Di latte e miele è un breve romanzo di Jean Mattern, un autore di cui si conosce ben poco, solo qualche accenno biografico. Si sa che è nato nel 1965 da una famiglia originaria dell’Europa centrale la cui storia è molto simile a quella raccontata in Di latte e miele. Ci troviamo quindi davanti a uno dei tanti racconti autobiografici che insieme vanno a ricomporre l’intricato puzzle della Seconda Guerra Mondiale? Onestamente, poco importa. Quello che qui conta è l’intensità della storia, il ritmo veloce dei ricordi che riaffiorano nella mente del protagonista.
Un anziano uomo, ormai in procinto di lasciare questo mondo, si trova a riaffrontare il proprio passato ripercorrendo così la propria vita a partire dall’infanzia trascorsa in un piccolo paese della Romania prima occupato dai nazisti e poi dai Russi fino ad arrivare al sue esodo in Francia.
Scampato alla guerra e alla deportazione il signor Weber giunge finalmente in Francia dove spera di poter vivere con Suzanne (anch’ella profuga dell’Europa centrale) una vita di latte e miele. Ma la vita si sa è imprevedibile e quando tutto sembra andar per il meglio ecco infliggere alla famiglia una dolorosa quanto tragica prova.
Ma Di latte e miele è soprattutto la storia di un’amicizia. Un’amicizia intensa, nata tra i banchi di scuola. Una di quelle amicizie che si formano tra due ragazzi costretti a condividere le loro ore sui libri. Stefan è un musicista, uno sportivo, è perfetto e la loro amicizia è unica e indissolubile. Ma Stefan vuole seguire la ritirata tedesca, non vuole rimanere e subire l’occupazione comunista. E questo cambierà per sempre le loro vite. Stefan partirà da solo, il protagonista lo abbandonerà al suo destino scegliendo di rimanere. Questo episodio segnerà la vita del nostro uomo che si domanderà per tutti i suoi anni che fine avrà mai fatto il suo grande amico. L’amico d’infanzia avrà capito i motivi del tradimento? Quali sentimenti avrà provato e proverà ancora oggi nei confronti del protagonista? Sarà deluso, arrabbiato, triste? Indifferente? Queste sono le domande che lacerano ancora il nostro protagonista alla vigilia di un grande incontro. Sì perché il figlio ha deciso di cercare Stefan e farli incontrare nuovamente. Riusciranno a spiegarsi? La loro amicizia sarà stata più forte di tutto?
Di latte e miele è breve ma intenso. Con pochi ed essenziali particolari Mattern va dritto al cuore e ci ritrae un uomo la cui esistenza è lacerata come lo è stato il Novecento.
:: Recensione Di latte e miele di Jean Mattern a cura di Michela Bortoletto
3 aprile 2012:: Recensione di Gli sfiorati di Sandro Veronesi a cura di Michela Bortoletto
2 aprile 2012“Gli antichi greci chiamavano kairòs l’attimo in cui si decide tutto, passato il quale il corso degli eventi diviene irrevocabile[1].” Un attimo, dunque, un istante in cui l’equilibrio tra il bene e il male, la felicità e la dannazione, il rimorso e il rimpianto, la colpa e il perdono, si rompe. Dopo quest’attimo nulla sarà più lo stesso.
È attorno a questo attimo, a questo sfuggevole istante che ruota il romanzo di Veronesi Gli Sfiorati. Il giovane protagonista, vive cercando di procrastinare il più a lungo possibile l’inevitabile istante in cui la sua vita cambierà per sempre.
Mète è un ragazzo di vent’anni che studia grafologia e divide la sua vita tra lo studio e le serate nei mille locali di Roma. Ha perso la madre da soli sei mesi quando il padre decide di risposarsi con Virna, donna dalla quale diciassette anni prima ha avuto un’altra figlia: Belinda.
Belinda è bella, bionda, con gli occhi piccoli e ravvicinati, la bocca rosa e la pelle color sabbia. Attraversa la sua esistenza con quella leggerezza che solo gli adolescenti hanno nei confronti del mondo circostante. Non è brava a scuola, fuma qualche canna e frequenta Dinamo, un ragazzo col sogno di formare una rock band.
Mète e Belinda hanno avuto esistenze separate. Non si sono mai frequentati fino al momento in cui i genitori decidono di affidare la ragazza alle cure del fratellastro durante la loro luna di miele. Comincia così una convivenza forzata tra i due nell’appartamento di Mète. Fin qui sembrerebbe tutto normale. Due fratellastri che hanno la possibilità di conoscersi meglio, di trascorrere un po’ di tempo insieme ora che le due famiglie si sono unite. Fin da subito però si capisce che qualcosa non va. Mète fa di tutto per evitare Belinda, passa tutto il suo tempo fuori casa, nei locali, con i suoi unici due veri amici, Bruno e Damiano. E quando è nell’appartamento si chiude in camera per non incontrare la sorellastra. Il motivo è semplice: Mète è irrimediabilmente attratto da Belinda. Il profumo di mela che lascia dove passa lo inebria. Il suo fisico lo attira. Mète vuole Belinda ma è pur sempre sua sorella da parte di padre e sa che non potrebbe, anzi non dovrebbe fare nulla. Mète è dilaniato da questa situazione. Sa che se passasse troppo tempo con lei sarebbe capace di fare qualcosa di cui poi si pentirebbe amaramente. E allora esce, vaga per una Roma fatta di locali, di luoghi e di persone che Veronesi ritrae magistralmente con la scorrevolezza che gli appartiene. Ecco così i Carontini, ragazzi soli che traghettano da un locale all’altro, ecco Bruno, l’attore teatrale che pubblica il Manifesto per l’abolizione del Teatro, Damiano che sogna di comprarsi un’Alfa Romeo 164 rossa fiammante, Dinamo che invece coltiva cannabis sulla tomba di un giovane musicista morto. Mète passa così il suo tempo a cercare di evitare l’inevitabile: impossibile non passare del tempo con Belinda. Impossibile non parlarle, non guardarla, non immaginare di sfiorarla, toccarla e baciarla, giungendo così al kairòs, il momento dove tutto cambierà
[1] S. Veronesi, Gli Sfiorati, Milano, 1990, pag. 308
Source: libro del recensore.
Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.
:: Intervista a Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini
2 aprile 2012
Cosa ti ha ispirato l’idea del romanzo Le descrizioni?
La centralità che la scrittura ha nella mia vita. ‘Le descrizioni’ è nato dall’esigenza di raccontare che cosa significa scrivere. Da che cosa nasce l’urgenza di narrare. Quali sono i sentimenti che la scrittura mette in moto. E infine, qual è il posto dello scrittore nel mondo.
Quanto hai messo di te in Mika, la piccola protagonista?
Anch’io ero una bambina piena di domande. Cocciuta. Rompiscatole. Che voleva spiegarsi il mondo.
La suddivisione in tre parti del romanzo può essere vista come una evoluzione o formazione della protagonista?
Come formazione. All’inizio Mika sente la ‘smania’ (questa la parola che uso) di imparare a leggere e scrivere. Crede infatti che associando la cosa alla parola, della cosa finalmente comprenderà il senso. Invece non va così. La parola solo le serve a realizzare che il mondo è illogica violenza e le cose un senso univoco, non ce l’hanno. Ma scrivere rimane per Mika preziosa via di accesso alla realtà. Anche quando la realtà, come viene rappresentata nell’ultima parte del testo, assume risvolti talmente tragici e imprevedibili da travalicare la parola.
Mika legge l’unico libro che c’è in casa sua – Niente di nuovo sul fronte occidentale– questo suo approccio alla letteratura adulta cosa significa per la ragazzina?
Significa, come lei stessa dice, trovare in questo libro per grandi ‘la vita e la morte’. Perché questa è la magia della grande letteratura, penso.
Mika è avida di sapere e si appunta ogni parola sconosciuta, mentre Sara, la sorella maggiore è più ribelle. Come è il loro rapporto?
Mika è curiosa e indagatrice; Sara è spensierata, ma allo stesso tempo è una ragazza degli anni Sessanta, che vuole libertà. Mika vorrebbe accedere al mondo di Sara che invece sta un po’ sulle sue. Ma il legame tra loro è stretto, viscerale. Sara è punto di riferimento per Mika.
I genitori della protagonista sono presenti, ma la loro funzione è di “sfondo”, perché la loro presenza è così marginale?
Il tramite tra Mika e il mondo degli adulti ho voluto che fosse piuttosto la sorella, che partecipa di più alla sua vita. I genitori sono presi dalle beghe del quotidiano. Sono presenze esterne, ma allo stesso tempo funzionali a comporre la scena sociale che ruota intorno alla vicenda.
Nella terza parte scompaiono le descrizioni e tutto è molto basato sulle esperienze vissute. I “mostriciattoli” in cui si imbattono Mika e i compagni cosa rappresentano?
L’altro da sé, il diverso. Ciò che non conosciamo, che dapprima desta curiosità, poi diffidenza, e infine ostilità, guerra. Eppure c’è una frase che dice una delle bambine del gruppo di amici di Mika: «Una margherita è diversa da un-non-ti-scordar-di-me e tutti e due sono belli. Sono dei fiori coi petali».
Quando il gruppetto di amici si addentra nel territorio dei “mostriciattoli” e scopre la loro vera natura, cosa cambia in Mika?
Di nuovo la bambina cerca di decodificare il mondo nel suo modo: associando la cosa (il fenomeno) alla parola. In questo caso, la parola che impara è ‘razzismo’.
L’ambientazione è l’Italia di provincia tra anni ’60 e ’70, ma spesso si infiltrano notizie di cronaca e politica italiana oltre a canzoni e riferimenti a programmi tv di quel periodo. Quale è la loro funzione? Quella di condurre davvero il lettore nel cuore di quel preciso contesto storico e sociale, creando una vera e propria full immersion. Perché le storie, come dice Mika, ‘ti portano dove non sei, ti mettono addosso una vita che non hai’.
Dove hai scritto Le descrizioni e quale è il significato del titolo? Può essere definito romanzo metaletterario?
L’ho scritto in una città diversa da quella dove è ambientato gran parte del romanzo. Il titolo allude alla certezza che, come dice Mika, ‘dappertutto c’è una storia’. Perfino i fatti più comuni e quotidiani escono dalla loro banalità se trasformati dalla potenza della parola. L’aggettivo metaletterario mi sembra, applicato a questa piccola storia, un po’ impegnativo.
Quale è il valore della scrittura per Mika e per te Monica?
La scrittura, per Mika e per Monica, è strumento di verità.
Sei già al lavoro per il prossimo romanzo?
Sono a metà, sì. Il romanzo che sto scrivendo ha come protagonista una donna, che seguo dall’infanzia negli anni Settanta, all’adolescenza fino all’età adulta, negli anni Novanta. E’ una storia particolare. Incentrata sul suo rapporto con il nucleo familiare.
:: Recensione di Le descrizioni di Monica Dall’Olio a cura di Viviana Filippini
2 aprile 2012
Le descrizioni Perdisa Pop (Collana Corsari) pp. 139, € 14
Italia 1969. Mika è piccola non sa né leggere, né scrivere ed è afflitta da seri problemi di salute, abbastanza gravi da indurre la madre a seguire il consiglio del medico e portare la figlia a “svernare” al mare, per risanare i polmoni deboli e acciaccati. Mika non sarà sola nella sua vacanza invernale, ma a tenerle più o meno compagnia ci penserà la sorella maggiore: la ribelle Sara. Le due ragazze passeranno le giornate tra una passeggiata e lo scambio di chiacchiere con la signora che gestisce la pensione dove risiedono e il giornalaio. Poi un giorno la visita della madre porterà a Mika una piccola novità: la possibilità di imparare le lettere dell’alfabeto e la scrittura. Per la bambina questo dono sarà l’inizio di una grandiosa avventura che la porterà a vedere il mondo in una prospettiva nuova. Mika agguanta così la mitica penna Pelikan, dalla quale non si separerà mai, e comincerà a registrare ogni singola lettera, parola e fatto della vita quotidiana in un crescendo di scoperte che raccoglierà e cercherà di approfondire con domande a chi le sta attorno. Peccato che non sempre le risposte desiderate sull’amore, sulla politica e sui fatti di cronaca arrivino – la madre e la sorella glissano di frequente o cambiano discorso – e Mika con coraggio indagherà da sola il mondo, cercando il significato delle cose nei gesti delle persone e nei libri. Mika scrive e legge e queste due azioni diventano per lei un bisogno esistenziale per riempire la sua curiosità e saziare la fame di conoscenza che la porta ad indagare ogni singolo aspetto del cosmo. Poi, quando la ragazzina meno se l’aspetta il vissuto prende il sopravento ed improvvisamente tutto il lavoro di ricerca e comprensione del mondo attraverso l’atto della scrittura rischia di essere messo in crisi. Monica Dall’Olio, nata a Parma nel 1967, in questo suo secondo romanzo ci racconta la vita di tutti i giorno attraverso lo sguardo innocente di una bambina che non solo impara a conoscere la vita con la scrittura e la lettura, ma entra in contatto con i fatti di cronaca ( la strage di piazza Fontana, le proteste operaie), mode e costumi (Carosello e la canzoni di Mina) dell’Italia a cavallo tra anni ’60 e ‘70. Un libro che lancia uno sguardo nostalgico su un epoca passata, denotando quanto sia importante l’atto della scrittura e della comprensione del mondo in una giovane mente in formazione e crescita. Un processo di apprendimento interpretativo che Mika continuerà ad esercitare imperterrita, fino a quando l’improvviso incontro-scontro con la violenza vera dell’esistere (la vita e la morte in ogni giorno e non più nella letteratura) provocheranno in lei una sorta di improvviso mutismo comunicativo. Monica Dall’Olio, già autrice di racconti apparsi su diversi periodici e siti internet e del primo romanzo, Guida gastronomica al precipizio (ed. Barbera), utilizza ne Le descrizioni un linguaggio semplice, scorrevole di grande impatto emotivo, fatto di parole che riescono a trascinare il lettore nel mirabolante viaggio di ricerca del significato del mondo cominciato della piccola eroina Mika. Un bambina curiosa e intraprendente nella quale ogni lettore può ritrovare quell’ innocente stupore provato un tempo di fronte ai complessi meccanismi della natura
:: Clara Sanchez e “La voce invisibile del vento” (Garzanti) a Libri come 2012 a cura di Cristina Marra
1 aprile 2012
Las Marinas è una località turistica della costa spagnola, luogo di divertimento e relax ed è la meta scelta da Felix e Julia, giovane coppia in vacanza col figlioletto Tito di pochi mesi, i protagonisti del romanzo “La voce invisibile del vento” (Garzanti, pag. 361, euro 17,60) della scrittrice spagnola Clara Sanchez. Villette a schiera,“ si trattava di un grande complesso residenziale con piscina situato in seconda o terza fila rispetto alla spiaggia, con un’incantevole architettura tradizionale mediterranea”, tutto sembra assolutamente normale, tranquillo, come le passeggiate in riva al mare che Julia sogna tanto di fare, eppure l’incubo sta per iniziare. Ancora una volta Clara Sanchez, autrice del best seller ”Il profumo delle foglie di limone”, ci regala un romanzo eccellente, in cui la suspense non ha a che fare con morte, violenza o sangue eppure l’orrore c’è e diventa palpabile pagina dopo pagina. Julia perderà la strada di casa, non riuscirà a raggiungere il residence in cui l’aspettano il marito e il figlio e comincia a vagare. La sua ricerca la catapulta nel passato. Julia e Felix, coppia in apparenza felice ma piena di problematiche, raccontano questa esperienza. “La coppia manca di comunicazione”, racconta Clara Sanchez durante l’incontro con i lettori a “Libri come 2012”, “Julia ha un desiderio nascosto, un desiderio di fare altre cose. La vita ci sottopone a degli obblighi e spesso ci piacerebbe fuggire, vivere una vita alternativa. Questo è quanto avviene a Julia. Quando ci lasciamo portare dai giorni, come fanno Julia e Felix, senza fare nulla, allora sarà la vita stessa a fornirci quello che ci manca. Julia si ribellerà all’uniformità della vita”. Una coppia come tante che nasconde, cela, maschera inquietudini e dolori. “Nei miei romanzi” continua l’autrice “cerco di esprimere il concetto che non siamo ciò che sembriamo e per questo uso due voci narranti, due punti di vita per narrare una storia e raccontare la realtà vissuta da due persone”. Così i ricordi, i luoghi, le parole, gli oggetti fluiscono da una vita all’altra e Clara Sanchez infarcisce i suoi romanzi di dettagli, “la vita è costruita dai dettagli e il dettaglio diventa la linfa di un racconto” continua Sanchez, concepisco il romanzo come se fosse un organismo vivente ed i dettagli sono le cellule del suo sangue. Julia percepirà tante cose grazie ai dettagli. Alcuni come l’anello della madre diventano dei talismani. Creo un continuo scambio tra il personaggio e l’ambiente circostante, questo mi consente di caratterizzarli”. Vincitrice di prestigiosi riconoscimenti letterari come il premio Alfaguara, Clara Sanchez si scopre scrittrice sin da piccola “ho iniziato a pubblicare nel 1989, ma scrivo sin da bambina. Per il lavoro di mio padre ci spostavano di continuo in varie città, ed in ognuna di esse lasciavo qualcosa, amici, luoghi cari, compagni di scuola. Questi distacchi e l’ambiente familiare mi hanno spinta a scrivere”.
La passione è diventata la sua unica professione che l’ha indotta a lasciare la docenza universitaria, “scrivo e basta, e il rapporto costante con la gente mi dà il materiale umano per poter scrivere. Scrivo per un lettore che ancora non conosco, ma c’è un tipo di comunicazione molto sottile. Tutto quello che scrivo è destinato a qualcuno che sta da qualche parte e che è il mio specchio”.
Grande scrittrice ma anche lettrice onnivora, “non potrei concepire la mia vita senza i libri. Il libro deve essere una tentazione, non un obbligo. Ogni libro è un desiderio e con il libro ti senti accompagnato da una persona che ha vissuto in altri luoghi o in altri tempi e ti trasmette sensazione che forse non potresti sentire mai”.
:: Intervista con Charlotte Link a cura di Giulietta Iannone
1 aprile 2012
Grazie Charlotte di aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Allora parlaci di te, raccontati ai nostri lettori. Sei nata a Francoforte nel 1963, sei una scrittrice tedesca tra le più amate, hai un cane, sei un membro attivo del PETA. Chi è Charlotte Link? Punti di forza e di debolezza.
Intanto i cani sono tre! Per quanto riguarda i miei studi, ho cominciato legge per diventare avvocato, perché mio padre era un giudice. Mi ci è voluto molto tempo prima di diventare una scrittrice professionista. Ma la giurisprudenza è sempre stata fra i miei interessi, tant’è che poi ho scritto dei thriller, perché con un padre giudice avevo accesso a tante informazioni. Per quanto riguarda la mia infanzia leggevo tantissimo, quindi se in genere ai bimbi si dice “dai forza, leggi”, a me i miei dicevano: “fa’ qualcos’altro, smetti di leggere”. Forse quello è stato il primo passo verso il mio futuro mestiere.
Sei tra le scrittrici di maggior successo oggi in Germania. Ci parli della situazione letteraria tedesca contemporanea. C’è qualche nuovo autore da tenere d’occhio?
Negli ultimi anni leggo soprattutto letteratura scandinava e inglese.
Lo psicothriller sembra un genere molto congeniale tra gli scrittori tedeschi, pensiamo a Sebastian Fitzek, Wulf Dorn. In cosa pensi risieda il vostro punto di forza. Cosa vi differenzia dalla detective novel psicologica più di stampo anglosassone?
Credo che gli autori di thriller tedeschi scrivano buoni romanzi quando li scrivono esattamente come gli inglesi.
E’ appena uscito in Italia per Corbaccio il tuo nuovo romanzo Oltre le apparenze. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?
L’idea iniziale nasce da un articolo comparso su un importante giornale tedesco che trattava la questione di Second life, vale a dire che esistono delle persone che, insoddisfatte della propria esistenza, cercano la rivincita in rete, costituendosi lì una sorta di nuova vita. Questo articolo è stato per me la scintilla che ha fatto scattare l’idea di questa storia.
Oltre alle apparenze è un thriller davvero agghiacciante per la tua capacità di descrivere la vita consueta di tutti i giorni e nello stesso tempo delineare scenari di disagio e vero proprio orrore. E’ questo il tuo segreto?
Una parte del segreto è che i protagonisti dei miei romanzi sono persone assolutamente normali, con vite assolutamente normali. Il lettore è quindi portato ad identificarsi facilmente con questi personaggi, ed è in questa normalità che all’improvviso s’innesca l’orrore, ed è questo che desta paura e timore, la sensazione cioè che una cosa simile potrebbe realmente accadere.
Il personaggio di Samson mi è piaciuto particolarmente, è un osservatore abusivo delle vite degli altri, certo a livelli patologici, ma anche gli scrittori non sono un po’ osservatori delle vite degli altri?
Sì, è vero. E forse anche loro lo sono in maniera patologica. Ma poi, per poter essere costruttivi, questa osservazione non porta agli stessi esiti di Samson.
Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti senti maggiormente influenzata?
Leggo tanti autori gialli inglesi e direi che gli influssi su di me sono costituiti dal loro insieme e non da uno in particolare. Inoltre le mie preferenze cambiano in continuazione.
Per concludere nel ringraziarti della tua disponibilità mi piacerebbe ancora chiederti se stai lavorando ad un nuovo romanzo?
Effettivamente ho appena finito di scrivere un nuovo romanzo e sto facendo progetti per il prossimo. Però di concreto non ho ancora niente, quindi non posso ancora parlarne. Grazie anche a lei per l’intervista.
Traduzione a cura di Francesca Ilardi
:: I libri di Andrea Novelli & Giampaolo Zarini a cura di Elisa Giovanelli
16 marzo 2012Il thriller sta di casa in Liguria. Tutti quelli che amano storie forti, ricche di suspense e di colpi scena e che non hanno paura di affrontare i lati più oscuri dell’esistenza possono trovare nella sezione letteratura italiana una coppia di autori i cui testi non hanno nulla da invidiare alla migliore narrativa americana di genere. Loro sono Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini, due amici di vecchia data residenti a Savona. L’uno ingegnere e l’altro esperto legale, sono accomunati dalla passione per la scrittura e hanno all’attivo già tre romanzi e numerosi racconti apparsi in varie antologie tra cui Anime nere reloaded curata da Alan D. Altieri, Bad Prisma curata da Danilo Arona e Nero Liguria a cura di Daniele Cambiaso. Imminente è l’uscita de Gli insoliti casi del professor Augusto Salbertrand, una serie di sei racconti in formato Ebook per la Chichili Agency Italia.
SOLUZIONE FINALE
Il romanzo d’esordio di Novelli e Zarini è un medical-thriller vincitore del Premio Palazzo al Bosco (2003). La vicenda si svolge n una cupa New York. Al Downtown Hospital il decesso di un piccolo paziente viene archiviato in fretta come un caso di morte naturale. Questa storia non convince il pediatra Sean McQuillan che inizia a indagare per fare chiarezza sul caso. Aiutato dal detective Eleanor Everett e dal luminare della medicina Leopold Mader, McQuillan si trova coinvolto in un intrigo che affonda le sue radici in Europa, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Indizio dopo indizio, tra efferati omicidi in serie e morti innocenti, si dipana una storia dura che affronta il tema del dissidio tra scienza ed etica alla base delle controversie legate agli esperimenti di ingegneria genetica per scopi terapeutici.
In una New York descritta nei minimi dettagli si muovono personaggi ben delineati, mentre la storia procede a un ritmo serrato, con una calibrata alternanza tra tensione e relativa calma e colpi di scena al momento giusto. Si viaggia dall’America all’Europa, tra passato e presente, senza mai perdersi. Ampio spazio è dato all’approfondimento dei temi scientifici, frutto di meticolose ricerche, che però non toglie nulla alla suspense. La scrittura di Novelli e Zarini è molto visiva, cinematografica e descrive senza sconti anche i più macabri dettagli degli omicidi. Il loro è uno stile moderno che però rivela un’estrema cura nella scelta delle parole, anche piuttosto ricercate, e merita attenzione per godersi pienamente le descrizioni dei personaggi e degli ambienti.
Soluzione finale
Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini
Marsilio, 2005
pp. 384
PER ESCLUSIONE
La seconda opera di Novelli e Zarini è un serial killer-thiller nuovamente ambientato a New York. La città è sconvolta da una mente disturbata che rapisce e uccide bambini innocenti, ponendo i genitori davanti a una scelta angosciante e impossibile: quale dei loro figli vogliono salvare? Il compito di dare la caccia a questo serial killer soprannominato Salomone è affidato all’agente dell’FBI Craig Dabecourt, tornato in attività dopo un brutto incidente in missione. Da allora Dabecourt è tormentato da emicranie e vuoti di memoria che gettano ombre nella sua mente. I rapimenti di coppie di bambini si susseguono e per l’agente dell’FBI inizia una lotta contro il tempo per fermare Salomone. Craig Dabecourt si trova ad affrontare il suo caso più difficile, inseguendo un assassino che sfugge a ogni logica e finendo per essere coinvolto personalmente nella vicenda.
Novelli e Zarini danno vita a un thriller agghiacciante in cui domina l’oscurità: i giorni passano, ma sembra di vivere in un’unica interminabile notte. Tutto è indistinto e confuso: il confine tra bene e male, colpevoli e innocenti è così labile che si finisce per dubitare persino di se stessi. È inverno, nevica, piove in continuazione. Fa un freddo tremendo, un freddo che esce dalle pagine. La trama cattura il lettore, in un’escalation di suspense che porta chi legge a non riuscire a staccarsi dal libro fino alle ultime pagine. I personaggi sono molto ben costruiti, ciascuno con le sue storie, il suo passato e le sue paure. La vicenda colpisce come un pugno allo stomaco, narrata con uno stile freddo, duro, che descrive fin nei minimi particolari anche i dettagli più terribili. Novelli e Zarini esplorano i lati più oscuri dell’esistenza in un libro adatto a chi ha il coraggio di affrontare un viaggio infernale.
Per esclusione
Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini
Marsilio, 2008
pp. 528
rieditato nel febbraio/marzo 2011 per Il Giallo Mondadori
IL PAZIENTE ZERO
Il terzo e ultimo romanzo, almeno per ora, è un action-thriller con di nuovo al centro il tema scientifico, marchio di fabbrica della coppia Novelli e Zarini. Christophe Douvier è un corriere di diamanti per la De Weld, una multinazionale olandese. Ha un tumore ai polmoni che non gli lascia speranze e quello che più desidera è assicurare un futuro sereno alla sorella Isabeu, cui è molto legato. Per questo ha deciso che quello sarà il suo ultimo incarico: ritira le preziose gemme in Sudafrica con l’obiettivo di farle sparire. Prima di partire, però, non resiste alla tentazione di andare con la tavola da surf su una spiaggia di Durban per un’ultima sfida alle onde. Il luogo non è frequentato solo da appassionati surfisti, ma anche da temibili squali. Proprio l’incontro con uno di questi predatori del mare sconvolge la vita del protagonista che passa velocemente dal sentirsi un miracolato al trovarsi in una realtà da incubo in cui ha il ruolo di cavia da laboratorio. Comincia così la rocambolesca fuga di Christophe Douvier che deve cercare di salvare se stesso e l’amata sorella da un complotto che vede coinvolti i vertici della De Weld, una branca deviata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e un popolo di un’isola misteriosa della Polinesia. Douvier non può fidarsi di nessuno e deve guardarsi da uno spietato professionista del crimine, Chimera, un individuo senza scrupoli che uccide per soldi, un malvagio assoluto.
Al centro del romanzo ci sono temi importanti come la malattia e la ricerca scientifica. Le vicende narrate spaziano dal Sudafrica al Madagascar fino alla Svizzera e alla Francia. Le descrizioni dei paesaggi e le parti più didascaliche, relative alla ricerca scientifica, si inseriscono in maniera efficace all’interno della narrazione senza interrompere gli sviluppi della trama o allentare la tensione. I personaggi sono costruiti in maniera efficace, anche se alcuni avrebbero meritato un approfondimento maggiore. Novelli e Zarini mostrano una fervida e macabra fantasia nel descrivere i crimini commessi. Il romanzo procede con ritmo rapido e incalzante fino all’ultima pagina. Il finale un po’ macchinoso nulla toglie all’avvincente ed emozionante lettura.
Il paziente zero
Andrea Novelli – Gianpaolo Zarini
Marsilio, 2011
pp. 448
:: Segnalazione: i nuovi titoli Revolver
16 marzo 2012I nuovi titoli Revolver: giovedì 22 marzo esce “L’impiccato“, di Russel D. McLean, considerato l’astro nascente della letteratura noir scozzese, e il 29 marzo sarà in libreria “Dietro le sbarre” di Allan Guthrie, maestro del tartan noir, anche lui scozzese, definito “cupo e meraviglioso” dal The Guardian.
“L’impiccato” di Russel D. McLean
McNee, detective privato a Dundee, viene incaricato da James Robertson di scoprire perché suo fratello abbia deciso di togliersi la vita. Il corpo di Daniel è stato infatti trovato che dondolava da un albero: impiccato.
Robertson ha poche notizie su di lui: quel che è certo è che dalla Scozia suo fratello era andato a cercar fortuna a Londra trent’anni prima, diventando il tirapiedi di un boss della mala. McNee è scettico,ma, raccolte le prime prove, si rende conto che Daniel non aveva un motivo per farla finita e, peggio ancora, la polizia sembra a tutti i costi voler liquidare il caso al più presto. Il detective capisce di aver ficcato il naso in un affare più grande di lui, e un’indagine come tante diventa un gioco nero che si svela un po’ alla volta. Fra colpi di scena e macabre sorprese,McNee stesso rischia di naufragare negli incubi del proprio passato. Un libro dalle atmosfere crude,violente, da incubo, con uno stile claustrofobico e pieno di poesia malata. Una girandola delirante che gronda dolore, con un finale pieno di ombre, quelle che nemmeno la pioggia perenne del romanzo potrà mai più lavar via dall’anima.
Russel A. McLean È l’astro nascente del noir scozzese: le sue storie tagliano come pugnali. Finalista allo Shamus Award è amatissimo da Ken Bruen di London Boulevard. Vive a Dundee, in Scozia. Autore di due romanzi, con L’impiccato ha raggiunto il successo di critica e pubblico, ottenendo una nomination allo ShamusAward.
“Dietro le sbarre” di Allan Guthrie
Edimburgo. Scozia. Nick Glass è un giovane secondino. Vessato dai colleghi e umiliato dai carcerati, sembra sempre sul punto di crollare. Quando il più potente fra i detenuti gli chiede di fargli da“mulo”per portare droga
in prigione, Glass dapprima si rifiuta. Ma uno psicopatico viene mandato a far visita a sua moglie e sua figlia. A questo punto Glass deve cedere. Entrerà in un gioco crudele e violento, tentando in tutti i modi di uscirne vincitore. Con il suo stile cupo e incalzante, Allan Guthrie dà vita a un romanzo che incrocia il miglior Palahniuk e il più delirante Irvine Welsh. In Dietro le sbarre, il maestro del tartan noir racconta l’inferno quotidiano del carcere, proponendo una riflessione allucinata e inquietante sulla condizione umana.
Allan Guthrie è stato definito dal Guardian uno dei re del Tartan Noir la particolare miscela crime scozzese definita così da Sua
Maestà James Ellroy. Vive a Edimburgo. Autore di cinque romanzi e tre novelle, e tradotto in sei lingue, ha vinto nel 2007 il Theakstons Old Peculier Crime Novel Of The Year ed è stato finalista
all’Edgar, all’Anthony e al Gumshoe Award.
:: Un ‘intervista con Richard Godwin
16 marzo 2012
Salve Richard. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Richard Godwin? Punti di forza e di debolezza.
Scrivo narrativa crime e horror, poesie e anche narrativa letteraria. Ho iniziato la mia carriera scrivendo opere teatrali. Ho fatto il lettore di letteratura sia inglese che americana. Sono nato a Londra e ho girato il mondo sia per lavoro che per interesse culturale. Sono laborioso e determinato, ardente e passionale, leale con i miei amici e onesto, mi interessa la gente e mi piace il vino. È possibile scegliere tra questi quali siano i punti di forza e quelli di debolezza.
Raccontaci qualcosa del tuo background, i tuoi studi, la tua infanzia.
Sono per metà croato e per metà inglese. Ho trascorso gran parte della mia infanzia in Croazia. Ho anche viaggiato molto quando studiavo. Parlo correntemente francese sin da adolescente quando passavo le mie estati in Francia. Ho studiato alla London University e vi ho lavorato come lettore.
Cosa ti ha spinto a diventare uno scrittore? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere crime?
Volevo scrivere sin da quando ero adolescente. Il lavoro a volte non me l’ ha permesso, ma di recente mi sono ritrovato in grado di prendere un anno sabbatico. Mi sono dato sei mesi per essere pubblicato ed avere successo. Ora sono nella fortunata posizione di scrivere a tempo pieno. Sono per lo più conosciuto per i miei romanzi horror e crime, ma scrivo anche poesie e narrativa letteraria. Mi piace la crime fiction perché è un modo per esplorare i meccanismi irrazionali che motivano le persone e anche la linea tra legge e ordine.
Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?
Dipendono dallo stile. Per me, un buon stile e una voce originale sono importanti, i personaggi forti sono sempre la linfa vitale di una grande storia, la struttura, il dialogo eccellente e la possibilità di far si che il lettore senta il tuo libro.
Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione. Hai ricevuto molti rifiuti?
Ho iniziato come drammaturgo. La mia satira The Cure All, su un gruppo di truffatori che utilizzano la New Age per raggirare i loro avidi e venali clienti, è stata portata a teatro a Londra. Ho quindi scritto un sacco di storie e le ho pubblicate in una serie di riviste. Tutti ricevono rifiuti, perché molto dipende da una questione di gusto personale. Devi trovare il tuo pubblico. Poi il mio primo romanzo Apostle rising è stato pubblicato lo scorso anno in edizione tascabile da Black Jackal Books. Ha venduto molto bene e ho venduto i diritti esteri in Europa. Il mio secondo romanzo Mr. Glamour è uscito questo mese con Black Jackal Books.
Ci descrivi una tua tipica giornata dedicata alla scrittura?
Scrivo ogni giorno. Considero la scrittura un po’ come il tennis.
Cosa ti ha ispirato a scrivere i tuoi libri?
L’amore per la letteratura. Penso che la letteratura ci permetta di esplorare la condizione umana.
Ci sono scrittori che ti hanno particolarmente influenzato nello stile o nella struttura narrativa?
Elmore Leonard e Cormac McCarthy.
Dimmi un aggettivo per ognuno di questi scrittori: Paul David Brazill, (levigato) Tony Black, (conciso) Cornell Woolrich, (versatile) Jim Thompson, (estremo)Raymond Chandler, (classico) Dashiell Hammett, (brillante) John Maxwell Coetzee, (ottimo) Don DeLillo, (eccellente)David Foster Wallace, (fragile) Paul Auster, (ingegnoso) Kurt Vonnegut (divergente).
Ti piace la letteratura italiana? Quali sono i tuoi scrittori italiani preferiti?
Amo la letteratura italiana, l’Italia, gli italiani, il vino italiano, il calcio italiano, l’opera italiana, il clima italiano, e la lingua italiana. Alcuni dei miei preferiti sono: Dante, Leopardi, Moravia, Giuttari, Carlotto,Carofiglio. L’elenco potrebbe continuare, ma avrei dovuto invitarti a cena sorseggiando una bottiglia di vino.
Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri?
Apostle Rising ha per protagonista un detective della polizia inglese che non riuscì a catturare un serial killer. Anni dopo un imitatore inizia a colpire ricreando le scene degli antichi omicidi e giocando con la vita del detective. La rivelazione dell’identità del killer è scioccante perché sovverte ogni previsione. Ecco un riassunto: L’ ispettore capo Frank Castle non ha catturato il Killer di Woodlands e questo quasi l’ha distrutto. Ora, anni dopo, aspramente criticato dalla stampa, e traumatizzato da incubi, si trova ad affrontare un killer copycat con la conoscenza approfondita dall’interno del caso originale. Lui e il suo partner DI Jacki Stone entrano in un labirinto mortale, e al suo centro si trova l’uomo che Castle credeva essere il responsabile delle prime uccisioni. L’indagine ha un effetto devastante sulla vita di Castle e Stone. Il killer crocifigge alcuni politici, alza sempre la posta in gioco scivolando attraverso le loro mani. Oscuri omicidi rituali hanno per vittime figure di alto profilo e il numero dei cadaveri è sempre in aumento. Castle si avvale di un brillante psicologo per aiutarlo a risolvere il caso, e comincia a scavare nella psiche del killer. Ma alcuni psicopatici sono più intelligenti di altri.
Il mio secondo romanzo Mr. Glamour è stato pubblicato questo mese. E’ ambientato nel mondo della moda, pieno di oggetti di design, belle donne che indossano abiti di Versace e di Gucci, incontrano i loro amanti, e c’è un killer in mezzo a loro. Ecco la sinossi: Qualcosa di oscuro sta offuscando lo sfarzo del mondo del glamour. DCI Jackson Flare e l’ispettore Mandy Steele stanno indagando su una serie di bizzarri omicidi di ricchi e famosi. Gente della tv, griffe famose, belle donne e uomini ricchi riempiono le pagine di questo oscuro racconto che vi terrà con il fiato sospeso fino al finale davvero imprevedibile. L’assassino in Mr. Glamour sa tutto sul design, lui sa cosa significa il brand. Lui sta invadendo e distruggendo la loro volontà. E la polizia è perplessa. L’ ispettore capo Flare e l’ispettore Steele cercano di catturare un killer che ha scavato dall’interno le loro teste. Mentre indagano mettono il piede in una sala degli specchi e si trovano di fronte ad un muro di segretezza. L’inchiesta guida Flare e Steele, che anche loro nascondono segreti, a far luce nelle tenebre. E il killer intanto guarda tutti.
Pensi che i critici abbiano influenzato il tuo lavoro?
No. Penso che i critici stiano cercando di progettare la cultura.
A proposito del tuo stile. Nasce spontaneo naturalmente o è il frutto di varie riscritture?
Quando si trova la propria voce si trova il proprio stile.
Ritieni che il tuo stile sia cinematografico? Ci sono film che hanno influenzato il tuo stile o il tuo lavoro in genere?
Ho scritto un romanzo che penso sia cinematografico. Verrà pubblicato entro la fine dell’anno. Penso che Mr Glamour sarebbe facile adattarlo in un film.
Quando pubblicherai i tuoi libri in Italia? Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?
Spero che entrambi i miei romanzi siano tradotti in italiano. Il mio agente sta lavorando attivamente per questo. Sono stato anche avvicinato da un editore italiano che mi ha commissionato di scrivere un racconto Noir per il mercato italiano. E’ ambientato a Londra e spero di vederlo pubblicato quest’anno. Sarei lieto di venire in Italia per parlare con la gente dei miei libri.
Cosa stai leggendo in questo momento?
Di Michael Connelly The Brass Verdict.
Qual è il tuo rapporto con i lettori? Come possono entrare in contatto con te?
Mi piace sentire i miei lettori, e a loro dopo tutto che mi rivolgo. Possono andare sul mio sito, dove è possibile vedere un trailer di 30 secondi di Apostle Rising e contattarmi tramite la pagina dei contatti. Una delle email più belle che ho ricevuto è quella di un soldato in guerra che ha letto il mio romanzo Apostle Rising e mi ha detto che l’ha aiutato a superare una battaglia.
Infine, l’inevitabile domanda: a cosa stai lavorando ora?
Sto scrivendo il racconto che ho citato per il mercato italiano e sto scrivendo il sequel di Apostle Rising. Grazie per essere una padrona di casa gentile e intelligente.
:: Lo strano caso di Thomas Jay
16 marzo 2012
Chi è quest’uomo?
Sembra una domanda curiosa e invece nasconde un piccolo giallo che sta animando un po’ i blog letterari in questi giorni. Tutto nasce da una mail che un po’ tutti abbiamo ricevuto inviata da una signora che si chiama Giovanna Galeassi ed è presidente del Comitato Free Thomas Jay. In questa mail è narrata la vicenda di uno scrittore italoamericano che attualmente dovrebbe scontare il carcere a vita per futili motivi. Un autore di culto di cui Fazi dovrebbe pubblicare in Italia le sue opere. Circola anche un video in cui il suo agente letterario Aaron Farrell, sua moglie, e una giovane scritrice italiana con bimbo in braccio, sostengono la campagna promossa per arrivare alla sua liberazione. E’ tutta una montatura? Thomas Jay non esiste? Il tizio con barba sale e pepe, la moglie sono attori pagati per interpretare una parte? Ci vorrebbe Lightman di Lie to me per capire se mentono. In rete è praticamente impossibile trovare tracce dei suoi libri. Molti blogger hanno condotto indagini, anche qualche giornale, telefonate all’ambasciata, controlli ad Arezzo tra i Lorenzini, vero nome, beh vero, diciamo così dello scrittore. Se fosse tutta una montatura a che pro? Essere presi in giro fa solo arrabbiare e non spinge a comprare libri, o sì? Qui ci vorrebbe Lucius Etruscus esperto di pseudobiblia. Sinceramente non so che dire. Andando controcorrente quasi mi auguro che Thomas Jay esista davvero, quasi quasi mi è anche simpatico, ma io non faccio testo ero convinta che anche Morgan Perdinka fosse reale, e mi son dovuta arrendere solo ascoltando la viva voce di Danilo Arona. Vediamo che succede, non che la nostra vita cambierà di molto ma è divertente vedere fino a che punto si spingono le nuove frontiere del viral marketing.
:: Recensione di Amnesia di Jean-Christophe Grangè a cura di Giulietta Iannone
16 marzo 2012
A poco a poco la situazione le diventava chiara: l’assassino non poteva essere un barbone o uno spacciatore e tanto meno l’uomo che aveva perso la memoria. Era un killer folle, freddo, razionale. Un essere dai nervi d’acciaio che si era preparato accuratamente in vista del sacrificio. Non era un macellaio né un allevatore e neppure un veterinario, lei ne era sicura. Aveva acquisito quell’abilità soltanto per allestire la sua messinscena.
Anais fremeva all’idea di affrontare un avversario simile, non sapeva se di paura o di eccitazione; probabilmente di entrambe. Era consapevole che nella maggior parte dei casi gli omicidi psicopatici venivano arrestati perché commettevano un errore o perché la polizia aveva un colpo di fortuna. Nel caso del killer, non poteva contare sul fatto che facesse errori; quanto alla fortuna…
Mathias Freire, psichiatra al centro ospedaliero specializzato Pierre-Janet di Bordeaux, e protagonista del nuovo romanzo edito in Italia da Garzanti di Jean-Christophe Grangè Amnesia, titolo originale Le passager tradotto dal francese da Doriana Comerlati, riceve una telefonata in piena notte sul suo cellulare del dottor Fillon, medico di guardia nel quartier Saint-Jean Belcier, che lo informa di un caso singolare avvenuto alla stazione Saint-Jean: verso mezzanotte i guardiani notturni si sono imbattuti in un uomo, un vagabondo nascosto in una cabina all’altezza del punto di ingrassaggio, sui binari. Uno sconosciuto, un uomo completamente privo di memoria, un colosso, alto almeno due metri, di centotrenta kili di peso con indosso un vero Stetson da texano e stivali da cowboy di lucertola. Quella stessa notte il capitano di polizia Anais Chatelet viene chiamata sul luogo di ritrovamento di un cadavere. Un giovane nudo, con diverse ferite. Una messinscena aberrante. Qualcosa che puzzava di follia e crudeltà lontano un miglio. Non una banale rissa finita male né un volgare furto di denaro. Roba seria. Il morto, rinvenuto in una fossa accanto ai binari della stazione di Saint-Jean, “ucciso” da un overdose di eroina, presenta un particolare aberrante: la sua testa non è quella di un uomo ma è inglobata nella testa di un toro. Subito le indagini portano ad un collegamento tra lo sconosciuto senza memoria e il delitto. I casi sono due: o lui è il principale sospettato, o ha assistito al delitto e per lo shock ha perso la memoria. Amnesia inizia così presentando due personaggi Mathias Freire e Anais Chatelet, che si incontrano casualmente e ci accompagnano per le ben 750 pagine del romanzo facendoci affrontare un viaggio avventuroso e interessante nella psiche umana e nei segreti racchiusi nella memoria ancor più quando è ferita, frammentata, lacerata. Innanzitutto non fatevi spaventare dalla mole del libro, sarà per le frasi brevi, per lo stile incisivo e pulito di Grangè, ma si legge molto velocemente. Se amate i thriller, pieni di colpi di scena, dove nulla è come sembra, dove l’autore sa escogitare trame vertiginose praticamente impossibili da svelare prima che sia lui stesso a farlo, troverete pane per i vostri denti. Se avete amato L’impero dei lupi vi troverete a casa. Senza svelare troppo della trama labirintica e davvero complessa, comunque per sommi capi presente nel risvolto di copertina, sicuramente è un libro in cui un uomo si interroga su chi sia realmente, su quali siano davvero i suoi ricordi, angosciato dalla paura di poter essere un assassino freddo e spietato e minacciato da un reale pericolo del quale non riesce in nessun modo ad individuarne l’origine. Il personaggio di Anais Chatelet, tipica eroina alla Grangè, è sicuramente una coprotagonista riuscita e agguerrita che compete ad armi pari con Mathias Freire. Sin dai tempi di Fiumi di porpora, l’autore ama presentare donne forti, volitive, capaci di reggere il confronto con i personaggi maschili, quasi sempre più problematici pensiamo a Pierre Niemans di Fiumi di porpora appunto o Jean-Louis Schiffer de L’impero dei lupi. Grangè unisce il thriller psicologico al romanzo di azione puro e lo fa conservando il suo stile particolare e tipicamente francese alla Besson per intenderci e dato che ogni romanzo di Grangè ha il destino quasi segnato di diventare un film non ci vedrei male proprio Besson alla regia.
:: Intervista a Stefano Santarsiere a cura di Daniele Imperi
16 marzo 2012
Perché la scelta di un’ambientazione italiana per il thriller?
I thriller e i noir affascinano per la loro capacità di sondare gli aspetti più oscuri della psicologia umana e degli ambienti sociali. Uno scrittore che desideri cimentarsi con questi generi narrativi e voglia che la sua ambientazione non sia soltanto una specie di palcoscenico artefatto per i suoi personaggi, deve scrivere di luoghi familiari. Nel mio caso c’è forse un vantaggio in più: io provengo dalla Lucania, un contesto poco conosciuto e non molto presente nella narrativa italiana, che per di più si presta alle atmosfere intrise di spiritualità, folklore e mistero presenti nel romanzo.
Ti sei ispirato a qualche opera o autore in particolare per la scrittura del romanzo?
I modelli sono stati molti, per i contenuti, il ritmo, la costruzione delle scene. Ne cito uno solo – forse inaspettato – rispetto all’architettura complessiva del libro: ‘Il 42° parallelo’ di Dos Passos. Avevo in mente quel libro mentre sviluppavo i vari blocchi narrativi del romanzo, corrispondenti alle vicende dei singoli personaggi.
Qual è la stata la difficoltà maggiore nel creare un thriller?
Anche se estremamente stimolante, scrivere un thriller è abbastanza complesso, specie quando vi si stratificano elementi apparentemente eterogenei, come in ‘Ultimi quaranta secondi’. Una difficoltà è quella di individuare gli snodi narrativi più originali – tra i tanti possibili – e renderli credibili e perfettamente interdipendenti. Inoltre, in un romanzo dove la vicenda è narrata a più voci, era importante che i personaggi fungessero da cassa di risonanza dell’intera storia, ciascuno dal proprio punto di vista: alimentare questo meccanismo di riflessi e richiami tra le vicende personali è stata la sfida più grande.
Da dove è nata l’idea principale della storia e come si è evoluta nel corso della stesura del romanzo?
Ero affascinato dal culto delle Madonne nere. In qualche modo sono convinto – e forse è davvero così – che rappresentino il retaggio di un culto preesistente, più antico di quello cristiano. Volevo che questa idea fosse il nucleo di una storia dominata dall’inganno e dalla violenza, in cui si alludesse a una verità sconvolgente sull’origine umana. Nel corso della stesura l’idea si è dimostrata un ottimo motore narrativo, si evolveva intorno al concetto delle ritualità soppresse che tendono a riaffermarsi, dava energia al racconto – e lo trascinava inesorabilmente verso lo scontro finale.
Parlaci dei personaggi principali: come sono nati e come hai costruito le loro storie?
Sono nati tutti nella prima stesura, man mano che avevo bisogno di ‘personificare’ un sotto-tema o mi serviva aggiungere un elemento narrativo che solo uno specifico personaggio poteva offrire alla storia. Ad esempio, Belisario rappresenta lo sconcerto dell’uomo comune dinanzi agli accadimenti descritti, sensazione amplificata dai dubbi che lo attanagliano riguardo al figlio. Elena Mecca è portatrice di verità alternative e rappresenta il pregiudizio che esse a volte suscitano. Roberto è l’emblema di come il passato possa rivelarsi molto diverso da come lo ricordavamo, in pratica rappresenta la nostra paura di vivere una vita illusoria, ingannevole. Poi ho lavorato su ciascuno di essi, sulla fisiologia, il carattere, la storia personale…
Che parte ha avuto la documentazione per “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”?
Enorme. Ho lavorato molto sui meccanismi di proselitismo utilizzati dalla chiesa, sui contenuti delle bibbie apocrife, sulla diffusione e sul significato dei rituali pagani assimilati dal cattolicesimo. E’ stato importante per costruire uno sfondo credibile e per lo sviluppo della trama.
Come hai scelto il titolo del romanzo? Rappresenta la tua prima idea o è cambiato nel corso del tempo?
Non è stata la ‘prima scelta’. L’ho individuato alla fine della prima stesura, dopo aver letto un saggio. In pratica rimanda a una semplificazione della storia del pianeta in cui, immaginando che essa si svolga nell’arco di ventiquattro ore, l’homo sapiens occupa gli ultimi quaranta secondi.
Indagine poliziesca, racconto esoterico, libro di denuncia: come convivono nel tuo romanzo questi tre aspetti della letteratura?
Attraverso le vicende dei personaggi, che offrono una lettura a più livelli del testo. Un’altra sfida è stata proprio di rendere tutti questi livelli funzionali alla storia.
Che cosa ha di diverso questo thriller da quelli americani che siamo abituati a vedere nelle librerie e perché i lettori italiani dovrebbero leggerlo?
L’ambientazione, la profonda appartenenza a una cultura nostrana e a una spiritualità nella quale ci possiamo riconoscere, e che deriva dalla nostra sensazionale e ineguagliabile storia. Ma la trama rimanda anche a misteri che trascendono il contesto provinciale, raccontando molto di più. Credo inoltre che lo stile del libro sia un po’ meno disadorno e impersonale di quello anglosassone.
Pensi che il tuo thriller rappresenti realmente un quadro del nostro paese o si discosta molto dalla realtà quotidiana?
Sì e no. Racconta una storia che è frutto di invenzione, benché in un’ambientazione reale, connotata da passioni, atteggiamenti, vizi ben precisi. Ma nel complesso descrive qualcosa di profondamente vero: la nostra paura per l’ignoto e la necessità di aggrapparci ai simboli per combatterla.



























