Un titolo poco incisivo, quello italiano, rispetto all’originale The loveliest chocolate shop in Paris, ma speriamo che non allontani le lettrici e magari qualche lettore da un libro che non è la solita storiella chick lit leggerotta e non molto intelligente, ma una riflessione sui nuovi inizi e sulle occasioni perdute, e non solo.
Protagoniste sono due donne, Claire, adolescente in una famiglia bigotta all’inizio degli anni Settanta, che scopre la vita e l’amore a Parigi come ragazza alla pari, ma che si scontrerà con i casi della vita, salvo poi ritrovarsi anziana e malata decenni dopo, e Anna, sua allieva di francese, una trentenne di oggi che dopo una delusione d’amore e un grave infortunio sul lavoro, va a vivere nella Ville Lumière dove troverà nuovi impulsi per una vita che credeva ormai giunta ad un punto morto.
Forse non è uno schema nuovo, ma Jenny Colgan, già autrice di Appuntamento al Cupcake Café e La bottega dei cuori golosi, riesce a raccontare due vicende in parallelo fresche e non scontate, due percorsi al femminile tra un passato che ormai è lontano e dove si pensava di cambiare il mondo e un presente in cui dominano ormai disincanto e mancanza di voglia di fare.
Claire, ex ragazza desiderosa di una vita nuova e ormai anziana e malata, e Anna, single un po’ goffa provata dall’incidente, sono due personaggi comunque interessanti e poco stereotipati, lontane dal modello decisamente un po’ irritante di Bridget Jones e indubbiamente più realistiche e accativanti.
La grande protagonista è Parigi, città vista e raccontata mille volte, ma sempre capace di essere iconica e di stupire. Anche perché Jenny Colgan decide di raccontare un aspetto forse non così noto, se non ai buon gustai, e cioè quello delle fabbriche artigianali di cioccolato (così diverse da quella di tipo industriale in cui la protagonista Anna ha il suo incidente all’inizio), quasi tutte situate nel cuore della città, sull’Ile de la Cité, l’isola al centro della Senna in cui sorge la cattedrale di Notre Dame.
Anche il cioccolato non è un tema nuovissimo, basti pensare ad un libro come Chocolat, comunque diverso, ma funziona sempre, e non solo per le golosissime ricette in appendice al libro. Tra l’altro, tra le righe l’autrice inserisce anche un paio di discorsi sull’alienazione contemporanea interessanti, quali la contrapposizione tra industrie, dove ormai persino una prelibatezza come il cioccolato non sa più di niente, e artigianato, dove si possono ritrovare sapori perduti, e di conseguenza tra due concezioni di vita, quella dove si lavora sempre e in continuazione per comprare cose inutili nel poco tempo libero e un’altra con ritmi diversi e più rilassati per godersi l’esistenza. Un discorso attualissimo qui in Italia.
Un tramonto a Parigi è senz’altro un libro rilassante da leggere in quest’estate strana e un po’ morosa (sperando che ad un certo punto arrivi), ma è anche una storia piacevole e intelligente e un pretesto per riflettere su tanti modi di vivere oggi. Magari senza dimenticare di condire il tutto con un po’ di cioccolato.
Jenny Colgan Grazie al grande successo di Appuntamento al Cupcake Café, La bottega dei cuori golosi e Un tramonto a Parigi si è affermata come una delle autrici di romanzi femminili più amate in Gran Bretagna, dove conquista immancabilmente i vertici delle classifiche. Nel 2012 ha vinto il Melissa Nathan Award per la miglior commedia romantica. Vive tra Londra e la Francia con il marito e i tre figli.
Strano che nessuno ci abbia mai pensato, eppure la soluzione per risolvere il debito pubblico era proprio davanti agli occhi di tutti: incassare i proventi del gioco d’azzardo.
Ciao Marcello benvenuto qui a Liberi di scrivere per raccontarci della tua nuova saga letteraria edita da Newton e Compton, che prende il via con il romanzo L’abbazia dei cento peccati.
Ciao Roberta, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. E’ nata a Treviso, classe 1968, di professione magistrato. Ci parli di sé, punti di forza e di debolezza.
L’incontro con una prosa capace di darti piacere, gioia, insegnamento, riflessione, conoscenza; in grado, anche e soprattutto, di scavare e ferire, farti soffrire, è raro, come l’amore, ma succede. A me è capitato poco più di anno fa’ quando, casualmente, durante un festival della letteratura, rimasi colpita dal titolo e dalla copertina dell’ultimo romanzo di Carmine Abate, Il bacio del pane. Inconsciamente sentivo che tra me e quel libro, che sapeva di buono, c’era un sottile legame. Dopo qualche mese un mio collega di lavoro, dopo avermi chiesto se conoscevo e apprezzavo l’autore, mi prestò La festa del ritorno, e a Natale, un mio caro amico, mi regalò La collina del vento. Quest’ultimo, che ho appena finito di leggere, volevo gustarlo come si fa con il cibo migliore, che conservi al lato del piatto e così sono trascorsi un po’ di mesi. La collina del vento, edito da Mondadori (come gli altri due citati), vincitore del premio Campiello 2012, a partire dalla prima guerra mondiale, restituisce voce alla storia di quattro generazioni di una famiglia del crotonese incastrandosi perfettamente con le vicende che hanno sfregiato l’Italia intera nello squarcio di tempo considerato. È un omaggio alla cultura di una terra spesso bistrattata dalla cattiva gestione e da chi non ha rispetto per il territorio e il lavoro onesto; a Paolo Orsi, archeologo trentino che, con la sua attività, ha saputo riportare alla luce storie sepolte; a Umberto Zanotti-Bianco, antifascista e ambientalista che insieme a Paolo Orsi fondò la “società della Magna Grecia”; all’antica città greca di Krimisa, distrutta e sepolta a causa di un terribile terremoto o durante la seconda guerra punica, e con esse tutte le città che respirano sotto terra; al dolore causato dalle guerre che continua nelle nostre generazioni; ai migranti che, dall’inizio del ‘900, hanno tracciato una strada che continua ancora adesso, come se la giostra del tempo riportasse allo stesso punto di partenza, non riuscendo ad afferrare il progresso; alla natura e alla sua bellezza; all’amore ed al valore della famiglia; alla nostra identità di cui solo l’uomo può e deve essere custode.
Scrivere un libro al contrario, in cui il primo capitolo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, questa è la scommessa di Jeffery Deaver, autore della saga di Lincoln Rhyme, che con October list (The October List, 2013), edito da Rizzoli e tradotto da Seba Pezzani e Fabrizio Siracusa, ci porta a Manhattan durante le fasi salienti di un misterioso rapimento. Tutto si svolge in un week end da domenica sera a ritroso fino a venerdì mattina, quando il piano viene deciso da un gruppo di insospettabili personaggi. Perché nulla è come sembra in questo romanzo, e criminali e vittime si confondono in un gioco di specchi che lascerà confusi, perché a volte un piano perfetto può rivelare sorprese anche se va a buon fine. Ma veniamo ai fatti, come direbbe Perry Mason. Il romanzo inizia (si fa per dire ricordiamoci che questo è il finale, amarissimo se ci pensiamo bene a lettura conclusa) con una donna Gabriela McKenzie chiusa in un appartamento che aspetta con un uomo, Sam, l’arrivo di Daniel Reardon e Andrew Faraday andati a consegnare a un rapitore un riscatto di 500 mila dollari e parte di una lista di nomi denominata October list. Ad essere stata rapita è la figlia di Gabriela, Sarah, una bambina di sei anni. Almeno così stanno apparentemente le cose, ma ricordatevi che Deaver sta giocando con voi, vi sta ingannando, eludendo le vostre difese, e quando un uomo arriva, rivelandosi essere il rapitore e punta un’ arma contro di loro il gioco si è concluso. Se scrivere un libro al contrario non deve essere facile, anche leggerlo non è uno scherzo, perché fatti, schegge di ragionamenti, intuizioni trovano la giusta collocazione se letti nel giusto ordine, e invece ci troviamo a leggerli prima quando ancora per noi non hanno alcun significato. Anche se vi ho avvertito di stare in guardia, dubito che non cascherete nelle trappole abilmente posizionate da Deaver, che penso abbia scritto il romanzo immaginandosi la faccia del lettore che si trova a cercare indizi, (per aiutarlo posiziona ad ogni inizio di capitolo alcune foto in bianco e nero) che lui abilmente elude, occultandoli con divertita ambiguità. La chiave di lettura, naturalmente si avrà solo nel capitolo finale, (il vero inizio della storia) ma non ci penso proprio a darvi altri aiuti, vi toccherà leggere il romanzo per sapere cosa è realmente successo. Ispirato a grandi film come Memento di Nolan e Pulp Fiction di Tarantino e persino a un musical Merrily we roll along di Stephen Sondheim, October list è a mio avviso un esperimento riuscito, ben congegnato, pieno di colpi di scena al contrario, con buoni personaggi ambigui quanto basta, che strizzano un occhio al cinema, non a caso Daniel Reardon assomiglia a un più giovane George Clooney, e come Gabriela ci vedrei benissimo Mia Wasikowska, o forse perché no Jessica Chastain. Credo che questa sia la recensione più criptica che ho scritto e spero di non avervi illuminato troppo, togliendovi il piacere della lettura. Io mi sono divertita, spero facciate altrettanto voi.
Premesso che non è un noir, né un vero e proprio giallo, Chi bacia e chi viene baciato della torinese Rosa Mogliasso, quarto episodio delle avventure del commissario Barbara Gillo, una via di mezzo tra Grace Kelly e Franca Valeri, è un romanzo surreale in cui con umorismo e leggerezza si trattano sì crimini e omicidi, (questa volta avremo a che fare niente meno che con la mafia russa, per poi scoprire che i tatuaggi nelle carceri sovietiche si facevano con l’inchiostro ottenuto fondendo il cuoio delle scarpe mischiato all’urina del tatuatore o del tatuando) ma quello che più conta forse è il personaggio principale, con la sua vita sentimentale, la sua bellezza algida e la sua torinesità.
“Non restare in piedi, senza far niente, davanti al sangue del tuo prossimo” questo comanda la Torà e quest’ordine induce in “tentazione” il rabbino Théodor Fix a non rimanere indifferente dinnanzi alla morte dell’israeliano Avi Maimon, primario di otorinolaringoiatria nell’ospedale di Hadassa, sul monte Scopus.
Non fatevi tradire dalla copertina rosa e dal titolo, perché Sei proprio una scema di Gaia Giordani, non è un ChicK Lit – quel genere letterario nato in Inghilterra e in America verso la metà degli anni Novanta, rivolto ad un pubblico prettamente femminile- come si potrebbe pensare. Il primo romanzo della trentenne Gaia Giordani, edito da Baldini e Castoldi, è un noir tutto al femminile. La protagonista è il ritratto di molte ragazze di oggi: trent’anni, un lavoro precario in una grande città, una casa microscopica con l’affitto da pagare e un amante che di soprannome e di fatto è lo Stronzo. Nonostante il lui presente nel libro si comporti come una carogna facendosi sentire dalla protagonista solo nel momento del bisogno, lei ha ancora qualcosa da dirgli e decide di andarlo a cercare nel suo loft. Quello che trova è sì lo Stronzo, ma l’aitante giovanotto ha perso tutto il charme, perché qualcuno lo ha assassinato in modo brutale. Oltre ad una misteriosa donna che la protagonista intravede fuggire su un enorme macchinone, compare in scena Elsa, una sorta di prostituita che la protagonista non sa se considerare come alleato o come la principale sospettata. In realtà, le due giovani oltre e conoscersi, cercheranno in poco tempo di capire cosa fare dello Stronzo prima che cominci la putrefazione e che arrivi la polizia. Il libro è un perfetto mix di situazioni comico-grottesche che si susseguono in un ritmo serrato dall’inizio alla fine. L’autrice è alle prese con un omicidio, ma la scrittura fresca e scorrevole riesce a sdrammatizzare le situazioni più cupe e a render meno tetra l’avventura vissuta dalla protagonista. L’io narrante di Sei proprio una scema cerca di comprendere la dinamica che ha scatenato la morte dello Stronzo e allo stesso tempo la protagonista – per certi aspetti l’ alter ego della Giordani- rivede in modo completo quella che è stata la propria vita sentimentale, caratterizzata troppo spesso da un rapporto non sempre facile con gli uomini. Non a caso l’altro sesso esce un po’ acciaccato da questo libro. I maschi che la narratrice ha incontrato,in particolare lo Stronzo, sono delle vere canaglie, sempre troppo concertati su loro stessi e interessati solo ed esclusivamente al proprio mondo. La narratrice ed Elsa si confrontano, scoprendo che entrambe non hanno avuto la vita semplice e che il loro rapporto con i partner è stato caotico e pieno di insidiosi ostacoli. A dire il vero chi racconta nutre parecchi sospetti su Elsa. Lei è così giovane, con l’occhio da pesce lesso che la fa sembrare pure un po’ tonta, come se venisse da un altro pianeta, ma pagina dopo pagina, l’agire e il dire dell’improvvisata famme fatale spiazzeranno non solo la protagonista, ma anche il lettore. Poi, nel libro capita di imbattersi nell’infanzia traumatica della voce principale della storia, vittima di violenze da parte del patrigno, con un madre che sapeva e che non ha mai fatto nulla per fermare questo male. Leggendo quel ricordo, che è un flashback, senti tutto il dolore e rancore verso chi le ha dato la vita e non ha fatto abbastanza per proteggerla da un crudele e insensato tormento. Il frangente è una reminiscenza come tanti altri che si innestano sul presente dove impera, sempre pure da morto lo Stronzo, però fa comprendere a chi legge quanto la finzione letteraria si faccia specchio della vita di ogni giorno, nelle sue gioie e nei dolori. Sei proprio una scema è un giallo torbido che mi ha ricordato a tratti il film Diabolique con Sharon Stone e Isabelle Adjani, ma allo stesso tempo lo definirei una black comedy, nella quale il perfetto gioco tra gli equivoci crea suspense e allo stesso tempo si pone come una netta riflessione sulla generazione dei trentenni di oggi, spesso cinicamente sbeffeggiati dalla vita di ogni giorno che, non solo frantuma i loro sogni, ma non li avverte quanto a volte scherzare fino all’eccesso possa avere conseguenze del tutto imprevedibili.
Macerie è la storia di un crollo. Crolla una montagna, crolla con lei il piccolo paese sardo – Antro – che è vissuto grazie a lei, e che da lei viene sepolto.
























