:: Recensione de Il cammino del penitente di Susana Fortes (Nord Edizioni, 2012) a cura di Giulietta Iannone

16 giugno 2012 by

Nessuno può proteggere un altro per sempre. Prima o poi, anche lei sarebbe diventata grande, e avrebbe dovuto affrontare il mondo da sola. Ci pensava spesso, quando vedeva quei ragazzi, non ancora maggiorenni, che uscivano dalle discoteche stravolti, con lo sguardo perso, come se fossero stati catapultati fuori da un tunnel, ritrovandosi in un mondo sconosciuto e ostile. O quei gruppi di liceali che passavano il sabato sera a ubriacarsi accanto alla stazione, lasciando il piazzale coperto di bottiglie di birra vuote. In che momento i maghi abbandonavano la mente dei bambini, lasciando il posto alle forme astratte della notte o a quelle del crimine? Magari anche Patricia Palmer aveva avuto il suo mago vestito di verde, come quello appena descritto da Candela, con un cilindro pieno di stelle. Castro non riusciva ad immaginare lungo quali labirinti potesse perdersi una studentessa di Filosofia, ma ormai non aveva dubbi sul fatto che quella ragazza si fosse infilata da sola nella bocca del lupo cattivo.

Santiago de Compostela, cuore sacro della Galizia, con la sua cattedrale che conserva le reliquie dell’apostolo Giacomo il Maggiore, meta sin dal Medioevo di pellegrinaggi irrinunciabili per tutta la cristianità, è lo scenario principale del nuovo thriller a carattere religioso di Susana Fortes Il cammino del penitente (La Huella del Hereje, 2011) tradotto dallo spagnolo da Patrizia Spinato e edito in Italia da Nord Edizioni. Susana Fortes è un nome piuttosto noto tra i lettori di thriller che hanno al centro misteri che traggono le loro origini in periodi storici lontani, ha raggiunto infatti una certa fama internazionale con il suo thriller d’esordio Quattrocento edito dalla Nord nel 2008, con al centro la congiura dei Pazzi e la Firenze dei Medici.
Tutto ha inizio con il ritrovamento del cadavere di una giovane studentessa di Filosofia, Patricia Palmer, uccisa un venerdì di febbraio nella Cattedrale di Santiago de Compostela e depositaria e scopritrice di un segreto che sembra averne determinato la morte. Il commissario Lois Castro, poliziotto fuori dagli schemi, magro e spigoloso, divorziato e padre di una splendida bambina, si trova ad indagare sul suo omicidio incerto su come comportarsi. Non può dimenticare che la scena del delitto è un luogo di culto per milioni di fedeli, e pur non essendo credente sente che quel luogo rende il delitto diverso da tutti gli altri.
Primo sospettato il fidanzato della ragazza, Robin, improvvisamente scomparso e una traccia se pur esile sembra condurre le indagini verso il passato ambientalista della ragazza. Sembra infatti che Patricia Palmer, membro attivo di un piccolo gruppo ecologista L’arca di Noè, avesse passato alcune notti in commissariato per via di un incendio ad un’ azienda di fertilizzanti, la Ferticeltia, responsabile di uno dei più gravi disastri ecologici della Galizia e che questo le avesse attirato parecchi nemici.
A capitoli alterni le indagini di Castro si intervallano con quelle di una giovane giornalista Laura Marquez incaricata dal suo giornale l’Heraldo Gallego di indagare sulla scomparsa di un antichissimo manoscritto del Liber apologeticus, un testo del IV° secolo attribuito a Priscilliano, vescovo di Avila, condannato a morte per eresia dal concilio di Bordeaux. Laura sospetta che questa scomparsa nasconda un mistero ben più fitto e quando scopre che la ragazza uccisa nella Cattedrale fu l’ultima a visionare il testo i suoi dubbi diventano certezze.
Questa scoperta porta la ragazza ad affiancare il collega Villamil sul caso e da questo momento in poi le indagini del commissario e dei due giornalisti proseguono parallele. Tanti i possibili colpevoli, oscuro il movente poi inaspettatamente la confessione del vero colpevole, l’unico che aveva una ben valida ragione per uccidere, l’unico che vedeva in Patricia Palmer un pericolo che solo la morte avrebbe fermato.
Il cammino del penitente è un thriller ambientato ai giorni nostri in cui il movente dell’omicidio al centro della storia trae le sue origini addirittura nel IV° secolo, e in cui mistero, interessi economici e criminali, sette panteistiche, culti eretici, danno origine ad una vicenda per alcuni versi inquietante e ricca di suspense che in mani diverse avrebbe potuto essere ben ostica e indigesta, ma la Fortes ha dalla sua una leggerezza e semplicità espositiva che fanno del romanzo un testo piacevole e veloce da leggere.
Il cammino del penitente è un libro scritto bene, interessante, caratterizzato da descrizioni che quasi danno lampi visivi della narrazione: la pioggia che costantemente cade, le scalinate della cattedrale, la vita del commissariato, gli incontri nei caffè di Santiago, il rapporto tra Lois Castro e sua figlia, il senso di vita vissuta, rimandi letterari, versi di poesie. L’autrice ammette di essersi ispirata a Michael Blomkvist e Lisbeth Salander per i personaggi di Laura Marquez e Villamil, ma la somiglianza a mio avviso è molto velata, forse più accentuata per il personaggio femminile con un passato doloroso e un carattere molto solitario.

:: Segnalazione di I collezionisti di destini di Stephen J. Cannell (Gargoyle, 2012)

15 giugno 2012 by

Stephen J. Cannell, noto in Italia forse ai più per la partecipazione alle celebri partite a poker del sabato sera con James Patterson e Michael Connelly nei telefilm polizieschi Castle, oltre ad essere stato sceneggiatore e produttore di alcune delle più popolari serie tv americane, era anche un eccellente romanziere e grazie alla Gargoyle avremo presto l’occasione di leggere anche in Italia i suoi libri. Il 21 giugno esce infatti I collezionisti di destini  primo romanzo della serie di Shane Scully e forse quello di maggior successo. Non posso quindi che sperare che condividiate la mia stessa curiosità.

“I collezionisti di destini” di Stephen J. Cannell, editore Gargoyle (collana “Extra”), 15,90 €, pp. 378, titolo originale The Tin Collectors, traduzione Benedetta Tavani – in libreria dal 21 giugno 2012.

Io riconosco il distintivo del mio ufficio come simbolo di pubblica fede, e lo accetto perché affidatomi dalla società fino al momento in cui verrò meno all’etica del mio servizio.

Shane Scully, sergente dello smisurato e ultra-ramificato Dipartimento di polizia di Los Angeles, riceve nel cuore della notte la chiamata di Barbara Molar, una sua antica fiamma. Preda della furia del marito, la donna invoca aiuto finché la comunicazione non si interrompe di colpo. Allarmato, Shane si precipita dai Molar riuscendo a salvare Barbara dalla violenza del coniuge ma uccidendo quest’ultimo nella colluttazione. La disgrazia si rivela un vero boomerang: Ray Molar era infatti un tenente pluridecorato, forte di un’enorme popolarità tra i poliziotti. Shane è rinviato al giudizio e il suo fascicolo viene assegnato al procuratore Hamilton dell’Unità Affari Interni, il regno dei cosiddetti “collezionisti di distintivi”: quegli agenti che, designati a investigare sui colleghi, ne determinano in modo irreversibile le carriere attraverso l’eventuale e definitiva confisca del distintivo. A peggiorare la situazione, c’è il fatto che il sergente Alexa Hamilton ha più di un pregiudizio negativo nei confronti di Shane Scully. Con quasi l’intero Dipartimento contro e inviso, al contempo, ai vertici della Pubblica amministrazione della città (Molar era stato autista e guardia del corpo del sindaco), Shane intuisce di trovarsi addentro un intrico molto più vasto di quanto appaia, dove la sua carriera e il suo onore sono soltanto alcuni dei tasselli in gioco. Ben presto anche l’acuto sergente Alexa Hamilton si rende conto che qualcosa non quadra, a cominciare dall’aura leggendaria che seguita ad avvolgere Raymond “Dente d’acciaio” Molar anche da morto. Shane e Alexa avviano, così, un’indagine senza esclusione di colpi, che si dipana tra omicidi, ricatti, rapimenti e frodi d’ogni tipo, fino a scoperchiare un mefitico calderone d’inimmaginabile corruzione. Arricchito di momenti introspettivi di struggente delicatezza – inconsueto per un thriller d’azione pressoché ininterrotta –, I collezionisti di destini racconta magnificamente il tortuoso cammino compiuto da qualsiasi uomo giusto per scagionare se stesso a causa della miseria del mondo.

Stephen J. Cannell (Los Angeles, 1941 – Pasadena, 2010) è stato un maestro della narrativa seriale americana, con cui si è misurato in varie vesti (scrittore, sceneggiatore, produttore e attore). Malgrado una grave forma di dislessia, nel 1964 Cannell si laurea in Giornalismo e, di lì a qualche anno, inizia a collaborare con la Universal come autore free lance di alcuni episodi de “Il tenente Colombo” e “Ironside”. Dal 1971 la collaborazione con la major diventa stabile e Cannell si distingue quale sceneggiatore di serie tv di grido come “Agenzia Rockford” (vincitrice di tre Emmy Award nel 1977, 1979 e 1980) e “Ralph supermaxi eroe”. Nel 1979 fonda la Stephen J. Cannell Productions e nel 1986 i Cannell Studios, realizzando alcuni tra i successi seriali più significativi del ventennio a venire, tra cui “A-Team”, “21 Jump Street” e “Renegade”. Nel 1996 esce il suo primo romanzo, The Plan, un thriller sui tentacoli della mafia nella politica a stelle e strisce, che diventa subito un bestseller negli USA; segue un’altra mezza dozzina di libri in un crescendo di vendite. Nel 2001 Cannell inizia a scrivere il ciclo del detective Shane Scully: otto romanzi, tutti bestseller del New York Times, pubblicati tra il 2001 e il 2011, che vendono in totale circa un milione e mezzo di copie nei soli Stati Uniti. I collezionisti di destini, primo titolo del ciclo, resta quello di maggiore successo con 240.000 copie vendute.

www.cannell.com

:: Recensione di L’uomo d’argento di Claudio Morici (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

14 giugno 2012 by

E’ un mondo inquietante e cupo quello presentato da Claudio Morici nel romanzo L’uomo d’argento. E’ un mondo afflitto da una grave crisi economica che ha annientato ogni cosa: non ci sono più i soldi, non c’è più il lavoro, non c’è più stabilità economica e il benessere è ormai un miraggio. Tutto è stato travolto da un manto di depressione che ha cancellato la felicità, la gioia, lo spirito vitale degli umani rendendo instabili le loro psicologie e le scelte d’azione. In questo cosmo di desolazione c’è forse un posto dove la salvezza esiste. Ed è qui che il protagonista de L’uomo d’argento pubblicato dalla E/O, si è ritirato con alcuni ragazzi dando vita ad una specie di comunità umana, fondata sulla promiscuità sessuale, sulla birra che scorre a fiumi, sullo sballo assoluto e sulla mancanza totale di progetti di vita. In questa tribù dominata dalla mancanza di responsabilità e di decisioni vogliono recarsi tutti coloro che sono in fuga dal mondo della crisi. Questo flusso migratorio degli “appenaarrivati” – spesso donne uomini depressi, insoddisfatti del proprio vivere  e per questo emarginati dalla società d’origine – è numeroso  e tra loro c’è una ragazza, tal Jenny, che è diversa da tutti gli altri. Lei è una “nuova”, ma nei modi di fare sembra essere una veterana della città dove vive il protagonista che attratto – come non gli capitava da anni- dalla ragazza inizierà con lei una sorta di relazione amorosa. Un rapporto a due instabile da subito, fatto di continui prendersi e lasciarsi, da bugie, da confessioni e da insormontabili differenze culturali. Questo disastroso modo di vivere il rapporto di coppia è in realtà un specchio riflettente la grave malattia sociale dell’umanità, incapace di vivere in modo ordinato e di organizzare il proprio futuro. Tutto sembra prossimo al tracollo, tranne lui, il Maestro, uno strano uomo tutto dipinto d’argento seduto su un panchina, al quale l’anonimo protagonista rivolge domande senza ricevere mai risposta! Il cosmo presentato in L’uomo d’argento da Claudio Morici non può essere collocato in uno luogo materiale preciso e un in tempo definito, ma è un epoca  a venire, futura e dal mio punto di vista, per come sta andando la nostra società di oggi, direi non molto lontano da noi. Facendo un paragone tra l’universo del romanzo di Morici e la nostra società contemporanea è possibile trovare molti, anzi troppi punti in comune. Tanto per cominciare l’universo sociale è afflitto da un grave crisi economica che riverbera i sue effetti collaterali sugli individui, rendendo vane, flebili e fallimentari le relazioni economiche e umane.  Poi, l’umanità protagonista è traumatizzata a tal punto che ogni scelta o possibilità d’azione si frantuma e svanisce nel nulla, portando i personaggi ad essere apatici e incapaci di compiere gesti determinanti per il loro vivere.  Il protagonista principale – quello che si innamora pazzamente di Jenny – è anonimo, non ha un nome e nemmeno un’identità precisa, a dimostrazione della forte spersonalizzazione che il suo io ha subito nel corso del tempo. Lui ha dimenticato a tal punto se stesso che non si ricorda perché è finito nella città dove vive, come è nato e cosa ha fatto in passato, ma allo stesso tempo chi ci racconta la storia – come tutti gli altri  coinquilini – non ha la più pallida idea di quello che sarà il domani. La vitalità di Jenny è per il protagonista un “faro nella nebbia”, è la scossa che lo porta a rendersi conto che forse è possibile ritrovare un senso giusto del vivere, ma purtroppo questa aspettativa di rinnovamento sarà bloccata da un drammatico evento. Il fatto tragico minerà per sempre l’anima del narratore anonimo, portandolo alla scelta dell’autoesclusione volontaria da un mondo ormai impossibile da cambiare, dove il senso del vuoto, la mancanza completa di valori e di responsabilità hanno ormai preso il sopravvento sulle persone. Il protagonista scegliendo di essere come il Maestro si autoesclude in modo volontario, prendendo sì una decisione drastica, ma necessaria. In questo modo l’io narrante si mette in una posizione di superiorità rispetto agli altri, perché lui ha capito che tutto quello che ha fatto fino a quel momento è stata un catena di errori. L’atto dell’esilio volontario è estremo, ma non è da intendersi come mancanza di coraggio. Dal mio punto di vista esso è la rappresentazione della consapevolezza dell’io narratore sul fatto che il mondo dove credeva di aver trovato la salvezza si è rivelato essere una mera illusione destinata alla perdizione totale di sé, per tale ragione ci si può salvare solo osservandolo in modo silenzioso e distaccato come farebbe una statua d’argento.

Claudio Morici nato a Roma nel 1972, è uno scrittore italiano. Dopo la laurea in psicologia all’Università di Roma la Sapienza, pubblica la sua tesi sui sogni lucidi in un’antologia edita dal Punto d’Incontro (1997) e lavora in diverse comunità terapeutiche a contatto con pazienti affetti da psicosi. Questa esperienza nel mondo della follia, nel 2003 gli ha ispirato il suo primo romanzo Matti Slegati che ha come protagonista un infermiere psichiatrico che lavora in una comunità terapeutica alle porte di Roma. Nel 2007 esce  Actarus, la vera storia di un pilota di robot, un romanzo drammatico-demenziale su Goldrake e il mondo del lavoro in Italia. Nello stesso anno Morici, lascia tutto e parte. Inizia un periodo di 5 anni  in viaggio in cui Morici si muove in giro per il mondo, alternando periodi stanziali a Città del Messico, Granada, Londra e Berlino. Viaggiando scrive La terra vista dalla Luna (pubblicato da Bompiani nel 2009) e L’uomo d’argento (2012, edito da E/O) scritto in almeno trenta città diverse.

:: Segnalazione di La trilogia nera di Dave Zeltserman (TimeCrime, 2012)

14 giugno 2012 by

Dopo una serie di ritardi ho  il piacere di annunciare finalmente ai lettori di Liberi di Scrivere l’uscita della trilogia di  Dave Zeltserman per TimeCrime dal 21 giugno in libreria. Così annuncia la casa editrice: Una trilogia di hardboiled brutali e irriverenti per tre scalcagnati, indimenticabili antieroi: Zeltserman si è guadagnato, di diritto, un posto d’onore nel sanguinoso Pantheon del crime. Non vedo l’ora di leggere questo piccolo gioiellino e recensirlo per voi! Ne vedremo delle belle. Tre romanzi a soli 12 Euro. Per chi volesse l’abbiamo anche intervistato qualche tempo fa’.

Contea di Bradley,  Vermont. L’ex poliziotto Joe Denton ha appena finito di scontare sette anni per il tentato omicidio del procuratore distrettuale. Si illude di aver chiuso con il passato, con la violenza, la droga e le scommesse: ma un crimine di quel genere è impossibile da dimenticare.  Kyle Nevin è  invece un “bravo ragazzo”,  gestisce gli affari nei quartieri a sud di Boston. Ammazza solo se costretto, non pesta i piedi a nessuno: eppure Red Mahoney, il suo boss, lo vende all’FBI.  Quando Nevin esce di galera ha quindi una sola cosa in mente: fare a pezzi Red. Per racimolare qualche dollaro organizza un rapimento, ma niente va come dovrebbe…
Nè la fortuna sorride  a Leonard March, sgherro “storico” del mafioso  Sal Lombard. Quando dopo quattordici anni le porte del carcere  gli si aprono davanti, per mettere insieme due pasti caldi al giorno si ritrova a pulire gabinetti. Non sarebbe poi così male, per uno che ha sessantadue anni  e ventotto omicidi sulla coscienza:  ma si ci si può reinventare una vita “normale” quando là fuori tutti vogliono la tua testa?

Dave Zeltserman è nato a Boston nel 1959. Laureato in matematica, ha lavorato per venticinque anni nello sviluppo di software per grandi aziende di comunicazione. Nel 2004, in seguito alla pubblicazione del suo primo romanzo, Fast Lane, ha deciso di dedicarsi alla crime fiction e alla pratica del kung fu. Per Fanucci Editore ha pubblicato Piccoli crimini (2010), con cui si apre la pluripremiata trilogia del “bastardo uscito di prigione” di cui  La vera storia di Kyle Nevin costituisce il secondo volume e Killer il terzo.

«Ho deciso di raccontare le imprese dei miei “bastardi usciti di prigione” in prima persona perché sono tutti e tre totalmente inaffidabili. Se non li avessi fatti parlare con la propria voce ci avrebbero raccontato solo un mucchio di balle.» Dave Zeltserman

:: Un’ intervista con Richard Mason

14 giugno 2012 by

Ciao Richard. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Mason? Punti di forza e di debolezza.

Punti di forza: gentilezza. Energia. Riflessione.
Punti di debolezza: Pigrizia nelle faccende domestiche. Troppa rabbia. Calcio.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuto in Sud Africa sotto il regime dell’apartheid. I miei genitori erano coinvolti nella politica anti Aparthed  e mi hanno portato in Inghilterra quando avevo dieci anni, dove mi sono recato a scuola e all’università.

Quando hai deciso che saresti diventato uno scrittore?

Quando avevo sette anni. È stato allora che ho cominciato a scrivere il mio primo libro.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Quelli che dicono la verità.

Quali scrittori hanno influenzato la tua scrittura o il tuo stile?

Senza un ordine particolare: Irène Némirovsky, Christopher Marlowe. Jonathan Franzen. John Donne. Donna Tartt. Evelyn Waugh. Graham Greene. E. M. Forster. Gli sceneggiatori di Entourage e Breaking Bad.

Qual è la tua parte preferita del processo di scrittura?

Vagare per un edificio o un paesaggio, intriso di possibilità immaginative.

Quanto è importante un buon titolo?

Si può fare la differenza, se fa leggere un libro alla gente.

Quale è la tua scena preferita in Us?

La scena della festa quando Julian e Adrienne parlano con gli altri, ma non capiscono.

Cosa ti ha ispirato a scrivere Le stanze illuminate?

Il senso delle possibilità dei vecchi edifici e il desiderio di venerare gli anziani, e l’esperienza di vita degli anziani. Tutti i personaggi sono uguali a me.

Cosa vuoi trasmettere ai tuoi lettori tramite la lettura di questo libro?

Piacere

Qual è il miglior consiglio  che hai ricevuto?

“Tutto ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma non necessariamente in questo ordine. “- Ronald Harwood, premio Oscar sceneggiatore di Il pianista e un grande amico.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Octavia, di Jane Shaw.

Dal punto di vista artistico che libro avresti voluto aver scritto?

An Improbable Marriage, superba biografia di Napoleone e Giuseppina di Evangeline Bruce.

Quale autore dovrebbe essere molto più conosciuto?

Jane Shaw.

Che consiglio daresti agli aspiranti scrittori?

Fate amicizia con la vostra creatività.

Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?

Diversi. Vedi http://www.kaymasonfoundation.org. Meglio ascoltare i bambini stessi! L’hanno detto in modo molto più eloquente di me.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?

Mi piace sentire quello che i miei lettori hanno da dire. Il modo migliore per contattarmi è quello di trovarmi sulla mia pagina fan facebook: http://www.facebook.com / richardmasonauthor

:: Recensione di Wienna di Christian Mascheroni (Las Vegas edizioni, 2012)

13 giugno 2012 by

“ E tu che ci vai a fare a Vienna?” gli domanda il trombettista mentre la voce della hostess ricorda di allacciare la cintura in fase di atterraggio. L’uomo soffia nell’aria, come se cercasse di dar vita a un oboe. Ogni movimento, ogni suo sguardo, lo riconduce alla musica.
Werner passa la mano sul finestrino.
“Sto tornando. Torno dalla mia Vienna. Me ne sono andato sette anni fa. Ho lasciato casa, famiglia, amici e… gli amici, ho lasciato soprattutto loro. O come li chiamo io, i miei miglioramici.”
“ E adesso hai deciso di restare? E cosa vuoi fare?” lo interrompe Borgun avvicinando la bocca al suo orecchio per farsi udire meglio. Il suo alito sa di biscotti e bourbon. Si strappa un pelo dalla barba crespa e lo guarda controluce.
“Voglio solo che non cambi nulla, anzi chiedo solo che non sia cambiato nulla” risponde Werner.

La memoria, l’amicizia, Vienna questi sono i temi principali al centro dell’ultimo romanzo di Christian Mascheroni, Wienna, edito dalla torinese Las Vegas edizioni. Una sorta di recherche piena di allucinazioni, fantasie, inganni e intrisa di ricordi d’infanzia e di adolescenza celebrati con un potente accenno evocativo che forse deformati appartengono all’autore o forse sono di esclusiva appartenenza della sua creatura letteraria Werner, un uomo di trent’anni, deciso a fare i conti con il passato, a dire addio alla sua città natale, a sua madre, ai suoi migliori amici, prima del salto definitivo verso un’altrove che ormai gli appartiene.
Wienna è un romanzo impegnativo, caratterizzato da una scrittura densa di significato, essenziale, colma di percezioni, che forse più di Proust mi ha ricordato il Kundera più intimistico e aspro di La vita è altrove e  nello stesso tempo mi ha messo addosso una grande malinconia, la stessa che ti mette osservare un paesaggio autunnale denso di nebbia, di foglie che cadono dai colori più sgargianti, di muschi cosparsi di rugiada. Mi ha colpito la forza e l’intensità con cui l’autore da vita ad un personaggio che emerge per sincerità e autenticità, una sincerità quasi dolorosa, un’autenticità quasi insopportabile.
Werner, trent’anni dopodomani, dopo una fuga durata sette anni, ritorna a Vienna sua città natale, cornice della sua infanzia, città–talismano profondamente impressa nella sua anima, nel suo sangue, luogo cardine che racchiude tutti i suoi affetti più sinceri, il senso stesso della sua vita. Il motivo della sua fuga giace sgualcito nei ricordi non privi di riflessi ambivalenti con un’unica  consapevolezza che gli risuona dentro: “Questa non è più la tua terra – e di questo ne è convinto a tal punto da essere addirittura consapevole. L’ha abbandonata, l’ha lasciata impietosamente, senza salutarla, e questo perché a ventitré anni aveva la strafottenza degli dei. Aveva marchiato a fuoco questa città come causa della sua piccolezza. Vedeva al polso e alle caviglie dei suoi coetanei viennesi le catene dell’omologazione, della mediocrità, colpa di un attaccamento alle origini e alla quotidianità a lungo termine che non condivideva. Lui non sarebbe finito come gli altri ecco quello che pensava.”
Sull’aereo che lo riporta a casa, mentre scrive l’ultimo dei suoi diari, l’incontro con un musicista jazz di Belfast quasi diventa metafora di tutto il libro. Vienna è una città che sa ascoltare, per cui sarà in grado di ascoltare anche la sua storia, di dare un senso alla sua voce. Werner sente che un male interiore lo divora, un male spirituale, una vera e propria malattia che non gli da scampo, che assottiglia il tempo, divora gli attimi e rende urgente l’esigenza di dire addio, salutare con un abbraccio, con una stretta, con un sorriso i suoi miglioramici Astrid, Florjan e Reinhold e sua madre che incontrerà senza essere visto, anche se i loro occhi si sfiorano per un fragile secondo, in un centro commerciale dove lei ormai invecchiata lavora in un negozio di giocattoli. Emozionante.

:: Un’intervista con Russel D. McLean a cura di Giulietta Iannone

12 giugno 2012 by

Ciao Russel. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Russel McLean? Punti di forza e di debolezza.

E ‘un piacere essere qui, e grazie per avermi invitato. Se volete scusarmi, mi limiterò a scivolare in terza persona per un momento:
Russel D McLean è uno scozzese di 31 anni con la barba e un amore sconfinato per la buona narrativa. Ama i libri, crede nel potere della parola scritta ed è assolutamente appassionato di buona narrativa convinto che possa cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Sì, anche narrativa di genere. Ha una laurea specialistica in Filosofia, ha trascorso alcuni anni pensando che potrebbe essere un attore, e ha trascorso oltre un decennio nel settore del libro.
E’ appassionato, autoironico e orgoglioso della sua barba. Probabilmente rimugina troppo sulle cose come è un po’ troppo goloso di cibo. Condivide il suo appartamento con una maschera maledetta. Questa ultima parte è al cento per cento vera.

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia piuttosto comune per molti versi. Se stai cercando di chiedermi come sono diventato uno scrittore, mia madre e mio padre mi hanno incoraggiato nel mio amore per i libri e per la narrazione. Come hanno fatto i miei insegnanti. La mia scuola elementare forniva libri in estate permettendomi di leggere durante le vacanze, così ho letto molto velocemente e molto spesso. Mio padre ha scritto alcune storie per la BBC e fu allora che ho capito che si poteva essere pagati per scrivere storie. All’università ho studiato inglese, filosofia e psicologia per i primi anni. Il fattore principale nella scelta di questo è stato andare a vedere Iain Banks al Festival di Edimburgo. Sembrava una buona idea all’inizio, ma alla fine ho scartato inglese e psicologia. Ho trovato che  studiando inglese stavo distruggendo il mio apprezzamento per la narrativa. E la psicologia era molto più noiosa di quanto mi aspettassi (ho letto un sacco di statistiche). La filosofia era la cosa migliore che avrei potuto fare per la mia scrittura. Influenza una grande quantità di quello che faccio. E, naturalmente, Wittgenstein riteneva che ci fosse più filosofia in una rivista pulp che in volumi di discorso filosofico!

Quando hai capito che avresti voluto essere uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime?

Come molti scrittori, mi raccontavano storie da quando ero molto piccolo. Alle elementari avremmo dovuto tenere un diario, annotare ogni mattina quello che avevamo fatto il giorno prima. Ho usato il mio diario per raccontare storie. Di solito queste storie sarebbero dovute continuare il giorno successivo. Dopo un po ‘il mio maestro ha smesso di cercare di farmi scrivere la verità e mi ha incoraggiato a scrivere queste storie strane. Ma ho iniziato davvero a scrivere in vista della pubblicazione circa intorno all’età di quattordici o quindici anni. Mio padre scriveva racconti per la radio e quindi sapevo che era possibile guadagnare una certa somma di denaro scrivendo. A circa quattordici anni, mi resi conto che avere qualche soldo in tasca era una cosa utile, mi misi di impegno e scrissi il mio primo romanzo per la pubblicazione. E ‘stato un tie-in per per la serie tv della BBC Doctor Who. La Virgin Publishing stava, a quel tempo, pubblicando romanzi che avevano come protagonista il personaggio base del programma e accettavano contributi da scrittori esordienti. Naturalmente per quando finalmente presentai il mio libro, persero la licenza. Ma era troppo tardi, ormai ero deciso a continuare a scrivere. Volevo essere uno scrittore di fantascienza, e per anni, e stato questo il genere su cui mi sono concentrato. Fu solo più tardi, dopo mio padre mi fece conoscere le gioie della letteratura crime grazie a scrittori come Elmore Leonard, che mi sono dedicato al  crime. Dopo poche false partenze, sono riuscito a pubblicare una storia breve nel Alfred Hitchcock Mystery Magazine e il resto, come si dice, è storia …

Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?

La strada per la pubblicazione è durata circa quindici anni da quel primo tentativo di scrivere un romanzo per un’ eventuale pubblicazione. Quegli anni sono stati riempiti con un sacco di rifiuti. Alcuni di loro davvero dolorosi. Il peggiore è stato quello per una sceneggiatura originale SF che avevo presentato ad un produttore. Ha chiesto di vederlo dopo la mia lettera di presentazione che avevo inviato. Lo script mi è tornato indietro strappato a brandelli, con strani disegnini a matita in tutto le pagine che sono stati lasciati. Ho cercato invano nella busta una parola di spiegazione e finalmente ho trovato una nota scarabocchiata in fretta in fondo alla prima pagina: ” Come potete vedere, neanche ai miei figli piace”. Forse quello era il momento in cui avrei dovuto rinunciare. Ma non l’ho fatto. Ho lavorato per ottenere un risultato migliore. Ho lavorato per mostrare a questo stronzo arrogante (che sono portato a credere ora non sia più nel business, che liberazione, finalmente!) che ero meglio di quello che lui poteva immaginare. Ho ancora avuto un sacco di rifiuti. Una volta mi fu respinto un libro per e-mail, in quindici minuti, da un agente. Ma ho continuato a lavorare e imparare. Il rifiuto è molto utile e istruttivo per uno scrittore. Non sarei lo scrittore che sono oggi senza di essi. È per questo che mi preoccupa la facilità con cui alcuni scrittori possono ora auto-pubblicare il proprio lavoro molto tempo prima di essere effettivamente pronti. Un bravo scrittore, come un buon whisky o un buon formaggio, ha bisogno di tempo per maturare. Anche dopo la mia pubblicazione su Hitchcock, ci sono voluti alcuni anni e due agenti per ottenere che i miei romanzi crime finissero nelle mani degli editori. Ma a quel punto, ero pronto. Devi soffrire un sacco di calci nel culo e imparare da loro. Un successo immediato nel business della scrittura, credo, non sia del tutto positivo. Devi lavorare e imparare e migliorare.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzato?

Questa è una di quelle domande che potrebbero andare avanti per ore! Tuttavia, cercherò di essere più rapido ecco i  primi tre:
1) James Ellroy
2) Elmore Leonard
3) Philip K. Dick
Ellroy mi stupisce per come ha preso il romanzo crime e ha fatto quello che fatto. La politica, la storia, l’economia di parole combinate con le trame che si snodano e che si uniscono in modi inaspettati … è vero, di tanto in tanto è anche scivolato (con THE COLD SIX THOUSAND, forse), ma mi piacerebbe riuscire a trovare quel livello di dettaglio, quella voce e quell’autenticità che trasuda da ogni suo libro.
Leonard è stato uno dei primi scrittori crime che abbia amato. Per i personaggi, i dialoghi, il narratore invisibile è lui il ragazzo giusto. Credo fermamente nelle sue dieci regole di scrittura, sono fondamentali.
Philip K. Dick era il mio idolo adolescenziale. Amavo i suoi libri. Ancora li amo. La prosa lascia un po’ a desiderare, questo è vero ma il gran numero di idee che gettava fuori, e il potere che aveva di farti rivedere il tuo modo di guardare il mondo, sono semplicemente incredibili.

Parlami del tuo processo di scrittura.

Come molti autori, ho anche un lavoro di giorno. Nel mio caso, io lavoro per una libreria. Così ho la tendenza a scrivere la sera, anche se grazie al mio fidato netbook posso scrivere anche in movimento. Le prime bozze possono essere scritto ovunque, in qualsiasi momento, anche se preferisco la comodità della mia scrivania per la riformulazione del lavoro.
In termini di processo per ogni libro è diverso l’approccio. Ho occasionalmente fatto scalette, altre volte ho fatto tutto di getto e ha usato il primo progetto come una guida estesa a quello che volevo fare (andando indietro e rimontando alcune parti finchè il tutto non si avvicinasse ad un romanzo leggibile). Dipende molto su ciò che ritieni giusto per la storia. Seguo una struttura a cinque atti, almeno nelle bozze iniziali. Proviene da una ossessione che ho avuto con la scrittura per la TV. Ed è stato utile per avermi aiutato a trovare il flusso di lavoro. Anche se salto alcune parti senza una vera pianificazione, in genere dopo aver scritto qualche migliaio di parole, annoto i cinque punti essenziali che voglio coprire dall’inizio alla fine. Il resto, naturalmente, è un mistero, e in generale l’atto finale (e il finale) tendono ad essere completamente diversi da quelli che mi inizialmente avevo previsto. Stranamente, ho ideato i romanzi McNee seguendo una sorta di struttura in cinque atti. Non dico che non ci saranno più libri della serie dopo il quinto volume, ma il quinto romanzo certamente segnerà una sorta di conclusione di una storia più grande che ho raccontato con questi libri.

L’Impiccato (The Good Son, 2008), ora edito in Italia da Revolver di Edizioni BD e tradotto da Matteo Strukul è il tuo romanzo d’esordio. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelarci il finale?

Quando un agricoltore locale, James Robertson, trova il cadavere di suo fratello che non vedeva da anni appeso ad un albero, assume il detective privato J. McNee – un uomo con i suoi propri problemi profondamente radicati – per indagare sulla vita del morto, per scoprire ciò che ha portato al suo suicidio . McNee durante le indagini scopre una connessione con il mondo sotterraneo di Londra e una connessione ancora più pericolosa nella sua città di Dundee. Attira l’attenzione di un paio di pericolosi gangster di Londra, e fin troppo consapevole del fatto che tutti stanno nascondendo la verità, McNee si ritrova attratto inevitabilmente verso uno scontro sanguinoso che minaccia di non lasciare nessuno in vita.

Cosa ti ha ispirato a scrivere il libro? Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura?

Come tutte le cose, è iniziato con un’immagine. Ero fuori per una passeggiata nei boschi di Tentsmuir – dove si trova il corpo di Daniel Robertson– e mi sono imbattuto in questo albero che è stato inaspettatamente imponente. Basta guardare quei rami spessi che mi hanno fatto pensare a cadaveri appesi (lo so che suona un po’ psicotico, ma questo è il modo in cui funziona il cervello di uno scrittore di crime) e improvvisamente ho avuto questa idea di un uomo che trovava un cadavere appeso. Più tardi, l’idea ha preso forma e sapevo che l’uomo aveva trovato suo fratello … da lì, beh, il romanzo ha iniziato a svilupparsi.

Può dirci un po’ di più sul protagonista, John “Steed” McNee ? Cosa lo rende diverso da gli altri investigatori privati?

Quello che è davvero affascinante nel processo di traduzione è che sembra che McNee abbia subito un leggero cambiamento di nome. Nella versione in lingua inglese, c’è una battuta circa il fatto che non abbia nome. Abbiamo sempre e solo visto un altro personaggio che inizia a chiamarlo “Ja-” prima di essere interrotto. Eppure, un certo numero di riviste italiane che ho visto si riferiscono a lui come “John”. Io non sono in realtà troppo preoccupato che lui venga chiamato “John” per il mercato italiano, ma è un po ‘strano. Comunque, per rispondere alla domanda, penso che McNee sia un personaggio incredibilmente tornito. Un sacco di PI hanno un “espediente” che li fa sembrare diversi dal branco, ma per McNee credo dipenda dal carattere, e dove McNee si distingue per me è che lui non è semplicemente una “cinepresa” utilizzata per visualizzare l’inchiesta. Il libro riguarda tanto il suo viaggio emotivo quanto le cose che scopre o il suo caso in esame. E ‘complesso, e ammetto che ho corso un rischio, rendendolo a volte difficile da piacere. Può essere molto testardo e talvolta frustrante, ma sotto tutto questo è qualcuno che cerca di dare un senso a un mondo che ha preso così tanto lontano da lui.

Raccontaci qualcosa degli altri personaggi.

Mi piace il cast di supporto. Susan era inizialmente ispirata a qualcuno che conoscevo, ed è cresciuta in questo carattere brillante che persino mi sono un po ‘innamorato. Sembra che tutti vogliano che lei e McNee si mettano insieme. Vedremo cosa succederà … Susan è incredibilmente equilibrata e una professionista assoluto. Lei non lascia che le sue emozioni abbiano la meglio su di lei cosa che invece succede a McNee stesso e fa di lui un personaggio un po’ pazzo. Ma credo che si preoccupi troppo per certi versi, soprattutto di McNee, e ho la sensazione che c’è una vulnerabilità che può funzionare contro di lei un giorno. Spero di no, però.
George Lindsay è il tipo burbero, un detective anziano che era iniziato come uno scherzo ed è diventato, durante la continuazione della serie, uno dei miei personaggi preferiti. E ‘un professionista che si nasconde dietro questo muro di profanità. Egli non vuole come chiunque, non si fida di nessuno. E ancora alla fine della giornata, si vede in alcuni squarci che fuori dal lavoro è un uomo molto diverso.

David Burns è un duro che sta invecchiando. Amo questo tipo di personaggio – il delinquente pericoloso. Ai suoi occhi ogni sua azione è giustificata, non riesce a vedere che è un truffatore. Invece si vede come un padre di famiglia che fa quello che deve fare. E ‘veramente pericoloso proprio perché pensa di essere uno dei buoni.

In L’impiccato, quale è stato il personaggio più difficile da scrivere e perché? Quello più semplice e perché?

Penso che Susan sia stato un personaggio molto difficile da scrivere. Gli uomini hanno l’abitudine di scrivere personaggi femminili semplicemente come “interessi amorosi” in misura diversa, anche quando cercano di renderli qualcosa di più. Non volevo che Susan cadesse in questa trappola. Né volevo che diventasse un personaggio maschile vestito da donna. Un sacco di gente voleva che lei e McNee finissero a letto entro la fine del primo libro. Non potevo lasciare che questo accadesse, perché nella mia esperienza, una cosa del genere semplicemente non sarebbe successa soprattutto in considerazione delle situazioni che stanno dietro. Ma c’è speranza. E mai dire mai.

Quanti libri sono previsti per la serie?

Se riesco a farla franca, ci saranno cinque romanzi. Siamo di nuovo ad un atto definitivo di una struttura a cinque. So che più o meno è ciò che accade con ogni libro. E so quale sarà l’ ultima scena. Ma, naturalmente, tutto potrebbe cambiare radicalmente lungo la strada.

Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: James Ellroy, Cornell Woolrich, David Goodis, James Crumley, Jim Thompson, Charles Willeford, Joseph Wambaugh, James Lee Burke, John Connolly, Tony Black, Ken Bruen, Allan Guthrie.

Si prega di tenere presente che sto descrivendo il loro lavoro e non necessariamente la persona:
James Ellroy: geniale. Cornell Woolrich: da leggere (una lacuna scioccante nella mia carriera di lettore, lo so). David Goodis: influente. James Crumley: insostituibile. Jim Thompson: psicotico. Charles Willeford: unico. Joseph Wambaugh:  vero. James Lee Burke: che toglie il respiro, John Connolly: nervoso, Tony Black: grintoso, Ken Bruen: poetico, Allan Guthrie: intenso.

Dammi la tua definizione di “tartan noir”. Quali sono i migliori esponenti di questa scuola?

Io non sono un grande fan della definizione “Tartan Noir”. Penso che in realtà suoni un po’ “troppo delicata”. E ‘la giustapposizione di un cliché l’essere scozzese contro questa idea di qualcosa di molto oscuro e imponente. Ma io credo che il romanzo poliziesco scozzese sia tra i migliori al mondo e spesso tra i più oscuri. Alcuni dei miei lavori preferiti di narrativa scozzese noir proviene da nuovi autori che stanno cominciando a prendere i loro spunti dal noir classico degli Stati Uniti con l’aggiunta di un taglio distintivo scozzese. Ragazzi come Tony Black, Allan Guthrie e Ray Bank sono davvero formidabili. Di recente ho scoperto Denise Mina e penso che sempre di più avrebbe potuto adattarsi alla descrizione di noir. Direi che mentre sono dannatamente bravi, gente come Stuart MacBride e Ian Rankin, in realtà non scrivono “noir” tanto quanto io non scrivo hardboiled. Ma fanno bene accidenti. E ‘una definizione molto sottile. Fondamentalmente, non è possibile definire per iscritto il crime scozzese. Penso che per definirlo in modo esauriente sia troppo poco il tempo che abbiamo qui.

Leggi le recensioni dei tuoi libri?

Ho letto le recensioni. Ma sono selettivo in quello che prendo da loro. Non prendo le lodi troppo sul serio, e sto attento a non prendere il negativo troppo sul personale. Credo che a volte le recensioni di Amazon siano un buon barometro anche se mettere uno o cinque stelle penso che sia un po’ povero e che alcune recensioni siano inutili o iper-critiche con l’autore nella misura in cui ti chiedi se la persona ha davvero letto il libro. Si prende il buono e il cattivo. Uno o due recensioni mi hanno davvero ferito e alcune mi hanno esaltato. Ma una volta che il libro è là fuori, non c’è niente che tu possa fare. Ma le ho letto tutte perché a volte si può imparare qualcosa di utile e perché è sempre interessante vedere quello che i lettori e i critici hanno da dire.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

L’ultimo libro che ho finito è stato Getway l’ottimo secondo romanzo di Lisa Brackman –ambientato in un resort messicano, con protagonista una recente vedova coinvolta accidentalmente  con bande di droga e spie della CIA. Mi ha fatto pensare un po’ a Don Winslow in uno dei suoi momenti più d’evasione – vale a dire che si tratta di intrattenimento di altissimo livello con alcuni sprazzi reali sotto tutte le azioni. Ora sto cercando il suo primo romanzo… In questo momento, però, sto leggendo YOU CAN DIE TRYING di Gar Anthony Haywood. E ‘un libro brillante. Ho amato le cose di Haywood per anni. Se si riuscisse a ottenere una traduzione dei libri di Haywood, sarebbe consigliabile leggerli. Assolutamente fantastico. Il suo PI, Aaron Gunner merita di essere riconosciuto come uno dei grandi.

È molto importante vincere premi letterari? Aiuta a vendere?

Sono incerto su questo. In alcuni casi, forse. In altri casi, no. Penso che è più importante per i professionisti del settore che per i lettori. Ma non può far male vincerne alcuni. Tuttavia, sono sicuro che se non fossi mai stato nominato per il Booker, molti lettori non mi avrebbero conosciuto. L’impiccato è stato nominato per un PWA Shamus Award nel 2010. Questo è stato un piccolo e prezioso pezzo di “kudos”. Ma penso importi più alla gente del settore che ai lettori, anche se aiuta a far si che il tuo libro sia notato. Fondamentalmente, finchè la gente continua a leggere e godersi i miei libri, non mi interessa come abbiano scoperto la loro esistenza. Preferisco i miei lettori di vincere premi ogni giorno.

Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come i lettori possono entrare in contatto con te?

Penso di avere un rapporto abbastanza buono con i miei lettori. Io preferisco incontrarli in occasione di eventi e conventions e in libreria. Online, è tutto un po’ strano, anche se parlo un sacco con la gente su Twitter (@ russeldmclean) e su facebook (ho una fan page e una pagina personale – basta cercare Russel D McLean). Il mio sito web deve essere aggiornato, e una volta che trovo il mio webmaster lo sarà (sembra essere svanito dalla faccia del pianeta – se ci stai leggendo, basta che ti metti in contatto, uomo). Ho anche un blog http://www.dosomedamage.com e meno frequentemente sono raggiungibile sul mio blog theseayemeanstreets.blogspot.com

Verrai in Italia per presentare i tuoi romanzi?

Mi piacerebbe venire in Italia per promuovere i libri e incontrare i lettori. Chiunque legga questo dovrebbe bombardare Revolver con le richieste per farmi venire in tour. Adoro fare eventi e parlare con la gente sui libri e la letteratura crime in generale.

Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?

Ho un progetto top secret in lavorazione al momento. Ma a settembre, scatenerò il terzo romanzo McNee sul Regno Unito. Sono molto, molto eccitato al riguardo. Spero che i miei lettori in Italia si divertano a leggere L’Impiccato, e, se il libro si rivelerà essere popolare, mi piacerebbe che anche il 2 e il 3 della serie trovassero la loro strada e fossero anche tradotti.

:: Recensione di Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

11 giugno 2012 by

Arriva l’estate… forse, visto che il tempo fa le bizze e quello che gli pare! Ma quando arriva il bel tempo si è spesso a caccia di un libro spassoso e divertente da leggere mentre si è in vacanza o semplicemente sdraiati nel giardino di casa a prendere il sole, ed ecco sbucar fuori Cose da salvare prima di innamorarsi di Daniela Grandi, giornalista di La7. Il romanzo edito dalla Newton e Compton incuriosisce a partire dalla suddivisione dei capitoli che ad un attenta osservazione si scopre essere costituita da una serie di titoli di film (eccone alcuni: Miss detective, Radio Days, Proposta indecente, Charlie’s Angels, Ragazze vincenti, Chiamami Aquila). Gustosa – non solo perché ci sono di mezzo i prosciutti – e intrigante è la vicenda. Cosa potrebbe accadere in una piccola comunità – Parma e provincia-  se uno dei suoi maggiori imprenditori nella produzione di salumi – Elio Fiaccadori- dovesse sparire nel nulla senza lasciare la minima traccia di sè?  Detto fatto. La provincia parmense si anima cominciando a diffondere domande e ipotesi di vario tipo: rapimento? Omicidio? Suicidio? Fuga volontaria? Amanda, giornalista di una piccola tv locale, è già pronta a scendere in campo per indagare sul caso, peccato che le sue aspettative subiscono subito un battuta d’arresto, perché dalla televisione la giovane protagonista viene mandata a rinforzare lo staff di Radio Cuore occupandosi di servizi su sport estremi, facendo l’inviata a San Remo e sopportando le solite colleghe scosciate che avanzano di carriera non tanto per le loro capacità lavorative, ma solo per le incontenibili forme da pin-up. Amanda non si fa pestare troppo i piedi e con le inseparabili amiche di sempre – le Ghise – comincia una nostrana indagine sulla scomparsa del Fiaccadori, per scoprire che fine abbia fatto il re dei prosciutti.  Tra una puntata in palestra, un cornetto alla cioccolata, una tappa nella trattoria locale, affiancata ad inseguimenti rocamboleschi, Amanda e le compagne riusciranno a sbrogliare la complicata matassa riguardante l’oscuro caso del magnate degli insaccati. Giusto perché il lavoro non è abbastanza complicato, anche la sfera sentimentale della spumeggiante prima attrice subirà un terremoto emotivo. Amanda è cotta d’amore – almeno crede – del suo Mathieu, un aitante docente universitario serio e dal carattere monolitico che lavora a Parigi. La coppia si adora, ma la distanza mette a dura prova la loro relazione. In realtà, più che la lontananza e il fatto che Mathieu non condivida le scorribande della fidanzata con le Ghise, il tutto si complica quando la protagonista incontra Nicola (il suo nuovo capo): un adulto sbarazzino ammaliante come un divo hollywoodiano.  Se fosse solo la bellezza da star di lui a creare subbuglio nel cuore della giornalista non ci sarebbero problemi. La circostanza diventa più intricata nel momento in cui il bel Nicola comincia a farle la corte senza porsi limiti, e  all’improvviso Amanda  si accorge di avere una scia chilometrica di spasimanti ai suoi piedi. Che fare? Chi scegliere?  Ma soprattutto chi è il vero amore da seguire? Tutte domande che punzecchiano con vivacità l’animo della protagonista. Con Cose da salvare prima di innamorarsi Daniela Grandi ha dato il via alla seconda effervescente avventura che ha per attrici narrative Amanda e le Ghise (la prima sempre edita da Newton è Il club dei pettegolezzi) impegnate a districarsi tra le schermaglie d’amore e il lavoro. Il romanzo è ben scritto e le pagine sono come le ciliegie: una tira l’altra. Non c’è che dire, la trama è avvincente da subito. In essa la quotidianità di un piccolo paese di provincia conquista la ribalta dei media grazie all’agire dei suoi abitanti. Curiosità, pettegolezzo, intrecci amorosi, intrighi economici, un pizzico di suspense e azioni da commedia fanno del romanzo della Grandi un libro nel quale è facile ritrovare molti comportamenti umani tipici della nostra provincia italiana, dove il vivere di Amanda e di chi si trova con lei porta noi lettori – forse è meglio lettrici in questo caso –  a ridere,  a divertirci e a chiederci se c’è qualcosa da salvare prima di innamorarsi.

Daniela Grandi è nata a Parma nel 1969, ma vive da tempo a Roma dove lavora come giornalista a La7. Nel 2009 ha pubblicato con la Newton Compton il romanzo Il club dei pettegolezzi.

:: Recensione di I libri ti cambiano la vita di Romano Montroni (Longanesi, 2012) a cura di Viviana Filippini

10 giugno 2012 by

Se mi chiedessero a bruciapelo quale libro mi ha cambiato la vita, così su due piedi, non saprei proprio cosa rispondere.  Il mondo dei libri è ricchissimo, se poi si comincia a leggere tardi come ho fatto io – accidenti a me che pensavo ai cartoni animati solo e a giocare!- sceglierne uno in particolare di libro diventa un ardua impresa. Pensandoci però qualche istante la risposta si fa chiara, ed ecco affacciarsi nella mente il romanzo che forse non mi avrà cambiato la vita, ma ha scatenato la passione, un po’ tardiva (ho letto il mio primo libro intero – Due di due di Andrea de Carlo –  a 15 anni) per la lettura e soprattutto mi ha aiutata a capire che i libri possono diventare  il cibo per la mente. Questa riflessione l’ho fatta appena ho visto tra gli scaffali della mia abituale libreria il libro curato da Romano Montroni, I libri ti cambiano la vita, pubblicato da Longanesi. Non è un romanzo, non sono racconti e non è nemmeno un saggio letterario, ma è una raccolta di 100 testimonianze di personaggi del mondo culturale italiano, che ci dicono quale è stato il libro più importante della loro esistenza. Scrittori, giornalisti, attori, cantanti (Lucio Dalla apre la serie di opinioni con la curiosa e intensa riflessione su Io e Dio di Mancuso) e presentatori televisivi. Tra le pagine si trovano i grandi classici della letteratura mondiale – da Omero, a Dante, passando per Cervantes, Manzoni, Dostoevskij, Tolstoj, Proust, e Kafka -, ma poi compaiono libri meno famosi,  scritti da autori semisconosciuti come Il dissenso di Dominick di Kops una romanzo di formazione  psichedelico che ha affascinato Vanna Vinci, o Il demone meschino di Sologub, tanto influente per Daria Bignardi e par la protagonista del suo romanzo Karma pesante. Ogni testimone si è messo in gioco andando a recuperarne nei vari cassetti della memoria la storia narrata e letta che ha maggiormente influito sulla propria vita, creando in questo modo una raccolta di libri che fornisce al lettore testimonianze emotive, personali e libri da leggere. Inoltre, I libri ti cambiano la vita, è stato concepito per un finalità nobile: contribuirà alla ricostruzione della Biblioteca di Aulla. Dal mio è punto di vista il volume curato da Montroni può essere letto in due modalità: tutto d’un fiato,  oppure preso a piccole dosi giornaliere, per riscoprire nel tempo il perché Serena Dandini ha apprezzato Ritratto di Signora di Henry James, perché Pennacchi ha letto molte volte L’isola misteriosa di Verne, o ancora quanto è stato influente per Silvia Avallone A sangue freddo di Truman Capote. Ma allora i libri la cambiano sì o no la vita? In certi casi sì, in altre situazioni magari non la trasformano, ma aiutano i chi legge a migliorare se stesso e il proprio modo di vivere. Certo i libri non parlano e non respirano, ma ogni volta che ne prendiamo uno tra le mani e decidiamo di leggerlo, non so se ve ne siete mai resi conto cari amici lettori, noi entriamo dentro le pagine della storia narrata.  L’atto della lettura rappresenta l’inizio di una relazione a due e di un dialogo nel quel una parte – il libro –  dona il suo essere e sapere e l’altra – il lettore – riceve. Il tutto in una migrazione di conoscenze ed esperienze che alla fine lasciano sempre un segno nel nostro animo umano e di lettori. I libri  ti cambiano la vita è una raccolta di opinioni letterarie, ma allo stesso tempo è un bell’esempio di metalibro, perché è un libro che parla di libri, dove ogni testimonianza riportata, non solo ci fa capire quanto un romanzo, un testo filosofico o una raccolta poetica abbiano inciso nell’animo di chi ha contribuito alla raccolta curata da Montroni, allo stesso tempo questo testo ci suggerisce – scusatemi la ripetitività – altri libri da leggere e riscoprire. I libri ti cambiano la vita è interessante, perché ci aiuta a capire quanto è importante l’azione della lettura, in quanto leggendo si impara a conoscere quello che è fuori dal nostro abituale contesto socio-culturale del vivere quotidiano. Inoltre, il libro di Montroni ci fa comprendere che i libri non devono solo essere letti e riposti sullo scaffale. E’ sì importante leggere, ma anche parlare ad altre persone dei libri letti, cercando di far conoscere le opere di un autore, di incuriosire chi incontriamo sulla nostra strada creando – e lo spero di cuore – nuovi lettori. In questo modo si intreccia una dialogo nel quale assieme allo scambio di pareri, sarà possibile stimolare la passione per la lettura in qualcun altro, altrimenti perché sarei qui a suggerirvi di leggere I libri ti cambiano la vita?

Romano Montroni (Bologna, 1939) è diventato libraio, giovanissimo, per caso. Dopo una prima esperienza nel mondo della distribuzione, dal 1962 ha sempre lavorato nelle Librerie Feltrinelli, delle quali è stato direttore fino al 2000. Professore a contratto nel master in Editoria cartacea e multimediale di Umberto Eco presso l’Università di Bologna, dal 2001 è docente della Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri nei seminari di perfezionamento e nei corsi monografici. Da luglio 2005 collabora con le Coop per la realizzazione della catena librerie.coop in alcuni centri cittadini e commerciali. Nel 2006 ha pubblicato Vendere l’anima. Il mestiere del libraio (Laterza), che è stato tradotto in spagnolo (Vender el alma. El oficio de librero, Libros sobre libros), e nel 2007 ha tenuto seminari di perfezionamento a Città del Messico (Seminario Internacional para Editores y Libreros) e a Buenos Aires (32ª Exposición Feria Internacional de Buenos Aires). Le sue grandi passioni, naturalmente dopo le librerie, sono la musica classica e la bicicletta. Negli ultimi quarantacinque anni, grazie al suo lavoro ha conosciuto romanzieri e poeti, editori, librai e magazzinieri, studenti e professori, cantanti e musicisti, politici e scienziati, professori e intellettuali, giornalisti e critici, comici e attori. Ha selezionato e formato oltre seicento librai e inaugurato una cinquantina di librerie.

:: Recensione di L’uomo nero di Luca Poldelmengo (Piemme, 2012)

10 giugno 2012 by

Nessuno doveva avvicinarsi alla sua nuova vita. Nessuno doveva metterla in pericolo.
Aveva piantato cartelli tutt’intorno: sciò, via, girare al largo, proprietà privata.
L’albanese non aveva voluto leggerli. Peggio per lui.
Si sentiva forte. Si sentiva giusto. Si sentiva vero.
Pollice verso l’alto, indice e medio disteso, anulare e mignolo ripiegati sul palmo: la mano destra si era trasformata in automatica. La teneva parallela a terra, come i gangster dei film americani.
L’uomo nero gongolava nel bagno di casa sua.

Luca Poldelmengo, promettente sceneggiatore romano classe 73, autore del soggetto e co-sceneggiatore di Cemento armato diretto da Marco Martani, dopo il suo esordio nella narrativa con il convincente noir Odia il prossimo tuo edito da Kowalski nel 2009 vincitore del premio Azzeccagarbugli come migliore opera prima, torna al noir con L’uomo nero, edito da Piemme nella collana Piemme Linea rossa e lo fa confermando un talento decisamente confortante in un panorama letterario in cui definiscono come noir quasi qualsiasi cosa.
Poldelmengo è bravo a intessere trame che vedono più personaggi alternarsi sulla scena e non uso il termine scena a caso. La sua visione d’insieme è corale, da il meglio di sé quando alterna più voci. Altra caratteristica che penso derivi dalla sua formazione è la costruzione dei personaggi visivamente, come se ogni scena fosse costituita da tanti fotogrammi che si susseguono su uno sfondo nero, anzi nerissimo, privo di rassicuranti appigli o consolanti giustificazioni. Il male è il nucleo centrale del suo lavoro dal quale emana il guasto sentore di violenza e sopraffazione che circonda i personaggi tutti in diversa misura colpevoli e avvelenati. Tuttavia i suoi personaggi non sono irritanti o sgradevoli anzi una certa empatia li avvicina ai lettori che pur vedendoli come sono con difetti e debolezze quasi si affeziona, quasi soffre per le loro sconfitte o i loro crimini. Non c’è riscatto, non c’è espiazione, non per tutti almeno.
Tre personaggi sono al centro di L’uomo nero:  Gabriele, Filippo e Marco. Tre uomini in varia misura sconfitti dalla parte “nera” che portano dentro. Gabriele è il classico uomo che si è fatto da sé, dalla scuola alberghiera a capitano d’industria tutto grazie alla sua relazione con Ginevra, ricca possidente romana e al suo modo disinvolto di scambiare favori e passare mazzette. Prossimo passo il matrimonio, poi il rischio di perdere tutto lo trasforma in mandante di un omicidio. Filippo, il personaggio che tra i tre mi ha più incuriosito, è il più tormentato, avrebbe tutto per essere felice, una moglie, una figlia deliziosa, un lavoro come autista di Gabriele, e invece perde tutto, ed è costretto a dare il peggio di sé proprio per amore, proprio per assicurare un futuro alla sua famiglia fino a trasformarsi in assassino. Poi c’è Marco, un poliziotto contro la sua volontà, oppresso da un padre accentratore e dispotico, un debole infondo, uno sconfitto che solo l’omicidio di sua sorella, l’unica persona che ama e che rispetta, lo porterà a fare i conti con se stesso, a cercare vendetta, a far emergere un uomo nuovo.
Sullo sfondo Roma, il traffico caotico, i campi rom, gli alberghi di lusso. Capitoli brevissimi, fulminanti, alternarsi di voci, brusio confuso, silenzio.

:: Recensione di Il bosco morto di James Sallis (Neri Pozza/Giano, 2008) a cura di Giulietta Iannone

9 giugno 2012 by

Avete presente il limbo? Quel ballo in cui si passa sotto un bastone che si abbassa sempre più. Così è la speranza solo che, ogni anno che passa, il bastone lo vediamo salire, non scendere.
“Tienila pure tu, la speranza. Io non credo di portarmela dietro.”
Arrivarono i nostri piatti, serviti dal proprietario del ristorante in persona. Nel corso dell’operazione Susan rimase in silenzio, e attese che con un altro viaggio in cucina l’uomo ci portasse un cestino di pane.
“Invece sì”disse infine.

Uscito in Italia nel 2004 con il titolo Cypress Groove Blues nella collana Nerogiano di Giano Il bosco morto (Cypress Groove, 2003), tradotto con la solita limpida naturalezza e sensibilità da Luca Conti, è il primo volume della trilogia dedicata da James Sallis a John Turner, trilogia che comprende oltre a questo titolo La strada per Memphis (Cripple Creek, 2006)  e Salt River ( Salt River, 2007) sempre editi Neri Pozza/Giano.
Con in sottofondo il suono di un banjo, non riesco a non pensare al virtuosismo del banjo che duella con la chitarra in Un tranquillo week end di paura, e sullo sfondo un panorama di campi immobili di granoturco, cappelli di paglia sfilacciati, il cigolio di una vecchia sedia a dondolo, una pompa di benzina arrugginita, zanzariere alle porte, il frinire delle cicale, verande dove passare le serate o aspettare il postino, si dipana una storia quasi sussurrata in cui l’amara bellezza non risiede nell’indagine, più che altro un pretesto narrativo, anche se c’è sì un morto, c’è uno sceriffo, c’è un colpevole, ma più che altro nei picchi lirici, nella costruzione dei personaggi con luci e soprattutto ombre, nell’atmosfera che si respira, nel passato che si intreccia con il presente e dona profondità ad un vissuto venato di tracce intime e introspettive.
John Turner, il protagonista e narratore in prima persona, a prima vista è il tipico eroe solitario di tanta letteratura americana epica in bilico tra la libertà degli hoboes e il ruvido isolamento di chi ha un passato ingombrante da nascondere e dimenticare. Ma grattando la superficie, scavando un po’ più a fondo emerge il profilo di un uomo che si staglia contro la luce accecante dell’orizzonte con una certa singolarità ben lontana dai classici stereotipi o cliché.
Il bosco morto è stato definito un noir, anzi un country noir, per quel retrogusto rurale e rustico che si insinua tra le pieghe di una storia apparentemente convenzionale, ma se ne osserviamo in filigrana le venature ci accorgiamo che i silenzi contano quanto i dialoghi, la lentezza cadenza una certa monotonia riflesso di un disagio esistenziale illuminato da passaggi poetici in cui la natura emerge potente e impenetrabile, il pessimismo non è così marcato e assoluto anzi se vogliamo ad infrangere quasi la legge fondamentale del noir c’è pure un lieto fine.
Essenziale la trama: Lonnie Bates sceriffo di uno sperduto e polveroso paesino nella campagna del Tennessee si trova ad indagare sull’omicidio di un vagabondo. Non venendocene a capo decide di chiedere aiuto al detective in pensione Turner, un uomo misterioso con un passato doloroso che vive in quasi completo isolamento in una capanna persa tra i boschi e un lago. Turner accetta di diventare suo consulente e pian piano, mentre avanza nell’indagine e fa i conti con il suo passato, ritorna alla vita civile iniziando una delicata amicizia, fatta di silenzi e profonda comunione, con Valerie Bjorn della Polizia di Stato.
Una curiosità: non ho potuto non vedere in John Turner il volto scavato e vissuto di Clint Eastwood.

:: Intervista con Biagio Proietti e Diana Crispo a cura di Stefano Di Marino

9 giugno 2012 by

SDM. Cominciamo con una domanda ‘ delicata’. La TV di Oggi e quella degli anni ‘70. È  mio parere (e non solo) che la fiction attuale sia piuttosto povera di contenuti ed emozioni. Ma è vero? Qual è la tua opinione in merito?

BP.Sono un critico partigiano, quello che vedo lo trovo molto brutto. Quali i difetti principali? Un buonismo eccessivo, una incapacità a descrivere personaggi(anche per colpa di pessime regie e pessimi attori), una superficialità anche nell’affrontare temi scottanti e importanti. Diciamo che mi pare una marmellata, dove si mette troppo zucchero a posto della frutta necessaria. Sicuramente posso essere accusato di partigianeria ma non credo che abbiano ragione. Si parla molto di ritmo ma spesso c’è solo il vuoto, di corsa.

SDM .Come si lavorava in TV negli anni 70?

BP. In modo estremamente individuale, gli autori scrivevano un progetto o un soggetto e lo portavano ai responsabili degli sceneggiati o originali televisivi. Se piaceva ti facevano il contratto di commissione, a volte affiancavano alcuno di loro fiducia per la sceneggiatura, a me non è successo mai, anzi in alcuni casi sono stato chiamato per revisione o addirittura per riscrivere, diventavo io l’autore di fiducia, ma non per appartenere a un gruppo o a un colore partitico( di tutto posso essere accusato, mai di essere democristiano). Una volta finita la sceneggiatura cominciavano le riunioni per la definitiva approvazione. A quel punto, sceglievano il regista ì, se non faceva parte anche lui del progetto dall’inizio, come capitava per i grandi , D’Anza, Bolchi, Maiano. Il regista parlava con gli sceneggiatori, chiedeva qualche piccola modifica, poi cominciavano le riprese. Ricordiamoci che subito dopo il titolo del programma appariva il nome dell’autore o degli autori, a caratteri cubitali, adesso per trovare gli autori ci vogliono lenti d’ingrandimento e individuarlo in un plotone di nomi.

SDM. Scrivere un soggetto originale e adattare un testo già esistente(sto pensando ai lavori di Durbridge di cui mi hai parlato). Differenze e difficoltà…

BP Durbridge è un fenomeno particolare che andrebbe studiato non tanto per il suo valore ma per come è stato presentato in Italia. Durbridge scriveva per la BBC storie che si sviluppavano in cinque ,sei puntate di 25 minuti. La RAI acquistava i copioni tradotti dalla Cancogni ma chiedeva di portare le puntare a 60 minuti perché li mandava in prima serata . questo successe per La Sciarpa -Paura per Janet – Giocando a golf una Mattina- Melissa, questi ultimi due adattati e diretti dal grande Daniele D’Anza. Poi D’Anza non li fece più quindi la RAI chiese a uno scrittore di fare questa sceneggiatura che per motivi contrattuali loro continuavano a chiamare adattamenti, ma per portare storie alla durata doppia non era sufficiente allungare i diavoli, si entrava nella struttura, si modificavano personaggi, si inventavano di nuovi, . soprattutto si proponevano nuove situazioni, trenta minuti a puntata di giallo non sono uno scherzo-Io ne ho fatti 3 ( fui scelto perché venivo dal successo di Coralba) :Un Certo Harry Brent – Come Un Uragano – Lungo Il Fiume E Sull’acqua sono stati grandi successi, anche perché partendo da una macchina costruita bene io potevo permettermi di fare cambi sostanziali, per il terzo feci cose folli, un bambino di pochi anni divenne un ragazzo, l’assassino rimase lo stesso ma il complice no, insomma era più  che Durbridge.  Dopo non volli farne più , mi ero conquistato sul campo il diritto di scrivere il primo giallo italiano, perché ambientato in Italia e con tematiche importanti della nostra società: Dov’e’ Anna? scritto in coppia con  Diana Crispo mia moglie, con quale avevo scritto già cose importanti per la radio-Biagio e una raccolta delle sue opere principali

SDM. Quali sono i tuoi lavori televisivi ai quali sei più affezionato?

BP A parte l’ovvia risposta tutti, direi che sono tre: Dov’e’ Anna? – Storia Senza Parole , che segnò il mio esordio nella regia, Sound, perché è uno dei più belli ma   purtroppo quello che ebbe minore successo, forse perché era non un giallo ma una storia di fantascienza. Però mi sono già pentito della risposta, perché amo molto Miriam che Diana Crispo e  io sceneggiammo da un racconto di Truman Capote, La Casa della Follia da un racconto di Richard Matheson con un grande attore come Luigi Pistilli e la splendida Olga Karlatos, La Mezzatinta ambientato nella Napoli di oggi ma tratto da un racconto gotico di Montague James. Guarda caso sono tutti filmtv anche diretti da me e presentati nella serie Il Fascino dell’insolito che curavo io per la rete 2.

Diana Crispo – Mi aggiungo alla risposta, perché vorrei suggerire una serie di originali televisivi che scrivemmo per RAIUNO dal titolo IL Filo E Il Labirinto  che trattava temi di mistero al limite del paranormale. Il più bello per me era quello diretto da Biagio L’armadio che nasceva da una mia idea: una donna trovava la felicità  richiudendosi in un armadio  che nella sua mente diventava una grande stanza bianca che lei riempiva di tutti gli oggetti amati, una sorta di culla nella quale ritrovare se stessa. Una bella storia molto ben diretta.

SDM. Recentemente ho visto  ‘ L’ultimo aereo per Venezia’ che è una ‘cronaca raccontata’… piuttosto differente da altri tuoi lavori. Secondo quali criteri hai lavorato adattando il caso Ghiani-Fenaroli alle esigenze di una fiction televisiva?

BP Anch’io l’ho rivisto recentemente e mi sono baciato da solo , non tanto per la trama ma per il linguaggio scelto,  totalmente innovativo. Io ho sempre adorato Daniele D’Anza, quindi non diminuisco la grandezza della sua figura se dico che l’idea del linguaggio fu mia, lui ebbe la grande intelligenza di capirla e di seguirmi . L’idea era quella di scrivere una storia usando il linguaggio televisivo nuovo, quello delle inchieste giornalistiche e dei telegiornali, per fare questo non sentivamo le domande di un commissario che non parlava mai, sentivamo solo le risposte dei personaggi che rispondevano direttamente alla telecamera. Una roba nuova e rivoluzionaria che purtroppo non ebbe seguito, ma dette allo sceneggiato un ritmo pazzesco. Tutto questo per raccontare una storia complessa come quella dove si ricostruiva, con nostre interpretazioni il famoso caso Fenaroli -Ghiani. Quello che mi dispiace è che nessuno ha seguito poi questo stile, che davvero è ricco di ritmo, da non confondere con la frenesia fine a se stesso.

SDM: Molti degli interpreti dei tuoi lavori erano attori con esperienze teatrali. Scrivere per la televisione comporta delle differenze sia con la sceneggiatura teatrale che cinematografica… vuoi parlarcene?

BP La differenza di scrittura fra cinema teatro e televisione – poi parleremo della letteratura- non dipende dagli attori ma dal mezzo di comunicazione. Comune a tutti è l’intento di raccontare una storia e cercare di agganciare il pubblico – a Roma diciamo acchiappare – diversi sono gli strumenti  che ha a disposizione l’autore. Se un attore è bravo sa benissimo adattare il suo stile di recitazione al mezzo, non parlerà in televisione come fa in teatro , altrimenti vuol dire che è un mediocre attore e il regista è peggiore di lui. Comunque devo dire che gli attori negli sceneggiati degli anni settanta erano veramente bravi , almeno quasi tutti . Pensate a Alberto Lupo , che allora riceveva anche critiche , ma a rivederlo si capisce quanto era bravo e quale fascino aveva, bucava il video. Nel rivederlo direi che è l’attore più moderno che abbiamo avuto. Forse perché gli volevo bene.

SDM: Adesso avete scritto CHIUNQUE IO SIA tratto da LA MIA VITA CON DANIELA del 1976. Come mai?

DIANA CRISPO – Rispondo io . Abbiamo deciso di farne un romanzo perché quando  abbiamo rivisto lo sceneggiato dopo tanti anni lo abbiamo trovato ancora interessante e ci sembrava che la storia, non solo fosse di estrema attualità , ma potesse avere uno sviluppo sulla carta diverso e molto stimolante.

BP  Speriamo di esserci riusciti, noi abbiamo avuto l’impressione che nello sceneggiato, non per colpa del regista ma nostra, alcuni temi fossero rimasti in aria, senza arrivare ad una piena espressione. Con il romanzo abbiamo puntato a questo e crediamo di esserci riusciti , almeno a leggere la recensione di tale Di marino che ha coniato una definizione che gli ruberò: giallo dell’anima.

DIANA CRISPO – Una donna, abitata da due donne , come dice lei, deve assolutamente capire chi è stata e soprattutto chi è. Non solo quale delle due , forse è diventata una terza persona? Questa è diventata la domanda fondamentale del romanzo alla quale abbiamo provato  a rispondere. Sembra che ci siamo riusciti, certo che noi amiamo molto questo romanzo.

SDM  Quale differenza esiste fra la sceneggiatura e il  romanzo?

DIANA CRISPO . La  storia è la stessa, ma scrivere una sceneggiatura significa che a leggerla saranno solo gli addetti al lavoro, regista, attori, tecnici. Un libro invece è quello che arriva direttamente al pubblico ,  il lettore deve essere coinvolto non solo per la storia ma per lo stile della scrittura, per il linguaggio .

BP ovviamente il linguaggio del romanzo diventa la parte più importante, la scrittura è fondamentale per la riuscita di un romanzo.

SDM Come fate quando lo scrivete in due?

BP- in due si costruisce la storia , si fa lo scalettone importante per qualunque forma di racconto, poi uno dei due si prende il compito di stendere la versione finale.

DIANA CRISPO dopo l’altro legge e corregge, in due è così che si lavora. In realtà è facile che nel cinema e nella televisione si lavori in coppia o in gruppo, nella narrativa è praticata di meno la collaborazione in due, perché ognuno vorrebbe essere quello che scrive  la parte finale. Noi ci riusciamo senza prenderci a coltellate.

SDM. Biagio , hai qualche aneddoto o ricordo particolare che ti piacerebbe rievocare?

BP Nella postfazione del romanzo ho raccontato alcune cose importanti come l’incontro con Spagnol, o con Sergio Leone che voleva produrre un mio film perché gli era piaciuto molto Storia Senza Parole. Io nel 2012 ho fatto 50 anni di carriera, avendo cominciato quando avevo venti anni. La coppia Crispo-Proietti ha debuttato in radio nel 1972 , anche qui siamo a 40 anni di lavoro insieme, di cose e di aneddoti ce ne sono capitati tanti. Abbiamo girato il mondo, abbiamo conosciuto tante persone importanti, attori scrittori registi di quasi tutti loro abbiamo ricordi vivi, come se fossero successi ieri. Scegliere quale raccontare sarebbe difficile e ingiusto.

SDM. Biagio Proietti narratore. Parliamone un po’

BP La risposta l’abbiamo dato prima quando parlavamo delle differenze di linguaggio, la scrittura è un fatto individuale, così ho cominciato a inventare storie per la narrativa che sentivo il bisogno di portare avanti da solo. Però confesso che non rinunciavo all’aiuto che poteva darmi Diana.

DIANA CRISPO- Anche nei suoi romanzi firmati da solo, mi usava come se fossi un editor, parlandomi dei dubbi, facendomi leggere che cosa aveva scritto, chiedendomi pareri. Io sono sempre stata contenta di questa funzione, quando lui ha cominciato a lavorare con me era già famoso, poteva scegliere un altro partner o lavorare da solo.  Gli piacevano le mie storie, mi aiutava a farle nascere , a farle diventare fiction, radio  cinema libro. Ricordiamo che anche da Dov’e’ Anna? scrivemmo un romanzo edito da Rizzoli.

SDM. Progetti in corso?

BP- ho già scritto due romanzi , Il Drago e la Rosa – Io che ho visto i delfini rosa con protagonista Daniela Brondi , la stessa di Una Vita Sprecata – Io sono la prova. Dovrebbero uscire quest’anno. Poi sto lavorando su altri due romanzi, la televisione ormai non la inseguiamo più e loro non hanno bisogno di noi, così almeno dicono. I dirigenti che lavoravano con noi sono in pensione, gli altri ti guardano come se fossimo dei dinosauri sopravvissuti .  a noi sta bene così , è difficile spiegare a chi ignora, che cosa significa scrivere per la televisione-

SDM Un ringraziamento particolare da parte mia per la disponibilità e la simpatia che mi hai sempre dimostrato. Sia tu che la tua partner DIANA CRISPO .