:. Recensione di Le righe nere della vendetta di Tiziana Silvestrin (Scrittura&Scritture, 2011)

8 giugno 2012 by

Era una delle tante grida con le quali i signori informavano i sudditi delle loro volontà, che venivano, appunto, gridate affinché tutti le conoscessero. Portava la firma di Francesco I e in alto era miniato lo stemma più antico dei Gonzaga, a righe oro e nere.
Righe nere!, riflettè Biagio, come quelle che il Vannocci ha disegnato sulla pianta.
Ricordò il corpo del pittore che giaceva sul pavimento coperto da macchie di colore, accanto il vasetto nero rovesciato e il pigmento sulle dita. Con i polpastrelli aveva, evidentemente, tracciato cinque linee dritte sul foglio, un ultimo messaggio prima di morire.

Mantova, luglio 1585. Il giovane e ambizioso prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci viene rinvenuto cadavere nel suo studio ucciso da una camicia intrisa di veleno. Incaricato delle indagini Biagio dell’Orso è attirato da alcune linee scure presenti sulla pianta di una chiesa trovata ai piedi del Vannocci come ultimo messaggio per indicare il colpevole, pianta che misteriosamente appare raffigurata in uno dei quadri della collezione Gonzaga, il ritratto dell’architetto Giulio Romano dipinto dal Tiziano. Un’altra minaccia si aggira per le afose vie di Mantova: la Santa Inquisizione. Un’amica di Biagio, la bella Lucilla sembra infatti la vittima designata dalle manovre dell’inquisitore Giulio Doffi deciso a dar credito alla denuncia che la vede accusata di stregoneria.
Inizia così un‘ indagine pericolosa e complicata che parte dallo scenario di una fastosa Mantova cinquecentesca per toccare Venezia e Firenze e porterà il protagonista a scoprire un oscuro segreto che avrebbe potuto scatenare una guerra nascosto abilmente da anni, in cui sembrano coinvolti il papa e l’imperatore, oltre che esponenti della famiglia De Medici e Gonzaga. Biagio dell’Orso spiato, minacciato, rischiando la vita riuscirà grazie al suo intuito riuscirà a districare l’intricata matassa anche se la scoperta del colpevole avrà l’acre sapore della beffa.
Tiziana Silvestrin, dopo aver esordito con il giallo storico I leoni d’Europa, torna a narrare le indagini del Capitano di Giustizia Biagio dell’Orso, personaggio realmente esistito, nel secondo volume della serie, sempre edito da Scrittura & Scritture, Le righe nere della vendetta e lo fa con la solita cura per l’ambientazione storica, attenta e fedele anche nei particolari più marginali, e nello stesso tempo arricchita da una vivace caratterizzazione dei personaggi, sia reali che di fantasia, che assieme alla trama coinvolgente, costituiscono i punti di forza del romanzo.
La trama comunque è piuttosto complessa, un omicidio avvenuto nel 1585 tra le sue origini in un omicidio avvenuto anni prima, abilmente occultato dai potenti, la cui soluzione nascosta però è racchiusa in un quadro che ritrae Giulio Romano pittore allievo di Raffaello, ma lo stile piano e lineare che l’autrice adotta, pur se in alcuni passaggi può apparire didascalico e troppo elementare, ha tuttavia il pregio di donare una certa scorrevolezza ed eleganza al testo davvero piacevole. Diversi piani temporali si alternano per confluire in un finale dove tutti i tasselli del puzzle, abilmente disseminati durante tutta la narrazione, trovano la giusta collocazione e danno un felice compimento alla storia chiarendo ogni dubbio e facendo finalmente luce su moventi, occasioni e responsabilità.
Per gli amanti del giallo storico una piacevole riconferma di un talento tranquillo e pacato, che con la sua  lievità riesce ad dar vita ad una affresco rinascimentale vivido e vitale. Molto del fascino di questo libro è dovuto al protagonista Biagio dell’Orso, intelligente e perspicace pubblico ufficiale della corte dei Gonzaga, dal carattere sanguigno e impulsivo, ma coraggioso, leale e deciso a far trionfare verità e giustizia anche a costo di mettersi contro ai poteri forti rischiando in prima persona consapevole purtroppo che certe volte i compromessi sono inevitabili quando ci si trova costretti a scegliere tra punire un colpevole e salvare un innocente.

:: Recensione di L’archeologo di Martì Gironell (Newton Compton, 2012) a cura di Viviana Filippini

7 giugno 2012 by

Non prendetemi per pazza, ma se decidete di leggere il nuovo romanzo di Martì Gironell, L’archeologo edito dalla Newton Compton, cominciate dalla “Nota dell’autore” a pagina 379. Perché? Per il semplice fatto che le informazioni scritte in questa postilla di chiusura vi torneranno molto utili nella comprensione di un bel romanzo nel quale si mescolano il genere dell’avventura e dello storico, con riferimenti a fatti e persone veramente vissute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Poi, cominciate pure a leggere L’archeologo dall’inizio e vi garantisco che riuscirete a comprendere meglio chi tra i personaggi della narrazione incarna l’archeologo e cosa o chi appartiene alla realtà storica e all’invenzione letteraria. Detto questo, nel libro di Gironell ci si imbatte in una sorta di antenato in abito talare di Indiana Jones, perché Bonaventura Ubach è un sacerdote catalano, attento filologo e biblista con una particolare attrazione per i viaggi in Medio Oriente. Il romanzo è ambientato nel 1910, quando padre Bonaventura lascerà l’abbazia di Monteserrat per iniziare un lungo cammino in Terra Santa. L’esplorazione ha un fine preciso, in quanto servirà al protagonista a recuperare antichi reperti da portare nel suo convento e dare vita ad un vero e proprio museo biblico, che attraverso di essi racconterà ai fedeli la storia delle terre dove ha preso vita la Bibbia. In realtà la perlustrazione negli spazi orientali sarà per Ubach un vero e proprio pellegrinaggio di piacere alla scoperta di quei posti che lui ha conosciuto fin da ragazzino studiando in  modo approfondito le pagine delle Sacre Scritture. Il monaco non è solo, parte in compagnia di padre Joseph Vandervorst e di padre Daniel Bakos, suoi compagni di fede, con i quali vivrà un avventuroso viaggio simile ad un vera e propria odissea piena di imprevisti, pericoli e peripezie sperimentate sulla propria pelle, passando dalle terre del Sinai, al Mar Rosso, facendo tappa a Petra e tra le rovine dell’antica Babilonia, sempre alla ricerca dei segni lasciati da Mosè e del suo popolo. Tra i resti di una mummia e antichi  manoscritti,  padre Ubach si imbatterà in tre misteriose tuniche, belle e preziose a tal punto da essere l’oggetto del desiderio dell’organizzazione dei Guardiani – una setta segreta che è pronta a tutto per impedire la fuoriuscita dalle terre d’Oriente delle tre vesti –, di profanatori di tombe e di sceicchi crudeli. Nemici, ostacoli, inseguimenti mozzafiato tra le dune del deserto rischieranno di mettere in crisi il progetto di padre Ubach, ma nonostante tutto il caos presente il religioso rimarrà sempre animato da una forte tenacia e dalla voglia di portare a termine la propria missione. Il romanzo di Martì Gironell è una perfetta mescolanza di suspense e azione e l’intreccio tra la realtà e la fantasia direi che è proprio impeccabile. Questi elementi uniti tra loro fanno del L’archeologo un’avventurosa biografia romanzata di padre Bonaventura Ubach, nato a Barcellona nel 1874, entrato in convento a Montserrat nel 1902 ed esploratore del Medio Oriente tra il 1910 e 1912, con una serie di spedizioni in Terra Santa, Egitto, Palestina e Cipro raccolte in un libro pubblicato nel 1913. Accanto a Ubach ci sono altri personaggi storici realmente vissuti, come i suoi due accompagnatori Daniel Bakos e il belga Vandervorst, per il quale l’autore costruisce appositamente la vicenda personale del viaggio alla comprensione di se stesso, dando così al romanzo maggior spessore psicologico ed emotivo. Mentre si girano le pagine dell’intreccio narrativo ci si imbatte in altri personaggi, più o meno noti, veramente vissuti ai tempi di padre Bonaventura e il loro presenziare nella trama non fa altro che solidificare il realismo del lavoro di Gironell. Tra di loro posso ricordarvi Sir Leonard Woolley, artefice degli scavi ad Ur, in Mesopotamia e considerato il primo archeologo della modernità, o il giovane disegnatore di fortezze militari noto ai protagonisti con il nome di Thomas Edward Lawrence,  un agente segreto, uno scrittor e allo stesso tempo un archeologo che diventerà noto a tutti come Laurence d’Arabia. L’archeologo non cambierà di sicuro il modo di raccontare la Bibbia, ma dal mio punto di vista è un romanzo gustoso, originale dove il vero e la fantasia convivono in perfetta simbiosi e la ricchezza di informazioni particolari non fanno altro che destare la curiosità in chi legge. “Pepite di curiosità” che non posso rivelare per non togliervi il piacere della lettura e della scoperta.

:: R.I.P. Ray Bradbury

6 giugno 2012 by

[Waukegan, 22 agosto 1920 –

Los Angeles, 6 giugno 2012]

:: Recensione di Venezia, un sogno di Anna Pavignano (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

6 giugno 2012 by

Venezia è una città affascinante, mistica e curiosa. La bellezza dei palazzi, delle calli, delle gondole sono quegli elementi che colpiscono al cuore Thomas, un americano venuto da Benicia, in California, che ha deciso di mettere le radici nella laguna, dopo aver trascorso la gioventù a girovagare l’Europa. Thomas non è  attratto solo dalla cittadina sul mare, lui decide di fermarsi al lido a seguito dell’incontro con una bella ragazza del posto, che nell’arco di poco tempo diventerà sua moglie: Ivonne. L’amore della coppia è segnato dalla nascita del figlio Felix, ma l’irrequieto carattere di Thomas e l’incessante passare del tempo e dell’acqua alta a Venezia, rischiano di mettere in crisi ogni cosa. Tanto per cominciare il protagonista riesce a farsi licenziare dall’Harry ‘s Bar dove lavora come cameriere poi, sulla sua strada ritorna  un amore passato – la mangiatrice di fuoco – e irrompe una giovane vedova – Marina-  con la quale una semplice condivisione di ideali diventerà passione amorosa. A complicare il tutto ci si mette il difficile rapporto con Felix, il figlio-rivale in amore – questa è l’ottica deviata con la quale Thomas vede il suo discendente – nella relazione con la moglie e l’irrompere di quell’oscura malattia sconosciuta dal rapido decorso che trascinerà via per sempre Ivonne. Il tempo passa in una serie di eventi che lasciano il segno nell’animo adulto, ma allo stesso tempo eterno bambino, di Thomas: lui invecchia, Felix cresce ereditando il negozio di souvenir della madre morta, si sposa e adotta un bambino di colore – il silenzioso e curioso Abdul-  verso il quale il nonno Thomas proverà, in un primo momento, una profonda diffidenza superata grazie ad una complice alleanza contro chi cercherà di mettere in crisi i loro sogni di vita a Venezia. Nonostante tutto questo caos Thomas resiste, ripensando di continuo al vissuto trascorso, quel vivere fatto di gioie e dolori, fino a quando il figlio esasperato dall’acqua alta deciderà di vendere la casa alla Giudecca e la sua attività commerciale per portare tutti – il padre compreso- sulla terra ferma. Thomas non ci sta e, aiutato dal nipotino africano, darà il via ad una singolare protesta che convincerà Felix a ritornare sui suoi passi e smuoverà l’intera cittadinanza veneziana a prendere maggiore coscienza di sé stessa e della questione dell’acqua alta. Venezia, un sogno è il nuovo lavoro di Anna Pavignano, un libro stimolante dove l’autrice non si limita a raccontarci il vissuto di uno straniero che ha trovato le radici in Italia, a Venezia, eleggendola a sua patria ma, attraverso l’esperienza umana di un io singolo, la scrittrice piemontese ci fa compiere un viaggio di conoscenza di Venezia tra le sue vie acquatiche. Pagina dopo pagina ci si accorge che la città lagunare non è solo la cornice di ambientazione della vicenda personale dell’americano, essa è parte attiva della narrazione – anzi direi protagonista – con la sua gente, con i turisti, con l’umidità dilagante in ogni angolo, con i monumenti, tutti (persone e cose) afflitti da un senso comune di minaccia incombente causato dall’acqua alta. Il fatto che Venezia sia prima attrice, così come Thomas è primo attore, lo si nota dalla curiosa empatia tra lo stato d’animo dell’uomo e l’acqua che riempie ogni antro della cittadina. Non a caso più il protagonista si sente sotto pressione emotiva, più l’acqua in città si innalza mettendo a repentaglio tutto quello che incontra nel suo insediarsi. Questo romanzo è un viaggio nelle memorie di vita di un uomo adulto, consocio di non essersi sempre comportato bene nella propria esistenza (Thomas è consapevole di aver tradito i sentimenti della moglie Ivonne, ha capito che è stato il suo “non tener la bocca chiusa” a creargli problemi con i datori di lavoro e sa di non essere stato un buon padre per Felix), ma è orgoglioso a tal punto da non voler ammettere del tutto i propri errori. Arrivati alla fine di Venezia, un sogno, si chiude il libro con un senso di pace globale ritrovata, unito ad un invito nascosto tra le righe che tutelando il mondo dove viviamo, anche il nostro microcosmo di affetti potrebbe trarne reale beneficio.

Anna Pavignano, piemontese, vive a Roma, dove svolge da anni un’intensa attività di narratrice e sceneggiatrice. Ha scritto con Massimo Troisi tutti i suoi film, da Ricomincio da tre a Il postino, per il quale ha ottenuto una candidatura all’Oscar. Insegna scrittura cinematografica, scrive per la radio e si è dedicata anche alla narrativa per ragazzi. Con le Edizioni E/O ha già pubblicato Da domani mi alzo tardi (2007) e In bilico sul mare (2009), da cui è stato tratto il film Sul mare, per la regia di Alessandro D’Alatri.

:: Recensione di Il momento è delicato di Niccolò Ammaniti (Einaudi, 2012) a cura di Michela Bortoletto

5 giugno 2012 by

Dopo molti anni e diversi tentativi (le case editrici per cui lavora si erano sempre rifiutate fino ad ora) finalmente Nicolò Ammaniti ci regala una raccolta dei suoi racconti.
Il momento è delicato comprende tutta una serie di racconti, più o meno brevi, che Ammaniti ha  scritto negli anni, tra un romanzo e l’altro. Alcuni di questi racconti sono inediti, altri sono già apparsi su riviste, giornali e antologie. Sono stati scritti a partire dal 1995 e due di loro sono nati dal lavoro a quattro mani di Ammaniti e Antonio Manzini.
Sono episodi brevi, concisi, che mostrano tutta una gamma di personaggi: il ragazzino che scappa di casa per una brutta pagella, la coppia di scambisti, il senzatetto, lo studente universitario con il panico da esami, il chirurgo plastico cocainomane e la ragazza che ha paura del buio. Insomma, un’intera umanità racchiusa in una raccolta di racconti!
A prima vista potrebbero sembrare dei protagonisti normali, classici, persino banali. Ma andando avanti nella lettura si scoprono dei risvolti inaspettati, fatti imprevisti, scene grottesche e incisive, colpi di scena e finali imprevedibili. La banalità non fa parte del mondo di Ammaniti!
Racconti da leggere su un treno (come consiglia lo stesso Ammaniti), in un attimo di pausa dal lavoro, la sera prima di addormentarsi e perché no, visto che si va verso l’estate, anche in spiaggia! Si possono leggere ovunque e ci catapultano per brevi istanti in un mondo diverso, facendoci dimenticare per pochi minuti il momento delicato in cui viviamo.
Perché dopotutto, per dirla con le parole del loro autore, il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte.

:: Un’ intervista con Laura Liberale – Madreferro. Saga familiare minima a cura di Giulietta Iannone

5 giugno 2012 by

Grazie Laura per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Laura Liberale?

Sono nata a Torino il 15 maggio del 1969. Ho vissuto per trent’anni a Favria Canavese, il paese che nel romanzo è, mutatis mutandis, Fabrica. Da bambina, in un tripudio di tic nervosi, controllavo ossessivamente che le porte fossero chiuse e i quadri appesi dritti; ora l’ansia di controllo si manifesta principalmente nella revisione di quel che scrivo… E così abbiamo carinamente rotto il ghiaccio.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

Prime poesie in terza, quarta elementare. Primo tentativo di scrivere un romanzo a dodici anni. La “chiamata” è stata nitida e precoce. Un bel po’ più tardivi i frutti.

Dai tuoi studi si deduce che nutri un grande interesse per l’Estremo Oriente e per l’India in particolare. In che misura le letterature di questi paesi hanno influenzato il tuo lavoro?

Hanno influenzato e influenzano continuamente la mia vita. Dalle semplici citazioni del libro tibetano dei morti in Tanatoparty sono passata a disseminare il testo di Madreferro di precisi riferimenti alla cultura indiana. Lo stesso rosario delle Madri che compare alla fine del racconto si ispira alle litanie indù dei nomi divini, un’espressione cultuale che per il mio percorso di studi ha avuto un’importanza primaria.

Il 6 giugno esce il tuo nuovo romanzo Madreferro. Saga familiare minimaedito da Perdisa. Un romanzo breve, o lungo racconto come l’hai definito in un’intervista. Come è nata l’idea di scriverlo? Quale è stato il punto di partenza del processo di scrittura?

Parecchi anni fa scrissi un raccontino davvero breve con cui vinsi un viaggio-premio nel Maine di Stephen King. Al viaggio in America dovetti rinunciare per causa di forza maggiore, ma quel raccontino a un certo punto ha chiesto a gran voce di essere ripreso.

Puoi riassumerci brevemente la trama?

Più che brevemente. È il ritorno, raccontato in 28 giorni (il numero non è casuale), di una donna al paese d’infanzia, per dare aria agli scheletri stipati negli armadi.

Parlami del titolo, l’hai scelto tu o è nato discutendone con l’editore?

I titoli papabili erano: “Ferro” e “L’età del ferro”. Poi il mio caro amico poeta Federico Scaramuccia, leggendo le bozze, ha coniato questo titolo bellissimo e pertinente, che naturalmente ha subito spazzato via gli altri due. Ecco, colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Madreferro è un romanzo bellissimo ma anche molto personale e misterioso. Non hai paura che non sia compreso? Pensi che ogni lettore debba trovare una propria chiave di lettura nel decifrarlo?

Davvero grazie per l’apprezzamento. Paura no. Credo, anzi, che sia un testo semplice, dove con “semplicità” intendo una semplicità archetipale, e quindi universale. Spero piuttosto che, anche grazie alla sua brevità, “arrivi” intensamente al lettore.

In Tanatoparty la morte diventava una forma d’arte in Madreferro ritorna in modo meno paradossale. La morte comunque sembra un elemento centrale delle tue opere. Cosa ti affascina di più di questo tema che ai più ispira paura e repulsione?

Come disse Zolla: “Dovunque e sempre ogni individuo ha un suo particolare mito, una sua recita personale che lo mette in comunicazione estatica con l’archetipo che lo tormenta”.  Alla base c’è molto di “ossessivo”, quindi. Da bambina sognavo continuamente cimiteri ed esequie premature, e garantisco che non era un bel dormire. Crescendo ho fatto della morte, della mortalità, un oggetto di studio e riflessione costanti, alleggerendomi via via del fardello nevrotico. Visto che anche nel terzo romanzo bazzico sempre lì, direi che a tutti gli effetti posso meritarmi il titolo di “narratrice tanatologa”!

Dal punto di vista prettamente stilistico, quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata, da cui hai più imparato?

I poeti, anzitutto. Ancora e sempre loro.

Laura, la protagonista, ritorna nel paese che l’ha vista bambina, figlia felice di due genitori che ha profondamente amato. Il tema del ritorno alle origini è un tema letterario ricorrente in narrativa, in che misura si differenzia per originalità nel tuo romanzo?

Nessuna particolare originalità. Soltanto l’evidenza che nel mio romanzo il ritorno alle origini si configura nettamente come un viaggio ctonio, una discesa infera incontro ai trapassati e ai demoni familiari.

Il paragone più immediato che mi viene in mente è con il realismo magico sudamericano per il tuo coniugare mito e realtà. Pensi che questo paragone abbia ragione d’essere?

L’intenzione di coniugare mito e realtà c’era tutta. Sì, a livello d’intenti può starci il paragone. I risultati poi, si sa, sono tutt’altra faccenda!

Parlami del rapporto tra realtà e memoria nel tuo romanzo?

Com’è stato perfettamente osservato in una recensione, il romanzo mette in scena una sorta di “reminiscenza allucinata”. I piani sono quelli di realtà, memoria, immaginazione\allucinazione, e i confini di ciascun piano sono volutamente sfumati.

Parlami di Laura, voce narrante del romanzo. E’ parte di te, ti somiglia, o è una creatura letteraria autonoma e indipendente?

È sicuramente parte di me. L’ho “costruita” affibbiandole elementi fortemente autobiografici. È l’Ombra che  andava portata alla luce e pacificata, ma è anche il puro piacere dell’invenzione.

Un libro non si scrive in un giorno. Molto spesso le cesure sono evidenti, nel tuo caso il narrato sembra invece molto fluido come in un unicum. Come hai reso ciò possibile?

Non l’ho reso possibile. È semplicemente avvenuto. Forse perché in Madreferro c’è  una nudità, una sincerità pressoché totale, a prescindere da quanto ho dovuto architettare in termini di finzione narrativa.

E’ un romanzo molto “femminista”. I personaggi principali sono donne, esiste un vero e proprio matriarcato, gli uomini quasi sfumano sullo sfondo. E stata una scelta cosciente, voluta, o è nata scrivendo, durante il cammino narrativo?

Già in Tanatoparty erano protagoniste delle donne. Credo che tutto questo mio “femminile” narrativo faccia parte di una personale elaborazione del mito della Magna Mater, mito che studio ormai da anni, soprattutto per ciò che concerne le forme assunte nel contesto indiano. E poi la mia infanzia è stata segnata per davvero da una specie di “matriarcato”, malgrado la presenza molto forte e positiva di mio padre.

Georgina de Martignac e il suo album di disegni, hanno un ruolo centrale nel romanzo, di guida. Pensi che i morti influiscano sulla vita dei vivi? Pensi che coloro che ci hanno amati in vita continuino a farlo anche da spiriti, che l’amore in una qualche misteriosa maniera sia davvero eterno?

Dei cantori mistici indiani hanno detto: “Fra ciò che è e ciò che non è lo spazio è l’amore”.

Finisci il romanzo con le parole “il mundus si è di nuovo aperto”. Il mondo dei vivi e dei morti è ritualmente in comunione. La vita è la morte sono un tutt’uno? E’ questo il significato nascosto del tuo libro?

Che vita e morte siano un tutt’uno non è il significato nascosto di un piccolo libro come il mio, ma IL significato. Tentare invano di tenerle separate, concepirle dualisticamente nei termini di un’opposizione equivale a votarsi alla sofferenza.

Oltre che narratrice, scrivi anche poesie. Il processo creativo è lo stesso o utilizzi strumenti e mezzi differenti? Da cosa nasce l’ispirazione poetica?

Ti rispondo con le splendide parole di Cortázar, che, per me, valgono sia in poesia che in prosa: “Mi avvicino alle Madri, mi collego con il Centro – qualsiasi cosa esso sia. Scrivere è disegnare il mio mandala e nello steso tempo percorrerlo, inventare la purificazione purificandosi”. D’accordo, il pezzo di Cortázar finisce con: “Compito da povero sciamano bianco con mutande di nylon”…

Infine per concludere ringraziandoti della tua disponibilità: a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando a un nuovo romanzo, intitolato Planctus, e a un progetto letterario “a due”, insieme alla bravissima amica Claudia Boscolo. Grazie di cuore a te per l’attenzione e lo spazio che hai voluto dedicarmi.

:: Happy hour con Marilyn & Cappi

4 giugno 2012 by

Giovedì 7  

dalle 19

al Gotham cafè, 

la caffetteria di WOW Spazio Fumetto,

per scoprire, con

Andrea Carlo Cappi,

la vita e i segreti della Donna più bella del Mondo. 
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:: Recensione de Memorie dal futuro di Emiliano Angelini (Wild Boar Edizioni, 2012) a cura di Barbara de Carolis

3 giugno 2012 by

“Rimasero tutti fuori a osservare la partenza, le teste levate a seguire le colonne di fumo che si allungavano, le braccia tese ad accennare un saluto.
Nessuno aveva la forza di parlare. Qualcuno sussurrò un addio, che ristette greve nell’aria del bollente meriggio e nel cuore di chi lo udì.
Ma la maggior parte non riusciva a distogliere lo sguardo, catturata dalla visione delle linee che ingabbiavano il cielo in un’immensa trappola.
I razzi salivano.”

Il futuro è un luogo denso di incognite e la mente di Emiliano Angelini sembra conoscere alcune risposte.  I suoi occhi percepiscono le immagini chiare di un mondo del quale gli esseri umani potrebbero aver lasciato tracce, che come polvere cosmica son giunte fino a noi; lentamente le immagini divengono parole e le parole si trasformano in storie. Dodici racconti, una raccolta di “memorie” provenienti da un futuro lontano a testimonianza dell’esistenza di una civiltà che ha smarrito qualcosa che difficilmente potrà essere sostituita. I suoi personaggi, animati da un malinconico legame con un passato svanito, procedono manifestando un impalpabile senso di attesa. Visionari, incupiti dalle incertezze di una vita che lascia poco spazio alla fiducia, sembrano comunque conservare un bagliore di umano ottimismo, là dove a ogni nuovo giorno può corrispondere un nuovo e inaspettato inizio. La natura umana con il suo bagaglio morale e i suoi sentimenti, emerge, dunque, anche in condizioni drammatiche, forte del proprio incessante spirito di adattamento. L’autore conferisce ai suoi protagonisti percezioni evolute, alternando le nuove capacità alle atmosfere post apocalittiche che rievocano l’ancestrale timore di non essere più parte di un mondo che in qualche modo, ormai, crediamo ci appartenga.
Una fantascienza introspettiva, che esplora abilmente la dimensione interiore del lettore.
Le storie sono originali, ben raccontate e sembrano realmente provenire da un altro tempo. Tuttavia, il futuro di Emiliano Angelini non si colloca poi tanto distante dall’immaginario collettivo, proponendo un’antologia che trasporta la mente del lettore in luoghi stranamente familiari, dove l’uomo forse ha già vissuto un ciclo vitale, compiendo un percorso che aspetta di palesarsi anche per noi, ma che rivela, al tempo stesso, la sua vulnerabilità, al pari di una malleabile sfera di gomma che noi abbiamo ancora facoltà di modificare.

Emiliano Angelini è uno scrittore di racconti di fantascienza emerso tra i numerosi partecipanti del Trofeo RiLL. Questa raccolta propone dodici racconti, premiati in diverse edizioni del prestigioso concorso o inediti.

:: Intervista a Massimo Tallone a cura di Viviana Filippini

3 giugno 2012 by

Ciao Massimo piacere averti qui a Liberidiscrivere per parlarci, anzi, scriverci un po’ di informazioni utili sul tuo ultimo giallo Il fantasma di piazza Statuto, ma prima di parlare del libro pubblicato dalla editrice e/o raccontaci un po’ di te.

Grazie, Viviana, per l’ospitalità su questo poderoso blog! E veniamo alla domanda. Di me posso dire che amo sopra ogni altra cosa il divertimento che deriva dalla concentrazione (come capita ai bambini quando giocano, per capirci). Ricordo che quando lavoravo in un laboratorio chimico cercavo sempre di accedere alle nuove tecniche, per sentire quello stimolo, quel rapimento, per non annoiarmi. Ma intanto scrivevo, perché è nella scrittura che ho davvero incanalato questo mio torrido vizio, questa vocazione alla fatica che diverte. Elaborare trame, ideare situazioni, allestire strutture narrative; e poi lavorare sulle parole, dosare gli effetti, cercare la precisione lessicale, curare il dettaglio visivo; e infine passare alla meticolosa revisione del testo, riga per riga, prima di consegnare il tutto all’editor, è da sempre la mia più alta forma di piacere, tanto più alto quanto più intensa è stata la concentrazione (ovvero la fatica) dedicata al testo.

Quali sono i modelli letterari ai quali ti ispiri?

Da giovane ho amato i russi e ricordo che a sedici anni volevo scrivere come Dostoevskij (fui folgorato dall’Idiota). Poi so’ di aver amato, in quel modo che crea emulazione, Simenon, e poi Steinbeck, e poi Kafka, come tutti, credo. Ma anche Manganelli, e Landolfi, per dire… E poi giunse Nabokov, che sta lassù, sul mio podio privato. E poi Banville… E Rabelais… Ho avuto però la fortuna, via via che componevo i miei primi lavori, di essere sempre stato abbastanza consapevole del debito che stavo pagando, ovvero di capire su quale stile, su quale autore, mi stavo allineando. E pagato il debito, eliminato quell’esercizio ‘alla maniera di’, organizzavo un nuovo lavoro, alla ricerca della mia vera voce, del mio tono, della mia sintassi.

Come nasce Il fantasma di piazza Statuto?

Tutti i miei libri nascono da una immagine iniziale intorno alla quale impernio e faccio proliferare la storia. Il Fantasma di piazza Statuto nasce da un dato biografico: abitavo in una casa vicino a piazza Statuto (nota per la sua polarità magica, secondo le leggende locali) e in quella casa c’era con una scala interna, di legno, che portava alla mansarda nella quale mi rifugiavo a scrivere. E quella scala cigolava, scricchiolava, e io la scendevo in piena notte… Da lì, da quegli scricchiolii acuti come urla, è nato tutto.

Annetta è l’anziana portinaia, come mai dare a lei il ruolo di detective?

Mi piace sempre affidare il punto di vista della narrazione a una figura laterale, dotata di una sorta di innocenza dello sguardo, per poter distendere ipotesi e osservazioni, riflessioni e congetture su un piano articolato. E poi sono convinto che il vero segreto, l’ingrediente che fa amare un libro, non sia la storia in sé, per quanto ben congegnata, ma il tono, la pasta sonora, per così dire, della voce narrante. E il tono, nella mia gerarchia dei valori letterari, è uno dei tasselli che definiscono lo stile. Il tono di voce di Annetta è, secondo me, il vero cuore di questo giallo. E infine, per rispondere alla tua domanda, il compito che in genere mi affido quando scrivo un giallo è quello di risalire i fatti fino all’origine del male. Ma il male, in questo senso, non corrisponde del tutto al dato giudiziario e alla sua componente penale. Il male, o meglio la sua origine, ha caratteristiche umane, ed è quindi sul piano umano che va indagato. I poliziotti e i commissari risolvono l’aspetto giudiziario, tecnico, ma per affrontare la tenebra umana occorre un diverso taglio, una più ampia portata, vale a dire la portata umana. Affidare a un commissario competenze sia investigative e sia per così dire filosofiche o etiche (compensate magari da deficit che lo umanizzano), mi sembra poco plausibile. Ecco perché i cosiddetti detective, nei miei gialli, non sono mai funzionari delle istituzioni, commissari e simili.

A chi ti sei ispirato per la creazione di Annetta?

Annetta è il risultato di un assemblaggio di donne anziane pescate nel parentado e di voci di donne torinesi ascoltate i mercati… Ho fatto molte inutili code, ai banchi della frutta o del pesce, per ascoltare le chiacchiere delle signore dai i capelli bianchi, con le gambe gonfie e le braccia cariche delle borse della spesa.

Tutto avviene in piazza Statuto come mai hai scelto questo posto così mistico e misterioso per l’ambientazione del romanzo?

Per le ragioni che ho detto… Primo, ho abitato da quelle parti; secondo, piazza Statuto ha quella sua nera fama, così suggestiva sul piano letterario. Certo la materia delle ‘evocazioni dei morti’ va trattata con molta delicatezza, per non cadere nella parodia e al tempo stesso tenendo conto del molto che è già stato scritto… Sul piano più direttamente topografico, invece è tutto più semplice: un giorno entrai al numero 10 di piazza Statuto per portare dei documenti in uno studio, e tutto di quel palazzo mi colpì, l’androne, le scale, l’ascensore vecchio stile, sicché decisi di ambientare lì la storia della mia scala cigolante.

Nella narrazione ci sono due adolescenti – Corrado e Marcello – che vivono in modo apatico e disinteressato il rapporto con il mondo reale, ma riversano tutto il loro brio – ammesso che lo abbiano – nel web. Cosa rappresenta questo atteggiamento?

I due ragazzi del romanzo non sono rappresentazioni o modelli generali, ma individui dotati di propria singola verosimiglianza. Ho conosciuto ragazzi che sono davvero così, figli di miei amici e di conoscenti, ragazzi irraggiungibili, imbozzolati in un loro cupo silenzio e capaci di sussulti di vitalità soltanto attraverso la comunicazione in rete. Non so che cosa pensino, ma so che li si percepisce così, e così li ho descritti.

Come hai costruito la figura di Piola, l’esperto d’occulto chiamato ad indagare da Annetta?

L’occultista Angelo Piola è un personaggio che ho messo insieme dopo avere esplorato (e non è stato facile) gli ambienti della Torino esoterica, dove si incontrano persone di quella fatta, appartate, silenziose e colte, ma indifferenti ai salotti mondani, alle mode e soprattutto ben attente a difendere la loro riservatezza. So che sembra impossibile che esistano persone così, in un mondo drogato dal presenzialismo e dal narcisismo, e invece Torino ne è piena.

Perché in un primo momento lui non crede alla logorroica protagonista?

Forse non ci crederai, ma le persone che si interessano alle faccende cosiddette occulte (e mi riferisco, per restare all’ambito di interessi del signor Piola, al mondo dei simboli) sono di solito più scettiche e riflessive della media, poco inclini a credere alle suggestioni, non soggette a stati di esaltazione, e mantengono uno spirito pragmatico e una visione laica del mondo. Date queste premesse, il signor Piola, proprio perché esperto di discipline occulte, non è disposto a credere a quelle che crede fantasie di una vecchietta impressionabile. Ma poi le cose precipitano…

L’accurato lavoro di messa in ordine dei documenti di Ettore Doro svolto in modo maniacale dalla sorella cosa rappresenta?

La borghesia torinese è schiva e appartata, non dà troppo valore alle cose effimere e alla gloria di un minuto, ma consolida le sue strutture e i suoi valori con scrupolo e con dedizione. E se in famiglia qualcuno si è distinto in qualche campo, la sua memoria viene custodita e trasmessa ai posteri con la massima cura, e senza enfasi. Anche il personaggio della signora Maria, sorella del pittore Ettore Doro, conserva i tratti pieni e verosimili di una specificità cittadina.

Ne Il fantasma di piazza Statuto ci sono sedute spiritiche, fantasmi, esoterismo e teosofia. Quale è il loro ruolo nel romanzo e il rapporto con la realtà di oggi?

Non ho ben chiaro che cosa si possa intendere con la formula ‘realtà di oggi’. La realtà mediatica? Le tendenze di massa? Gli stili di vita? Spesso ho la sensazione che la cosiddetta realtà di oggi (di qualunque oggi) sia un po’ come il mare, con un gran moto di onde e anche di burrasche, in superficie, tali da far credere a chissà quale movimento, mentre poco sotto tutto è placido, silenzioso, con mutamenti graduali, lenti. In quello strato profondo e duraturo, vi è spazio per quelle realtà che sono di lunga durata, sempre valide e di competenza umana, come appunto la ricerca intorno agli eventuali stati superiori dell’essere, la curiosità per il non conoscibile, la voglia di ‘saperne di più’, il desiderio di andare oltre nell’esperienza speculativa, alla maniera dell’Ulisse di Dante, per seguir virtute e conoscenza. Con le ricadute spicciole e un po’ ridicole, magari, delle sedute spiritiche.

Ettore Doro, pittore defunto, diventa il fulcro di un’attenzione ossessiva da parte di intellettuali, galleristi e giornalisti che  ronzano attorno alla sua casa e a Maria, sorella dell’artista. Perché sentono tutti questa attrazione fatale per la vita di Ettore proprio ora che è morto?

Ho voluto dare al Fantasma di piazza Statuto una tensione costante e disposta su più piani, la tensione di Annetta che non capisce ciò che sta accadendo e trema di terrore, espressa dalla sintassi e dal flusso ininterrotto della voce narrante; la tensione legata all’evocazione del morto, incanalata nella dilatazione del tempo narrativo legato alla seduta spiritica; la tensione collettiva di tutti gli attori della scena, espressa come una vibrazione di sottofondo costante e continua generata dalla frenesia degli intellettuali, certi di avere per le mani la grande occasione della vita, la rivalutazione post mortem del grande artista rimasto sconosciuto in vita. Sono cose che succedono, negli ambienti artistici, si vivono stati di folle sovreccitazione, ci si prende molto sul serio. E la cosa mi ha sempre fatto un po’ ridere… Intendo dire che mi sa sempre ridere chi si prende troppo sul serio…

Perché hai inserito un omicidio nella narrazione?

Per amore della tradizione gialla, che esige il morto. Ma sono anche dell’idea che il giallo possa girare anche intorno a vicende prive del morto, ma qui avevo bisogno di un fantasma, e quindi… Per parafrasare una vecchia formula, no morto, no fantasma…

Annetta è una donna dalla cultura modesta, che – come afferma lei stessa – ha imparato moto da Piero Angela. Questa affermazione è la dimostrazione che la televisione è ancora in grado di dare contenuti sani ed utili?

L’idea di affidare le poche nozioni scientifiche di Annetta all’istruzione fornita dalla televisione, in particolare da Piero Angela, nasce più che altro per ragioni di utilità narrativa, per definire il perimetro culturale di Annetta in un ambito preciso, non intellettuale, a contrasto con l’ambiente in cui lavora. Ma so che molte persone come Annetta, vanno davvero pazze per Piero Angela, per il suo garbo, per la sua esposizione, e ho voluto darne traccia. E poi Piero Angela è di Torino, e tutto si tiene.

L’intera atmosfera è pervasa da un senso di oscurità e ombrosità perenne. Quanto essa si riflette nei personaggio della narrazione?

Quello è il tocco d’ambiente, di atmosfera. Ho voluto dare un ruolo importante alla notte, all’oscurità, al silenzio, renderli concreti e percettibili, per poter dare corpo alla mia idea di ‘giallo sonoro’, ovvero un giallo in cui l’indizio, il motore narrativo, non è di carattere visivo, ma sonoro, il fruscio, il cigolio, l’assenza del cigolio…

Tom Sanelli, il giornalista trasandato, è perso in modo completo nel suo lavoro. Quanto questo suo comportamento incide sul rapporto con il figlio Marcello?

Sanelli, nelle mie intenzioni, è un personaggio importante, centrale, del libro. Vive per l’arte, si appassiona in maniera viscerale al pensiero artistico. Ho conosciuto davvero persone così, molto intelligenti, molto sensibili, acute, capaci di fornire momenti di autentica rivelazione, in chi li ascolta. Persone che trasmettono energia intellettuale nel senso pieno, anche emotivo, della formula. Purtroppo, le persone di quel tipo non dovrebbero avere figli, secondo me.

La verità verrà a galla il 21 di giugno, quando si verifica il solstizio d’estate. Scelta voluta o casuale per la risoluzione delle questioni sospese?

No, non è casuale. Il solstizio d’estate ha una forte valenza simbolica, sul piano esoterico, il signor Piola lo sa e ci gioca. Ed essendo il giorno in cui trionfa la luce, mi sembrava divertente portare luce sulla storia in quell’occasione.

La luce del giorno nuovo oltre ad essere quella del sole che illumina la piazza, può essere vista come metafora di una pace ritrovata dai vari personaggi?

Sul piano narrativo, il ritorno della luce, nella scena finale, ha una valenza ritmica e risponde alla necessità di ritornare a una dimensione quotidiana. Ma quella luce illuminerà anche le macerie che il male ha prodotto…

Potrebbe sembrarti banale come domanda, ma perché i lettori dovrebbero leggere il tuo giallo?

Io scrivo con la lancetta orientata sul più alto grado di divertimento, e intendo con ciò il divertimento che scaturisce dalla progressione narrativa e dalla tensione emotiva, che mi cattura e mi tiene ancorato mentre scrivo; ma penso anche al divertimento (faticoso) che produce la stesura di una sintassi fluida, la ricerca dei dettagli lessicali e sensoriali, sui quali lavoro di lima con passione da cesellatore; e mi riferisco anche al divertimento che provo durante l’esplorazione di un mondo, delle persone, delle case, di un pezzo di società, con i suoi tic e le sue manie, ed è un divertimento analogo a quello della scoperta geografica, quando si va a vedere che cosa c’è oltre quello scoglio, oltre quel bosco… E dunque, se l’impegno messo per ottenere il mio divertimento è proporzionale al piacere di chi legge, il divertimento del lettore è assicurato.

Sei già al lavoro con un altro libro?

Sì, ogni anno, dal 2007, pubblico con i Fratelli Frilli editori, di Genova, un giallo comico che ha come protagonista un essere ridanciano e rozzo, sgangherato e ubriacone, che vive ai margini. Ed è già in fase di rifinitura quello che uscirà in autunno con il titolo La mummia della baia, ma qui non ci sarà nulla di esoterico, soltanto un mare di pasticci, una tragedia umana e tante risate. E intanto è in cantiere un lavoro che ha per protagonista… No, non lo dico, potrei morire incenerito…

:: Recensione di Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday di Graham Hurley (TimeCrime, 2012)

2 giugno 2012 by

Il ruolo di Faraday non era un tassello del puzzle, ma l’intero maledetto puzzle. Era suo dovere completarlo, mettere insieme i pezzi, far sì che dal caos comparisse l’ordine, e più lo faceva più era difficile non pensare che fosse impossibile. Essere un buon ispettore significava imparare a sopravvivere in uno stato di assedio costante – non solo dei criminali ma anche dei superiori. E in guerra, come Faraday stava cominciando a capire, nessun piano prevede contatti con il nemico.

Portsmouth. Urbanizzazione selvaggia, degrado, povertà, violenza, traffico di droga, il cuore nero di un’ Inghilterra in declino e in avanzato stato di disgregazione. L’ispettore Joe Faraday si sveglia una mattina e viene mandato sulla scena di un delitto. Il nome della vittima è Sammy Spellar. Testa fracassata a calci. Presunti colpevoli il figlio e il nipote Scott di colpo ottimo candidato a lavorare come informatore della polizia nella lotta contro uno spacciatore locale Marty Harrison quanto di più simile a un re della droga Portsmouth potesse offrire.  Ma ciò che davvero tormenta Joe è la scomparsa di Stewart Maloney anche se sa che la priorità per le persone scomparse, era data a quelli che venivano considerati particolarmente vulnerabili: anziani, giovanissimi e persone con problemi mentali. Un divorziato  di mezz’età che aveva perso il compleanno della figlia non pareva rientrare in nessuna di quelle categorie. Tuttavia l’immagine che lo tormentava più di tutte era la figlia di Maloney, Emma. Per fare quello che aveva fatto – prendere un bus, trovare un commissariato, e denunciare la scomparsa di suo padre – ci voleva grande coraggio oltre che semplice disperazione. Doveva a quella ragazzina la speranza di un lieto fine.
Così inizia Il caso Maloney La prima indagine dell’ispettore Joe Faraday (Turnstone, 2000) di Graham Hurley edito in Italia da TimeCrime marchio di proprietà della Fanucci Editore e tradotto da Mara Bevilacqua primo episodio di una lunga e fortunata serie di crime che ha al suo attivo ben dodici volumi e una trasposizione televisiva.
Accolto dalla critica decisamente con entusiasmo è un poliziesco di solida struttura piuttosto lento nella parte iniziale che comunque inizia a prendere velocità, destando curiosità e interesse, quando il protagonista inizia ad interessarsi della scomparsa di un uomo, Stewart Maloney, docente a contratto all’università, specializzato in arti figurative in particolare nel disegno, un uomo piuttosto anonimo con il tipico viso perfetto per una pubblicità di sigarette francesi. La denuncia fatta dalla figlia Emma di otto anni innesca nella sua mente la necessità di indagare su questa scomparsa, mettendo da parte casi anche più importanti perché  c’è un momento, in ogni indagine, in cui l’intuito comincia a trasformarsi in convinzione e lui sapeva che quello era uno di quei momenti. Aveva trovato un movente oltre ogni ragionevole dubbio. Dove quel movente poteva portare era ancora una congettura, ma era comunque un indizio.
La struttura poliziesca, in cui l’indagine è il motore portante della storia, si inserisce in un’ ottima e realistica descrizione dell’ambiente  e della mentalità,  grazie a una ricostruzione dettagliata dell’Inghilterra contemporanea a mio avviso la parte più riuscita del romanzo. Il protagonista Joe Faraday è un bel personaggio, caldo, umano, corretto, per il quale si prova spontanea simpatia. Vedovo, vive un rapporto toccante con il figlio JJ, un ragazzo sordomuto, con il quale ha creato un originale metodo di comunicazione che ora vuole conquistare la sua indipendenza e piano piano si allontana da lui. Poi c’è il sergente Cathy Lamb, leale e affidabile moglie di un poliziotto con il vizio del bere, e Paul Winter con una filosofia piuttosto disinvolta, una incapacità congenita di attenersi alle regole e una forte tendenza ad usare gli informatori  al limite del lecito e anche oltre.
Un bell’ affresco corale di personaggi delineati con accuratezza e un’ indagine che porta alla soluzione del caso superando ostacoli interni e esterni al sistema. Riuscito il contrasto tra natura incontaminata e decadenza urbana.

:: Recensione di Una sola notte di James Patterson e Michael Ledwidge (Tre60, 2012)

1 giugno 2012 by

New York. Lauren Stillwell detective capo della squadra omicidi del Bronx dopo aver scoperto la presunta infedeltà del marito Paul, non ci sono prove, si limita a vederlo in compagnia di una bionda mentre si dirige in un albergo, decide di ripagarlo con la stessa moneta e accetta le avances di un collega della narcotici Scott finendo a letto con lui.
Non l’avesse mai fatto. A causa di una sola notte di passione adulterina si ritrova nei guai fino al collo. Scott viene infatti ucciso quella stessa notte e Lauren vede in faccia l’assassino: suo marito. Senso di colpa, panico, il dubbio quasi la certezza che il marito l’abbia scoperta e si sia vendicato uccidendo il suo amante . Ma state attenti in questo libro nulla è come sembra. Il destino comunque ha in serbo una beffarda trovata. Sarà lei con il collega Mike, onesto, simpatico, quello sì adatto a farci un pensierino su, ad indagare sul delitto.
Che fareste voi al suo posto? Mettereste le manette ai polsi di Paul, dopo tutto un marito fedifrago e pure assassino è meglio perderlo che trovarlo, o mettereste in gioco la carriera, la famiglia e la vostra stessa vita per insabbiare il tutto, nascondere prove, mentire, alla faccia dell’etica e del codice morale da poliziotto onesto?
Diciamolo subito io al posto di Lauren non avrei avuto dubbi, avrei impacchettato Paul consegnandolo alla giustizia diciamo a pagina 72 ma James Patterson e Micheal Ledwidge autori di Una sola notte (The Quickie, 2007) edito in Italia da Tre60 marchio di TEA costola del Gruppo editoriale Mauri Spagnol, hanno in mente altri progetti l’uno a dire il vero più pazzesco e incredibile dell’altro.
Non si può dire che non ci siano colpi di scena in questo libro, le regole del thriller sono portate all’estreme conseguenze, cosa che di sicuro farà la felicità di un mio caro amico editor, e il risultato non dispiace a patto che si sia fan storici di James Patterson e si preferisca l’adrenalina di un forsennato susseguirsi di eventi un po’ bizzarri a dire il vero al più prosaico buon senso. Ha di buono comunque che non è noioso ma anzi è un libro che si legge in modo veloce e facile grazie allo stile piano e ai capitoli davvero brevi, più che altro schegge di narrazione, che corrono verso un finale piuttosto concitato, ma non per questo meno soddisfacente.
Spendo una parola per una personale riflessione a margine, quanto ci sia di Patterson e di Ledwidge non è dato saperlo, presumo che le idee siano del primo e la stesura del secondo, ma ho apprezzato di vedere il nome di Micheal Ledwidge in copertina, Patterson osannato autore alla serie di Alex Cross è vero e proprio mostro sacro del thriller con milioni di libri venduti credo che ormai abbia un impero al suo seguito, avrebbe potuto prendere un ghostwriter, mestiere degnissimo che apprezzo per esempio per sportivi che vogliono tramandare le loro memorie o capitani d’azienda che si fanno scrivere il discorso di addio, e tanti saluti e invece divide il merito con un quasi sconosciuto Micheal Ledwidge che mi sono informata ha scritto anche libri in proprio ma ormai da anni collabora con Patterson come suo fido alterego.
Leggerò sicuramente Now you see her e Zoo appena arriveranno in Italia. 

:: Recensione di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone (E/O, 2012) a cura di Viviana Filippini

1 giugno 2012 by

Cari amici lettori vi è mai capitato di passare notti insonni? O meglio, come trascorrete il tempo in quelle lunghe nottate in cui riuscite a chiudere occhio? Annetta, la protagonista di Il fantasma di piazza Statuto di Massimo Tallone ha capito perfettamente come occupare l’eterna catena di minuti che separano la notte dal giorno. Cosa fa? Semplice, l’arzilla ultrasettantenne rimane nel suo divano-lettuccio ascoltando gli strani rumori e fruscii provenienti dalla casa del suo vicino, quella del defunto pittore Ettore Doro. L’artista è morto da tempo e la sua abitazione è occupata dalla sorella Maria e dal taciturno figlio di lei, l’emaciato Corrado. Lei passa i giorni a riordinare le carte e le opere del fratello morto, il nipote è disinteressato in modo totale e non a caso vive le sue giornate davanti al computer a fare cosa nessuno lo sa. La notte mentre tutti dormono Annetta,  con la mente lucida come non mai, ascolta qualcuno che nello studio accanto cerca e sfoglia in modo ossessivo le carte del pittore. Ma chi è che ogni notte si intrufola in quella stanza? Un ladro, un parente del defunto alla ricerca di qualche tesoro artistico nascosto o il fantasma di Ettore Doro? Annetta non si da’ pace e la sua determinazione a trovare una spiegazione la porta ad assoldare Angelo Piola un esperto occultista torinese. All’inizio Piola non prende sul serio Annetta, anzi dal mio punto di vista la ritiene poco attendibile e anche un po’ svitata, ma poi quando il povero Corrado viene ritrovato cadavere, ruzzolato giù dalle scale non si sa come, l’esperto di esoterismo comincia a sommare tutte le informazioni che l’ex portinaia gli passa. Con tutta la sua comica spontaneità Annetta ci porta dentro ai salotti culturali di Torino dove, accanto a Maria Doro compaiono giornalisti stropicciati come Tom Sanelli, galleriste come la prorompente Ivana Musso che più che esperte d’arte assomigliano a delle pin-up alla ricerca d’uomini e ancora sensitive in contatto con le presenze dell’aldilà (Euridice) ed esperte di teosofia (Milly). Tallone non tralascia nulla ne il Fantasma di piazza Statuto e tra i diversi attori narrativi troviamo due giovani (Corrado e l’amico –  parola da usare con le pinze in questo caso – Marcello) un po’ amorfi, taciturni, solitari, del tutto persi nel mondo del web.  Loro sono il ritratto di una gioventù che ha perso un po’ troppo i contatti con la realtà concreta, quella fatta dal contatto e dal dialogo con le altre persone, per lasciarsi fagocitare in modo quasi completo dalla dimensione virtuale. L’intreccio narrativo scorre veloce ed è reso ancora più coinvolgente e intrigante dall’inserimento di tragicomiche sedute spiritiche evocanti ectoplasmi parlanti e dalla presenza più è meno materica di fantasmi. Questo nuovo romanzo di Tallone (già autore di gialli come Piombo a Stupinigi, Veleni al Lingotto e Doppio inganno al Valentino, tutti editi dai Fratelli Frilli) è un curioso giallo che ha nei panni del detective in gonnella una donna comune, di umili origini. La simpatica e un filino logorroica settantenne vedova Annetta, alla quale è impossibile non affezionarsi, è la voce narrante della storia, che attraverso uno sguardo puro e una parlare semplice, trascina chi legge nel misterioso mondo della famiglia Doro. Annetta incarna la vispa donna di una certa età dalla formazione culturale umile – quello che sa’ lo ha imparato dai programmi di Piero Angela e non dai libri o tra i banchi di scuola – che nonostante non abbia i mezzi e le conoscenze degli investigatori o la cultura elevata degli intellettuali incontrati in casa Doro, riesce a trovare tutti gli indizi utili da fornire a Piola per risolvere l’omicidio del giovane Corrado. Il tutto si sviluppa in una Torino ammantata da una perenne ombra che le dona un senso di durevole oscurità incombente sulle case e sugli animi dei personaggi. I vari protagonisti sono una evidente rappresentazione dei molteplici caratteri di quella che per l’autore è la pura “torinesità”, in perenne bilico tra il dubbio e la curiosità, tra la fascinazione per l’esoterico e l’approccio razionale alla realtà cittadina. A dare man forte a questa caratteristica c’è poi la mitica Piazza Statuto, uno dei più importanti slarghi di Torino, luogo di passaggio dalla luce alle tenebre (evento presente anche nel giallo di Tallone) attorno al quale da sempre ruotano vicende storiche (qui fu messa la ghigliottina e il nome del piazzale è un esplicito omaggio allo Statuto Albertino), misteri e leggende che l’hanno resa nel tempo uno dei luoghi più seducenti e misteriosi del capoluogo sabaudo.

Il fantasma di piazza Statuto
Autore: Massimo Tallone
Ed: e/o, Originals, pp. 221 € 14,00