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:: Liberi junior: Il libro ficcanaso, Andrea Valente, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

28 ottobre 2014

FiccanasoTra gli occhi e la bocca cosa c’è? Lui, il naso. Grosso, piccolo, a patata, lungo, corto, aperto chiuso e anche blu come quello di un cinese protagonista di una curiosa avventura qui scritta. Il naso è il principale protagonista di questa raccolta di racconti scritta da Andrea Valente, edita da Gallucci , intitolata Il libro ficcanaso. Accanto a storie dove i nasi vengono dipinti più o meno belli di come sono, dove diventano dei nasi porta passeri o vengono da un altro mondo perché extraterrestri (vedi la storia Il naso extraterrestre, dove il protagonista sorvola il pianeta terra stupendosi parecchio dello strambo comportamento del genere umano), ci sono simpatiche poesie in rima sul naso che fanno ridere grandi e piccini (Il naso senza la enne, Il naso arcobaleno o Il naso a cucù). Il linguaggio usato è semplice, piacevole e le storie inventate da Valente mescolano con maestria realtà, finzione e mitologia (divertente il racconto I due nasi di Polifemo) dando vita a storie divertenti che stuzzicano la fantasia del piccolo lettore. Andrea Valente, inventore del personaggio Pecora Nera, racconta la storia del naso, rendendo l’organo primario per percepire i profumi e gli odori presenti nel mondo il personaggio principale dei suoi racconti, per portare i piccoli lettori – e non solo- in un mondo nel quale Biancaneve ha sette nasi e il naso curioso si rivela essere un vero e simpatico ficcanaso! Dagli 8 anni in su.

Andrea Valente è nato a Merano nel 1968. Da bambino ha imparato a usare la macchina da scrivere prima della penna. La biro gli serviva per disegnare. Poi è diventato famoso con il personaggio della Pecora Nera. Con Gallucci ha pubblicato E la vita l’è bella!Non sta mai fermaChissà perchéPazza ItaliaTirabusciòQuando Babbo diventò NataleLa fantastica storia della prima OlimpiadeIl ritorno della BefanaHai voluto la bicicletta?!Il libro ficcanaso e Cervelloni d’Italia. Durante l’anno incontra un sacco di ragazzi nelle scuole. Se vuoi conoscerlo, puoi visitare il suo sito all’indirizzo http://www.andreavalente.it . Ma devi ricordarti di dargli del tu, altrimenti si offende.

:: L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del Paese, Luca Nannipieri, (San Paolo Editore, 2014)

26 ottobre 2014

Copertina-LItalia-da-salvare-658x1024Non è di per sé un libro d’arte, né una guida turistica, un atlante o un diario di viaggio il libro di cui vi parlerò oggi. O forse è tutte queste cose. Senza dubbio è un agile volumetto, dal titolo significativo L’Italia da salvare. La fraternità attorno all’arte e alle bellezze del Paese, edito da San Paolo Editore nella collana Problemi sociali d’oggi, e scritto da Luca Nannipieri, giornalista, saggista, direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino.
Il titolo soprattutto mi ha incuriosito e fatto decidere di parlarne, un titolo che unisce le bellezze del nostro paese alla fraternità, e questa è la chiave di lettura, il messaggio anche spirituale che questo testo contiene. Che l’Italia sia uno scrigno d’arte non è un mistero per nessuno, che non si valorizzi il patrimonio, nemmeno e la ricetta, la cura che Nannipieri propone è molto semplice e nello stesso tempo scomoda e rivoluzionaria.
Al netto delle provocazioni, contenute in alcune interviste che l’autore ha concesso, (abolizione del Ministero dei Beni Culturali, dell’Unesco, etc…) è il punto di vista che cambia, una visone dal basso in cui sia l’uomo al centro del discorso, l’uomo che tutela, difende e valorizza i beni culturali e si unisce ad altri uomini, in una catena umana dove non servono lauree, sovvenzioni statali, permessi di Enti e Strutture. Il panettiere, la sarta, il geometra, chiunque può rimboccarsi le maniche e difendere ciò che infondo gli appartiene.
Nel libro si prospetta una rinascita, una rinascita possibile e questo è senz’altro il messaggio rivoluzionario in quest’epoca di crisi, dove il pessimismo sembra avere la meglio. La fraternità e il dialogo sembrano le armi a disposizione, capaci di cambiare le cose e Nannipieri sembra crederci davvero e ci fa esempi concreti. Sono tante infatti le comunità, le libere associazioni nate attorno a beni artistici e naturali da valorizzare, chiese, abbazie, grotte e mulattiere, e di per sé non è tanto il valore oggettivo del bene da difendere a fare la differenza, ma l’impegno, l’amore, che gente comune impiega per valorizzare il territorio, la comunità in cui vive.
Se nel Medioevo, periodo di crisi, l’aggregarsi intorno a comunità monastiche e non solo, l’esperienza della comunione fece la differenza, perché anche ora non fare lo stesso? L’unione fa la forza dopo tutto. In tutti i campi. Sebbene non arriverei ad abolire il Mistero dei Beni Culturali, né sottovaluterei l’impegno di professionisti capaci e competenti, certo l’idea e il progetto di questo libro sono affascinanti e meritano considerazione. Se però anche non condividete la filosofia che sta alla base di questo testo, la lettura non sarà inutile, avrete comunque la possibilità di scoprire dei siti poco noti, come il teatro romano di Volterra, o il borgo di Verdetto, o la chiesa di San Miniato al Monte a Firenze, l’unico luogo di quelli citati che io ho personalmente visitato. Il testo è disponibile anche in formato ebook. Buona lettura.

Luca Nannipieri, saggista, scrive su Il Giornale e su Panorama. Suoi interventi sulla cultura e sul patrimonio storico-artistico sono usciti anche su Libero, Il Resto del Carlino e sull’edizione tosco-emiliana del Corriere della Sera. È direttore del Centro studi umanistici dell’abbazia di San Savino. Per le Edizioni San Paolo ha già pubblicato La cattedrale d’Europa. La Sagrada Familia, la sfida di Gaudí alla modernità (2012).

:: L’angelo dell’oblio, Maja Haderlap, (Keller, 2014) a cura di Viviana Filippini

25 ottobre 2014

angelo dell'oblioL’angelo dell’oblio, vincitore del prestigioso premio Ingeborg-Bachmann-Preis ricevuto nel 2011 è il primo romanzo della scrittrice Maja Haderlap. I protagonisti effettivi di queste pagine, oltre ai personaggi che si alternano nella scena narrativa, sono i tanti ricordi che emergono pagina dopo pagina durante lo svolgersi della trama. Chi racconta- e non è difficile identificare nella voce narrate un alter ego dell’autrice stessa – ascolta con attenzione dalla voce della nonna i pezzi di vita passata, il tutto protetta dal caldo profumato della vecchia stube (tipica baita di montagna). Non mancano le storie dei vari compaesani della narratrice che, dalle trattorie di paese dove fumo, cibo e vino si mescolano, fanno emergere i tanti ricordi legati al dolore, alla sofferenza e alla lotta partigiana. Sono frammenti di vita, di sentimenti incompresi nei quali la deportazione nei lager e la lotta per la tutela della propria autonomia e identità aleggiano in ogni pagina. L’angelo dell’oblio racconta la storia di un popolo e allo stesso tempo la vicenda della famiglia della narratrice, nella quale emerge il difficile rapporto tra i genitori della protagonista, caratterizzato da continue e reciproche incomprensioni delle parti o, il non detto sulla detenzione carceraria e sull’azione di lotta per la propria autonomia attuata da amici e parenti della famiglia di appartenenza della giovane protagonista. Le scene di vita quotidiana nelle quali chi racconta è la voce narrante bambina sono un insieme di usi e costumi di una terra e di un tempo ormai passati e racchiusi nella sola mente di chi li ha vissuti e conosciuti sulla propria pelle. Altro aspetto interessante è il fatto che la protagonista decida di studiare teatro e di scrivere prima poesie, poi testi narrativi, per mettere nelle sue storie la lingua, la cultura e il mondo dal quale proviene (un piccolo centro della Carinzia tra Austria e Slovenia) nel quale è cresciuta nel tentativo di evitare che il tutto vada dimenticato. Il romanzo della Hederlap ha un forte sapore autobiografico nel quale si percepisce la necessità della scrittrice di mantenere vivo il proprio passato mettendo su carta i racconti e le storie che ha ascoltato da piccola, ma anche da giovane donna. Uno dei tanti intenti del libro è quello di ricordare le persone che la narratrice-autrice ha conosciuto e che sono entrate a fare parete della sua vita. L’angelo dell’oblio della Haderlap cerca di far capire quanto sia importante l’atto di raccontare, quanto valga il culto della memoria di ciò che è accaduto ad una famiglia (la sua, come tante altre) e a un popolo, perché tra queste pagine oltre ai forti legami di sangue e amore, aleggia anche l’ardita battaglia compiuta delle umili genti della Carinzia per la tutela della propria identità culturale e linguistica. Traduzione Franco Filice.

Maja Haderlap è nata nel 1961 a Eisenkappel/Železna Kapla in Austria, in una famiglia appartenente alla comunità di lingua slovena della Carinzia. Dopo gli studi teatrali, dal 1992 al 2007 ha lavorato come drammaturga allo Stadttheater di Klagenfurt, città in cui vive oggi. Ha pubblicato diversi volumi di poesie sia in tedesco che in sloveno. Con L’angelo dell’oblio, suo primo romanzo ha vinto nel 2011 il prestigioso premio Ingeborg Bachmann, riscuotendo immediatamente  un caloroso consenso di critica e di pubblico.

:: Liberi junior: Voglio fare l’innamorata, Paola Zannoner, (De Agostini, 2014) a cura di Micol Borzatta

25 ottobre 2014

COVER_VOGLIO FARE L'INNAMORATAMia è una ragazza giovanissima con la passione per la scrittura e per la lettura e ama specialmente i libri di Jane Austen.
Finita la scuola viene mandata dalla madre in una casa in campagna con la migliore amica della madre, Claudia, con la scusa di aiutarla a sistemare la casa della zia che Claudia ha ereditato.
Appena arriva Mia si sente tagliata fuori dal mondo, infatti non c’è internet e il cellulare non prende, Claudia poi è sempre fuori con la sua nuova fiamma, Fabrizio, un suo vecchio conoscente di quando era bambina.
Mia inizia a passare le giornate da sola in casa, ma ben presto scopre che in realtà non è da sola, infatti lo spirito di Jane Austen inizia a comparirle sempre più spesso, prendendola come allieva e insegnandole a scrivere il suo primo romanzo.
Un romanzo molto bello e coinvolgente che cattura il lettore fin dall’inizio grazie all’astuzia dell’autrice di iniziare il romanzo proprio con la comparsa di Jane.
Lo stile che viene usato è molto semplice e leggero adatto a qualsiasi tipo di lettore, dal più giovane al più esperto.
Ottima anche l’idea di scrivere un romanzo dentro al romanzo che porta così il lettore a leggere due libri in uno solo, anche se il romanzo che scrive la protagonista oltre ad assomigliare alle opere di Shakespeare, come fa notare la stessa Jane a Mia, è anche troppo simile al romanzo Cime Tempestose.
Lo sviluppo della storia denota una grande ricerca storica e di informazioni da parte dell’autrice, ricerca che difficilmente si nota nei romanzi specialmente scritti da autrici o autori sia giovani che meno giovani.
Segnalo la presenza di numerosi errori grammaticali e refusi di battitura ma nel complesso è un fantastico romanzo che consiglio vivamente a tutti di leggere sia per la trama avvincente che per gli insegnamenti letterari e la passione per i libri e la lettura che riesce a trasmettere al lettore, magari riuscendo ad avvicinare nuove persone alla passione per la lettura.

Paola Zannoner vive a Firenze. Consulente bibliotecaria, esperta di narrativa e scrittrice ha iniziato la sua carriera come critico letterario e bibliotecaria. Nel 1998 viene pubblicato il suo primo romanzo dalla Mondadori. Da quel momento si è dedicata anima e corpo alla scrittura, staccandosi solo per organizzare tenere corsi di formazione, seminari sulla scrittura narrativa, conferenze letterarie e incontri vari con i suoi lettori. Nella sua carriera di scrittrice ha pubblicato maggiormente romanzi diretti ai più giovani, ma ha anche pubblicato saggi, romanzi per adulti, pubblicando con Mondadori, Fanucci, De Agostini, Giunti, Castoro, ricevendo molti premi e vedendo i suoi testi tradotti in numerosi paesi del mondo.

:: Feltrinelli #SenzaFiltri

24 ottobre 2014

banner-filtri120bIl 30 ottobre nasce Zoom Filtri, una collana digitale curata da Sergio “Alan D.” Altieri, che la Giangiacomo Feltrinelli Editore dedica alla narrativa “di genere”: dalla fantascienza al fantasy, dall’horror al giallo, dal romance all’erotico. Otto titoli apriranno la collana tra cui Scroogled, dell’ autore di fantascienza canadese Cory Doctorow. (Io comunque vi consiglio di non perdervi  In un giorno di pioggia, di Raymond Chandler).
Ma non solo, sempre il 30 ottobre, dalle 00.01 alle 23.59, la casa editrice Feltrinelli apre eccezionalmente le porte agli aspiranti scrittori di genere con l’iniziativa #SenzaFiltri. Per 24 ore tutti coloro che conservano un romanzo nel cassetto potranno inviare i loro inediti alla casa editrice e avere l’opportunità di essere selezionati per una vera e propria pubblicazione digitale, curata dalla revisione alla comunicazione.

Poche e semplici le regole per essere presi in considerazione:

Il vostro testo va inviato all’indirizzo zoom.filtri@feltrinelli.it – casella attiva solo ed esclusivamente in quel lasso di tempo.
Il testo inoltre deve rispondere ai seguenti requisiti: deve essere un testo di genere giallo/thriller/noir, fantasy, fantascienza, horror, erotico o romantico; deve essere di minimo 30.000 battute e massimo 200.000, spazi inclusi; deve riportare in prima pagina o a piè di pagina nome, cognome ed e-mail dell’autore; non deve presentare errori grammaticali almeno nelle prime cinque pagine. La mail di accompagnamento dovrà includere: il genere di appartenenza del testo e un riassunto di circa 300 caratteri del testo.

Qualora il testo inviato mancasse di uno di questi requisiti, verrà scartato senza ulteriori notifiche. Tutti i testi che rispetteranno invece i requisiti sopracitati saranno esaminati dai loro editor e solo gli autori dei testi ritenuti interessanti riceveranno una valutazione.
Tutte le informazioni comunque le potrete trovare su: http://bit.ly/Senza-Filtri

:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato

23 ottobre 2014

poeti_lont_copertinaPoeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza e di straniamento. Il lavoro delle due curatrici è come una musica – severa e generosa insieme – espansa tra le correnti di testi la cui resa poetica è sicuramente felice. L’intervista che segue, oltre a rispondere alle questioni preliminari inerenti il volume, esempla anche un memorabile vademecum su quella che dovrebbe essere la critica letteraria dei nostri anni.

Qui è possibile leggere alcuni testi tratti dall’antologia e consultare le biografie degli autori

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Nel 1893 l’accademico dei Lincei Ernesto Monaci intitolava un suo intervento “Ancora di Jaufre Rudel”, quasi a lamento del tourbillon critico con cui i più fini esegeti e filologi del XIX secolo avevano tormentato il sottile canzoniere di Jaufre Rudel, a cui l’amor di lontano dava linfa e suggello. Voi [SC & AP] oggi rilanciate la questione attraverso la curatela di una antologia poetica, in uscita per i tipi delle edizioni Marco Saya, il cui titolo emblematico riattualizza i significati di quella stessa lonh dalla quale l’esperienza poetica secondo novecentesca si era ben guardata dal farvi ulteriori riferimenti. Ecco dunque che il punto di apertura a questo breve dialogo sul vostro lavoro potrebbe proprio partire da una domanda memore e provocatoria: “Ancora della lontananza?”

*Antonella Pierangeli: Ancora della lontananza? “… e quan me sui partitz de lai /remembra·m d’un’amor de lonh:…” (e quando mi sono partito di là /mi ricordo di un amor lontano)verrebbe spontaneo citare il buon vecchio adagio rudeliano dalla sempre fascinosa e intatta bellezza, per poi chiarire subito i termini della questione: il tanto tormentato amor de lohn non costituisce affatto, se non nella similarità mutatis mutandis della condizione del poeta, il solo snodo tematico dei testi che presentiamo in questa raccolta, così come la lohn cui fa riferimento il titolo dell’antologia non si configura come la nostalgica ispiratrice di irraggiungibili tristia. La maieutica forza poetante della lontananza è qui infatti intesa come meditazione amara e profondamente consapevole sulla distanza e sullo sradicamento esistenziale di autori che, per motivi forzatamente personali o contingenti alla loro realtà lavorativa, hanno vissuto la condizione di separazione dal luogo di origine. Partendo dall’analisi di questo osservatorio privilegiato della coscienza, dal quale incastonare le proprie manganelliane “paludi definitive”, i propri perfetti silenzi e clamori su di un verso straniato e eterogeneo dalle possibilità espressive dissonanti e mai disgiunte da un’accurata tessitura fonica, si è giunti ad una vera e propria epifania di quel modus sentiendi che fa, della separazione dal luogo di origine, una sorta di primo motore non immobile delle ingolfate cerniere dell’Io di questi sette diversissimi poeti, forzatamente o spontaneamente in odore di lohn. I testi qui presentati, si badi bene però, non si caricano mai della dimensione assoluta del lirismo rudeliano, incentrato su nostalgiche proiezioni del soggetto poetante; vengono invece vitalizzati alla luce della contemporaneità proprio perché, attraverso una condizione di scissione esistenziale, ogni tentativo di fuga dal reale, fisico e immaginario che sia, s’incarni per mancanza di radici nei luoghi dell’altrove geografico, esistenziale, ideologico, in un pensiero poietico che renda la distanza fisica, capacità rivelatrice di quella distanza psichica che ne costituisce il magistrale alfabeto emotivo. L’insondabile vis passionale e drammatica che domina l’ispirazione dei testi qui raccolti, unita ad una percezione randagia dell’esistenza rappresenta, dunque, il canto amarissimo, ma al tempo stesso edificante, di uno status della coscienza poetica contemporanea che potremmo chiamare di derelizione, una dolorosa forma di nostalgia per tutto quello che la vita ti costringe a perdere per via, non empiricamente rivolto verso una persona reale o una situazione esistenziale ma, per così dire, ontologico: segno di un destino inevitabile segnato dalla perdita e dallo spaesamento emozionale in un mondo che diviene un luogo sempre più inospitale e globalizzato ma in cui, comunque, è pur sempre vivificante esserci.

Se è vero che Montale, a differenza di Yeats, riusciva a respirare solo se la sua musa si teneva a debita distanza, e se è condivisibile, come scriveva Simone Weil nel suo La pesanteur et la grâce, che sia la separazione l’unica creatrice di legami, potremmo forse concludere che tutta la poesia nasca e cresca in un processo di voluto distanziamento dal desiderato. A riguardo, l’operazione di definire come “della lontananza” particolari esperienze poetiche, e così volerle racchiudere in un jewel box di primizie altrimenti non fruibili, non rischia di apparire come il tentativo di voler costruire un recinto nel mare?

*Sonia Caporossi: La letteratura, del resto, è di per sé un recinto nel mare, giacché altro non è se non la mostra del dicibile. Potrei quindi risponderti con l’ennesimo rimando, questa volta alla Yourcenar che un giorno scrisse: “non darsi più è darsi ancora: significa donare il proprio sacrificio”. Ecco, concepire la poesia come la forma suprema del donarsi, nel senso in cui recentemente ne parlava Ghislaine Lejard, è a mio parere un imperativo etico oltre che estetico. La presa di distanza dal desiderato è un processo molto simile a quello che Savinio attribuiva allo hypokritès, “colui che esamina da sotto la maschera” il reale e che attraverso il velame ottundente dell’ermeneusi riesce a dipanarne i filamenti invisibili, la p-brane impalpabile. Il gioco dei rimandi circa la “lontananza” potrebbe essere infinito! Tornando però con i piedi per terra, posso dirti in che modo l’abbiamo concepita noi per renderla spunto di composizione critica e antologica. La silloge, come diceva poco fa Antonella, offre la lettura guidata di sette poeti italiani ultracontemporanei che più semplicemente “scrivono lontani da casa”. Questo significa che il tema portante è a doppio strato: da una parte la lontananza è fisica, materiale, iperreale, cronotopica e biografica, giacché questi poeti hanno scritto i testi riportati in silloge in determinati momenti e situazioni della propria vita in cui la krisis come “separazione” era per ognuno di loro un dato di vita vissuta; d’altra parte, il tema della lontananza richiama anche l’argumentum dei componimenti poetici, e allora qui si tratta di indagare criticamente, se vogliamo, le differenti modalità attraverso cui questi sette poeti diversissimi per tenore compositivo e stile fanno resuscitare in carne e sangue un tema che sulle prime potrebbe apparire abusato.

Nelle varie anticipazioni riguardanti il volume, avete dichiarato di aver lavorato un anno a questa antologia. In cosa è consistito tale lavoro?

Antonella Pierangeli: Direi che è stato soprattutto un lavoro certosino di ermeneusi incondizionata. Un anno di frequentazione umile con la poesia che ci ha visto immerse in una preliminare scelta e conseguente decodifica dei testi (quest’ultima operazione per me, filologa, foriera di una beatitudine panica e del tutto naturale) sempre accompagnate dalla consapevolezza che all’interno di questa antologia si dovessero rendere, pur sotto la spinta unificante e vivificante della tematica cui fa riferimento il titolo, voci di poeti irriducibilmente diversi, non solo formalmente e stilisticamente. Questo elemento pregnante ha fatto in modo che la grammatica del sentire e del rammemorare, leopardianamente presente in tutti i testi scelti, seppur adagiata vicino al fuoco di un calore stoico e scettico, si dotasse di risorse proprie, rielaborasse già al disvelarsi certe sue clausole emotive, certi suoi percorsi esistenziali, e agisse attraverso di noi come un catalizzatore di energia. Ci siamo infatti trovate per mesi a selezionare, editare e collazionare testi diversissimi con un entusiasmo che aumentava man mano che il lavoro si faceva più complesso. Nel dialogo serrato con gli autori, anche questo per forza di cose gestito de lohn attraverso il miracolo della rete, si sono scardinati meccanismi creativi e costruiti, di conseguenza, sistemi interpretativi che spesso duravano lo spazio di un invio sulla stringa della posta inviata. Sulla base delle varianti d’autore e sulle nuove lezioni, arrivate a volte in tempo reale, si aggiustava il tiro, si tessevano invenzioni e disvelavano visioni ad un ritmo tale da impegnarci per settimane dietro gli incastri e le geometrie di un singolo verso. Una volta poi compiuto il lavoro di sistemazione testuale ci si è immersi nella parte più eminentemente critico-letteraria, con la redazione di un saggio introduttivo per ogni autore, passando poi, in varie fasi, alla revisione finale dei testi. In definitiva un lavoro estenuante che però ci ha dato moltissimo.

In un passo della puntuale introduzione ai testi, ci tenete a sottolineare come oggi le antologie di poeti non debbano necessariamente partire da un presupposto di omogeneità metodologica, bensì proprio dal suo contrario, dalle «eterogeneità stilistiche, formali, anagrafiche». Approfondiamo questo punto.

Sonia Caporossi: Già altrove mi chiedevo: che senso ha, per esempio, definire un poeta in base all’età anagrafica oppure in base ad una presunta poetica comune? Mi rispondevo che se si fondano gruppi poetici in base alle semplici omogeneità anagrafiche o di poetica si rischia di fare un insieme di Cantor, metafora matematica del gruppo poetico al cui interno il contenuto dilegua nella polvere di un’indistinzione recata malauguratamente proprio dall’eccessiva comunanza. L’unica cosa che conta, nelle classificazioni letterarie, è la presenza di una vera e propria poetica differenziale, facendo emergere innanzitutto il textus di contro al nomen, e il verso del poeta di contro al gruppo. Ecco in cosa consiste la centralità del textus propugnata da Critica Impura come uno dei suoi mantra costitutivi. Solo attraverso un percorso metodologico e critico di questo tipo ci rende conto poi del passaggio successivo, ovvero del fatto che le classificazioni di genere e specie in letteratura lasciano criticamente il tempo che trovano, e sono buone solo ad una sommaria normatività funzionale (utili per esempio ad una scuola concepita come palestra di scrittura). Nel caso dei Poeti della lontananza, la profonda eterogeneità formale dei poeti antologizzati risponde ad una impostazione metodologica ben precisa: se si compone un’antologia che verte su un tema, dotata peraltro di un marcato apparato critico, è su di esso che bisogna far girare il kosmos nucleare del testo, e non sul nome degli autori o, peggio, su questioni di lana caprina sociologica totalmente estranei, a ben vedere, alle questioni poetiche ed estetiche propriamente dette. L’eterogeneità stilistica e formale è anzi addirittura auspicata per cercare di rendere exempla variegati di come lo stesso tema possa essere dipanato attraverso le interpretazioni artistiche di personalità e sensibilità diverse; ed è proprio quello che abbiamo cercato di fare. Certo, l’antologia non è onnicomprensiva, non vi sono contenuti “tutti” i poeti della lontananza o “tutti” i poeti italiani che vivono o scrivono o hanno scritto all’estero in condizioni di “lontananza” ideale. Ne mancano diversi che col senno di poi avremmo potuto inserire; ma poi il lavoro non sarebbe più finito, in un rimando continuo che l’avrebbe reso un oggetto dell’iperuranio di Platone. Abbiamo quindi preferito mostrare exempla differenti del tema attraverso gli ottimi autori chiamati in causa, piuttosto che tentarne un’irrealizzabile cosmografia: che è poi il motivo per cui le antologie non potranno mai e poi mai essere “totali” se non nella pre-sunzione del curatore illuso. Ecco allora a voi Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco. Nell’antologia la lontananza viene interpretata attraverso molteplici atteggiamenti poetici possibili: dal neolirismo alla poesia di ricerca.

In un altro luogo introduttivo scrivete come la «meditazione della distanza» coagulata nei versi dei vostri poeti, abbia «valenza civile». Pensiamo a Pasolini, o è un suggerimento ermeneutico?

Antonella Pierangeli: Si capisce che, alle prese con una silloge del genere, le citazioni e i rinvii potrebbero moltiplicarsi all’infinito, Pasolini fra tutti, se parliamo di poesia civile; tuttavia è fondamentale osservare, invece, che la valenza civile di una simile meditazione della distanza, in un tempo come il nostro in cui la tecnica trionfante è tutta all’insegna dell’eliminazione della distanza stessa, sia rintracciabile proprio nel significato che i nostri autori danno a queste meditazioni sul mondo disgregato in cui giocoforza, tutti, siamo dispersi prima ancora di esserne avvolti. L’azione poetica infatti si caratterizza innanzitutto come capacità di chiamare all’esistenza qualcosa che, generata da un assoluto caos di differenze (destini, condizioni esistenziali ed emotive altre, differenze stilistiche e formali) dia conto di una forza assoluta che, abolendo le distanze fra gli individui e mettendo a soqquadro l’ordine storico, teorico e poetico consolidato, sia in grado di porre la pluralità di una poetica differenziale come condizione stessa della libertà. Poesia civile dunque? Se intendiamo qualcosa che non è più poesia lontana dalla realtà ma forza cogente fortemente permeata di presente e piano sequenza del nostro costituirci, poeticamente e pasolinianamente, parte civile nei confronti del mondo, certo! L’etica della lontananza intesa come disperata ricerca di una via di fuga dalla desertificazione feroce della coscienza, bruciando il tempo e lo spazio ci scaraventa infatti in un desolato osservatorio interstiziale, una sorta di infra politico di arendtiana memoria, dal quale solo la poesia che si fa forza incomprimibile, incancellabile, inscalfibile può trarci in salvo. È proprio in quell’infra contemporaneo e scalpitante, che mette in comunicazione ma nel contempo separa, che questa raccolta si situa: in una traccia visibile di libertà necessaria. Poetica, stilistica, civile? Tutte e tre le cose insieme. Vediamola così: una parete su cui arrampicarsi in solitaria come fosse l’ultimo baluardo da scalare contro la barbarie. In questo senso la valenza civile di tale raccolta costituisce la corda più viva dell’essere poetico di questi testi, la consunzione transeunte di quell’invettiva di grande semplicità e forza evocativa che è da sempre la poesia.

Perché poeti della lontananza e non dalla lontananza?

Sonia Caporossi: Perché, come ho già detto, la lontananza è l’argumentum, il fine, non certo il mezzo, nonostante rappresenti anche il moto da luogo, nel senso che questi poeti scrivono anche “lontani da casa”. Tuttavia preferiamo che siano detti “poeti della lontananza” e non “dalla lontananza” perché, appunto, la lontananza è il tema, e il tema è il centro, è l’onfalos, il polo magnetico, il punto di richiamo, l’empireo attorno a cui vorticano le stelle fisse nell’orbe della poesia di questi autori, alcuni fra i migliori versificatori che le italiche sponde possano oggi offrire: la liricità feroce e la carnalità devastante di Ghiani e Ingenito, i versi narrativi di Terzago a metà fra lirismo e poesia civile, la forza concettuale della poesia meditativa di Bux, il neodecadentismo nichilista di Pravo, lo sperimentalismo formale e contenutistico di Porsia, la ricerca metagenere della poesia di De Francesco a metà fra poematica e cinematica, sono tutti stili e attitudini diverse attraverso cui si dipana il medesimo tema: questi poeti che pure provengono dalla lontananza, vivono la lontananza, appartengono alla lontananza, sono poeti della lontananza perché essa li pervade esistenzialmente e matericamente avvolgendoli in una sindone estetica di nitore assoluto.

Qual è la direzione che questo libro intende seguire e soprattutto far seguire al pubblico della poesia?

Sonia Caporossi: Si parla tanto, oggi, di crisi della poesia presso i lettori; si dice spesso che i lettori non si avvicinino più ad essa, che non la sentano più propria, che si è creata una distanza, uno stacco fra l’arte contemporanea e la poesia in particolare (specie quella di ricerca, come scrivevo già qui ) e i propri legittimi, secolari ma stanchi ed avvizziti fruitori. Per questo motivo, fra gli addetti ai lavori è diffusa la convinzione che la forma antologica sia un’arma nelle mani degli autori e degli editori che possa riavvicinare alla poesia un pubblico da troppo tempo in fuga: si mettono insieme vari autori, spesso anche nuovi o poco conosciuti, più frequentemente di gran nome, e li si propone in libreria. Come dicevo prima, infatti, oggi è tutto un proliferare di antologie sviluppate per il tramite di un quid in comune, a volte persino molto vago, a volte meno: l’età anagrafica, una seppur vaga poetica in comune, la militanza all’interno di un gruppo, l’appartenenza a un secolo, a una corrente letteraria o altro. A mio parere, c’è appunto l’errore di fondo della “polvere di Cantor” alla base di questa impostazione. Ma per ovviare come si può fare? Noi abbiamo cercato di tornare alla apparentemente vetusta ma sempre funzionale impostazione “per tema”: in questo modo, il lettore che scovi questa silloge fra gli scaffali di una libreria o nei meandri della Rete potrà facilmente interessarsi o disinteressarsi all’argomento, ricercarlo, indagarlo, penetrarlo per il tramite dei versi, delle vive parole di poeti che solo attraverso il tema, e non invece dopo o incidentalmente rispetto ad esso, imparerà a conoscere. A noi sembra una piccola battaglia vinta in direzione del ritorno alla centralità del textus di contro alla attuale, abusata e fallace centralità del nomen: che si tornino a leggere testi, non nomi! Vedremo se quest’antologia potrà tornare a creare un filone in questo senso, ai posteri l’ardua sentenza.

Quali reazioni vi aspettate?

Antonella Pierangeli: Attraverso questa antologia, come ha detto Sonia, si è voluto lanciare un messaggio di natura prevalentemente critica nei confronti delle monolitiche impostazioni metodologiche attualmente utilizzate per il montaggio delle antologie poetiche di autori ultracontemporanei. Tanto è vero che gli autori qui presenti non sono affatto accomunati come spesso accade da un’età anagrafica, né da una poetica e da uno stile che li raggruppi in senso stretto. Abbiamo infatti cercato, partendo sempre dall’eterogeneità stilistica e formale come elemento unificante della raccolta, di creare una nuova modalità di approccio alla poesia che anche un lettore non completamente affogato nella palude classificatoria ed ermeneutica del “critico laureato” potrà apprezzare: sette voci che provengono da sette vite che raccontano in sette modi diversi un lontano/vicino dialogo col mondo. Questa silloge e il suo cantare sono tutte qui. Un segmento percorribile in molteplici sensi di marcia, paradigmatico ma mai esaustivo. Piuttosto il luogo da cui partire per avventurarsi nel nuovo senza mai perdere del tutto la fiducia nel vecchio. La reazione che ci aspettiamo è soprattutto quella dell’attenzione e della curiosità nei confronti di un’operazione culturale che si prospetta fortemente innovativa. Poi tutto è perfettibile e assolutamente non pretende di essere onnicomprensivo. Anzi, coloro che pensano di trovare una definitiva sistemazione dell’argumentum saranno fortemente delusi. Naturalmente i poeti della lontananza non sono tutti qui e il nostro è soltanto un tentativo di disseminazione verso il cerchio del pensabile e del vivibile, o meglio del pensabile perché vivibile, poeticamente s’intende. Proponiamo soltanto un limite da trasgredire; in quale direzione? Ti dirò soltanto quello che ci auguriamo: che leggendo questa raccolta si possa restare annodati in una traccia traslucida nella memoria come una scia dubitosa: nella città delle perplesse interrogazioni che declinano la lontananza, sentirsi sempre più vicini all’indecifrabile che abbiamo dentro.

È, quella della lingua, una questione tuttora centrale della storia poetico-letteraria italiana, o ci siamo ormai definitivamente disancorati anche dall’idea di “questione linguistica” e “canone”?

Sonia Caporossi: Sulla questione del canone ho dibattuto recentemente, interpellata da Giacomo Raccis, in un’inchiesta critica per La Balena Bianca. Già lì scrivevo che il problema è evidentemente di natura metodologica: partendo dal presupposto che un canone letterario di autori viventi non è mai in funzione del domani, ma dell’oggi, e dal dato di fatto che un canone è sempre frutto di una parzialità, ovverossia di una posizione critica assunta apoditticamente, tant’è che un canone potrebbe non risultare parziale solo se fosse onnicomprensivo, cosa in natura impossibile, “ecco perché un canone davvero serio”, scrivevo, “in realtà è un’operazione che diventa irreale, intrinsecamente letteraria, borgesiana […] come se volessimo disegnare una carta geografica del globo che ricopre interamente la sua superficie, l’operazione diventa non solo inutile e disagevole, ma perde anche la propria istanza teleologica. A ciò aggiungiamo che il canone è principio autoescludente, perché ci sono generi e stili che rimangono “fuori” per forza di cose” (La critica nella terra della prosa, su La Balena Bianca, rivista di cultura militante, 16/07/2014 ). Di conseguenza, il concetto di canone è oggigiorno sinceramente abusato o, quantomeno, mal posto; al contrario, secondo me, della lingua, che in poesia, a ben vedere, è l’oggetto ermeneutico fondante. Pensiamo ai propri passaggi fondamentali: da Dante a Pietro Bembo, da Trissino a Manzoni, da Verga a Pasolini, a Gadda fino alle recenti sperimentazioni linguistiche di Gian Maria Annovi, la questione della lingua specialmente in poesia coincide strettamente con la questione della forma, e se la forma, in poesia, a sua volta coincide col contenuto rappresentando il tì estìn dell’atto poietico stesso, va da sé che l’unica impostazione in cui può risultare abusata è se continuiamo a concepirla come una mera questione di sociologia della letteratura: facciamola tornare alla propria istanza primigenia, estetica, sfrondandola da ciò che altrove ho chiamato “tutto ciò che ci gira intorno”. Noi di Critica Impura, quantomeno, operiamo così: purificando ovunque la parola letteraria da quegli orpelli che col tempo gli sono stati costruttivisticamente appiccicati addosso e facendola tornare alla purezza della propria impurezza. La “festa” e la “forza” di quest’ossimoro, in definitiva, è il nostro metodo.

*Sonia Caporossi (Tivoli, 1973) è docente, musicista, musicologa, scrittrice, poetessa, critico letterario; si occupa inoltre attivamente di estetica filosofica e filosofia del linguaggio.

*Antonella Pierangeli (Roma, 1964) è docente, scrittrice, filologa, saggista, critico letterario. Ha insegnato lingua italiana presso il Dipartimento di Studi Romanzi dell’Università di Utrecht e svolto seminari su Anne Sexton presso il Dipartimento Vrouwen Studies del medesimo ateneo.

Insieme hanno fondato e attualmente dirigono il portale CRITICA IMPURA, dove è possibile leggere le loro biografie complete.

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Al fine di rendere più accurato l’approfondimento su questo lavoro, mi sono rivolta anche Marco Saya, poeta ed editore.

In qualità di editore di poesia, cosa si aspetta da un’antologia e, nel caso specifico, a chi intende rivolgersi, chi è il suo lettore ideale?

Quando si parla di Antologie poetiche il più delle volte si è abbastanza scettici per tanti motivi: disomogeneità degli autori proposti, le solite nicchie autoreferenziali che presentano solo i “loro” poeti o i 200 autori inseriti a caso a cui si chiedono dei contributi, potrei continuare per ore. Poeti della lontananza è un’opera, ritengo, unica nel suo impianto, contraddistinta da un’omogenea caratterizzazione e univocità degli autori coinvolti in una ricerca e direzione stilistica e di scrittura ben precisa. Molto semplicemente potrei dire che il target a cui è rivolta l’opera è il lettore che ama la buona poesia, che ha sete di conoscenza per quello che attiene l’evoluzione e il futuro della poesia contemporanea vista da importanti autori italiani residenti all’estero. Più in generale quando si parla di poesia contemporanea mi riferisco sia a una scrittura/percorso di ricerca sia ad un linguaggio che rispecchi e si compenetri con il nostro tempo/presente. È vero che la poesia è un mercato di nicchia ma è anche vero che lettura di “nicchia” è spesso la solita lettura dei soliti lettori che si scambiano le figurine/libro tra i soliti autori. Si tratta, appunto, di ribaltare questa visione con nuovi stimoli di lettura che siano fuori dai cori e non intonati con essi. È evidente che sarà, poi, il tempo a decretare se la scelta sarà stata efficace per far cambiare un giudizio spesso aprioristico e omologato sul presente della poesia contemporanea in Italia. Dunque il mio lettore ideale è quello che accetta questa sfida, di non adagiarsi passivamente a una lettura “coveristica” della poesia ma che intenda intraprendere un percorso di ricerca in sintonia con gli autori proposti in questa particolare e direi, unica, antologia.

:: Un’ intervista con Antonella Cilento a cura di Irma Loredana Galgano

21 ottobre 2014

9788804634478-lisario-o-il-piacere-infinito-delle-donne_copertina_piatta_foAntonella Cilento è scrittrice e presidente dell’Ass. Cult. Aldebaran Park per la quale ha ideato e conduce il Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta dal 1993 (www.lalineascritta.it). È autrice di tredici libri, fra romanzi, racconti e pamphlet (fra questi: Il cielo capovolto, Una lunga notte, Neronapoletano, L’amore, quello vero, Asino chi legge, Isole senza mare, Napoli sul mare luccica, Non è il paradiso) è tradotta in numerosi paesi, ha collaborato con riviste e quotidiani nazionali, da quattordici anni con Il Mattino di Napoli. Ha realizzato per RAI RadioTre trasmissioni e racconti radiofonici, scrive da sempre per il teatro. Il suo romanzo “Lisario o il piacere infinito delle donne” (Mondadori) è stato finalista al Premio Strega 2014 e vincitore del Premio Boccaccio 2014.

Lisario è senza dubbio alcuno un modo particolare di raccontare l’universo femminile, la sessualità e la perversione. Velatamente provocatorio?

Un buon romanzo, diceva Kafka, dovrebbe essere come l’ascia che taglia il ghiaccio della nostra vita. Dunque quando mi metto a scrivere non è la provocazione che m’interessa, quella che oggi abbonda nelle nostre televisioni e anche, purtroppo, nella nostra letteratura, quanto l’efficacia narrativa, l’estetica che la pagina mette in campo. Tuttavia, può esserci ancora qualche lettore che consideri il piacere femminile e la sua narrazione come un atto di provocazione: Lisario Morales, che è la protagonista del romanzo, è in realtà una giovanissima spagnola priva, come tutte le donne del suo tempo, di ogni libertà e che, per di più, ha perso l’uso della parola a causa di un’operazione malriuscita, parola che, in ogni caso, le era vietata in quanto femmina. Scopre allora che per prevenire scelte che non abbraccia può usare il suo corpo, antico espediente delle donne, per evitarsi esperienze indesiderate: si addormenta a comando. La sua narcolessia volontaria dura anche mesi, come alla Bella addormentata delle fiabe. Peccato che a risvegliarla non ci sia il principe azzurro ma un medico cialtrone venuto dalla Spagna per rifarsi una carriera, Avicente Iguelmano. Ed è Iguelmano che, non sapendo dove mettere le mani, le mette nel posto sbagliato: la scoperta che il piacere risveglia Lisario invece di renderlo felice lo mette in sospetto. Non sarà che queste donne provano piacere anche senza l’uomo? E qual è il loro segreto? Ne diventa ossessionato, usa Lisario come oggetto di esperimenti scientifici ante litteram: è un voyeur, come gran parte del pubblico occidentale, ed è un paranoico. Lisario, con la sua complessa storia: avventurosa, comica, erotica e teatralmente barocca, è in fondo un paradosso che parla di noi, del nostro tempo e della libertà delle donne acquistata con fatica – e mai completamente – sul proprio corpo, da millenni asservito a necessità sociali maschili, religiose e laiche.

È un libro dove si fonde passato e presente. Storia e ambientazione seicentesca e registro narrativo contemporaneo; atteggiamenti antichi e ostentazioni moderne. Lo possiamo interpretare come una considerazione della circolarità del mondo e delle sue storie?

Non c’è dubbio che le storie si ripetano, spesso senza novità di rilievo, da un secolo all’altro ma questo accade non solo perché i nuclei dell’esperienza umana non variano ma anche perché i personaggi migrano come protagonisti esemplari da un tempo al successivo: l’arte è indiscutibilmente circolare e torna, rinnovandoli, sui suoi miti, che sono tali proprio perché descrivono intimamente il cuore umano. Così, Lisario è un romanzo ambientato fra il 1640 e la fine del XVII secolo, in piena rivolta di Masaniello, a Napoli e sotto il governo spagnolo, ma la sua ‘bella addormentata’ e i conflitti che le si svolgono intorno potrebbero accadere oggi o ripetersi in altri secoli. Del resto, è stato fatto notare durante una delle prime presentazioni del romanzo, Lisario è una cugina della protagonista del cunto di Giovan Battista Basile, Sole, Luna e Talia, che morta resta incinta e da morta partorisce due figli: forse che Basile non ha allucinazioni anticipatorie e la fantasia barocca non parla dei nostri ospedali dove partorire in coma è cosa ormai abituale?

Co-protagonista d’eccezione Napoli. La tua città ma anche la regina assoluta degli agglomerati urbani. Quanto ha inciso la perla partenopea sulla storia di Lisario?

La Napoli in cui il romanzo è ambientato è al massimo del suo splendore e delle sue contraddizioni: una bella addormentata come Lisario non poteva che abitare nella città più grande e prolifica d’Europa, più grande di Madrid che era al momento la sua capitale, e di Londra e di Parigi, in piena esplosione edilizia, con la maggiore presenza di pittori e botteghe in Italia, dove stava nascendo la musica moderna grazie a cinque conservatori capaci di produrre un’autentica industria culturale, abitata dai maggiori poeti del tempo, basti citare Marino, e, insieme, bersagliata dalle tasse, in continua rivolta, afflitta da ogni male legato alla delinquenza e alla sovrappopolazione. Questa città non può mai arrendersi a fare da sfondo e di sicuro è una co-protagonista del romanzo di non scarso rilievo, insieme a Lisario, Avicente, Michael de Sweerts e Jacques Israel Colmar.

Ogni premio ha la sua valenza ma lo Strega lascia tutti un po’ col fiato sospeso. Che sensazione hai provato nell’esserne finalista quest’anno?

Mi è sembrato un grande riconoscimento, specie da parte dell’editore, sostenere il libro nella più discussa delle kermesse culturali. Ho vissuto l’entusiasmo e la soddisfazione di chi mi ha sostenuto e sorretto nello sforzo, perché, al di là dell’emozione, è una bella fatica fisica star dietro al Premio. Sono molto grata alla Fondazione Bellonci e non meno grata, anche, al Premio Boccaccio presieduto da Sergio Zavoli. Un anno pieno di ritorni felici, dopo oltre vent’anni di scritture e tredici libri.

:: Un libro per un sorriso, Diego Collaveri in supporto dell’associazione Centro aiuti per l’Etiopia

20 ottobre 2014

anime assassineAlcune settimane fa Diego Collaveri mi ha contattato per chiedermi di aiutarlo a promuovere un’ iniziativa benefica, “Un libro per un sorriso”. Si parla tanto di aiutare gli altri, di fare qualcosa per il sociale, e Collaveri ha pensato di devolvere i proventi di un suo libro, Anime assassine- Anche tu te ne andrai, pubblicato come self su Amazon, (poi nei mesi successivi uscirà anche il cartaceo) dedotti tutti i costi vivi, a favore dei progetti in Etiopia del Centro aiuti per l’Etiopia, associazione a scopo benefico che si occupa della cura, e dell’educazione dei bambini più poveri della popolazione Etiope. A essere sincera è un’ associazione che non conosco, anche se ho legami con l’Etiopia, un paese vittima di una povertà che, per quanto noi ci lamentiamo per la crisi, non ci sogniamo nemmeno. Ma Collaveri conosce questa associazione da 8 anni e può garantire sul suo operato. L’ebook costa circa un Euro, una spesa che infondo implica più la fatica di andare su Amazon o su altri store e fare la transazione. Niente di più.

Questa è la trama dell’ebook, buona lettura.

Un apparente incidente stradale riporta l’ispettore Quetti su di un vecchio caso di riciclaggio di denaro sporco, legato a sabotaggi mortali avvenuti su dei cantieri. L’intuito lo metterà sulle tracce del killer professionista responsabile, unico collegamento rimasto coi vertici dell’organizzazione, ma le lancette corrono. Il tempo concessogli prima dell’archiviazione ufficiale dell’indagine si esaurisce inesorabile. Nella disperata ricerca di una prova che possa tenere ancora aperto il caso, Quetti si imbatterà in Elisa, sensuale cantante soul amata dal killer. Le malinconiche note della sua voce avvolgeranno l’ispettore, ignaro di un oscuro passato che lo porterà di fronte a una scelta che non avrebbe mai pensato di dover fare.

Il libro contiene anche il racconto breve “Doppio Gioco”, prima avventura di Quetti apparsa sulle pagine del settimanale Cronaca Vera.

:: Liberi junior: Rime del fare e non fare, Bruno Tognolini, (Gallucci editore, 2014) a cura di Viviana Filippini

20 ottobre 2014

Rime coverColori, disegni, parole in rima formano le filastrocche contenute in Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini, autore di testi per il pubblico bambino per la televisione e per il teatro. In queste pagine edite da Gallucci si susseguono tante musicali filastrocche create dall’autore su misura per ogni bambino. Brevi composizioni che hanno per protagoniste le cose da fare e da non fare con il corpo e quelle da sentire con il cuore. Nella prima parte, quella dedicata alle Filastrocche delle cose da fare, Tognolini crea simpatici giochi di parole per descrivere l’avvio del giorno, il camminare, il correre o il realizzare una torta. La seconda parte del libro comprende invece le Filastrocche di atti e sentimenti nelle quali i personaggi principali compagni di viaggio dei piccoli lettori sono i sentimenti, proprio come quelli degli adulti, che i bambini possono provare nelle diverse esperienze della loro vita in miniatura. La gioia, la paura, l’invidia, la felicità sono solo alcune delle emozioni che si susseguono proprio per far capire all’animo bambino quanto vario possa essere il fare e il sentire umano dell’adulto e del piccino. Rime del fare e non fare di Bruno Tognolini utilizza le parole come i tasselli di un puzzle per raccontare ai bambini in modo giocoso e musicale la vastità delle cose e dei sentimenti che caratterizzano la vita di ognuno di noi. A rendere tutto più coinvolgente i simpatici e colorati disegni di Giuliano Ferri.

Bruno Tognolini è nato a Cagliari nel 1951. Da bambino gli piaceva leggere e costruirsi i giocattoli con legnetti, chiodini e spago. Ha cominciato a scrivere quando ha capito, da lettore, che le storie erano come quei giocattoli: poteva costruirsele da sé. E così è diventato scrittore per bambini, a quarant’anni, ma neanche lui sa bene perché: per caso, per raccontare storie alla figlioletta Angela, perché poteva scrivere in rima… chissà. Ha scritto libri, testi per “L’Albero Azzurro” e “La Melevisione”, teatro e canzoni e videogiochi. Ha vinto anche due Premi Andersen e ne è contento: però è ancora lì chino sui suoi legnetti e spaghi di parole, perché la storia e la poesia più bella, ne è convinto, la deve ancora costruire.

Giuliano Ferri è nato a Pesaro nel 1965. Ha cominciato a disegnare prestissimo, imitando i fumetti “spaziali” giapponesi. Poi ha studiato arte e si è dedicato all’illustrazione. La fantasia gli viene dalla mamma sarta, l’umorismo dal babbo, l’ispirazione dai bambini che incontra nelle scuole. Ma anche da se stesso. I suoi personaggi sono quasi degli amici, figure che gli sembra di avere conosciuto. Giuliano suona la chitarra e divide il proprio talento tra i libri e una Onlus di sostegno a persone con problemi mentali. Anche con loro gli acquerelli hanno successo. Per Gallucci ha illustrato Firenze/FlorenceEva era africanaLa pulce d’acquaLe tue antenate, La ballata di GeordieLe filastrocche della Melevisione, I racconti delle fate Regina reginella.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

19 ottobre 2014

20140930141515Bentornato Luca su Liberi di scrivere. Ci siamo lasciati nel 2012 con L’uomo nero e ci ritroviamo nel 2014 con Nel posto sbagliato, appena uscito per E/O nella collana Sabotage. Cosa è successo in questi anni? Cosa è cambiato?

Bentrovata Giulietta, è successo che ho scritto due romanzi, uno dei quali per l’appunto è quello di cui parliamo oggi, una commedia per il cinema e ho lavorato a un progetto per una serie tv.

Nel posto sbagliato è un romanzo che si presta a diverse analisi, a diversi piani di lettura. Per un recensore, che ha modo di intervistare l’autore, insomma è un piccolo scrigno di significati. Iniziamo dalla tua nuova visione del noir. Unisci noir e fantascienza, un connubio piuttosto insolito. Nella mia recensione avvicino il tuo romanzo ad un celebre racconto di un grande come Philip K. Dick. Perché ritieni che questa forma di noir sia così insolita?

Per quanto riguarda il perché della mia scelta è presto detto, io parto sempre dalla storia. Mi premeva raccontare questa storia e toccare certi temi, ho semplicemente adoperato quelli che secondo me erano gli strumenti narrativi più adeguati. Allargando il discorso all’attuale panorama editoriale italiano sono d’accordo con te che la strada che ho intrapreso non è la più battuta, e in un momento di crisi sono pochi quelli che hanno voglia di abbandonare le proprie confortanti certezze.

La fantascienza è stata usata per lo meno da autori come Azimov, Ray Bradbury, John Wyndham, per parlarci del presente, e fungere da sentinella, avvisandoci dei mali che il futuro ci potrebbe portare. Anche tu hai usato questo genere ibrido con questo scopo? C’è un messaggio chiaro sotteso al racconto?  

Io sento un pericolo, avverto la netta percezione che dal Patriot Act in poi nel mondo occidentale si è deciso, o si è iniziato a decidere, che la privacy e i diritti civili del singolo possono essere sacrificati sull’altare della sicurezza collettiva. Una china molto pericolosa, dal mio punto di vista.

Io parlo di fantascienza, forse altri potrebbero classificare il tuo romanzo come un romanzo distopico. Infondo narra di una realtà alternativa, ma diciamo contemporanea. Non ci sono robot, astronavi, case con elettrodomestici avveniristici. In che anno è ambientato Nel posto sbagliato? Come preferisci venga classificato?

L’attentato alla stazione che dà il là alla storia avviene il 28 maggio del 2013 (quando finite di leggere il romanzo, non prima, inserite questa data su google, solo mese e giorno, potreste avere una sorpresa). Il termine distopico lo trovo calzante, ma io preferisco andare oltre, più che di una realtà alternativa io parlerei di un presente negato, di un qualcosa che sta già accadendo, ora e qui. Magari non nel modo che ho immaginato io, ma in quella precisa direzione. Facciamo un esempio su tutti: Wikileaks. Se qualcuno spia le mail di Angela Merkel a sua insaputa credete che si farebbero problemi a fare anche di peggio con noi?

A cosa si riferisce il titolo, quale è il posto sbagliato?

Il posto sbagliato può essere un qualsiasi luogo legato a un delitto. Ciò che lo rende pericoloso per chiunque vi si trovi non è però la presenza del criminale, bensì di chi gli dà la caccia. Una squadra speciale di polizia che si serve dell’ipnosi per utilizzare ignari cittadini (che loro chiamano POV) come fossero telecamere di videosorveglianza, invadendone la privacy e calpestandone i più elementari diritti civili.

Protagonista assoluto è senz’altro il commissario Vincent Tripaldi. Come hai costruito questo personaggio?

Volevo un commissario che seguisse un fine giusto (o apparentemente giusto), ma per i motivi sbagliati. Un uomo determinato nella propria ricerca dell’affermazione, del successo, del potere, ma che avesse anche un doppiofondo, una crepa, un’umanità malata, guasta. Vincent è un uomo solo con due serpenti nel terrario. L’asfissiante rapporto col fratello gemello ne ha segnato l’esistenza, rendendolo un misantropo che vive ogni tipo di rapporto sociale con fastidio e diffidenza.

Utilizzi molti colpi di scena, il più decisivo pressappoco a metà romanzo quando Vincent spara al terraio e libera i due serpenti, uno innocuo, uno velenoso. Ne uccide uno, non sappiamo quale dei due, e poi viene morso. Insomma per un attimo la storia potrebbe finire così, con la morte del protagonista. Ma vediamo bene che abbiamo molte altre pagine prima della fine. Questo comunque è solo uno dei colpi di scena, e di solito sono concentrati tutti sul finale, almeno i più determinanti. Perché questa scelta invece?

Ti posso fare i complimenti per la domanda o sembro ruffiano? Oramai te li ho fatti, amen. Hai colto nel segno, quello è un finto colpo di scena, qualsiasi lettore meno che scafato capisce che il protagonista non può morire a 80 pagine dalla fine del libro. A me quella scena, mi piace definirla così, tra l’altro è una delle mie preferite, serve a spiegare con un’azione reale e simbolica al tempo stesso lo stato in cui versa il mio protagonista. Vincent ha raggiunto un punto di rottura.

All’apparenza dunque è un romanzo poliziesco. C’è una squadra investigativa, un po’ avveniristica, (utilizza una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi delle persone che si sono trovate anche per caso in un luogo dove è avvenuto un omicidio, una strage,) ci sono varie indagini, si cercheranno vari colpevoli. Se questa dicevo è l’apparenza, la realtà quale è?

In realtà parlo del potere, di quanto ne si possa dare in mano a delle persone, se sia giusto delegare ad altri decisioni che possano segnare così profondamente le nostre esistenze. E, in ultima analisi, anche fossimo disposti a farlo, dell’uso che realmente verrebbe fatto di questo potere. Chi controllerebbe il controllore?

I pov vengono prelevati arbitrariamente, si scava nelle loro mento senza il loro consenso, violando i più basilari diritti civili, in nome della giustizia. I pov vengono individuati monitorando i cellulari di tutta la popolazione, ogni giorno in ogni momento. Pensi che sia questo il futuro che ci aspetta? Pensiamo solo ai social network. Verranno violati sempre più di diritti dei cittadini, primo tra questi quello alla privacy, in nome della cosiddetta sicurezza?

Proprio oggi è andata in onda una mia intervista al TG1, quando la registrai un paio di settimane fa Bruno Luverà mi disse riguardo al mio romanzo “la cosa più inquietante è che è tutto tremendamente più realistico di quanto possa sembrare”. Faccio mie le sue parole per risponderti.

La componente noir è principalmente legata alla nebbia un po’ oscura che attraversa tutto il romanzo. L’animo umano è molto noir. Per molti versi non c’è grande spazio per rassicuranti certezze, per il classico lieto fine. Come affronti nei tuoi libri l’animo noir che c’è in tutti noi?

L’essere umano che conosco meglio sono io, e sono certo che in me coabitano pulsioni nobili e orripilanti, come so che il male è capace di spaventarmi e affascinarmi al tempo stesso. Questo fa di me un uomo ambiguo, ma io vivo nella convinzione che l’ambiguità, intesa come non certezza, non classificabilità, niente lavagna dei buoni e dei cattivi, sia alla base di qualsiasi essere umano. Siamo tutti uguali? No, siamo tutti diversamente ambigui, questo per me è il noir.

La manipolazione della mente umana è un altro tema da te trattato. Parli di ipnosi, di messaggi subliminali. Tramite l’ipnosi si può indurre qualcuno al suicidio, o all’omicidio. Come ci si può difendere dall’uso distorto di queste tecniche mentali?

Premesso che quello dell’ipnosi è un mondo molto complesso in cui non esiste una verità univoca, detto ciò io mi sono documentato molto per scrivere questa storia, per cercare, nel limite del possibile di essere aderente alla realtà, o in secondo luogo al realistico. Nel romanzo ci sono delle indubbie forzature narrative, non ho mai voluto scrivere un saggio. Comunque l’inconscio è un territorio tanto misterioso quanto pericoloso, e ci sono soggetti particolarmente portati a essere manipolati, plagiati.

Nel tuo romanzo il tema della sicurezza viene utilizzato come un’arma politica determinante. C’è un premier e il suo antagonista che si combattono una guerra silenziosa, e senza regole. Il tuo scritto nasconde una analisi anche del sistema politico attuale?

Questa è stata un’altra sfida che ho deciso di accettare scrivendo questo romanzo, cercare di fondere distopia e realpolitik. Giocare su un piano narrativo a un livello globale, che riguarda tanto noi quanto qualsiasi altro stato occidentale, e su un altro, che fa quasi da corollario alla storia, ritornare su un vissuto, presente e passato, che è drammaticamente italiano, più che di altri paesi.

Sei tradotto all’estero. Cosa ci puoi dirci di questa esperienza? Fai tour letterari all’estero? Partecipi a conferenze, fiere, presentazioni? Come vedono l’Italia all’estero, per lo meno come vedono la cultura e la letteratura italiana?

Sono tradotto al momento solo in Francia, seppure con un editore molto importante, e per ora con un solo romanzo, la versione francese de L’uomo nero uscirà a Febbraio. Non sono stato ancora invitato a presentare il mio lavoro in Francia, ma il primo romanzo è andato bene e probabilmente accadrà col secondo. Posso dire che, malgrado la fama di sciovinisti che li accompagna, i francesi sono molto attenti alla letteratura di genere prodotta in Italia.

Bene l’intervista è finita, nel ringraziarti mi piacerebbe ancora chiederti quali sono i tuoi progetti per il futuro. Hai già in mente le trame dei tuoi prossimi libri?

Ho piuttosto chiari i seguiti tanto di Nel posto sbagliato che dell’altro romanzo che ho già terminato. Però prima di rigettarmi nella narrativa vorrei, almeno per qualche mese, dedicarmi a dei progetti per la serialità televisiva, è una sfida che mi affascina.

:: Arrivano i pagliacci, Chiara Gamberale, (Mondadori, 2014)

19 ottobre 2014

arrivanoSi sa in Italia non si legge. Ce lo dicono le statistiche, ce lo dicono i visi dei librai. Un mio sogno, quando sarò un’anziana zitella petulante (forse già lo sono), è proprio quello di aprire una libreria in cui abbiano diritto di asilo solo i libri belli, come in quei vecchi film con Meg Ryan. Lo so, sono sentimentale da far paura, ma è tutta colpa del libro che ho appena letto, perdonatemi.
Si sa in Italia si ama far altro invece di leggere, e a volte mi chiedo come mai blog come i miei abbiano lettori. Non tanti, ma ce ne ho. Ogni giorno. Fedeli. Eroici, oserei dire. Tengo questo blog aperto per loro, per voi. Questo blog con tutti i suoi difetti, con la mia gestione un po’ anarchica, un po’ eccentrica, con i costi che non rientrano, con i disagi e la vita di tutti i giorni che scorre parallela.
Comunque dicevo la gente non legge. Capirne i motivi sarebbe interessante. Studiarli, sviscerarli, analizzarli sotto la lente di ingrandimento. Magari attualmente ci sono decine di laureandi che stanno scrivendo una tesi su questo argomento. Mi piacerebbe leggerle. Mi piacerebbe capire.
E se il motivo reale, la causa di tutto fosse che non ci sono in circolazione buoni libri? Già, a volte me lo chiedo, e so che forse questa risposta è solo parziale, è solo un frammento del grande mosaico che è l’editoria. I classici sono sempre disponibili, Henry Miller, Vladimir Nabocov, Fëdor Dostoevskij, per citare i primi tre autori che mi vengono in mente, sono ancora disponibili. Ma a quanto pare nessuno legge neanche loro.
A quanto pare c’è un processo in corso complesso e strano, fatto di omissione, disinteresse, occultamento. Eppure, eppure ci sono menti creative, originali, eccentriche, anche tra gli scrittori contemporanei, scrittori ai quali perché non dare una possibilità?
Prendiamo Chiara Gamberale, autrice di Arrivano i pagliacci, il libro che ho appena letto, e ha suscitato in me tutte queste riflessioni.
Premetto che questo libro non parla di editoria, cali di vendita, o altro. E’ più che altro un diario, uno scritto di una ragazza di vent’anni, un po’ bizzarra, che lascia in un quaderno frammenti della sua vita legati agli oggetti che la sua casa contiene. Oggetti che ha intenzione di lasciare per colpa di un trasloco. E questo quaderno viene lasciato in eredità ai successivi proprietari. Come un dono, come un impegno preciso a mantenere la memoria delle cose. Perché è infondo la memoria che ci rende così caratteristici nella scala evolutiva.
E le parole costruiscono mondi, i bravi scrittori proprio questo riescono a fare. Lasciando ampi margini di libertà. Ogni lettore si può poi costruire la sua storia, facendo nascere le sue riflessioni, i suoi collegamenti mentali. Scavando nella propria memoria.
Dico la verità, se Maddalena di Babel Agency non me l’avesse proposto, non l’avrei letto. Non è il mio genere, anche se invecchiando sto diventando sempre più onnivora, tuttavia non mi pento di avere accettato. Forse anche per i motivi della nuova pubblicazione di questo libro. Arrivano i pagliacci uscì già nel 2003 per Bompiani, sono passati diversi anni da allora e come succede sempre sembra che i libri abbiano una scadenza e a volte diventino introvabili. La Gamberale così ha deciso di dare nuova vita al suo libro, tornando su uno scritto di quando era anche lei ventenne e dandolo, oggi, da pubblicare a Mondadori.
Così ecco di nuovo Allegra Lunare, e il suo associare ricordi della sua famiglia, dei suoi amori, dei suoi amici,  agli oggetti contenuti nella sua casa. Anche i libri letti in età diverse sono diversi. Figuarsi scriverli. Chissà che effetto avrà fatto all’autrice salire in questa particolare macchina del tempo? Un po’ come in quei film americani in cui gli studenti di una classe seppelliscono oggetti in una scatola del tempo e la riaprono vent’anni dopo. Allegria, tristezza, tragedie, eventi buffi. Tutto concentrato in un piccolo vaso di Pandora.
E poi probabilmente nella vita, come al circo, non ostante tutte le tragedie alla fine arrivano sempre i pagliacci.

Chiara Gamberale, giovane romana nata nel 1977 è scrittrice, collaboratrice di La Stampa, Il Riformista e Vanity Fair, conduttrice radiofonica e conduttrice televisiva italiana. Nel 1996 vince il premio di giovane critica Grinzane Cavour promosso da La Repubblica e nel 2008 riceve il Premio Campiello per il libro La zona cieca. Tra i suoi romanzi ricordiamo Le luci nelle case degli altriL’amore quando c’era, Quattri etti d’amore grazie e  Per dieci minuti.

:: Nel posto sbagliato, Luca Poldelmengo, (E/O, 2014)

18 ottobre 2014

20140930141515Unire noir e fantascienza non è una pratica che si usa spesso. Gli scrittori di noir preferiscono parlare del presente, del mondo contemporaneo senza deroghe o derive fantastiche o appunto fantascientifiche. Eccezioni ce ne sono, e ben vengano, pensiamo solo al bellissimo racconto di Philip K. Dick, “Minority Report”, da cui Stephen Spielberg trasse ispirazione per l’omonimo film, a dire il vero molto liberalmente tratto, con Tom Cruise. E vedendo questo film, proprio ieri, non ho potuto non fare collegamenti con il libro che stavo leggendo, Nel posto sbagliato, di Luca Poldelmengo, edito da Edizioni E/O nella collana Sabotage. Libro che ispira interessanti interrogativi e riflessioni sul nostro mondo contemporaneo, e sui dilemmi morali ed etici che le scoperte scientifiche generano. In Minority Report ci troviamo nel 2054, e per combattere l’alto tasso di omicidi viene creata una squadra, la PreCrimine, composta da agenti di polizia e da tre “precogs”, esseri che con i loro poteri precognitivi riescono a vedere gli omicidi prima che si compiano, proiettando attraverso una macchina queste visioni su alcuni schermi. Nel romanzo di Poldelmengo, apparentemente contemporaneo, ci troviamo di fronte a una macchina simile che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni, registrando anche suoni e odori dei testimoni di omicidio, chiamati, pov, (point of view). Tutto ciò avviene portando i soggetti ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di alcune sostanze chimiche. Soggetti non consenzienti, prelevati in modo arbitrario e portati in luoghi segreti, che alla fine non ricorderanno niente di questa esperienza. La squadra denominata Red è segreta, (anche in Minority Report l’azione della PreCrimine è piuttosto controversa tanto che prima di estenderla all’intero paese, viene mandato un agente federale in cerca di falle al sistema), almeno lo è all’inizio del romanzo, prima che il premier non ne parli apertamente in parlamento, dando in pasto la notizia all’opinione pubblica. Errore fatale? Punto di partenza di un effetto domino che porterà ad effetti incontrollabili? Sta di fatto che appena viene resa pubblica la notizia un membro della squadra viene ucciso, e un’ indagine, questa volta tesa alla sopravvivenza stessa di questo organismo, ha inizio. Un personaggio si chiede se è eticamente giusto che sopravviva, accenna per esempio al dibattito sulle intercettazioni telefoniche che violerebbero appunto la privacy dei cittadini, ma paragonate all’azione della Red, che scava arbitrariamente nella mente di persone ignare, azioni senz’altro meno gravi. Per combattere il crimine bisogna usare ogni arma, anche a scapito degli innocenti (un pov arriverà a suicidarsi per le conseguenze dell’ipnosi)? Ci sono regole e barriere da non oltrepassare? Come affrontare il dilemma etico se sia meglio liberare un colpevole o condannare un innocente? Che prezzo ha la giustizia? In una città invasa dalle immondizie, (anche questo eco di cronaca recente) i nostri personaggi si muovono portando il loro bagaglio di dolore. Vincent soprattutto, il personaggio più carismatico del gruppo, così efficiente e aggressivo sul lavoro, e fragile nella vita privata, resta l’eroe, anti-eroe del racconto, come in ogni noir che si rispetti. La manipolazione della mente, il desiderio di vendetta, le trame di gente senza scrupoli che pianifica subdole macchinazioni, tutto si intreccia in questa narrazione tesa e sincopata. Per quanto le scoperte scientifiche saranno in grado di fornirci strumenti per migliorare le nostre vite, il fattore umano farà sempre la differenza. Gli errori, i crimini, le debolezza sono sempre lì. Specchi distorti delle nostre più grandi aspirazioni. Questo sembra il messaggio sotteso al racconto. Un messaggio non tanto rassicurante, ma pur sempre veritiero.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 comincia ad affiancare quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco, anch’esso tradotto in Francia. I suoi libri sono pubblicati in Francia per Payot & Rivages.