:: Un’intervista con Carlo Lucarelli a cura di Giulietta Iannone

2 settembre 2014 by

albero-italia-lucarelli-190x300Benvenuto, Carlo, su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa intervista. Inizierei col chiederti di parlarci di te. Forza e debolezza, come persona, non come personaggio pubblico. Chi è Carlo Lucarelli?

-Un narratore, fondamentalmente, e uno scrittore, in dettaglio. Poi ci sono altre cose –padre, marito, cittadino, essere umano- ma ho sempre cercato di non mettere autobiografismo nei miei racconti per cui non saprei da che parte cominciare neppure qui.

E’ appena uscito per Einaudi, Albergo Italia. A 6 anni da L’ottava vibrazione, e dopo il piccolo racconto intitolato Ferengi, torna il personaggio del capitano Piero Colaprico. Arriva dalla Sicilia dopo aver combattuto la “maffia” e come si usa fare anche oggi perché scomodo, dislocato nelle Colonie, ha combattuto ad Adua, ora da Massaua si trasferisce ad Asmara. Per solitudine di scopre innamorato di una avventuriera. Come si è evoluto, come è cambiato?

-Nell’Ottava Vibrazione il capitano Colaprico era soltanto un personaggio secondario, quasi “tecnico”, poi mi sono accorto che aveva parecchie possibilità e, cosa fondamentale per lo sviluppo di un personaggio, mi incuriosiva molto. Così l’ho fatto tornare in un paio di racconti, dove è sempre rimasto appena abbozzato e appena è arrivato il suo momento gli ho dato tutto lo spazio che chiedeva. Più che evoluto o cambiato è “nato”, nel vero senso della parola. E vedremo come si evolverà.

Più che un romanzo un racconto lungo, poco più di 120 pagine. Dopo il lungo periodo di un romanzo come L’ottava vibrazione, la brevità, l’accenno. Nella tua carriera hai scritto sia romanzi che racconti. In quale forma ti senti più a tuo agio, dove hai le maggiori difficoltà?

-Dipende dalla storia che voglio raccontare. Ci sono storie corali, di ampio respiro anche perché si ambientano in un momento o un luogo che vanno descritti a fondo per essere capiti –come appunto l’Ottava Vibrazione- che hanno bisogno di una struttura più complessa. Altre volte la narrazione è un viaggio brevissimo, una freccia che arriva subito al bersaglio portandosi dietro tante cose che devono soltanto essere accennate –con le parole giuste, naturalmente- per restare agili ed evocative. Mi trovo bene con tutte e due le forme, proprio perché non sono io a sceglierle, ma la storia stessa. Io devo soltanto preparami per i cento metri piani o per una maratona.

L’ottava vibrazione, primo romanzo “coloniale”, era un testo si può dire sperimentale, nel quale univi il noir e il romanzo storico, senza perdere di vista la tua analisi sociologica, affatto consolatoria, sulle radici della storia d’Italia. Infondo il noir si avvicina molto alle tue indagini più giornalistiche e in Albergo Italia si può dire prevalga questa componente. C’è un delitto, un’ indagine, l’occasione di parlare di un grande scandalo politico finanziario di fine Ottocento. La tua serie coloniale, mi hai già anticipato che vorresti continuare a narrare le storie di Colaprico e Ogbà, virerà in questa direzione?

-Sì. Mi è piaciuto molto scrivere Albergo Italia, ho fatto una breve e felice corsa e ho scoperto un personaggio –Ogbà- che continua ad incuriosirmi. Di solito le serie che scrivo – Grazia Negro, Coliandro, il Commissario De Luca- hanno lunghe pause tra un romanzo e l’altro, proprio per non ripetermi, ma qui è diverso. La struttura stessa del romanzo –quella del giallo classico, anche se i “gialli” che scriviamo oggi sono sempre molto noir lo stesso- si presta ad una serialità serrata. L’istinto è proprio quello: raccontare la metà oscura dell’Italia di oggi attraverso la metà oscura di quella di ieri . In questo senso anche cercare di scrivere un romanzo più classicamente giallo possibile significa comunque scrivere un noir “politico”.

Di Albergo Italia ho apprezzato il tuo stile classico, letterario, il tuo lavoro sulla lingua, molti termini sono presi dall’arabo e dal dialetto tigrino, la sensualità di alcune scene. E’stata una lettura molto piacevole, io ho avuto modo di leggere pochi tuoi romanzi, quindi per me è stata una novità. Ho anche avuto modo di notare delle similitudini, nella trama soprattutto, con un’altra serie coloniale italiana che ho seguito, anche se per stile e periodo, sono libri molto diversi. Sempre rispetto alle fonti di ispirazione, ci son autori, anche non italiani, (e non solo di romanzi ma anche di saggi), che hai letto, che ti sono stati di sprone alla scrittura?

-Ho letto tantissime cose, sia per documentazione che per ispirazione. Avevo già accumulato materiale storico quando avevo scritto l’Ottava Vibrazione –saggi storici sull’epoca coloniale, da Del Boca a La Banca a Quirico, ma soprattutto memoriali dell’epoca- adesso ho aggiunto i diari di Ferdinando Martini, il primo governatore dell’Eritrea, molto dettagliati, giorno per giorno. Come ispirazione ho sempre i miei maestri –Giorgio Scerbanenco, James Ellroy e i contemporanei amici come De Cataldo, Baldini o Fois, solo per dirne qualcuno, con sui scambio quotidianamente impressioni e suggestioni. Sull’argomento specifico e di genere vicino al mio conoscevo solo tre romanzi: “Tempo di Uccidere” di Ennio Flaiano, “Debrà Libanòs” di Luciano Marrocu e “Una mattina ad Irgalèm” di Davide Longo. Non conoscevo la serie del maggiore Morosini di Giorgio Ballario, che ho cominciato a leggere e che mi piace molto. Devo dire che non ho trovato tante similitudini, a parte quelle che definirei “fisiologiche”: sono un giallista che si entrato in contatto da tempo –per ragioni storiche e personali- con l’Eritrea coloniale, per cui è naturale che ci avrei scritto prima o poi un giallo; il detective non può che essere un carabiniere; trattando di cose italiane l’intrigo finirà per essere sempre un po’ noir e un po’ politico. Inoltre il periodo che trattiamo è molto diverso: io l’Italia liberale e umbertina, lui quella fascista. Sono in contatto con Ballario –rispetto al quale ho una visione storica e politica del periodo coloniale molto distante- e chissà che adesso che siamo in due il genere “giallo coloniale” non riesca a decollare con più forza.

Molto bello il personaggio dello zaptiè  Ogbà, carabiniere indigeno al fianco del capitano dei Regi Carabinieri Colaprico. Se vogliamo quasi prende la scena al protagonista e acquista una dignità e uno spessore autonomo. Diventerà sempre più importante nel proseguo della serie? Scriverai mai, magari anche un racconto, con lui unico protagonista?

-Ogbà è stata una sorpresa per me. Doveva essere il dotto Watson dello Sherlock Holms Colaprico e invece è diventato lui quello che indaga veramente. E non poteva che essere così: quella, anche se è l’Eritrea dei t’lian, degli italiani, in realtà è casa sua. Ha preso forza soprattutto perché l’ho modellato su una persona realmente esistita, anche se qualche anno più tardi rispetto al tempo del mio romanzo. Ogbagabriel Ogbà, buluk bash degli zaptiè era il nonno di Yodit, mia moglie. E io so per esperienza che quando un personaggio inventato si nutre di elementi “veri” finisce per diventare vero anche lui.

Ci sono delle trasposizioni cinematografiche in vista? Quali attori vedresti bene per le parti di Colaprico, Ogbà, Margherita, Chiti? Quale regista?

-No, anche se mi piacerebbe. Ma non è facile visti costi di una cosa ambientata in un altro tempo e in un altro luogo. Potrebbe essere una serie televisiva ma non vedo la nostra televisione interessata ad operazioni come questa.

Il noir o giallo coloniale, ovvero ambientato nelle Colonie, in questo caso d’Africa, è un genere poco praticato dagli scrittori italiani. C’è quasi una refrattarietà, un’ autocensura, un tentativo di dimenticare un periodo per lo più fallimentare della nostra storia. Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo genere letterario?

-E’ vero, è un periodo poco frequentato, ma non per autocensura, perché agli scrittori del mio genere sono proprio i periodi fallimentari quelli che interessano. E’ poco frequentato per scarsa conoscenza, che deriva sì da autocensura e refrattarietà ma di chi avrebbe dovuto informare raccontare prima di noi. E’ un periodo che non si trovava quasi mai nei libri di scuola, per esempio, vittima di un senso di colpa sia della destra che della sinistra. Tutto questo ha comportato una mancanza di familiarità che fa in modo, per esempio, che a Lampedusa sbarchi Asmaret che viene da Mendeferà e noi non sappiamo dov’è Mendeferà e neppure se Asmaret è un uomo o una donna, eppure sono luoghi e nomi che hanno fatto parte della nostra vita e della nostra storia per tanti anni, in cui si trovano alcune delle radici del nostro oggi e molte chiavi per capire il presente. In più sono serbatoi di storie bellissime –nel bene e nel male- un far west suggestivo e importante. E’ per questo che ho scelto –dopo averlo scoperto per caso- di raccontarlo. Per inciso, Asmaret è un nome femminile, e magari molti di noi ce l’hanno nella loro storia familiare.

Con l’ispettore Marino sei stato il primo a “sdoganare” il periodo fascista e utilizzarlo come sfondo per una storia gialla che fu pubblicata con il Giallo Mondadori, vincitrice del Premio Tedeschi 1993. Quando uscì si può dire che il giallo e il noir, specialmente dai critici, non era considerato letteratura alta. Ora le cose sono in un certo senso cambiate, il noir, anche da un punto di vista sociologico, è stato rivalutato o per lo meno messo in una giusta prospettiva. Cosa pensi sia cambiato da quando uscì Indagine non autorizzata?

-Quando ho cominciato a scrivere io sono arrivato assieme ad altri scrittori che come me volevano utilizzare il genere per raccontare, indagandole, la realtà e la storia. Abbiamo incontrato molti lettori che cercavano la stessa cosa e soprattutto bravi editori che credevano nelle nostre storie –Sellerio, per esempio- e che ci hanno tolto dal ghetto per quanto rispettabile delle collane di genere come il Giallo Mondadori. Alcuni critici hanno fatto fatica a capirlo, ma quando ci sono riusciti siamo diventati anche noi –ufficialmente- di serie A.

Infine nel ringraziarti della disponibilità e della pazienza con cui hai risposto a queste domande, parlaci dei tuoi prossimi progetti, non solo letterari.

-Sto scrivendo un altro romanzo della serie Ogbà-Colaprico e sto finendo di documentarmi per un’altra storia del Commissario De Luca, ambientata negli anni ’50. Parteciperò ad un programma su Sky Arte per raccontare quadri e artisti attraverso il mistero. Nient’altro, in tv –almeno per adesso- dal momento che il mio programma di narrazione dei misteri e dei problemi italiani è stato chiuso. Per il resto vedremo, saltano sempre fuori cose interessanti e io non riesco mai a dire di no.

:: Tanti cari saluti, Noëlle Revaz, (Keller editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

2 settembre 2014 by

tanti-cari-saluti-cover-160Se in Cuore di Bestia di Noëlle Ravez il protagonista era un burbero contadino, in Tanti cari saluti, i personaggi principali sono una giovane donna e un attore di teatro. I due si amano e passeranno la vita intera in un continuo tira e molla fatto di avvicinamenti e allontanamenti. Quando Efina e la sua dolce metà non vivranno a stretto contatto saranno i pensieri scambiati, le gioie, i dolori convergeranno nelle parole scritte di intense lettere nelle quali non solo la vita vissuta, ma anche quella immaginata saranno le protagonisti dell’intenso scambio epistolare. Il romanzo della Revaz mostra un uomo e una donna che si attraggono come calamite, ma allo stesso tempo, per cause di forza maggiore, si respingono. Tanti cari saluti è quindi un viaggio dentro a due esitenze, alla scoperta di quello che nascondo i sentimenti del cuore. Efina e l’attore T. stanno assieme per brevi periodi, poi si allontanano e tutti e due cercano di ricominciare la vita al fianco di qualcun altro che si dimostri capace a sostituire in modo degno il o la partner appena lasciato. La lontananza tra i due in realtà è solo fisica, perché a livello sentimentale ciò che lega Efina a T. è qualcosa di davvero intenso e indistruttibile, tanto è vero che appena il destino lo permette, la coppia scoppiata si riunisce. Il rimettere assieme i cocci rotti della loro relazione dimostra che il sentimento che lega la coppia è molto più inteso e forte di quello che loro stessi credono e, soprattutto, comprendono. La Revaz racconta, attraverso un linguaggio semplice e incisivo, la complicata e passionale relazione che travolge gli animi irrequieti della protagonista e del sua amato. Il duo si vede, si sfiora, si parla, ma poi scatta qualcosa che li fa allontanare e questa continua altalena di movimenti e umori è la rappresentazione di quanto fragile possa essere il cuore degli uomini. Efina e l’attore T. si vogliono bene, ma è come se in loro ci fosse una latente paura a lasciarsi travolgere in modo completo dall’amore. Efina è molto impulsiva e questo suo stato spesso la porta a vivere i sentimenti senza equilibrio e senza considerare del tutto l’altra parte coinvolta nella relazione. L’attore T. è un attore professionista e la sua abilità lavorativa è tale che a tratti durante la narrazione ci si domanda se il suo modo di affrontare la vita fuori dal palco sia spontaneo o se la sua sia una recita continua. I personaggi creati da Noëlle Revaz sono adulti, ma non proprio così sicuri delle scelte compiute evidenziato dall’instabilità delle relazione della coppia, segno evidente della fragilità dell’animo. Questo stato evidenzia quanto debole e impacciato possa rivelarsi l’uomo davanti a sentimenti potenti come quello dell’amore che rimane vivo senza che i protagonisti se ne rendano conto. In Tanti cari saluti ho avuto la sensazione che l’amore è quella forza porta Efina e l’attore T. a lasciar perdere qualsiasi genere di finzione per essere puramente se stessi. Traduzione dal francese di Maurizia Balmelli.

Noëlle Revaz nasce nel 1968 a Vernayaz, sesta tra nove figli. Nel 2002 Éditions Gallimard pubblica il suo primo romanzo, Rapport aux bêtes, riconosciuto con il Prix de la Fondation Schiller, il Prix Lettres Frontiere e il Prix Marguerite-Audoux, tradotto in diverse lingue e proposto in Italia (2013) col titolo Cuore di bestia, a cura di Keller editore. Ora è la volta di Tanti cari saluti, traduzione di Efina, edito sempre da Gallimard nel 2009 e vincitore del Prix Dentan e del Prix Alpha.  Noëlle Revaz ha scritto alcune novelle, monologhi e radiodrammi. Collabora con l’Istituto svizzero di letteratura a Bienne ed e membro del gruppo di scrittori “Berna e ovunque”. Vive a Bienne, in Svizzera.

:: Il sentiero dei profumi, Cristina Caboni, (Garzanti, 2014) a cura di Elena Romanello

2 settembre 2014 by

Copia di Caboni DEFL’hanno paragonato a Il linguaggio segreto dei fiori di Vanessa Diffenbauch, ma Il sentiero dei profumi di Cristina Caboni è comunque un libro diverso, certo una storia al femminile anche sentimentale ma con alcune peculiarietà e comunque non così pessimista e angosciante come il suo modello, anche se non mancano contrasti, peripezie, drammi passati e problemi attuali.
In questo romanzo per Garzanti l’autrice racconta una storia contemporanea, ambientata nel magico mondo dei profumi, tra Firenze e la Francia, in quei laboratori in cui nascono le essenze che da secoli creano una dimensione diversa all’esistere umano.
La protagonista del libro, Elena, abbandonata dalla madre da piccola, è cresciuta con la nonna, artigiana profumiera fiorentina, e dopo una delusione d’amore parte per Parigi per portare avanti la tradizione di famiglia e cercare di creare il profumo perfetto. Troverà più di quello che aveva pensato e sperato.
Il sentiero dei profumi presenta la classica storia d’amore, ma sarebbe riduttivo presentarlo solo come un romanzo rosa, visto che per fortuna si inserisce nella tradizione di tanta letteratura contemporanea al femminile, lontana dalle sfumature e altre amenità, in cui si costruiscono ritratti di donne a tutto tondo, in cerca di una loro realizzazione personale e di un loro inizio.
Parigi è un’ambientazione che a molti può sembrare inflazionata, ma che è sempre funzionale, soprattutto quando della Ville Lumiere vengono presentati aspetti poco noti, come il mondo dei profumieri, della cui realtà si conosce solo il prodotto finito nei negozi specializzati ma non tutto il lavoro che c’è dietro alla costruzione di un profumo. Non può mancare, parlando di profumi, la Provenza, terra celebrata dai pittori ma non sempre così presente nei romanzi contemporanei, ed è bello ritrovarsi anche a Firenze, città emblema dell’Italia di ieri e di oggi, nota ed amata in tutto il mondo, qui raccontata proprio attraverso il lavoro dei suoi artigiani, eccellenza dal Medio Evo di una parte del made in Italy.
Il sentiero dei profumi è un romanzo per chi ama i sentimenti ma per chi cerca anche una storia con un po’ di spessore attorno alla sola vicenda d’amore, con una scelta di ambienti, luoghi e situazioni che comunque è originale. Tra l’altro, in un periodo di crisi come quello attuale, è tutt’altro che male che un’autrice di casa nostra scelga di raccontare realtà di eccellenza di cui si parla sempre troppo poco e che potrebbero essere un’occasione di riscossa e rilancio per la nostra economia.
Leggendo le pagine del libro ci si appassiona senz’altro alla vicenda umana di Elena, eroina di oggi alla ricerca di affetto e considerazione come molte sue lettrici, ma non si può non provare un po’ di interesse e di voglia di scoprire e sapere di più cosa c’è dietro quei piccoli gioielli che sono le boccette di profumo, in particolare quelle artigianali. E magari da cosa può nascere cosa, e si possono scoprire nuove strade per la propria vita, come avviene alla protagonista del libro.

Cristina Caboni vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica di famiglia. Appassionata coltivatrice di rose, studia da tempo il mondo delle essenze e delle fragranze naturali. Il sentiero dei profumi è il suo primo romanzo. Segui l’autrice su Facebook Cristina Caboni – autrice

:: Tempo di imparare, Valeria Parrella (Einaudi, 2013) a cura di Lucilla Parisi

1 settembre 2014 by

indexTu sai cosa significa poggiare gli occhi sulla persona più importante della tua vita, che è la tua vita stessa, e sentire una fitta ogni volta e poi tornare a cercarla e così via, e sapere che sarà per sempre, che quell’occasione una che ci era data, una sola, è andata così?

Valeria Parella, dopo Lo spazio bianco (2008), torna a parlarci – in prima persona – di una madre, di suo figlio e della distanza con il resto del mondo, allora segnata dalla nascita prematura, e ora dalla disabilità.
Come allora, a riempire gli spazi lasciati vuoti dal silenzio delle parole, c’è tutta la forza della rabbia “primitiva” e dell’amore incondizionato.
C’è Lei, la madre, con il suo dolore per l’inaccettabile assenza della normalità e con il carico quotidiano di rifiuti, ostacoli e battaglie per ristabilire delle priorità, delle certezze elementari, delle risposte a domande appese a un filo.
Poi c’è Arturo, un bimbo “che non vede da un occhio” e che fatica a calcolare le distanze, quelle reali, quelle dal mondo che lo circonda.
Le parole entrano a fatica nella loro relazione e Lei, la madre, ci mette tutto l’impegno per infilarcele, tra loro, tra Lui – il figlio – e il mondo che non ascolta. Lo stesso mondo in cui Arturo “deve” entrare anche se vorrebbe andare altrove, guardare altrove, come il suo occhio.

Dici con il tuo essere ciò che tutti nella fatica nascondiamo. E ciò che dicesti fu: Non vorrei essere qui, il mondo è pesante, crescere comporta dolore, dell’altro non mi fido, voglio fare solo ciò che so meglio fare e ripeterlo di continuo, non aspetterò il tuo permesso per chiudermi nell’infinito labirinto che io stesso eressi. Non ho bisogno di indossare ali di cera per vederle rovinare al sole.

La scelta della scuola elementare e l’annuale ricerca di un insegnante di sostegno diventano per la “prima persona” di questo libro un obiettivo, il futuro prossimo venturo, l’occasione per Arturo, per trovare il suo posto.
Quel posto ci sarà nella scuola gialla, quella che affaccia sul mare, dall’altra parte della città – ma che importa –, perché lì ci sono le insegnanti giuste, c’è il tempo di imparare e di ascoltare chi, come Arturo e coma sua madre, ha bisogno di capire.
Le parole più semplici – per spiegare – quelle le ha dette una bambina: “Arturo non parla, però pensa”. I compagni di Arturo ci sono.

La tua stravaganza ti rende affascinante ai loro occhi: gli occhiali, la sveltezza nel leggere, la lentezza nel reagire. […] E quel silenzio ostinato. Ti accolgono, ci sono, ti aiutano. Sono più bassi di te, o più alti, o uguali, hanno già perduto gli incisivi o si fanno ancora qualche volta la pipì sotto.

Quando la disarmonia diventa bellezza e la disabilità “una possibilità della vita”, allora tutto è istintivo, naturale, accettabile, anche se il mondo – quel mondo fatto di burocrazia e cattiva amministrazione – fatica a tenere il passo e genera, con la sua atavica lentezza, l’handicap, rendendo gli uomini “miseri”.
Valeria Parrella raggiunge livelli di pathos impensabili. Lo fa bene, lo fa con tutta la preparazione, l’eleganza, l’attenzione che il mestiere di scrivere dovrebbe avere. Si dà tempo e dà ai suoi personaggi lo spazio che meritano. E’ generosa nel suo costruire, nel suo mettere insieme i pezzi di una storia, che poi sono i pezzi di una, due, decine di vite e altre ancora.
Tempo di imparare è formidabile, commovente, lirico.

Valeria Parrella è nata nel 1974, vive a Napoli. Per minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti Mosca piú balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l’omonimo film, Lettera di dimissioni (2011) e Tempo di imparare (2014). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), di prossima ripubblicazione negli Einaudi Super ET. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Da anni si occupa della rubrica dei libri di «Grazia».

:: Marguerite, Sandra Petrignani, (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

1 settembre 2014 by

marguerite_02Dopo aver raccontato la vita di alcune autrici in La scrittrice abita qui, Sandra Petrignani decide di occuparsi di una scrittrice feticcio della letteratura francese, nota in Italia essenzialmente per uno dei suoi ultimi libri, L’amante: Marguerite Duras, nata in Indocina e poi trasferitasi in Francia, intellettuale impegnata in letteratura, cinema e teatro e donna scandalosa per i suoi amori turbinosi, attivista comunista e femminista poi rinnegata dai movimenti, persona dal carattere impossibile ma considerata comunque un’icona non solo oltralpe, ma soprattutto lì.
L’autrice non vuole scrivere una biografia documentata della Duras, scomparsa nel 1996 lasciando la sua eredità in mano ad un figlio trascurato e all’ultimo amante molto più giovane di lei, dopo essersi fatta ancora una volta la fama di intrattabile per la stroncatura espressa al film su L’amante di Annaud, che però le ha procurato indubbiamente nuovi lettori, soprattutto tra le giovani generazioni, che si sono appassionate all’ennesima ma originale e struggente rilettura dell’amour fou e impossibile, aggravato da differenze etniche e sociali.
Il risultato del libro della Petrignani è una ricostruzione della vita dell’autrice, dalla sua infanzia a Saigon fino alla vecchiaia, tra amori, lavoro, militanza, nevrosi, in cui viene dato molto per scontato e vengono presentati vari quadri di vita senza una precisa contestualizzazione, per ricostruire un percorso umano comunque unico forse anche perché molto discusso, ma d’eccezione in ogni caso, sia umanamente che come carriera e contributo alla cultura.
Senz’altro Marguerite è un libro interessante, scritto con uno stile anche insolito e originale, anche perché l’argomento ha fascino e carisma: ma non è un testo adatto a chi non sa niente della vita e degli eccessi di Marguerite Duras, o a chi la conosce solo grazie a L’amante, storia struggente dell’amore impossibile che l’autrice visse da adolescente per un giovane di famiglia benestante cinese, rimasto come rimpianto per tutta la sua esistenza malgrado altre compensazioni e relazioni, in una ricerca bulimica dell’amore capace di scandalizzare anche ambienti comunque moderni e non certi bigotti. Marguerite di Sandra Petrignani ricostruisce il mondo della Duras ma non per neofiti, ma per chi conosce e stima già l’autrice ed è dentro a tutte le sue vicissitudini lavorative e personali, due percorsi che fecero scalpore, tralasciando un po’ e spiace la militanza politica della scrittrice, che abbracciò in maniera totalizzante varie cause, dalla Resistenza al Sessantotto, dal comunismo al femminismo, venendo spesso sottovalutata quando non criticata per comunque un individualismo e un anticonformismo che erano visti come scomodi.
Marguerite è un libro da leggere per chi conosce molto bene vita e annessi di Marguerite Duras, magari grazie a studi in lingua originale o a una passione che viene da lontano, tenendo conto che tolto L’amante, non è che in italiano si trovi poi molto scritto dall’autrice, popolarissima in Francia come tutte le icone culturali, anche se discusse, ma molto meno nota in Italia. Per chi volesse scoprire di più sull’autrice, conviene rivolgersi a testi più tradizionali e convenzionali, che diano un’idea più chiara di accadimenti e vicende, e poi solo in un secondo tempo affrontare un libro affascinante ma non di facile comprensione.

Sandra Petrignani, autrice negli anni ’80 e ‘90 del romanzo postmoderno Navigazioni di Circe (premio Morante opera prima), dell’incantevole Catalogo dei giocattoli, del preveggente Vecchi, delle interviste a grandi scrittrici italiane Le signore della scrittura, è nata a Piacenza nel ’52. Vive a Roma e nella campagna umbra. Le sue opere più recenti sono l’autofiction Dolorose considerazioni del cuore (Nottetempo, 2009) e il vagabondaggio E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza, 2010). Nel catalogo Neri Pozza: il fortunato La scrittrice abita qui, pellegrinaggio nelle case di grandi scrittrici del ‘900;  i racconti di fantasmi Care presenze; il libro di viaggio Ultima India.

:: L’abbazia dei cento peccati, Marcello Simoni, (Newton Compton, 2014) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2014 by

abbaziaMarcello Simoni ci ha abituato ad avvincenti romanzi storici nei quali il giallo, il thriller, e il mistery si mescolano alla perfezione. Tutto questo torna unito alla storia dell’arte nella nuova saga -Codice Millenarius- che in questo primo episodio, intitolato L’abbazia dei cento peccati, mette subito sotto pressione il protagonista Maynard de Rocheblanche. L’uomo è sopravvissuto per miracolo ad una disfatta militare dalla quale oltre ad aver avuta salva la vita, ha ricevuto in dono una piccola pergamena. Il documento, del quale il nuovo eroe è invitato a non dire nulla, è un antico scritto che contiene dei riferimenti ad un’importante e preziosa reliquia, nota con il nome di Lapis exilii. Cardinali, principi e molte altre persone sono interessati a possedere il misterioso documento e l’eroico Maynard dovrà scappare per proteggere la pergamena e il segreto che essa contiene. Un viaggio lungo, che porterà il nobile – d’animo e di casato- protagonista de L’abbazia dei cento peccati prima a Reims, dalla sorella Eudeline badessa del convento di Sainte-Balsamie e poi in Italia, a Pomposa. Qui Maynard incontrerà alcune persone – padre Andrea e l’artista Gualtiero de’ Bruni – che un po’ alla volta lo aiuteranno a scoprire il mistero aleggiante attorno all’enigmatica reliquia, conosciuta a fondo dal monaco deforme Facio da Malaspina. La nuova narrazione epica creata da Simoni è ambientata nel Trecento, per la precisione in un tardo Medioevo turbolento nel quale non mancano crisi politiche scatenate da guerre lunghe un secolo, carestie e malattie pestilenziali che decimano il genere umano. In questo universo, dove tutto sembra andar a rotoli, agiscono i personaggi–uomini e donne- che hanno una psicologia e un animo ricchi di emozioni e sentimenti contrastanti. Le vite di ognuno di loro sono spesso caratterizzate da supplizi, da traumi del passato che riaffiorano nel presente come nel caso di Eudeline, la sorella del protagonista che ha avuto un rapporto non facile con il proprio padre. Altro tema trattato dal Simoni sono la competizione e il conflitto generazionale tra genitori e figli, come quello che affligge il giovane pittore Gualtiero de’ Bruni in lotta con il padre per gli affreschi da realizzare nell’abbazia di Pomposa. L’abbazia dei cento peccati è l’inizio di un avventuroso viaggio nel quale tra un combattimento e l’altro; tra interpretazioni di scritti e dipinti; tra intrighi politici e rocamboleschi inseguimenti, Maynard de Rochemblanche porterà i lettori alla scoperta di un mondo lontano. Un passato dove l’amicizia, l’amore, l’ossessione per il potere, l’odio e la voglia di giustizia si intrecceranno alla Storia e alla storia dell’arte per dare animo ad una vicenda nella quale fiction narrativa e realtà si mescolano alla perfezione in un crescendo di suspense che lascia il lettore, appassionato del genere o neofita, con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.

Marcello Simoni nato a Comacchio, è un ex archeologo, laureato in Lettere che svolge attualmente il lavoro di bibliotecario. Ha pubblicato diversi saggi storici, ha partecipato all’antologia 365 racconti horror per un anno, a cura di Franco Forte (2011). Altri suoi racconti sono usciti per la rivista letteraria «Writers Magazine Italia». Con Il mercante di libri maledetti (Newton Compton 2011), il suo primo romanzo, ha vinto il Premio Bancarella. Nel 2012 sempre con Newton Compton ha pubblicato La biblioteca perduta dell’alchimista, nel 2013 Il labirinto ai confini del mondo e L’isola dei monaci senza nome nel 2014 L‘abbazia dei cento peccati.

:: Un’ intervista con Barbara Garlaschelli

21 agosto 2014 by

barbara[Mia intervista apparsa su Shenoir il 30 Maggio del 2010]

Benvenuta Barbara è un vero piacere ospitarti su Shenoir. Parlaci un po’ di te, descriviti anche fisicamente non tralasciando pregi e difetti…

Intanto grazie a voi per lo spazio dedicatomi. Parlarvi di me… posso dirvi che il mio mestiere è me, che scrivere è ciò che ho sempre desiderato nella vita e che sono stata una donna fortunata riuscendo a realizzare un desiderio così grande. Come tutti gli esseri umani sono un groviglio di pregi e difetti. Ciò che amo di più in me è la lealtà a qualunqe costo, e ciò che non amo, la mia durezza. Fisicamente sono bellissima e, come mi diverto a ripetere, molto ben carrozzata…

Come ti sei avvicinata alla scrittura. Era una tua aspirazione già da bambina? C’è stato qualcuno che ti ha consigliato, incoraggiato, trasmesso l’amore per la parola scritta?

In parte ho risposto prima: scrivere è ciò che ho sempre voluto fare. L’amore per i libri, anzi direi, la passione per i libri, è parte di me e in parte mi è stata trasmessa dai miei genitori. La nostra casa, da che io ricordi, è sempre stata invasa dai libri. Sia mio padre sia mia madre sono dei forti lettori. E io pure. E la casa con il mio compagno è anch’essa assediata dai libri. Mi è inconcepibile la vita senza libri.

Parliamo del tuo debutto. Raccontaci del tuo percorso verso la pubblicazione. Com’è avvenuto l’incontro con il tuo primo editore?

La primissima pubblicazione (che ogni tanto scordo) è avvenuta con un racconto inserito nell’antologia Crimini, uscita per Stampa Alternativa, nel ’95 mi pare, quando faceva i mitici raccoglitori simili ai pacchetti di sigarette. Laura Grimaldi lo aveva letto, ne era rimasta colpita e mi aveva suggerito di farlo partecipare al concorso nato alla Libreria del Giallo di Milano, della mitica Tecla Dozio (che allora non conoscevo). E’ piaciuto e l’hanno pubblicato. Poi è seguito O ridere o morire, una raccolta di racconti di humor nero, edita da Marcos y Marcos (anche qui lo zampino di Tecla Dozio è stato fondamentale). L’editore, Marco Zapporoli, decise in due giorni di pubblicarlo.

Raccontaci un episodio buffo, divertente che ti riguarda legato al tuo lavoro di scrittrice. O al contrario qualcosa che ti ha fatto profondamente arrabbiare.

Un episodio divertente è quando ho fatto parte della giuria del premio Azzeccagarbugli, un paio di anni fa. Il conduttore della serata era Luca Crovi, con cui ci conosciamo da anni: ha intervistato i giurati per presentarli al pubblico. Quando è stato il mio turno, mi ha chiesto: “Barbara, che qualità deve avere un libro per inchiodarti alla sedia?”, e mentre formulava la domanda ho letto nei suoi occhi il panico, perché mi conosce e sa quanto posso essere tremenda. I suoi occhi dicevano: “Non fare commenti!”, e io, con sorriso sornione, ho risposto: “Per inchiodarmi alla sedia? Pochissimo”. Il particolare piccolo, ma fondamentale è che sono su una sedia a rotelle 🙂

La memoria è un tema che ti è caro e tratti con sensibilità e originalità. Che sia la memoria storica o quella personale, quanto incide su chi siamo e chi eravamo?

Incide in modo fondamentale: noi siamo la somma di tutto ciò che è venuto e avvenuto prima di noi. Sia da un punto di vista storico e sociale sia personale. Siamo la somma anche di ciò che non è avvenuto. E la memoria è uno dei doni più preziosi che abbiamo e una delle maggiori responsabilità. Un popolo senza memoria storica è destinato all’inivisibilità.

In Non ti voglio vicino tratti un tema molto delicato: gli abusi sessuali sui bambini. La cronaca ci racconta troppo frequentemente di queste violazioni dell’infanzia, spesso devastanti e spesso origini di un circolo vizioso che trasforma le vittime da bambini in carnefici da adulti. Come hai affrontato questa realtà, come ti sei vaccinata contro l’orrore?

Non c’è vaccino contro questo orrore e non ci deve essere. Nel momento in cui non dovessimo più essere in grado di indignarci, di sentire rabbia, furore, disgusto, pietà saremo morti. Intendo,culturalmente ed eticamente morti. E il mio modo di affrontare l’orrore è stato ascoltando e scrivendo, per non dimenticare.

Nei tuoi libri tratti argomenti importanti per il pubblico femminile: l’amore, l’amicizia, la famiglia. Molte tue lettrici sono donne. Ti consideri femminista? Pensi che un giorno la parità uomo e donna sarà finalmente raggiunta o resterà per sempre un’aspirazione frustrata, un’ occasione mancata?

Mi sento una donna che ha molto chiari quali sono i propri diritti e i propri doveri, che sa quanto è stata dura e difficile la strada delle donne per arrivare dove sono arrivate e sa che non è ancora finito il viaggio, che nulla è stato donato, ma tutto è stato sudato. Che la parità di cui si parla sempre è ancora di là da raggiungere, anche se molti progressi sono avvenuti e molte battaglie sono state vinte. Ma viviamo in un momento storico pericoloso, in cui l’oscurantismo è tornato a essere un problema tangibile. La tentazione di manipolare il corpo delle donne è ancora forte.

Parlaci del tuo rapporto con la critica. Leggi le recensioni, t’influenzano, quale ti ha fatto più felice leggere?

Il mio rapporto con la critica è sereno. Leggo le recensioni e se sono di persone che stimo, ci rifletto ma non mi esalto e non mi abbatto. Su Non ti voglio vicino mi hanno resa felice praticamente tutte, soprattutto quelle di Giuliano Aluffi e Alessandro Castellari.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticipare qualcosa in esclusiva per i lettori di Shenoir?

Non sto scrivendo, ma sto pensando al prossimo… per ora nessuna anticipazione, è un progetto ancora molto vago.

Un’ultima domanda, più che altro una mia personale curiosità, se dovessi vincere lo Strega, a chi lo dedicheresti?

A mio padre, a mia madre e a Giampaolo, il mio compagno.

:: La collana “I capolavori dell’arte” in edicola con il Corriere della Sera

20 agosto 2014 by

CAPOLAVORI ARTE CORSERA (1)-page-001L’Italia è uno scrigno d’arte a cielo aperto e sempre più spesso riceviamo notizie di quanto il patrimonio artistico che possediamo sia mal amministrato e poco tutelato, ben vengano dunque le iniziative come questa del Corriere della Sera che grazie alla Collana I capolavori dell’ arte porterà in edicola, dal prossimo 28 agosto e per i giovedì successivi, 35 monografie curate e introdotte dallo storico e critico dell’arte Philippe Daverio, tese a farci conoscere i capolavori del patrimonio artistico non solo italiano e le vite dei grandi maestri che nei secoli le hanno prodotte.
Ogni volume di facile consultazione, dalle dimensioni di 19×23 cm, conterrà i dettagli di un’opera famosa, oltre a fornire un approfondito profilo dell’artista raccontandone la sua vita, i suoi quadri e gli scritti. Tutte le monografie sono impreziosite dai contributi dei più celebri scrittori, pittori e storici, da Giulio Carlo Argan ed Ernst Gombrich a Roberto Longhi, Carlo Levi e Bernard Berenson.
La bellezza salverà il mondo? Io penso di sì e non solo in un senso spirituale, ma anche economico, se esistesse un Ministero dei Beni Culturali efficiente teso realmente a valorizzare il patrimonio artistico Italiano, grazie anche a donazioni private o ai beni sottratti alle mafie, e a impedire che i turisti trovino musei chiusi o non agibili, opere artistiche danneggiate, sistemi di sicurezza obsoleti e superati, sono sicura che i benefici per il turismo e per l’occupazione sarebbero più che considerevoli, una strada per uscire dalla crisi. Non farlo più che sintomo di stupidità, è un atto decisamente criminale.
La prima uscita sarà dedicata a Botticelli, opera analizzata la “Nascita di Venere”. Le seguenti uscite saranno dedicate a: Caravaggio e il suo “Canestra di frutta”, Renoir e il suo “Ballo al Moulin de la Galette”, Michelangelo e il “Tondo Doni”, Van Gogh con i suoi “Girasoli”, Vermeer con “La merlattaia”, Klimt e “Le tre età”, Piero della Francesca con la “Sacra Conversazione” e poi Leonardo, Gauguin, Monet, Tiziano, Canaletto, Raffaello, Manet, Bosch, Degas, Giotto, Delacroix, Vélasquez, Schiele, Tiepolo, Goya, Beato Angelico, Rembrandt, Duccio di Buoninsegna, Cezanne, Van Eyck, Masaccio, Ingres, De La Tour, Dürer, Rubens, El Greco, Poussin.
Il primo volume sarà venduto al prezzo lancio di 1 Euro + il prezzo del Corriere. Dal secondo in poi, il costo sarà di 5,90 Euro + il prezzo del Corriere. E’ comunque già possibile prenotare l’intera collezione al prezzo di 201,60 Euro o comprare in seguito i singoli libri sullo Store online del Corriere della Sera a questo link: http://goo.gl/tRm2Xp.

:: Un’intervista con Drew Chapman a cura di Giulietta Iannone

19 agosto 2014 by

indexBenvenuto Drew su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Dopo la laurea hai lavorato a Los Angeles come sceneggiatore sia per il cinema che per la tv. Per grandi studi come Disney, Fox, Universal, Warner Brothers and Sony, e per canali come ABC, Fox, ABC Family, and Sony TV. Raccontaci qualcosa di te, del tuo background, dei tuoi studi.

Sono nato a New York, ho fatto il liceo lì, sono andato all’Università del Michigan e poi mi sono trasferito a Los Angeles per scrivere per la TV e per l’industria cinematografica. Quel percorso per me è stato più facile che per altri perché mio padre, Michael Chapman, era un cineasta, e anche piuttosto famoso. Attraverso di lui incontrai una quantità di persone nell’ambiente, e quei contatti mi procurarono il mio primo agente, che è cruciale nell’industria cinematografica americana. Dopo di che, dovetti cavarmela da solo. Ho cominciato come staff writer per gli studi della Disney Animation, e poi passai a scrivere per loro Pocahontas. Ho lavorato come sceneggiatore cinematografico per alcuni anni, facendo soprattutto revisioni di sceneggiature altrui, prima di passare alla televisione. Al momento, negli USA, la TV è un gran posto per gli scrittori perché viene prodotta una gran quantità di ottimi show, e ci sono tantissimi canali che li trasmettono. Recentissimamente sono stato autore e produttore esecutivo per una mini-serie della ABC intitolata The Assets; uno spy-show su CIA e KGB negli anni ’80.

Da sceneggiatore a romanziere. The Ascendant è il tuo romanzo di esordio. Un thriller politico-finanziario sulla scia di maestri come Robert Ludlum e Tom Clancy. La terza guerra mondiale combattuta tra la Cina e gli Stati Uniti con armi non convenzionali. Non eserciti, armi e soldati, ma una guerra combattuta in Borsa, tramite internet, tra disinformazione e guerrilla psicologica. E questa la guerra del futuro?

Beh, non sono un esperto di guerra, ma ho certamente fatto un sacco di ricerca per il libro, e la gente con cui ho parlato riteneva che sì, una combinazione di guerra cibernetica, guerra economica e guerra informatica sia il futuro dei campi di battaglia. Si potrebbe anche arrivare a sostenere che questo sia lo stato attuale della guerra. Una guerra cibernetica si sta certamente aprendo fra USA e Cina, e la guerra di disinformazione fra Russia e Occidente sul destino dell’Ucraina è in pieno svolgimento. C’è anche una guerra psicologica e di guerriglia fra Israele e Hamas. Perciò immagino che quando si tratta di guerra, il futuro sia adesso. E tra l’altro, il Pentagono si sta già organizzando per combattere le prossime guerre su Internet, e stanno spendendo molti miliardi di dollari per prepararsi per una simile eventualità.

Protagonista un eroe atipico, un trader di Borsa. Uno che vede schemi e correlazioni nei dati apparentemente caotici che riceve nel suo terminale. Un ragazzo di ventisei anni, che ha una sua opinione sui militari e sui governativi. In un primo tempo proprio non esattamente un mostro di simpatia. Come è nato questo personaggio?

Mi piacciono i romanzoni thriller alla maniera di Tom Clancy e Robert Ludlum, ma volevo aggiornare l’eroe del thriller. Non volevo un eroe capace di ucciderti con un colpo di karate o una pistola, ma piuttosto qualcuno capace di fare a pezzi il nemico spingendo un bottone, ingannandolo con la propria intelligenza. Io sono ossessionato da tutto ciò che ha a che fare con l’economia e la finanza, e sono anche un fanatico della tecnologia, quindi la parte coi computer è stata facile. Non sono un mago dei numeri – e mi piace considerarmi un tipo più simpatico del mio protagonista – ma non sono sempre a mio agio con le cose che fa il mio governo, perciò volevo inserire anche quello nel mio personaggio. Ciò che intendevo scrivere era un thriller moderno e sovversivo, con un anti-eroe complicato e vagamente oscuro.

Il suo rapporto con Alexis Truffant non è una classica love story. Lei è una militare, imbevuta di ideali patriottici, e di senso dell’onore. In un certo senso usa a e strumentalizza Garrett, ma fino a che punto? Quando lo porta al cimitero militare di Washington, lo fa in un’ottica si manipolazione psicologica? La loro storia, l’attrazione che provano reciprocamente è sincera, reale?

Beh, quello è il mistero della storia d’amore, e sarà un mistero che continuerà col procedere delle prossime storie. È amore o è manipolazione? Mi piace un bel doppio gioco in una storia d’amore, come nelle vecchie storie di Sam Spade. Una femme fatale è sempre un ottimo personaggio. Inoltre, volevo davvero scrivere un thriller che avesse un sacco di personaggi femminili forti. Mi annoiano le storie che non hanno altro che eroi “machi” e fanciulle in pericolo. Dove sta scritto che anche le donne non possono dare calci in culo?

Tutta inizia quando Garrett scopre una svendita sottocosto di moltissimi T-Bond sul mercato americano. Una manovra finanziaria che potrebbe mettere in ginocchio l’economia americana e il dollaro. Poi una speculazione immobiliare, il crack di Google, un virus che paralizza il sistema elettrico di una centrale nucleare. Insomma tutta una serie di mosse tese a provocare gli Stati Uniti e a spingerli a dichiarare guerra alla Cina. Ma c’è Garrett Reilly pronto a combatterli con la stessa moneta. Realtà e finzione si sovrappongono. Pensi che la crisi finanziaria iniziata nel 2007 con la crisi dei subprime rientri in un’ottica del genere?

La finanza moderna è così complicata e il metodo che le banche e i governi hanno per far soldi sono così opachi, che io credo sia molto difficile districare ciò che è veramente accaduto in un qualsiasi momento della grande crisi finanziaria del 2007/2008. Ma questo è anche ciò che lo rende tanto affascinante e drammatico. Io credo che l’Armageddon finanziario sia una possibilità reale, e credo che permetta la costruzione di una narrativa di forte presa, perciò immagino che sì, finzione e realtà si sovrappongano. Credo che la base di qualunque buon thriller sia che qualunque cosa accada nel libro debba poter accadere anche nel mondo reale. Se il pubblico non crede che possa capitare, non ne sarà catturato.

Non tutti gli americani sono eroi, i due agenti della Sicurezza Interna, per esempio, sono dei veri e propri bastardi, arrivano a usare la tortura per ottenere ciò che vogliono. Perché questa scelta, perché non tutto è bianco o nero, ma esistono varie sfumature di grigio?

Io non credo ai cattivi. Credo che chiunque, qualunque cosa faccia, razionalizzi le proprie decisioni, e finisca per dirsi che sta facendo ciò che sta facendo per delle buone ragioni. Talvolta è per fare soldi, o conquistare la ragazza, talvolta è per proteggere la nazione. Mi piacciono i libri – e i film – nei quali i cattivi hanno delle motivazioni comprensibili per ciò che fanno, non solo “voglio dominare il mondo!”. Il mondo moderno è complicato, e il mio paese – gli USA – è coinvolto sia in attività moralmente rette che in attività moralmente discutibili, come capita a tutte le nazioni. Amo le aree grigie fra il bianco e il nero, e le scelte difficili che le persone devono fare per garantire la sicurezza propria e della propria nazione. La geopolitica è una faccenda complicata e feroce.

La Cina è sicuramente una potenza in ascesa, economicamente proiettata nel futuro, politicamente ancora ancorata a strutture burocratiche obsolete che favoriscono corruzione e malgoverno. Per te, personalmente, c’è un futuro democratico che attende questo paese? E’ realmente possibile un movimento di protesta interno che sfoci in una vera e propria nuova Rivoluzione?

Quella è la parte della mia storia che è stata maggiormente criticata. Tuttavia, avendo vissuto in Cina, dopo essermi guardato attorno e aver parlato con le persone, penso che verrà assolutamente il momento in cui i poveri e/o la classe media in Cina si solleveranno contro i loro leader del Partito. La sollevazione può essere violenta, può essere pacifica, non lo so. Ma sì, succederà, e prima di quanto la gente pensi. Comunque, la sollevazione può anche semplicemente esprimersi con masse di cittadini cinesi che votando mandano a casa i propri leader. La democrazia non è dietro l’angolo in Cina, ma sta arrivando. Prima o poi arriverà. Contateci.

A un certo punto ci troviamo davanti a un personaggio misterioso, Hans Metternich. E’ una spia? Un agente di qualche governo europeo? Che puoi dirci di questo personaggio?

Adoro un buon uomo del mistero, e per noi americani è sempre un uomo con quel leggero accento europeo che risveglia il nostro interesse. Non dirò troppo su di lui, perché compare anche nel secondo volume, ma basti sapere che è sempre disponibile per dare una mano – a chiunque paghi di più.

Quale è la tua scena preferita in The Ascendant?

La mia scena preferita è all’inizio del libro, quando Garrett incontra Alexis per la prima volta in un bar di lower Manhattan, e poiché sta facendo attenzione, e poiché è bravo a rilevare gli schemi, si rende conto che lei lo sta spiando. La scena prende due interi capitoli, ma è assolutamente la mia preferita. Entrambi i personaggi principali vengono messi a nudo in quella scena: tutte le loro aspirazioni, paure, ossessioni.

Ti sei ispirato a fatti reali? Quanto la cronaca geo-politica ti ha influenzato nella stesura di questo romanzo e nella sua continuazione?

Non ho usato alcun evento reale, ma ho certamente usato delle complicazioni degli eventi reali. I black-out e i cyber-attacchi e i crash istantanei a Wall Street sono tutti accaduti di recente, ed io ho usato delle estrapolazioni di quegli eventi per dare mordente al dramma. Quanto alla geopolitica – sì, studio costantemente il mondo, sempre alla ricerca di buoni sfondi per le mie storie, ed ho assolutamente usato la tensione fra USA e Cina come carburante per il romanzo.

Da laureata in Scienze Politiche il testo Della guerra di Carl von Clausewitz è un testo fondamentale, come hai pensato di utilizzarlo per decriptare un messaggio via mail?

Amo il trattato Sulla Guerra di Clausewitz, e mi piace la storia della sua vita. Lo trovo affascinante. È stato uno dei primi teorici della guerra nell’Occidente moderno, e la teoria della guerra sottende una certa parte della trama del mio libro, perciò fare riferimento alla sua opera pareva una associazione naturale. I nuovi meccanismi della guerra ed i vecchi meccanismi della guerra si scontrano costantemente, come accade in The Ascendant, e allora perché non mettere anche il vecchio maestro – Clausewitz – nel romanzo?

Stai lavorando alla continuazione di The Ascendant. Cosa ci puoi dire di questo nuovo romanzo?

Sì, sto lavorando sul secondo volume, e dovrebbe uscire – negli Stati Uniti – nell’inverno del 2015. La geopolitica sarà leggermente diversa – Russia anziché Cina – ma ci saranno tutti i personaggi principali: Garrett Reilly, Alexis Truffant, e la squadra Ascendant. Ancora una volta entrerà in gioco la guerra cibernetica, ma questa volta l’obiettivo è più finanziario, e tutto il mondo è fuori per dare la caccia a Garrett Reilly.

Quali scrittori ti hanno influenzato? Pensi con il tuo romanzo di aver iniziato un nuovo genere di thriller?

Non so se il mio romanzo sia l’inizio di un sotto-genere. Dovrei essere davvero fortunato per avviare qualcosa di davvero nuovo nel mondo delle lettere – a me piace semplicemente scrivere storie d’avventura eccitanti e intelligenti. Quanto agli autori che mi hanno influenzato, attraversano davvero tutto lo spettro. Credo per Ascendant di aver guardato indietro al machismo americano dei grandi a partire da Hemingway e Jack London. Ma per ciò che riguarda il thriller, il mio preferito è probabilmente John LeCarre. Se riuscissi a scrivere bene anche solo la metà di quanto bene scrive Le Carré, mi considererei un uomo felice. È un vero maestro.

Sei uno sceneggiatore, che differenze hai trovato tra lo scrivere una sceneggiatura e un romanzo? Quale forma di scrittura amai di più?

Mi piacciono entrambe. La sceneggiatura è una forma artistica più collaborativa: lavori con produttori, dirigenti degli Studios, scrittori a contratto, attori, registi. È divertente, e non ci si sente mai soli. Ma al contempo, il lavoro non è mai completamente tuo, e soltanto tuo. Scrivere un libro è un lavoro solitario, ma hai la soddisfazione di scrivere qualunque cosa tu desideri. Credo, alla fine, che scrivere romanzi sia più divertente, e più soddisfacente. Io spero solo di poter continuare a farlo per gli anni a venire.

Verrai in Italia a presentare i tuoi romanzi?

Purtroppo no, non ci sono piani immediati per un book tour in Italia. Tuttavia sono stato in Italia l’estate scorsa per vedere dei miei amici al nord e voglio semplicemente dire – per la cronaca – che adoro il vostro paese, e adoro gli italiani. Ci sono stato un certo numero di volte, ed è un paese davvero speciale. L’Italia è il paese dei miei sogni. Quando sarò vecchio e decrepito, voglio un appartamentino a Roma dove io possa fare un giro fino all’angolo e comprarmi una bottiglia di birra e del formaggio, e poi guardare la gente che passa sotto al mio balcone. Saluterò i turisti con la mano e coccolerò i gatti randagi e mi farò delle lunghe sieste nel caldo estivo. Questa è la mia idea di Paradiso.

Grazie Drew, come ultima domanda vorrei chiederti come sta andando in America il tuo romanzo e quanto prevedi che uscirà il prossimo?

Il libro sta andando bene, meglio in ebook che come hardcover. Il paperback uscirà a ottobre di quest’anno. Il secondo volume verrà pubblicato negli USA nei primi mesi del 2015, ma non so quando verrà tradotto in italiano. Presto, spero.
Grazie per avermi rivolto delle domande così interessanti, e spero di avere presto l’opportunità di venire in Italia per fare un book tour!

:: Traduzione a cura di Davide Mana

:: Le Sultane, Marilù Oliva, (Elliot, 2014) a cura di Natalina S.

11 agosto 2014 by

copertina-okVivono in via Damasco 7, in Bologna, Wilma, Mafalda e Nunzia: Le Sultane. Sono le protagoniste dell’ultimo romanzo di Marilù Oliva, distribuito per Elliot, che della scrittrice ha pubblicato, inoltre, la trilogia della Guerrera – Tu la pagaràs, Fuego e Mala Suerte – e l’antologia dedicata alla problematica del femminicidio, Nessuna più.
É al tramonto della loro esistenza che l’autrice ci proietta, acciuffando, di tanto in tanto, i momenti più significativi di un passato che, al di là della sorte e delle scelte consapevoli, si è degradato, restituendo granelli smussati e privi di coesione.
Siedono al tavolo della senilità per giocare le ultime partite di una vita che non le ha risparmiate in fatiche, privazioni e sofferenze, ingabbiandole in una routine soffocante a cui, nonostante tutto, rimangono appese come le carni flaccide alle loro ossa. Non c’è spazio per i sogni ma, solo, un attaccamento morboso e pateticamente tenero per le frivolezze, il denaro e la fede. Un surrogato di apparenze che non serve ad ingannare nessuna delle tre, ma rendere un po’ meno amaro lo scorrere del tempo che, inesorabile, passa mutando persino le vesti della Bellezza. Una Bellezza che, all’epoca della loro giovinezza, si mostrava indossando le regole della buona creanza e del rispetto verso la saggezza, registrata in ogni singola rughetta.
Quello delle Sultane, è un sodalizio che si cementa e fortifica sui vuoti di ciascuna e il contorno che costella il loro perimetro. Un vuoto che il tempo ha scavato con le unghiette del dolore e non solo – lasciando graffi di cui anche le nuove generazioni risentono – difficile da sopportare. Ma ogni precario equilibrio ha bisogno di una rottura e, di conseguenza, un nuovo incastro, così il romanzo di Marilù Oliva – popolare, di denuncia politico-sociale, psicologico- si tinge di nero consegnandoci la faccia, limpida e pulita, del male che può scaturire dalle ferite individuali quanto da una crisi morale e culturale.
È magistrale il tratteggio che la scrittrice ci restituisce delle Sultane, tanto grottesco quanto straordinariamente umano nella loro fragilità. Con voce autentica e pungente, ci racconta di rapporti genitori-figli imperfetti nella comunicazione e nella frustrazione di non vedere realizzate le loro proiezioni; rapporti che, paradossalmente, risultano adorabili proprio per il loro essere male accomodati con le regole della genitorialità. Eppure esse ci provano a squarciare la dimensione del tempo, cercare di agguantarne un’ultima fetta prima che il naturale decorso della vita segni il traguardo. Nell’intimità del suo racconto Wilma ci consegna la sua, triste e coraggiosa, verità: “la vecchiaia mi ha insegnato che le occasioni perdute difficilmente ritornano. Però puoi tentare di recuperarle, se proprio ci tieni: le devi cercare, legare strette strette con una fune spessa, poi è una prova di forza, basta non smettere mai di tirare. Qualche volta funziona.”. E a loro modo, anche Mafalda e Nunzia tentano di calciare la vita che le intrappola, con uno sbuffo di tenerezza e libertà. Ma diciamolo pure, per una delle Sultane ho provato una sensazione di indifferenza, per un’altra una grande avversione e ad una mi sono terribilmente legata, tanto da volere sapere cosa sarà del suo tempo, prima che il regresso la faccia ritornare di nuovo bambina.
Forse, l’intento dell’autrice è quello di farci assumere consapevolezza dell’amara problematica che affligge il nostro tempo, e lo fa attraverso una sottile ironia restituendocene un quadro stra-maledettamente realistico. Spero di rileggerla davvero presto Oliva e la sua scrittura scorrevole, figurata, sarcastica e leggiadra. Vorrei, inoltre, tanto sapere di Melania e apprendere, un giorno, la sua decisione di non fare più a pugni con la vita, con il suo Tempo.

Marilù Oliva: vive a Bologna e insegna lettere alle superiori. Ha scritto cinque romanzi, di cui tre dedicati al personaggio della Guerrera: ¡Tú la pagarás! (Elliot, 2011), finalista al Premio Scerbanenco, Fuego (Elliot, 2011) e Mala Suerte (Elliot, 2012), gli ultimi due vincitori del Premio Karibe Urbano per la diffusione della cultura latino-americana in Italia. L’ultimo romanzo è Le Sultane, sempre edito da Elliot (2014).
Ha curato l’antologia Nessuna più – 40 autori contro il femminicidio, patrocinata da Telefono Rosa (2013) e ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, ha collaborato alla stesura di manuali scolastici di storia per le Edizioni Cappelli. Ha scritto un saggio su Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010).
Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, L’Unità online.

:: Caccia alla Tigre, Drew Chapman, (Sperling & Kupfer, 2014) a cura Giulietta Iannone

31 luglio 2014 by

indexDiciamolo subito per me la borsa e il mercato azionario sono sempre stati un mistero. Sì, a grandi linee conosco gli attori internazionali in gioco, le logiche legate al profitto, in borsa non si bruciano mai capitali davvero, semplicemente passano di mano, c’è chi ci guadagna e chi ci perde. Principio che la bolla sui derivati ha leggermente messo in discussione. (L’ammontare dei derivati è circa dieci volte superiore al valore del PIL mondiale, fatto che dovrebbe fare tremare le vene nei polsi a qualsiasi economista). Va be’ c’è stata la crisi del ’29, la Grande Depressione, e ora viviamo in un periodo di crisi seguito allo scoppio di una grande bolla immobiliare del 2007, vi dice niente la crisi dei subprime? Ma dove c’è chi ci perde, come dicevo tecnicamente c’è chi ci guadagna. La Cina? L’India? E se le nuove guerre mondiali si combattessero in borsa, se non fossero più armi ed eserciti a mettere in ginocchio paesi e superpotenze, ma solo numeri, azioni, T-Bond e flussi di denaro? Questa è l’idea, e Drew Chapman ci ha costruito su un thriller finanziario, metà spy story, metà war story. Che le guerre siano state combattute da che mondo e mondo per motivi economici è una verità piuttosto assodata, diciamo che già l’uomo primitivo usava la clava sulla testa del suo vicino per accaparrarsi cibo, pelli, animali, e se sempre dico sempre, anche se ammantati da alti proclami retorici, una guerra ha radici economiche, perché non combatterla proprio con armi finanziarie? Perché non combatterla sul fronte ormai ipertecnologico di uno schermo di computer? Internet stesso nacque come progetto militare, quindi fantasia e realtà non vanno tanto in direzioni diverse. Forse davvero la crisi 2007-2014, è una guerra occulta e non dichiarata tra Cina e USA, dall’esito incerto e ancora non del tutto scontato? In fondo l’effetto domino in una guerra simile non è poi così difficile da immaginare. Ma i telegiornali non lo dicono, e come sapete se i mass media non ne parlano, non è vero. Ma torniamo al romanzo. Allora tutto ha inizio quando un giovane analista finanziario, Garrett Reilly, un tipo piuttosto alternativo, non un mostro di simpatia, fumatore compulsivo di marijuana, con fratello morto in Afghanistan e perciò allergico ad autorità e soprattutto militari in genere, scopre che qualcuno sta svendendo qualcosa come 200 miliardi di dollari di T-Bond, a una velocità di 4 e quattordici minuti. Come faccia a capirlo è presto detto: Reilly ha una mente analitica diversa dalla media, lui vede in flussi di numeri apparentemente caotici correlazioni e schemi, un po’ come il bambino autistico, che decifrava codici in Codice Mercury con Bruce Willis. Una speculazione simile potrebbe in breve tempo mettere in ginocchio il dollaro, con la possibilità di generare ingenti profitti per chi cavalca l’onda. Così Reilly avvisa il suo capo, il quale intuendo qualcosa di profondamente sbagliato e pericoloso, avvisa il Ministero del Tesoro. La crisi rientra, in tempo il governo ordina di riacquistare le azioni ma l’allarme è massimo. Dietro tutta questa speculazione c’è la Cina? E’ l’inizio di una guerra non dichiarata? I più alti papaveri del governo e dell’esercito americano si mettono in moto e decidono di assoldare Reilly nelle loro file, per sferrare le loro contromosse. Dall’altro capo del globo, Hu Mei, la tigre, sta combattendo la sua guerra contro il governo comunista cinese, obbiettivo: scatenare una Rivoluzione. Chi vuole fermarla? Chi vuole aiutarla? In che misura le storie di Garrett Reilly e Hu Mei sono collegate? Be’ la storia è complessa, ma il testo è scorrevole e non eccessivamente ostico anche quando parla di mercato finanziario. E’ in fondo un grande romanzo di avventura all’americana con un protagonista atipico, non il classico eroe supermuscoloso e invincibile. Qui abbiamo un ragazzo di ventisei anni, che prenderà coscienza di sé, che inizierà a capire la differenza tra il bene e il male, che crescerà come essere umano su uno sfondo da action movie ipertecnologico. Caccia alla Tigre (The Ascendant, 2013), edito da Sperling & Kupfer e tradotto da Annamaria Biavasco e Valentina Guani, è in fondo un thriller insolito, forse precursore di un genere, adatto a quest’estate anomala, che almeno ad agosto spero porti un po’ di sole. E’ l’ultimo romanzo che recensisco prima della pausa estiva, e comunque non smetterò di leggere. Le mie prossime recensione le ritroverete a settembre. Buona estate!

Drew Chapman è nato a New York. Laureatosi in storia alla University of Michigan, si è trasferito a Los Angeles, dove ha intrapreso una carriera di sceneggiatore che lo ha visto collaborare con i maggiori studios di Hollywood, come la Walt Disney Pictures (Pocahontas) e la 20th Century Fox (Iron Man). È anche autore televisivo per importanti network: ABC, Fox, Sony TV. Dopo il successo del suo romanzo d’esordio, Caccia alla tigre (subito opzionato per una serie tv), è già all’opera su un secondo libro. Vive tra Seattle e Los Angeles.

:: Il sentiero delle stelle, Amy Brill, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

30 luglio 2014 by

amy brillIn Italia e non solo ha goduto fama e stima la compianta astronoma Margherita Hack, ma è dall’Ottocento almeno che l’astronomia ha attratto le donne, aiutate dal fatto che era un’attività che si poteva coltivare da casa, in notti in cui la luna e le stelle erano ancora le uniche luci presenti nel cielo.
In Il sentiero delle stelle l’autrice Amy Brill, esordiente da tenere d’occhio, racconta la storia inventata di una di loro basata sull’astronoma Maria Mitchell, Hannah Price, bibliotecaria e appassionata di stelle per diletto che sull’isola di Nantucket, al largo del Massachussets, impegnata a trovare un suo posto in un mondo in cui alle donne veniva riservato, più ancora di oggi, un ruolo subalterno. Una strada che Hannah troverà, anche se ad un prezzo non basso.
Hannah è curiosa, in anticipo su tempi in cui comunque la scienza mise solide radici in una concezione ormai moderna dell’osservazione del cielo, durante il quale si scoprirono costellazioni e comete: il libro ricorda l’impegno delle donne nella ricerca, fotografando anche un’epoca e un ambiente particolare, quello delle isole nell’Atlantico, ancora più arretrate e difficili da vivere che non la terraferma, dove si viveva di caccia alle balene e dove le città erano costruite tutte in legno, in un periodo in cui era altissimo il rischio di incendi e si rischiava letteralmente di perdere tutto, come effettivamente accadde più di una volta.
Accanto alla storia di un’affermazione scientifica e intellettuale, non manca la vicenda d’amore, insolita e soprattutto proibita per l’epoca, perché Hannah conoscerà il marinaio di colore Isaac, con il quale rimarrà per sempre in contatto, in un mondo in cui non concedeva altro, tenendo conto che Hannah appartiene ad una famiglia di religione quacchera, anche se suo padre e suo fratello, imbarcato su una baleniera, sono comunque diversi e le hanno permesso più libertà di altre, una libertà che la porterà a viaggiare e a insegnare quella materia a cui si è appassionata da autodidatta.
Il sentiero delle stelle è un libro insolito e curioso, una storia al femminile e femminista originale e non scontata, oltre che una pagina di Storia poco nota, ma in fondo importantissima anche per l’oggi: non sono mancati negli anni i libri ambientati nell’Ottocento, non più solo come secolo romantico e stereotipato, né le storie di donne anche controcorrente né i ritratti di realtà insolite, ma questo libro mette insieme vari elementi in maniera interessante e non scontata, con una storia di ricerca di sé attraverso le stelle.
Un libro che può piacere agli amanti del romanzo storico non legato a schemi, a chi ama le storie in rosa non scontate, a chi cerca qualcosa comunque di diverso ed è incuriosito da stili di vita di ieri poco praticati e oggi scomparsi.
La vera Maria Mitchell visse davvero a Nantucket, oggi luogo di villeggiatura fuori dal mondo, più vicino alla modernità ma sempre abbastanza un mondo a parte, sospeso nel tempo, con in alto una coperta di stelle che forse nemmeno l’invenzione della luce elettrica, con cui si chiude il libro, è riuscita a cancellare.

Amy Brill Ha cominciato a scrivere a 14 anni con un romanzo rimasto nel cassetto, e ha continuato con articoli, saggi, racconti pubblicati su diverse riviste letterarie. Uno di questi è stato finalista al Pushcart Prize. Il sentiero delle stelle è il suo primo romanzo, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti ed è in corso di traduzione in diversi Paesi.