:: Segnalazione “Miss Fisher – Delitti e Misteri”

27 luglio 2013 by

fisherSu Rai UNO, da mercoledì 31 luglio, in seconda serata, inizierà la serie gialla “Miss FisherDelitti e Misteri” tratta dai romanzi di Kerry Greenwood dedicati all’intrepida investigatrice Phryne Fisher, nella Melbourne degli anni Venti. La serie consta di 13 episodi, la seconda stagione è già in produzione, e sebbene non guardi molta tv credo che questa la seguirò. La Polillo ha pubblicato in italiano Il treno per la campagna, Morte di un marito, Il re della neve, purtroppo ora fuori catalogo e disponibili solo in qualche bancarella dell’usato, ma per chi legge in lingua su questo link troverà la serie completa in ebook. Grazie alla trasposizione cinematografica del Grande Gasby di Fitzgerald e a romanzi come La stella nera di New York di Libba Bray gli anni Venti stanno avvertendo una decisa riscoperta e con ogni probabilità questa serie tv farà da  traino ad una nuova pubblicazione in italiano dei romanzi della Greenwood.
Si comincia con “Una nuova detective” e “Assassinio sul treno per Ballarat”.
Nel primo episodio Miss Fisher, tornata dopo un lungo viaggio in mare, riceve un invito a pranzo dalla sua amica Lydia, ma giunta sul posto scopre che il marito è stato ucciso. Nel frattempo una ragazza, cameriera proprio dai suoi amici, viene ricoverata in ospedale in fin di vita. Le viene presentato un affascinante ballerino ma sembra che sia coinvolto in un traffico di droga. I misteri si infittiscono… Nel secondo Miss Fisher è in partenza con la sua assistente Dot per Ballarat dove ritirerà la sua nuova e bellissima macchina. Ma, durante la notte, dallo scompartimento vicino scompare misteriosamente la madre di una ragazza. A questo punto inizia la ricerca per trovare la signora scomparsa. L’intuito di Miss Fisher non solo farà ritrovare il corpo della vittima, impiccato a una cisterna dell’acqua, ma riuscirà a ricostruire la strada per risalire all’assassino. [trame degli episodi tratte dal sito Rai]

:: Recensione di La nostra guerra non è mai finita di Giovanni Tizian (Mondadori, 2013) a cura di Natalina S.

25 luglio 2013 by

guerra mai finitaGiovanni Tizian, criminologo e giornalista d’inchiesta, ruba al grande partigiano antifascista, Primo Levi, l’ultimo verso del canto estrapolato da Partigia  per definire il suo lavoro letterario pubblicato da Mondadori, nella collana Strade blu. Prima di iniziare la lettura, mi soffermo sulle dediche. Frammenti di una canzone di Roberto Vecchioni: “Sogna, ragazzo sogna”. Con le note in testa e il testo, carico di speranza, sulla bocca, mi appresto ad ascoltare la storia che Tizian racconta. La sua storia. La nostra storia.
È la prefica scanzonata della comunità di Bovalino ad impadronirsi dell’incipit; un corteo funebre per dare l’addio a Cola. Cuore nomade ma felice. Cordiale nei ricordi malinconici di Giovanni. La ‘ndrangheta lo ha ucciso nel tentativo di rimarcare i confini tra l’onore e il disonore. La stessa ‘ndrangheta che, il 23 ottobre 1989, ha freddato Peppe Tizian, suo padre, a cui Giovanni, nel giorno della sua laurea, offre la sua corona di alloro promettendo giustizia. La nostra guerra non è mai finita ripercorre, passo dopo passo, pagina dopo pagina, quel calvario che Giovanni ha vissuto e lo ha reso Uomo.  Un uomo con il cuore carico di coraggio e gli occhi onesti di un bambino. Lo stesso al quale, troppo in fretta, hanno cercato di rubare l’infanzia. Ricordi nitidi e confusi si mescolano per delineare la sua sofferenza e, al contempo, la rabbia. Una rabbia covata per troppi anni, per l’attesa vana di una verità inabissata nei fondali dell’indifferenza della giustizia italiana. La vita di Giovanni si snocciola, come chicchi di melograno dal sapore aspro e dolce, tra le righe di un romanzo che denuncia la violenza e il potere di quell’organizzazione criminale che è riuscita a penetrare e metastatizzare territori vergini. Si è impadronita della Calabria e ha stretto amicizia con le regioni del nord oltrepassando i confini nazionali. LEI che, senza fare rumore, pungia  o getta in pasto ai corvi vite umane. Un romanzo che rispolvera documenti e fascicoli sepolti da cuori incivili e accusa l’assenza di uno Stato che anziché porsi come ente supremo di esercizio della legalità,  troppo spesso, vigliaccamente, ne rimane colluso. Un romanzo che chiede, esige, verità in nome della vita recisa di Peppe e del vuoto incolmabile che la sua morte ha provocato nel suo cuore,  in quelli della sua famiglia e dei suoi amici. In nome di quei profumi di basilico e menta, di quei legami che la famiglia Tizian è stata costretta ad abbandonare per una città dai suoni più dolci. In nome di Lollò, Celestino, Gianluca, Fortunato, Francesco. In nome di quel sentiero che  conduce a Pietra Cappa, nato da un canestro di amicizia, per ricordare che l’Aspromonte appartiene alle persone oneste. In nome di tutte le vittime della ‘ndrangheta e di tutti coloro che sono stati umiliati davanti alle fiamme che hanno ridotto in cenere il lavoro onesto di una vita. In nome di una terra paralizzata, la Calabria. In nome di un Paese anestetizzato, l’Italia. “Sogna, ragazzo sogna. Non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu…”.

Giovanni Tizian, giornalista, scrive per ‘L’Espresso’ e ha collaborato con ‘La Repubblica’. Laureato in criminologia presso l’Università di Bologna, ha iniziato pubblicando sulla Gazzetta di Modena le sue prime inchieste, con cui nel 2012 ha vinto il Premio per i giornalisti di provincia “Enzo Biagi”. Ha collaborato con il mensile Narcomafie e il portale Stop ‘ndrangheta.it Sempre nel 2012 gli sono state assegnate la menzione speciale al “Premio Biagio Agnes” e la Colomba d’oro per la pace. È autore del saggio-inchiesta “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” pubblicato da Round Robin Editrice nel 2011. Al giornalismo ha affiancato l’impegno civile e sociale, fa parte di daSud, l’associazione antimafia con sede a Roma costituita nel 2005 da giovani emigranti meridionali che non hanno intenzione di lasciare le loro terre in mano alle cosche. Dal 2011 vive sotto scorta.

:: Segnalazione di La bambinaia di Marco Tiano (Fazi, 2013)

25 luglio 2013 by

marco tianoMarco Tiano
La bambinaia

Formato e-book
Genere: Thriller-horror
Prezzo: €1,99

Vincitore del challenge letterario “Il Giocattolaio” indetto da Fazi editore e Horror channel.

“Prima cattura, poi affascina e alla fine spiazza”. CARLO A. MARTIGLI

 Se credete che nulla possa più sorprendervi, allora non avete ancora letto LA BAMBINAIA. Vi terrà con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina“. STEFANO PASTOR

Quando Giorgia e Simone, giovane coppia di avvocati romani, arrivano in provincia di Siracusa insieme al figlioletto Mattia per un’opportunità di lavoro, è la fine dell’estate. Le giornate sono ancora lunghe e calde e la casa che hanno comprato – una villa in stile ottocentesco – è un gioiello isolato nelle campagne assolate del siracusano, tra i campi di grano dorati e gli agrumeti. Ma tra gli anziani dei paesi vicini girano strane voci, vecchie storie – storie di sangue di un passato sepolto – a proposito di quella casa, e Giorgia e Simone non tarderanno a scoprire sulla loro pelle che Villa Teresa non è un luogo come tutti gli altri…

Marco Tiano, classe 1983, è nato e risiede a Siracusa. Laureando in architettura, è appassionato di gialli e misteri, ed è il fondatore e caporedattore del blog “Il Giallista” http://ilgiallista.blogspot.it. Tiano è anche il fondatore della rivista digitale gratuita “Il Giallista” Magazine”, sceneggiatore, critico letterario e, in passato, ha curato la collana di gialli di un editore romano. La bambinaia è la sua seconda opera letteraria, ed è vincitore del challenge “Il Giocattolaio” indetto da Fazi editore e Horror Channel.

:: Recensione di Rosso tulipano, Eliana Bordogna (Arpeggio Libero, 2013) a cura di Viviana Filippini

25 luglio 2013 by

NZOSuccede nella vita di incontrare delle persone delle quali ci si innamora in modo profondo. Il problema sorge quando l’altra metà si porta dentro traumi vissuti in passato che tormentano il presente, impendendo alla persona stessa di vivere la quotidianità lasciandosi andare alla felicità, per riscoprire i sentimenti di gioia dimenticati da tempo. Anna è una giovane infermiera svizzera che ha perso la testa – in senso figurato intendo- per Kriss Daska, un fotoreporter silenzioso, taciturno che prova ad amare, ma qualcosa di oscuro nel suo animo gli impedisce di farlo in libertà. Anna ama Kriss e sembrerebbe che anche lui ami lei, ma qualcosa non va. Non a caso lei è travolta dalla passione a tal punto che è pronta a tutto pur di coronare il suo sogno di matrimonio con Kriss, ma lui è misterioso, cupo e un bel giorno sparisce dalla Svizzera dove era approdato nel tentativo di lasciarsi alla spalle quel passato che lo tormenta. Anna non si dà per sconfitta e approda, un po’ spaesata,  nel bresciano per ricercare l’uomo che ama grazie all’aiuto di un detective in pensione. In parallelo, il lettore assiste al ritorno all’ovile di Kriss nella sua città di origine (Brescia), dove con l’aiuto di Walter cercherà di dare ordine e un nuovo senso alla sua vita, riacquistando forse in modo definitivo la sua identità. E proprio Walter con la sua terapia d’urto cercherà di smuovere il macigno di senso di colpa e dolore che affligge Daska. Un cammino di rinascita non facile, pieno di difficoltà e insidie dovute alla paura e ai rimorsi che tormentano da tempo Kriss. Rosso Tulipano è una storia su due binari paralleli nei quali, da un alto, c’è una donna alla ricerca dell’uomo amato e dall’altro, c’è Kriss che a sua volta si sta muovendo su rotaie personali per ritrovare sé stesso. Il lavoro di esordio di Eliana Bordogna è un misto di sentimenti che vanno dall’amore, alla gioia, alla sofferenza e alla voglia di provare a vivere meglio, ma non sono. Non a caso accanto al sentire emotivo c’è un pellegrinaggio tra presente e passato – grazie ai ricordi che mergono durante la narrazione- nei  posti dove i protagonisti hanno vissuto, amato e sofferto.  A lettura finita posso dire che Rosso tulipano non è solo un storia d’amore in fase di formazione. Il libro della Bordogna è anche è un’indagine nelle pieghe più oscure e dolenti dell’animo umano e in quelle pagine della storia recente, non troppo geograficamente lontana da noi, che non tutti conoscono. Daska è sopravvissuto ad un eccidio avvenuto durante la guerra bosniaca ed è scampato ad un altro tragico evento che gli ha portato via per sempre i suoi amati tulipani rossi. Kriss Daska è la figura attorno alla quel si sviluppa la narrazione, anzi è lui il motore di Rosso tulipano e dal suo agire concreto ed emotivo nascono quei legami con gli altri personaggi che restituiscono a chi legge un frammento dei reale umanità. I protagonisti del libro di Eliana Bordogna sono sì letterari, ma la loro complessità emotiva e psicologica li rende vivi e reali, soli e fragili come ognuno di noi. Come accade spesso nei romanzi la finzione si mescola con la realtà e anche in Rosso tulipano il vero c’è, e corrisponde alla testimonianza di un fotoreporter sopravvissuto ad un eccidio che ha dato ad Eliana Bordogna lo stimolo per scrivere una storia di vita nella quale l’invenzione letteraria e la realtà si amalgamano alla perfezione, restituendo a chi legge una pezzetto di vita vissuta, fomentando una riflessione sul senso della vita, alla scoperta che forse non tutto è perduto.

Eliana Bordogna è nata a Brescia nel 1979. Dopo la maturità classica ha intrapreso subito la strada del giornalismo collaborando con il «Giornale di Brescia», lavorando poi come tele giornalista e conduttrice televisiva. Eliana è appassionata di medicina e psicologia e oggi si occupa delle relazioni esterne della Provincia di Brescia. Nel 2009 il CSV di Brescia pubblica un libro fotografico sul volontariato, del quale la giornalista cura testi e didascalie.

:: Recensione di Il sangue politico- Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso di Nicoletta Orlandi Posti (Editori Riuniti, 2013)

25 luglio 2013 by

sangue politicoLa notte tra il 25 e il 26 Settembre 1970, intorno alle 23, 25, sull’autostrada del Sole, nei pressi di Ferentino, cinque giovani anarchici persero la vita in un presunto incidente stradale, che ancora oggi per dinamiche e sviluppi suscita numerosi interrogativi. Si chiamavano: Gianni Aricò, Angelo Casile, Annelise Borth, Franco Scordo e Luigi Lo Celso. Da Vibo Valentia erano diretti a Roma per portare ai compagni della Federazione Anarchica Italiana un dossier di controinformazione da pubblicare sul giornale Umanità Nuova, e qui la vicenda già tragica di per sé, Annelise Borth era al tempo incinta, quindi anche un’ altra vita fu sacrificata, assume contorni ancora più oscuri. Il dossier sparì misteriosamente dal luogo dell’incidente, per non essere più ritrovato. Qualcuno se ne appropriò, per nasconderlo, distruggerlo. Non è difficile ipotizzare un collegamento tra queste morti e la scomparsa di quella cartella contenente fotografie e fogli dattiloscritti. Anche il responsabile della Direzione Antimafia Calabrese, Salvo Boemi, lo fece, però per non giungere a nulla. Se quell’incidente non fu un incidente, ed è quasi indecente definirlo incidente, ma una vera e propria strage politica, mandanti ed esecutori materiali sono tutt’oggi impuniti. La giornalista e scrittrice Nicoletta Orlandi Posti nel suo Il sangue politico – Storia di cinque anarchici e di un dossier scomparso edito da Editori Riuniti, prefazione di Erri De Luca, ha ricostruito questa vicenda, portandola così a conoscenza del grande pubblico, lontano dai circoli anarchici che finora erano tra i pochi a conservarne memoria. Ne aveva già parlato nel 2001 Fabio Cuzzola in Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, città del Sole edizioni, ma se vogliamo il libro dell’Orlandi Posti contiene uno scavo, uno studio dei documenti, dai dossier di interrogatorio agli opuscoli ciclostilati dei circoli anarchici, ancora più approfondito e sconcertante. Cosa conteneva quel dossier? Cosa avevano scoperto quei cinque ragazzi di così esplosivo da provocarne la morte? Quali prove possedevano, e di quali crimini? Una copia era stata già spedita tre settimane prima al compagno Veraldo Rossi, ma ancora non era arrivata. Per questo motivo avevano deciso di partire, e consegnarla a Roma di persona. Criminalità organizzata, eversione nera, servizi deviati, sono al centro di questa storia, una verità storica, poi ricostruita ad anni di distanza dalle testimonianze dei pentiti dell’ndrangheta e non solo. Lascio comunque a voi leggere questo libro e trarre le vostre conclusioni. Nicoletta Orlandi Posti sceglie una narrazione romanzata, facendo rivivere i colloqui e le vite dei cinque anarchici, la loro passione politica, il loro impegno. E’ uno studio storico, ne conserva il rigore scientifico, e l’ approfondita documentazione, ma si legge come un testo narrativo. Corposa la bibliografia. In appendice stralci dei verbali di interrogatorio.

Nicoletta Orlandi Posti,  è nata a Roma nel 1970. Giornalista e scrittrice. Ha dato il via all’era dell’e-feuilleton: il suo romanzo (A) come amore, diario di un’anarchica, è stato pubblicato a puntate su Facebook ed è stato letto gratuitamente da migliaia di persone. Per Editori Internazionali Riuniti ha già scritto Il sacco di Roma. Tutta la verità sulla giunta Alemanno (2011). Il suo contatto twitter è: @nicolettaOp.

:: Segnalazione di Il burattino di Jim Nisbet (TimeCrime, 2013)

24 luglio 2013 by

CopBurattino_lowJim Nisbet
Il burattino
Traduzione di
Jacopo Lenkowicz

Autore noir ricercato e originale, Nisbet costruisce le sue storie con acume ed interesse per il lato oscuro della realtà. Forte di una penna che Michael Connelly ha definito come “più acuminata di un milione di spade”, TimeCrime pubblica oggi uno dei suoi primi romanzi, l’inedito Il Burattino (titolo originale, Death Puppet, USA, 1989), un viaggio dai ritmi incalzanti nel mondo del narcotraffico e della violenza.

A Mattie Brooke non sfugge niente. Non che ci sia molto da farsi sfuggire nella sonnolenta cittadina di Dip, nello stato di Washington. Almeno fino all’arrivo di Tucker Harris, un commesso viaggiatore, veterano del Vietnam, con una dieta a base di alcol e anfetamine e una coltissima predisposizione alle più audaci efferatezze. Con l’aria distratta, disorientata e irrequieta è proprio il genere di straniero che può irretire una cameriera bella e solitaria come Mattie. Ma dopo una notte di sesso selvaggio, lui le lascia solo una poesia di Verlaine scarabocchiata su un tovagliolo. Quello che Mattie non sa è che Harris le ha lasciato anche la porta aperta sull’inferno: ventiquattr’ore che la precipiteranno in un vortice di narcotraffico, violenza, omicidi e corruzione che neanche un poeta maledetto immerso nell’assenzio avrebbe potuto immaginare. Forse c’è una possibilità di salvezza, ma ovviamente ha un prezzo molto alto, molto vicino a quello dell’anima.

Jim Nisbet è nato nel North Carolina nel 1947. Vive a San Francisco, dove costruisce mobili. Finalista al Pushcart Prize e all’Hammett Prize, è stato tradotto in dieci paesi. In Italia, sono già usciti per Fanucci Editore Prima di un urlo (2001), Iniezione letale (2009) e Cattive abitudini (2010), per TimeCrime I dannati non muoiono (2012).

:: Recensione di Confessione a Tanacu, Tatiana Niculescu Bran (Hacca Edizioni, 2013) a cura di Lorenzo Mazzoni

23 luglio 2013 by

confessione-tanacuIl fatto di cronaca all’origine del libro che ha ispirato il film Oltre le colline di Cristian Mungiu, premiato al Festival di Cannes, accade nel 2005, in Romania. Un ambizioso prete, con velleità di esorcista, esercita il potere sulle monache e sui fedeli seguendo un retrivo e agghiacciante prontuario dei peccati. Infelici ragazzi sopravvivono agli orfanotrofi ma non a se stessi, tra pedofilia d’importazione, corruzione autoctona, associazioni umanitarie benefiche e per delinquere. Ingenue suore si prodigano zelanti al servizio di un’interpretazione mistificatoria del senso religioso. Maldestri medici di ospedali fatiscenti sono alle prese con un caso che supera la loro preparazione professionale. Irina, ventitreenne che ha trascorso l’infanzia tra brefotrofi e affidamenti temporanei, approda al monastero di Tanacu. Che cosa è successo nella sua vita per comportarsi come un’indemoniata e che colpe ha per meritarsi la violenza degli scongiuri e dei supplizi con catene per cani? Un episodio che ha scosso il mondo. Accade nell’Europa del terzo millennio. Mai come in questo caso l’esacerbata ortodossia appare come sinonimo di una mentalità da Medioevo.
Queste le parole dello scrittore romeno Mihai Mircea Butcovan all’inizio del romanzo Confessione a Tanacu (Hacca Edizioni) di Tatiana Niculescu Bran, mirabilmente tradotto da Anita Natascia Bernacchia. Un’opera che potrebbe essere ascritta nel filone del New Journalism e che, come illustri predecessori (penso soprattutto ai due capolavori Operazione massacro di Rodolfo Walsh e A sangue freddo di Truman Capote) anche questo è un testo che mutua dal noir la struttura e il montaggio per sbatterci in faccia la dura realtà, la cronaca pura, un corpo a corpo con la verità sepolta.
Nel giugno 2005, a Tanacu, 350 chilometri a nordest di Bucarest, in Romania, la giovane monaca Irina Cornici, 23 anni, fu crocifissa dalle sorelle del monastero, su ordine di Daniel, un prete ortodosso con manie da esorcista, convinto che fosse “posseduta dal demonio” probabilmente per via di alcune crisi epilettiche. Prima di essere crocefissa Irina venne tenuta legata mani e piedi per diversi giorni e privata di acqua e cibo. Come scritto da Giacomo Papi e Mihaela Iordache in un articolo apparso su Diario nel luglio del 2005: “È lei la suora di 23 anni incatenata per giorni a una croce senza ricevere né cibo né acqua per essere liberata dal diavolo, in un remoto monastero ortodosso della Moldova romena. La fotografia che ha raccontato la sua morte è bella e terribile. La ragazza giace nella bara, dodici candele rischiarano la scena e i volti delle consorelle che assediano il cadavere. È un dipinto di Caravaggio fissato su pellicola in un giorno di giugno del 2005, un’immagine che possiede una strana geometria di sguardi, un ritmo esatto di teste e posture. E’ una specie di congiura espressiva che indica il vero centro dell’attenzione non nel cadavere di Irina, ma in padre Daniel (Petru Corogeanu all’anagrafe) che sta sulla destra, fuori dall’inquadratura, un uomo di 29 anni reso più maturo e mistico da una foltissima barba infuocata. Una scena che rappresenta uno sbadiglio del Medioevo nel cuore dell’Europa postindustriale.
Dalla caduta di Ceausescu, in tutta la Romania, i monasteri si sono triplicati e i monaci quadruplicati. È il risveglio religioso di un nuovo Medioevo ormai fuori controllo. In Romania, dopo quarant’anni di ateismo di Stato, si assiste a un vero e proprio risveglio spirituale. Dal 1990, ha scritto Craig Smith sull’Herald Tribune, il numero dei monasteri è salito a 600, il triplo rispetto agli anni di Ceausescu, mentre i 2.800 monaci sono quadruplicati. Per sfruttare il trend positivo, o forse per la sua tradizionale lentezza, l’episcopato ortodosso non ha saputo governare il cambiamento.
I segni sono dappertutto, la povertà, la fame, la partenza dei giovani, il loro emigrare nel mondo in cerca di un pezzo di pane, i nostri intellettuali che si dedicano alle mansioni e ai lavori più umilianti per portare un soldo a casa e sfamare i propri figli, questi romeni che piangono di nostalgia per le loro madri rimaste a casa, che non conoscono più festività, che non hanno più domenica, schiavi di tutte le umiliazioni e le fedi fasulle, di tutti i paganesimi turchi e arabi. Siamo diventati i mendicanti dell’Europa e del mondo intero. Le braccia più a buon mercato sono quelle del povero romeno. In che stato di umiliazione è arrivato il nostro popolo cristiano.”
Petru Corogeanu, padre Daniel, uomo che approda alla religione dopo aver fallito miseramente come giovane calciatore, prima a Vaslui e, poi, all’Università dello sport di Bucarest, secondo le testimonianze dei monaci che hanno studiato con lui al monastero di Stefan Cel Mare, dove si è formato come uomo di Chiesa, è sempre stato un esaltato. Quando gli altri pregavano un’ora, lui ne pregava tre. Quando era il momento delle attività pratiche: curare l’orto, tagliare la legna, sistemare il monastero, lui pregava. Quando gli altri si riunivano a chiacchierare lui si isolava e pregava. Pregava. Pregava sempre, Invocava gli angeli. Si lasciava rapire dal suo delirio spirituale. Pregava. Pregava. Pregava.
Questo nella realtà, ma Confessione a Tanacu  è cronaca letteraria e anche qui padre Daniel si dimostra per quello che è: un poveretto devastato da visioni medioevali, una incompleta e patologica educazione civica, sbrodolanti e fugaci autopromesse di raggiungere il Regno dei Cieli con le sue azioni.
‘Poiché tu sei potente o Signore, e a Te innalziamo gloria, al Padre, al Figlio e al Santo Spirito, ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen’ disse padre Daniel guardando Irina con il capo reclinato da una parte, come a dire ‘Lo vedi? Te lo avevo detto!’, poi alzò gli occhi al soffitto, chiusi, in segno di profonda gratitudine a Dio.

Tatiana Niculescu Bran si è laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bucarest e presso l’Istituto europeo di giornalismo di Bruxelles. Tra il 1995 e il 2004 è stata redattrice nella redazione romena londinese di Radio BBC World Service. Tra il 2004 e il 2008 ha diretto l’ufficio della BBC World Service di Bucarest. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Spovedanie la Tanacu (Confessione a Tanacu), seguito nel 2008 da Il libro dei giudici. Ha inoltre pubblicaro Le notti del Patriarca nel 2011 e Nella Terra di Dio nel 2012.

:: Recensione di Ricatto di James Ellroy (Einaudi, 2013) a cura di Giulietta Iannone

23 luglio 2013 by

Ellroy

In Nevada era programmato un test nucleare.
I giornali prevedevano fuochi d’artificio stupefacenti. Anche sulle terrazze degli altri bungalow c’era gente. Ecco Bob Mitchum e una quaglia giovane che fumavano una canna, Marilyn Monroe e Lee Strasberg, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. Tutti con l’aria cotta e contenta dopo una notte di sesso. E tutti con un bicchiere in mano per il brindisi.
Ci salutammo a gesti, ridendo. Mitchum si era portato una radiolina per il conto alla rovescia. Quando l’accese ci fu un fruscio di statica, poi “… 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1”. Sentimmo un forte
whoosh.
La terra tremò. Il cielo si accese di malva e rosa. Sollevammo le bottiglie e applaudimmo. I colori sfumarono in una luce bianca splendente. Con un braccio intorno alle spalle di Elizabeth Taylor, guardai Ingrid Bergman dritto negli occhi.

Aspettando Perfidia[1], titolo provvisorio del primo libro di una nuova quadrilogia di Los Angeles, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, con alcuni personaggi, da giovane, della prima quadrilogia e della trilogia Underworld USA, previsto in Italia per il 2014, i lettori che seguono James Ellroy possono leggere, appena edito da Einaudi, Ricatto (Shakedown, 2012), tradotto da Alfredo Colitto, un capriccio, un divertisment, solo una settantina di pagine.
Un irriverente omaggio, come appunto ci si aspetta da James Ellroy, a Freddy Otash, ex poliziotto, investigatore privato, collaboratore della rivista scandalistica «Confidential», scrittore e attore statunitense di origini mediorientali, fonte di ispirazione già per LA Confidential, e personaggio in The Cold Six Thousand e Blood’s a Rover e nello stesso tempo satira feroce e oserei dire epitaffio della scintillante Hollywood anni Cinquanta, quella degli Studios per intenderci, perbenista di facciata, ma piena di scandali e perversioni.
Quanto ci sia di vero non è dato sapere. Ellroy stesso interrogato sul perché nei suoi libri ci siano tanti retroscena sulle star di Hollywood ormai defunte, ammette che lo fa perché ormai è al sicuro dalle cause per diffamazione. Come sia la legge in questi casi in America lo ignoro, ma sta di fatto che ce ne è per tutti, da James Dean a Liz Taylor, da Katharine Hepburn a Marlon Brando, da Ava Gardner a Marilyn Monroe, una frecciatina anche al povero Paul Newman, poca cosa comunque in questo vortice di ricattati, dove il più pulito ha la rogna: droga, omosessualità, ebbene sì l’omosessualità a Hollywood era un crimine piuttosto infamante, pedofilia, prostituzione, comunismo, ebbene sì anche essere comunisti era un crimine infamante, zoofilia, voyeurismo. Tutto il campionario insomma.
Lampi della scrittura anfetaminica di Ellroy ci sono, in certe pagine lo riconosco e mi ricordo perché ami tanto questo autore, ma la materia è lurida e fetida. Un po’ troppo, tutto assieme insomma, non mediato da una trama solida. Già l’avvio è piuttosto strampalato e inverosimile. Freddy Otash ormai defunto se ne sta nella cella 2607, a scontare i suoi peccati nel braccio degli sconsiderati scassafamiglie del Purgatorio dei perversi. Per guadagnarsi il Paradiso deve confessare tutto e per farlo, in comunicazione telepatica, deve narrare le sue memorie a chi se non a James Ellroy, che già quando era vivo era interessato ai suoi diari segreti, per una serie televisiva destinata a qualche canale via cavo, intitolata Ricatto. Freddy Otash, seppur cattivissimo e tormentato dalle sue ex vittime con attizzatoi roventi, in realtà è un tipo piuttosto ingenuo a credere a questo patto scellerato e di nuovo nel suo corpo anni Cinquanta si lancia nell’impresa. Si sorride ogni tanto, umorismo e ironia non mancano, ma tutto scorre troppo veloce, verso un finale forse un po’ troncato.
Solo per appassionati.

James Ellroy è nato a Los Angeles nel 1948. E’ l’acclamato autore della L.A. Quartet – Dalia nera, Il grande nulla, LA Confidential e White Jazz, così come della Underworld USA trilogy: American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. E’ anche auore della non-fiction, Caccia alle donne. Ellroy vive a Los Angeles.


[1] Perfidia è il titolo di una celebre canzone di Alberto Dominguez, la stessa canzone su cui Lee Blanchard e Kay Lake danzano la notte di Capodanno del 1946, in Dalia Nera (1987).

:: Recensione di Avvoltoi di Luigi Bernardi (Doppiozero, 2013) a cura di Giulietta Iannone

22 luglio 2013 by

coverE’ da pochi giorni uscita, unicamente in formato digitale, una raccolta di tre racconti brevi di Luigi Bernardi, per Doppiozero, intitolata Avvoltoi e composta da Voglio te, A morte scoperta e Madre mia di morte nera. Giunge essenzialmente inattesa, solo a marzo è uscito dell’autore il suo ultimo romanzo, Crepe, che abbiamo avuto modo di recensire su queste pagine virtuali. Luigi Bernardi ci ha abituati alle sorprese e non è autore costretto a sfornare opere per logiche di marketing, a volte non rispettose dei ritmi della creatività. Se ha pubblicato questa raccolta e perché ne sentiva la necessità, perché si sentiva pronto a parlare di due temi, solo apparentemente slegati e quasi contrapposti. La morte e il legame tra genitori e figli. Nella nota finale è tutto spiegato, la genesi dei racconti e chi sono gli “avvoltoi” del titolo, oltre a contenere una verità, una riflessione stessa sulla narrazione, che ci avvicina di più al modo con cui gli scrittori osservano la vita.
Tre racconti dunque, autonomi, indipendenti, coerentemente difformi anche per scelte stilistiche, il primo portatore di una terza persona più oggettiva, imparziale, da osservatore esterno, i restanti due definiti da un’ introspettiva  prima persona,  uniti solo accidentalmente da una omogeneità tematica che predispone all’ascolto, alla ricerca di nessi e connessioni nascoste. Perché quasi sempre Bernardi parla di altro, sottende significati che ad una prima lettura superficiale sfuggono. Consiglio infatti più di una lettura, sono racconti brevi, non vi porteranno via più di pochi minuti e vi accorgerete che già a una seconda lettura l’apprezzamento e la comprensione miglioreranno e vi lasceranno intravedere il modo particolare di Bernardi di dire cose profonde, anche quando non pare.
Il primo racconto Voglio te, il più militante, cadenzato dalle strofe della canzone del 1974 di Mogol Battisti, Due mondi, dedicato e qui rimando alla nota finale, è sicuramente il più strutturato per trama e sottotrame. Inizia con la chiusura di una bara, descritta con minuzia di particolari come un rito, non religioso seppure ne conserva tutta la sacralità. In un alternarsi di un prima e di un dopo, il tempo fluttua e ci concede un mistero da svelare. Un uomo e una donna si incontrano per parlare di un terzo personaggio che non compare, ma che è il protagonista occulto del racconto. Un personaggio che è la personificazione dei responsabili dei sogni traditi del 68, scarnificazione di un Saturno che divora i suoi figli, anche quando la sua unica arma resta la memoria.
In A morte scoperta e Madre mia di morte nera, racconti più allegorici e se vogliamo più brevi, volutamente narrati in prima persona, quasi si ha la sensazione di assistere a delle confidenze, sussurrate, documentate, catartiche. In A morte scoperta, il tono è più deciso, consapevole, l’io narrante elabora un lutto e parla di suo padre attraverso un sogno, negando volutamente i toni retorici dell’agiografia. Pur non sfuggendo sfumature d’affetto. In Madre mia di morte nera, più intimistico e sfumato, un figlio ricorda la madre lasciandosi sfuggire un liberatorio Solo il desiderio di essere figlio, una volta tanto nella vita. Lo stile letterario di Bernardi, caratterizzato dall’ immediatezza, dall’ essenzialità, e da una certa asciuttezza priva di accessori inutili o superflui, frutto di puliture e limature, ha ormai raggiunto la acuminatezza di una lama capace di recidere, nervi, tendini, vene, luoghi comuni.

Luigi Bernardi (1953, Ozzano dell’ Emilia) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. E’ autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Vive e lavora a Bologna, di cui ha raccontato storie e memoria in Macchie di rosso (Zona, 2002). Il suo sito: www.luigibernardi.com

:: Recensione di Prima dello specchio, Enzo Antonio Cicchino, (Rondine, 2013) a cura di Viviana Filippini

21 luglio 2013 by

Copertina_Prima dello specchioEnzo Antonio Cicchino è un artista poliedrico. Lui ha lavorato per il cinema cinema, nella produzione documentaristica, scrive libri di storia, romanzi e come dimostra Prima dello specchio si occupa anche di teatro e lo fa dando vita a dei testi nei quali emerge in maniera immediata la volontà di riflessione sull’uomo e sul suo agire. Cicchino raccoglie tre testi teatrali nei quali è facile riconoscere tre tipologie di genere (tragedia, commedia e monologo) che rappresentano le molteplici percezioni esistenziali del vivere da parte degli esseri viventi, come a dire che la vita di ogni individuo è caratterizzata da drammi, da gioie e da riflessioni personali sul senso del vivere. Tre storie e allo stesso tempo tre frammenti di vita che fanno riflettere sul sottile legame esistente tra l’agire umano e il contesto sociale nel quale gli individui vivono. Tre vicende molto diverse tra loro, dove persone in carne ed ossa si alternano ad oggetti con funzione metaforica con l’intento autoriale di compiere un’ indagine sull’uomo, sull’importanza del ricordo, sulla comprensione dell’io e del mondo che lo attornia. La prima è la tragedia de Gli ombrelli nella quale i protagonisti della scena non sono esseri umani, ma degli ombrelli posseduti da quest’ultimi. Cicchino prende gli oggetti che ci riparano dal sole e della pioggia e li mette a dialogare tra loro in modo tale che da ogni frase detta emerga qualcosa, in questo caso relativa alla dolorosa verità del dramma dell’Olocausto. Non a caso il loro possessore, il borghese Franco, non è l’emblema della santità anzi, battuta dopo battuta verranno a galla i suoi legami con il Nazismo, l’origine dei proprietari legittimi degli ombrelli e i reati dei quali l’uomo si è macchiato durante la guerra. I pugilatori invece sono una commedia amara nella quale un uomo, il pugile Buck, è così travolto dagli allenamenti per raggiungere la forma perfetta per battere Roger, che la moglie Mary sentendosi trascurata e abbandonata si allontanerà da lui lasciandolo. L’ultimo componimento è Sentenza il monologo compiuto da Penelope,una donna esperta di sezioni autoptiche alle prese con l’autopsia del corpo di una donna anziana morta suicida, non un semplice cadavere, ma una persona con la quale lei scoprirà avere un profondo legame di sangue. Cicchino usa il teatro come mezzo di indagine dell’io umano  e di uno dei sentimenti che caratterizzano da sempre la nostra specie: il male. Nei tre testi il male è presente in diverse forme. C’è il male fisico, come ne Gli ombrelli, causato dalla violenza insensata verso persone innocenti punite con la morte, perché non appartengono alla razza pura. C’è poi il male o dolore emotivo e del distacco percepito quando è ormai troppo tardi in I pugilatori, dove l’egoismo di Buck lo porta a concentrarsi solo su se sé stesso fino alla negazione completadel rapporto con la consorte. Infine, in Sentenza, c’è un dolore fisico ed emotivo, quando una donna vivisezionando il cadavere della madre enuncia a parole tutta la sofferenza vissuta da entrambe. Enzo Antonio Cicchino in Dietro lo specchio passa da una coro di voci, ad un dialogo fino ad un serrato monologo, tre modalità espressive dalle quali si capisce quanto per l’uomo di ieri e oggi sia difficile relazionarsi agli altri attraverso la socializzazione e, allo stesso tempo, quanto per una singola entità umana si difficoltoso portare a termine i propri progetti di vita facendoli convivere con un mondo non sempre disposto ad accettarli. Ma allora cosa c’è in Dietro lo specchio di Cicchino? Credo ci sia la volontà di un uomo – l’autore – di ricercare attraverso la rappresentazione teatrale il senso del comportamento umano e di trovare parti di verità esistenziali. L’immagine prima dello specchio non è solo quella di un singolo individuo, ma credo sia il ritratto di un io in rapporto ad altri, nella speranza di trovare in questa relazione di incontro, scontro e confronto una qualche certezza alle tante domande che l’affascinate e misterioso andamento della vita ci riserva.

Enzo Antonio Cicchino lavora e vive a Roma. È stato assistente alla regia di Paolo e Vittorio Taviani e di Valentino Orsini per diversi film, inoltre è regista di documentari e inchieste storiche per Mixer della Rai e per il programma la Grande storia. Ha pubblicato altri libri di portata storica come La grande guerra dei piccoli uomini (Lifeditore), e il Duce attraverso il Luce, una confessione cinematografica (Mursia) e nel 2012 per Laruffa editore il romanzo  La fonte di Mazzacane.

:: Segnalazione di Polvere di diamante di Ahmed Mourad (Marsilio, 2013)

20 luglio 2013 by

3171561Polvere di diamante
di Ahmed Mourad
traduzione
di Barbara Teresi

Il lato oscuro del Cairo e dell’Egitto contemporaneo nel nuovo thriller dell’autore di Vertigo.

Se il giallo nordico ha fatto luce sui meandri oscuri di società ricche, moderne e all’avanguardia sul piano del welfare, Mourad racconta pezzi di mondo sociale egiziano, e la sua invenzione fantastica diventa uno strumento per capire meglio il presente e quello che può cambiare in futuro” Salvo Fallica, L’Unità

“Ahmed Mourad è uno dei pochi scrittori di romanzi gialli e di thriller del mondo arabo” Ahmed Ramadan, 
Egypt Independent

Taha è un ragazzo del Cairo che ama suonare la batteria e fumare la shisha al caffè con gli amici. Quando non va in giro per studi medici cercando di piazzare qualche farmaco e non fa il turno di notte in farmacia, si prende cura del padre che, costretto su una sedia a rotelle, trascorre le giornate appostato nella sua stanza a spiare la gente con il binocolo. Dalla sua finestra sul mondo osserva le vite degli altri e ne scruta i segreti. Una mattina, rientrando in casa, Taha trova la sedia a rotelle rovesciata e suo padre a terra, colpito a morte. Qualcuno ha voluto ucciderlo. Ma in un paese dove per la legge i più deboli non contano, ben presto le indagini finiscono in un vicolo cieco, e a Taha non resta che cercare giustizia da sé. Inizia per lui un viaggio nel lato più oscuro del Cairo che, accanto alla crudeltà e ai vizi di persone senza scrupoli, gli permetterà di toccare con mano anche l’impegno e la passione di chi crede di poter cambiare una società devastata dalla corruzione e dal clientelismo. Giovani come Sara, la vicina di casa bella e impossibile, giornalista a caccia di inchieste che colpiscano il malcostume, che apre una breccia nel suo cuore. Nelle loro indagini private, Taha e Sara, ognuno con il proprio obiettivo, s’imbattono nella misteriosa polvere di diamante, «il re dei veleni», diffusa un tempo tra i commercianti ebrei della città: una sostanza che una volta ingerita striscia nel corpo silenziosa come una serpe, uccidendo molto lentamente. Primo autore di polizieschi ad aver conquistato il pubblico al di là dei confini del mondo arabo, nel suo nuovo thriller Ahmed Mourad racconta di una città che ha perso l’innocenza, ma non quel lieve e affascinante umorismo che da sempre contraddistingue lo spirito egiziano.

Ahmed Mourad (1978) ha studiato cinematografia. Ex fotografo personale di Mubarak, regista e scrittore, ha ricevuto diversi premi per i suoi cortometraggi. Polvere di diamante è il suo secondo romanzo, dopo Vertigo, di cui sono state stampate in Egitto ben otto edizioni, il primo poliziesco di successo dal mondo arabo.

:: Recensione di A chi vuoi bene di Lisa Gardner (Marcos Y Marcos, 2013)

19 luglio 2013 by

A chi vuoi beneLa chiamata tipica per un poliziotto è in situazione ignota. Al corso ci istruivano a considerare tutte le chiamate così. Il pericolo si nasconde ovunque. Sono tutti sospetti, e tutti i sospetti mentono.

A chi vuoi bene, (Love You More, 2012) della scrittrice americana Lisa Gardner, tradotto da Daniele Petruccioli e pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos, come il precedente La vicina, è il quinto episodio della serie poliziesca dedicata al personaggio di D.D. Warren, sergente investigativo del Boston Police Department. In bilico tra il police procedural più classico e il thriller più marcatamente psicologico, di cui la Gardner sembra conoscere tutti i meccanismi per accrescere tensione e suspense, A chi vuoi bene ripropone lo schema collaudato già presente ne La vicina: una classica famiglia apparentemente felice, che in realtà nasconde segreti, la presenza di una bambina, in questo caso scomparsa da casa, un presunto colpevole che fa poco o niente per scagionarsi, anzi aggrava la sua posizione in una spirale sempre più nera. Sta di fatto comunque che lo schema funziona, e non appare per nulla ripetitivo o noioso; la curiosità è palese, si percepisce la tensione e la voglia di scoprire cosa sia realmente accaduto, grazie all’abilità dell’ autrice di scavare nei personaggi, arricchendoli di aspetti della loro vita quotidiana e del loro passato. La scrittura è sempre piacevole, chi ha avuto modo di leggere i romanzi della Gardner conosce già la sua capacità di arricchire la trama con una scrittura visiva e ricca di dettagli, sempre funzionali al tratteggio dei personaggi. Tessa Leoni è una poliziotta. Una delle poche donne a servire nella stradale della polizia di stato. Tutte le notti sul fronte, tra camionisti ubriachi, risse e incidenti mortali. Si è soli di pattuglia, certo si chiamano i colleghi quando la situazione precipita, ma un poliziotto impara a far conto delle armi che ha in dotazione, del giubbotto antiproiettile, dei  pugni che deve imparare a dare anche se è uno scricciolo come Tessa, e della parola. Parlare è la cosa più importante. Dire la cosa giusta, al momento giusto, può essere vitale. E mai questa lezione imparata in addestramento si rivela vera quella mattina nella cucina della sua villetta circondata da un giardino con ai piedi suo marito, in un lago di sangue, colpito da tre proiettili sparati in pieno petto dalla sua pistola d’ordinanza. Non ci prova neanche a negare. I lividi, il volto tumefatto testimoniano gli abusi subiti. Suo marito era un violento, le ha spaccato una bottiglia di birra in testa, lei ha sparato per legittima difesa. Una donna può arrivare a non poterne più, specie se è una poliziotta addestrata a difendersi, ad usare le armi. La violenza è il suo lavoro, è già incredibile che abbia subito violenza. La violenza domestica non è tra i danni collaterali di una poliziotta come Tessa Leoni, una dura, una tosta. Esattamente non definibile una donna indifesa. E già questo particolare stride agli occhi degli investigatori chiamati ad indagare, D.D. Warren, sergente del nucleo investigativo della polizia di Boston e Bobby Dodge agente investigativo della polizia di stato. Anche se D.D. sa che molte poliziotte non usano a casa le proprie qualità professionali, l’occhio nero di Tessa leoni non era  il primo che D.D. vedeva sulla faccia di una collega. Comunque a D.D. Warren Tessa non piace, prova per lei un’ istintiva antipatia, dovuta forse principalmente al fatto che sa che mente, che sta dicendo un cumulo di bugie. Ma soprattutto dov’è sua figlia? La piccola Sophie, una bella bimba di sei anni dai capelli neri e senza i denti davanti. Oltre a uccidere suo marito Tessa ha anche ucciso sua figlia? Ma dove l’ha nascosta? Dove è il suo corpo? Della morte di sua figlia non si accusa, anzi chiede disperatamente che la cerchino. Non è più una poliziotta, Tessa Leoni è solo una madre disperata, capace di fare di tutto per la sua bambina. La ricerca di Sophie farà da filo conduttore a tutto il romanzo, a questa indagine in cui ben presto tutto si ribalta, ciò che crediamo vero si rivela una menzogna. Il passato di Tessa non è così limpido, nasconde segreti, come li nasconde Brian il marito, come li nasconde D.D. Warren non dicendo subito al suo compagno che è incinta. Ma a volte mentire è l’unica via d’uscita. A volte i guai in cui altri ti hanno cacciato, magari anche gente a cui vuoi bene o che ti vuole bene, sono troppo grandi, sono senza soluzione e ti domandi l’unica cosa veramente importante: a chi vuoi bene? Chi sei pronto a sacrificare? Quanto oltre la legge sei disposto ad andare, anche se la legge è la tua vita? Dannato Brian, è solo tutta colpa sua infondo.

Lisa Gardner ha avuto un’infanzia normale, una casa normale, una famiglia normale. Quando le chiedono perché mai una donna dolce e bella come lei scrive romanzi così neri, risponde che forse è colpa di tutta questa normalità. Lisa vive nel New Hampshire con due cani, un gatto, un marito e una figlia: i suoi thriller da brivido hanno scalato le classifiche dei best-seller USA e le hanno fatto vincere premi prestigiosi in mezzo mondo. A chi vuoi bene è il quinto thriller che vede come protagonista il detective D.D. Warren. Marcos y Marcos ha già pubblicato La vicina.