:: Intervista a Marcello Simoni, L’isola dei monaci senza nome, Newton Compton editori A cura di Viviana Filippini

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isola monaciCiao Marcello ben tornato a Liberi di scrivere e soprattutto sei fresco fresco vincitore del Premio Lizza d’Oro 2013 con L’isola dei monaci senza nome,edito dalla Newton&Compton. Raccontaci un po’ come è nato questo tuo libro con al centro la misteriosa reliquia del Rex Deus che sta riscontrando un ottimo apprezzamento di pubblico e critica.

D. Cosa ti ha spinto a scrivere una storia romanzata ruotante attorno al Rex Deus?

R. Il culto delle reliquie è la dimostrazione più eclatante di quanto la nostra dimensione spirituale possieda, per quanto assurdo, una forte connotazione materiale. Questa dicotomia suscita molto interesse, soprattutto perché proviene da tempi remoti (pre-cristiani) e sconfina nell’ambito del folklore. Ma il fascino dell’antico cela anche una potenziale insidia, un timore quasi sopito a cui – nei miei romanzi – cerco di dare forma seguendo le regole della fiction. Cosa accadrebbe infatti se, per ironia della sorte, fosse proprio il ritrovamento di una reliquia a mettere a rischio l’integrità della fede cattolica? E se ciò accadesse, ci troveremmo di fronte a una catastrofe o a una liberazione? Scrivendo L’isola dei monaci senza nome ho cercato in parte di rispondere a tali quesiti.

D. Perché la decisione di comporla come  un romanzo d’appendice? Ti senti un po’ come gli autori dell’Ottocento che scrivevano feuilleton?

R. Più che sentirmi come uno di loro, ho giocato a immaginarmi tale. Credo ci sia ancora molto da imparare dal feuilleton, a partire dal ritmo narrativo degli intrecci per passare alle caratteristiche dei personaggi e infine alla disposizione “strategica” dei colpi di scena. Grazie a questi meccanismi letterari, gli autori dei romanzi d’appendice riuscivano a tenere incatenati i loro lettori all’evolversi dei fatti, episodio dopo episodio. Una formula ancora vincente, dopo duecento anni.

D. Leggendo L’isola dei monaci senza nome c’è una perfetta mescolanza di storia vera, romanzata ed esoterismo. Cosa ha comportato il mettere assieme questi ingredienti letterari?

R. Fondere storia e fiction equivale a elaborare un grande gioco di prestigio ove la sfera del verosimile si intrecci all’invenzione. La cosa si fa ancora più interessante se entra in gioco il mistery. L’aspetto più divertente è tuttavia mettere in scena personaggi realmente esistiti di cui, a volte, è impossibile reperire il vero profilo caratteriale-emotivo. Si dovrà quindi “riplasmarli” seguendo il filo della suggestione e della creatività, per renderli “vivi” e reali (anzi, realistici). Così ho operato, per esempio, per dare spessore narrativo a Isabel de Vega, figlia dell’ambasciatore di Carlo V d’Asburgo. Non ho idea di come quella donna sia stata in vita, ma l’ho immaginata bellissima e combattiva. Una donna di temperamento.

D. Quale è il senso del titolo?

R. Il segreto del Rex Deus è celato in un’isola del Mediterraneo. Soltanto grazie alle indicazioni di due monaci morti da secoli lo si potrà raggiungere. Ma per sapere chi siano realmente questi monaci, e a quale confraternita appartengano, si dovrà leggere il romanzo.

D. Il monaco Tadeus è una figura importante e affascinante. Come è nata?

R. Dall’intenzione di voler fondere i due valori che maggiormente apprezzo: la saggezza e il coraggio.

D. Le avventure di Cristiano d’Hercole mi hanno fatto pensare ai romanzi picareschi di Salgari, ma anche a Verne, Melville e Conrad. Quali autori ti hanno influenzato?

R. Lo spirito di avventura che trapela da ciascuno di essi, insieme una passione sconfinata per la storia e per il mare. Sono cresciuto con Verne, Salgari, Dumas, London, Doyle, Poe e Lovecraft. L’isola dei monaci senza nome è un piccolo omaggio a tutti loro, ma anche agli scrittori che ancora oggi continuano a scrivere letteratura avventurosa, in primis Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri, Wu Ming e Tim Willocks.

D. Come sono organizzate le tue ricerche storiche ossia, dove ti informi, che tipo di documenti ricerchi per creare la tue creature ti aiuta qualcuno o fai tutto da solo?

R. Ho sempre detestato il lavoro di squadra. Parte sempre tutto da me, da una suggestione, da una ricerca, e con me finisce… Inizio con i manuali di storia per scavare sempre più a fondo, attraverso la lettura di saggi specialistici e di fonti dell’epoca. Si tratta di una immensa caccia al tesoro che soltanto in parte rendo esplicita nei miei romanzi. Il primo fine, a mio avviso, deve sempre essere l’intrattenimento.

D. A differenza dei tuoi libri precedenti, in questo ho avuto come l’impressione che la vera protagonista siano l’azione e la suspense derivante da essa. Ci racconti qualcosa sulla loro funzione interna alla narrazione?

R. Volevo un romanzo dedicato al coraggio e all’avventura, dove ogni singola impresa ed emozione pompasse adrenalina nelle vene della storia, dandole una dimensione epica e umana al tempo stesso. Tutto si svolge al ritmo di duelli, arrembaggi e seduzioni pericolose. Ho dovuto tagliare i miei personaggi con l’accetta per renderli abbastanza “duri” da poter affrontare questo intreccio di vicende. Volevo una schiera di antieroi, non degli insipidi cavalieri senza macchia.

D. Tornando al protagonista Cristiano d’Hercole come vive la mescolanza di culture tra Oriente (padre turco) e Occidente (madre dell’isola d’Elba) che vivono in lui?

R. Sono sempre rimasto affascinato dalle figure a metà strada tra Oriente e Occidente. Si veda per esempio il mio personaggio letterario più celebre, Ignazio da Toledo, mercante di reliquie mozarabo vissuto nel XIII secolo. Egli trova nella sua duplice natura la chiave di lettura di un’epoca sfaccettata come il Medioevo, senza cadere vittima del tradizionalismo e dell’ignoranza. Al suo opposto, Cristiano d’Hercole vive questa mescolanza con sofferenza. Non sa come affrontarla, trovandosi spesso di fronte a delle crisi di identità accentuate dalla violenza delle prove che è chiamato a sostenere. Del resto, è verosimile pensare che tali stati d’animo abbiano tormentato molti dei “rinnegati” che nel Cinquecento ripudiarono la fede cristiana per farsi corsari turchi, in cerca della libertà e dell’avventura.

D. Cristiano è coraggioso, razionale e appassionato alla sua impresa. Tutte queste diverse emozioni in che modo influenzano il suo agire e i rapporti con amici veri e presunti?

R. Gli amici non esistono. Non per Cristiano, almeno, che da bravo avventuriero imparerà la lezione più dura: quella del cinismo e del sospetto. Si lascerà guidare soltanto dall’amore per una donna… Ma ciò lo porterà alla salvezza o alla distruzione?

D. Qual è il personaggio di questo romanzo che ami di più? E quello che ha comportato per te maggiori difficoltà nel dargli vita?

R. Ho molto amato Leone Strozzi, e per questo è stato uno dei più difficili da tratteggiare. Per dargli vita, ho dovuto pescare nel profondo. D’altro canto, sono incantato da tutti i personaggi femminili di questo romanzo, nel bene e nel male.

D. Se si decidesse di fare un adattamento cinematografico o televisivo che attore ti piacerebbe nel ruolo del protagonista?

R. Pur essendo un appassionato di cinema e di serie tv, non ci ho mai pensato…

D. L’ultimo libro letto che ti è piaciuto in modo particolare?

R. Di recente ho riletto Hell House di Richard Matheson.

D. Un’ultima domanda a Marcello Simoni lettore. Quale libro o libri non dovrebbero mai mancare nella biblioteca di chi ama leggere e perché?

R. La lettura, così come la creatività, non dovrebbe mai subire imposizioni, né essere indirizzata. Ho sempre detestato i must. Quindi, a ciascuno il suo.

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