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:: E venne il sabato, Alberto Manzi, (Baldini e Castoldi editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

26 settembre 2014

evenneAlberto Manzi è noto ai più come il maestro che insegnò a scrivere e a leggere agli italiani attraverso il programma televisivo Non è mai troppo tardi, trasmesso dalla Rai negli anni Sessanta. In realtà, Manzi era anche scrittore di romanzi per ragazzi tra i quali il più noto è Orzowey, pubblicato nel 1955 e diventato poi una nota serie tv. In più di una occasione Manzi ebbe la possibilità di viaggiare in America Latina, dove venne in contatto con le popolazioni contadine conoscendone usi e costumi, ma soprattutto scoprendo le precarie condizioni di vita e di sottomissione alle quali questi popoli erano soggiogati. Tali esperienze gli permisero di scrivere alcuni testi a tematica latina. La serie di libri cominciò nel 1974 quando Manzi pubblicò La luna nelle baracche, seguita da El loco nel 1979, terminata con la storia corale di E venne il sabato. La vicenda ha per protagonista un’intera comunità di cavatori di gomma brutalmente maltrattati e sfruttati dai possidenti terrieri pronti a tutto pur di arricchirsi. Questi lavoratori non riescono a comprendere lo stato di sfruttamento nel quale vivono e non sembrano aver l’energia necessaria a ribellarsi. Poi, grazie alle parole di due preti (ingiustamente incarcerati) e della giovane Naiso (una ragazza costretta al mutismo dalle terribili violenze subìte in passato, disposta a insegnare a leggere ai suoi amici del villaggio), l’intera comunità di contadini inizierà un cammino di presa di coscienza dei propri diritti. Questi lavoranti, passo dopo passo e parola dopo parola, si scopriranno uomini degni di vivere in libertà e non più maltrattati e puniti per colpe inesistenti, come l’essere frustati per non essere riusciti a raccogliere la quantità di gomma- spesso troppo ingente- imposta dai padroni. In E venne il sabato di Alberto Manzi non si può parlare di un protagonista singolo, perché l’attore principale della narrazione è l’intera comunità del villaggio che cresce e matura rendendosi conto di essere umana, di possedere una identità specifica e di non essere un oggetto da sfruttare. Ciò che permette la trasformazione di questi individui in persone è l’istruzione, perché è proprio imparando a leggere che questi umili cominceranno a comprendere molte più cose del mondo nel quale sono nati e cresciuti. Il lavoro di Manzi è un romanzo collettivo, dove la massa degli sfruttati, una volta istruita, inizia una rivoluzione pacifica fatta di gesti non violenti che metteranno in crisi i potenti signori e le forze dell’ordine inviate a sedare la rivolta. Questo libro porta il lettore dentro al mondo latinoamericano, facendogli compiere un viaggio nella vita di una comunità costretta a vivere in condizioni di estremo sfruttamento, ma poco per volta sempre più pronta ad attuare il cambiamento. La cosa che Manzi riesce a fare in E venne il sabato è dare ad ognuna delle persone che compongono il villaggio in rivolta pacifica una identità psicologica precisa che trasmette a chi legge lo stato emotivo di ogni singolo personaggio. Ognuno di questi popolani vive sì ai margini della società, ma la maturazione e la trasformazione del proprio io singolo in sinergia con quello del gruppo è la dimostrazione che cambiare con l’istruzione si può. Basta volerlo e volerlo insieme. Prefazione di Andrea Canevaro.

Alberto Manzi (Roma, 3 novembre 1924 – Pitigliano, 4 dicembre 1997) è stato un pedagogista, personaggio televisivo e scrittore italiano, noto principalmente per essere stato il conduttore della trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, messa in onda fra il 1960 ed il 1968 dalla Rai per alfabetizzare gli italiani. Manzi si occupò anche dell’insegnamento dell’italiano a stranieri, infatti nel 1992 ideò e diresse la trasmissione “Impariamo insieme. L’italiano per gli extracomunitari” prodotta per la RAI 3. Morì nel 1997 a Pitigliano, cittadina della quale fu anche sindaco dal 1995 al 1997.
Manzi fece numerosi viaggi (dal 1954 al 1977) in America latina che avevano lo scopo della scolarizzazione degli adulti. Da queste esperienze Manzi prese spunto per scrivere Gugù (Gorée 2005), La luna nelle baracche (Salani 1974, (Gorée 2005), El loco (Salani 1979, Gorée 2006).

:: Il gioco di Ripper, Isabel Allende, (Feltrinelli, 2014) a cura di Elena Romanello

24 settembre 2014

130d19b87eL’abbiamo conosciuta come autrice di alcune delle cronache romanzate più struggenti della recente storia cilena, basate sulla sua vera esperienza, ma poi Isabel Allende non ha smesso di stupirci provando vari generi, buon ultimo il thriller con Ii gioco di Ripper, dove ad un’efficace storia di investigazione all’ultimo respiro fanno da contraltare le tematiche che le sono care, il ruolo delle donne, il rapporto tra le generazioni, la coesistenza di culture diverse.
Teatro stavolta della sua storia è San Francisco, città emblematica della California e non solo, simbolo di libertà e incontro, di cui ci ha già raccontato gli albori ne La figlia della fortuna, quando era un crocevia di gente in cerca di fortuna durante la caccia all’oro: da queste nuove pagine emerge la San Francisco di oggi, immersa in un inverno che la vede insanguinarsi di omicidi efferrati, all’apparenza senza un filo conduttore ma che si dimostreranno parte di un delirio più ampio.
Anche stavolta le eroine scelte dall’autrice sono interessanti e fuori dagli schemi: Indiana è una ex ragazza madre divorziata, curatrice olistica con il forte appoggio del padre farmacista, ancora in cerca del grande amore e con un’indole da sognatrice. Sua figlia Amanda è invece una nerd intelligentissima, destinata ad un brillante futuro al MIT di Boston, che passa molto del suo tempo in partite di un gioco di ruolo on line (inventato dall’autrice ma simile a molti di quelli reali), Il gioco di Ripper, in cui si fanno indagini poliziesche e in cui la ragazza e i suoi compagni reali nascosti dietro ad uno schermo cominciano ad indagare sui delitti di San Francisco, con vittime così diverse ma con in comune alcune cose da nascondere.
Gli appassioanti di thriller, dai romanzi di Thomas Harris e Patricia Cornwell a telefilm come Criminal Minds e Bones troveranno pane per i loro denti, in una ricerca che crea false piste, vari piani di storie e personaggi, nella migliore tradizione del genere, mentre chi ama Isabel Allende trova in pieno il suo stile pieno di vita e di amore per la medesima, di attenzione al mondo e all’umanità, di ricostruzione della tanto variegata realtà di oggi, dove spesso si dimenticano le sfumature, come i reduci del Medio Oriente e gli abusi di potere delle istituzioni. Belli i personaggi di Amanda e Indiana, ma interessanti anche due delle figure maschili, l’anziano e protettivo nonno Blake e il tragico reduce dell’Afghanistan Ryan, che ha visto la guerra davvero e non in tv.
Nelle pagine del libro trovano spazio anche strizzate d’occhio al mondo dei giocatori di ruolo, agli appassionati di fantasy e thriller scandinavi: il tutto in attesa del prossimo esperimento dell’autrice, e forse non spiacerebbe un giorno o l’altro ritrovare Indiana, Amanda, nonno Blake e tutto il mondo che c’è intorno a loro.

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di Paula, e La vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001).

:: Laguna beige, Alain Voudì (Delos Digital, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

23 settembre 2014

cover_urban_fantasy_heroes_1Immaginate una ragazza.
(Spero fin qui di non aver richiesto troppo alla vostra fantasia.)
Se l’avete immaginata alta, bionda, con gli occhi azzurri e con due poppe così, be’, allora siete maschi, e (datemi retta) penso proprio che a questo punto dovreste chiudere il libro e lasciar perdere, tanto non capireste.
Allo stesso modo, se l’avete immaginata graziosa, leggiadra, o magari addirittura un’eterea 42, mi spiace per voi, ma siete del tutto fuori strada (e se pensate che il 42 si riferisca al numero di scarpe, allora siete davvero maschi, e non solo non capite niente, ma neppure mi avete dato retta. Peggio per voi, poi non venite a lamentarvi con me).

Siamo a Venezia, oggi, e la ex capitale della Serenissima assomiglia ben poco a quella decadente perla dorata che Thomas Mann descrisse in toni struggenti all’inizio del secolo scorso. La città condivide con la protagonista l’essere vittima di aspettative sbagliate: la Venezia in cui piombiamo è affollata, puzza ed è insulsa e anonima – come il beige, appunto, anzi:

C’è un colore più insulso e anonimo del beige? Non credo.
Ma se ci fosse, io abiterei lì.

E insulsa è anonima è pure la protagonista, Maria.

Ma non avrete bisogno di immaginare come sia vivere nel corpo di una ventottenne che nessuno nota, né bene né in male, costretta a prodigarsi persino per catturare l’attenzione del barista che la serve tutti i giorni per ordinare un caffè: Alain Voudì lo fa per voi, trascinandovi in questa breve storia che all’inizio di urban ha tanto (pure troppo, per chi vuole continuare a immaginarsi una Venezia cristallizzata in un eterno passato) ma che di fantasy ha ben poco, anzi: è la tediosa monotonia quotidiana a scandire la cinica narrazione di Maria. E, dato che la collana per cui esce si chiama Urban Fantasy Heroes, sfatiamo anche l’ultimo mito: Maria non è né un’eroina né un’anti-eroina, ma sarebbe un’ottima comparsa a lato schermo.
Ma, come non è tutto oro ciò che luccica, non tutto ciò che è beige è necessariamente fango: anche per Maria c’è speranza, e si presenta nel corpo di un uomo che – udite, udite – la nota. E questo basterebbe e avanzerebbe per Miss Anonimato, ma non tutto il bene viene per agevolare: Lorenzo è un po’ troppo perfetto e disinteressato per non far sorgere qualche domanda, e più Maria lo conosce, più il suo novello Principe Azzurro rivela talenti sospetti.
Alain Voudì è uno scrittore completamente opposto a Maria: tutt’altro che anonimo, tutt’altro che insulso.
La sua prosa ha carattere: Voudì sa cosa dire e sa come dirlo, non lasciando quasi mai che la narrazione s’ìnaridisca. Maria è un personaggio a tutto tondo: anziché essere un mero strumento dell’autore, anziché assistere passivamente ai fatti che le stravolgeranno la vita, non smette mai di presenziare in tutto il suo cinismo – contraltare delle sue cocciute speranze, a cui si aggrappa con una tale ammessa mancanza di dignità da far tenerezza. È lei il punto forte di Laguna beige, lei che sa rendere questa squallida e monotona Venezia inedita e appassionante.
Purtroppo, Laguna beige assomiglia a Cerentola: scattata la mezzanotte, la magia finisce.
Dopo il climax finale, la narrazione sembra correre in fretta e furia verso casa, mentre i tessuti cangianti che la coprivano svaniscono strato dopo strato. Il cinismo evapora con l’ironia, la narrazione commentata diventa meccanica. Rimangono i puri fatti, che – anziché guadagnarne in ritmo e dinamismo – si succedono come punti in una lista. La psicologia tridimensionale di Maria, punto forte di Laguna beige, cede il passo a una marionetta, come se all’ultimo fosse mancata l’attrice e fosse stata sostituita da una comparsa impacciata. Inoltre, il grande cinismo che colora, pur essendo cinismo, il romanzo, viene liquidato con una sdolcinatezza che sembra essere più un deus ex machina che l’ingrediente fondamentale per la catarsi finale.
Guardo la scarpetta rimasta sulla scalinata e attendo che Cenerentola ritorni nel prossimo lavoro di Voudì – quale sia la forma del prossimo personaggio a cui darà vita.

Alain Voudì, Genovese, classe ‘63, collabora fin dai primordi alle collane Delos Digital, per le quali firma tra l’altro la fortunata serie westernpunk Trainville e diversi episodi della serie The Tube. Ha pubblicato numerosi racconti, alcuni dei quali apparsi nei Gialli Mondadori, ed è stato vincitore o finalista di concorsi quali lo Stella Doppia e il Premio Robot. Altri suoi lavori si possono trovare nelle riviste Robot e Writers Magazine Italia, oltre che nella serie “365 storie per un anno” di Delos Books, nella collana FantaErotika di Lite Editions e nelle raccolte Il Cerchio Capovolto (I Sognatori, 2011 e 2012).

:: Jane Austen i luoghi e gli amici, Mary Constance Hill, (Jo March, 2014) a cura di Elena Romanello

22 settembre 2014

Jane Austen I Luoghi e Gli Amici - Constance HillSe c’è un’autrice iconica e capace di andare oltre il tempo e lo spazio, questa è Jane Austen, morta a poco più di quarant’anni nel 1817, autrice di libri pubblicati sotto pseudonimo ancora oggi popolarissimi, alla base della moderna chick lit, ma anche di riletture, seguiti e adattamenti sia cinematografici che a fumetti, dai manga ai comics.
I Janeite, così si definiscono gli appassionati di Jane Austen, organizzano gruppi di lettura, pellegrinaggi nei luoghi dove è vissuta l’autrice, dibattiti in rete, e sono un fenomeno che non è nuovo, ma che è andato crescendo nel corso degli anni, raggiungendo una popolarità oggi che stupirebbe la stessa scrittrice.
La casa editrice umbra Jo March, che ha messo al centro della sua attività editoriale la scoperta o riscoperta di classici al femminile dell’Ottocento inglese, presenta nel suo catalogo una vera e propria chicca, finora inedita nel nostro Paese, imperdibile per chi ama Jane Austen e il suo mondo, tra paesini inglesi, canoniche, castelli, balli, pettegolezzi, donne in anticipo sui loro tempi.
Jane Austen i luoghi e gli amici è una guida molto particolare alla scoperta del mondo dell’autrice, scritta da Constance Hill con i disegni di Ellen G. Hill, due sorelle sue grandi stimatrici, vissute tra Otto e Novecento. Il dinamico duo (è il caso di dirlo) nel 1901 affittarono un calesse, misero in valigia taccuini e matite e girarono i luoghi citati dall’autrice nei suoi libri, creandone poi un libro, che viene riprodotto in maniera fedele, e che è ancora una guida interessante, tenendo presente che molti dei posti citati, acqua corrente e automobili a parte, non sono cambiati tanto.
Il risultato è un lavoro certosino, tra citazioni dei libri e comparazione di quello che le autrici trovarono, oltre che un invito a ripercorrere un percorso molto articolato, tra cittadine e campagne, in cerca di angoli tra Bath, Steventhon, Lyme, Southampton, Stoneleigh Abbey, Chawton, Gomershaw, Chawton, Winchester con una puntata a Londra, per scoprire forse il lato più genuino della Gran Bretagna, di ieri e di oggi. Nonostante Bath sia oggi la città che si è arrogata più l’eredità della Austen, con un museo in tema, l’autrice girò molto e non fu molto legata alla pur bellissima località termale, che resta in ogni caso un luogo da visitare.
Jane Austen i luoghi e gli amici è un viaggio biografico nei luoghi di una grande della letteratura, tra omaggio, commozione e voglia di tracciare nuove strade. Da segnalare inoltre nel catalogo di Jo March un altro omaggio a Jane Austen, Vecchi amici e nuovi amori, uscito nel 1913 ad opera dell’autrice Sybil G.Brinton, seguito delle sue opere, con un cross over di tutti i personaggi dei suoi romanzi. In attesa delle prossime proposte.

Mary Constance Hill (1844-1929), scozzese di nascita, ha vissuto nel sobborgo londinese di Hampstead sin da bambina. Scrittrice e biografa, nel 1917, in occasione del centenario della morte di Jane Austen, il 18 luglio 1917, insieme alla sorella Ellen (artista che ha illustrato quasi tutte le sue pubblicazioni) si recò a Chawton, nello Hampshire, dove si svolse una cerimonia di commemorazione durante la quale venne inaugurata una targa in onore della celebre scrittrice. Qualche anno prima, nel 1901, le due sorelle avevano compiuto un viaggio nei “luoghi” della “cara zia Jane”, esperienza dalla quale prese vita la biografia “Jane Austen: i luoghi e gli amici”.

:: Intervista con Marisa Fasanella a cura di Irma Loredana Galgano

20 settembre 2014

ninaA Gennaio di quest’anno la EIR  ha pubblicato Nina di Marisa Fasanella. Un libro composto da circa 180 pagine ma di una profondità tale da farlo sembrare un volume enciclopedico, per il carico di riflessioni, accuse, passioni, tensioni, amori, denunce che l’autrice ha sapientemente miscelato regalando al lettore un grande romanzo al femminile. Una narrativa, quella della Fasanella, che esplora il mondo attraverso i filtri dell’universo femminile. Le donne, queste donne che vivono un’esistenza unica e irripetibile, nel bene e nel male.
Considerata alla stregua di una qualsiasi altra merce posseduta, la donna passa dal dominio patri/matriarcale a quello maritale senza aver voce alcuna in capitolo, potere decisionale o diritti di vario genere. Un oggetto che deve sapere stare al suo posto, deve coprirsi per non attirare l’attenzione degli altri uomini, deve partorire figli sani, preferibilmente maschi, deve restare chiusa in casa e rendersi quanto più disponibile possibile al volere del marito. Comportamenti e prese di posizione avallate in tutto e per tutto dalla religione e dai suoi ministri. A questo punto sarà chiaro a tutti che stiamo parlando di un Paese e di un popolo che ha conservato integri questi arcaici comportamenti fin’oltre la metà del secolo scorso, un Paese dove ancora oggi forse non è perfettamente diffusa e totalmente condivisa la parità sociale e civile tra i sessi… un Paese che si chiama Italia.
Nina, contro la sua volontà, viene data in sposa al ricco quanto dubbio possidente terriero e affarista Jacopo degli Armenti in cambio di un terreno. Dalle violenze fisiche seguenti sarà generata la piccola Nora che vivrà in casa con la madre ed entrambe saranno “accudite” dalla governante Rebecca, amante non troppo segreta del marito di Nina. La sua indole ribelle e libertaria porterà la donna a infrangere tutti i tabù e tentare di crearsi una nuova vita nonostante la stretta sorveglianza della rivale e dei cognati. Lui nel libro si chiama semplicemente l’Uomo, un ribelle al pari di lei, la persona che fa conoscere e assaporare a Nina non solo i profumi dell’amore ma principalmente quelli della libertà.
«Nei giorni che seguirono l’Uomo imparò a fare i conti con i silenzi, a non indagare sul dolore delle donne. Venivano avvolte in veli scuri e scoprivano solo la ferita più urgente, quella che gli unguenti non riuscivano a guarire e aveva bisogno di punti di sutura. Portavano i bambini e chiedevano qualche medicina miracolosa in grado di alleviare i morsi della fame.»
Sullo sfondo della vicenda incombe la Prima Guerra Mondiale raccontata dal punto di vista più tragico, quello dei morti e dei feriti… ragazzi poco più che adolescenti strappati alle loro vite e mandati a combattere al fronte una guerra che la paura contribuiva a rendere ancora più tragica, triste, atroce e… «Per farsi rimpatriare, si mutilano da soli, si amputano un braccio o si sparano un colpo di fucile nel muscolo di una gamba. Vivere sottoterra notte e giorno a scavare trincee ti guasta il cervello, o forse te lo aggiusta, e capisci che quella non è vita e che forse è meglio inciampare in una granata e fare un botto solo, piuttosto che morire poco alla volta».

Marisa Fasanella ha acconsentito a rispondere a qualche domanda e raccontarci le idee e le riflessioni che hanno contribuito a plasmare i personaggi e le storie di “Nina”.

Come nasce e si inserisce nello scenario della globalizzazione un libro come “Nina”?

Le donne calabresi sono sopravvissute al “dispotismo domestico”, ma anche all’esodo degli uomini, con i miracoli e le storie. Mia nonna, la vera affabulatrice della famiglia, correva dietro punti di ricamo e anime scomparse. La madre delle orfane, sua figlia, doveva credere all’immortalità della parola e che l’assenza non abita il ricordo. Con il sole a nicchia, nei budelli stretti profumati di mosto, raccontava la storia di Scintilla, sposata bambina a un uomo partito soldato, che tornando dai campi cantava all’innamorato sotto gli occhi vigili dei fratelli del marito. Dai suoi racconti e dai suoi miracoli nascono le mie storie. Nei vicoli, la vita si travasa da una casa all’altra, le voci si incanalano come lavine, trascinano pathos, lenzuoli sbiancati nella liscivia. La crescita ha coinciso con la lontananza da quei luoghi, solo molti anni più tardi, in un momento di vuoto emotivo, ho ritrovato l’incantesimo dei suoi lunghi monologhi. Siamo radici diventati alberi. Rami che si elevano verso la conoscenza, ma anche memoria, testimoni di cultura e di tradizioni.

La co-protagonista del testo è indubbiamente la “guerra”. La guerra che non è solo il primo conflitto mondiale marginalmente rappresentato ma l’istituzione in sé e soprattutto le sue conseguenze.

Credo che il libro sia importante anche per questo, proprio perché ricostruisce il clima che c’era in quegli anni, la tragedia della prima Guerra Mondiale, il lavoro delle donne. Sin da bambina ho sentito parlare dell’epidemia di influenza spagnola, mio nonno aveva visto morire cinque delle sue sorelle. Un lutto che non è mai riuscito a superare, tant’è che l’ultimo giorno di vita ha chiamato i loro nomi, diceva che erano venute a prenderlo. Io con le mie antenne di bambina sentivo il dolore che l’uomo esprimeva, ma anche quello della terra martoriata dalla miseria e dalle epidemie. La Calabria non è stata teatro del conflitto, ma ha vissuto la povertà della guerra, la depredazione, l’assenza, la latitanza. Non eravamo ancora uno Stato, l’altra Italia, per dirla con Calvosa, era un non luogo, combattevamo una guerra che non sentivamo nostra. Ma la vera protagonista è indubbiamente Nina. Una donna, la donna che rappresenta tante donne, troppe… la storia di Nina è storia delle donne. Vittima della violenza e del dispotismo familiare, si ribella a chi la vuole muta e servile, depositaria di “virtù femminili”. La scrittura slega i suoi passi, denuncia le violenze dentro le mura, apre i cancelli della casa. Troppi uomini reagiscono alla paura dell’abbandono e della solitudine con una violenza feroce. Troppe donne dormono a fianco di chi dovrebbe proteggerle e che diventa il loro aguzzino. Li chiamano ancora “delitti passionali”, ma sono un crimine verso una parte dell’umanità.

Stai lavorando a dei progetti in particolare?

Sono molto disordinata, scrivo di notte, senza perdere il filo della narrazione durante il giorno. Lavoro al nuovo romanzo ma cedo alla tentazione delle storie brevi, come mia nonna, acciuffo fantasmi.

Marisa Fasanella è una scrittrice calabrese. Con il suo romanzo d’esordio Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce (Edizioni Periferia) ha vinto il Premio Letterario Nazionale “Donna e scrittura. Inedito nel cassetto”. Sua è  L’ombra lunga dei moroni (Rubbettino Editore, 2004 – Premio Nazionale Crati, Sezione Narrativa). Per l’editore Tullio Pironti ha pubblicato, nel 1996, la raccolta Gineceo. Undici crudeli racconti e, nel 2010, Rimorsi. Undici racconti (Premio Letterario Istmo di Marcellinara “Le Parole di Arianna” – sezione Narrativa; Premio Letterario Nazionale “Corrado Alvaro” XI edizione – Premio del Presidente. Finalista, prima rosa, Premio Letterario Nazionale “Rapallo-Carige” per la donna scrittrice, XXVII edizione). La giuria del Premio Nazionale “Vincenzo Padula”, VI edizione, le ha conferito il riconoscimento speciale per la narrativa.

Come cucinare il lupo, Mary Frances Kennedy Fisher, (Neri Pozza, 2014) a cura di Viviana Filippini

19 settembre 2014

come_cucinare_il_lupo_02_1_Come cucinare il lupo è il libro di Mary Frances Kennedy Fisher uscito per la prima volta nel 1942. Devo ammettere che appena ho letto questo titolo ho pensato alla fiaba di Cappuccetto Rosso, in realtà il lupo al quale si riferisce la Fisher -pioniera del food writing, ossia della scrittura dedicata la cibo – è la fame che travolge la popolazione americana durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Una sensazione determinata dal razionamento del gas e dalla sparizione dal mercato alimentare di molti dei prodotti di largo consumo (carne di manzo, bourbon, zucchero a velo, pesce fresco, formaggi, burro puro) nell’America di quegli anni. Il libro in questione, ripreso dalla stessa autrice nei primi anni Cinquanta con l’apporto di alcune aggiunte, è un vero e proprio manuale di ricette rapide, salvifiche (usa pochi ingredienti – gli unici in circolazione- e non troppo costosi) e semplici da impastare nei periodi di limitazione delle materie prime. Letto oggi, questo volume a qualcuno potrebbe sembrare l’ennesimo libro che parla di cucina, ma sappiate che dopo la fine del conflitto bellico, Come cucinare il lupo divenne per gli americani un vero e proprio best seller, un’opera fondamentale della letteratura americana, tanto che il «Time» (esatto proprio la nota rivista USA) non esitò ad inserirlo nella top list dei cento migliori libri di non fiction degli anni Cinquanta. Il cibo è il motore dell’opera della Fisher, anzi è il carburante di un libro che riflette in modo pungente e ironico sul genere umano e sul suo impellente bisogno di cibarsi. Fondamentali sono anche le citazioni presenti all’inizio di ogni capitolo che non solo servono a introdurre l’argomento delle pagine a seguire, ma rispecchiano la realtà sociale e comportamentale del genere umano. Uno tra i riferimenti più arguti è quello del capitolo Come distribuire la virtù introdotto da una frase di Edmund Burke: «L’economia è un virtù distributiva, non consiste nel risparmiare ma nel saper scegliere» o ancora il detto di Shakespeare:«L’ingordigia, lupo universale» per Come salvare la pelle. Il libro della Fisher è un vero e proprio scritto sull’arte di arrangiarsi con quello che si ha, e lei lo fa cercando di dare anche consigli su come render più gustosi cibi che di solito non lo sono, o rimedi alternativi su come preparare il colluttorio o il sapone finto. Il volume propone una carrellata di ricette che comprendono la carne e il pesce (pochi e limitati), le verdure, le uova, le patate, il riso, bevande di vario tipo (latte aromatizzato, infusi vari) dolci semplici e genuini il (Pan di zenzero, la Torta di guerra, la Torta al pomodoro e le Mele al forno). Ogni tanto la Fisher consiglia anche ricette un po’ più sostanziose e costose per il tipo di ingredienti usati (il Boeuf Moreno o le Polet à la mode de Beaune), ma sono eccezioni, che lei stessa riconosce ci si può concedere una tantum. L’autrice, nota in Italia con il libro Biografia sentimentale dell’ostrica, uscito sempre Neri Pozza nel 2005 spesso dichiarava:«Quando non posso lavorare leggo, quando non posso leggere cucino» e il suo amore per l’arte della preparazione culinaria emerge in ogni singola pagina di Come cucinare il lupo che non è composto solo da ricette, ma presenta riflessioni ironiche e attenti moniti sull’utilizzo dei conservanti presenti nel cibo. A questo proposito basta leggere le pagine dedicate al salmone in scatola che nemmeno i suoi animali mangiarono e che sepolto in giardino assieme ad altra spazzatura umida, dopo mesi e mesi, rivelò ancora intatta la sua perfetta forma, la consistenza e il colore. Come cucinare il lupo è un vero e proprio manuale di sopravvivenza in cucina in tempi di razionamento, ma allo stesso tempo questo libro è un esempio di quello che davvero si potrebbe e dovrebbe fare per tenere lontano il lupo. A questo riguardo ammirevole è parte del primo capoverso delle conclusioni scritte da Mary Frances Kennedy Fisher: «… sia il libro che io concordiamo su un’idea nata assai prima del 1942: visto che dobbiamo mangiare per vivere, tanto vale farlo con grazie e gusto». Traduzione Massimo Ortelio

Mary Frances Kennedy Fisher (1908-1992) lavorò a Hollywood come sceneggiatrice, ma dopo un anno si licenziò. Nel 1944 ebbe una figlia, ma non rivelò mai l’identità del padre della bambina. Finita la guerra si trasferì a New York e sposò l’ editore Donald Friede. Il matrimonio, sciocco ma allegro, durò poco. In Italia le sue opere conosciute sono Biografia sentimentale dell’ostrica (Neri Pozza 2005), Il mio io gastronomico, Alfabeto per gourmet e L’arte di mangiare.

:: Natura morta con briciole, Anna Quindlen (Cavallo di Ferro, 2014) a cura di Elena Romanello

18 settembre 2014

indexAnna Quindlen, già premio Pulitzer per il giornalismo e attivista femminista degli ultimi decenni, torna alla narrativa raccontando una storia al femminile abbastanza insolita ma molto attuale. Se negli anni Novanta, con Una figlia esemplare si era concentrata su una ragazza in carriera che si trova a dover fare da badante alla madre casalinga malata di cancro, storia poi trasposta anche al cinema magistralmente ne La voce dell’amore con due grandi interpreti come Renée Zellweger e Meryl Streep, qui invece decide di occuparsi di una donna sessantenne, ex femminista ora alle prese con l’età che avanza e non solo.
Rebecca è diventata un’icona del movimento delle donne con il suo lavoro di fotografa d’arte, e grazie a questo ha potuto arricchirsi, liberarsi da un matrimonio ormai opprimente con un intellettuale che l’ha tradita per anni, accudire i genitori anziani in ospizio e seguire economicamente il figlio: ma tutte queste spese cominciano a farsi sentire, e la donna lascia il suo appartamento a New York per trasferirsi in un cottage di un paesino di montagna, anche in cerca di un nuovo inizio professionale e personale.
Dopo alcuni intoppi iniziale, la sua si rivelerà la scelta giusta, visto che Rebecca troverà nella natura e nei paesaggi nuovi spunti per nuove foto con cui far ripartire una nuova carriera artistica, e conoscerà nuove persone, tra cui Jim, suo vicino di casa di cui si innamorerà ignorando un dramma che ha vissuto nel passato e che è legato a quelle strane croci che ha scoperto e immortalato con il suo obiettivo durante le sue passeggiate in cerca di fonti di ispirazione.

Natura morta con briciole, che deve il titolo ad una delle foto più famose di Rebecca ai tempi d’oro, simbolo dell’alienazione della condizione della donna, è un libro fatto di tante suggestioni e tematiche, tutte attuali e sentite, sia negli Stati Uniti che in Italia. Il tema degli anni che passano e della vecchiaia sembra essere sempre più sentito soprattutto da molte autrici (anche nostrane, a cominciare da Lidia Ravera) e vuole essere non solo un modo per parlare di rimpianti ma anche di nuovi progetti e inizi, in particolare se si parla della generazione che ha fatto il femminismo, che quarant’anni fa era giovane ma che oggi per ovvi motivi è entrata in quella terza età che allora sembrava tanto lontana ma che c’è. Connesso al tema dell’invecchiare, c’è quello di avere nuove opportunità, come amori e cambiamenti, anche in età non più giovanile, ma anche la questione mai risolta e di cui non si parla mai abbastanza delle responsabilità doppie di accudimento dei genitori anziani e dei figli non ancora autosufficienti sul piano economico, tema caldo in Italia ma presente anche negli Stati Uniti come problema. Altro tema interessante il rapporto tra città e campagna, dove la seconda sembra andare incontro ad una riscoperta, anche solo per uno stile di vita e di ritmi meno caotici, anche se ovviamente non è tutto positivo e i disagi ci sono.
La storia della nuova vita di Rebecca è un libro che piacerà alle coetanee della protagonista, ma anche a chi più giovane cerca ancora una sua strada e un suo inizio, e magari ha una mamma o conosce qualche donna che somiglia a questa fotografa diventata icona suo malgrado che scopre che la vita può iniziare di nuovo in un bosco e cambiare completamente di nuovo, dando speranza in una società che sembra offrirne sempre meno.

Anna Quindlen ha collaborato negli ultimi trent’anni con i più importanti quotidiani e magazine americani, e i suoi libri hanno scalato le classifiche dei bestseller del «New York Times». Nel 1992 è stata insignita del Premio Pulitzer per la sua rubrica “Public and Private” proprio sul «New York Times».
Nel 1995 ha lasciato il mondo del giornalismo per dedicarsi unicamente alla carriera di scrittrice. Da uno dei suoi romanzi è stato tratto il film La voce dell’amore con Meryl Streep.
Nel 2000, con l’uscita di La vita è meravigliosa, Anna Quindlen è stata la prima autrice a comparire nella classifica del «New York Times» contemporaneamente nelle categorie fiction, non-fiction e self-help. I suoi libri sono tradotti in numerosi paesi stranieri.

:: Un’ intervista con Fabio Negro, autore di La perla di Labuan. Una leggenda salgariana (Il Foglio, 2014) a cura di Elena Romanello

17 settembre 2014

PerlaFabio Negro è uno studioso dei libri e dell’opera di Emilio Salgari, il maestro italiano dell’avventura, e a questa sua passione ha dedicato l’opera La perla di Labuan Una leggenda salgariana, appena uscito presso l’editore Il Foglio, omaggio letterario al Capitano partendo da un suo libro che si dice che sia andato perduto.

Come è nata l’idea del tuo libro?

Mentre scrivevo il mio saggio sull’isola di Mompracem. Felice Pozzo, che ne ha curato la postfazione, fece accenno agli studi di Giuseppe Fragale, citando il fatto che egli avesse per primo dato notizia del romanzo perduto “La Perla di Labuan”. La cosa mi affascinò moltissimo e volli approfondire. Felice mi procurò copie dei dattiloscritti di Fragale, contenenti ampi stralci della trama per come gli era stata riferita. Potete ben capire come mi sia facilmente entusiasmato e abbia deciso di “resuscitare” questo “fantasma salgariano”. Avevo questa scarna ossatura di partenza per costruire un bel romanzo salgariano (una sfida ovviamente, che poteva risolversi in un totale disastro), che però andava necessariamente integrata. Riesumai quindi alcuni scritti giovanili, avventure che – molto infantilmente – avevo creato per il malese Sharat e il portoghese Joao. C’era ancora qualche buona intuizione in quelle pagine confuse e, rivedute e corrette, sono confluite nella mia “Perla di Labuan”.

Perché continuare a rifarsi ad Emilio Salgari, cosa ha detto a te e cosa può dire agli altri?

Io ne ho tratto l’amore per il mare e la navigazione (ho frequentato l’Istituto Nautico, senz’altra vocazione marittima); la passione per i viaggi e la scoperta di culture lontane e diverse. Ma il mondo di Salgari, vasto quanto ricco, è un mondo di ideali e idealisti; un mondo dove i corsari sono gentiluomini, fanno la “guerra leale”. Dove contano la giustizia, l’onore, il rispetto, l’amicizia: tutte parole che via via stanno perdendo di significato.Un mondo dove in maniera del tutto anticipatoria, è cosa naturale l’integrazione fra popoli, senza nessun pregiudizio religioso o razziale.

L’opera di Salgari è poi una finestra sul mondo, attraverso la quale si apprendono nozioni geografiche e naturalistiche, storiche, di costume. E mica è poco!…

Oltre a Salgari quali sono le tue altre passioni letterarie?

In qualche modo sono tutte riconducibili alla stessa matrice. Amo molto Tolkien, i romanzi di mare di Patrick O’ Brian e di C.S. Forester, e i racconti western di Louis L’Amour.

Chi è secondo te oggi un erede di Salgari?

Se si considera quale fenomeno fu Salgari alla sua epoca, non si possono fare nomi di “eredi”. Che sia per l’incredibile quantità di libri scritti, o per il fascino del “diverso”, dell'”ignoto”, dell'”esotismo” – oggi impossibile da ritrovare – contenuto nelle sue storie, o ancora per il fatto che Salgari fu uno scrittore estremamente popolare non nei circoli letterari, ma tra le “masse”, nessuno, a mio avviso, complici il mutamento e il trascorrere del tempo può essere considerato come un Salgari moderno.

Forse la TV, negli anni Cinquanta o Internet ai giorni nostri…

Prossimi progetti?

La tentazione di scrivere altri romanzi con gli eroi salgariani è forte quanto pericolosa: “La Perla di Labuan” ha un suo perché e un’affascinante leggenda alle spalle. Andare oltre vorrebbe dire abusare e andarsi a collocare tra le centinaia di epigoni che approfittarono del successo di Emilio dopo la sua morte. Mi sto dunque dedicando alla stesura del resoconto dei miei viaggi avventurosi, raccconati con vena goliardica che giustifica il titolo “In giro per il mondo come se fossi Yanez”.

:: Blogtour Ira Domini. Sangue sui Navigli (Mondadori, 2014) – prima tappa.

15 settembre 2014

Inizia oggi il blogtour dedicato al romanzo storico Ira Domini. Sangue sui Navigli di Franco Forte, secondo volume di una serie di romanzi con al centro le indagini di Niccolò Taverna, notaio criminale della Milano della seconda metà del 500. In questa prima tappa potrete trovare le domande fatte eccezionalmente a Niccolò Taverna stesso, alcuni dipinti e immagini d’epoca legati al romanzo, e un mio articolo, spero abbastanza storicamente rigoroso, sulla cucina del tempo, più alcune ricette originali tratte dal ricettario cinquecentesco Opera dell’Arte del Cucinare di Bartolomeo Scappi. Questo è il secondo blogtour da me organizzato, che è stato possibile fare grazie all’impegno e alla collaborazione di altri 3 blogger che qui ringrazio. Noi ci siamo divertiti e spero che anche voi lettori troviate l’iniziativa interessante. Dunque benvenuti in questo viaggio virtuale nella Milano del 1570.

Vecchia Milano navigabile
Niccolò Taverna, benvenuto su Liberi di Scrivere. Questa intervista attraverso il tempo e lo spazio è stata possibile grazie all’aiuto di colui che redige i romanzi che narrano la sua vita e le sue indagini. Ci parli di lei, della sua infanzia, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Ho mille difetti e ben pochi pregi, se non quelli che ho ereditato da mio padre, il notaio Amerigo Taverna. E’ grazie a lui se oggi posso ancora esercitare la sua arte, cioè quella di frugare fra le anime oscure che popolano i vicoli della città, e che fanno della vita criminale il loro sordido mondo, in cui sguazzano come topi in fuga dalla peste. L’arte dell’investigazione è un dono, e io credo di averla appresa non solo dalle parole di mio padre ma soprattutto dal suo esempio, dal modo lucido e pacato di spolverare i cuori grinzosi dei dannati per farmi scorgere la luce che alberga in ciascuno di loro.

Ci parli della sua professione di notaio criminale, che studi ha fatto, quali sono i suoi maestri. Sulle orme di chi ha deciso di investigare su misteri e delitti?

Come un garzone di bottega, ho seguito mio padre sui luoghi del crimine, ho appreso da lui l’arte di leggere le macchie di sangue per capire come è stato ucciso un uomo, oppure come legare una corda all’impennaggio di una freccia o di un quadrello, e tenderla per stabilire la traiettoria del dardo. Ma se lo studio delle prove fisiche e dei luoghi del crimine è un valido appoggio al lavoro di un notaio criminale, è ben altro che mi ha insegnato mio padre: è negli occhi e nell’anima delle persone che si cela la verità, dietro le coltri della menzogna. Ed è lì che bisogna insistere e scavare, per risolvere i peggiori casi criminali.

Che strumenti investigativi ha in dotazione un magistrato del 1500. Quali sono le scoperte scientifiche che l’hanno più aiutata?

A Milano siamo all’avanguardia, rispetto al resto del mondo. Nei sotterranei del Tribunale di Giustizia abbiamo un laboratorio de’ dottori che consente di scarnificare i corpi delle vittime e darci la possibilità di esaminare con chiarezza i fori di entrata delle armi omicide nei crani o nelle ossa delle persone, per circoscrivere i possibili assassini. E lo studio del sangue venoso e arterioso, della forza e del raggio di diffusione degli schizzi di sangue, sono una scienza ormai avanzata, che ci permette di capire se una vittima è stata colpita prima o dopo la morte, da quante mani e con quanta forza, per determinare altezza, peso e anche il sesso degli assassini, e lavorare d’ingegno per collegare tutti gli indizi e farne prove. Ma sopra a tutto vige la regola principale di ogni notaio criminale: non sono le apparenze quelle che possono condannare un uomo, ma i dettagli incontrovertibili che si celano dietro la cortina buia di ogni azione criminale.

In che relazione si pone con il colpevole. Che sentimenti prova nei suoi riguardi, cerca di capirne le motivazioni, le debolezze, il contesto in cui compie i suoi crimini, anche i più efferati?

L’assassino è sempre una persona. La vittima anche. E i notai criminali pure. Così diversi, eppure così simili, e dunque lo studio delle emozioni, dei desideri, degli odi e delle paure è fonte costante di informazioni, di tasselli sempre più precisi per arrivare a comporre il grande mosaico di un’indagine. La natura umana è intrinsecamente legata all’atto criminale, e se non riusciamo a capirla, a decifrarla, allora non potremo mai capire il lato oscuro delle persone e dare giustizia al dolore che affligge ogni società civile.

Cos’è la giustizia per lei? Crede che quella umana sia infallibile?

Tutti sono fallibili, per primi coloro che cercano una via per la giustizia. Forse solo chi non ha mai conosciuto il peccato, può riconoscerlo senza possibilità di errore. Per tutti gli altri, ci sono solo indizi e piste vaghe da seguire, nella speranza che l’acume e il fiuto di un notaio criminale possano almeno servire a evitare quanti più errori possibile. Come umilmente cerco di fare io ogni giorno…

Laghetto Santo Stefano a Milano

La vivanda di riso alla lombarda

Per fare una vivanda di riso alla lombarda sottestata (= tostata) con polpe di polli, cervellate (= sorta di salsicce a base di sanguinaccio di porco) e rossi d’uova.
Piglisi il riso nettato nel modo soprascritto e cuocasi in brodo nel qual siano cotti capponi, oche e cervellate; e cotto che sarà di modo che sia sodo, piglisi una parte d’esso riso e pongasi in un piatto grande di terra o d’argento over di stagno, e spolverizzisi di cascio, zuccaro e cannella, e pongasi sopra esso riso alcun bocconcino di butiro fresco e la polpa del petto di cappone e oche con cervellati tagliati in pezzuoli, e rispolverizzisi di cascio, zuccaro e cannella. In questo modo faccianosi tre suoli, e l’ultimo sia bagnato di butiro fresco liquefatto e spolverizzato della medesima composizione, e pongasi al forno che non sia troppo caldo, e lascisi stare per meza ora fin a tanto che pigli un poco di colore, e sbruffisi d’acqua di rose e servasi così caldo. Si può accomodar questo riso in un altro modo: cioè, cotto che sarà, pongasi il piatto di butiro, e ponganovisi fette di provatura (= mozzarella di latte di bufala) fresca non salata, e spolverizzate di zuccaro e cannella e cascio grattato; e sopra di esse pongasi il riso, e sopra il riso ponganosi rossi d’uove fresche crude, secondo la quantità del riso, avendo però fatti i vacui nel riso dove si pongano i rossi dell’uova, e sopra essi rossi ponganosi altre tante fette di provatura spolverizzate di zuccaro, cascio e cannella, e poi coprasi con altro tanto riso. In questo modo si potranno far due e tre suoli, e nell’ultimo pongasi un poco di butiro sopra e facciasi stare sulle ceneri calde, o in forno come di sopra, e servasi caldo
“.

La ricetta della zuppa lombarda.

Per fare una suppa alla lombarda con brodo di carne.
Piglisi pan bianco tagliato in fette di grossezza d’una costa di coltello e lesisene la crosta e facciasi sottostare al forno o sotto il testo (= stoviglia o fornello di terracotta per cuocere vivande); et abbiasi brodo grasso, ove sia cotta carne di vacca e capponi e cervellate, et accomodinosi le fette del pane nel piatto e spolverizzinosi di cascio grattato, zuccaro, pepe e cannella, e ponganovisi sopra alcune fettoline di provatura fresca, overo di cascio grasso che non sia troppo salato, et in questo modo si facciano tre suoli e bagnonisi con il brodo soprascritto, che non sia troppo salato, fin a tanto che sia bene insuppata e coprasi con un altro piatto, e lascisi riposare per un quarto d’ora in loco caldo, e servasi calda con li cervellati tagliati in fettoline e zuccaro e cannella sopra
“.

Tra i dolci la ricetta dei morselletti.

Per fare morselletti, cioè mostaccioli alla milanese.
Piglinosi quindeci ove fresche e battanosi in una cazzuola e passinosi per lo setaccio con due libre e mezza di zuccaro fino fatto in polvere e mezza oncia di anici crudi, overo pitartamo pesto, et un grano o due di muschio (= sostanza profumata ottenuta dalla secrezione ghiandolare del mosco, animale che vive nell’Asia centrale) fino; e mettansi con esse libre due e mezza di farina, e battasi ogni cosa per tre quarti d’ora e ribattasi per un’altra volta; poi si abbiano apparecchiati fogli di carta fatti a lucerne, onti, overo tortiere alte di sponde con cialde sotto senza essere bagnate di cosa alcuna, e dapoi mettasi essa pasta dentro le lucerne o tortiere, e non sia d’altezza più che la grossezza d’un dito, e subito si spolverizzino di zuccaro e ponganosi nel forno che sia caldo, overo quelle delle tortiere cuocanosi come le torte; e come tal pasta sarà sgonfiata et averà in tutto persa l’umidità e sarà alquanto sodetta, cioè sia come una focaccia intera, cavisi dalla tortiera o lucerna e subito si taglino con un coltello largo e sottile a fette larghe due dita e lunghe a beneplacito, e rimettanosi nel forno con un foglio di carta sotto a biscottarsi, rivoltandoli spesso; però il forno non sia tanto caldo come di sopra; e come saranno bene asciutte, cavinosi e conservinosi perché sono sempre migliori il secondo giorno che il primo e durano un mese nella lor perfezione
“.

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La cucina milanese è senza dubbio figlia di una cucina povera, ma non per questo meno saporita di molte altre cucine regionali. E spesso dove non può l’ambiente può la leggenda; numerose, per esempio, sono le leggende legate alla nascita del progenitore del risotto alla milanese, o meglio allo zafferano, leggende che forse il tempo ha modificato e abbellito, ma accrescono di folkrore di un piatto che storicamente trova la sua collocazione nell’Opera dell’Arte del Cucinare di Bartolomeo Scappi, cuoco personale di Pio V, che nella metà del ‘500 descrive la ricetta della “Vivanda di riso alla Lombarda”. Va anche detto che la Milano del 1570 fu un’epoca di fame e carestia, con guerre, peste, spopolamento dei campi e delle campagne che certo non contribuirono a rendere la dieta dei milanesi varia e sostanziosa. Ciò non toglie che farina grezza con verze fosse il piatto base di molti milanesi assieme alla trippa, alla cassoeula di carne di maiale (salsicce insieme a verze, cotiche e costine) e ancora mondeghili, polpettine fritte nel burro, e la famosa cotoletta alla milanese, che troviamo per la prima volta intorno al 1500, alla corte degli Sforza. Tra i dolci il panettone che la tradizione narra nato come “pane dei signori” (pane di “tono”, dal francese pan de ton) era un dolce natalizio a base di pane, che diventò più ricco e più simile all’attuale al tempo di Ludovico il Moro (1452-1508). Anche il pane compariva nelle mense dei milanesi, pur tuttavia essendo il frumento assai costoso, i più poveri facevano il pane anche con farine mescolate a quelle di altri cereali (granturco, miglio, segale, orzo) o anche di legumi secchi come i ceci o farina di patate. Il più noto fu il pan de mej (pane di farina di granturco o di miglio), chiamato anche pan giald, pane giallo. Sempre Bartolomeo Scappi, mia maggiore fonte di informazioni, fu anche colui che per primo introdusse nei ricettari i prodotti del Nuovo Mondo, come pomodori, melanzane, peperoni, creando per esempio la pasta al sugo, oggi simbolo della cucina italiana. Altri piatti tipici milanesi sono l’ossobuco, ricavato dal garretto posteriore del vitello, il vitello tonnato e la già citata zuppa di trippa, chiamata la busecca, fatta principalmente con frattaglie. La costoletta di vitello e con l’osso nacque nel secolo XVI, nella Milano degli Sforza, seguendo la moda di dare ai cibi una coloritura d’oro. Moda che trae origine dalla credenza dei medici medioevali che l’oro facesse bene al cuore, fatto che spinse le famiglie più facoltose a far preparare le carni rivestendole di lamine dorate. Convinzione poi presto smentita, ma per motivi forse estetici o di prestigio conservata.

Prossime tappe:

Seconda tappa: Sognando Leggendo
Terza tappa: Le mele del silenzio
Quarta tappa: Wonderful Monster

:: La vita in ogni respiro, Blanca Busquets, (Piemme, 2014) a cura di Valeria G.

14 settembre 2014

index“Chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalla musica, come se stessi togliendo la polvere dal busto di Beethoven. La musica mi punge il cuore. Che bel suono ha il violino, anche se è quello della signora Anna. Non posso evitare di sorridere, come suona bene lo Stainer…….”

Ho sempre pensato che la musica e la letteratura appartengano allo stesso albero genealogico emozioni. Ad entrambi infatti è stato regalato il dono di saper risvegliare i sensi, anche quelli più reconditi e assopiti, l’unica differenza è il mezzo attraverso il quale questo straordinario effetto avviene: il musicista è colui che usa lo studio e l’esecuzione di un brano musicale, e dopo aver accordato alla perfezione il suo strumento, arriva a far vibrare le corde della nostra anima; lo scrittore, invece, si dedica all’ uso della parola scritta e attraverso la narrazione della sua storia ci trascina in una coinvolgente e stimolante analisi personale.
Quando ho iniziato la lettura di “La vita in ogni respiro” della scrittrice spagnola Blanca Busquets pubblicato da Piemme, non sapevo che mi sarei trovata tra le mani un’opera vera e propria. Immaginavo di leggere le avventure di un grande direttore d’orchestra che ha amato molte donne, le quali, sedotte e abbandonate come spesso accade nelle migliori storie d’amore, si trovano sole a rivangare  inutilmente i “se “e i “ma” della loro complicata relazione.
Invece…
La storia inizia con la voce di Teresa, giovane fanciulla povera e sfortunata, la quale si trovò tra le mani, in maniera del tutto casuale, un violino nella discarica che usava frequentare in compagnia di sua madre, per l’esattezza uno Stainer del 1672, un pezzo unico nel suo genere. Per lei, questo fu un incontro fondamentale, la classica porta che si apre sul mondo, l’apparente banale evento che poi, tanto banale non è visto che cambia lo svolgimento di una vita intera. Teresa dopo anni di fatiche e studio riuscì a diventare una eccellente violinista nonché una ricercata insegnante di musica. Durante le sue abituali lezioni incontrò una delle allieve più capaci di sempre, Anna, la quale afflitta da una vita famigliare povera di amore, sembrò aver perduto per sempre la propria anima e la sua voglia di felicità.
E poi c’è lui, Karl T. ,il perno attraverso il quale si snoda l’intero romanzo e trait d’union tra i personaggi: famoso direttore d’orchestra tedesco di nascita, vissuto nei migliori anni della sua giovinezza nella repressiva Berlino Est, approdato a Barcellona grazie al suo straordinario talento per la musica e ad un particolare violino, un lasciapassare verso l’occidente libero, deceduto a causa di una disfunzione cardiaca.  La sua misteriosa esistenza venne scandita dalla devota e acuta Maria, domestica fissa che oltre che essere una lavorante diventò, con la sua semplicità e il suo talento nascosto, suo riferimento emotivo, musicale e personale, da Mark, il figlio che non sapeva di avere, e che improvvisamente un giorno si presentò alla sua porta dichiarando di essere un musicista anch’egli e dalle tante artiste donne, sedotte lentamente e inesorabilmente durante le estenuanti prove all’interno del suo studio-salotto.
La Busquets compie una scelta coraggiosa ma decisamente riuscita: decide di non affidare ad un estraneo narratore le pagine del passato del suo protagonista, preferisce farlo rivivere attraverso la voce, qualche volta confusa tra vicende passate e incontri nel presente, dei personaggi che hanno avuto con lui una profonda e indimenticabile relazione umana e professionale.
Così il lettore viaggia attraverso la musica, principalmente, ma non solo, sulle note del famoso “Concerto a due violini” di Johann Sebastian Bach, opera immortale che il nostro protagonista  studiò ossessivamente al fine di riuscire a riprodurne la perfezione e attraverso il quale compone uno dei suoi più prestigiosi concerti nella sua Berlino ormai libera da ogni vincolo sociale e politico, e anni dopo la prematura scomparsa di Karl, attraverso un omaggio alla sua memoria che proprio suo figlio decide di organizzare per far rivivere l’importanza che l’evento ha avuto su tutti loro. Come una perfetta equazione matematica Karl e il perduto violino Stainer diventano il legame e il destino di vari personaggi, mentre le due violiniste, le migliori, le più abili, le più veloci dita di sempre, Anna e Teresa naturalmente, si rincorrono, si scontrano, si attaccano, si escludono l’un l’altra nella loro musicale esistenza così come avviene sul palcoscenico durante l’elaborata esecuzione del brano di cui sopra.
Lo scritto si affaccia al pubblico con una scrittura rapida e diretta, senza troppe variazioni di stile, inoltre, incuriosisce particolarmente la scelta, molto apprezzata a mio parere, di lasciare i dialoghi all’interno della struttura narrativa, infatti non esiste alcuna punteggiatura ad annunciare l’arrivo di una conversazione. Anche questa diventa una scelta efficace e riuscita attraverso la quale si aggiunge maggiore spessore e completezza ai numerosi conflitti interiori dei personaggi.

Blanca Busquets è nata a Barcellona nel 1961 ed è tra le maggiori autrici catalane. Ha ricevuto nel 2011 il prestigioso Premio Llibreter per l’acclamato romanzo L’ultima neve di primavera (Piemme 2013). Appassionata di musica classica, ha lavorato a lungo per la radio ed il teatro.

:: Un cuore timido, Steve Martin (Kowalski, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

13 settembre 2014

serenaRicordo Steve Martin colorare, con la sua inconfondibile chioma bianco-neve, i film visti e poco capiti nella mia infanzia. Eppure le amavo – queste commedie per adulti che chiaramente non erano state prodotte per me, semmai per i miei genitori – e le guardavo e riguardavo per provare ancora una volta quella simpatia naturale che Martin mi causava a ogni apparizione. Mi ero affezionata ai suoi ruoli da comico temperato, non grottesco ma un po’ parodico, ammantato da quella dolce tristezza tipica dei clown.
Poi mi trovo in mano, per caso, un romanzo firmato proprio da lui.
Un cuore timido, recita il titolo.
Un romanzo d’amore?
Solo collateralmente. Solo nella misura in cui qualsiasi essere umano – anche quelli per cui farsi amare è più difficile – inciampa nell’amore.
Un cuore timido è la storia, scritta in prima persona, di Daniel Pecan Cambridge, trentenne (forse, dipende dal momento) la cui vita quotidiana è strutturata e cadenzata dalle nevrosi che formano il suo carattere. Daniel è un ossessivo compulsivo al penultimo stadio, un passo prima di cadere definitivamente nel proprio mondo interiore fatto di simmetrie da rispettare, proporzioni da ristabilire e calcoli matematici con cui riempirsi la mente nel caso in cui il mondo esterno, caotico e irrazionale, disturbi troppo il suo precario equilibrio. Daniel è un genio, ma di quella specie che paga a caro prezzo il proprio vantaggio. Ma Daniel è anche e soprattutto un essere umano che non demorde, neanche e soprattutto dinnanzi a se stesso, che continua imperterrito a inseguire i propri sogni.
Il sogno corrente di questo cuore timido è Elizabeth, agente immobiliare tanto perfetta quanto lui è imperfetto. Lei è la Donna Ideale, il fine ultimo, ma non l’unica che causi in Daniel un tenero affetto. C’è anche Philipa, attrice costantemente emergente e sua dirimpettaia, troppo attraente per essere un’amica con tutti i crismi del caso, troppo amichevole per fantasticare romanticherie su di lei. C’è poi Zandy, farmacista da cui Daniel acquista i propri farmaci, presenza costante nella sua vita ma proprio per questo irraggiungibile: difficile flirtare con una donna che sa esattamente quanto fuori di testa tu sia. Infine c’è Clarissa, apprendista strizzacervelli a cui è affidato, due volte a settimana, Daniel.
Sarà proprio Clarissa – la persona che, per deontologia, dovrebbe essere più distaccata – che aprirà a Daniel il mondo delle relazioni “normali”, che di normale, una volta viste da vicino, hanno ben poco. Lei ha tanti problemi quanti ne ha lui, semplicemente di natura diversa: ha un figlio e nessun padre che lo possa crescere degnamente. Paradossalmente sarà proprio il disadattato Daniel, più per caso che per scelta, a trovarsi in casa il piccolo Teddy e a occuparsi di lui; e sarà proprio questo bambino, paradossalmente, a insegnare a Daniel a risolvere i propri problemi. Beh, almeno alcuni. Abbastanza per aprire uno spiraglio nella propria gabbia di nevrosi, e quindi amare e farsi amare.

Paradossalmente, ora sapevo del mio strizzacervelli più di quanto lei sapesse di me, dato che non le avevo mai permesso di valicare i confini delle mie compulsioni, che d’altra parte esistono proprio per questo.

La scrittura di Steve Martin evoca quell’amara, un po’ comica, dolcezza con cui l’attore ha costruito molti dei suoi personaggi. La sua è una prosa semplice, a tratti pedante e infantile – come deve essere, trattandosi di un personaggio come Daniel – e a tratti incredibilmente acuta e tagliente proprio grazie allo sguardo disincantato con cui descrive la “normalità”:

La qualità che ci accomunava consisteva nel fatto di essere brave persone. Ma non era una virtù che ci fossimo davvero guadagnati. Era una caratteristica che gli imbranati acquisiscono per default, a causa della nostra incapacità di esercitare sul mondo una forza superiore a un buffetto.

Perché leggere Un cuore timido?
Perché rientra in pieno in quel genere di romanzi che, approfittandosene della sospensione dell’incredulità del lettore, ci permettono di osservare il mondo con il punto di vista di un “folle”, e così di scoprire – grazie alla sua inaspettata iper-lucidità – quante follie compongano la “normalità”.

Steve Martin (1945) è un attore (più di cinquanta film dagli anni ‘70 a oggi), musicista (dieci album dagli anni ‘70 a oggi) e scrittore statunitense. Come romanziere, ha debuttato con Shopgirl nel 2000.

:: Segnalazione di Casa di carne, Francesca Bonafini, (Avagliano, 2014) a cura di Natalina S.

12 settembre 2014

indexCasa di carne, Avagliano editore, è il titolo che Francesca Bonafini – scrittrice veronese- “strappa alle stelle” per descrivere l’essenza di quel pericolo bello, l’amore. L’amore che, appunto, ha volto di sensi, vibrazioni. L’amore che è raro ma accade. L’amore che restituisce libertà, identità.
Ed è il sentire di Angela, protagonista principale del romanzo, a condurci in questo straordinario perigeo di sensazioni. Si sporge al di là del crinale Angela, nuda, spoglia, senza armi e paura. È lei stessa ad insegnarci che lì dove la fragilità non ha timore di mostrarsi e abbandonarsi risiede l’amore, in tutta la sua lealtà e autenticità. Parte, senza se e senza ma. Parte, forse, proprio da quel pezzo che le manca, incerto allo stesso modo di un se ed un ma: la morte dei suoi genitori, che inconsciamente o consciamente la spinge a cercare il grembo in cui sentirsi a casa.
Casa di carne è un peregrinare tanto fisico quanto spirituale; il tentativo di arginare il mare in cui ci sente naufraghi in cerca di un’ancora a cui rimanere impigliati, non per forza però perché l’amore non ha bisogno di costrizioni. La costrizione è illecita come attribuire l’illecito a ciò che illecito non è.
Angela – Francesca – è un’amante della letteratura e lo sa bene che le parole hanno un peso, che sono voci di carne viva, in grado di conferire il giusto significato alle cose, di farti sentire a casa, come l’amore.
Ed io che le parole le amo nel loro matrimonio in frasi d’armonia ricche di significato ho trovato una casa in cui ho voglia di rientrare, nuove mura in cui dimorare.
Storia di viaggi e di attraversamenti sia fisici sia esistenziali, e sulla ricerca di sé. Trieste, Brest, Rio de Janeiro, Lisbona, ogni città è per Angela una frontiera da oltrepassare. Trova finalmente un lavoro stabile come cameriera in un albergo, prepara le colazioni, ma vive con profonda inquietudine e curiosità: ha sempre lo zaino pronto, si innamora di Miriam, incontra Alessio, va a vivere con Tiago e non smette mai di credere nell’amore come unico luogo a cui tornare. Salvo poi prendere atto che la fine di ogni sentimento è un addio preparatorio all’ultimo addio della vita. Tra partenze, amicizie, avventure Angela è pronta a gettare via le sue maschere. Ma a quale prezzo? E sapranno fare lo stesso anche i compagni che incontrerà lungo la strada? Un romanzo che ha in sé tutta la meraviglia e il pericolo dello sconfinamento.

Francesca Bonafini: (Verona 1974) vive a Bologna. Ha pubblicato il romanzo Mangiacuore (Fernandel 2008) e il romanzo collettivo Il cavedio (Fernandel 2011). Numerosi suoi racconti sono apparsi su riviste, quotidiani e antologie, ed è presente nel Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango 2008) con il lemma “zaino”. Ha scritto di musica italiana e in particolare di Ivano Fossati nel volume Sex machine. L’immaginario erotico nella musica del nostro tempo (Auditorium 2011). Cura la rubrica “Mandibola. I nutrimenti di Bonnie” sulla rivista “Stra Occupati, free press abruzzese.