:: Non puoi dimenticare, Jonathan Stone, (Newton Compton, 2015)

12 febbraio 2015 by

nonThriller anomalo, Non puoi dimenticare (Moving day, 2014), quinto romanzo di Jonathan Stone, edito in Italia in questo inizio 2015 da Newton Compton e tradotto da Roberto Lanzi. Certo un’ opera di fantasia, pur tuttavia capace di affrontare temi anche profondi che solitamente nei thriller sono poco presenti. Già il protagonista Stanley Peke, non è esattamente il classico vecchietto ormai in pensione, un po’ svanito, benestante, chiuso nella sua casa confortevole e piena di ricordi del New England. Stanley Peke ha un segreto racchiuso nel suo passato quando come Stanislaw Shmuel Pecoskowitz si trovò ad affrontare uno dei più grandi drammi della storia. Sfuggito all’Olocausto, forte abbastanza da attraversare l’Oceano e ricostruirsi una vita in America con la moglie Rose, ora sente di essersi meritato di trascorrere gli ultimi anni che gli restano sotto il sole della California. Così organizza il trasloco di tutti i suoi beni terreni affidandoli ad una ditta di trasporti che li consegnerà nella nuova residenza. Se non che quando la ditta di trasporti si presenta con un giorno di anticipo, il dubbio che qualcosa non torni lo assale, ma forse è solo lui che inizia a dimenticare le cose. E invece si trova vittima di una delle tante truffe ai danni di anziani che si stanno diffondendo a macchia d’olio. Il giorno dopo quando si presenta la vera ditta di trasporti è tutto chiaro. L’hanno derubato di tutti i suoi beni, dei suoi ricordi, delle sue fotografie, del suo passato. E Stanley Peke non ci sta. Ha sofferto troppo nella vita, già una volta l’hanno privato della sua esistenza, della sua storia e ora è deciso a non lasciare correre, anche se l’assicurazione ripagherebbe il danno puramente economico. Ma lui rivuole ciò che gli appartiene, così si mette sulle tracce dei ladri con l’aiuto del figlio Daniel e del suo vecchio amico Itzhak, sopravvissuto come lui.
Quanto gli oggetti che possediamo siano più importanti del loro valore puramente monetario è ciò che impara ben presto Stanley Peke, o forse l’ ha sempre saputo. Sono simboli che racchiudono la nostra identità, ed è questa identità che il protagonista non vuole che gli sia sottratta. Le sue foto, l’orologio, i mobili, i tappeti, sono tutti parte di ciò che Pike vuole conservare, vuole difendere. Truffe come quella escogitata per sottrargli i suoi beni, sicuramente sono più comuni in America, dove le grandi distanze rendono quasi impossibili gli inseguimenti, ma anche da noi le truffe contro gli anziani sono all’ordine del giorno. Bussano alla porta fingendosi addetti del gas, o altro e tradendo la buona fede di persone che a volte fanno entrare in casa estranei solo per chiacchierare e combattere la solitudine e poi si trovano derubati dei loro soldi, o degli oggetti preziosi. E l’anziano quasi sempre si crede responsabile, giustamente punito per la propria debolezza e ingenuità. Jonathan Stone ribalta la situazione, e ci parla di un uomo che reagisce, che fa i conti con il suo passato e da vittima diventa una sorta di giustiziere. Certo ha bisogno di aiuto, non può fare tutto da solo. Ma è difficile non tifare per il nostro arzillo vecchietto, fino al finale, forse non imprevedibile, ma sicuramente ammonitore. Non sappiamo mai chi siano davvero le persone, anche quando sembrano del tutto innocue .

Jonathan Stone. Laureato a Yale, scrive la maggior parte delle sue opere sul treno che ogni giorno lo porta dal Connecticut a Manhattan, dove lavora come direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria. È autore di racconti pubblicati in diverse raccolte di successo e di cinque romanzi. Non puoi dimenticare, appena pubblicato negli USA, è già stato opzionato per ricavarne un film. jonathanstonebooks.com

:: Il libro dell’amor perduto, Lucy Foley, (Neri Pozza, 2015) a cura di Elena Romanello

11 febbraio 2015 by

amorAnni Ottanta: la giovane fotografa Kate scopre che sua madre June, celebre ballerina da poco scomparsa, non era la vera figlia di sua nonna Evie, insegnante di danza.
Kate parte alla ricerca della sua vera nonna, la misteriosa Celia, scoprendo una storia d’amore che risale agli anni Venti, quella tra l’artista Tom e la ribelle ragazza di buona famiglia Alice, scoprendo segreti e avventure, sullo sfondo di un ventennio tra i più densi della Storia europea, e trovando una parte della sua famiglia che non sapeva che esistesse, anche solo per un ultimo saluto, scoprendo che in fondo esistono tanti modi di amare.
Il tema del ragazzo o ragazza di oggi che cerca notizie sui nonni non è nuovo, ma non per questo è brutto rileggerlo, anzi. La Storia europea dell’ultimo secolo ha sempre il suo fascino, soprattutto se riguarda persone che fanno professioni creative, un tema molto amato e che torna nei libri editi in italiano dalla Neri Pozza. Il punto è che questo romanzo, scritto comunque con garbo e con una scrittura lineare e non dozzinale che si lascia leggere, è già troppo sentito.
Tutto, nel libro, è già stato raccontato, in altri libri, e se senz’altro Il libro dell’amore perduto, pessima traduzione del migliore originale Book of lost and found, è ad un altro livello rispetto a vari romanzetti rosa anni Ottanta, comunque resta poco incisivo e troppo già visto, in una sorta di bignami del Secolo breve che non aggiunge niente a chi conosce già quei fatti, che ci sono praticamente tutti, dalla Grande Depressione alla Resistenza, dalla Guerra civile spagnola alla campagna nel Mediterraneo degli Alleati.
Tra le pagine ci sono anche elementi interessanti, a cominciare dai richiami ad una pagina rimossa della Storia britannica, e cioè le simpatie che molti membri dell’aristocrazia avevano per il fascismo e nazismo, ma tutto rimane troppo sullo sfondo, in un libro che non sa decidersi tra romanzo rosa, rispetto al quale ha più pretese e senz’altro più numeri, e narrativa più di qualità, rispetto alla quale il tutto è un po’ troppo superficiale, un accumulo senza molta organizzazione e rilettura.
Lucy Foley dissemina il suo libro di tante cose e eventi, ma alla fine non approfondisce niente, a cominciare dalle atmosfere e dai tempi descritti, con elementi interessanti a tratti ma con tutto che rimane in maniera embrionale, più simile ad un’occasione perduta che ad un libro veramente riuscito. E gli ingredienti c’erano, non è questo che manca, ma a tratti l’aggettivo superficiale emerge tra le righe e nelle descrizioni. Peccato.
Una cosa curiosa è la scelta di ambientare i tempi recenti negli anni Ottanta, forse per motivi di tempistica (chi era ragazzo negli anni Venti oggi non c’è proprio più), peccato che quel decennio rimasto nel cuore di chi oggi ha cinquant’anni e potrebbe essere un lettore o meglio una lettrice potenziale non viva di vita propria.
Tra le righe, però, un po’ di stoffa nell’autrice emerge, e no, non è Liala o Delly o la Mc Cullough di Uccelli di rovo. Speriamo che in una futura opera l’autrice sappia mettere a frutto le idee buone e conquistare qualcuno in più rispetto a chi cerca solo l’ennesima, commovente storia d’amore non a livello Harmony.

Lucy Foley è laureata in Letteratura inglese alla Durham University e specializzata in Modern Fiction alla UCL. Ha lavorato a lungo come editor presso la casa editrice inglese Hodder & Stoughton. Attualmente vive a Londra. Il libro dell’amore perduto, i cui diritti sono già stati acquistati in tutto il mondo, è il suo primo romanzo.

:: Non ditelo allo sposo, Anna Bell, (Tre60, 2015) a cura di Viviana Filippini

10 febbraio 2015 by

nonIn amore quanto conta la sincerità? Bella domanda vero? L’essere sinceri e il mentire a fin di bene per rimediare ai propri errori sono alla base della simpatica commedia rosa Non ditelo allo sposo, di Anna Bell, uscito di recente da Tre60 editore. Penny- Penelope- la protagonista della vicenda sta per vedere realizzarsi il sogno della sua vita, sposare il suo fidanzato. Fino a qui nulla di strano se non il fatto che nell’avvio dell’organizzazione di tutto il gran carrozzone matrimoniale, la protagonista scopre di aver dilapidato la maggior parte dei risparmi del conto in banca, suo e del fidanzato, giocando al bingo on line. Non ditelo allo sposo si ispira chiaramente ad uno dei reality show più noti nel panorama televisivo italiano – Non ditelo alla sposa-, solo che in questo caso ad essere all’oscuro di ogni evento, non è la futura sposa, ma Mark, il fidanzato della protagonista. Penny- che devo essere sincera mi ha ricordato un po’ Bridgett Jones- è arrabbiata con se stessa, perché è consapevole dell’errore compiuto e decide di rimediare in qualche modo cercando di organizzare un matrimonio da favola, valutando però ogni singola cosa (dal vestito, al cibo, alla macchina, al luogo del banchetto) per non eccedere nelle spese. In questa sua impresa titatnica Penny incontrerà non pochi ostacoli, ma la sua capacità inventiva le permetterò di superare anche l’imprevisto più limitante. Non ditelo allo sposo della Bell è un romanzo ironico, ma allo stesso tempo pone attenzione ad alcune tematiche importanti come le dipendenze dal gioco e le catastrofiche conseguenze che esse possono avere in un famiglia. Altro tema importante è la fiducia e il rispetto che si stabiliscono nelle relazioni con il prossimo. È vero Penny mente al futuro marito, ma lo fa perché vuole riuscire a risolvere da sola il grave errore compiuto. La ragazza sa di aver tradito la fiducia di Mark e sa che dovrebbe affrontare il problema con lui, ma la paura di essere lasciata dall’uomo che ama, e con il quale vuole trascorrere il resto della vita, è ciò che la spinge a mentire e a voler uscire dai guai da sola. La storia di Penny è interessante, perché la protagonista anche se ha un budget economico molto limitato, si renderà conto che basta aguzzare l’ingegno – e la stessa autrice ne sa qualcosa- per riuscire a trovare soluzioni per ogni evento. Non ditelo allo sposo è caratterizzato da un ritmo narrativo incalzante, nel quale si alternano momenti comici a situazioni serie (per esempio quando la protagonista deve parlare della sua ludopatia con sconosciuti affetti dal suo stesso problema) che evidenziano la molteplicità delle sfumature che la vita umana presenta. Non ditelo allo sposo di Anna Bell è una commedia romantica simpatica e perché no anche un interessante manuale rapido su come scoprire soluzioni alternativa per realizzare il matrimonio dei proprio sogni, dove ciò che non deve ma mancare come punto di forza è l’amore. Traduzione Ilaria Katerinov.

Anna Bell, inglese di nascita, collabora da diversi anni con il sito Novelicious, una importante community per aspiranti scrittori e dove l’autrice di Non ditelo allo sposo è diventata il principale punto di riferimento. Abbandonata la carriera di curatrice museale, la Belle ha deciso di dedicarsi in modo completo alla scrittura. Questo è il suo primo romanzo, nato prima come e-book, diventato un successo grazie al passaparola e pubblicato dall’editore Quercus. Per saperne di più www.annabellwriters.com.

:: Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale, a cura di Gian Paolo Serino (Edizioni Clichy, 2015)

10 febbraio 2015 by

bianParrà strano ma nel mondo delle lettere il peggior peccato di uno scrittore consiste nello scrivere. Il Nostro se ne asterrà, per quanto possibile: un pezzo di colore esotico a vent’anni, una cauta recensione a venticinque, a trent’anni, già intellettuale di successo, “curerà” libri evitando di scriverli o di tradurli. Due pagine di prefazione, tanto per mettere le mani avanti, mai elogiative, anzi limitatorie… Se il libro andrà bene suo il merito. Nel caso contrario, ci vuole assai poco a dar la colpa a chi ha lavorato. Se l’ammalato dovesse morire, si può, in coscienza, dare la colpa al curatore?

Un Bianciardi riscoperto, sottratto alle ombre di un’amnesia collettiva, o più che altro selettiva, riemerge da Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale (Edizioni Clichy), testo a cura del critico letterario Gian Paolo Serino. Non un saggio critico (è un agile libretto di un centinaio di pagine, formato piccolo, composto da una nota biografica, una nota critica scritta da Serino e tante foto in bianco e nero, quasi evaporate, e citazioni, oltre a testi più ampi tratti dai suoi romanzi e articoli giornalistici e una bibliografia essenziale), più che altro un invito alla lettura, di un autore più commentato che letto, che ironia del caso forse oggi è più conosciuto per le sue traduzioni che per i suoi romanzi o saggi.
Porterà davvero a una rilettura di Bianciardi, la lettura e diffusione di questo testo? Questo non lo so, ma quello che è certo farà emergere una specie di senso di colpa, perché cosa c’è di più sovversivo che il pensiero di un uomo libero, non asservito alle logiche dell’industria culturale della nostra società dei consumi, in un mondo dove questo è la norma. Bianciardi visse ai suoi albori, all’inizio del boom economico degli anni 60, intuì il ruolo della televisione, veicolo principe di consumi indotti, e si trovò a fare delle scelte, anche etiche e morali, su come vivere il suo stato di intellettuale anarchico e non compromesso con le logiche di potere.
E sicuramente questo non gli è stato perdonato, allora come oggi. Il grande successo de La vita agra avrebbe potuto corromperlo, gli applausi ricevuti avrebbero potuto privarlo della forza morale necessaria a dire no, a negarsi a quello stato di cose. Bianciardi non si è piegato ma il prezzo che ha pagato in vita, (l’isolamento, l’alcolismo) e in morte, la dimenticanza, sono di memento a tutti coloro che preferiscono la libertà al successo economico e alla fama.
Ne è valsa la pena? Per alcune persone non è una domanda sensata, comportarsi così è semplicemente l’unico stato di cose possibile, l’unica via d’uscita.

Gian Paolo Serino, classe 1972, critico letterario e giornalista, fondatore di Satisfiction.

:: Il signore del fuoco, Torkil Damhaug, articolo e intervista a cura di Marco Piva

9 febbraio 2015 by

signore fuocoMi avvicino sempre con un pizzico di diffidenza alle proposte provenienti dal sempre inflazionato filone di gialli scandinavi. Sugli scaffali delle librerie il ritmo di uscite rasenta la saturata catena di montaggio. Sembra di trovarsi di fronte ad un’agguerrita gara tra piccole e grandi case editrici nel cercare di reperire la new sensation, la gallina dalle uova d’oro, il novello Stieg Larsson o l’ennesimo rampante clone della fatalona Camilla Lackberg .
“Il signore del fuoco” ha fatto capolino tra le mie letture in maniera timida e casuale. Come i miei amori, i più grandi sono nati così.
L’approccio iniziale con il romanzo è stato ostico, le tematiche sono complesse e molto articolate, la storia, come da tradizione nordica, è gestita con ritmi molto dilatati e carbura lentamente.
Passato però lo scoglio delle prime 50 pagine si è dispiegata una vicenda incredibilmente affascinante, dall’intreccio magistrale, di grande profondità e spessore, tenuta per redini salde, con la forte personalità del navigato romanziere.
“Il signore del fuoco” è molto di più di un semplice thriller. E’ un romanzo che getta seme sulla riflessione, entra nel disagio giovanile, analizza con cognizione di causa le difficoltà d’integrazione tra credi religiosi diversi, scandaglia il male e professa con grande sentimento la potenza della scrittura che diventa la via fertile per esorcizzare e comprendere, l’unica arma non violenta. Una scrittura che mette ordine tra i frammenti rotti e diventa la colla capace di fare stare insieme il mondo.
Onore quindi alla casa editrice Atmosphere libri che sta facendo, non tra poche difficoltà, un lavoro encomiabile nel cercare di portare all’attenzione autori talentuosi e meritevoli.
Metto subito in chiaro che Torkil Damhaug non rappresenta il primo novellino che passa. Ha scritto 5 romanzi, in patria ha vinto il Rivertonprisen nel 2011, proprio con questo libro, ed è stato nominato al Glass Key, riconoscimento vinto negli anni scorsi da un certo Jo Nesbo. In Germania è uno scrittore apprezzato e molto seguito.
L’ho conosciuto in occasione del recente Nebbiagialla di Suzzara. Torkil è un personaggio simpatico, generoso ed estremamente cordiale, con importanti esperienze professionali nel campo della psichiatria. Ci siamo defilati in un angolino improvvisato, al termine dell’interessante presentazione in programma gestita dalla brava e competente Eva Massari. Nonostante l’ausilio di mezzi di fortuna, e grazie all’aiuto dell’instancabile Cristina Aicardi, che è stata la voce autorevole della manifestazione nel lavoro di traduzione (e che ringrazio davvero di cuore), siamo riusciti ad assemblare questa intervista che mi auguro possa dare una chance di visibilità a questo scrittore che meriterebbe una possibilità certamente non inferiore a nomi ben più blasonati, spinti dal marketing incessante di agguerrite ammiraglie editoriali. “Il signore del fuoco”, infatti, è solo il primo tassello di un progetto tetralogico già giunto alla sua conclusione in Norvegia.

Torkil-Damhaug-200x300D) Torkil, il tuo ottimo romanzo risulta estremamente attuale proprio alla luce dei recenti episodi terroristici che hanno colpito il cuore della Francia. Nel libro, infatti, ci descrivi la difficile relazione sentimentale e i forti contrasti che si creano tra due ragazzi e le rispettive famiglie di origine e fede religiosa diversa. Ti chiedo se ritieni sia possibile una pacifica integrazione tra popoli e culture differenti?

R) Ho terminato di scrivere questo libro proprio nell’estate in cui si sono verificati i tragici fatti sull’isola di Utoja che hanno sconvolto, non solo la Norvegia, ma tutto il mondo. Dobbiamo cercare un’integrazione, non abbiamo altra scelta. Il mondo è così piccolo, i confini sono così vicini che l’unica strada percorribile è quella del dialogo. Nel futuro se vogliamo sopravvivere dovremo necessariamente imparare a confrontarci ed accettarci. E’ necessario comprendere le nostre differenze perché abbiamo il diritto di essere liberi. Questo lo dico senza retorica o falsità. E’ un pensiero che sento fortemente. Credo che l’inasprimento di queste situazioni sia dovuto al fatto che per tanto tempo abbiamo cercato di nascondere e minimizzare dei problemi e dei disagi che dovevano essere affrontati e condivisi. La mancata comunicazione ha alimentato una tensione che è arrivata ad un punto di saturazione, come una miccia innescata arrivata al punto dell’esplosione.

D) La strage compiuta alla sede del settimanale satirico francese Charlie Hebdo, se da un lato va certamente condannata, ci pone importanti riflessioni sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Credi che nello scrivere, nel testimoniare e nel documentare ci debba essere un limite etico e morale entro il quale spingersi?

R) La libertà di espressione e di pensiero è una cosa irrinunciabile ed è pilastro fondamentale per la salvaguardia della nostra società. Ci deve essere una critica costruttiva e non condizionata. Ciò non toglie che non può mancare il rispetto verso gli altri in nome di una fantomatica libertà. E’ importante avere perfettamente chiaro questi due concetti che non possono entrare in rotta di collisione.

D) In seguito agli attentati francesi l’europarlamentare Marie Le Pen ha riacceso il fuoco della polemica sulla legittimità della pena di morte. Vorrei conoscere il tuo parere a riguardo?

R) Sono assolutamente contrario alla pena di morte che cancellerebbe qualsiasi parvenza di civilizzazione della società moderna. Applicare la pena di morte travalicherebbe un limite che potrebbe innescare un pericolosissimo effetto domino ma, soprattutto, rappresenterebbe un atto irreversibile. La storia giudiziaria è costellata da gravissimi errori che non potrebbero essere riparati in nessuna maniera.

D) Concentriamo ora l’attenzione sulla vicenda poliziesca, considerato che in via primaria “Il signore del fuoco” rimane un avvincente thriller carico di tensione. Uno dei personaggi che esce con maggiore incisività è un piromane seriale. Considerato la tua esperienza professionale in qualità di psichiatra, cosa ti affascina e colpisce di una personalità così morbosa e malata?

R) L’uomo è un animale sociale, sia a livello biologico, sia istintivo, che di norma riesce a governare i suoi impulsi nei rapporti relazionali, salvo casi estremi come la difesa e la sopravvivenza. Ciò che mi affascina comprendere sono gli strani meccanismi che si innescano nella mente che spingono ad oltrepassare i limiti della ragione e del raziocinio e fanno fuoriuscire il male. Scrivere narrativa poliziesca mi da la possibilità di approfondire queste tematiche con un linguaggio efficace che riesce ad arrivare alla gente.

D) Ritieni pertanto che dietro una personalità malata si nasconda sempre un passato problematico e turbolento? Non credi si possa uccidere semplicemente per il puro piacere di farlo?

R) E’ un interrogativo sul quale rifletto spesso. Ci sono correnti di pensiero e opinioni completamente spaccate che suscitano il mio interesse. Sono stato recentemente ad una conferenza ad Istanbul focalizzata su questo tema che è stato ampiamente sviscerato in profondità ma non credo si possa dare una risposta certa. Alcuni misteri della mente umana rimangono ancora enigmi irrisolti.

D) E’ apprezzabile comunque il profondo lavoro di scavo della personalità disturbata del piromane seriale. Mi ha colpito particolarmente la dettagliata dinamica che porta all’azione incendiaria. Il piromane prova particolare soddisfazione ed appagamento più dalla casualità che si possa scatenare l’incendio che dalla realizzazione finale stessa, come se fosse il fattore imponderabile a governare l’evento. Credi alla casualità o ritieni che l’uomo sia sempre artefice e arbitro del proprio destino?

R) Noi cerchiamo di essere il più possibile padroni del nostro destino ma certamente esiste una casualità che siamo incapaci di governare che ci porta su strade che non avremmo mai scelto. Facendo un semplice esempio che ti possa dare l’idea: si può imparare a cavalcare un cavallo, ma esiste sempre l’incognita rappresentata dall’animale stesso. La sfida dell’essere umano sta nel cavalcarlo e domarlo.

D) Nella complessa indagine investigativa che deve portare risposte ai tanti misteri, il ruolo della polizia e degli inquirenti appare per lo più marginale e di contorno. Le azioni più incisive nell’arrivare alla scoperta della verità sono messe in campo da un giornalista di cronaca e dalla sorella del ragazzo scomparso, una ragazza con il talento della scrittura. Il mezzo quindi della scrittura per arrivare a comprendere ed esorcizzare. Quanto credi nella forza di questo strumento?

R) Mi affascina molto lavorare con le parole, la parola scritta ha un grandissimo potere, soprattutto quello di esplorare nel profondo, di sondare nell’animo dell’essere umano. Si può giocare con le parole, usare la retorica, la forma scritta ti permette di fare tante cose. I buoni romanzi che ricercano questo obiettivo sono quelli che sopravvivono nel tempo. Pensiamo a Dante e la Divina Commedia. Le parti a mio avviso più intense di quest’opera straordinaria sono quelle in cui entra nella psicologia dei personaggi, come ad esempio il Conte Ugolino e Francesca da Rimini. Forza che diventa immortalità.

D) Ma come la spieghi questa tua forte motivazione nello scrivere?

R) Ho iniziato a scrivere per me stesso perché era un modo per arrivare a conoscermi. Il percorso e l’evoluzione naturale di questa attività mi ha portato al pubblico di lettori e da quel momento è stato come se fosse iniziato un dialogo, uno scambio reciproco. Quando ci sono lettori che ti seguono nasce una doppia responsabilità: nei tuoi confronti e in quella degli altri. Ci sono reazioni e critiche che devi essere pronto ad accettare in un confronto costruttivo costante.

D) Nelle librerie italiane vengono sfornati gialli nordici a getto continuo, per noi stessi lettori italiani diventa complicato orientarsi in un mercato così inflazionato. Come giudichi lo stato di salute del poliziesco nei paesi Scandinavi?

R) Il genere in Norvegia è molto popolare, soprattutto per il fatto che utilizza un linguaggio normalmente efficace e semplice nell’arrivare alla gente. Il giallo ha una struttura lineare, scorrevole e gioca sulla componente del mistero e della suspense. Va fortissimo Jo Nesbo che merita, a mio avviso, tutta la popolarità che sta avendo, perché ha capito perfettamente come scrivere storie avvincenti e adrenaliniche. Personalmente il più bel giallo scandinavo che ho letto s’intitola “Handelser vid vatten” ed è stato scritto dalla norvegese Kerstin Ekman (pubblicato in Italia da Il saggiatore nel 2009 con il titolo “Il buio scese sull’acqua”, “Black water” nel mercato anglosassone).

D) Ma chi sono i tuoi romanzieri contemporanei di genere preferiti?

Su tutti l’americano Cormac McCarthy che mi rendo conto non sia propriamente uno scrittore di romanzi polizieschi, ma la sua produzione letteraria è nerissima. Apprezzo molto anche lo scrittore australiano Peter Temple (un paio di suoi romanzi sono stati tradotti in Italia da Bompiani) per la potenza della sua scrittura, l’intreccio delle trame e la complessità di tratteggio dei suoi personaggi.

Grazie Torkil per la tua disponibilità.

:: Traduzione “live” di Cristina Aicardi

:: La fabbrica delle meraviglie, Sharon Cameron (Mondadori, 2015) a cura di Elena Romanello e Federica Spinelli

6 febbraio 2015 by

fabElena Romanello

Gran Bretagna, epoca vittoriana: in una notte di nebbia la giovanissima Katharine arriva in uno sperduto maniero con l’incarico dato dalla sua famiglia di origine di controllare che lo zio George, eccentrico ma benestante parente, non stia dilapidando il suo patrimonio, unica possibilità per lei e soprattutto per il fratello di avere una vita decente.
Dopo alcuni spaventi iniziali Katharine scopre che lo zio George non è assolutamente pazzo, ma è un geniale inventore di macchinari incredibili, pesci meccanici, bambole che suonano strumenti, orologi dalle mille funzioni. Inoltre ha dato ospitalità nella sua casa a varie persone, provenienti da situazioni di disagio, che con lui hanno trovato lavoro e una ragione di vita.
Katharine conosce anche uno di questi amici dello zio, il giovane Lane, ma capisce anche che deve scegliere tra quello che conosce da sempre, anche se forse non è la cosa giusta per lei e per tutti, e un nuovo modo di vedere la vita, che dà fastidio a non poche persone.
La fabbrica delle meraviglie di Sharon Cameron, presentato come romanzo young adult, ha non pochi elementi di interesse e non pochi livelli di lettura. I bibliofili ci troveranno vari riferimenti a quell’epoca impagabile nella produzione letteraria che è l’Ottocento inglese, che ha prodotto autori e autrici del calibro di Dickens e delle sorelle Bronte, da cui l’autrice riprende le atmosfere di suspense e le tematiche sociali.
Inoltre ci sono richiami al filone steampunk, la fantascienza nel passato, che ha nell’Ottocento inglese il suo periodo favorito, anche se va detto che gli automi sono una realtà documentata, che ebbe il suo momento d’oro nel Settecento, ma che era presente anche nel secolo successivo.
La fabbrica delle meraviglie è una storia di formazione, con colpi di scena e avventure, con protagonisti in anticipo sui tempi e un apologo a favore della diversità e dell’anticonformismo, sempre attuale.
L’unica cosa che forse stona un po’ è la scelta della protagonista, troppo anacronistica: nell’Ottocento una ragazza di nemmeno diciotto anni non avrebbe mai avuto tutta la libertà di movimento e di visita di Katharine, diverso era il caso di Jane Eyre che si trovava a dover vivere le sue avventure spinta dal lavoro che svolgeva per necessità, qualche anno in più sarebbe stato più credibile per spiegare il viaggio e la pemanenza a casa di zio George.
Detto questo il romanzo è interessante, sia all’interno del filone young adult, dove non sempre le proposte sono all’altezza e originali, sia da leggere se si ha qualche anno in più. Katharine è un personaggio inventato, ma zio George è ispirato ad una figura storica, quella del duca di Portland, uomo schivo che detestava l’aristocrazia e i suoi riti e che fece costruire nella sua dimora un’enorme biblioteca, una centrale a gas, spazi per praticare sport, case per gli operai all’avanguardia, dando da lavorare e da vivere oltre milleseicento persone per decenni, anticipando esperimenti di personalità come Leumann e Adriano Olivetti.

Federica Spinelli

L’incontro con questo libro è avvenuto un po’ per caso. Ammetto che dietro la mia decisione di recensirlo sicuramente ha giocato un ruolo importante la mia simpatia per la letteratura per ragazzi e il fatto che ormai da qualche tempo non mi misuro più con la materia. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu proprio la copertina, devo dire assolutamente sobria e ben scelta. Sul fronte della sovraccoperta è disegnato un profilo femminile, con uno stile che ricorda chiaramente un cammeo, circondato da una oggetti che richiamano il mondo degli orologi che come il lettore scoprirà in seguito, sono un elemento tematico ricorrente insieme il tempo. Pochi e semplici elementi ben distribuiti e delineati da una grafica chiara e da un disegno pulito rimandano ad alcuni tratti della trama e danno al lettore le prime indicazioni sull’atmosfera della storia.
La fabbrica delle meraviglie racconta la storia di Katharine, orfana che vive con la ricca e tirannica zia Alice, inviata da quest’ultima nella tenuta di Stranwyne, per accertarsi dell’instabilità mentale di suo zio George, sorpannominato Tully, e permettere così al figlio di mettere le mani sull’immenso patrimonio di famiglia. Quando la ragazza arriva in questa oscura e polverosa villa, l’accoglienza non è delle migliori. L’atmosfera cupa e gli ambienti sinistri convincono la ragazza a chiudere la faccenda il prima possibile e tornare a Londra e alla sua vita, ma ovviamente il destino ha ben altri progetti e i piani iniziali della ragazza verranno stravolti da una serie di scoperte e dall’evolversi degli eventi che la porteranno a scoprire una verità diversa da quella che si era aspettata. Nonostante il difficile inizio, una casa deserta e piena di stanze buie e polverose, di scricchiolii sospetti e di risatine nel buio e la diffidenza palese degli abitanti del villaggio, la ragazza riuscirà con pazienza a farsi conoscere e ad andare a fondo al mistero che circonda il mondo in cui è stata catapultata. A rendere ancora più difficile la situazione della ragazza ci saranno una serie di incubi che sembreranno perseguitarla arrivando a mettere in dubbio la sua stessa sanità mentale. Katharine, attraverso un percorso di crescita, arriverà a diventare una paladina e a liberare non solo la tenuta da un oscuro piano ma la sua vita dall’ingombrante presenza della zia e riuscirà a riconquistare la libertà. La ragazza nella veste di una novella Jane Eyre scoverà tutti i segreti rimasti intrappolati nella tenuta per portare alla luce un progetto di generosità e buon cuore che ruota intorno alla figura eccentrica dello zio George. Il romanzo ambientato durante l’epoca vittoriana, mescola molto sapientemente la suspance del mistery e la libertà narrativa del fantasy, e affonda le sue radici narrative in un fatto realmente esistente: la scrittrice si ispira alla storia di Welbeck Abbey, la tenuta del duca di Portland che aveva dilapidato il patrimonio di famiglia facendo costruire una galleria sotterranea ma garantendo vitto, alloggio e un lavoro a centinaia di persone. Da questa traccia prende spunto e si dipana la storia de La fabbrica delle meraviglie. Questo libro ha tutte le carte in regola per rendersi interessante agli occhi di un giovane lettore in quanto si presenta scorrevole, avvincente e sorprendente nella trama con una giusta dose di suspance e mistero con molti punti in comune in quanto ad atmosfera e ambientazione con due “big” della letteratura per ragazzi: Hugo Cabret e Alice nel Paese delle Meraviglie. La curiosità che spinge ad andare avanti nella lettura è ben retta da una trama strutturata e accattivante e in definitiva ben scritta. La bravura dell’autrice è stata però anche quella di renderlo interessante anche agli occhi di un lettore adulto che sia predisposto a lasciarsi incantare dalla storia. Insomma un romanzo a tutto tondo dedicato a chi ha voglia di farsi sorprendere e farsi un po’ prendere in giro dalla finzione letteraria.

Sharon Cameron Insegnante di pianoforte, appassionata di teatro, è sposata e ha un figlio. Adora la Scozia, le storie in costume e gli indovinelli. Vive negli Stati Uniti, a Nashville, Tennessee.

:: A testa in giù, Elena Mearini, (Morellini, 2015) a cura di Natalina S.

6 febbraio 2015 by

a-testaÉ bello provare meraviglia. E lo è ancor più se a suscitarla è un sentimento di sorpresa verso qualcosa di atteso e conosciuto come l’arte di Elena Mearini, scrittrice lombarda dal tratto indiscutibilmente autentico e personale.
Perito delle parole e della loro armonia nei giusti incastri, Mearini, dopo la storia di Vera in 360 gradi di rabbia (Excelsior 1881) e quella di Serena in Undicesimo comandamento (Perdisapop), riappare sullo scenario letterario con un nuovo romanzo, A testa in giù, edito da Morellini.

È una storia dolce, nostalgica, a tratti amara ma ricca di speranza,  quella che l’autrice milanese ci racconta attraverso le voci, in prima persona, di Gioele e Maria, anelli tanto fragili quanto forti di una società complessa, spesso arroccata su convinzioni egoiche e false da sfaldare e sfalsare. Due vite in una sola vita, due storie in una sola storia come il battito delle mani di Gioele, sul volante del suo Maggiolone, nel loro ritmo uno, uno-due, a testa in giù. Vien persino male a parlare di rovescio. Ricorda la pioggia, il vomito, qualcosa che è sverso, non conforme, strano. Come Gioele e il suo muro di silenzi. Come Van Gogh e la sua faccia di pietra scavata. Ma che bello sarebbe se tutti noi provassimo a capovolgere il mondo e ci avvicinassimo ai tanti Gioele e ai tanti Van Gogh che ci stanno a fianco? Scambiare i sassi per le nuvole e credere di camminare in cielo con i piedi in terra ci permetterebbe di guardare la vita dalla prospettiva del prossimo tuo come il comandamento dell’Amore insegna.
…è una storia tenera, melanconica, a tratti aspra ma dal sapore buono quella che l’autrice milanese ci consegna attraverso le parole non dette di Gioele e quelle dette di Maria che al contrario del primo ne ha tante anche perché il silenzio è freddo, un secolo è lungo da abbracciare e storie ne ha da raccontare; come la fame e i suoi morsi da leone, la guerra e le sue ferite, l’egoismo e le sue mediocrità.
In un continuo andirivieni tra passato e presente prende forma l’impalcatura narrativa; un viaggio fisico quanto temperale che da Milano ci porta a Covo e poi a San Giorgio; che dal qui e ora ci porta nel luogo di allora, che come allora non è… non è più, se non nel cuore e nella memoria di Maria.
Bisogna saperle trattare, le parole. Altrimenti ti si rivoltano contro, fino a sciupare la storia che avresti tanto voluto raccontare”. E non v’è dubbio alcuno che la Maria il suo canovaccio l’abbia saputo intessere; un punto a destra e uno a sinistra e la trama restituisce un ricamo perfetto in cui gli avvenimenti non sono pure coincidenze ma coincidenze significative. Questa volta, a differenza dei primi due romanzi, frasi meno serrate fanno si che il fiato non sia soffocato in un ritmo accelerato. Non resta che l’encomio per Elena Mearini, per le parole che ha saputo trattare senza sciupare la storia che voleva raccontare.

Elena Mearini: è nata nel 1978 e vive a Milano. Lavora per diversi anni per una compagnia che si occupa di teatro ragazzi. Conosce poi la realtà del disagio occupandosi di laboratori in carceri e comunità. Nel 2009 esce il suo primo romanzo 360 gradi di rabbia, edito da Excelsior 1881 e vincitore del premio Gaia Mancini, nel 2011 pubblica per Perdisa pop il romanzo Undicesimo comandamento, che vince il premio Gaia Mancinie e il premio Unicam – Università di Camerino. Dal 2010 collabora col settimanale “Vita no profit”, raccontando in chiave letteraria fatti di cronaca. Collabora con la rivista letteraria “Atti impuri” e con la casa editrice NoReplay. Cura la raccolta di racconti Latte, chiodo e arcobaleno per NoReplay Editore, firmando un racconto. Partecipa alla raccolta di racconti Vacanze milane, a cura di Luca Doninelli. Nel 2013 pubblica la silloge Dilemma di una bottiglia per Forme libere Edizioni, nel 2014 la silloge Per silenzio e voce (Marco Saya editore) e partecipa alla raccolta Siria. Scatti e parole (Miraggi edizioni). È finalista al premio Maria Teresa di Lascia e vincitrice del Premio Perelà 2013.

:: Colleen McCullough, molto più che Uccelli di rovo, a cura di Elena Romanello

5 febbraio 2015 by

i-giorni-del-potereLa vita è strana e spesso non dà quello che uno merita, in positivo e negativo. Almeno, questa è la sensazione che si è avuta qualche giorno fa, vedendo come è stata accolta, dai giornali italiani ma anche da quelli stranieri, australiani in particolare, la notizia della dipartita, a 77 anni e dopo una lunga malattia invalidante, di Colleen McCullough.
Medico, insegnante di neurologia all’Università di New Haven, articolista e autrice di una trentina di romanzi di vario genere, l’autrice è stata ricordata sui nostri periodici solo per il polpettone Uccelli di rovo, scritto da lei a metà anni Settanta e di cui da anni non voleva più parlare, storia d’amore considerata piccante tra un prete e una ragazza e poi donna, che ispirò uno sceneggiato con cui Canale 5 batté per la prima volta la Rai come indici d’ascolto.
In Australia, anziché rievocare padre Ralph, di cui il suo interprete Richard Chamberlain, protagonista di un coming out dopo aver dovuto per anni nascondere la sua omosessualità per non spiacere alle fan del suo personaggio non vuole più sentire parlare, hanno voluto essere spiacevoli in maniera diversa, stigmatizzando l’aspetto fisico non proprio longilineo dell’autrice che tra l’altro da anni appunto era malata e su una sedia a rotelle.
Tutto questo è davvero un peccato: per fortuna librerie e biblioteche, anche nostrane, di tutta la produzione di un’autrice che ha spaziato dal romanzo storico al thriller, dalla cronaca sociale alla distopia, e che non può essere ricordata solo come una Liala più osé, che tra l’altro ha sfruttato un tema, quello dei preti cattolici che fanno sesso, presente nella letteratura dai tempi almeno di Boccaccio.
Sugli scaffali si possono prendere e leggere libri come il femminista Le signore di Missolungi (1987), il fantasy mitologico Il canto di Troia (1998), il fantascientifico La passione del Dr. Christian (1985), la commedia umana La casa degli angeli (2004), il seguito che stravolge i miti austeniani L’indipendenza della signorina Bennett (2008), ma anche la saga monumentale dedicata all’antica Roma, tra caduta della Repubblica e avvento dell’Impero, con il personaggio chiave di Giulio Cesare, antieroe con vizi e virtù. Senza dimenticare inoltre l’ultima fatica dell’autrice, di cui devono ancora uscire in italiano gli ultimi titoli, i thriller su Carmine Delmonico, detective italo americano che negli States degli anni Sessanta si confronta con serial killer, tensioni sociali, problemi razziali.
Parafrasando altri slogan per altri personaggi, su Colleen McCullough si può dire davvero all’inglese So much more than Thorn Birds. Chi considera l’autrice come quella che ha scritto quella polpetta potrà ricredersi con le altre sue storie, e chi ha apprezzato comunque di Uccelli di rovo fluidità narrativa e perizia nel costruire una vicenda potrà scoprire tutto quello che saputo dire e inventare poi un’autrice eclettica e capace di sperimentare e mettersi in gioco. Il mondo senza Colleen è meno colorato e vario hanno commentato i vertici della Harpers & Collins, la casa editrice che ha pubblicato tutti i suoi libri, ed è il caso di dare davvero loro ragione.
In Italia Colleen McCullough è stata pubblicata per anni da Bompiani e poi da Rizzoli, quasi tutti i suoi libri sono disponibili in edizione tascabile e molti si trovano su bancarelle e nel mercato dell’usato, in attesa degli ultimi tre su Carmine Delmonico, che si spera non tardino.

:: Il cromosoma dell’orchidea, Carlo Mazza, (E/O, 2014)

4 febbraio 2015 by

orchidea“In Italia ogni giorno si cementificano settantacinque ettari e ci sono quasi trecento abusi edilizi” proseguì Whitaker. ” E il cento per cento dei comuni è a rischio per la progressiva cementizzazione del territorio. Io credo che nessuno possa più fermare tutto questo”. Si fermò e sosprirò profondamente.” A volte gli uomini dormono un sonno così profondo che solo la forza degli eventi può destarli. Lei ama Shakespeare? “Un cielo così cupo non può schiarire senza una tempesta”… Ricorda?”

L’Italia del malaffare, delle collusioni tra politici, imprenditori e criminalità è al centro di Il cromosoma dell’orchidea ultimo romanzo di Carlo Mazza, edito l’anno scorso sempre per E/O, collezione Sabotage. Ritroviamo il capitano dei Carabinieri Bosvades, ma differenza di Lupi difronte al mare, non più Bari come scenario, ma una imprecisata grande città del Meridione, simile a tante altre città, ormai non solo del Sud.
Piccole cortesie tra amici è il titolo che avrei scelto io per questo romanzo, espressione usata dal senatore Leonardo Barracane rivolgendosi al sindaco Gabriele Lovero, preoccupato per la sua rielezione. In cambio dei voti che il senatore potrebbe assicurare, che consentirebbero la rielezione certa, Lovero si trova così legato ai maneggi e alle illegalità orchestrate dall’influente politico.
Un patto col diavolo? Sicuramente, con esiti inevitabilmente drammatici, come è prevedibile quando si gioca in un mondo senza regole e ci si trova costretti ad avvallare la costruzione, voluta da un consorzio edilizio dubbio, di un intero quartiere residenziale, nella zona della cava del Nazareno. Terreno protetto, tra due fiumi a rischio idrogeologico.
Se non fosse che la cava del Nazareno è stato teatro di un presunto suicidio, avvenuto anni prima, su cui il capitano Bosvades indaga. Che Lorenzo Vinciguerra, giovane avvocato ambientalista amico di Bosvades, si sia davvero buttato in una cava contigua ai futuri cantieri edilizi, sembra contraddetto dai riscontri e da una frettolosa indagine che voleva essere portata a termine il più in fretta possibile.
Se la sincerità degli intenti è indubbia, l’atto di denuncia e i meccanismi alla base di raggiri e corruzione che vedono implicata la pubblica amministrazione risulta credibile e per alcuni versi anche efficace nel portare l’attenzione del lettore su mali endemici (l’alluvione di Genova, è recente e le sue ferite sono ancora aperte) singolare la scelta dell’autore di non puntare sull’effetto, sulla drammaticità più immediata, ma anzi al contrario utilizzare un basso profilo che si riflette in uno stile se vogliamo dimesso, a tratti spoglio.
La quotidianità, la banalità del male che si riflette in scelte minime con ripercussioni a cascata, quasi intollerabili, sembra il cuore del romanzo e per descriverla l’autore utilizza una certa uniformità, anche nel caratterizzare i personaggi, quasi ombre in un teatro dove squallore e meschinità sembrano primeggiare.
Significativo e rivelatore lo scambio di battute tra il geologo Whitaker e Bosvades durante il loro incontro nella foresta di pini mediterranei. Quando Bosvades domanda perchè lo scienziato non abbia appoggiato Lorenzo Vinciguerra, e non si sia opposto fermamente, lui risponde candidamente per vigliaccheria, per non essere messo in mezzo e rischiare carriera e forse anche la vita.

Carlo Mazza è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale.
Con il personaggio di Antonio Bosdaves ha già pubblicato per la collezione Sabot/age il poliziesco Lupi di fronte al mare (Edizioni E/O 2011), incentrato sulle relazioni tra politica, finanza e sanità, e finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012.

:: Un’intervista con Bettina Müller Renzoni, traduttrice e scout letterario a cura di Giulietta Iannone

2 febbraio 2015 by

Bettina-Balkon-Ebnat-2Ciao Bettina, benvenuta su Liberi di scrivere e grazie per avere accettato questa mia intervista. Sei il primo scout letterario freelance che intervisto. Inoltre tu operi in un settore molto specifico, facendo da tramite tra Italia e Germania, facendo appunto conoscere gli autori italiani in Germania, e viceversa penso. Collabori in stretto contatto con Agenzie letterarie, Editori, autori. In cosa consiste esattamente il tuo lavoro, in cosa differisce maggiormente da un scout classico, alle dipendenze di una grande Agenzia Letteraria?

Il mio lavoro principale è la traduzione. Lo scouting è piuttosto un’attività collaterale. Va detto subito che questo tipo di scouting è molto diffuso tra i traduttori. Case editrici mi incaricano con schede di lettura. E nel contatto con l’editor capita facilmente che mi scappa un: «Ho appena letto un bel romanzo che potrebbe fare per voi!» E l’editor: «Davvero? Dimmi!» Va detto poi che le case editrici più grandi hanno delle collaborazioni fisse con scout e/o agenzie letterarie. E quindi, anche se l’editor risponde: «Davvero? Dimmi!», il canale preferenziale per la scelta di nuovi titoli sarà quello dello scout ufficiale. Io suggerisco un titolo e basta. Se l’editore tedesco è interessato, dovrà acquisire i diritti presso l’editore italiano. Io non c’entro nulla con la compravendita e non ci guadagno nulla. Il mio obiettivo è la traduzione. Perché allora lo faccio? Intanto per consolidare il contatto con gli editor, e anche un po’ a mo’ di palestra: per misurarmi con ciò che cerca il mercato (ho azzeccato con il mio suggerimento o quello che a me sembra un capolavoro non interessa nessuno?) e per allenare la mia capacità di sintetizzare in modo efficace perché un romanzo secondo me sarebbe valido e dovrebbe essere tradotto.

Vivi ormai da anni in Italia. Dove operi e qual è la tua sede principale?

Casa e bottega, come tipico per i traduttori  … non abbiamo i soldi per pagare l’affitto di un ufficio 😉 Due anni fa mi sono “messa insieme” con una collega e amica tedesca. Io in Italia, lei in Germania: per motivi di sinergia facciamo lo scouting insieme. E in futuro magari anche delle traduzioni a quattro mani (ne abbiamo appena consegnato la prima). Ma non possiamo certo seguire i libri italiani a 360° per cui abbiamo deciso di mettere il focus per il momento sulla letteratura per ragazzi.

Hai studiato Ubersetzung & Scouting presso l’Università di Zurigo. Non credo ci sia un percorso di studi in Italia, ma neanche in Germania, per chi volesse intraprendere la tua professione. Considerata la tua esperienza, quali studi, corsi post universitari, consiglieresti a un giovane che volesse seguire le tue orme?

In realtà, Übersetzung & Scouting [traduzione & scouting] è solo la descrizione che ho dato alla mia attività professionale sulla pagina Facebook. Io ho una classica laurea umanistica, indirizzo letteratura francese e letterature comparate, alle università di Zurigo e Losanna. Con una tesi sulla poesia contemporanea (Yves Bonnefoy). Questa laurea non mi è mai servita neanche per mezzo secondo. Ho fatto poi un sacco di lavori, sia in Svizzera che in Italia, ho insegnato, ho gestito il segretariato di un’azienda italiana che costruiva pozzi d’acqua in Gabon, ho organizzato congressi di medicina assicurativa a livello europeo, ho diretto la redazione di una rivista medico-legale, ho lavorato in una casa editrice, sono stata project manager di una collana di gialli per ragazzi – e nessuno ha mai chiesto di vedere la mia laurea. Considero molto importante la formazione continua, lo scambio, il confronto su libri e testi con colleghi, workshop e seminari con docenti traduttori professionisti (non professori universitari!), ma ritengo molto più importante frequentare assiduamente le librerie che le aule universitarie.

Veniamo alle doti necessarie per intraprendere la tua professione. Innanzitutto, penso sia necessario conoscere le lingue, per lo meno quelle coinvolte nel proprio campo d’azione; poi conoscere le leggi riguardanti il diritto d’autore e la contrattualistica. Bisogna avere anche doti artistiche, e creative, amare la letteratura, innanzitutto, fiuto per lo scovare il libro giusto da proporre al momento giusto, all’editore giusto. Bisogna avere infine anche doti caratteriali specifiche come determinazione, comunicativa, onestà, intuito. Cosa ho dimenticato? Cos’altro è indispensabile?

La mia professione è la traduzione, come spiegato sopra. Per lo scouting devo frequentare assiduamente le librerie. Mi muovo tra ciò che viene pubblicato in Italia e ciò che viene letto in Germania. A parte la passione per la lettura, devo essere affascinata anche dal mercato editoriale e librario, cercare di individuare le tendenze, visitare le fiere del settore (Bologna, Torino, Francoforte, Londra, Parigi o altre a seconda della lingua di lavoro). Rifletto molto sui libri che leggo: perché mi piace/non mi piace? Potrebbe piacere ai lettori tedeschi? Perché sì/no? Invece la contrattualistica non è fondamentale per chi fa scouting freelance come me. Sarebbe importante se fossi agente letterario.

L’importanza di un sito dove presentare il proprio lavoro Quanto aiuta nella tua professione?

Ho un sito, ma non ho mai tempo di aggiornarlo. Secondo la mia esperienza gli editor nelle case editrici contattano i traduttori prevalentemente in base a conoscenze personali e/o precedenti lavori (vedi sopra, importanza di frequentare fiere del libro), non vanno a spulciare siti web. Diverso è la situazione nella saggistica dove conta tantissimo la competenza specifica e settoriale. Il proprio sito può essere invece un ottimo biglietto da visita, una vetrina che dà una veloce panoramica sui libri/autori che ho tradotto. Basterebbe aggiornarlo…

L’importanza di frequentare Fiere letterarie, come La Fiera del libro di Francoforte, o quella di Torino, Milano, Mantova. Che tipo di incontri si possono fare, solo ufficiali incontri di affari, o anche più colloquiali e informali?

Frequentare le fiere è fondamentale. Intanto passando tra gli stand mi aggiorno sulle novità di ogni editore e posso capire le tendenze che segue, se ha creato una nuova collana o chiusa un’altra, quali autori italiani pubblica. Parlando poi direttamente con gli editori allo stand mi informo su come un libro viene recepito in Germania, come vende, che recensioni ha ricevuto. Inoltre in fiera cerco il contatto diretto con editor di case editrici che mi interessano; sia in appuntamenti formali che in incontri informali.

Come procede il tuo lavoro. Sono le case editrici a rivolgersi a te sono gli scrittori a proporti i loro romanzi?

Sono le case editrici che mi contattano per una traduzione oppure per incaricarmi con una scheda di lettura. Una volta stabilito un contatto, divento anche proattiva e propongo all’editor un titolo che piace a me. Ma vale anche al contrario: se ho letto un libro che mi piace tanto, cerco di individuare un editore tedesco che potrebbe essere interessato e lo contatto. La probabilità che acquisisca i diritti per quel libro, è piuttosto bassa.* Succede invece spesso che tramite quel contatto creato dallo scouting l’editor mi chiami dopo per una traduzione o una scheda di lettura.

Attualmente il mercato tedesco che tipo di romanzi italiani preferisce? Thriller, storici, testi poetici?

Come detto, il mio scouting si concentra sulla letteratura per ragazzi. Inoltre, la mia collega e io abbiamo – per fortuna J – gusti simili, per esempio non amiamo il fantasy. Il genere del fantasy funziona in Germania come in Italia, trova il suo pubblico un po’ ovunque. Per il resto, gli editori tedeschi cercano storie accattivanti, una scrittura efficace e curata, con protagonisti forti, di carattere. Storie radicate in una realtà ben delineata. Un problema nella letteratura per ragazzi sono i libri illustrati perché spesso la storia piace all’editore tedesco, ma le illustrazioni no. I bambini tedeschi hanno gusti estetici diversi, sono abituati a un altro tipo di illustrazione e hanno un altro sapere enciclopedico rispetto agli italiani della stessa età.

* Per vari motivi. Uno è quello citato sopra, cioè la casa editrice ha un contratto di collaborazione con uno scout professionista o un’agenzia letteraria che costituisce il canale preferenziale per nuovi titoli. Un altro è che il mercato editoriale tedesco negli ultimi anni non fa a cazzotti per i libri italiani e tra gli editor sono rimasti pochi che sanno leggere l’italiano. Ciò significa che la decisione di acquistare i diritti per un romanzo italiano si deve basare esclusivamente su schede di lettura e valutazioni esterne. Ci vuole quindi molto più forza di persuasione per convincere l’editore.

:: Il dio del deserto, Wilbur Smith, (Longanesi, 2014) a cura di Micol Borzatta

2 febbraio 2015 by

il dioTamose, nuovo faraone e figlio del deceduto Mamose VIII, si ritrova a dover governare l’Egitto, ma per fortuna è seguito da Taita che gli rende le cose più semplici.
Non sono semplici però per Taita che si trova a dover fare anche da tutore alle due sorelle minori di Tamose, che rimaste orfane non hanno più nessuno che le guidi e si prenda cura di loro a parte il fratello, e lui lo ha promesso alla regina Lostris sul letto di morte.
A rendere ulteriormente complicate le cose arriva anche il momento in cui sorge la necessità si sigillare l’alleanza con Creta offrendo in dono a Minosse due vergini: le sorelle minori di Tamore, Tehuti e Bakatha. Ovviamente il compito ingrato di accompagnarle durante il viaggio spetta a Taita.
Le due ragazze però non hanno ereditato dalla madre solo l’aspetto fisico ma anche lo spirito e non accettano a cuor leggero la decisione.
Durante il viaggio che non è libero da sfide, avventure, imprevisti e guai, le due ragazze si innamorano rispettivamente di un luogotenente di Taita e di un soldato della flotta facendo aumentare a livelli spropositati le preoccupazioni del povero eunuco.
Arrivati a Creta dopo mille peripezie Taita scopre di essere solo all’inizio dei problemi.
Ultima uscita per ora della saga egizia non tradisce le aspettative dei lettori dimostrando ancora una volta che Wilbur Smith è il miglior romanziere storico dei suoi tempi.
Le descrizioni dei luoghi e gli avvenimenti storici raccontati denotano una conoscenza accurata derivata da grande passione e studio da parte dell’autore.
Anche stavolta la narrazione scelta è in prima persona con voce narrante quella di Taita.
I personaggi sono sempre molto realistici come ci ha abituato nei suoi libri precedenti.
Un romanzo che riempie il cuore e l’animo del lettore lasciando un vuoto grande alla sua fine.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933.
Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University.
Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile.
I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere.
Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.

:: Il dio del fiume, Wilbur Smith, (Longanesi, 2010) a cura di Micol Borzatta

1 febbraio 2015 by

il-dio-delLostris è appena divenuta donna ed è pronta per vivere il suo amore con Tanus, guerriero agli ordini di suo padre, il Visir, e con cui è cresciuta fin da piccola. I due giovani sono seguiti e aiutati dall’eunuco Taita, schiavo del padre di Lostris che dopo averlo preso come amante, una notte, avendolo trovato a letto con una donna lo ha fatto castrare e ha fatto uccidere lei.
Lostris prega Taita di ottenere dal Visir il consenso per sposare Tanus, ma come risposta viene fatto frustare perché nel profondo il Visir odia Tanus.
Nel frattempo arriva la festa di Osiride e Taita fa partecipare alla rappresentazione Lostris e Tanus. Rappresentazione che porterà il faraone Mamose VIII a innamorarsi di Lostris e ottenere il consenso del padre alle nozze, e a punire Tanus per il discorso fatto alla fine della rappresentazione dove denuncia i problemi dell’Egitto. Il Visir chiede la morte di Tanus ma il faraone gli concede due anni per sistemare i problemi da lui denunciati, se ci riuscirà avrà salva la vita altrimenti la morte.
Taita dal canto suo ha una visione dove vede Lostris e Tanus insieme che crescono i loro figli, ma lei orami è la moglie del Faraone, com’è possibile? Eppure le sue visioni non sbagliano mai.
Primo romanzo della saga egizia di Wilbur Smith.
La scelta di narrazione fatta da Smith è quella di raccontare le vicende in prima persona usando come voce narrante quella di Taita, come se fosse un diario scritto di suo pugno.
Le ambientazioni sono descritte e raccontate fin nei minimi particolari denotando uno studio approfondito da parte dell’autore.
I personaggi poi sono davvero fantastici. Descritti con grande maestria trasmettono al lettore ogni singolo pensiero ed emozione che provano coinvolgendo il lettore non solo mentalmente ma anche sentimentalmente fin nel profondo.
Un romanzo davvero spettacolare che rivela tutta la bravura di Wilbur Smith.

Wilbur Smith nasce a Broken Hill, Zambia, nel 1933. Nel 1954 consegue la laurea in scienze commerciali alla Natal and Rhodes University. Dal 1954 al 1963 ha lavorato come contabile. I suoi primi scritti vennero rifiutati da tutti gli editori sia europei che sudafricani. Un giorno però venne contattato da un editore londinese che lo incoraggiò e gli diede lo stimolo necessario per continuare a scrivere. Ha venduto oltre 122 milioni di libri nel mondo, molti dei quali in Italia dove ha avuto più successo.