Archive for the ‘Uncategorized’ Category

:: Segnalazione: Doppio appuntamento con Alfredo Colitto

17 ottobre 2014

compagniaIn questo mite autunno 2014, doppio appuntamento in libreria con Alfredo Colitto, autore italiano di thriller storici che i lettori di questo blog conoscono bene per la saga dedicata al medico trecentesco Mondino de’ Liuzzi. Questa volta, con un piccolo salto temporale, ci troveremo nella Napoli del 1600 e avremo la possibilità di leggere, uno di fila all’altro, La compagnia della morte, che uscirà il 21 ottobre a un prezzo simbolico di 1,90, e Peste, in uscita l’11 Novembre, il primo prequel del secondo, romanzo vero e proprio. Pubblicato in 21 paesi e tradotto in 7 lingue, Colitto è un autore molto amato, oltre che un traduttore stimato, (pensate solo che traduce per Einaudi, Ellroy)[1], quindi se non lo conoscete ancora e amate il mistero e il thriller storico, dovreste segnarvi il suo nome. Di seguito, sperando di farvi cosa gradita, vi riporto le trame dei libri in uscita. E’solo una segnalazione, non ho avuto ancora modo di leggerli, ma so di andare sul sicuro. Buona lettura.

LA COMPAGNIA DELLA MORTE

Napoli, 14 agosto 1655. Il caldo torrido del pomeriggio non dà pace alle vie affollate della città, ma il pittore Sebastiano Filieri non può restarsene tra le fresche mura della cappella di Palazzo Agliaro, dove sta dipingendo un ciclo di affreschi. Lo attende un compito difficile: dire addio a Maria, la sorella di sua moglie Angela, l’ultimo affetto che gli resta della sua famiglia decimata.
Mentre Sebastiano è al suo capezzale, la donna pronuncia poche parole: un delirio, all’apparenza, ma a lui rivelano una verità che cercava da anni. La verità sulla morte di Angela.
Quelle parole lo riportano ai tragici giorni della rivolta di Masaniello, quando era entrato nella Compagnia della Morte, una società segreta di pittori che durante la notte cercavano e assalivano i soldati spagnoli nelle vie di Napoli, per testimoniare con la spada che la loro città mai si sarebbe rassegnata al dominio straniero.
Ma una notte, di ritorno da una missione, Sebastiano aveva trovato la moglie e la figlia crudelmente assassinate, da una persona che ormai era già morta. Distrutto dal dolore, aveva lasciato la Compagnia.
Ora, però, accanto a Maria, morente, comprende che il colpevole è un altro, e che la vendetta è ancora possibile.

PESTE

Napoli, 1655. Varcando la soglia di Palazzo Guzmán con la sua famiglia di saltimbanchi, per intrattenere gli ospiti del conte, Cecilia non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Dopo aver ricevuto gli applausi divertiti degli astanti, si ritrova nel parco del palazzo e assiste, impotente e terrorizzata, a un incontro segreto.
Il conte Guzmán e un altro uomo stanno parlando del destino di Napoli e di una congiura che potrebbe riportare la città nelle mani dei francesi. Cecilia non sa nulla di politica, ma comprende subito il pericolo in cui si trova: è l’unica testimone dell’atroce tradimento. Quella stessa notte, infatti, la sua famiglia viene assalita da tre sicari. Lei è la sola a sfuggire al massacro, grazie al provvidenziale intervento di un uomo che le permette di nascondersi in un palazzo deserto e misterioso.
Sebastiano Filieri non ha più nulla nella vita, se non la sua pittura. Ha perso la famiglia e gli ideali in pochi giorni, durante la breve, sfortunata rivolta di Masaniello.
Quando scopre il segreto di Cecilia, Sebastiano sa che il conte Guzmán non riposerà finché non l’avrà uccisa. La ragazza potrebbe riportarlo a combattere per la sua patria, per i valori che un tempo guidavano la sua esistenza, ma la città di Napoli è minacciata da un nemico più pericoloso della Francia, più infido dei governanti spagnoli: la peste.

Alfredo Colitto affianca all’attività di scrittore quella di traduttore per alcune tra le maggiori case editrici italiane. I suoi thriller storici, Cuore di ferro (finalista al Premio Salgari), I discepoli del fuoco (finalista al Premio Azzeccagarbugli e vincitore del Premio Mediterraneo del Giallo e del Noir e del Premio di Letteratura Poliziesca Franco Fedeli) e Il libro dell’angelo (vincitore del Premio Azzeccagarbugli 2011), e La porta del Paradiso, il suo primo romanzo storico, sono stati tradotti in 7 lingue e pubblicati in 21 paesi all’estero

[1] Poi vi racconto di quella volta in cui cercavamo in tutti i modi di contattare Ellroy, tipo piuttosto refrattario a tecnologia e internet.

:: Hiroshige Da Edo a Kyoto vedute celebri del Giappone. La collezione del Museo d’arte orientale di Venezia, a cura di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo (Marsilio, 2014) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2014

3172012Il catalogo della mostra in corso a Venezia, in Palazzo Grimani (20 settembre 2014 – 11 gennaio 2015) rappresenta un eccellente connubio di qualità ed economia.
Le ottanta pagine offrono una buona selezione di riproduzioni di alta qualità dell’opera del maestro incisore Hiroshige, alle quali si accompagnano articoli di approfondimento scritti con taglio accademico ma comunque estremamente accessibili.
Il volume riunisce interventi di Fiorella Spadavecchia, Marta Boscolo Marchi, Silvia Vesco, Bonaventura Ruperti, Rossella Menegazzo e Magda di Siena.
I diversi articoli inquadrano storicamente e culturalmente lo stile ukyioe; esplorano i legami fra questa forma d’arte e la cultura popolare del giappone ottocentesco, e con il teatro in particolare; sottolineano il legame fra il Giappone e Venezia, fra l’Oriente e l’Italia. Non manca un approfondimento sull’influenza che l’arte giapponese ha avuto su quella occidentale, e sul legame fra pittura e fotografia (molte le splendide foto d’epoca incluse nell’opera).
È palese che i curatori hanno fatto tutto il possibile per far stare, nelle ottanta pagine del catalogo, quanto più materiale possibile – ed è altrettanto evidente che ci sono riusciti.
Proprio grazie alla vastità ed alla varietà degli argomenti trattati, pur restando centrale il tema dell’opera di Hiroshige, il volume edito da Marsilio riesce a superare la propria natura di “catalogo della mostra”, e diventa un solido, agile testo di riferimento per chiunque abbia un interesse o una curiosità nei confronti dell’arte Giapponese.
All’opera è accluso un CD con materiali multimediali aggiuntivi, che arricchiscono ulteriormente un’offerta già di per sé notevole.
La presenza di una galleria multimediale non sostituisce certamente una visita alla mostra, che è vivamente consigliata.

Fiorella Spadavecchia vive e lavora a Venezia, è direttore del Museo d’Arte Orientale di Venezia.

Utagawa Hiroshige (Edo, 1797-1858), è uno dei grandi maestri dell’ukiyo-e.

:: Mediorientarsi: Il manoscritto incompleto, Kamal Abdulla, (Sandro Teti Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

15 ottobre 2014

manoscrittoKamal Abdulla ripropone in questo suo libro un classico espediente letterario – il ritrovamento di un misterioso manoscritto, scintilla d’innesco per la narrazione – che vanta illustri precedenti, basti pensare a I Promessi Sposi di A. Manzoni, o a Il Nome della Rosa di U. Eco. Grazie a questo stratagemma l’autore dipana il filo del racconto seguendo tre diversi piani narrativi. Il primo è ambientato nel presente e precisamente presso il Fondo Manoscritti dell’Istituto Nazionale di Baku, capitale dell’Azerbaijan, dove il protagonista-ricercatore scopre il manoscritto incompleto. Sarà la trascrizione di quest’ultimo a condurre il lettore nell’Asia Centrale del IX secolo, popolata dalle tribù turche degli Oghuz e, parallelamente, nel cuore dell’Impero Persiano del XVI, al tempo di Ismail I, lo shah-poeta di origini azere.
Mentre la seconda storia si esaurisce in un circoscritto seppur affascinate cammeo, il filone turco-oghuz è senz’altro parte predominante nella narrazione, che si incentra su un’importante inchiesta condotta dal Khan dei Khan per “smascherare quel vile figlio di un vile che sta distruggendo gli Oghuz dall’interno”. Per trovare il colpevole il Khan presiede una serie di colloqui-interrogatorio. Mettendo a confronto le voci dei nobili Oghuz scaverà nelle dispute famigliari, ripercorrendo i trionfi e le bassezze dei suoi uomini e cercherà di farsi rivelare le ordite trame mosse dalla bramosia per il potere.
Assieme al protagonista-ricercatore si scopre che il narratore di questa cronaca altri non è che il celebre Dede Korkut, autore del più importante poema epico di epoca Oghuz: il Kitab-e Dede Korkut, testo rivelatore dei valori più significativi per la vita sociale dei turchi nomadi, delle loro gesta e delle loro credenze pre-islamiche. La scelta dell’ambientazione si fonda certamente su un notevole lavoro di ricerca storico-geografica, non a caso Kamal Abdulla viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani contemporanei.
Abdulla si destreggia su diversi piani d’azione storicamente e linguisticamente diversi tra loro, senza però perdere il ritmo di una narrazione sapientemente costruita che, anzi, viene forse disturbata dalla volontà di marcare il passaggio da una “scena” all’altra con stili grafici differenti. Apprezzabile è anche la scelta del curatore dell’edizione italiana (2014, Sandro Teti Editore) di mantenere alcune parole in lingua originale per favorire l’immersione del lettore in quello che è un ambiente – non solo letterario – sconosciuto ai più. Tuttavia la collocazione delle note a fine volume non riesce a invogliarne la consultazione regolare.
Il manoscritto incompleto suggerisce molti riferimenti ad altre affascinanti opere letterarie: l’epica di tradizione omerica, il ciclo bretone – Dede Korkut potrebbe quasi assomigliare a Merlino, consigliere e guida, nonché custode dei sogni e dei segreti – ma anche storie più recenti, come Il mio nome è rosso (O. Pamuk), in cui si dipana un’altra intrigante inchiesta ambientata alla fine del 1500. Tutto ciò sembra creare un filo sottile che unisce la tradizione letteraria Occidentale a quella Orientale, e a coloro che hanno avuto modo avvicinarsi alla cultura di Paesi come la Turchia o l’Azerbaijan il collegamento apparirà tutt’altro che casuale.
Volendo riassumere l’essenza di questo romanzo, la prefazione di Franco Cardini, esperto medievalista, evidenzia come Kamal Abdulla ci parli, attraverso i personaggi coinvolti nei tre filoni narrativi, della difficoltà di cogliere la verità, non sempre perché sia troppo sapientemente celata ai nostri occhi, ma perché essa potrebbe semplicemente non esistere, o potrebbero esisterne molte, diverse e legittime versioni. Un libro raffinato e complesso, ma allo stesso tempo capace di catturare la curiosità del lettore. Consigliato agli amanti dei romanzi storici e a coloro che vogliano esplorare l’affascinante cultura caucasica.

Kamal Abdulla (1950) è scrittore e sceneggiatore teatrale, autore di numerosi romanzi, racconti e saggi tradotti in varie lingue. Oggi viene considerato uno dei più importanti intellettuali azerbaigiani, eminente turcologo e slavista, è stato a lungo rettore dell’Università di Studi Slavi di Baku. Attualmente riveste l’incarico di Consigliere di Stato per i Rapporti Multiconfessionali e il Multiculturalismo.

La patria originaria degli Oghuz era la regione Uralo-altaica dell’Asia centrale, che è stata il dominio delle popolazioni turciche fin dall’antichità. Ci sono diverse opinioni riguardo al significato della parola Oghuz, le più quotate sostengono che significhi “tribù”, “unione di tribù”, “unione di tribù affiliate”. La maggioranza degli Oghuz conduceva una vita nomade, dedicandosi principalmente all’allevamento. Tuttavia, vi erano anche gruppi Oghuz sedentari, che venivano chiamati “yatuk”, ovvero pigri, come a sottolineare l’importanza e la funzionalità della condizione nomade per quel tempo. Come si può capire dalla lettura de “Il manoscritto incompleto”, la vita errante non impedì agli Oghuz di sviluppare strutture politiche e sociali ben definite. Alleanze basate sul matrimonio e la parentela erano i tessuti connettivi della loro società. Fu proprio un clan degli Oghuz, i Selgiuchidi, ad abbracciare, primo fra le popolazioni turciche, l’Islam. Lo stesso completò l’espansione-migrazione verso occidente iniziata nell’800. Con la conquista della Persia nacque il Grande Impero Selgiuchide, che soccomberà alla nascente dinastia degli Ottomani.

A chi volesse approfondire l’argomento, o saperne di più sul “Libro di Dede Korkut”, più volte menzionato nel romanzo sopra recensito, consiglio due testi scritti da due dei massimi esperti di turcologia e storia della Turchia: “The book of Dede Korkut” di Geoffrey Lewis (1974, Penguin Classics) e “The Turks in World History” di Carter Vaughn Findley (2004, Oxford University Press).

:: Il fiume del non ritorno, Bee Ridgway (Sonzogno, 2014) a cura di Elena Romanello

14 ottobre 2014

il-fiume-del-non-ritorno-di-bee-ridgway-L-1cDC8nNick Falcott sta per essere ucciso su un campo di battaglia di una delle tante guerre napoleoniche in Spagna, ma si risveglia di colpo in un ospedale del Duemila, scoprendo che ha viaggiato nel tempo grazie ad una misteriosa organizzazione, la Gilda, e può rifarsi una vita, dimenticando ovviamente quella che ha lasciato quasi duecento anni prima. Alcuni anni dopo viene ricontattato dalla stessa Gilda, che gli propone di tornare indietro nel tempo per una missione per loro: Nick accetta, anche perché spera di ritrovare l’amata Julia, la ragazza scomparsa nei meandri del tempo, e scoprirà alcune verità inquietanti sulla Gilda e sui viaggi nel tempo.
La narrativa di genere fantastico va da diversi anni per la maggiore, cosa interessante per chi la ama, ma che non sempre salva da leggere storie stereotipate e poco originali: non è questo il caso, anche perché questa opera prima, non si capisce se storia a se stante o parte di una futura saga visto che gli spunti ci sono eccome, ha molti punti di interesse e sa combinare tante suggestioni d’immaginazione.
Il richiamo è, evidente, alla sterminata saga de La straniera di Diana Gabaldon, anche qui romanzo storico e viaggio nel tempo, ma senza togliere niente a questa avvincente serie di libri adesso anche trasposta in televisione, qui ci troviamo di fronte ad una storia con un maggiore equilibrio tra la parte storica e la parte fantastica, dove c’è tutta una mitologia e una vicenda intorno ai viaggi nel tempo, ossessione degli esseri umani (chi non vorrebbe tornare indietro per cambiare qualcosa?) e già presenti in un capolavoro della fantascienza poi ripreso dalla corrente steampunk come La macchina del tempo di H.G. Wells.
La Gilda, associazione segreta che regola i viaggi nella corrente del tempo, ha forse un nome non originalissimo, soprattutto per chi legge regolarmente il genere, ma ha un suo interesse, con echi di associazioni segrete già viste e lette nei libri di Dan Brown o in X-Files, ma in un contesto particolare. Gli amanti delle serie tv però potranno trovare qualche riferimento a quello che è un cult da mezzo secolo, Dottor Who, che ha fatto di viaggi nel tempo e punti fissi da non cambiare due punti fermi delle sue avventure.
Il fiume del non ritorno non è soltanto un romanzo di genere fantastico che mescola viaggi nel tempo e complotti: c’è anche una bella storia d’amore, quella tra Nick e Julia, gestita in maniera originale, importante ma che non soverchia tutto il resto, e una buona ricostruzione storica.
In fondo alla fine si vorrebbe tutti poter tornare indietro, per cambiare e migliorare qualcosa. Non sappiamo se ritroveremo Nick e Julia, o la Gilda con i suoi rivali, in altri libri, ma sarà interessante leggere le prossime fatiche, fantastiche o non, di Bee Ridgway.

Bee Ridgway è nata nel Massachusetts, insegna letteratura americana al Bryn Mawr College, e vive a Filadelfia. Il fiume del non ritorno è stato accolto con entusiasmo dalla critica e dai lettori, verrà tradotto in tutto il mondo.

:: Il canto delle sirene, Nicola Fiorin, (Arpeggio Libero 2014) a cura di Viviana Filippini

14 ottobre 2014

il-canto-delle-sireneCoverTorna l’avvocato Angelo Della Morte creato dalla fervida mente dell’avvocato penalista bresciano Nicola Fiorin. Questa volta il simpatico protagonista, pure lui avvocato penalista come il suo creatore, sarà alle prese con uno spinoso caso di omicidio che vedrà come principale imputata Patrizia. La donna, che non è la brava e diligente segretaria di Della Morte, è la ex fidanzata dell’avvocato, quella che lo ha lasciato senza dargli una spiegazione, ed è la stessa persona che nei due romanzi precedenti, Lentamente muore e Il migliore dei mondi possibili (recensito sul blog nel 2013), è sempre stata evocata e mai si è vista in modo concreto. In questo ultimo giallo legale Patrizia c’è eccome, tanto che il suo ritorno improvviso nella vita di Angelo metterà in serio pericolo la tranquillità che il giovane avvocato stava cercando di recuperare. A risentirne non sarà solo il lavoro del penalista (Della Morte accoglierà in studio un giovane praticante e dovrà ascoltare con pazienza le lamentele di un’anziana vicina di casa sempre convinta che tutte le disgrazie capitino a lei), ma la sua stessa vita privata sarà del tutto scombussolata. Le emozioni che tormentavano Angelo in passato sul perché Patrizia lo avesse lasciato senza una ragione precisa riaffioreranno nel presente, mettendo a dura prova la dimensione psicologica di Della Morte e la sua relazione con la psichiatra Francesca. Ma perché Patrizia torna? Patrizia ritorna da Angelo perché lo ritiene l’unica persona in grado di tirarla fuori dai guai e di farla scagionare dalla tremenda accusa che grava su di lei. La donna sarebbe coinvolta in un brutale duplice omicidio (quello della sua datrice di lavoro e del piccolo figlio di lei) avvenuto in una zona residenziale di Brescia. A rendere più complessa la vita delle parti coinvolte non è solo il legame passato della “coppia scoppiata” Angelo-Patrizia, ma anche il fatto che la stampa locale eserciti notevoli pressioni per avere notizie e creare scoop da esclusiva sul caso di cronaca nera che ha scosso la tranquilla cittadina lombarda. Angelo, in bilico emotivo, accetterà il caso, ma i dubbi su Patrizia, sul suo carattere e sul suo agire lo tormenteranno nel rocambolesco camminino di ricerca della verità. Angelo sarà solo in questo percorso, perché né Francesca, né gli amici di sempre – quelli che lo fanno ridere e divertire- potranno aiutarlo in questo diretto confronto con un passato di dolore dal quale l’avvocato non è mai riuscito a staccarsi completamente. La trama de Il canto delle sirene scorre via veloce grazie ad un linguaggio schietto, fluido e ci racconta di un Angelo Della Morte molto temuto in aula dai colleghi per la sua arte oratoria, ma completamente goffo nella vita privata. Questi due aspetti comportamentali sono quelli che ci rendono l’avvocato penalista simpatico, umano e ci fanno capire quanto sia intensa la sua voglia di giustizia. La trama è, come vuole lo stile di Fiorin, ricca di situazioni grottesche e tragicomiche nelle quali si alternano in perfetta armonia l’ironia, gaffe mirabolanti tipiche di Della Morte, le immancabili patacche di caffè sulla camicia, gioie e dolori. Il processo a Patrizia ne Il canto delle Sirene sarà per Angelo Della Morte una prova titanica che lo spingerà a fare il possibile e l’impossibile, dimostrando di agire sempre in nome dell’onestà più vera.

Nicola Fiorin classe 1976, vive e lavora a Brescia dove esercita la professione di avvocato penalista. Ama, non necessariamente in questo ordine, il rock, viaggiare, l’Inter e i budini al cioccolato. Scrive da quando aveva 9 anni e di sé dice Vivo per scrivere e scrivo per vivere. Il suo primo romanzo Lentamente muore è stato il caso letterario dell’estate bresciana nel 2012 ed è stato ristampato sette volte. Il migliore dei mondi possibili è il secondo romanzo della trilogia con protagonista Angelo Della Morte.

:: Un’ intervista con Liz Nugent

13 ottobre 2014

neri_pozza_-_il_mistero_di_oliver_ryanCiao Liz. Grazie per aver accettato questa mia intervista e benvenuta su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Liz Nugent? Punti di forza e di debolezza.

Sono essenzialmente una persona che odia stare da sola, così mi circondo di persone e se non c’è nessuno, faccio in modo di radunare gente che mi faccia compagnia. La mia forza è il mio senso dell’umorismo. Riesco a vedere sempre il lato positivo anche nelle situazioni più buie. La mia debolezza è la procrastinazione. Faccio sempre le cose all’ultimo minuto. Ad esempio, sto rispondendo a queste domande invece di scrivere il mio prossimo romanzo e il mio agente lo sta aspettando!

Raccontaci qualcosa del tuo background, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Ho lasciato la scuola con brutti voti e non sono andata al college. Ero un pessimo studente nella maggior parte delle materie. L’unica cosa che volevo fare era leggere libri. Ero la quinta di sei figli. Quando avevo cinque anni, caddi giù dalle scale e ebbi un’ emorragia cerebrale che mi ha provocato una debolezza del mio lato destro. Zoppicavo e non potevo più scrivere con la mano destra. Mi ci sono voluti anni per adattarmi a scrivere con la mano sinistra e anche adesso uso solo la mano sinistra. I miei genitori si sono separati quando avevo sei anni e mia madre ha iniziato a lavorare a tempo pieno. Ero una bambina abbastanza solitaria.

Quando hai capito che volevi fare la scrittrice? Cosa ti ha fatto decidere di iniziare a scrivere narrativa?

Fin da piccola ho sempre scribacchiato piccole storie, ma non ho mai preso proprio la decisione di diventare una scrittrice. Dodici anni fa ho trovato un lavoro in una soap opera televisiva, e ho contribuito alla scrittura della storia. Poi ho scritto alcune storie per bambini per i miei nipoti che li avevo caratterizzati come personaggi, e mi è stato commissionato di scrivere una serie di animazione per bambini per l’emittente TG4. Ho scritto un radiodramma e alcune storie brevi, ma per molto tempo ho avuto la storia di Oliver nella mia testa e alla fine è stato naturale scriverla su carta.

Scrivi a tempo pieno? O dividi il tuo tempo tra la scrittura e un altro lavoro?

Mentre stavo scrivendo Il Mistero di Oliver Ryan lavoravo a tempo pieno per una soap opera televisiva, ma ho lasciato quel lavoro lo scorso anno per scrivere il secondo libro.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Alzarsi presto, scrivere ogni giorno, stare lontano da internet, leggere un sacco di libri. Faccio solo una di queste cose!

Unravelling Oliver, ora pubblicato in Italia con il titolo Il mistero di Oliver Ryan, è il tuo primo romanzo. Un noir psicologico, molto oscuro, molto perturbante. Un ritratto di un Cuore di tenebra. Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Ti sei ispirata a eventi reali per creare la tua trama?

Il punto di partenza di questo libro è iniziato quando ho scritto la prima frase. Pensai che in un anno sarei riuscita a scriverlo. Figurati! E ho sempre trovato molto interessanti i personaggi maschili imperfetti. C’è stato davvero un affascinante caso di omicidio in Irlanda nel 1981, quando un uomo di ceto medio Malcolm Mac Arthur uccise due persone, un’ infermiera e un contadino, e quando alla fine fu catturato, fu trovato nascosto in casa del Procuratore Generale. Fu uno scandalo enorme. Ero solo una bambina, ma ne rimasi affascinata! John Banville ha scritto un libro eccellente sulla base di quel caso intitolato The Book of Evidence, così ho preso spunto dal caso reale e dal resoconto romanzato di John Banville. La mia storia è molto diversa, ma penso che Oliver sia un personaggio in un certo modo simile.

Quanto tempo è durato il processo di scrittura di Unravelling Oliver?

Circa otto anni! Ho scritto il primo capitolo come un racconto ed è stato candidato per un premio. Un anno dopo ho scritto altri due capitoli, ma stavo lavorando a tempo pieno e avevo diverse commissioni di scrittura allo stesso tempo sia per la televisione che per la radio. Circa tre anni dopo sono tornata sulla storia e ho scritto ancora e poi durante le vacanze dal lavoro ho continuato fino a che non ho finito.

Il capitolo di apertura presenta i protagonisti: Oliver e sua moglie. Potresti dire al pubblico che cosa succede?

Nella prima pagina Oliver picchia la moglie per la prima volta. Parla di lei freddamente e senza passione, come se fosse una cosa e non una persona. E non spiega il perché di questo. Voglio che sia il lettore a girare le pagine per scoprire questo perché.

E’un romanzo corale. Molte voci si sovrappongono. Molti punti di vista. Puoi dirci qualcosa sulla trama di questo libro senza rivelare il finale?

Il libro ci parla di un personaggio profondamente danneggiato e di quali eventi l’hanno reso incapace di amare. Il romanzo inizia quando Oliver ormai a cinquant’anni picchia la moglie e la riduce in coma, e il suo carattere è rivelato gradualmente dalle persone che gli stanno attorno e da se stesso raccogliendo testimonianze che vanno indietro nel tempo, ai suoi giorni di scuola e all’estate del 1973, quando lui e la sua ragazza andarono a lavorare in un vigneto francese. Questo romanzo ruota intorno a un uomo emotivamente danneggiato che ricerca la sua famiglia, il suo senso di appartenenza e di identità. E ‘anche divertente in alcuni punti. Beh, penso di sì.

Parlaci dei vari protagonisti principali?

Oliver è emotivamente segnato da non avere avuto una madre, e nemmeno nessuna notizia di lei fino a molto tardi nel romanzo. Non ha relazioni familiari fino ai capitoli ambientati in Francia, ma il suo travolgente desiderio di fare parte di una famiglia, e tutto ciò che fa per ottenerla, a un certo punto si trasforma in tragedia e fa nascere in lui un trauma personale che non potrà mai superare. Da allora in poi egli è incapace di amare, una perdita che non è in grado di sentire. Spero di non avere mai incontrato nessuno come Oliver.
Barney è il mio personaggio preferito. Non è intelligente come gli altri personaggi, ma è il più intelligente emotivamente. Non è sicuro di sé e sacrifica la ragazza che ama perché pensa che lei meriti qualcuno migliore di lui. E sbaglia però.
Michael è un bravo ragazzo che all’inizio della storia è alle prese con la sua sessualità. In Francia è costretto a confrontarsi con essa, ma scopre un’ altra passione- quella per il cibo. Finalmente sereno in un rapporto gay, incontra la sfortuna lungo la strada, quando perde la sua bella sorella nelle più tragiche circostanze.

Progetti di film tratti dal tuo libro?

Credo che ci siano state alcune offerte, ma penso che ci siano un sacco di libri opzionati di cui poi il film non viene mai fatto. Ci crederò quando mi sarò seduta nel cinema alla prima.

Hai un agente letterario?

Sì, due! Il mio agente primario è Marianne Gunn O’ Connor e il mio agente per i diritti internazionali è Vicki Satlow, con base a Milano.

Che ne pensi dell’ epublishing?

Onestamente ne so molto poco. Non mi importa come la gente legge i libri, a patto che li leggano!

Leggi scrittori contemporanei? Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Da chi ti sei sentita maggiormente influenzata?

Sì, ho letto un sacco! Ho amato molto Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, La storia segreta di Donna Tartt, Profumo di Patrick Suskind, City of Bohane di Kevin Barry e tutto William Trevor.

Che cosa stai leggendo in questo momento?

The Playground di Julia Kelly, un racconto dolorosamente onesto di una madre single. Mi sta piacendo molto.

Ti piace fare tour letterari? Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente accaduto durante questi incontri.

Sono sempre terribilmente nervosa prima di ogni evento e porto sempre con me una bottiglia di Rescue Remedy, ma di solito cinque minuti più tardi sono molto rilassata e ben in grado di parlare! Ho la fortuna che il libro sia piaciuto a persone di ogni età, mi è stato infatti chiesto di visitare gruppi di lettori di più di 60 anni e gruppi scolastici di adolescenti di età compresa tra 15 a 18 anni e mi piace molto incontrare i lettori. A volte mi dicono perché a loro non piacciono alcune parti del libro e io devo sorridere educatamente. Non esiste niente come un parere negativo!

Come possono mettersi in contatto con te i lettori?

Rispondo ad ogni e-mail e i lettori si possono mettere in contatto con me attraverso il mio sito web: http://liznugent.ie/about-liz/ o via Facebook: https://www.facebook.com/liz.nugent.399 o Twitter: https: / /twitter.com/lizzienugent

Verrai in Italia a presentare il tuo romanzo?

Sono stata in Italia due volte, una a Roma e una volta in Toscana. Che bel paese! E il cibo! Mi piacerebbe molto tornare, ma purtroppo, non so parlare italiano. Ancora!

Infine, per concludere, a cosa stai lavorando ora?

Sto lavorando al mio secondo romanzo. Tratterà di un senso di colpa ereditato e di un ragazzo obeso cresciuto nel 1980.

:: Tango a Istanbul, Esmahan Aykol (Sellerio, 2014)

13 ottobre 2014
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Kati Hirschel, libraia con l’hobby dell’investigazione e Istanbul, città ai confini tra Oriente e Occidente, sono le protagoniste dei briosi romanzi gialli della scrittrice e giornalista turca Esmahan Aykol, già autrice di Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).
Sorta di Miss Marple turco-tedesca, Kati Hirschel, si distingue nel panorama del giallo per la sua verve, per la sua eccentricità, per una sorta di sconsideratezza che non le impedisce di buttarsi a capo fitto, con acume e sagacia, nelle indagini che le si presentano di volta in volta, quasi per caso.
Forse il suo essere libraia, specializzata in gialli, come ama ricordare quando parla della sua professione, e il suo amore per i libri polizieschi l’hanno aiutata negli anni a sviluppare quelle qualità di perspicacia e intuito che fanno, come direbbe Poirot, il buon investigatore. E Kati, non ostante la sua svagatezza, è un buon investigatore. Sa fare le domande giuste, fare i giusti collegamenti, non fermandosi davanti alle apparenze e all’ovvietà, sa impegnarsi anche ostinatamente a risolvere enigmi e misteri, sempre con leggerezza, quasi con inevitabilità.
In Tango a Istanbul (Tango Istanbul, 2014) tradotto dal tedesco da Emanuela Cervini e pubblicato a Zurigo da Diogenes Verlag e in Italia da Sellerio, come tutti i precedenti romanzi della Aykol, abbiamo un’indagine, una ragazza ricoverata in ospedale dopo un malore, un romanzo scomparso, e una pioggia di indizi, coincidenze, anomalie che spingeranno la nostra libraia, investigatrice dilettante, a capire che qualcosa non torna, che è il caso di vederci più chiaro.
Non veri e propri noir, i romanzi della Aykol sono gialli umoristici, caratterizzati da un’ambientazione esotica e insolita elevata a personaggio stesso della narrazione. In questo romanzo poi c’è qualcosa in più, una venatura sociologica e un grado di autocoscienza, che aggiungono profondità a una narrazione di per sé leggera. Verrà trattato infatti, anche se in modo forse marginale, il tema dei desaparecidos argentini, delle vittime dell’ autoritarismo turco, il cosiddetto “stato profondo”, della sorveglianza della popolazione, della apparente modernizzazione in una società tendenzialmente conservatrice, e sebbene non si raggiungano sfumature di vera e propria denuncia sociale, la sensazione di approfondire temi proco noti e forse ancora poco metabolizzati, è forte.
La Turchia è senz’altro un paese misterioso e affascinante, poco conosciuto, parte dell’Europa e nello stesso tempo altro. E’ interessante scorgere come da una finestra socchiusa la sua vita di ogni giorno, il caos delle sue strade, la vita dei bar, dei ristoranti, dei mercati, tra quartieri fatiscenti, in cui i muri delle case sembrano appoggiati l’uno all’altro, e zone residenziali di lusso. E questo assieme all’ironia, e all’anticonformismo contenuti nelle pagine, sono i punti forti di un romanzo forse un po’ in bilico, tra il gusto di svagare e l’ambizione di fare riflettere con temi seri e impegnativi. Un limite? Forse, o forse solo uno stadio nel processo di crescita di un’autrice interessante e capace di trasmettere simpatia e allegria. Buona lettura.

Esmahan Aykol, nata nel 1970 a Edirne, Turchia, vive tra Berlino e Istanbul. Durante gli studi universitari in giurisprudenza ha lavorato come giornalista per radio e giornali turchi. Oggi, dopo una parentesi come barista, si dedica completamente alla scrittura. Della serie con protagonista Kati Hirschel questa casa editrice ha pubblicato Hotel Bosforo (2010), Appartamento a Istanbul (2011) e Divorzio alla turca (2012).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Maurizio dell’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cronache di Principi e Viandanti, Michael Chabon (Indiana editore, 2014) a cura di Davide Mana

13 ottobre 2014

cronache_3D_244x294Cronache di Principi e Viandanti, di Michael Chabon (Indiana Editore, 2014), è stato originariamente pubblicato sul New York Times, in quindici puntate, come si faceva coi romanzi d’appendice; successivamente è uscito in una sontuosa edizione (Sceptre) che emulava i vecchi romanzi per ragazzi – copertina cartonata, mappa pseudo-antica, e all’interno le illustrazioni, splendide, di Gary Gianni, uno dei maestri contemporanei del fumetto e dell’illustrazione d’avventura.
L’operazione di Chabon è dichiaratamente “ideologica” e in linea con altri lavori dell’autore (incluso il saggio Maps & Legends, anche questo ora tradotto in italiano da Indiana Editore). L’idea è riportare all’attenzione di un pubblico che si è lasciato distrarre dalla letteratura alta, i piaceri della narrativa avventurosa. Restituire dignità al genere, riappropriarsi dell’escapismo come funzione centrale della scrittura e della lettura.
Per fare ciò, l’autore americano ha studiato i classici del genere (la lista compilata da Chabon e pubblicata a suo tempo dal Times include Dumas padre, Harold Lamb, Fritz Leiber, Jack Vance, Michael Moorcock, Robert Howard e George MacDonald Fraser), e ne ha distillata l’essenza, al fine di proporla al suo pubblico di riferimento.
E la questione è poi tutta qui – cosa ricaverà, il lettore di riferimento al quale è destinata questa storia, dalla lettura di Principi e Viandanti?
Onestamente non lo so – io, dopotutto, non sono il destinatario di questo libro.
Non solo non ho idea di cosa sia la letteratura alta, ma ho letto Dumas, Lamb, Leiber, Vance, Moorcock, Howard e MacDonald Fraser, e mi sono piaciuti. Senza che me ne dovessi vergognare.
E non ho mai pensato che la narrativa avventurosa e d’intrattenimento debba vedersi restituire una dignità, perché credo che la sua dignità, la storia d’avventura, l’abbia persa casomai agli occhi di lettori troppo impegnati a specchiarsi per godersi semplicemente la storia.
L’operazione di Chabon, a me che non ne sono il destinatario, pare una di quelle cose un po’ dubbie – come il grande chef internazionale che prepara una spaghettata aglio, olio e peperoncino, assicurandoci che nonostante siano solo spaghetti, sono comunque ottimi.
Altrimenti lui non li preparerebbe, giusto?
È snob.
Perciò sì, lo ammetto, la premessa dell’operazione di Chabon mi risulta fastidiosa.
Ma manteniamo una certa oggettività, o per lo meno proviamoci.
Di cosa parla, Cronache di Principi e Viandanti?
La storia si svolge sulla Via della Seta, nel decimo secolo, ed ha per protagonisti una coppia di amabili cialtroni, entrambi ebrei: Amram è un africano colossale armato d’ascia vichinga, e Zelikman è un franco, un albino dall’aria emaciata, un medico che predilige lo stocco come arma. Per quanto entrambi sembrino più portati alla discussione ed alla pedanteria che non all’azione. Ma l’azione non manca: nel caso specifico, l’avventura dei nostri eroi coinvolge un principe detronizzato che vuol tornare al posto che gli spetta di diritto, ed un imprevedibile scambio di persona.
È un buon libro?
Il linguaggio di Chabon è colto e ironico, e non manca di strizzare l’occhio al lettore. Questo romanzo, dopotutto, ci informa l’autore, si intitolava originariamente “Ebrei con le spade”.
Al di là di questo, la storia è debole, molto debole.
Ed è possibile, possibilissimo, che il lettore di riferimento, il destinatario di questa storia, cresciuto a letteratura “alta”, rimanga a tal punto abbagliato dal gioco intellettuale e metanarrativo, talmente coinvolto nella complicità che l’autore tenta disperatamente di suscitare, da gridare al capolavoro.
E gli altri?
Gli altri probabilmente no.
La quasi totalità delle storie di Harold Lamb sono ambientate lungo la Via della Seta.
Amram e Zelikman sono due copie abbastanza squallide di Fafhrd e del Gray Mouser, protagonisti delle storie di Fritz Leiber.
Certo, Zelikman è un albino che veste di nero – come Elric, il personaggio più popolare di Michael Moorcock.
Lo scambio fitto di chiacchiere all’apparenza insulse e forbite è il marchio di fabbrica di ogni personaggio uscito dalla penna di Jack Vance, a cominciare da Cugel, detto l’Astuto.
Quanto alla trama, che sia il Dumas de La Maschera di Ferro, che sia il MacDonald Fraser di Royal Flash o il Bob Howard di A Witch Shall Be Born, siamo già stati qui, abbiamo già letto questa storia – ed era scritta meglio.
Perché, ed è questo che è importante, il vero problema non è che Principi e Viandanti sia derivativo e raffazzonato, una specie di mostro di Frankenstein messo insieme cucendo pezzi di storie tutte ottime, ma già lette.
E non è neanche la quantità di sciocchezze, anacronismi e incongruenze inseriti per il gusto dell’effetto – lo stocco di Zelikman, per altro “un grosso bisturi modificato” è in anticipo di sette secoli sulla realtà… e poi, davvero, un “grosso bisturi” usato come stocco? Settanta centimetri di bisturi?
Ma no, non è questo il problema, no.
Il problema è che Chabon fallisce proprio dove si impegna di più – emulare l’esuberanza, la freschezza e la meraviglia di quelle storie avventurose, per sdoganarle presso un pubblico di lettori snob.
Fallisce, probabilmente, perché l’autore è troppo impegnato a “darsi un tono” e a strizzare l’occhio al suo lettore di riferimento.
O forse chissà, davvero non la si può emulare, quella vitalità – bisogna possederla.
Due ultime note, prima di chiudere, sull’edizione italiana.
La prima: è indispensabile segnalare l’eccellente traduzione di Francesco Graziosi, che riesce ad iniettare un po’ di vita e di energia nella narrazione, migliorando il romanzo, e non poco.
La seconda: purtroppo, l’edizione italiana non include le illustrazioni di Gary Gianni, che erano e sono la cosa migliore dell’edizione originale.

Michael Chabon (1963), scrittore e sceneggiatore americano, ha esordito nel 1988 con il romanzo I misteri di Pittsburgh, seguito da Wonder Boys (1995), da cui è stato tratto l’omonimo film con Michael Douglas. Nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Indiana ha già pubblicato Mappe e leggende (2013).

:: Un animo d’inverno, Laura Kasischke (Neri Pozza, 2014) a cura di Elena Romanello

13 ottobre 2014

_un_animo_d_inverno_02Un quartiere residenziale di una città del Nord America non meglio identificata, è il giorno di Natale e una tempesta di neve ha isolato i suoi abitanti: tra di loro c’è Holly, un passato di depressioni familiari e malattie, un presente di lavoratrice, moglie e mamma realizzata, soprattutto da quando tredici anni prima, non potendo avere suoi figli biologici per un’ovariectomia, ha adottato in Siberia la sua adorata figlia Tatiana, oggi una bellissima adolescente.
Il marito e papà è bloccato ad assistere i suoi genitori, suoceri di Holly e nonni di Tatiana, e gli invitati al pranzo di Natale, tra cui due care amiche lesbiche, non possono venire al pranzo lungamente organizzato per via del maltempo. Holly sente che c’è qualcosa di strano che aleggia in casa, come se qualcosa la avesse seguita da quell’orfanotrofio in capo al mondo, dove con il marito ha dovuto andare due volte a distanza di mesi, e dove c’era quella porta sulla stanza degli orrori, dove venivano rinchiusi i bambini deformi, handicappati o che avevano avuto degli incidenti per incuria e maltrattamenti, e dove c’era stato qualcosa di strano e non detto fin dall’inizio.
La storia avviene tutta in un giorno, in questo Natale surreale, dove ogni tanto suona il telefono ma non c’è nessuno dall’alta parte (tipico espediente da thriller o anche da horror), in cui Holly cerca di comunicare con questa figlia ormai adolescente, rievoca i suoi drammi passati e la sua vita, in un’atmosfera sempre più claustrofobica, fino ad un colpo di scena finale che lascia senza fiato e piegati in due, e che si può anche non capire.
Un libro con forti elementi del thriller psicologico e anche dell’horror claustrofobico, non quello splatter, che ricostruisce un inferno quotidiano in maniera piuttosto magistrale, sia pure con qualche stereotipo, che porta per mano il lettore verso l’abisso di Holly, personaggio che o si odia per il suo egoismo e le sue idiosincresie (non ha mai portato la figlia da un medico, seguendo una tendenza ahinoi in crescita in molti Paesi moderni) o la si compatisce in fondo amandola, capendo le sue tragedie, il suo amore fou per quella figlia non sua ma più sua di tanti altri figli, il suo non voler riconoscere una realtà terribile, annunciata da tanti indizi, costruendo un suo mondo virtuale, argomento quanto mai attuale oggi.
Un animo d’inverno è una storia al femminile di oggi sofferta, commossa ed impietosa, in cui l’autrice racconta il tutto con piglio quasi giornalistico, e anche un thriller originale e da consigliare a chi è stufo di serial killer, enigmi e complotti internazionali. I cinefili potranno vederci citazioni di The Others e di A beautiful mind, con la costruzione di un mondo inventato, i letterati riconosceranno nel botto finale, secco come può esserlo solo un verbale di polizia, il finale de La storia di Elsa Morante, un’altra storia di una donna e di amore materno oltre ogni limite.

Laura Kasischke è autrice di tre raccolte di poesia e di due altri romanzi, Suspicious River e White Bird in a Blizzard, che, negli Stati Uniti e nei numerosi paesi in cui sono apparsi, sono stati accolti con entusiasmo dalla critica e dal pubblico. Ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il premio della Poetry Society of America e il Bobst Award for Emerging Writers. Vive a Chelsea, nel Michigan.

:: Liberi junior: Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano, Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014) a cura di Davide Mana

12 ottobre 2014

liberi juniorCiò che si nota subito, aprendo “Lindbergh, l’avventurosa storia del topo che sorvolò l’oceano” di Torben Kuhlmann (Orecchio Acerbo, 2014, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan), è che si tratta di un libro splendido.
La narrativa per l’infanzia ha una lunga tradizione di illustratori eccellenti, e Torben Kuhlman, che oltre che autore è anche illustratore del volume, ha una mano sorprendente.
La storia è ingannevolmente semplice – in una Europa che si va riempiendo di trappole, gatti e oscurità, un topo di biblioteca (nel senso che ci vive, fra i libri di una biblioteca) decide che è tempo di muoversi, ed emigrare in America, la terra delle opportunità.
Nell’impossibilità di imbarcarsi su un piroscafo (troppi gatti, al porto), ed ispirato da un volo di pipistrelli, l’intraprendente roditore ripercorre la storia dell’aeronautica, inventandosi mezzi volanti sempre più complessi per superare l’oceano.
Dovrà vedersela con problemi tecnologici e con nemici inaspettati, fino alla conclusione trionfale della traversata.
Una storia semplice, si diceva, adatta a un pubblico che muova i primi passi nel mondo della lettura.
Ma una storia che, accompagnata dai disegni a tutta pagina di Kuhlman, diventa qualcosa di più. C’è, nelle tavole che accompagnano il racconto, la passione per la storia dell’aviazione, per la tecnologia retrò, un grande umorismo ma anche una grandissima qualità.
Esiste una certa scuola di pensiero che vorrebbe che i libri per bambini fossero illustrati in maniera infantile, con disegni che i piccoli lettori possano considerare “alla loro portata”. Non è questo il caso – la grafica di questo volume di neanche 100 pagine è sontuosissima, elegante, sospesa fra Leonardo da Vinci e le foto d’epoca. Davvero straordinaria.
Ed è con una certa sorpresa che si arriva in fondo al volume e si scopre che l’autore è giovanissimo, e questo volume, la sua opera prima, è la sua tesi di laurea in grafica editoriale.
Un libro splendido, un ideale regalo per un lettore (o una lettrice!) di prima o seconda elementare – e forse anche per i più grandicelli.

Torben Kuhlmann Trent’anni d’età, e quasi altrettanti di passione per le macchine. Quelle volanti in particolare. Una passione coltivata con costanza, fino ad arrivare all’università. Sì, perché “ Lindbergh” è la sua tesi di laurea. E, con il massimo dei voti, la lode e la pubblicazione, arriva anche la grande affermazione editoriale. Uscito all’inizio di quest’anno, già alla terza ristampa in Germania, il topo volante di Torben Kuhlmann è ormai diventato poliglotta. Inglese, italiano, francese, spagnolo, portoghese le lingue che gli hanno permesso di fare scalo in altri undici paesi.

:: Terror and wonder: the gothic imagination: la letteratura gotica alla British Library di Londra a cura di Elena Romanello

12 ottobre 2014

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La British Library di Londra, una delle più grandi biblioteche del mondo, presenta fino al 20 gennaio prossimo la mostra Terror and wonder: the gothic imagination, dedicata ad uno dei generi del fantastico più popolari di sempre, l’horror classico, ancora oggi letto e rivisitato in varie forme.
In mostra ci sono duecento oggetti rari che ricostruiscono 250 anni di tradizione gotica, ricordando la fascinazione che c’è da sempre per il mistero, il terrificante e il macabro, a cominciare dalla letteratura, in cui gli inglesi sono stati maestri. Tra i pezzi esposti ci sono prime edizioni dei romanzi di autori e autrici come Mary Shelley e il suo Frankenstein, Bram Stoker con Dracula, Le Fanu con Carmilla, Horace Walpole con Il castello di Otranto, i capisaldi di un genere che è stato anche un po’ banalizzato e che va riscoperto partendo dalle origini.
In esposizione trovano spazio anche locandine di film classici e più moderni di genere horror, proiezioni, un kit per uccidere il vampiro, immagini, foto, moda, per un viaggio che iniziò con Il castello di Otranto di Horace Walpole, mescolando il lato oscuro del Medio Evo con castelli e abbazie (e non quello più fantastico come ha fatto il fantasy) con suggestioni sovrannaturali, riprendendo figure del folklore come era il vampiro, già presente nell’antica Roma, e giocando con thanathos, eros, paura, rinnovandosi e sposando via via i vari media, innanzitutto la letteratura, ma poi il cinema, il fumetto, la televisione, i videogiochi, la moda, la fotografia, l’architettura.
L’accesso alla British Library come utenti è libero e bene accetto, per la mostra c’è da pagare un biglietto e esiste anche uno shop tematico dove acquistare gadget in tema, la guida ufficiale della mostra e anche i romanzi gotici trattati, in lingua originale.
In parallelo ci sono anche alcuni eventi, su prenotazione, sul gotico visto nelle sue varie angolazioni: da segnalare il 17 ottobre alle 18 e 30 un approfondimento su Dracula su letteratura e cinema, il 20 ottobre alla stessa ora un incontro con l’autrice Susan Hill, che ha scritto tra gli altri il romanzo La donna in nero, il 29 ottobre alle 22 e 30 il lancio ufficiale del nuovo libro di Anne Rice sul vampiro Lestat, il 18 novembre alle 19 incontro con la fumettista Emily Carroll, il 3 dicembre alle 18 e 30 incontro con Sarah Waters e Kim Newman e il 12 dicembre appuntamento con Kate Moss.
Per informazioni e prenotazioni on line visitare il sito ufficiale della mostra http://www.bl.uk/whatson/exhibitions/gothic/index.html

 

:: Cose che fanno battere più forte il cuore, Mia Kankimaki, (Piemme, 2014) a cura di Elena Romanello

10 ottobre 2014

indexMia è una redattrice pubblicitaria finlandese che, a quasi quarant’anni, sente la sua vita inutile e senza scopo, con un lavoro poco stimolante e ormai un ex fidanzato con tanto di casa simile ad uno zoo di animali esotici. Sulla sua strada incontra, sia pure da un punto di vista letterario, Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice giapponese, vissuta in quel decimo secolo in cui nel Paese del Sol levante la cultura era in mano alle donne, e decide di occuparsi di lei, scrivendo un libro sulla sua opera, Note del guanciale, considerata nell’immaginario nipponico e occidentale a torto un testo pornografico.
Mia prende quindi un periodo sabbatico e parte per Kyoto, la capitale culturale e morale del Giappone, scoprendo un mondo lontano e diviso tra passato e presente, capace di attirare persone di culture diverse, e inizia la sua ricerca su Sei, per differenziarla dalla contemporanea, più nota e sua rivale Murasaki Shikibu, autrice di quel capolavoro che è il Genji Monogatari. Un viaggio che si rivelerà rivelatore anche e soprattutto per far ritrovare a Mia il senso della vita, tra soggiorni di fortuna in Tailandia quando arriva lo tsunami che porta alla catastrofe di Fukushima, una puntata a Londra, un ritorno in Finlandia e poi di nuovo a Kyoto, sulle tracce di So e del suo mondo, per finire poi in Normandia a tirare le fila di questa vita nella sua vita.
Cose che ti fanno battere più forte il cuore, ispirato alla reale esperienza dell’autrice, è un’opera prima molto interessante, innanzitutto per il tema molto attuale della ricerca di nuovi spunti nella propria vita, senza contare il confronto tra culture diverse in viaggio e fisse.
Gli amanti del Giappone troveranno in queste pagine pane per i loro denti, tra l’altro l’autrice tributa al Paese un omaggio molto interessante, non cadendo negli stereotipi soliti, e parlando di un’epoca fondamentale per la sua cultura, il X secolo, quando le lettere e le arti, caso abbastanza unico a livello mondiale, erano in mano alle donne, alla base di una cultura al femminile che si è perpetrata fino ai giorni nostri in maniera più pop con i moderni shojo manga.
Un viaggio in mondi diversi e un viaggio dentro di sé, quello dell’autrice, e anche il confronto tra due donne di due epoche diverse, una dama di un’epoca remota e su cui non c’è più molto e una protagonista dell’oggi, in cerca di un senso alla sua vita, che alla fine si può trovare in parole scritte un millennio fa e vagando in luoghi cambiati tantissimo da allora ma rimasti immutabili. Un libro non comune nel panorama editoriale di oggi e per questo molto interessante e prezioso, in attesa magari di nuove esperienze di Mia Kankimaki, nel suo Giappone o anche altrove.

Mia Kankimaki, nata nel 1971, ha lavorato come editor presso varie case editrici in Finlandia. Appassionata di cultura giapponese, ha vissuto in Giappone ed è diventata anche maestra di ikebana. Cose che fanno battere più forte il cuore è il suo primo libro, bestseller in patria e vincitore di diversi premi.