:: Un’ intervista con Paola Ronco

31 luglio 2013 by

luce illuminaBentornata Paola su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Mettiamo in sottofondo una canzone di Paolo Conte e intanto che la caffettiera gorgoglia stilaci un tuo breve bilancio. Cosa è cambiato nella tua vita dal 2010? Come vive una piemontese a Genova, il suo essere scrittrice, donna e osservatrice di una società gravata da crisi, infelicità, rassegnazione?

Grazie a voi per l’ospitalità. Dal 2010 a oggi, in effetti, la mia vita è cambiata in maniera radicale. Dal punto di vista personale posso dire di aver fatto tabula rasa, allontanando persone e situazioni che non avevano più niente a che fare con me, e trovando il mio vero centro. Non è stato un processo sempre facile; come canta Paolo Conte, per l’appunto, in un mondo adulto si sbaglia da professionisti, ma oggi posso dire di essere serena e in pace con me stessa. Il bilancio personale, insomma, è molto positivo. Non posso dire lo stesso di quello generale; la crisi si sente eccome, non ho bisogno di dirlo, e condiziona in maniera pesante il futuro e le scelte possibili. Mi chiedo spesso, in effetti, se riusciremo mai a trovare un punto di rottura oltre il quale non sia più possibile adattarsi a questo tipo di sistema economico e morale.

E’ appena uscito il tuo nuovo romanzo La luce che illumina il mondo, edito da Indiana editore, un piccolo editore di Milano molto attivo e interessante. Come hai deciso di pubblicare con loro?

Quello con Indiana editore è stato per me un incontro felice; li seguivo con interesse dalla loro nascita, nel 2011. Hanno le idee chiare, l’entusiasmo e un catalogo davvero bello. Quando ho pensato che il mio testo fosse pronto, sono stati i primi a riceverlo. Verso la fine del 2012, dopo aver ricevuto una proposta poco convincente da un altro editore, li ho ricontattati, giusto per capire se potevo avere qualche possibilità. Pochi giorni dopo ho ricevuto la telefonata da Bernardino Sassoli de’ Bianchi.

Parlaci un po’ di questo libro, da alcuni definito un noir fantascientifico. Come è nata l’idea di scriverlo? Come sono nati i personaggi?

Come ho già raccontato, La luce che illumina il mondo nasce, letteralmente, da un sogno di qualche anno fa; ricordo ancora oggi le immagini di una città alluvionata e di un corteo di eretici in nero, pronti a darsi fuoco. Nel sogno facevano la loro comparsa, molto brevemente, anche Florestano Leoni e la sua Melissa.
Da quella visione sono partita per inventarmi una città, che somigliasse in tutto a quelle che conosciamo ma non fosse reale. È un tipo di approccio su cui rifletto fin dai tempi di Corpi estranei, e che con questo romanzo si è accentuato parecchio; cercare di raccontare la realtà evitando di citarla in maniera esplicita, aggirando i rischi della cronaca, trasportando insomma il nostro mondo e i suoi accadimenti da un’altra parte.

Il romanzo è ambientato a Sumonno, una città immaginaria, attraversata da un fiume e divisa in settori come Berlino appena terminata la Seconda Guerra Mondiale. Da un lato i poveri rinchiusi in una baraccopoli di lamiera ZonaSviluppo, poi la zona dei ceti medi CittàProgresso con palazzi dormitorio, supermercati e uffici, e infine la zona ricca CentroRubino. Un po’ discosta l’Isola che si raggiunge con vaporetti allungati come gondole in cui trova l’enorme discoteca di Florestano Leoni, un gangster che avrà un ruolo determinante nel romanzo. Come hai costruito questa città, che modelli hai utilizzato?

Prima di cominciare a scrivere, in fase di documentazione ho letto parecchie cose sulle baraccopoli delle grandi città; per citarne uno, mi è rimasto particolarmente impresso il libro Korogocho, di padre Alex Zanotelli, che racconta la vita quotidiana nel più grande slum di Nairobi. Per CittàProgresso, invece, e in generale per l’assetto di Sumonno, mi sono ispirata alle geometrie della Défense di Parigi. In fase di scrittura mi è venuto naturale immaginare una suddivisione rigida delle zone, esasperando una condizione che vediamo già, a grandi linee, nelle metropoli occidentali.

La famiglia Neri rappresenta il potere, la ricchezza accumulata in generazioni, i compromessi, i raggiri. Costanzo Neri, è una figura dolente, forse stanca, senza il carisma di un tempo. Il figlio Ramsete una specie di Nerone, mondano, cinico, crudele. Il figlio Osiride infelice, solo, plagiato da un guru, pronto a perdere tutto per un po’ di fede. A chi ti sei ispirata per costruire questi personaggi?

Da torinese, mi tocca confessare che la famiglia Agnelli è molto presente nel mio immaginario; il patriarca carismatico, il giovane rampollo beniamino delle cronache mondane, il figlio stravagante che si perde nel misticismo. Sono figure in qualche modo ricorrenti in tutte le grandi famiglie di potere, e possiedono un innegabile fascino, anche e soprattutto per le ombre oscure che si intravedono sotto lo strato levigato della leggenda.

Toni è senz’altro un personaggio interessante. Tormentato, chiuso in se stesso, con un conflitto irrisolto, c’è infatti un avvenimento del suo passato con cui deve fare i conti. Vive una breve relazione con Melissa. Che funzione ha questo personaggio nel romanzo?

Senza voler anticipare niente, Toni rappresenta l’inconsapevole elemento di disturbo in un sistema di modelli codificati. È l’uomo d’ordine che non si permette mai uno scarto, e che si ritrova sotto gli occhi le macerie di una realtà che credeva di poter controllare; è lo sguardo che cerca di prevedere ogni contromossa, e non si accorge di essere intrappolato da sempre. La relazione con Melissa, in questo senso, funge un po’ da detonatore di sentimenti e pensieri che forse non sospettava nemmeno di avere.

Ad un certo punto si attiva una sottotrama quasi poliziesca. La morte di una prostituta senza nome di “proprietà” di Florestano Leoni, porta ad una specie di indagine. Il colpevole è evidente. Questo delitto richiama una vendetta?

La morte della prostituta senza nome è in realtà un pretesto per affrontare, nella mia maniera tangenziale, il tema del corpo femminile usato come merce di scambio. Lo vediamo tutti i giorni nelle pubblicità, nelle cronache dei processi illustri, e tristemente lo leggiamo spesso in cronaca nera. La vittima del mio romanzo non è vissuta, dal suo proprietario prima e dal suo assassino poi, come un personaggio reale, con una sua storia e una personalità; è un corpo da possedere, nient’altro, e la sua morte un incidente di percorso da chiarire ai fini della conservazione del potere, non certo per curiosità o empatia.

L’esercito pattuglia, la pioggia è incessante, il fiume, esondando, semina morti e detriti. Una situazione di emergenza, da scenario apocalittico. Poi si aggiungono gli adepti di una setta, una confraternita ispirata a un’eresia medievale, che iniziano a darsi fuoco per raggiungere il mondo dello spirito, per smuovere le coscienze. Un po’ Blade Runner, penso alla pioggia incessante, l’atmosfera cupa, un po’ 1984 di Orwell, penso ai meccanismi oscuri del potere, sebbene il tuo romanzo non sia proiettato nel futuro?

C’è un po’ di Blade Runner, sicuramente; ho amato molto quel film e le sue atmosfere inquietanti e malinconiche. In quasi tutto quello che scrivo, mi rendo conto, c’è una grande attenzione alla parte ‘visiva’; costruisco le scene procedendo per immagini, e dando molta importanza ai colori, che in questo romanzo hanno un ruolo chiave.

Un tema che affronti è la degenerazione del potere mediatico, utilizzato da alcune famiglie per manipolare l’opinione pubblica e rinsaldare il proprio potere. Giornalisti asserviti, vecchi giornalisti disillusi che il potere cerca di comprare. Informazione e controinformazione. Quale sarà il futuro?

Credo che le cose non cambieranno molto nel lungo termine, e che continueremo a vedere giornalisti ridotti a meri impiegati di gruppi di potere, preoccupati solo di pubblicare notizie su commissione, e poche persone convinte che raccontare e indagare le cause degli eventi sia l’unico modo per fare questo mestiere.

Un altro tema che affronti è l’importanza della memoria necessaria per metabolizzare il passato, in questo caso il terrorismo. Nel romanzo una realtà ormai conclusa, i protagonisti di allora sono quasi tutti morti o in carcere. Dimenticare il passato fa correre il rischio di ripetere gli stessi errori, argomenta un personaggio. Perché pensi che qui in Italia ci sia in atto un processo di rimozione, di rifiuto di un’ elaborazione oggettiva di quei fenomeni di lotta armata?

Mi sembra che in Italia ci sia un processo perenne di rimozione della storia recente, soprattutto quando quella storia non è molto lusinghiera per la nostra immagine. È accaduto con il fascismo, con le guerre coloniali, e certamente anche con il terrorismo. Abbiamo vissuto, viviamo tuttora, momenti di grande lacerazione interna, ci immergiamo nel clima dell’emergenza e del terrore e poi, una volta finito il fenomeno contingente, ci comportiamo come se il fatto non fosse mai avvenuto, come delle persone invitate a una cena cui sia presente un ospite molesto, e che fanno di tutto per fingere di non vederlo o sentirlo. Non ci rendiamo nemmeno conto di quanto male possa fare questa rimozione, e quanti eventi successivi siano in realtà figli di queste ferite mai curate.

Finale spiazzante, non l’anticipiamo, ma mi dà lo spunto per chiederti se per te c’è uno spiraglio di speranza all’orizzonte, o solo i peggiori come sempre se la caveranno?

I miei personaggi, a modo loro, cercano tutti una salvezza, qualcosa che regali loro una specie di speranza; lo fanno in maniere diverse, attraverso il potere, il sesso, la ricerca del trascendente, la rivolta. La risposta non può essere univoca; ognuno ha la responsabilità di cercare il proprio spiraglio di luce, e in molti, purtroppo, preferiscono lasciare questa possibilità ai peggiori.

Grazie della tua disponibilità. Concluderei l’intervista con un’ ultima domanda: progetti per il futuro?

Grazie a voi per l’ascolto. Sono al lavoro per scrivere, sempre per Indiana editore, il seguito della Luce che illumina il mondo; nelle mie intenzioni ci saranno almeno altri due romanzi ambientati nella città di Sumonno.

:: Recensione di La macchina dei corpi di Warren Ellis (Longanesi, 2013)

31 luglio 2013 by

macchinaStrano romanzo La macchina dei corpi (Gun Machine, 2013) di Warren Ellis, mi sono trovata durante la lettura a cambiare opinione diverse volte.
Da un lato la trama è di quelle interessanti, con un incipit di sicuro effetto. Ci troviamo infatti catapultati nella New York violenta e feroce che abbiamo imparato a conoscere in tanti film e telefilm polizieschi, alle prese con una chiamata al 911, centralino emergenze del NYPD. Mrs Stegman abitante in un fatiscente condominio in Pearl Street segnala che un tizio completamente nudo, in evidente stato di alterazione, staziona davanti alla porta del suo appartamento imbracciando un potente fucile.
Normale amministrazione a New York, dove se si avesse la opportunità di ascoltare la radio di qualsiasi auto di pattuglia se ne sentirebbero di cose strane, tanto da chiedersi perché ci sia ancora gente sana di mente che abbia voglia di viverci in quella città.
Dall’altro il protagonista, il detective John Tallow, non è di quelli carismatici o particolarmente affascinanti: troppo magro, quasi macilento, introverso, senza amici, senza una donna, vive solo in una casa sommersa da libri, dischi e dvd, che invadono anche la sua auto; in un ufficio è tollerato più che rispettato, spacca naso e faccia ad un barbone con una certa nonchalance, anche se si preoccupa che non gli diano fuoco.
I lati pro comunque sono diversi, innanzitutto i dialoghi taglienti tra il protagonista e i ragazzi della scientifica, estremi e borderline, tanto quanto lui se non di più. L’estrema precisione quando parla di armi, storia dei nativi americani, procedure di polizia del dipartimento di polizia di New York, ricca di particolari che sfuggono solo ad una lettura superficiale, e teniamo a mente che Warren Ellis è britannico, quindi la sua ricostruzione di New York e della vita americana è ancora più apprezzabile.
Manca il pathos di un thriller, questo sì, la caccia al serial killer schizofrenico chiamato il “cacciatore” è più un pretesto che la struttura portante dell’azione.
Originale e visionario invece il punto di vista di quest’ultimo e qui emerge tutta la professionalità e il mestiere di Warren Ellis sceneggiatore di comics di punta della Marvel, e autore di un thriller a fumetti da cui trassero il film RED, con Bruce Willis e Helen Mirren, oltre che di un pregevole romanzo di esordio come l’irriverente e sfrenato Con tanta benzina in vena, pubblicato in Italia nel 2009 da Elliot.
Le scene in cui il cacciatore cammina per New York e due distorti piani temporali si sovrappongono facendo alternare come miraggi chimici le colline e le foreste dell’antica Mannahatta ai grattacieli e alle strade trafficate dell’odierna Manhattan sembrano uscite infatti più da un fumetto che da un romanzo poliziesco e questo è sicuramente il valore aggiunto di questo libro.
Tornando alla trama John Tallow e il suo compagno di pattuglia James Rosato rispondono a quella fatidica chiamata del 911. Il tizio nudo, armato e incazzato spiega urlando di non aver gradito l’ingiunzione di sfratto che avvisava della vendita del condominio a una società immobiliare, invitandolo a trovare un’altra sistemazione con ben tre generosi mesi d’anticipo e mentre i due si qualificano come poliziotti a Rosato cede un ginocchio. È un attimo e il suo cervello viene spalmato sul muro da un colpo di fucile.
A John Tallow non resta che uccidere il pazzo e rimanere a guardare mentre i medici raschiano dalla parete il cervello del suo partner. Poi un poliziotto gli segnala un’anomalia. Nel suo giro di controllo degli appartamenti, per accertarsi che non ci siano feriti, si è imbattuto in un appartamento con un foro di fucile nel muro, apparentemente disabitato. Ma la cosa più insolita è la porta blindata che non cede ai tentativi di scasso. Tallow ordina di prendere un ariete e quello che scoprono all’interno dell’appartamento segnerà l’inizio dell’indagine più difficile e pericolosa della sua vita.

Warren Ellis, inglese, è autore di romanzi, di fumetti e graphic novel, fra i quali RED, da cui è stato tratto l’omonimo film con Bruce Willis e Helen Mirren, e Iron Man: Extremis (Marvel Comics), che ha ispirato il film Iron Man 3. Negli Stati Uniti, da La macchina dei corpi sarà tratta una serie televisiva. www.warrenellis.com

:: Recensione di Neronovecento A.A. V.V. (Cordero Editore, 2013) a cura di Diego Di Dio

31 luglio 2013 by

neronovecentoIl secolo breve. Il secolo lungo. Il secolo sterminato. Il secolo spezzato. Il secolo più violento della storia dell’umanità. Il secolo dei genocidi. Il secolo dei totalitarismi.”

Così si apre l’introduzione di Daniele Cambiaso a “Nerovecento”, un’antologia pubblicata dalla Cordero Editore. Dieci racconti d’autore, uno per decennio, assemblati dallo stesso Cambiaso in un libro che ripercorre un intero secolo di storia italiana.
L’antologia si apre con “Il sogno di Anna” di Stefano Mantero. Il destino degli emigranti e lo scrosciare del mare fanno da sfondo storico a un giallo ambientato agli inizi del secolo. Attraverso gli occhi di Giulio, il protagonista reporter, si dipana un omicidio consumatosi su un piroscafo. Nota degna di interesse è quella relativa alle prime tecniche fotografiche, che in questo racconto vengono spiegate con dovizia di particolari.
Il libro prosegue con “Non come in guerra”, lo strepitoso racconto di Angelo Marenzana. Qui la storia dell’umanità ha compiuto qualche passo in avanti, e ci troviamo in un’Italia appena uscita dalla prima Guerra Mondiale, in un degrado umano e sociale da far accapponare la pelle. Sullo sfondo delle proteste sindacali, e di un’evoluzione del potere che impara a preservare se stesso, Marenzana dà lezioni di scrittura con uno stile veloce, fulmineo e accorto, in grado di tessere un colpo di scena dietro l’altro.
Molto originale è il terzo racconto, “Gaggio”, scritto dalla collaudata coppia Riccardo Parigi e Massimo Sozzi. Mentre l’Italia sta assistendo alla progressiva ascesa fascista, i due autori ci parlano delle vicende di un circo e delle strane figure che lo popolano. Molto ben riuscito il personaggio del nonno burbero. Calibrato il finale, degno del miglior giallo.
“L’uomo con la valigia” di Giorgio Ballario merita una menzione speciale per l’ansia che riesce a trasmettere al lettore. Ballario ci parla di una fuga al cardiopalma, ambientata nelle colonie africane nel corso degli anni Trenta. La ricostruzione dell’ambiente è notevole, ma la caratteristica principale di questa storia è che si lascia letteralmente divorare: le parole dell’autore pizzicano con esperienza nella psiche del protagonista, trasmettendoci una scarica di adrenalina dalla quale è arduo non restare travolti.
“Requiem”, di Denise Bresci e Ugo Polli, è un piccolo gioiello di scrittura e intreccio. L’ambientazione storica è quella del secondo dopoguerra, un periodo duro e pieno di contraddizioni, nel quale i due autori sanno tuttavia come muoversi. In un gioco di flashback e flash-forward dipingono un meraviglioso affresco di vendetta e redenzione, tradimento e suspense. Ottimo il finale a sorpresa.
“Phlebas il Fenicio”, del grande Giulio Leoni (autore che non ha certo bisogno di presentazioni), narra di un viaggio per mare che fa da sfondo a un dialogo-confessione. Lo scambio di battute che viene costruito tra i due protagonisti è un climax di previsioni e anticipazioni sul futuro, che trova la sua degna esplosione in un coerente disvelamento finale.
E passiamo ad “Amesha Spenta”, il bellissimo racconto di Claudio Asciuti. Lo stile è originale, onirico e veloce. Le scelte sulla punteggiatura non rallentano questo racconto lungo, ma avvincente. Nella Genova del 1968, durante gli scontri, i destini dei protagonisti si incrociano e si dipanano in un continuo alternarsi, mescolarsi, di presente e futuro, in cui la memoria fa da volano per un passato violento, ma mai dimenticato. E se questi sono i decenni che, più di altri, hanno assistito alla ribellione delle classi meno abbienti, su ogni scelta umana e sociale grava l’ombra dello Stato, unico grande demiurgo, macchinatore silenzioso di ogni fermento politico.
Altra importante ospite di questo libro è Adele Marini, che ho avuto il piacere di conoscere grazie ai suoi scritti “I fondamenti della scrittura d’indagine” (Milano Nera). “L’ultimo scatto”, ambientato nel corso degli anni ’70, è un racconto che mescola tecnica ed esperienza. Questa storia potrebbe idealmente collegarsi al brano che apre la raccolta, per l’importanza data alla “fotografia”, con la differenza che qui non sono le tecniche d’inizio secolo a giocare la partita, bensì una serie di foto rubate, in grado di far emergere le ombre più cupe nascoste dietro la cosiddetta “strategia della tensione”. Lo stile dell’autrice è raffinato e teso, ed è un piacere lasciarsi condurre verso la soluzione finale.
Sapiente e avvincente è “L’attentato che non ci fu” di Vindice Lecis. Lecis, oltre a essere un giornalista del gruppo editoriale Espresso, è anche autore di romanzi e saggi. Il centro nevralgico della storia è il 3 ottobre del 1973, giorno in cui Berlinguer fu ferito a Sofia in uno strano incidente, sul quale, tuttavia, deve calare un muro di silenzio per i nostri protagonisti. Intrighi politici e atmosfere spy-story per una storia calibrata e ben scritta.
E concludiamo con l’ultimo racconto: “Il sogno” di Giorgio Merega. La morte di un poveraccio, che dovrebbe passare inosservata, è in realtà il ponte per una trama thriller ben intessuta e ben congegnata, che si sviluppa  nella Genova degli anni Novanta. Un caso molto particolare per il commissario Leone, protagonista di una storia dalle tinte noir e dallo sfondo politico ben costruiti.
Dodici autori, dieci storie, un secolo. “Neronovecento”, per originalità delle trame, ricerca storica e qualità della scrittura, si conquista un posto d’onore tra le letture che mi sento di consigliare per questa estate. I miei complimenti, e la mia stima di lettore, vanno al curatore, Daniele Cambiaso, e agli autori, che hanno costruito un libro di altissima qualità.

:: Recensione di Verde Oscurità di Anya Seton (Beat, 2013) a cura di Elena Romanello

31 luglio 2013 by

verde_oscutrit_02_2_La Beat edizioni continua la sua proposta di best-seller del passato, presentando un nuovo titolo di Anya Seton dopo il medievale Katherine, Verde oscurità, romanzo storico ma anche affascinante salto tra tempi diversi, con riferimenti al tema della reincarnazione, pubblicato dall’autrice nel 1972 dopo vari anni di lavorazione e forse la sua opera migliore.
Celia, giovane americana di oggi (o meglio del 1968, anno di scrittura del libro) è fresca sposa del baronetto Richard e, in visita nei luoghi di lui nelle campagne inglesi, cade in uno stato di profonda prostrazione e in lei rivive la vicenda di un’altra Celia, vissuta a metà Cinquecento, amante appassionata del prete perseguitato Stephen e destinata ad una fine tragica e mai veramente svelata. Forse solo rivivendo e risolvendo i drammi di quel passato Celia riuscirà a poter vivere una vita normale e felice, anche perché quel passato sta distruggendo il suo presente.
Verde oscurità è un romanzo intrigante e originale, diviso tra una parte di ambientazione moderna in cui si costruisce la cornice di questo viaggio nel tempo, e le vicende storiche, che ricostruiscono, tra intrighi, lotte, passioni, bassezze, l’Inghilterra tra la morte del giovanissimo re Edoardo, unico figlio maschio di Enrico VIII, il breve e cruento regno di Maria la sanguinaria e l’ascesa di Elisabetta, svelando una stagione di oppressione e lotte religiose, rimasta nell’immaginario britannico al punto che Bloody, il soprannome della regina Maria, è ancora oggi uno degli insulti peggiori.
Anya Seton costruisce un romanzo con due storie interessanti che si intersecano, parlando della reincarnazione, argomento che diventò di gran moda proprio a partire dalla fine degli anni Sessanta in Occidente, e che l’autrice conosceva bene da prima, perché era figlia di due teosofici, seguaci di una corrente religiosa e filosofica fondata dall’occultista Madame Blavatsky, che contava tra i suoi adepti anche i genitori di Margherita Hack, e fu fortemente influenzata da questo, oltre che dal gran numero di libri che giravano in casa sua.
In Italia diversi romanzi della Seton erano stati pubblicati anni fa, poi l’autrice era un po’ scomparsa dalle nostre librerie, mentre nei Paesi anglosassoni hanno continuato ad uscire, ispirando autrici come Kathleen E. Woodiwiss, e in tempi più recenti Diana Gabaldon e Philippa Gregory, che spesso ha scritto prefazioni alle nuove edizioni, come nel caso di Katherine. Anya Seton è morta nel 1990 all’età di 86 anni.
Verde oscurità mescola passato e presente, ricordi e reincarnazioni, senza essere mai banale e andando ben oltre i luoghi comuni di chi vede i romanzi storici al femminile come puramente e banalmente sentimentali, ricostruendo un ritratto unico di epoca tormentata e affascinante, ma anche un viaggio nell’animo delle persone e nelle suggestioni della Storia, così presenti in castelli come quello dove per la Celia moderna comincia tutto.

Anya Seton nasce a New York nel 1904 e muore nel 1990. Ha scritto numerosi romanzi storici, tutti di grande successo, tra cui La turchese, La locanda del focolare, Verde oscurità e Il castello di Dragonwyck. Katherine, l’opera che le ha dato notorietà, viene considerato un vero e proprio classico, l’opera che ha aperto il romanzo storico al romance, alla storia d’amore.

:: Recensione di Una stanza piena di sogni di Ruta Sepetys (Garzanti, 2013) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2013 by

stanza sogniDopo aver raccontato in Avevano spento anche la luna il calvario della Lituania sotto lo stalinismo vissuto dalla famiglia di sua nonna, Ruta Sepetys è tornata nelle librerie italiane con il suo nuovo romanzo, ambientato più o meno nello stesso periodo storico dell’altro, gli anni Quaranta, ma oltre oceano, negli Stati Uniti, nell’affascinante, contraddittoria e violenta New Orleans, città di confine e di stordimento, di sperimentazione e di perdizione.
Josie, figlia adolescente di una prostituta di un bordello, è cresciuta con come uniche consolazioni i libri e la libreria di uno dei suoi pochi amici, un anziano uomo di colore, e sogna di poter evadere da un mondo che le sta sempre più stretto, magari cercando di frequentare l’Università, anche se sa che è molto difficile. Un giorno entra in libreria Hearne, un viaggiatore che la affascina e che condivide la sua passione per la letteratura e i suoi classici, che poco dopo muore e forse sua madre, che abbraccia i suoi clienti ma non l’ha mai fatto con sua figlia, non è estranea alla sua morte. Josie dovrà fare una scelta, tra la sua vita e il continuare a fingere amore per qualcuno che non lo merita.
Un romanzo di formazione, che esalta la lettura e i libri come antidoti ad una vita squallida e come porte che aprono la voglia di vivere, di cambiare, di conoscere. Il personaggio di Josie, adolescente curiosa, fiore nato dal letame come avrebbe detto Fabrizio de André, resta dentro, non è una finta ingenua o una verginella che resiste alle avances e alla corruzione, ma una ragazza moderna e libera, capace di voler credere e seguire ai suoi sogni, come possibilità di riscatto e di cambiamento, di voltar pagina e vivere.
L’ambientazione della New Orleans degli anni Quaranta è particolarmente accurata, pronta a svelare il volto di una città poi cantata e celebrata da altri autori in vari generi (un esempio per tutti Anne Rice) e purtroppo gravemente ferita dall’uragano Katrina, una città che non era comunque un paradiso in terra anche se resta una delle più interessanti culturalmente e socialmente degli Stati Uniti.
Un merito dell’autrice è anche quello di raccontare una storia in un ambiente sordido e degradato ma di farlo senza volgarità, concessioni morbose, colpi di scena e altre cose gratuite, ma con delicatezza, in una risalita dagli inferi di Josie, che si riscatta grazie e partendo dai libri.
Avevano spento anche la Luna era un libro commosso e straziante, su una delle tante tragedie rimosse del secolo breve viste dal punto di vista di una giovanissima protagonista. Una stanza piena di sogni conferma il talento dell’autrice, in una storia che parte disperata ma man mano si arricchisce di speranza, un inno alla ricerca di sé e di cosa si ama realmente, ma che non è né una favoletta zuccherosa né una storia irrealistica e con poco spessore, ma un percorso di vita possibile, tra le mille combinazioni possibili.

Ruta Sepetys è nata in Michigan da una famiglia di rifugiati lituani la cui storia ha ispirato il suo primo romanzo, il bestseller Avevano spento anche la luna (Garzanti, 2011). Vive nel Tennessee con la sua famiglia.

:: Recensione di Sei gradi di separazione di Matteo Farinella (Bel-ami, 2013) a cura di Micol Borzatta

30 luglio 2013 by

6 gradi di separazioneDa uno studio di Stanley Milgram che dimostra che tra due sconosciuti c’è una catena in media di solo sei persone nasce questo romanzo di Matteo Farinella.
Romanzo molto particolare perché strutturato come un fumetto.
Molto breve e di facile lettura, lo si legge in meno di un paio d’ore, è molto intenso e significativo.
L’autore riesce con uno stile molto leggero e di facile comprensione, il fumetto appunto, a descrivere tutte le problematiche che possono nascere in una relazione tra due giovani che è costretta a svilupparsi a distanza.
Il senso di solitudine, di estraneità sempre maggiore, fino ad arrivare al punto di non ritorno dove uno dei due sente la situazione troppo pesante e decide di finire tutto.
Il tutto si sviluppa in meno di cento pagine che realizzate a fumetto sembrano ancora meno.
Un ottimo romanzo che rappresenta bene le avvolgenti folle metropolitane che pur essendo tutte intorno a te ti fanno sentire da solo specie quando non hai al tuo fianco la tua anima gemella.

Matteo Farinella nasce a Bologna nel 1984. Dal 2008 vive e lavora a Londra. Scienziato e fumettista porta avanti le sue due passioni spesso intersecandole fra di loro.

:: Un’ intervista con Karim Miské

29 luglio 2013 by

karimCiao Karim e grazie per aver accettato di incontrare i lettori del blog “Liberidiscrivere”. Sei uno scrittore di nazionalità francese, nato in Costa d’Avorio nel 1964. Puoi parlarci un po’ di te, chi è  Karim Miské? Ci piacerebbe conoscere i tuoi punti di forza e di debolezza …

Arab Jazz è il mio primo romanzo. Prima di questo romanzo, ho realizzato documentari per 20 anni su una gran varietà di argomenti che vanno dalla sordità al fondamentalismo religioso. Proprio dopo aver fatto un film su questo tema ho iniziato a scrivere Arab Jazz. Per trasformare tutte queste storie vere che filmavo da molto tempo in materiale letterario. Per raggiungere un altro aspetto della realtà attraverso la finzione.

Probabilmente avrai dei ricordi dell’Africa, vuoi dirci qualcosa a riguardo? Parlaci della tua infanzia, delle tue radici. Quando sei arrivato in Francia?

Ho trascorso troppo poco tempo in Costa d’Avorio, dove sono nato per caso. Sono cresciuto a Parigi, nella famiglia francese di mia madre, che era divorziata da mio padre mauritano. Sono invece andato in Africa durante l’ adolescenza. Questi viaggi mi hanno influenzato, la mia personalità si è arricchita e si è ampliata la mia visione del mondo, anche se culturalmente ero molto francese.

Come è nato il tuo amore per i libri?

Ero l’unico figlio di mia madre, mi annoiavo davvero in famiglia, circondato dalle conversazioni degli adulti. I libri mi hanno salvato. Erano i miei amici, il mio mondo. Attraverso di loro ho vissuto le emozioni più forti. Amo questa frase di Oscar Wilde: “Una delle più grandi tragedie della mia vita è la morte di Lucien de Rubempré“. Questo riflette il potere dei libri. Quando leggevo, la vita era più grande, un respiro mi attraversava, mi trasportava lontano. Non c’era nessuna religione in senso convenzionale nella famiglia di mia madre, decristianizzata come molte famiglie francesi, però, si parlava molto di politica. Una speranza, quasi messianica, seguita specialmente dalla liberazione dei popoli del Terzo Mondo. La politica mi interessava, ma da una certa distanza. Niente poteva competere con Stendhal o Horace McCoy.

Tutti abbiamo libri che ci hanno colpito più degli altri, autori che preferiamo. Che libri ti piacciono? E quali autori ti hanno segnato?

Amo moltissimi libri, ma mi limito a due esempi. Come Oscar Wilde, ho mantenuto un rapporto speciale con  Splendori e miserie delle cortigiane di Balzac. Non solo per Rubempré, ma perché è un affresco straordinario di una nuova società, la Francia capitalistica post-rivoluzionaria. Tutte le fondamenta del nostro mondo sono state poste in modo visionario. Per me, questo è un romanziere. Un chiaroveggente che vede la verità del suo tempo e la rivela agli altri. Più vicino a noi, c’è James Ellroy: naturalmente il titolo del mio romanzo, Arab Jazz, è un omaggio al suo White Jazz, che raffigura in modo incredibilmente onesto e polifonico tutti i conflitti dell’America degli anni Cinquanta. Conflitti inestricabilmente legati a temi come la razza, l’identità, la politica, e, naturalmente, la droga. Conflitti che assumono un significato particolare nella nostra Europa combattuta tra multiculturalismo e un desiderio quasi irresistibile di affermare la supremazia bianca.

Mentre scrivi preferisci descrivere i luoghi, i personaggi o ideare i dialoghi?

Non ho preferenze. Per me la scrittura è un continuum, una immersione. Una volta che ho camminato attraverso la porta tra i mondi, amo scrivere tutto ciò che costituisce la materia vivente del libro.

Ho amato molto Arab Jazz che è stato pubblicato in Italia da Fazi. Hai scelto Parigi per ambientare questo romanzo perché riflette meglio la società multietnica che vuoi rappresentare nel tuo libro?

Grazie! Ho scelto Parigi perché è la città che conosco meglio al mondo. Quella dove sono cresciuto, dove mi sono innamorato più volte, in cui ho costruito la mia vita adulta. Parigi è una città multietnica, che permette di scrivere romanzi in cui sono presenti tutte le sezioni trasversali della società.

Hai una tipica giornata dedicata alla scrittura?

Non proprio. Scrivo di giorno e di notte. Ho solo bisogno di tempo e di solitudine. Trascorro ore su internet o guardando la TV e dimentico la realtà del mondo esterno prima di iniziare a gettare le basi della mia scrittura.

Ci sono progetti cinematografici legati al tuo polar?

Per me, la letteratura è un’estensione del mio lavoro di documentarista. E ora vorrei adattare il mio romanzo in un lungometraggio. Attualmente sono in corso degli incontri, ma è troppo presto per sapere se porteranno a qualcosa, e quando.

Verrai in Italia per presentare i tuoi libri?

Sono venuto ai primi di giugno a Cremona per il Festival “Le corde dell’anima”. Se mi invitano di nuovo, sarò felice di tornare per incontrare il pubblico italiano!

Parlaci del tuo rapporto con i lettori? Come possono contattarti?

Sono sempre felice di incontrare i lettori o ricevere e-mail. Potete scrivermi attraverso il mio sito web: karimmiske.com o la mia pagina facebook: https://www.facebook.com/pages/Karim-Misk% C3%A9/366969336336

Caro Karim, grazie per essere stato così disponibile. Per concludere, puoi dirci qualcosa sui tuoi lavori futuri … puoi farci qualche anticipazione?

Ho intenzione di scrivere il seguito di Arab Jazz. Spero di iniziare al più presto!

:: Recenione di L’ultimo comunista di Matthias Frings (Voland, 2013) a cura di Michela Bortoletto

29 luglio 2013 by

ultimo comunistaCi sono libri che si leggono tutti d’un fiato, altri invece hanno bisogno di tempi più lunghi. Ma non per questo sono meno belli e interessanti dei primi. L’ultimo Comunista di Matthias Frings appartiene a quest’ultimo gruppo. È un libro che procede piano, che non ti prende dalla prima pagina ma ti conquista lentamente. Confesso fin da ora che più di una volta ho avuto la tentazione di interrompere la lettura. Ma ogni volta c’era un qualcosa che mi diceva di andare avanti, che ne sarebbe valsa la pena.
L’ultimo comunista narra la vita di Ronald M. Schernikau, un giovane scrittore tedesco realmente vissuto negli anni Ottanta. Nato da una complicata relazione tra una giovane donna, Irene, e un uomo che non esita ad abbandonarli quasi subito, Ronald trascorre i primi anni della sua vita nella Germania dell’ Est. La giovane madre è la migliore incarnazione degli ideali comunisti che ci possa essere: fedele al partito, accetta qualunque sua regola e soprattutto non mette mai in discussione le decisioni delle alte sfere. Vive la sua vita di giovane ragazza madre crescendo nel miglior modo possibile il piccolo Ronald. Finché un giorno il padre si rifà vivo: è scappato all’Ovest dove si è rifatto una vita e in qualche modo riesce a convincere Irene a fare altrettanto. Così, seppur a malincuore, accecata dall’amore mai finito per il padre di Ronald, Irene organizza di nascosto una rocambolesca fuga che la porterà all’Ovest.
Ma la realtà non è come Irene se l’era immaginata: il padre di Ronald ha un’altra famiglia e lei deve ricostruirsi una vita in una Germania che non le appartiene. All’Ovest è tutto diverso e la nostalgia dell’Est prende spesso il sopravvento. Nonostante ciò Irene riesce a ottenere un buon lavoro e una buona sistemazione dove crescere il piccolo Ronald. Ma questo improvviso cambio di vita, questo trasferimento in una realtà così diversa saranno tra le cause dell’assoluto e quasi devastante senso di straniamento che prova Ronald, comunista che vive nell’Ovest capitalista.
Ronald infatti cresce con un forte senso di disagio e con un grande desiderio: tornare all’Est. Ma sono gli anni del Muro e ottenere la cittadinanza dell’Est non è così facile.
L’opera di Frings ci racconta i sogni, le illusioni, i sacrifici e i tentativi fatti da questo giovane ragazzo, che nel frattempo è diventato un talentuoso scrittore, per riuscire ad ottenere la possibilità di vivere nella Germania dell’Est. Ma quando riuscirà finalmente ad ottenere ciò per cui ha combattuto la realtà gli presenterà un forte conto: se nella Germania dell’Ovest era il “comunista”, qui nella Germania dell’Est non riuscirà mai ad essere completamente accettato e sarà sempre visto come un estraneo. Il forte senso di inadeguatezza accompagnerà quindi Ronald per tutto l’arco della sua vita. Una vita che purtroppo poi verrà stroncata dalla “grande malattia” di fine Novecento: l’aids.
Ne L’ultimo comunista si affrontano temi importanti quali il senso di straniamento, la divisione della Germania, la vita in quegli anni dei giovani berlinesi, il dilagare inarrestabile dell’aids. Per questi motivi vale la pena di andare avanti nella lettura e di non arrendersi anche se qualche passaggio può risultare purtroppo lento e superfluo.
Traduzione di Chiara Marmugi.

Matthias Frings, nato ad Aachen nel 1953, è giornalista, autore televisivo e scrittore. Negli anni ’70 si è impegnato in vari movimenti con la sinistra alternativa e ha lavorato come attore e regista teatrale. Ha raggiunto la celebrità negli anni ’80, grazie al saggio Männer.Liebe (Amori.Maschi. Un manuale per chi è gay e per chi vuole diventarlo) che scioccò l’opinione pubblica presentando per la prima volta l’omosessualità come una condizione normale. Ha scritto altri cinque libri, tutti legati alla sessualità maschile. Per anni è stato una delle firme della “taz” e ha progettato e condotto programmi televisivi e radiofonici.

:: Recensione di Lasciamisenzafiato di Elvio Calderoni (Miraggi editore, 2011) a cura di Lorenzo Mazzoni

28 luglio 2013 by

1038ziUn libro dal registro quasi “femminile”, un finale non scontato, una caratterizzazione geografica non comune, un romanzo cinematografico, a scene. Questo è lasciamisenzafiato (il titolo lascia un po’ a desiderare e rimanda a tristi rievocazioni “mocciane”) di Elvio Calderoni, edito da Miraggi Edizioni. Coinvolgente e senza pause, lasciamisenzafiato è un romanzo d’amore e di amori. Di rapporti instabili, passioni, cadute e promesse non mantenute. Due donne molto diverse, legate allo stesso uomo. Due fratelli con un rapporto così speciale da sembrare gemelli. Un maestro e un giovane discepolo, uniti dalla musica. Le vicende dei cinque protagonisti si snodano intrecciandosi in una fitta e ingegnosa rete di coincidenze: Alessandro, Irene, Clara, Federico e Barnaba si incontrano e si perdono, oltre le distanze e oltre la loro stessa volontà, nel mondo reale e nello spazio virtuale delle chat e dei blog. Finché la morte non fa irruzione in questa trama di relazioni, e il dolore svela le geometrie nascoste e rimescola i ruoli, ricomponendo un quadro incrinato e incompleto, ma più autentico. lasciamisenzafiato è un romanzo sull’anima, le sue mancanze e la sua forza inesauribile. Ci si sposta tra Roma e Cividale del Friuli, metropoli e microprovincia, natura e cultura. Come scritto da un lettore: “Coincidenze, vite che s’intrecciano e si sfiorano, si uniscono e si allontanano, si annusano, si toccano, si interpellano e si scrutano, si affondano e riemorgono come tante pletore di sentimenti ed emozioni”.

Elvio Calderoni è nato a Roma il 30 agosto del 1970. Insegna lingua e letteratura italiana e dirige un festival di cortometraggi, il Videocorto Nettuno. Ha scritto varie commedie brillanti per il teatro e sceneggiature di corti; è attore e regista ma la sua prima passione è probabilmente la musica. lasciamisenzafiato è il suo primo romanzo.

:: Recensione di La luce che illumina il mondo di Paola Ronco (Indiana editore, 2013)

28 luglio 2013 by

luce illuminaNell’immaginaria e distopica Sumonno, in cui la divisone in classi, ubicate in spazi fisici delimitati, ZonaSviluppo, CittàProgresso, CentroRubino, degenera irreversibilmente verso la catastrofe, una famiglia sembra concentrare potere, speculazioni, trame occulte: Costanzo Neri, il patriarca e  sindaco a interim, e i suoi figli Ramsete e Osiride. Costanzo Neri è il tipico uomo di potere a capo di una grande dinastia, più simile ad una multinazionale, abituato a controllare, manipolare, influenzare, vite e destini di tutti quelli che gli ruotano intorno. Invecchiando un po’ della sua forza carismatica sembra stemperarsi in un rassegnato pragmatismo e in un’amara rassegnazione. Il suo erede e figlio maggiore Ramsete non è esattamente l’uomo che vorrebbe come suo successore: egoista, crudele, senza alcuna morale, capace di allearsi con Florestano Leoni, capo della malavita locale, contro la sua volontà, è infondo il suo peggiore nemico. E certo neanche Osiride gli da molte speranze: troppo sensibile, spirituale, suggestionato da un guru, forse più interessato agli assegni che gli firma che al suo benessere, non certo in grado di competere e scalzare il fratello maggiore. Queste logore dinamiche famigliari sfumano comunque sullo sfondo, altri sono i problemi contingenti che richiamano l’attenzione. La pioggia incessante che ormai cade da giorni e non sembra destina a cessare ha fatto esondare il fiume che attraversa la città, avvolgendo nel fango e nei detriti ZonaSviluppo, nome pietoso e ottimistico per una baraccopoli che racchiude e imprigiona i più poveri, gli stranieri, i senza casta. Molti i morti, molte le baracche di lamiera e cemento devastate, molta l’indifferenza del resto della popolazione presa a fare scorte nei supermercati o a leggere le ultime notizie suoi quotidiani cittadini controllati in massima parte dalla famiglia Neri. Proprio contro questa indifferenza si muovono i membri di una setta di lontane origini medioevali, i Neo catari, che per scuotere le coscienze si danno fuoco in vari punti della città. Altri personaggi si muovono sullo sfondo di questa tragedia annunciata: Maurilio il giornalista indipendente, osservatore imparziale della realtà che lo circonda ma incapace di opporsi quando gli verrà proposto di fare un patto col diavolo; Alex, il giornalista asservito al potere, ricattabile e ricattato, il volto più vile e spregevole del potere mediatico; Melissa la pericolosa compagna di Florestano Leoni, affascinata dalla morte che fotografa con macabra e morbosa passione per l’Istituto di Medicina legale, intanto costretta ad indagare sulla morte di una prostituta di proprietà di Leoni; Toni, la guardia del corpo di Ramsete, personaggio enigmatico gravato da un difficile passato e attratto inarrestabilmente da Melissa pur sapendo si giocare col fuoco; Maria Sole, l’anziana terrorista chiusa in carcere in isolamento tra i detenuti pericolosi, che racconta la sua vita a Maurilio e fa trasparire la tenerezza e l’affetto per un figlio mai conosciuto. Un mondo parallelo, un universo ucronico, per molti versi simile al nostro e nello stesso tempo estraneo. Ecco cosa ha costruito Paola Ronco in questo suo secondo bellissimo romanzo La luce che illumina il mondo edito da Indiana editore. In controluce una trama dolente, di un pessimismo doloroso ma necessario, nato dalla cronaca recente, dalla crisi non solo economica che attraversa la nostra società, funestata da logori e devastanti meccanismi di potere e dalla mancanza di moralità di alcuni, tutte tematiche che si riflettono in queste pagine paradossalmente così cariche di bellezza. Non un aggettivo superfluo, non una sfumatura men che calibrata e piena di verità. Una riflessione sul terrorismo seria e profonda aggiunge tensione emotiva ad una storia già di per sé densa di significati e ecologicamente utile ed educativa. Un romanzo da leggere. Senz’altro.

Paola Ronco (1976) è stata finalista al Premio Calvino 2006 con A mani alzate. Nel 2009 ha pubblicato il romanzo Corpi estranei (Perdisa Pop). Suoi racconti sono apparsi su riviste on line in varie antologie tra cui Tutti giù all’inferno (Giulio Perrone, 2006) e Love out (Transeuropa, 2012).

:: Recensione di A che ora cenano i cannibali, Andrea Brando, (Todaro, 2013) a cura di Viviana Filippini

28 luglio 2013 by

andrea brandoCosa accade se la quiete di un piccolo paesino della provincia piacentina viene scosso da misteriose sparizioni degli abitanti del posto, da efferati omicidi e da atti di cannibalismo? Il panico incombe in ogni casa e in ogni viuzza, a tal punto che tutti sono sospettati di essere i colpevoli. A tentare di dare ordine allo spinoso caos che attanaglia  il paesello di Trebbiolo arrivano da Milano tre scalcagnati investigatori privati. Stefano Cuccurullo, Giuseppe Mascaretti e il capo Nick Brando, che non è parente dell’attore Marlon, giungono nel piccolo centro su richiesta della vedova Impellizzeri, che ha intenzione di dimostrare all’intera comunità che non è lei la carnefice – magari lo è lo è stata in passato – della situazione. I tre detective meneghini si troveranno catapultati un una realtà di provincia che di giorno è caratterizzata da una pacata atmosfera da cartolina, ma al calare delle tenebre un’aura di macabro terrore si insinua in ogni dove a Trebbiolo, cambiandone i connotati ambientali e umani. L’indagine assumerà sempre più le sembianze di un gioco raccapricciante che porterà l paese ai limiti della realtà. Tra i resti di persone scomparse e nuove sparizioni, il più o meno efficace trio dovrà scovare chi si nasconde dietro agli efferati delitti. A complicare le cose al team Brando irromperanno sulla scena presunti fantasmi e gli improvvisi cambi d’identità di alcuni dei protagonisti. A che ora cenano i cannibali? di  Andrea Brando è un esempio di poliziesco grottesco dalle tinte cupe nel quale l’ambiguità dei personaggi e lo humour nero determinano il procedere dell’indagine compiuta dai tre strampalati investigatori privati. Brando gioca abilmente sull’ambiguità della bizzarra umanità che vive nel piccolo centro piacentino dimostrando al trio indagante, e a noi lettori, che non sempre le persone sono quello che sembrano. Un esempio tra i tanti è l’avvenente e ambigua farmacista Elena Ziliani che non è tutta lavoro e flamenco. Nelle pagine di questo giallo l’autore non si limita però ad inserire solo l’indagine necessaria allo risoluzione di una caso davvero complesso, ma pone l’attenzione su alcuni sentimenti umani che possono distruggere la rispettabilità delle persone. Non a caso nelle pagine di A che ora cenano i cannibali? sono presenti il pettegolezzo  e le malelingue che danno il tormento alla Impellizzeri, stanca per questo motivo di essere definita una mangiatrice di carne umana. Sulla stessa linea si muove la storia di Simona, una giovane medium dal passato oscuro dal quale riuscirà a stento a staccarsi nel tentativo di conquistarsi la rispettabilità degli altri abitanti. Tanti personaggi cupi, dalla personalità contorta che fanno credere a tutti di essere stimabili e professionali in quello che fanno, ma nelle pagine scritte da Brando ci sono piccoli dettagli da non lascarsi sfuggire che dimostrano come questi esseri umani siano ben altro da quello che vogliono far credere ai tre dell’agenzia investigatrice. L’atmosfera tetra, nella quale non mancano sferzanti battute che strappano il sorriso a chi legge, domina ogni pagina e avvolge tutto creando un misto tra horror e grottesco ed essa è resa ancora più effettiva dal punto di vista narrativo interno alla storia adottato dall’autore. In questo modo noi lettori siamo trascinati in un oscuro vortice avventuroso che sembra non aver mai fine, dove la suspense, i pericoli e i colpi di scena sono sempre dietro l’angolo pronti a spiazzare chiunque.

Andrea Brando nasce il 20 maggio 2013 a Lugano ,data della pubblicazione del suo primo e finora unico romanzo A che ora cenano i cannibali? Brando è infatti uno pseudonimo scelto dall’autore nato a Milano nel 1973, dove vive e lavora come avvocato civilista. Il fatto che il protagonista del suddetto romanzo si chiami Nick Brando non è un caso. Andrea considera infatti Nick come un suo fratello gemello e gli vuole molto bene, sia perché l’ha creato lui, sia perché, essendo di carta, non gli dà nessun fastidio. Per il resto, vi è da dire che Andrea Brando – non avendo mai vinto l’enalotto (anche perché non ci gioca) e non essendo un politico – è purtroppo costretto a lavorare per vivere. Nonostante tale sciagura pesi molto su di lui, si sforza comunque di essere sereno.

:: Recensione di Il demone sterminatore di Vincent Spasaro (Anordest, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

27 luglio 2013 by

dem stermNon è sicuramente il mio genere, lo ammetto, però ammetto anche che a leggere Il demone sterminatore (Edizioni Anordest) di Vincent Spasaro mi sono divertito. Ho trovato più vicino alle mie corde il suo precedente romanzo, Assedio (Segretissimo Mondadori, 2011) in cui il magico e l’irreale si mischiavano sapientemente con il fin troppo reale conflitto dei Balcani e con il dramma vissuto da Sarajevo e dai suoi abitanti, però mi sono bevuto queste novecento pagine con semplicità e senza intoppi. È scritto sul sito della casa editrice: “Uno dei pochi dark fantasy che può competere a livello europeo con la famosissima saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco di George RR Martin e che va a colmare il vuoto delle saghe fantasy per adulti di cui in Italia non abbiamo alcun epigono. Il demone sterminatore è un romanzo che dispensa a piene mani avventura, truculenza, psicologia, descrizioni fosche e maestose, colpi di scena ed espedienti cari al giallo. Una narrazione che vi terrà incollati alle pagine, un grande affresco epico dove nulla è ciò che sembra e il bene e il male non sono sempre entità distinte”. Per me il fantasy è roba da non-lettori, ha lo stesso valore che può avere un articolo di Chi o Verissimo e non sono assolutamente d’accordo sul inserire in un contesto fantasy questo romanzo. È avventura, horror, un omaggio ai classici, vecchi e nuovi (penso soprattutto a Robert Ervin Howard, Stephen King, Howard Phillips Lovecraft), un’ adrenalinica e oscura saga per adulti. “In molti partimmo anni fa dai vasti mondi alla ricerca di qualcuno che commise un gran crimine. Soli vagammo per luoghi inesplorati e senza alcun contatto gli uni con gli altri. Ci dissero cacciatori, e all’epoca eravamo ben lieti di questo appellativo. Ma ancora oggi non so cosa stiamo realmente cacciando, e il profumo inebriante della traccia di una preda da inseguire si è andato da tempo confondendo col fetore orribile della paura e della morte.”

Vincent Spasaro è nato a Roma nel 1972, è laureato in lettere e vive a Piacenza, dove lavora come copywriter e insegnante di arti marziali. È stato tre volte consecutive finalista al premio Urania e una al Solaria. Dirige la collana “Fantastico e altri orrori” delle Edizioni Il Foglio. È appassionato di kung fu, storia, storie e musica heavy