Kati Hirschel, libraia con l’hobby dell’investigazione e Istanbul, città ai confini tra Oriente e Occidente, sono le protagoniste dei briosi romanzi gialli della scrittrice e giornalista turca Esmahan Aykol, già autrice di Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).
Sorta di Miss Marple turco-tedesca, Kati Hirschel, si distingue nel panorama del giallo per la sua verve, per la sua eccentricità, per una sorta di sconsideratezza che non le impedisce di buttarsi a capo fitto, con acume e sagacia, nelle indagini che le si presentano di volta in volta, quasi per caso.
Forse il suo essere libraia, specializzata in gialli, come ama ricordare quando parla della sua professione, e il suo amore per i libri polizieschi l’hanno aiutata negli anni a sviluppare quelle qualità di perspicacia e intuito che fanno, come direbbe Poirot, il buon investigatore. E Kati, non ostante la sua svagatezza, è un buon investigatore. Sa fare le domande giuste, fare i giusti collegamenti, non fermandosi davanti alle apparenze e all’ovvietà, sa impegnarsi anche ostinatamente a risolvere enigmi e misteri, sempre con leggerezza, quasi con inevitabilità.
In Tango a Istanbul (Tango Istanbul, 2014) tradotto dal tedesco da Emanuela Cervini e pubblicato a Zurigo da Diogenes Verlag e in Italia da Sellerio, come tutti i precedenti romanzi della Aykol, abbiamo un’indagine, una ragazza ricoverata in ospedale dopo un malore, un romanzo scomparso, e una pioggia di indizi, coincidenze, anomalie che spingeranno la nostra libraia, investigatrice dilettante, a capire che qualcosa non torna, che è il caso di vederci più chiaro.
Non veri e propri noir, i romanzi della Aykol sono gialli umoristici, caratterizzati da un’ambientazione esotica e insolita elevata a personaggio stesso della narrazione. In questo romanzo poi c’è qualcosa in più, una venatura sociologica e un grado di autocoscienza, che aggiungono profondità a una narrazione di per sé leggera. Verrà trattato infatti, anche se in modo forse marginale, il tema dei desaparecidos argentini, delle vittime dell’ autoritarismo turco, il cosiddetto “stato profondo”, della sorveglianza della popolazione, della apparente modernizzazione in una società tendenzialmente conservatrice, e sebbene non si raggiungano sfumature di vera e propria denuncia sociale, la sensazione di approfondire temi proco noti e forse ancora poco metabolizzati, è forte.
La Turchia è senz’altro un paese misterioso e affascinante, poco conosciuto, parte dell’Europa e nello stesso tempo altro. E’ interessante scorgere come da una finestra socchiusa la sua vita di ogni giorno, il caos delle sue strade, la vita dei bar, dei ristoranti, dei mercati, tra quartieri fatiscenti, in cui i muri delle case sembrano appoggiati l’uno all’altro, e zone residenziali di lusso. E questo assieme all’ironia, e all’anticonformismo contenuti nelle pagine, sono i punti forti di un romanzo forse un po’ in bilico, tra il gusto di svagare e l’ambizione di fare riflettere con temi seri e impegnativi. Un limite? Forse, o forse solo uno stadio nel processo di crescita di un’autrice interessante e capace di trasmettere simpatia e allegria. Buona lettura.
Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel questa casa editrice ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).
Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maurizio dell’Ufficio Stampa Sellerio.
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Cronache di Principi e Viandanti, di Michael Chabon (Indiana Editore, 2014), è stato originariamente pubblicato sul New York Times, in quindici puntate, come si faceva coi romanzi d’appendice; successivamente è uscito in una sontuosa edizione (Sceptre) che emulava i vecchi romanzi per ragazzi – copertina cartonata, mappa pseudo-antica, e all’interno le illustrazioni, splendide, di Gary Gianni, uno dei maestri contemporanei del fumetto e dell’illustrazione d’avventura.
Un quartiere residenziale di una città del Nord America non meglio identificata, è il giorno di Natale e una tempesta di neve ha isolato i suoi abitanti: tra di loro c’è Holly, un passato di depressioni familiari e malattie, un presente di lavoratrice, moglie e mamma realizzata, soprattutto da quando tredici anni prima, non potendo avere suoi figli biologici per un’ovariectomia, ha adottato in Siberia la sua adorata figlia Tatiana, oggi una bellissima adolescente.
Ciò che si nota subito, aprendo “Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano” di Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), è che si tratta di un libro splendido.
Mia è una redattrice pubblicitaria finlandese che, a quasi quarant’anni, sente la sua vita inutile e senza scopo, con un lavoro poco stimolante e ormai un ex fidanzato con tanto di casa simile ad uno zoo di animali esotici. Sulla sua strada incontra, sia pure da un punto di vista letterario, Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice giapponese, vissuta in quel decimo secolo in cui nel Paese del Sol levante la cultura era in mano alle donne, e decide di occuparsi di lei, scrivendo un libro sulla sua opera, Note del guanciale, considerata nell’immaginario nipponico e occidentale a torto un testo pornografico.
Ely e Bea sono amiche inseparabili e complici di molte avventure. Questa volta, dopo aver letto un libro che racconta la storia della danza, le due amiche decidono di iscriversi alla scuola di ballo. In loro c’è grande entusiasmo, perché potranno imparare a saltare, a fare fantastiche piroette, a scalciare in aria le gambe e potranno indossare costumi di scena fantastici. Peccato che una volta arrivate alla scuola della maestra Joy, Ely e Bea si pentono subito della scelta compiuta, perché fanno solo strani esercizi per piegare gambe e braccia e scoprono che nel saggio di fine anno loro due dovranno vestire i panni dei calamari. Fino a qui nulla di strano, se non fosse il fatto che a guardare lo spettacolo ci saranno una miriade di persone. Il panico attanaglia Ely e Bea che dopo vari e rocamboleschi tentativi di evitare il saggio (cercano di lussarsi un braccio, di prendere germi influenzali di ogni tipo) decidono di usare la gita scolastica all’acquario per fuggire ed evitare una pessima figura. Le due amichette inseparabili si accorgeranno solo poi che questa scelta le porterà alla scoperta di un mondo marino popolato da misteriose e sconosciute creature. La sesta avventura creata dalla Barrows con protagoniste Ely e Bea è una storia avvincente, ricca di colpi di scena che non smettono mai di stupire il piccolo lettore grazie ad un linguaggio asciutto e dinamico che riproduce la parlata semplice e spontanea dei bambini. Le due amichette sono ragazzine sveglie, monelle, abili a mettersi troppo spesso nei guai, ma allo stesso tempo la loro innocenza e simpatia le aiutano a riconoscere i propri errori. Traduzione Paola Mazzarelli. Dagli 8 anni.
Vera Campbell è un’adolescente all’apparenza come tante altre, ma a differenza delle altre lei non ha dei genitori che la crescano ma solo una zia, e i suoi problemi di salute la costringono a bere almeno una volta al mese sangue animale, che lei e sua zia chiamano la emodose.
Dietro l’apparente solidità di Antonia, Sophie percepisce la sua stessa fragilità, una certa inettitudine per la vita, un’imperizia che le rende sorelle. Capisce che non può presentarsi all’improvviso nella sua vita e distruggere le fondamenta. Raccontarle la verità sarebbe proprio questo.
Meg, Natalya, Helena, Carla sono alcune delle donne che vivono nella base militare di Fort Hood (Texas) nell’attesa del ritorno dei mariti, soldati in missione in Iraq. Queste donne e le altre che abitano nel campo aspettano in trepidante attesa i loro compagni di vita. Uomini che tornano sì dalla guerra, ma che in cuore portano ferite incancellabili lasciate dalle esperienze vissute al fronte. Ci sono soldati che ricompaiono feriti nel corpo e nell’animo; altri rimangono profondamente traumatizzati e si rendono conto che il ritornare alla vita di un tempo è un’impresa ardua, più difficile che vivere in mezzo alla sabbia del deserto dell’Iraq. Ci sono poi militari talmente traumatizzati, così incapaci di distinguere lo scenario di guerra da quello domestico, che una volta tornati a casa continuano a mantenere lo stesso agire del campo da guerra, come se fossero immersi in una missione militare continua. Accanto a questi soldati ci sono mogli, fidanzate e figli che li attendono e che, purtroppo, non sempre sanno che dietro quelle divise sporche di rena e di sudore si celano cuori e animi profondamente scioccati dalla costante sensazione di pericolo di morte incombente. Quando gli uomini sono via è una raccolta di racconti tutti accomunati dal filo conduttore della guerra, un libro corale nel quale l’esperienza di singole famiglie serve all’autrice per narrare a chi legge quanto possa rivelarsi dolorosa e sofferta l’esistenza non solo di chi indossa un’uniforme, ma anche di chi vive accanto ad un soldato. In Quando gli uomini sono via ogni rapporto viene messo in discussione, ed è come se la guerra attuasse una vera e propria manipolazione dei caratteri delle persone che ne sono coinvolte – in prima linea in Iraq e a casa – provocando cambiamenti radicali. Ci sono madri malate in conflitto con i figli; mogli che si sentono tradite e abbandonate; soldati che sospettano l’infedeltà delle compagne a casa; figli che rimangono orfani e altri addirittura abbandonati da madri incapaci di badare a loro e a se stesse. Ogni episodio narrato dall’autrice americana, anche se frutto della fantasia, è l’insieme delle situazioni quotidiane e dei sentimenti che aleggiano in molte delle famiglie che hanno gli uomini al fronte. In ognuna di esse ci sono i tipici problemi che ogni nucleo familiare può avere, ma queste incomprensioni sono rese ancora più gravi e grevi dal fatto che uno dei componenti (padre, figlio, fratello o fidanzato) di questo piccolo mondo è in guerra. Tale universo dolorante, ma sempre pronto ad andare, avanti si trova a Fort Hood, il luogo dove vivono le famiglie dei soldati ed esso è una sorta di “cosmo a parte” inserito all’interno della società americana. Nella base militare ci sono negozi, scuole, ospedali, tutto quello che serve alle famiglie dei membri dell’esercito in guerra per vivere la loro vita quotidiana lontani, e in un certo senso anche protetti, dalle insidie della società civile. Fort Hood non deve essere inteso come una prigione, ma piuttosto come un’isola di sostegno messa a disposizione di coloro che hanno i propri cari in missione e che vivono una vita nella quale il senso di pericolo, perdita e morte sono, purtroppo, una costante presenza. Quando gli uomini sono via è un viaggio dentro un mondo non del tutto noto ai civili, un percorso fatto con delicatezza e sensibilità da parte della Fallon che permette al lettore di comprendere come questi uomini e donne con le divise e i loro congiunti sono persone forti e fragili, con sentimenti e preoccupazioni uguali a quelle di ogni essere umano. Traduzione di Silvia Bre.
Diversi punti di vista si alternano, come schegge frantumate di uno specchio, nel romanzo di esordio della sceneggiatrice irlandese Liz Nugent, Il mistero di Oliver Ryan (Unravelling Oliver, 2014). Un noir dublinese, pubblicato in Italia da Neri Pozza, nella collana I neri e tradotto da Annamaria Bivasco e Valentina Guani, ritratto composito di un uomo, di uno scrittore di successo di libri per bambini, visto attraverso gli occhi di chi lo conosce, di chi meglio può vedere attraverso l’apparenza e scorgere il cuore di tenebra che costituisce il suo mistero.
























