, materna, allegra, depositaria di una saggezza contadina che va scomparendo, che consegna i suoi quaderni, lei quasi analfabeta, lontana da ogni gioco editoriale, per dare a Tiziano la materia grezza dei suoi libri I racconti della vecchia osteria prima e Vicolo del precipizio poi. Che il giorno di una presentazione se ne sta in disparte, quasi vergognosa, e arrossisce quando la madre di Tiziano con uno sguardo segnala a tutti i partecipanti che è lei la donna che lui ringrazia. Esiste davvero a Cortona, una Mimma con un altro nome, un altro volto, o nasce come mille facce di altri che ti hanno ispirato?

Mimma è stato il personaggio più facile da creare. Mimma, che nel libro è l’amica di famiglia ed è la madrina di Tiziano, esiste davvero, ed è mia madre. Tiziano, a un certo punto, riceve un regalo dalla Mimma, un quaderno. Dove lei ha scritto storie, anche boccaccesche, dove lei ha trascritto le canzoni dei cantastorie. E’ successo anche a me, nella vita reale: un giorno mia madre mi ha regalato un bloc notes con storie e ballate. Mimma è una contadina sensibile, forse troppo, anche mia madre è così. Piangeva quando ammazzavano il maiale che lei aveva nutrito. Mimma, che ha fatto solo la terza elementare, ha letto solo due libri: La storia dei fratelli Cervi e I promessi sposi. Allora, mia madre ha letto La storia dei fratelli Cervi, I promessi sposi, Il vangelo e i libri che ho scritto io.

I luoghi: Cortona e Torino. Cortona la tua Toscana dell’infanzia: “Cortona è un libro che qui posso raccontare” ha pensato Tiziano guardando le ultime finestre illuminate dei palazzi severi di Torino. Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Torino la grande città dove fuggire dove costruirsi una carriera. Parlami di questi luoghi. Come hanno influito sulla narrazione?

Cortona è il ricordo delle mie estati spensierate, dei miei primi amori, è il ricordo dei racconti, spesso fantasiosi, che ascoltavo, con attenzione. Cortona, oggi, è il luogo degli infiniti ritorni: appena posso ci vado, Ogni capodanno ci vado, ci andrò tra pochi giorni, spesso vado lì a scrivere. A Cortona incontro il ragazzo che ero, rivedo i suoi sogni. E poi c’è Torino che ha lo stesso valore di Cortona: nel 1982 cominciai ad andarci, tutti i giorni, per frequentare l’università. Lavoravo in fabbrica allora. Prendevo il treno da Vercelli tutte le mattine all’alba per arrivare a Torino. Un’ora all’andata e una al ritorno. All’inizio era la grande città che mi frastornava: troppo grigia, incasinata. Troppa gente. Piano piano, invece, ho cominciato ad apprezzarla. Torino è bella. E poi: se vuoi nasconderti, se non vuoi vedere nessuno non c’è nulla di meglio che una città grande. E la mia mente oscilla, come quella di Tiziano (qui sì che gli somiglio): certi giorni vorrei essere a Torino, e camminare camminare, ascoltando solo il rumore dei miei passi e del traffico, altri giorni vorrei essere a Cortona, magari in piazza, che di sera si riempie di gente e di voci.

C’è molto Buzzati, Chiara, Fenoglio, Calvino che mi pare aver letto che non ti piace molto. Che libri leggevi durante la stesura di Vicolo del precipizio? Quali autori ti hanno ispirato?

Quando scrivo o riscrivo non leggo mai un libro intero. Magari leggo qualche pagina di qualche autore che, a mio avviso, ha una scrittura musicale. Mi sembra di ricordare che tra la prima stesura di Vicolo del precipizio e la seconda ci fu una pausa in cui lessi i racconti di Yates, ma non ne sono certo.

Per concludere, nel salutarti e ringraziarti per la tua disponibilità vorrei chiederti se attualmente stai scrivendo. Progetti per il futuro? 

Sto rivedendo tre racconti neri, che ho scritto qualche mese fa. Li sto anche spedendo a qualche editore. Poi spero di continuare a scrivere, perché io se scrivo vivo meglio, vivo due volte, vivo la mia vita e quella dei miei libri.

:: Recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini a cura di Giulietta Iannone

8 marzo 2012 by

Ecco il foglio bianco, solo il titolo sporca la pagina e io a riflettere su come iniziare la recensione di Vicolo del Precipizio di Remo Bassini. Di solito non mi mancano le parole, anzi si affollano nella mia mente e mi tocca ordinarle, disciplinarle, privarle in un certo modo del loro anarchico fluire. Esercitare insomma il mestiere di scrivere, mestiere che Bassini fa così bene, sa raccontare, sa partire da un dettaglio e costruirci una storia, sa partire da un piatto tipico toscano, da una strada fatta di scalini, dallo sguardo ombroso di un personaggio e creare parole che diventano una musica, che vanno scritte così e non in un’altra maniera. Vicolo del Precipizio è un libro duro, in certe parti anche cattivo decisamente non afflitto da alcuna sorta di autocompiacimento. Il personaggio principale, il soggetto centrale intorno a cui ruota, sgorgando come da una sorgente avvelenata, torbida, la storia è un uomo di quasi cinquant’anni, un uomo che non si ama, come non ama il suo lavoro di scrittore impuro, di ghostwriter di scrittori che hanno bisogno del suo talento per sopravvivere in una giungla letteraria che non fa sconti per nessuno, che divora, fagocita avidamente chi non accetta le regole del gioco. Tiziano, questo è il suo nome, dopo aver intrapreso la nobile professione scrivendo giovanissimo un libro di racconti I racconti della vecchia osteria dando voce alla tradizione della sua terra, ai canti dei contadini, alla memoria di gente umile ma piena di dignità e moralità, ottenendo anche un discreto successo, ha scelto di dare il suo talento, rifuggendo il successo che lui giudica privo di senso e inutile, in cambio di un ben remunerato ruolo di comprimario oscuro, di nascosto demiurgo della fortuna letteraria altrui. Forse grazie al suo carattere schivo, al fatto che balbetta quando troppo emozionato, al suo umbratile caratteraccio toscano, è uno dei migliori nel suo lavoro, rispettato dal suo capo, un importante e influente agente letterario, che in fondo ha paura di lui, lo teme per il suo modo disinvolto di svelare i segreti, di parlare troppo. Quando un ghost ha come prima regola il silenzio, l’auto eliminazione, lo scomparire sullo sfondo per lasciare tutta la luce allo scrittore famoso, a chi deve rifulgere in pubblico. Ma Tiziano è stanco, basterà un’estate, due mesi, luglio e agosto, in un’afosa Torino che lo costringe a scrivere sul terrazzino, o a farsi rinfrescare i piedi nudi da un ventilatore, e messi da parte i lavori altrui scriverà finalmente per sé, perché a volte per un libro basta un lettore solo, e scrivere è terapeutico, anche se fa soffrire, quando si scava troppo in fondo. Ma un impulso autodistruttivo ha risvegliato l’antica fiamma e ora deve scrivere di sua madre, di suo padre, di suo nonno comunista e mangiapreti, delle donne della sua vita Magda, Cristina, della sua seconda madre Mimma, della sfortunata Andreina, degli amici. Deve fare pace con i suoi fantasmi, con suo padre per cui ha abbandonato Cortona, e solo allora potrà tornare a casa, riacquistando se stesso. Sullo sfondo il personaggio di Alice, la dirimpettaia curiosa, l’innamorata, il pubblico silenzioso che assiste alla sua arte di comporre, la donna che capisce di essere stata rifiutata ancora prima di essersi offerta, che non può far altro che cercare di dimenticare. Vicolo del precipizio è un libro così, con il fascino antico della novella raccontata, tramandata oralmente di bocca in bocca, tante schegge di attimi, racconti che si incastrano tra loro come i tasselli di un puzzle, tanti personaggi minori, che per un attimo hanno tutta la luce su di sé e diventano protagonisti: il sagrestano vendicativo, il prete con moglie, la Nina, il Lucarone, Mariano e i suoi maglioni verdi, la Clara, è strano sembra doveroso nominarli tutti fino all’agente letterario, a Lucetta, a Giovanni. Tutti coralmente impegnati a recitare la loro parte nel mondo creato dall’autore. Tanti personaggi da commedia dell’arte e che Bassini abile capocomico sa far comparire e scomparire, lasciando echi dietro di sé, perché la scrittura è un gioco di memoria, e i personaggi anche quelli totalmente inventati sono veri, nascono da verità profonde per lo meno. E uno scrittore impara questo prima ancora di scrivere su un foglio bianco. Impara l’umiltà, la disciplina, la sofferenza e perché no impara che una storia una volta scritta non è più sua, ma diventerà vita nella mente dei lettori che la leggeranno.

:: Segnalazione di Se non ora quando? di Eve Ensler

8 marzo 2012 by

Titolo originale: A Memory, a Monologue, a Rant, and a Prayer
Pagine: 224 Prezzo: 15,00 euro Piemme

“Il mondo comincia a cambiare quando uno dice: si può fare.”

Eve Ensler

“La Ensler si è fatta la reputazione di ‘una che rompe i tabù’ con i Monologhi della vagina: qui continua con quello spirito, chiamando la violenza sulle donne “una questione che sopravvive sfacciatamente in tutto il mondo ma di cui non si parla, non si vede, non le si dà peso ne’ significato”.

Publishers Weekly

Non si stanca mai Eve Ensler. Non si ferma mai. Da quando nel 1996 I monologhi della vagina (Obie Award 1997) furono messi in scena per la prima volta al Cornelia Street Cafè nel Greenwich Village di New York, diventando quello che sono diventati per tutti noi – tradotti in 48 lingue e “gridati dal palco” in ben 120 paesi dalle voci di donne a attrici “giganti” come Susan Sarandon, Melanie Griffith, Cate Blanchett, e in Italia da Lella Costa, Athina Cenci e tante altre -, la Ensler non si è più fermata.
Autrice cult, drammaturga leggendaria, poetessa, regista, veterana paladina dei diritti delle donne, ha fondato nel 1998 il V-day, un movimento internazionale per fermare la violenza contro le donne annoverato nel 2001 dal Worth Magazine fra i migliori cento “best charities”. Nel giugno del 2006, a New York, come emanazione del V-day, la Ensler mise in piedi la prima edizione di Until the Violence Stop Festival, una due settimane di manifestazioni e performance artistiche in giro per la città, in occasione della quale la “vagina warrior”, come è anche chiamata, commissionò una serie di monologhi e scritti d’avanguardia a significative voci di autori e autrici, drammaturghi e drammaturghe, celebrities e femministe di tutto il mondo. Il risultato fu A memory, a monologue a rant and a prayer: due performance teatrali, due serata di reading a New York City che videro calcare la scena a Jane Fonda, Brittany Murphy, Isabella Rossellini. Un anno dopo quell’esperienza diventò un libro curato dalla Ensler insieme con Mollie Doyle, edito da Villard Books (4 stelle su GoodReads, recensione del Publishers Weekly), e oggi pubblicato da Piemme con il titolo Se non ora quando? Contro la violenza e per la dignità delle donne (riprendendo nell’omonimia della domanda “Se non ora, quando?”, il nome di un movimento “per le donne” nato nel nostro paese nell’ultimo anno e che ha visto scendere in piazza nomi noti dell’arte, della cultura, dello spettacolo). Un coro di voci autorevoli colme di sdegno, un grido per la dignità e la libertà di ogni donna “il cui potere”, scrive Publishers Weekly, “sta nell’effetto combinato dei racconti, che, uno dopo l’altro, tirano fuori tutti i modi sottili e spaventosi in cui la violenza è stata ed è ancora oggi perpetrata contro le donne”. Un libro che arriva al cuore del dibattito sociale e civile sulla questione, in ogni sua forma, in ogni luogo. Da quel giugno newyorchese, nell’ambito del V-day, Se non ora quando? è stato portato sulla scena a scopo benefico centinaia di volte, dalle università ai piccoli centri (e, se interessati, il libro spiega come fare). In esso risuona un messaggio di denuncia inequivocabile e una “chiamata alle armi” per la nostra coscienza: la violenza sulle donne è ovunque. In alcuni paesi del mondo è plateale e brutale. Così quotidiana da sembrare ineluttabile. In altri, in quella “progredita” realtà occidentale che ben conosciamo e in cui le donne hanno conquistato almeno formalmente ogni diritto sociale, civile, politico, essa invece è insidiosa, strisciante, nascosta. Perfino glamour, talvolta. Nomi importanti di scrittori come Dave Eggers e Edwige Danticat, femministe storiche come Alice Walker e Carol Gilligan, e celebrità come Jane Fonda e Kathy Najimy, si uniscono all’energia della Ensler per strappare i lettori alla loro passività. Michael Cunnigham ci parla di automutilazione; Eggers di rapimento in Sudan; la Gilligan racconta di una figlia testimone di continue violenze sulla madre; Susan Miller di donne sole nel crescere i figli; Patricia Bosworth testimonia intimamente dello stupro subito. Tanti altri sono gli scritti: di Hanan al-Shaykh, di Tariq Ali. E tutti, in fondo, rilevano un’unica, bestiale realtà: la violenza femminile è tentacolare e multiforme. Se andiamo in Congo, in Ruanda, in Darfur, le donne, lo sappiamo, sono vittime di stupri etnici e politici, rapite, picchiate e violate perché pedine fragili sullo scacchiere dei conflitti tribali. Se restiamo qui, in Italia, in America, sono tante le compagne, le mogli che quotidianamente vengono picchiate tra le mura di casa. E le figlie costrette a esserne testimoni impotenti. Non basta lavorare, fare politica, avere ottenuto per legge pari libertà e pari diritti degli uomini. Ad uno sguardo più consapevole e attento, le sorelle africane non sono lontane da noi. Questi racconti, toccanti, tragici, arrabbiati, ispirati, emozionanti e a tratti leggeri e poetici sono qui per ricordarcelo. Per non farci abbassare la guardia, mai, sulla dignità della donna. Un bene che va difeso per un mondo migliore.

Eve Ensler è scrittrice, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e regista. Ha alle spalle una lunga militanza come attivista per i diritti delle donne. Vive a New York, dove insegna drammaturgia all’università. La sua opera più importante, I monologhi della vagina (insigniti nel 1997 del prestigioso Obie Award) è stata tradotta in 48 lingue e portata in scena con grande successo in 120 paesi: a Broadway (da star come Susan Sarandon, Glenn Close, Melanie Griffith e Winona Ryder), a Londra (da Kate Winslet e Cate Blanchett), in Italia (da Lella Costa, Lucia Vasini, Lucrezia Lante della Rovere, Athina Cenci). Da questa pièce è nato il V-Day, contro la violenza sulle donne. Per Piemme ha pubblicato Io sono emozione.

:: Incipit de Le descrizioni di Monica Dall Olio (Perdisa Pop)

7 marzo 2012 by

Dal 28 marzo in libreria

Perché lo scorso inverno mi sentii soffocare. Persi il respiro, dalla pancia mi salì su un vuoto. Adesso mi squarcio in un buco cosmico, pensavo, che tutto il corpo mi divora. «È giunta l’epoca del lavapentole inoxigenico», diceva la voce di Carosello dal tinello. E a poco a poco, il buco si espandeva, penetrava nella gola. Si condensava in una poltiglia di catarro, e cominciavo a tossire. «Oplà! E Cincincontriamo! Io con te, tu con lui». Buttavo per terra la coperta, poi la bambola di pezza Filomena; mi era venuto caldissimo, sfilavo la maglia del pigiama. Mi precipitavo giù dal letto, correvo in bagno. Sputavo. Una schiuma giallo fosforescente, come la bava delle lumache, mi riempiva la bocca. La guardavo scivolar giù dalla vasca, attaccarsi viscida alle pareti. «Vivo e fresco, appunto Cin», diceva Carosello. Poi arrivava mia madre, col grembiule e il mestolo sporco di brodo ancora in mano. «Sputa», diceva, «sputa», ripeteva, tenendomi premuta per il collo. «Io con te, tu con lui, tutti insieme». Espellevo saliva. «Sputa», diceva mia madre. Non ne posso più di sputare. «Io non ne posso più di sputare!» urlavo. Poi sentivo il pavimento gelido sotto i talloni nudi. Mi toglievo i pantaloni del
pigiama e ci montavo sopra. Mia madre usciva dal bagno. «A modo nostro, vivo e fresco», diceva Carosello, «vivo e fresco, appunto Cin». Tornava con la scatola dell’aerosol e uno sgabello. Lo metteva davanti al lavandino. Ci montavo sopra e lei m’infilava la mascherina sul naso facendo girare l’elastico dietro le orecchie. Collegava la spina al muro. «Vivo e fresco, appunto Cin». «Respira», diceva mia madre, «se respiri, guarisci ». Dalla scatola usciva un vapore di nebbia molto fitto e concentrato che incanalato su per il naso, mi faceva sentire come catapultata all’improvviso in cima a una montagna, dove tutta l’aria del mondo era finalmente solo per me. «Respira », diceva mia madre tenendomi per le spalle. «Cincincontriamo a fare Cin», diceva Carosello.
Una mattina di febbraio, non andai all’asilo. Mangiai le fette biscottate col salame, bevvi il caffelatte che era ancora buio fuori, poi mia madre mi rimise a letto. Mi cambiò il pigiama con uno più elegante, che aveva scelto Sara, decorato di bolle gialle rosse e blu e un orsetto lavatore, e sopra m’infilò un pullover, perché non dovevo prender freddo, dato che
nevicava.
Dopo arrivò il pediatra, che mi fece scoprire la schiena e ci appoggiò sopra una piastra gelida, collegata a dei tubi di gomma che si infilò nelle orecchie, e così poteva sentire il mio respiro. Poi mi batté le dita in vari punti, come quando si bussa a una porta.
«Questa bronchite si cura con lo iodio sprigionato dal mare», disse.
Mia madre mi rivestì; lo invitò in salotto.
Appena furono usciti dalla camera, scesi dal letto e andai ad ascoltare attraverso la porta, nel corridoio, che cosa si dicevano sulla mia persona, sul respiro che a volte mi mancava.
«Il sale», spiegò il pediatra, «è un vero toccasana per i bronchi infiammati».
«L’aerosol non fa abbastanza?» disse mia madre.
«Il mio consiglio è quello di portare la bambina in una
bella località marittima della Riviera. E farcela restare per parecchi mesi».
«Le sarebbe di giovamento?».
«Vedrà che rinascita!».
«Eh sì, è così bello il nostro mare…» disse mia madre.
«Bello e salutare», la corresse il pediatra.
Bevve un bicchierino di amaro a piccoli sorsi, con le narici dilatate, come se i cavalloni marini fossero davanti a noi.
Perciò quell’anno, dopo le vacanze d’agosto, non tornai a casa.
Mia madre telefonò alla pensione, dove ero rimasta sola con Sara, perché lei era dovuta tornare in città ad aiutare mio padre a mettere ordine nel magazzino della ferramenta. La signora Emma mi chiamò alla cabina del telefono, mi passò la cornetta: «Tieni, carina».
«Resti con Sara a Camogli», disse mia madre. «Sei contenta? ».
In fondo al corridoio, facendo scivolare sul muro il modellino della Spider, Gigi mi sbirciò di traverso.
«Perché?» chiesi.
«Così guarisci».
«Questa non è la mia casa e non ci sono i giochi…».
«Giochi con Sara», disse mia madre. «Vi divertirete, vedrai».
La sorella mi strappò di mano la cornetta.
«Cosa ci faccio al mare in novembre?» protestò. Non se
l’aspettava; era furiosa.

:: Carolina Crescentini & Banana Yoshimoto: Kitchen in audiobook

6 marzo 2012 by
Da domani in libreria

Carolina Crescentini legge KITCHEN di Banana Yoshimoto

1 CD MP3, versione integrale, euro 12,90

Emons:Feltrinelli

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina…”. Così comincia il romanzo-cult di Banana Yoshimoto, Kitchen. Le cucine, nuovissime e luccicanti o vecchie e vissute che siano, infatti, riempiono i sogni di Mikage, la protagonista di questo primo libro della Yoshimoto, tradotto per la prima volta nel 1991 proprio in italiano. Mikage, rimasta sola al mondo dopo la morte della nonna, vede nelle cucine il calore di quella famiglia che ha sempre desiderato. Ma la famiglie si possono non solo scegliere, anche inventare. Che male c’è? Così il padre del giovane amico Yuichi può diventare o rivelarsi madre e Mikage può eleggerli come propria famiglia, in un crescendo tragicomico di ambiguità che la voce flessibile di Carolina Crescentini calza a pennello.

Con questo romanzo di successo immediato e il breve racconto che lo chiude, Banana Yoshimoto si è imposta all’attenzione del pubblico italiano mostrando un’immagine insolita del Giappone , con un linguaggio fresco e originale, quasi una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti manga.

Banana Yoshimoto è nata a Tokyo il 24 luglio 1964. Il desiderio di scrivere e l’ambiente in cui è cresciuta – è figlia di Takaaki Yoshimoto, uno dei più noti filosofi e critici giapponesi degli anni ’60 – hanno presto fatto emergere il grande talento della giovane Banana che a soli ventiquattro anni era già famosissima grazie al suo primo libro, Kitchen, tradotto per la prima volta proprio in italiano. Il suo stile caratterizzato da un linguaggio intimo e semplice è particolarmente apprezzato dai giovani che bene sanno cogliere la solitudine e il dolore del crescere tra i temi affrontati nei suoi testi.

Occhi azzurri da cerbiatta e un bel pizzico di sensualità, Carolina Crescentini ha bruciato le tappe, passando dalla Notte prima degli esami di Brizzi a Parlami d’amore di Silvio Muccino, a Venti sigarette di Amadei,  a Boris, il film, per cui ha vinto il Nastro d’Argento e il Ciak d’Oro come miglior attrice non protagonista. Il 2012 la vede al fianco di Pierfrancesco Favino ne L’industriale di Montaldo.