La casa editrice romana Castelvecchi sta riproponendo nella collana Ritratti una serie di biografie storiche classiche, uscite nella prima metà del Novecento e assenti anche da decenni dagli scaffali delle librerie italiane.
Non poteva mancare ovviamente Maria Antonietta una vita involontariamente eroica di Stefan Zweig, tra i più importanti intellettuali europei dell’inizio Novecento, autore anche della storia che ha ispirato il recente film Una promessa, e fu testimone della caduta degli imperi centrali e della cultura dell’epoca.
Maria Antonietta fu pubblicato per la prima volta nel 1932 e in queste pagine Zweig racconta la storia dell’ultima Regina di Francia, oggi un’icona pop, ma allora una delle figure più odiate di tutti i tempi. Maria Antonietta era ancora quello che era stato dalla Rivoluzione francese in poi, una straniera che aveva rovinato la Francia con le sue abitudini dissipatorie e spendaccione, una viziosa che organizzava orge al Trianon con i soldi delle tasse dei poveri, una traditrice della Francia che aveva consegnato alle potenze straniere, l’incosciente e irresponsabile che aveva detto la celebre frase Non hanno pane, che mangino brioches.
Molte di queste voci erano pure calunnie della propaganda rivoluzionaria, ma per oltre un secolo nel sentire comune erano state considerate vere, e Maria Antonietta era stata odiata come solo forse figure dell’antichità come Messalina e Agrippina. Zweig racconta la vita di Maria Antonietta partendo da documenti veri, ricamando anche sopra una trama da romanzo ma realistica e senza orpelli, raccontando la storia umana di una ragazzina che si trovò catapultata in una delle corti più raffinate e corrotte d’Europa, legata ad un coetaneo che per anni non la trovò interessante, desiderosa di vivere e divertirsi come tutte le persone della sua età, che ad un certo punto, di fronte all’incalzare degli eventi, seppe dimostrare eroismo e grandezza d’animo pur non essendo né una santa né una martire né una votata al sacrificio, con delle responsabilità certo, ma anche con la tragedia di essere stata lei stessa travolta da eventi che non aveva capito e saputo gestire.
Stefan Zweig elimina quindi orpelli, calunnie e anche agiografie, raccontando una storia che ancora oggi, a ottant’anni di distanza dalla sua uscita, colpisce per freschezza e passione, grazie anche alla traduzione di Lavinia Mazzucchetti. Dopo Zweig Maria Antonietta è diventata protagonista di altri libri, scritti su questa onda, fino a quello di Antonia Fraser, a tutt’oggi la più esauriente e documentata sul piano storico biografia in tema, ma è anche finita in film, fumetti e simili. Per i fan dei manga, va segnalato che Berubara di Riyoko Ikeda è proprio basato sul libro di Zweig.
Un libro da avere, quindi, sia se si è patiti della storia di Maria Antonietta e della Francia, sia se si amano i classici di tutti i tempi.
Stefan Zweig nacque a Vienna nel 1881 e fu scrittore, giornalista, drammaturgo e poeta. Pacifista, bibliofilo e musicofilo, visse in Austria fino all’avvento del nazismo, che bruciò le sue opere. Trasferitosi a Londra, abitò per alcuni anni nella capitale inglese venendo considerato uno dei massimi intellettuali del momento. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fuggì negli Stati Uniti con la seconda moglie, da cui si spostò in Brasile dove si suicidò nel 1942, non sopportando il crollo di un mondo e di una cultura.
Ci sono tematiche che attirano irresistibilmente chi ama i libri e la cultura, come la storia di una libreria indipendente di New York in cui si incontrano tanti destini, come è promesso nella presentazione. Ci sono storie che sulla carta sono intriganti, come quella di una ragazza inglese che si trova a New York a fare un dottorato in letteratura, sogno segreto di tanti letterati di tutto il mondo, e ci sono ciambelle che nascono con il buco e altre non.
Il Settecento, secolo affascinante, diviso tra Ancien Régime e aneliti di libertà, rivive in uno dei suoi Paesi più controversi e romanzeschi, la Russia dell’avvento di Caterina II, nelle pagine de Il palazzo d’inverno di Eva Stachniak, romanzo storico insolito e originale, appassionante senza scadere in banalità e stereotipi.
Breve e feroce romanzo, L’appuntamento di Piergiorgio Pulixi, edito da E/O nella collana Originals. Una storia nerissima, densa di crudeltà e brutalità, che non prevede consolanti lieto fine, e nello stesso pone inquietanti dubbi sulle falle della sicurezza informatica. Che la difesa della privacy sia un lusso che nessuno può permettersi in un mondo sempre più virtuale, è una certezza che ormai in molti hanno, e questo romanzo sembra presentare ipotesi e scenari forse un po’ estremi, ma non del tutto fantastici. La manipolazione dei dati, dei flussi informazioni che ogni giorno immettiamo nel web, nei social network, nelle mail, utilizzando un semplice smartphone, sembra il passo successivo alla semplice sorveglianza, e questo romanzo ci presenta le sue estreme conseguenze.
Noi è la storia di un matrimonio. Connie e Douglas sono sposati da venticinque anni. Douglas è un biochimico, tutto lavoro, razionalità e precisione. Connie un’artista, impulsiva ed irrazionale. Si sono conosciuti a una cena a casa della sorella di Douglas. Si sono innamorati, amati e sposati. Hanno avuto un figlio, Albert, che ora si sta preparando per lasciare la casa di famiglia e trasferirsi al college. Il loro è un matrimonio felice, o almeno è quello che ha sempre pensato Douglas fino a quando, in piena notte, Connie lo sveglia per dirgli che il loro matrimonio è giunto al capolinea e che crede che lo lascerà. Inutile dire che da quell’istante la vita di Douglas non sarà più la stessa.
“In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come se fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, anch’essa è viva”.
La narrativa fantastica conosce da anni un largo seguito di pubblico, a cui non fa sempre da contraltare un’originalità delle storie e soprattutto un cercare nuove strade. Ma ci sono per fortuna varie eccezioni, ed una di queste è Le mie due vite, romanzo di fantascienza ucronica di Jo Walton, premiata poetessa e scrittrice di narrativa fantastica, che qui presenta due mondi possibili partendo dai ricordi interrotti di una donna.
Una simpatica storia per immagini con protagonista in piccolo gufo dormiglione. Il gufetto creato da Haughton in fatti cade dal suo nido e, ritrovatosi improvvisamente da solo, comincia la ricerca della sua mamma. Ad aiutare il piccolo protagonista dagli occhi enormi come due fanali, ci penserà un simpatico e goffo scoiattolo del bosco. In un susseguirsi di incontri comici, il gufetto e lo scoiattolo pasticcione troveranno una rana che darà loro i giusti indizi per ritrovare Mamma Gufo. Ne Oh-oh! Il gufetto è caduto dal nido le parole ci sono e sono poche, perché il mondo creato da Haughton vuole raccontare con battute essenziali, immagini semplici e colorate, una storia nella quale il legame d’amore e l’affetto tra i genitori e i loro cuccioli è il motore della narrazione non solo del volumetto edito da Lapis, ma della vita di ogni essere vivente. Il libro ha vinto il «Premio Andersen 2013» per la categoria dei libri per bambini dai 6 anni in su e il «Super premio Gualtiero Schiaffino 2013» come Libro dell’anno. Nel 2014 è uscita una nuova versione del libro in cartonato rigido. Dai 2 anni in su.
Mi chiamavano Piccolo Fallimento è l’autobiografia di Gary Shteyngart, scrittore ebreo di origini russe, nato a Leningrado nel 1972 e trasferitosi a New York all’età di sette anni.
Giuliana Altamura, barese, classe 1984, è laureata in lettere moderne dove si è specializzata in filologia, ha conseguito un master in sceneggiatura, sta conseguendo un dottorato di ricerca in Discipline dello Spettacolo a Torino e si occupa in particolare di teatro simbolista francese, vivendo tra Milano e Parigi, ed è inoltre una musicista, diplomata in violino.
“Sul punto di suggerire il bar della National Gallery, mi sono voltata verso l’edificio e l’ho vista, una donna alta, sulla sessantina, che mi fissava. Non saprò mai sa mi stava già osservando da un po’. […] Con lei c’era una donna sui quarant’anni e due bambini dell’età di Roberta. […] Senza ombra di dubbio, avevano qualcosa di Roberta. La donna più giovane sembrava la versione femminile di John. Quella più anziana, Nina, perché era lei, impossibile sbagliarsi, ci osservava. Guardava i due ragazzini, certamente i suoi nipoti, poi di nuovo John. […] Per un secondo o due ci siamo guardate dritte negli occhi. […] Cominciavo già a vederci meno, allora, ma l’essenza di una persona non svanisce mai, e soprattutto, è impossibile dimenticare il volto di una donna che ha sofferto e nel bisogno ti ha supplicato di aiutarla. ”
























