:: Recensione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2013 by

CopBurattino_lowSiamo a Dip, Stato di Washington, un’afosa località persa tra campi di grano e fattorie. Mattie Brooke, ragazza di campagna un po’ invecchiata ma ancora attrente, lavora come cameriera nella tavola calda di Morderai Sturm e intanto sente che la vita le sta scorrendo attorno, mentre sogna che Jedediah Dowd, proprietario di un ranch nelle vicinanze, un giorno la sposi, innamorata, più che di lui, delle lettere struggenti e poetiche che sua madre aveva scritto negli anni 40, prima di morire.
Poi un giorno entra nella sua vita un forestiero di passaggio, Tucker Harris, reduce del Vietnam, commesso viaggiatore, dedito all’alcool e alle anfetamine. Passano insieme una notte selvaggia di sesso e passione (più lotta all’ultimo sangue di pesci siamesi combattenti nell’acquario), così lontana dalla noia e il solitario trantràn a cui Mattie è abituata e il giorno dopo Tucker le lascia una poesia di Verlaine, Clare de lune, scritta su un velo di Scottex, dandole appuntamento tra un anno.
Così inizia Il burattino (Death Puppet, 1989) noir sulfureo e feroce scritto magistralmente da un Jim Nisbet in stato di grazia. Difficile credere che sia stato un americano ad averlo scritto, sebbene personaggi e ambientazioni più americani di così si muore, non tanto per la trama quanto per la scrittura così barocca, eccessiva, bizzarra, colta, ricca di citazioni letterarie (la parodia blasfema dell’incipit di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen è uno dei tanti esempi che mi vengono in mente) scevra dalla linearità ed essenzialità dei maestri del noir americano.
Tradotto da Jacopo Lencowicz ed edito da Fanucci nella sua collana TimeCrime, Il burattino, che ricordiamolo è figlio degli anni Ottanta, sebbene ancora inedito in Italia, fu infatti scritto da Nisbet nel 1989, in piena era reganiana, figli dei fiori, guerra del Vietnam e controcultura beat ancora un ricordo recente, (specie per uno scrittore di San Francisco), racchiude molta bellezza e qualche difetto, dovuto principalmente ad una certa disomogeneità e pesantezza quando descrive dall’interno, tramite un forsennato e debordante stream of consciousness, la follia di Tucker Harris, personaggio che vive con un ingombrante diavoletto nella testa che gli parla, lo sfotte, lo incita nelle sue nefande imprese.
Tornando alla trama: Mattie Brooke dopo l’incontro con Tucker Harris si trova ad un bivio, niente sarà più come prima. L’arrivo alla tavola calda di due hippy da San Francisco, che si mettono a litigare con un avventore e il proprietario, segna un suo crollo emotivo e una ribellione che la porterà ad essere licenziata in un’esplosione di caraffe di caffè e vetri infranti. Poi quando i due forestieri, Scott e Eddie, le chiedono di portarli da Jedediah, qualificandosi come suoi vecchi amici e compagni d’arme, Mattie, forse troppo fiduciosa, ma è un suo difetto o meglio parte del suo fascino, accetta e inizia un viaggio che la porterà a scoprire che Jedediah non è l’uomo che credeva che fosse, per non parlare dei due stranieri o dello stesso Tucker Harris, che a quanto pare non è andato lontano.
In un crescendo narrativo, che culmina in una ipercinetica resa dei conti nel ranch di Jedediah a base di marijuana, omicidi, esplosioni (e anticipa con un certo anticipo le derive iperrealistiche e splatter di alcuni narratori noir e registi contemporanei, in cui le esplosioni di violenza, con schizzi di sangue, corpi crivellati dai proiettili e cadaveri carbonizzati, si associano ad una graduale presa di coscienza e deframmentazione dei personaggi), Nisbet trascina il lettore suo malgrado in una vicenda al calor bianco in cui realismo e verosimiglianza vengono sospesi in favore di una accettazione quasi incondizionata di motivazioni e obbiettivi, giustificabili forse solo con la follia.
Ingenua, sensibile, fondamentalmente romantica, anche se si crede una ribelle, Mattie è senz’altro l’eroina principale del romanzo e la sua parabola discendente verso la dannazione e o la salvezza, (sta al lettore deciderlo in un finale quanto mai aperto), viene seguita dall’autore con partecipata tenerezza, lasciata sospesa come una promessa non mantenuta. Bellissimo.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di In me io mi salvo di Cristoforo Gorno – (Imprimatur editore, 2013) a cura di Lucilla Parisi

6 settembre 2013 by

in meIn me io mi salvo è un viaggio verso la verità, indietro nel tempo, fino agli anni dell’infanzia quelli in cui certi eventi si imprimono nella mente come istantanee in bianco e nero, difficili da ricollocare nel tempo e nello spazio. Immagini che richiamano solo flebili ricordi, ma che hanno ancora la forza di evocare le emozioni e i sentimenti di un tempo. Questa è la storia di Deifobo, detto Bino, un bambino di Brescia che, dopo la strage del ‘74, si trasferisce con la famiglia in Ciociaria, nel paese di Patrica, alla periferia di Frosinone e del mondo di Bino adulto. Dopo trent’anni di distanza dai luoghi dell’infanzia, una ferita aperta lo conduce da Roma verso il suo passato, nei luoghi in cui si è consumata, silenziosa, la tragedia. Alex il belga, il conoscente, l’uomo che si era offerto di insegnargli ad accudire e a cavalcare i suoi cavalli, aveva abusato della sua fiducia, della sua ingenuità, del suo corpo e della sua infanzia, trasformandolo dapprima in un bambino spaventato e poi nell’uomo tormentato e vinto dai sensi di colpa che era diventato. “Tutto sembrava bello, un maestro, un allievo, la storia di un apprendimento, il compimento di una vocazione a stare con le bestie, una vocazione che veniva da lontano, da quegli abbracci infantili e fiduciosi all’asino Cico”. La violenza arriva per caso, in quella casa che lo aveva accolto come un figlio. Il dolore, la vergogna, la paura chiuderanno gli occhi e la bocca di Bino che, di fronte alle già precarie condizioni economiche e personali dei genitori, non rivelerà loro la violenza subita e non denuncerà mai il suo carnefice. Dopo anni di distanza, la strada di Bino verso la resa dei conti si trasformerà in un percorso poetico: i protagonisti di storie al limite tra realtà e fantasia – animali magici, odalische e nani muti, sultani e carcerati – lo accompagneranno, passo dopo passo, verso la fine del suo viaggio, esorcizzando il male e dandogli la forza di affrontare finalmente il suo orco. Il confronto poi con tragedie del passato, come i condannati a morte della furia nazista a Castro dei Volsci e il passaggio attraverso i luoghi in cui si è consumata la tragedia di donne e bambine (come la undicenne Ludovica L.), vittime di ogni sorta di violenza da parte delle truppe tedesche e marocchine, condurranno Bino ad una riflessione sugli incastri del destino: “Ludovica L. incontra la Storia e ne subisce la violenza. Bino (io) incontra la Storia e si mette in moto il meccanismo che lo porterà a subire a sua volta violenze. Bino va a cercare il suo carnefice. […] Per caso o per necessità incontra Ludovica L., vede i suoi luoghi, lì a due passi dai luoghi di Bino, ascolta il suo racconto. Il cerchio si chiude, il senso del viaggio diventa chiarissimo: la Storia non può imporci una resa senza condizioni. Ludovica L. non ha potuto chiudere i conti con chi le ha fatto male […] Io invece quei conti posso chiuderli, e non devo più rimandare”. Il romanzo di Cristoforo Gorno fa male nella sua spietata lucidità. Quando si parla di violenza sui bambini, le parole sono lame affilate che producono in chi ascolta o legge, una rabbia ed un disgusto incontenibili. Lo scrittore alterna a quelle parole la soavità e la magia della fiaba, del racconto senza tempo, nel tentativo di restituire al Bino che fu il significato autentico della sua infanzia rubata. Una storia delicata nella sua innegabile durezza che merita comunque di essere letta.

Cristoforo Gorno è nato a Brescia nel 1963 e ha studiato lettere classiche. Si è laureato in Storia delle religioni del mondo classico e lavora in televisione come autore di programmi di divulgazione scientifica e storica, tra cui Gaia, il pianeta che vive (Rai 3), Atlantide e Impero (La7).

:: Antologia NeroNovecento Intervista Collettiva – Prima Parte

6 settembre 2013 by

neronovecentoIn occasione dell’uscita dell’antologia noir NeroNovecento, edita da Cordero Edizioni, noi di Liberi di Scrivere abbiamo avuto l’idea piuttosto folle di intervistare tutti gli autori che l’hanno scritta. E grazie a Daniele Cambiaso, e alla disponibilità di tutti gli scrittori, ce l’abbiamo fatta. Sarà divisa in due parti, data la lunghezza, e in rigoroso ordine cronologico. Buona lettura!

Prima Parte

  • Anni 00

Ciao Stefano, benvenuto. Presentati ai nostri lettori. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Stefano Mantero?

Sono un uomo di cinquant’anni innamorato della lettura, in particolare dei romanzi noir. Ho collaborato per molti anni con diversi quotidiani genovesi: Il Lavoro, Il secolo XIX e la Repubblica e questo costante esercizio di scrittura mi ha spinto a provare a raccontare qualche storia anche io. L’ho fatto pubblicando un volume di racconti e partecipando a diverse raccolte di racconti come Nero Novecento.

Sei l’autore del racconto Il sogno di Anna che idealmente apre la raccolta. E’ ambientato infatti nei primi anni del XX. Parlaci un po’ di come è nato, dove è ambientato, quali sono i personaggi principali?

Il mio racconto è nato da una serata con due amici, Margherita e Fulvio, trascorsa ad ascoltarli parlare della loro passione e professione, la fotografia.
Io cono cieco e poter parlare di immagini con persone che curano i particolari di uno scatto, luce, esposizione, colore, il gioco delle ombre, ecc… E’ qualcosa che stuzzica terribilmente il mio interesse. In quel momento mi è venuta la voglia di scrivere sulla fotografia, meglio sulle tecniche fotografiche. Successivamente ho pensato che sarebbe stato ancora più interessante parlare degli albori della fotografia e quindi dei primi del Novecento.
Poi il mio legame con il mare mi ha spinto ad ambientare la storia su una nave, e visto che si tratta dei primi del secolo scorso, su di un vapore carico di migranti e di pochi fortunati che abitano la prima classe. Da li in poi ogni tassello si è composto autonomamente e non sono stato più io a raccontare la storia ma lei a raccontarsi a me…

Hai partecipato a questa antologia perché probabilmente condividi l’idea di fondo da cui è nata. Raccontaci cos’è il noir per te e perché il Novecento è un secolo così ricco di ispirazione, di scenari, di suggestioni?

Il genere noir è come una musica, certe volte ti avvolge e ti prende l’anima, altre va dritta al cuore e ti lascia senza respiro, ma comunque non ti lascia indifferente. Ecco questo è il noir per me, certo quando dico noir non posso non pensare a Izzo e alla sua Marsiglia, ma di ottimi esempi e nostrani ce ne sono a decine.

  • Anni 10

Ciao Angelo, benvenuto. Per prima cosa mi piacerebbe che ti presentassi ai nostri lettori. Raccontati come se fossi un personaggio di un tuo racconto. Chi è Angelo Marenzana?

Mi muovo tra le nebbie invernali di Alessandria e la sua umidità soffocante dell’estate. Orgoglioso di fare parte della schiera del segno zodiacale più noir, lo scorpione, indicato come quello delle grandi passioni, della morte, del tradimento e della vendetta. Ma credo ci sia un eccesso di letteratura in tutto ciò, visto che non mi riconosco in tale personalità, e per il fatto che tiro a campare con un’esistenza assolutamente normale e vivo grazie a uno stipendio da funzionario dell’Agenzia delle Dogane. Il resto è scrittura, lettura, cinema, poca musica, storia dell’arte. Elementi comuni, credo, per chi si diverte a narrare storie. E lo faccio quasi sempre in compagnia di un paio di splendidi bastardoni (detesto la parola meticci, incroci, e quant’altro ci si inventa con la logica del perbenismo verbale). Ovvero i miei cagnetti.

Sei l’autore di Non come in guerra, racconto ambientato dopo la fine del primo conflitto mondiale. L’aumento dei prezzi di fine ‘800 porta ai moti popolari in tutta Italia. Nel 1898 il Gen. Bava Beccaris spara cannonate sulla folla per soffocare i moti di Milano. Negli anni 10 del secolo nuove sommosse operaie sono represse nel sangue. Perché hai scelto questo scenario per il tuo noir?

Ho sempre nutrito un interesse particolare per le storie ambientate nel ventennio, trovando meno affascinante l’inizio secolo. La proposta di Daniele Cambiaso di occuparmi della prima decade l’ho presa quindi come una piccola sfida con la storia. L’occasione per tornare a sfogliare qualche libro di storia, individuare alcuni elementi da riprodurre (per esempio non avevo ricordo, pur avendone sentito parlare, della diffusione della spagnola) e riscoprire anche un malcontento sociale (causa prima dell’insediamento dei fasci combattenti) che forse avevo un po’ sottovalutato come strumento narrativo. Devo dire che invece offre grandi potenzialità.

In cosa si differenzia per te il noir dagli altri generi letterari e perché il Novecento è un secolo così “noir”?

Il noir è un punto di vista, uno dei tanti, per raccontare una storia. Forse più diretto, più crudo, non ama i preamboli, necessita di una scrittura asciutta, spigolosa. Aiuta a mettere a fuoco il lato (per l’appunto nero) dei protagonisti dell’evento raccontato, del periodo storico in cui sono immersi, le loro relazioni, così come l’ambiente, l’atmosfera di cui si nutrono. Non credo che il 900, rispetto ai precedenti, sia un secolo particolarmente noir. Forse è’ solo più vicino a noi, è specchio della nostra anima e della nostra cultura, in più gli accadimenti storici vedono ancora in vita i loro stessi protagonisti e mille ferite sono ancora aperte. La memoria (per fare un esempio di questi giorni) corre alla strage delle Fosse Ardeatine con un criminale nazista come Priebke che sta per compiere 100 anni, ai famigliari delle vittime che ancora chiedono giustizia, ai principi nazisti e xenofobi che serpeggiano in Europa. Cosa certa è che il 900 ha visto una forte individualizzazione dell’uomo e una forte contrapposizione di classi e di ideologie. In questo incontro-scontro è facile far germogliare il mistero e far emergere il sottobosco della politica e degli apparati dello stato in ogni sua forma (la cronaca ne è ricca) che in Italia, in modo particolare, è molto prolifico. Deviazioni fatte di corruzione, intrigo, mafia, terrorismo, speculazioni finanziarie, spionaggio industriale, contrabbando d’armi e droga, extraordinary rendition… insomma. A piene mani!

  • Anni 20

Ciao Riccardo e Massimo, benvenuti. Descrivetevi l’un l’altro non solo fisicamente.

Parigi – Sozzi: strana coppia! Uno proviene da studi umanistici e l’altro da un percorso scientifico. Che dire di loro? Vite abbastanza parallele, che possono essere sommariamente riassunte ricorrendo alla scansione utilizzata in Neronovecento, partendo però da metà secolo (che è poi la loro età): nei ’60: taglia 46-48; nei ’70: taglia 50; negli’80: taglia 52; nei 90: taglia 54; dai 2000: meglio tacere! Mentre aumentavano le taglie, diminuivano certi slanci idealistici di fronte a mirabolanti discese in campo e a “larghissime intese”. Non diminuiva però la voglia di scrivere, di divertirsi con la scrittura, naturalmente meglio se non da soli.

Siete gli autori di Gaggio, racconto ambientatato in Italia nei primi anni Venti. Gli albori del fascismo. Raccontateci in breve la trama del racconto e da cosa o da chi vi siete ispirati.

La voce narrante di Gaggio è quella di un giovane che appartiene a un’antica famiglia di circensi, i Cervaro. Il ragazzo vive a disagio nel circo, si sente appunto un gaggio, un estraneo, fino al punto di non accettare più l’autorità del nonno, un personaggio minaccioso e dispotico. Ma il protagonista è sempre più insofferente anche nei confronti di un’Italia che è uscita distrutta dal primo conflitto mondiale ed è scossa da fortissime tensioni sociali e dalle violenze dello squadrismo fascista.

Noir e Novecento un binomio interessante. Siete lettori di noir quali sono i vostri autori preferiti di questo secolo?

Non è facile fare delle scelte, ma certo abbiamo apprezzato il geniale Goodis, Woolrich e la strepitosa serie “in nero”, Ellroy e l’inferno di Los Angeles, e di recente le giovani “belve” di Winslow.

  • Anni 30

Ciao Giorgio, benvenuto. Sei un ospite ormai abituale del nostro blog. I nostri lettori probabilmente non hanno bisogno che ti presenti. Ma raccontaci lo stesso qualcosa di te, qualche aspetto sconosciuto di Giorgio Ballario.

Non voglio portar via troppo spazio a questa intervista-monstre ai dieci autori. Perciò mi limito a ricordare la mia attività editoriale (l’altra, quella lavorativa, come forse qualcuno sa si svolge in veste di giornalista al quotidiano La Stampa): ho pubblicato finora cinque romanzi, tre dei quali fanno parte del cosiddetto “ciclo coloniale”, cioè le indagini del maggiore Morosini nell’Africa orientale italiana degli Anni Trenta: “Morire è  un attimo”, “Una donna di troppo”, “Le rose di Axum”. Un ulteriore romanzo del ciclo era in uscita nei mesi scorsi ma le… disavventure  dell’editore ne hanno impedito la pubblicazione, così adesso sono alla ricerca di un nuovo editore. L’ultima opera – “Nero Tav” – è uscita in via sperimentale in formato e-book sul sito di Amazon.it. In più ho partecipato con alcuni racconti a un paio di antologie di giallo-storico. Tre, con “Neronovecento”.

Il tuo racconto, ambientato nell’Eritrea degli anni Trenta, si intitola L’uomo con la valigia. Ce ne vuoi parlare? Che esperienza è stata far vivere il maggiore Morosini in un racconto?

Dati gli studi e le ricerche effettuati in precedenza per scrivere i quattro romanzi del ciclo coloniale, ricostruire in modo credibile il viaggio allucinato del protagonista del racconto sul treno Asmara-Massaua non è stato troppo difficile. Lo è stato di più far figurare Morosini non come protagonista, ma nel ruolo di comprimario. Una bella giravolta, a cominciare  dal tipo di narrazione, che non è stata più in prima persona, come nei romanzi, raccontati dal protagonista; bensì in un’inedita, per me, terza persona.

Il Novecento è stato un secolo caratterizzato da due Guerre Mondiali, una guerra fredda, colonialismo sfrenato, guerre etniche, genocidi. Il peggio che l’uomo sia stato capace di creare reso decuplicato, centuplicato dalle grandi scoperte tecniche e scientifiche, pensiamo solo alla bomba atomica. Pensi che il secolo appena iniziato sarà altrettanto “noir”? 

Se il XX secolo è stato senza dubbio noir, il XXI ha tutta l’aria di voler essere un secolo noir-fantascientifico. Ma nell’accezione più pessimista e negativa del termine, diciamo più Philp Dick che Isaac Asimov. Nel senso che molte utopie negative, senza che neppure ce ne rendessimo conto, si sono ormai avverate, sia pure in modo morbido e graduale, quasi impercettibile. E quindi l’uomo del XXI secolo si ritrova quanto mai schiavo della tecnologia e dell’economia, controllato e controllabile, sempre più ingranaggio di un meccanismo globale e globalizzato. Sembra esserci poco spazio per la ribellione individuale e per le storie poliziesche in senso classico, ma non è il caso di disperare: il noir è connaturato al genere umano e può spuntar fuori laddove meno te lo aspetti.

  • Anni 40

Denise Bresci e Ugo Polli, benvenuti. Raccontateci qualcosa di voi. Che studi avete fatto, come è nato il vostro amore per la scrittura?

Denise – Ciao, l’amore per la scrittura credo venga con l’amore per la lettura. Ho scritto un primo racconto alle medie, che feci leggere alla mia professoressa di italiano… mi vergogno ancora adesso! Come potevo pensare di scrivere, così giovane!
Nonostante i suoi complimenti smisi subito: al liceo, con lo studio di tanta meravigliosa letteratura (ho fatto il classico), posai subito la penna, se non per fare i compiti (e le poesie che scrivono tutti gli adolescenti, che non conto).
All’università mi sono orientata invece verso il mondo scientifico, soprattutto per necessità -all’epoca, ciò garantiva maggiori possibilità occupazionali- : ma le passioni giovanili (arti figurative, letteratura, musica) sono sempre in primo piano, per me. Così negli anni ho sempre letto tanto, diventando sempre più appassionata e sempre più pretenziosa, “difficile” nelle scelte. Il gusto si affina e ci si inizia a porre domande sul perché una cosa piaccia più di un’altra, perché un autore ci appassioni e l’altro no.. E’ qui, in questo tipo di indagine, in questa ricerca di mezzi critici che secondo me nasce la possibilità di scrivere: perché si capisce cosa si vorrebbe ottenere e nasce il desiderio di provarci. Ringrazierò sempre Daniele per avermi dato la possibilità di apparire come “autore”, visto che il primo racconto pubblicato lo devo a lui: “Quando ci incontreremo di nuovo noi tre?”, nell’antologia “Nero Liguria” che curò per Perrone Lab.

Ugo: È nato tardi: e non è proprio amore, è più voglia di qualcosa di buono. Scrivere è un’attività dura, faticosa, assorbente e non sempre il risultato soddisfa. Noi veniamo entrambi da studi classici e siamo sempre stati lettori voraci: di conseguenza, come lettori, siamo abituati a confrontarci con livelli di scrittura decisamente notevoli. Questo ci porta a criticare continuamente quello che scriviamo. Cerchiamo di non cadere nel perfezionismo, ma non è facile…

Siete gli autori di Requiem, racconto ambientato negli anni Quaranta, al termine delle Seconda Guerra Mondiale. Raccontateci in breve di cosa parla il vostro racconto.

Denise –  Il nostro racconto contiene varie storie: una storia di vendetta, una storia di perdono, una storia di sconfitta e disillusione. E’ un giallo, perché così doveva essere, ma abbiamo cercato di creare dei personaggi “veri” che dovrebbero rimanere nella mente del lettore più del plot e più dell’ambientazione.

Ugo: Requiem è una storia di guerra, di tradimento, di vendetta e redenzione. Una colonna partigiana viene sterminata, una bambina ha perso il padre, qualcuno cerca di ricostruire ciò che è successo veramente. L’obiettivo, speriamo raggiunto, è stato dall’inizio quello di creare una storia di genere senza rinunciare a tratteggiare i personaggi in modo credibile dal punto di vista drammatico e, possibilmente, senza tirare mai il freno. Di certo, sotto questo profilo, il periodo storico aiuta.

Raccontateci cosa è per voi il noir e in che misura il Novecento ha reso possibile una sua così grande diffusione.

Denise: Il noir è, tra i “generi” (giallo, thriller, horror, fantasy, fantascienza) forse il mio preferito: è quello che permette di mettere in scena storie interessanti, fuori dal comune ma anche personaggi credibili, scavati a fondo nella loro personalità. I noir sono sempre tragedie: e, come lettore, per me non c’è niente di meglio. Il noir permette di attraversare la Storia, di raccontarla con forza e serietà: penso a Ellroy, il più grande maestro del genere. Ma permette anche esplorazioni stilistiche: e qui, oltre a Ellroy, penso a Peace i cui virtuosismi rendono un romanzo un’esperienza indimenticabile.
Penso che la sua diffusione nel secolo scorso sia una naturale evoluzione della letteratura; il passo dal racconto realistico di una storia “forte” a quello di una storia “noir” è brevissimo: si tratta solo di volersi sporcare le mani, di voler provare a ritrarre le persone e la Storia “a tutto tondo”. Basta solo questo, ed ecco il “noir”. Un ritratto senza giudizio, il cui intento è di indagine: ma non di indagine poliziesca; indagine umana, solo per capire meglio. E qui penso a quello che potrei considerare il vero padre del noir: il grandissimo Truman Capote e il suo “A sangue freddo”, un romanzo a suo modo disturbante e modernissimo, scritto in maniera perfetta (e in cui, come in ogni vero noir, non c’è alcuna soddisfazione, alcun senso di giustizia nonostante il processo e l’esecuzione dei colpevoli).

Ugo: James Ellroy, uno dei nostri autori preferiti, disse una volta che il noir è l’esatto contrario di Disneyland. Sviluppando la definizione a contrario si può dire che cosa non è il noir: non è consolatorio, nessun personaggio vince, nessun crimine viene veramente punito. Il giallo classico (penso a Agatha Christie) presenta una situazione oggettiva, un problema quasi matematico che deve essere risolto per ripristinare l’equilibrio che l’evento / crimine ha spezzato; il noir, al contrario, presenta situazioni fortemente soggettivizzate, frammentate, in cui l’accento è posto su personaggi mossi da impulsi personali quando non da vere e proprie ossessioni. Una visione oggettiva è impossibile: per di più è possibile scrivere un noir con elementi gialli (mistero, indagine, rivelazione) mentre, noi riteniamo, è impossibile scrivere un giallo con elementi noir. E’ un problema di retrogusto: quello del giallo è dolce, quello del noir è amaro.
Il Novecento, e in particolare Hollywood negli anni ’40, ha creato il genere e la definizione stessa di noir. Come avviene quasi sempre, la Creatura si è ribellata al Creatore: dalla superficie costituita dalle atmosfere rarefatte “alla francese” e dai fascinosi losers, dalle femmes fatales e dalle trame fantasiose e quasi oniriche di Casablanca e del Falcone Maltese si è passati alla profondità di analisi psicologica e di introspezione degli Ellroy e dei Peace. Mentre l’obiettivo originario del genere era creare evasione condita da un pizzico di violenza ambientando in situazioni immaginarie e/o in contesti esotici, il noir attuale crea personaggi e storie dalle quali non riusciamo a staccarci e che ci infestano per molto tempo. Forse perché, tutto sommato, ci racconta meschinità e ossessioni che, in qualche misura, possiamo riconoscere (anche) come nostre.

:. Recensione di Eterna di Victoria Alvarez (Fanucci, 2013) a cura di Elena Romanello

5 settembre 2013 by

eternaIl genere gotico, nato nell’Ottocento per raccontare orrori romantici, continua ad avere i suoi stimatori, anche se ultimamente è stato edulcorato tra vampiri luccicanti e varie amenità che centrano obiettivamente poco oltre che essere di qualità discutibile. Ogni tanto però esce qualche libro contemporaneo interessante, che va ad affiancare gli imprescindibili classici di Dickens, Stoker e Le Fanu, come per esempio Eterna, libro d’esordio della spagnola Victoria Alvarez, ritratto di signora paranormale struggente e fantastico nella sempreverde Londra ottocentesca.
Annabel Lovelace perde la madre tragicamente da bambina, e cresce nella casa dello zio custode del cimitero di Highgate, che esiste davvero a Londra ed ospita nei suoi viali gotici e suggestivi le tombe di personalità come Karl Marx e le icone romantiche Christina Rossetti e Elizabeth Siddal. Con un grave problema cardiaco, Annabel si cura con sei gocce di belladonna al giorno, che la pongono in contatto con il mondo dell’aldilà e i suoi pericoli, rendendola da adulta una delle medium più famose di Londra, ma con non pochi misteri da svelare, a cominciare da quello, reale, di Jack lo squartatore, l’assassino vittoriano di prostitute la cui identità resta nella vita reale ancora ignota malgrado studi, saggi e indagini anche usando le tecniche investigative scientifiche di oggi.
Una ghost story di sapore ottocentesco, questa, debitrice ai modelli della letteratura romantica, da Le Fanu a Bram Stoker, passando per Dickens e Henry James, con una vicenda non scontata, non banale, certo poco adatta a chi preferisce ritmi più serrati e azione, omaggiando anche in questo i suoi modelli, fino ad una conclusione insolita e spiazzante, ma per fortuna originale.
Dalle pagine traspare il grande amore di Victoria Alvarez per la letteratura ma anche per l’arte, che è la sua professione visto che si è laureata e specializzata in Storia dell’arte a Salamanca. La sua è una nuova voce gotica dalla Spagna, Paese mediterraneo ma non lontano da atmosfere diverse: già Carlos Ruiz Zafon ci ha raccontato il lato oscuro di Barcellona, delle sue ramblas e dei suoi cimiteri, e le illustratrici Cris Ortega e Victoria Frances che hanno reinventato un’epoca che invece la Alvarez restituisce in maniera impeccabile, anche se con qualche concessione al romanzesco, non trascurando il sempre verde tema degli amori che durano oltre la morte, ma senza sviolinature e forzature che hanno rovinato in questi ultimi tempi una parte del romanzo di genere fantastico.
Un altro punto a favore di Eterna è che un romanzo autoconclusivo, e non l’ennesimo primo capitolo di una saga eterna che si trascinerà per vari tomi: l’autrice ha già sfornato un altro libro, Las eternas, dove invece che Londra ha scelto un’altra città emblematica, Venezia all’inizio del Novecento.
C’è da sperare di leggerlo presto: in attesa, è bello addentrarsi nella Londra vittoriana di Annabel, sospesa tra vivi e morti, in cerca di verità ed amori forse troppo forti da sopportare.
Eterna, Victoria Alvarez, Fanucci, 16 euro e 90

:: Recensione di Antonia di Mirella Ioly (Hacca Edizioni, 2013) a cura di Lucilla Parisi

5 settembre 2013 by

MirellaEsiste un Cile nella storia di Antonia Luco: è quello del golpe dell’11 settembre 1973, delle persone scomparse e dimenticate, delle vite sventrate dalla violenza e dalla menzogna, dei sogni presi a forza e buttati.
In quei giorni di terrore e stordimento per il Paese, Antonia è in Italia, ad Urbino, a lavorare sulla sua tesi e a studiare l’italiano.
Il suo sofferto rientro in Cile, la ricerca del marito Ricardo rimasto in patria ad inseguire i suoi ideali e il ritorno alla sua famiglia d’origine a Coquimbo, vengono rivissuti da una Antonia ormai adulta attraverso il resoconto che ne fa al suo silenzioso psicologo, il Dr Ray. La donna di sessantadue anni che si racconta in queste pagine ha una carriera di scrittrice alle spalle e il Canada in cui vive è troppo lontano dal suo passato. Riaffiorano così i ricordi ormai perduti di una vita segnata dalla povertà, da legami complessi con una famiglia troppo numerosa per poter essere vissuta appieno, dalla presenza-assenza di un padre e dall’amore interrotto dagli eventi per la madre e per i fratelli.

“Mi sembrava di essere tornata da un viaggio nel tempo, e non riuscivo a ritrovare le mie coordinate […]. Non che i miei parenti mi sembrassero dei primati. Gli volevo bene, ma anche se era passato solo un anno dall’ultima volta che ero stata a Coquimbo […] era come se loro fossero rimasti indietro di ere, o io mi fossi spostata in un altro tempo e da quella lontananza ora li riguardavo con un amore che di solito si riserva ai parenti scomparsi. Forse meglio, ero io che mi sentivo fantasma in un mondo di vivi e volevo raggiungerli, toccarli, far loro sentire che li amavo, ma non riuscivo a essergli vicina”.

C’è tanto nel romanzo d’esordio di Mirella Ioly, italiana d’origine e canadese d’adozione: c’è una scrittura familiare che non dispiacerebbe ad Isabel Allende, ci sono suggestioni che rimandano al realismo magico di Juan Rulfo e Gabriel García Márquez e ai fantasmi a cui Jorge Amado ci ha abituato. L’uso sapiente di flashback consente di ripercorrere l’intensa vita della protagonista e di ricostruirne, passo passo, il lungo percorso esistenziale, segnato da scelte spesso sofferte ma necessarie e costellato da numerosi personaggi che l’autrice sa descrivere e tratteggiare con grande abilità.
Come accade spesso con i ricordi messi da parte e poi disseppelliti, ciò che si svela alla mente è fonte di sofferenza e di tormento. Non è facile per Antonia riaprire cassetti della memoria chiusi da tempo e riavvicinarsi con le parole a eventi dolorosi.

“Perché i miei conoscenti muoiono e io vengo a saperlo solo molto tempo dopo e da una distanza troppo grande? A che posto appartengo? A che famiglia appartengo?”

La vicinanza di George, il marito canadese, e della figlia Manuela l’aiuteranno in questo viaggio a ritroso dentro se stessa e a rientrare in un Cile che non è più quello di un tempo, ma che porta ancora su di sé i segni di un passato recente che non può essere dimenticato.
Mirella Ioly ce lo descrive con intelligenza e preparazione storica, non risparmiando al lettore le necessarie riflessioni sulla povertà e la disperazione di quegli anni, anni in cui il sogno di Salvador Allende aveva dato speranza ai più e dove l’interesse di pochi aveva trascinato il Paese nell’immobilismo e nella paura. La narrazione scorre, complice una scrittura matura e sicura.
E’ un romanzo che da tempo mancava e che, nel panorama oggi spesso desolante dell’editoria, fa la differenza.
Da leggere.

:: Recensione di Mare calmo, Nicol Ljubić, Keller editore 2013 a cura di Viviana Filippini

5 settembre 2013 by

mare calmoBerlino contemporanea. Robert ed Ana si amano. Tra loro c’è una simbiosi a dir poco perfetta, ma forse Anna non ha detto proprio tutto di sé a Robert. Le due metà di questa mela si combaciano alla perfezione. La coppia è il ritratto della felicità e della sintonia, dove le due parti si fondono assieme completandosi l’una con l’altro. Ma, e c’è un piccolo e non indifferente ma, Robert nota in Ana degli atteggiamenti strani, nel senso che a volte è con lui fisicamente, però con la testa sta da tutt’altra parte. Robert comincia a chiedersi cosa abbia la sua fidanzata e, così giusto per capirci qualcosa, le fa delle domande sulla sua famiglia. Robert e Ana sono simili, ma allo stesso tempo molto diversi. Tutti e due hanno origini balcaniche, lei serba e lui croato. Ana è nata e cresciuta a Belgrado, mentre Robert è nato a Berlino e non ha la minima idea di cosa voglia dire convivere con le bombe che ti cadono vicino a casa. Ana ama Robert, ma nonostante l’ardore del sentimento che prova per il suo amato non gli ha ancora raccontato nulla della sua infanzia a Višegrad, nelle vicinanze di Belgrado durante la guerra dei Balcani dei primi anni ’90. Così come non gli ha detto dell’estrema violenza che i conflitti razziali raggiunsero in quel periodo e che determinarono la morte di migliaia di innocenti. La coppia di Mare Calmo sembra indistruttibile, ma quando Robert si recherà all’Aia per assistere ad un processo per crimini di guerra nel quale l’imputato è accusato di aver fatto uccidere una quarantina di persone, la relazione tra Robert e Ana subirà un forte shock, in quanto il presunto colpevole è il padre di Ana. La giovane donna si allontanerà da Robert e comincerà a far di tutto per evitarlo, come se temesse domande scomode sul suo passato e Robert davanti a quell’uomo dall’apparenza rispettabile ed equilibrata, accusato di essere un brutale aguzzino, comincerà farsi una serie infinita di interrogativi sulla sua vita e su quello che accadde veramente in Bosnia. Mare calmo potrebbe sembrare un romanzo che ha al centro una storia d’amore tra due ragazzi originari della stessa terra, ma appartenenti ad etnie diverse (bosniaca e croata), in realtà, dal mio punto di vista credo che il libro di Liubić, premiato con con l’Adelbert-von-Chamisso-Förderpreis, sia un romanzo di formazione. Perché? Per il semplice fatto che Robert e Ana non sono solo due giovani travolti dalla passione. Loro sono due esseri umani che devono fare i conti con un passato recente più e meno noto. La latitanza di Ana ritengo possa essere interpretata come una sorta di bisogno di ricominciare a vivere lasciandosi alle spalle un tempo andato fatto di dolore e sofferenza vissuta e osservata con i propri occhi. Robert invece è nato da genitori croati emigrati a Berlino, ergo non conosce nulla della sua terra di origine e del suo trascorso genealogico e sarà proprio l’assistere la processo del padre di Ana che lo indurrà a porsi una serie di domande sul luogo dal quale arriva. L’assistere alle udienze fomenterà in Robert il bisogno di indagare una parte della storia recente del Novecento che non conosceva e conoscere le proprie origine, scoprendo che l’ unico modo per farlo è recarsi proprio là, dove tanto sangue innocente è stato sparso. Mare calmo è la narrazione di un amore, ma allo stesso nell’intera architettura narrativa si percepiscono la storia e la sofferenza di un popolo e un bisogno profondo di scoprire la verità e di avere giustizia per i torti subiti. Tante sono le domande esistenziali che dalla mente di Robert migrano a quella del lettore e tanto è il bisogno di trovare ad esse delle risposte, ma come spesso accade nella vita di ogni giorno non è sempre detto che ad ogni domanda posta corrisponda una riposta certa. Traduzione dal tedesco di Franco Filice.

Nicol Ljubić, figlio di un ingegnere aeronautico nasce a Zagabria nel 1971, e cresce in Svezia, Grecia, Russia e Germania. Studia Scienze politiche presso l’Università di Brema, e lavora come giornalista freelance e scrittore. Notato già dal ’99 con il suo Menschliche Überreste, 110 Kilogramm con cui ha vinto l’Hansel-Mieth-Prize per il giornalismo, oltre a lavorare per numerosi giornali in Germania Ljubić ha anche lavorato in radio e come politico, dal 2003, nel partito socialdemocratico. Vive a Berlino. Tra i vari premi e riconoscimenti ottenuti ricordiamo il Theodor Wolff Prize.

:: Recensione di Furia divina, di José Rodrigues Dos Santos (Cavallo di Ferro, 2009) a cura di Lorenzo Mazzoni

4 settembre 2013 by

furia-divina L’idea di fondo di Furia divina, dello scrittore portoghese José Rodrigues Dos Santos, edito in Italia da Cavallo di Ferro e tradotto da Luca Quadrio e Sara Quarantani non è male, ma il libro non riesce mai nelle sue oltre cinquecento pagine a decollare. Ci sarebbero tutti gli elementi per renderlo una spy-story accattivante e originale (partendo dall’affermazione che il romanzo è stato completamente rivisto da un ex terrorista di Al-Qaeda), però lo stile rimane quello di tanti, troppi bestsellers che giocano con la storia e l’attualità per finire nelle classifiche dei libri più venduti.
Senza dubbio l’autore ha fatto una grossa ricerca all’interno del mondo islamico. Conosce le terminologie, le pratiche musulmane, le ritualità, i rapporti di forza all’interno delle madrase, ma lo stile è così neutro che si ha continuamente l’impressione che la conoscenza di esse sia dovuta all’aver letto tanti libri sull’argomento piuttosto che ad un’esperienza diretta con quel mondo.
Furia Divina non raggiunge mai la forza, la disperazione e la bellezza stilistica dei capolavori di Yasmina Khadra quali Le sirene di Baghdad, Cosa sognano i lupi? o L’attentatrice e nemmeno l’opera prima di uno degli esordi più promettenti dell’anno scorso, il bellissimo e reale Paris Kebab dell’italiano Marco Trucco. Furia Divina è un libro da spiaggia, letteratura d’evasione, nulla che rimanga impresso al lettore nonostante il tema complesso e affascinante.

José António Afonso Rodrigues dos Santos (Beira, 1 aprile 1964) è un giornalista e scrittore portoghese originario del Mozambico. Ha vissuto nel paese africano fino all’indipendenza e allo scoppio della guerra civile, poi dopo la separazione dei suoi genitori ha prima seguito la madre, poi col padre ha vissuto alcuni anni a Macao, dove ha iniziato il mestiere di giornalista nell’ambiente scolastico. Ha conseguito il dottorato in Scienze della comunicazione ed è docente di giornalismo alla Nuova Università di Lisbona. Come scrittore, ha pubblicato nove romanzi (tra cui Codice 632, incentrato sulla figura di Cristoforo Colombo, pubblicato in Italia dalla casa editrice Vertigo nel 2007) e quattro saggi, tutti tradotti in diverse lingue. È uno dei giornalisti più conosciuti e apprezzati in Portogallo. È stato per due volte direttore dei servizi informativi per RTP, dove lavora tuttora e per cui presenta, alternandosi ad altri, il Telejornal della sera di RTP1, ed ha ricevuto altrettanti premi del Club portoghese della stampa oltre a tre riconoscimenti della CNN.

:: Recensione di L’ex avvocato di John Grisham (Mondadori, 2013) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2013 by
ex avvocato

Clicca sulla cover per l’acquisto

L’ ex avvocato, (The racketeer, 2012), del maestro indiscusso del legal thriller John Grisham, uscito in Italia a gennaio 2013 per Mondadori nella collana Omnibus, e tradotto da Nicoletta Lamberti, è forse l’unico caso, nella nutrita produzione dell’ ex avvocato di Jonesboro, autore di vere e proprie pietre miliari del genere come Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, che vede come protagonista principale un (ex)avvocato afro-americano. Nell’era di Obama presidente, casualmente anche lui avvocato, anche un mostro sacro come Grisham ha pensato bene di immedesimarsi nelle vicissitudini di un ex Marine, ex avvocato, ex paladino della giustizia, figlio di un integerrimo poliziotto che ha dedicato tutta la sua vita a proteggere e servire, per lanciare un vero atto di accusa contro i difetti e le carenze del sistema giudiziario e penale americano.
Per farlo ha scelto di narrare la storia di una vendetta, contro il sistema federale, e l’FBI principalmente, che verrà sbertucciata alla grande in modo a dire il vero un po’ sleale e paradossale, (con tutto il rispetto per Grisham non credo proprio che all’ FBI siano tutti così sprovveduti), di un uomo, novello Robin Hood, che si vede rovinate vita e carriera da un’ ingiusta condanna. Vendetta che porterà il protagonista a commettere poi veri e propri reati e raggiri con una naturalezza da consumato delinquente (pensiamo solo alla scena in cui vende alcuni lingottini al corpulento siriano dalla barba grigia), ormai svincolato dalla giustizia grazie all’immunità completa che si è guadagnato, lui e alcuni sui complici, patteggiando con l’FBI, perdendo la sua aura di eroe positivo, o per lo meno vittima del sistema, con cui lo conosciamo all’inizio, in favore di una patina da vero e proprio “villain”(quando non dice con una certa perfidia a Vanessa della presenza dei serpenti nel capanno i punti da cattivo se li guadagna tutti, per non parlare dell’ironia e indifferenza per la sorte del “povero” Nathan, che certo anche lui non è uno stinco di santo, ma insomma…).
Più action noir che legal thriller dunque, trama ideale per uno sciupato e cattivissimo Denzel Washington, (che tra l’altro ha impersonato nella mia mente Malcolm/Max durante tutta la lettura) già protagonista dell’ action thriller “Safe House” – “Nessuno è al sicuro” del regista, metà svedese, metà cileno, Daniel Espinosa, regista che sembra destinato a dirigere anche l’adattamento cinematografico de L’ex avvocato, secondo The Hollywood Reporter.
Ma torniamo alla trama del romanzo. Malcolm Bannister, ex avvocato di un modesto studio legale di provincia, radiato dall’albo della Virginia perché coinvolto suo malgrado in una vicenda piuttosto complicata di riciclaggio di denaro sporco, sta scontando la sua pena di dieci anni in un carcere di minima sicurezza vicino Frostburg, nel Maryland. Detenuto modello, passa il suo tempo come bibliotecario e aiutando i suoi compagni di pena nelle loro beghe legali. Quando lo conosciamo noi ormai sono passati cinque anni dalla condanna e sembra che non ci sia altro da fare che aspettare di scontare l’intera pena, con vita distrutta e corollario completo di marchio infamante di ex galeotto, una volta uscito.
Ma il nostro “eroe” ha altri progetti, ha infatti escogitato un piano ingegnoso, quanto diabolico, per uscire di galera svincolato da qualsiasi pendenza legale, conquistarsi le grazie di Vanessa, una sventola da paura molto intraprendente, tipica ragazza da gangster da film noir, (il divorzio dalla moglie e la perdita del figlio sembra che l’abbia lasciato senza ferite evidenti) e ciliegina sulla torta guadagnarsi un futuro tranquillo e privo di preoccupazioni economiche mettendo le mani su una classica pentola piena d’oro.
Ora, se sospendete per un attimo la sete di verosimiglianza e plausibilità, nei ringraziamenti l’autore mette le mani avanti e avverte che è tutta fantasia, forse ancora più del solito, e che ha ampiamente fatto uso dell’immaginazione per evitare di verificare date e fatti, è un romanzo godibile e soffuso da una vena anarchica che ai miei occhi pone Grisham sotto una nuova luce. Il classico tema dell’eroe solitario che lotta contro il sistema viene rivisitato in una sorta di gangster story un po’sgangherata in cui un apprendista “malvivente”,(vertiginosamente conscio che la sua storia di menzogne e di raggiri, ha ben poche probabilità di andare a buon fine e invece, a dispetto di tutto, funziona davvero), batte il sistema quattro a zero.
Certo i tizi dell’FBI con cui ha a che fare sono emeriti imbecilli, prima gli credono senza subodorare niente, certo presi dal vortice “è un giudice federale, cazzo, non abbiamo uno straccio di pista”, poi sono incapaci di seguire le sue tracce (fidandosi unicamente di un gps, facilmente neutralizzato dal nostro), e vedere cosa stia combinando, tra un jet privato per la Giamaica e l’altro. Perché il nostro eroe, sfuggendo ai controlli, viaggia come il più efficiente degli agenti segreti, si procura documenti falsi, contatta ex trafficanti di droga, crea una “finta” società di produzione cinematografica, affiancata da una società di Miami che risponde al telefono facendo finta che ci siano soci e dipendenti, apre e chiude conti e cassette di sicurezza in paradisi fiscali o meno, si fa la plastica a spese dei contribuenti, per non essere riconosciuto nei momenti più delicati del suo piano, e infine incastra il vero colpevole forse non troppo sveglio ma capacissimo di non lasciare alcuna traccia sul luogo del delitto, (questo sì davvero incredibile dato il personaggio).
Insomma ci si diverte. Complice l’ottima traduzione, scorrevole e ironica di Nicoletta Lamberti e i veloci colpi di scena posizionati da Grisham per tenere il lettore sulla corda non c’è tempo per annoiarsi. Malcolm ha un’ occasione di riscatto e di rivincita e la piglia al volo, in un susseguirsi di avvenimenti che si incastrano alla perfezione permettendogli di mettere in atto la sua macchinazione. La suspense è al massimo, il lettore brancola nel buio più fitto domandandosi dove l’autore voglia andare a parare, finché non succede un fatto tanto inverosimile quanto bizzarro, che non vi anticipo, starà a voi scoprirlo, che accende i riflettori su tutta l’intricata vicenda e che da quel momento in poi mi ha indirizzato sulla strada giusta.
Certo se gli agenti dell’FBI fossero stati meno gonzi, i suoi soci meno efficienti e leali, la vittima “principale” di tutto questo castello di carte meno ingenua e credulona, ma che importa Malcolm Bannister è nato infondo sotto una buona stella, e la simpatia che riesce ad ispirare pure negli FBI gabbati, rende accettabile anche il chiassoso ed esagerato happy ending. Se si deve sognare tanto vale farlo in grande sembra dirci ammiccando Grisham, che forse anche lui in fondo in fondo sogna di fare il colpaccio e non sembra calcare la mano sul biasimo morale che il protagonista dovrebbe ispirare (ok, non traffica in droga, non uccide nessuno, si limita ad entrare nelle pieghe oscure del sistema, forzandolo dall’interno), e noi lettori in questa vertiginosa sarabanda dell’inverosimile non possiamo che abbozzare, forse un po’ storditi, ma complici.

John Grisham è nato a Jonesboro, nello Stato americano dell’Arkansas, l’8 febbraio 1955. Si è laureato in legge nel 1981, per nove anni è stato avvocato penalista. Ha ricoperto anche incarichi politici come membro della Mississippi House of Representatives. È nel comitato dell’Innocence Project di New York ed è presidente del comitato del Mississippi Innocence Project alla facoltà di legge dell’University of Mississippi. È l’autore di: Il momento di uccidere, Il Socio, Il Rapporto Pelican, Il Cliente, L’appello, L’uomo della pioggia, La Giuria, Il Partner, L’avvocato di strada, Il Testamento, I Confratelli, La casa dipinta, La convocazione, Fuga dal Natale, Il re dei torti, L’allenatore, L’ultimo giurato, Il Broker, Innocente, Il professionista, Ultima sentenza, Il ricatto (2009), Ritorno a Ford County (2010), Io confesso (2010), tutti editi da Mondadori. Vive in Virginia e in Mississippi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’ufficio stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria

:: Intervista a Marcello Simoni, L’isola dei monaci senza nome, Newton Compton editori A cura di Viviana Filippini

4 settembre 2013 by

isola monaciCiao Marcello ben tornato a Liberi di scrivere e soprattutto sei fresco fresco vincitore del Premio Lizza d’Oro 2013 con L’isola dei monaci senza nome,edito dalla Newton&Compton. Raccontaci un po’ come è nato questo tuo libro con al centro la misteriosa reliquia del Rex Deus che sta riscontrando un ottimo apprezzamento di pubblico e critica.

D. Cosa ti ha spinto a scrivere una storia romanzata ruotante attorno al Rex Deus?

R. Il culto delle reliquie è la dimostrazione più eclatante di quanto la nostra dimensione spirituale possieda, per quanto assurdo, una forte connotazione materiale. Questa dicotomia suscita molto interesse, soprattutto perché proviene da tempi remoti (pre-cristiani) e sconfina nell’ambito del folklore. Ma il fascino dell’antico cela anche una potenziale insidia, un timore quasi sopito a cui – nei miei romanzi – cerco di dare forma seguendo le regole della fiction. Cosa accadrebbe infatti se, per ironia della sorte, fosse proprio il ritrovamento di una reliquia a mettere a rischio l’integrità della fede cattolica? E se ciò accadesse, ci troveremmo di fronte a una catastrofe o a una liberazione? Scrivendo L’isola dei monaci senza nome ho cercato in parte di rispondere a tali quesiti.

D. Perché la decisione di comporla come  un romanzo d’appendice? Ti senti un po’ come gli autori dell’Ottocento che scrivevano feuilleton?

R. Più che sentirmi come uno di loro, ho giocato a immaginarmi tale. Credo ci sia ancora molto da imparare dal feuilleton, a partire dal ritmo narrativo degli intrecci per passare alle caratteristiche dei personaggi e infine alla disposizione “strategica” dei colpi di scena. Grazie a questi meccanismi letterari, gli autori dei romanzi d’appendice riuscivano a tenere incatenati i loro lettori all’evolversi dei fatti, episodio dopo episodio. Una formula ancora vincente, dopo duecento anni.

D. Leggendo L’isola dei monaci senza nome c’è una perfetta mescolanza di storia vera, romanzata ed esoterismo. Cosa ha comportato il mettere assieme questi ingredienti letterari?

R. Fondere storia e fiction equivale a elaborare un grande gioco di prestigio ove la sfera del verosimile si intrecci all’invenzione. La cosa si fa ancora più interessante se entra in gioco il mistery. L’aspetto più divertente è tuttavia mettere in scena personaggi realmente esistiti di cui, a volte, è impossibile reperire il vero profilo caratteriale-emotivo. Si dovrà quindi “riplasmarli” seguendo il filo della suggestione e della creatività, per renderli “vivi” e reali (anzi, realistici). Così ho operato, per esempio, per dare spessore narrativo a Isabel de Vega, figlia dell’ambasciatore di Carlo V d’Asburgo. Non ho idea di come quella donna sia stata in vita, ma l’ho immaginata bellissima e combattiva. Una donna di temperamento.

D. Quale è il senso del titolo?

R. Il segreto del Rex Deus è celato in un’isola del Mediterraneo. Soltanto grazie alle indicazioni di due monaci morti da secoli lo si potrà raggiungere. Ma per sapere chi siano realmente questi monaci, e a quale confraternita appartengano, si dovrà leggere il romanzo.

D. Il monaco Tadeus è una figura importante e affascinante. Come è nata?

R. Dall’intenzione di voler fondere i due valori che maggiormente apprezzo: la saggezza e il coraggio.

D. Le avventure di Cristiano d’Hercole mi hanno fatto pensare ai romanzi picareschi di Salgari, ma anche a Verne, Melville e Conrad. Quali autori ti hanno influenzato?

R. Lo spirito di avventura che trapela da ciascuno di essi, insieme una passione sconfinata per la storia e per il mare. Sono cresciuto con Verne, Salgari, Dumas, London, Doyle, Poe e Lovecraft. L’isola dei monaci senza nome è un piccolo omaggio a tutti loro, ma anche agli scrittori che ancora oggi continuano a scrivere letteratura avventurosa, in primis Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri, Wu Ming e Tim Willocks.

D. Come sono organizzate le tue ricerche storiche ossia, dove ti informi, che tipo di documenti ricerchi per creare la tue creature ti aiuta qualcuno o fai tutto da solo?

R. Ho sempre detestato il lavoro di squadra. Parte sempre tutto da me, da una suggestione, da una ricerca, e con me finisce… Inizio con i manuali di storia per scavare sempre più a fondo, attraverso la lettura di saggi specialistici e di fonti dell’epoca. Si tratta di una immensa caccia al tesoro che soltanto in parte rendo esplicita nei miei romanzi. Il primo fine, a mio avviso, deve sempre essere l’intrattenimento.

D. A differenza dei tuoi libri precedenti, in questo ho avuto come l’impressione che la vera protagonista siano l’azione e la suspense derivante da essa. Ci racconti qualcosa sulla loro funzione interna alla narrazione?

R. Volevo un romanzo dedicato al coraggio e all’avventura, dove ogni singola impresa ed emozione pompasse adrenalina nelle vene della storia, dandole una dimensione epica e umana al tempo stesso. Tutto si svolge al ritmo di duelli, arrembaggi e seduzioni pericolose. Ho dovuto tagliare i miei personaggi con l’accetta per renderli abbastanza “duri” da poter affrontare questo intreccio di vicende. Volevo una schiera di antieroi, non degli insipidi cavalieri senza macchia.

D. Tornando al protagonista Cristiano d’Hercole come vive la mescolanza di culture tra Oriente (padre turco) e Occidente (madre dell’isola d’Elba) che vivono in lui?

R. Sono sempre rimasto affascinato dalle figure a metà strada tra Oriente e Occidente. Si veda per esempio il mio personaggio letterario più celebre, Ignazio da Toledo, mercante di reliquie mozarabo vissuto nel XIII secolo. Egli trova nella sua duplice natura la chiave di lettura di un’epoca sfaccettata come il Medioevo, senza cadere vittima del tradizionalismo e dell’ignoranza. Al suo opposto, Cristiano d’Hercole vive questa mescolanza con sofferenza. Non sa come affrontarla, trovandosi spesso di fronte a delle crisi di identità accentuate dalla violenza delle prove che è chiamato a sostenere. Del resto, è verosimile pensare che tali stati d’animo abbiano tormentato molti dei “rinnegati” che nel Cinquecento ripudiarono la fede cristiana per farsi corsari turchi, in cerca della libertà e dell’avventura.

D. Cristiano è coraggioso, razionale e appassionato alla sua impresa. Tutte queste diverse emozioni in che modo influenzano il suo agire e i rapporti con amici veri e presunti?

R. Gli amici non esistono. Non per Cristiano, almeno, che da bravo avventuriero imparerà la lezione più dura: quella del cinismo e del sospetto. Si lascerà guidare soltanto dall’amore per una donna… Ma ciò lo porterà alla salvezza o alla distruzione?

D. Qual è il personaggio di questo romanzo che ami di più? E quello che ha comportato per te maggiori difficoltà nel dargli vita?

R. Ho molto amato Leone Strozzi, e per questo è stato uno dei più difficili da tratteggiare. Per dargli vita, ho dovuto pescare nel profondo. D’altro canto, sono incantato da tutti i personaggi femminili di questo romanzo, nel bene e nel male.

D. Se si decidesse di fare un adattamento cinematografico o televisivo che attore ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?

R. Pur essendo un appassionato di cinema e di serie tv, non ci ho mai pensato…

D. L’ultimo libro letto che ti è piaciuto in modo particolare?

R. Di recente ho riletto Hell House di Richard Matheson.

D. Un’ultima domanda a Marcello Simoni lettore. Quale libro o libri non dovrebbero mai mancare nella biblioteca di chi ama leggere e perché?

R. La lettura, così come la creatività, non dovrebbe mai subire imposizioni, né essere indirizzata. Ho sempre detestato i must. Quindi, a ciascuno il suo.

:: La Nuova Zelanda di Sarah Lark a cura di Elena Romanello

2 settembre 2013 by

Nella terra della nuvola biancaSarah Lark, tedesca di nascita, ha lavorato per vari anni come accompagnatrice turistica, prima di stabilirsi in Spagna e ha deciso di raccontare una saga al femminile ambientata nel Paese che forse l’ha colpita di più, la Nuova Zelanda, terra giovane agli antipodi dai paesaggi vari, tropicali ed alpini, nota come sfondo cinematografico alla saga fantasy del Signore degli anelli di Peter Jackson.
I primi due volumi, Nella terra della nuvola bianca e Il canto dei Maori raccontano la storia di questa terra ai confini del mondo tra Otto e Novecento, quando fu popolata da pionieri non criminali come era accaduto un secolo prima con l’Australia, e quando le rigide tradizioni vittoriane si scontrarono con la vita più libera dell’etnia indigena, i Maori, in realtà anche loro arrivati alcuni secoli prima dalle isole del Pacifico e desiderosi a non rinunciare ai loro spazi in quel luogo così insolito e diverso.
Nella terra della nuvola bianca si racconta la storia di due eroine moderne ed indomite, la governante Helen e la ricca ereditiera anticonformista Gwynera, che partono per la Nuova Zelanda per sposarsi, la prima dopo aver risposto ad un annuncio per fuggire ad una vita troppo grigia, la seconda dopo essere stata vinta alle carte dal futuro suocero. In quel mondo ai confini di tutto troveranno gioie e dolori, passioni e affetti, tragedie e cambiamenti, in una vicenda ricca di colpi di scena e comunque originale, che si snoda su una ventina d’anni.
Il canto dei Maori  racconta invece le storie delle due nipoti di Helen e Gwynera, la dolce ma determinata Elaine e la spregiudicata e passionale Kura, presto rivali in amore, ma pronte a seguire due strade divergenti, fino a reincontrarsi anni dopo in circostranze sorprendenti e a scoprire che quello che le unisce e più di quello che le divide.
Sarah Lark sa costruire vicende intriganti e appassionanti, tra ricerca storica (i fatti narrati e la società raccontata non son certo così noti) e finzione, mescolando storie d’amore ma soprattutto vicende al femminile di donne in cerca di loro se stesse e di una loro realizzazione, tra desiderio di una vita migliore e fuori dagli schemi vittoriani e volontà di essere qualcuna contro le maglie di un maschilismo presente anche agli antipodi.
Qualcuno ha chiamato in causa per questi libri Via col vento di Margareth Mitchell: certo, c’è qualche eco di Rossella O’Hara in questo quartetto, ma sono anche eroine moderne ed originali, capaci di seguire un loro percorso che si rifà certo alla narrativa popolare e al feuilleton, ma che è comunque qualcosa di nuovo, non più solo romanzo d’amore ma vera e propria narrativa per donne scritta da donne.
Piutttosto, se si vuole cercare un modello per questi due libri, si potrebbe trovare nei romanzi di Nancy Cato, scrittrice australiana di cui era uscito negli anni Ottanta in Italia solo Così scorre il fiume, sull’onda dello sceneggiato tv, molto attenta a raccontare l’epopea al femminile dell’Oceania.
A questo punto si resta in attesa del terzo capitolo di una saga che alla fine conterà cinque libri.

Nella terra della nuvola bianca, Sarah Lark, Sonzogno

IL canto dei Maori, Sarah Lark, Sonzogno

Sarah Lark (Bochum, 1958) è storica di formazione e ha lavorato per molti anni come guida turistica. Ben presto si è innamorata della Nuova Zelanda, terra che l’ha stregata con i suoi paesaggi dalla bellezza quasi irreale.
Nella terra della nuvola bianca (Sonzogno 2012), il suo romanzo d’esordio, è il primo libro di una saga in cinque episodi che ha come palcoscenico la favolosa terra dei maori.

:: Recensione di Il bambino segreto di Camilla Läckberg (Marsilio, 2013) a cura di Lucilla Parisi

2 settembre 2013 by

bambino segretoTraduzione di Laura Cangemi

La grafia regolare della madre attirò la sua attenzione. Era combattuta tra la paura di avvicinarsi al contenuto dei diari e la curiosità per ciò che avrebbe potuto scoprire. Esitando allungò una mano verso il primo. Lo soppesò sul palmo. Era sottile, più o meno come i quaderni che si usavano un tempo alla scuola elementare. Erica passò le dita sulla copertina. Il nome era scritto con l’inchiostro blu, ma il tempo l’aveva sbiadito. Elsy Mostrom, si leggeva. Il nome da ragazza di sua madre. Falck era il cognome acquisito dopo il matrimonio con suo padre. Aprì lentamente il quaderno. Le pagine erano rigate di sottili linee azzurre. In cima si leggeva una data: 3 settembre 1943. Lesse la prima riga: Non finirà mai questa guerra?

L’estate sta per finire a Fjällbacka, la cittadina sulla costa occidentale della Svezia lentamente si svuota della folla di turisti e per Erica è arrivato il momento di affrontare una scoperta inquietante: nella soffitta di casa, in un baule dove la madre Elsy conservava i suoi oggetti più cari, ha trovato alcuni diari e una medaglia dell’epoca nazista avvolta in una camicina da neonato macchiata di sangue. Pur spaventata dal rischio di rivelazioni che forse sarebbe meglio continuare a ignorare, decide finalmente di interpellare uno storico esperto della seconda guerra mondiale, da cui ottiene però solo risposte molto vaghe. Due giorni dopo, però, il vecchio professore viene assassinato. Mentre Patrik cerca maldestramente di conciliare il suo congedo di paternità con il desiderio di partecipare alle indagini, Erica s’immerge nelle pagine del diario di Elsy e nel drammatico passato di cui raccontano, cercando di capire chi è ancora disposto a tutto pur di mantenere il segreto su eventi tanto lontani.
Il bambino segreto (Marsilio Editore, 2013) è la quinta indagine per Erica Falck e Patrik Hendsrtröm, la fortunata serie, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco e ora anche serie televisiva, della scrittrice Camilla Läckberg. Un testo più maturo dei precedenti, in cui tematiche molto forti quali la guerra, i campi di concentramento, il negazionismo, si alternano all’indagine e al mistero del tempo presente. 
Evitò il suo sguardo. Era lo stesso a cui aveva fatto tutte quelle domande, e che gli era sembrato più gentile degli altri. E in effetti lo era: non lo aveva mai visto picchiare o umiliare qualcuno come faceva la maggior parte degli altri sorveglianti. Ma i mesi trascorsi lì avevano tracciato una linea di demarcazione tra loro: prigioniero e guardia. Erano come due specie completamente distinte. Vivevano vite così diverse che a malapena lui aveva il coraggio di guardare i sorveglianti quando attraversavano il suo campo visivo. L’uniforme della guardia nazionale norvegese che gli avevano fatto indossare era l’elemento che indicava con chiarezza inequivocabile la sua appartenenza alla categoria umana di minor valore. Dagli altri prigionieri era venuto a sapere che l’uso di quelle vecchie uniformi era stata introdotta dopo la guga di uno di loro, nel 1941.”
Una storia intrigante e mai scontata scandita da colpi di scena e da flashback che si alternano al racconto rendendolo doppiamente avvincente. Gli ingredienti per un romanzo di successo ci sono tutti: una scrittura  scorrevole, dei personaggi che vivono di vita propria, un’analisi ed una ricerca storica approfondite sulla Svezia del periodo bellico e un finale da manuale, come vuole la migliore tradizione del noir scandinavo.
Camilla Läckberg è conosciuta oggi come la giallista svedese di maggior successo dopo Stieg Larsson: trentotto anni, otto romanzi pubblicati in cinquantacinque Paesi, dieci milioni di copie vendute in tutto il mondo, un film in lavorazione e una serie tv uscita in Svezia. Tutte le storie sono ambientate a Fjällbacka, il paesino di poco più di mille abitanti, in cui Camilla è nata. Un piccolo borgo situato nella Municipalità di Tanum, noto soprattutto come località turistica estiva, con una lunga storia: l’attrice Ingrid Bergman viveva qui, quando visitava la Svezia.

Camilla Läckberg (1974) vive a Stoccolma. I suoi libri, ai vertici delle classifiche internazionali, hanno venduto nel mondo oltre dieci milioni di copie e usciranno in 55 paesi. Dopo La principessa di ghiaccio, Il predicatore, Lo scalpellino e L’uccello del malaugurio, Il bambino segreto è il quinto episodio della fortunata serie di Erica Falck e Patrik Hedström, più volte premiata dall’Accademia svedese del poliziesco, ora anche serie televisiva. Da La principessa di ghiaccio, vincitore in Francia del Grand Prix de Littérature Policière, sarà realizzato un film per il grande schermo.

:: Recensione di La vendetta degli innocenti di Joseph Hansen (Elliot, 2013) a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2013 by

VENDETTA (LA)_Layout 1Forse il più politico dei romanzi hardboiled della Dave Brandstetter Mystery series di Joseph Hansen.
La vendetta degli innocenti (The Little Dog Laughed,1986), edito da Elliot nella collana Raggi Gialli, e tradotto da Luciano Lorenzin, ci catapulta verso la metà degli anni ’80, in pieno Irangate. Certo il nome di Oliver North da Hansen non viene fatto, ma un suo personaggio, il Colonnello Zorn, lo richiama in un certo senso alla mente e l’intera vicenda è un’aperta denuncia, con toni non certo estremistici come è nello stile pacato dell’autore, contro le attività più o meno occulte e legali che il governo americano svolse in Centroamerica, nella sua incessante guerra al comunismo.
Passati gli anni la vicenda ha naturalmente perso gran parte della sua carica sovversiva e di denuncia, Oliver North è ormai un bolso e pacato commentatore televisivo dedito a istituire borse di studio per i figli dei militari morti o invalidi e, probabilmente, le nuove generazioni neanche l’hanno sentito mai nominare, sta di fatto che quando uscì il romanzo era scottante attualità, difficile e scomoda. Quest’ incursione nella spy story, o meglio nella fantapolitica, forse non rappresenterà la vena più felice di Hansen, che dà il suo meglio nei ritratti di caratteri e di ambienti, tuttavia è per lo meno insolita e curiosa e arricchisce di sfumature e profondità un autore non scontato né prevedibile.
Ambientato come sempre nella California del Sud, La vendetta degli innocenti, ottavo episodio della serie, già uscito nel 1989 nella collana del Giallo Mondadori con il titolo Silenzio di piombo, vede Dave Brandstetter indagare, per conto di una compagnia di assicurazioni, sulla morte di Adam Streeter, famoso corrispondente estero, abituato a scrivere reportage per i maggiori giornali del paese sui fatti più scottanti e controversi accaduti nel mondo. In un primo momento la morte sembra un evidente caso di suicidio, ma alcuni particolari sembrano non convincere Brandstetter.
Innanzitutto una coppia di vasi di fiori in frantumi sembra suggerire la presenza di un intruso. La coppia di vicini della casa di fronte con un’ ottima vista sullo studio, sembra essere sparita nel nulla in fretta e furia e soprattutto mancano i fogli, i dischetti, e gli appunti su cui Streeter stava lavorando. A detta della figlia, che aveva anche trovato il cadavere, infatti suo padre stava indagando su alcuni avvenimenti scottanti legati a Los Inocentes, un paese immaginario del Centroamerica, molto simile al Nicaragua, in cui governativi, appoggiati segretamente dagli americani, e ribelli, tacciati di essere comunisti, si fronteggiano senza esclusioni di colpi.
Brandstetter ci mette poco a dimostrare, contro gli interessi della sua compagnia, (se fosse un suicidio la Banner Insurance Company non dovrebbe pagare la polizza sulla vita di Streeter), che è avvenuto un delitto, ma sfortunatamente la polizia arresta l’uomo sbagliato, Mike Underhill, un assistente di Streeter trovato con un’ ingente quantità di denaro, a suo dire in suo possesso per comprare un aereo necessario per gli spostamenti in Centroamerica (e Brandstetter sa che è la verità).
Poi un testimone sembra aver notato un mezzo militare davanti alla casa del presunto assassino e sebbene per la sua compagnia il caso sia chiuso Brandstetter decide di continuare una sua indagine personale in cerca della verità, aiutato dal suo compagno e stretto collaboratore Cecil Harris, tornato al suo vecchio lavoro di giornalista televisivo, che sembra aver assistito involontariamente ad un anomalo episodio accaduto nei suoi studi televisivi la notte della morte di Streeter.
Di presunti colpevoli ne troverà in abbondanza, a partire dall’avida ex moglie di Streeter, forse quella con il movente più evidente, dedita ad alcool, psicofarmaci e  amanti giovani, in lotta con l’ex marito per l’affidamento della figlia Chrissie, beneficiaria di un ingente patrimonio ereditato dalla nonna. Per arrivare a Fleur, giovane cambogiana, legata a Streeter da un rapporto di dipendenza e interesse, amante dello stesso testimone che Brandstetter credeva così fondamentale. Poi c’è sempre l’assistente a cui l’investigatore tende a credere, ora al sicuro nelle celle delle prigioni di stato. Chi può dirlo che non riservi sorprese? Per non parlare del Colonnello in pensione Zorn, legato alla sparizione dell’ ex ministro degli esteri di Los inocentes, il Generale Cortez-Ortiz, un uomo sanguinario e spietato conosciuto col soprannome di El Carnicero, il macellaio, con tutto l’interesse a far tacere Streeter sulle sue attività in Centroamerica.
Come sempre sarà l’interesse a guidare la mano dell’assassino e a Brandstetter non rimarrà che vedere la pista dei soldi dove porta.
La vendetta degli innocenti titolo enigmatico quanto l’originale The Little Dog Laughed, (che probabilmente rimanda al nome di qualche operazione sotto copertura), è come sempre un romanzo piacevolmente ben scritto, e tradotto, ricco di quella calda umanità che il protagonista, ormai invecchiato, (non ha più il fisico per fughe e inseguimenti), sa trasmettere. La sua relazione con Cecil Harris, personaggio che nel finale riserverà una piccola sorpresa, (oltre ad arrivare fortunosamente in tempo), procede placida e rilassata, cadenzata dal trantràn quotidiano, da gesti trattenuti d’affetto, da cene romantiche, e rassicuranti battibecchi coniugali.
Come sempre gli squarci sulla vita privata del protagonista e del suo compagno allentano la tensione drammatica e danno un senso di vita vissuta realistico e piacevole, alternati a descrizioni di ambienti e paesaggi vivide e efficaci che elevano a vera letteratura romanzi apparentemente solo commerciali e destinati ad un mercato di massa.
La bellezza dei romanzi di Hansen risiede infatti nella capacità di non essere unicamente destinati ad un pubblico settoriale di lettori, ma di conservare caratteristiche universali in cui cultura, tendenze sessuali o politiche, colore della pelle, generi non assumono la minima valenza. La caratterizzazione dei personaggi, non solo principali ma anche di contorno, è sempre onesta e accurata, capace di far restare nella mente personaggi che entrano in scena anche per sole poche pagine pensiamo a McGregor,  a Porfirio, o a Harry Gernsbach.
La parte puramente investigativa, con sullo sfondo il pigro sergente Jeff Leppard della polizia di Los Angeles, forse più interessato alla sua vita sentimentale che al caso, si basa principalmente sull’interrogazione di testimoni, conoscenti, familiari che Brandstetter incontra a volte casualmente, a volte con il preciso obbiettivo di raccogliere informazioni e isolare il movente di questo delitto che pian piano che si avanza nella lettura si rende sempre più evidente.
Alcune sottotrame si inseriscono discrete e delicate come il dolore del reverendo per la morte del figlio, o la modesta vita familiare della sorella di Porfirio, ottima cuoca di piatti messicani, capace di accendere un cero in chiesa sia per il fratello che per Brandstetter. Funambolico e caciarone il finale, ironicamente action, con Brandstetter che arranca, conscio di non avere più l’età per queste cose, salvato in extremis dall’arrivo di Cecil Harris con tutta la cavalleria.

Joseph Hansen Nato nel 1923, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Condusse nel 1960 il programma radiofonico Homosexuality Today e, nel 1970, partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation per l’ultimo romanzo della serie di Dave Brandstetter, A Country of Old Men (1991). Hansen morì per un attacco di cuore nel 2004 nella sua casa a Laguna Beach, California.