Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

5 gennaio 2024

Sempre Napoli e, ogni tanto, ancora Buenos Aires, significativamente. Dicembre 1939. L’abitudinario commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte occhi verdi, basette grigie, rughe incipienti, sa che ormai il nuovo edificio della questura è quasi completato, presto dovranno trasferire gli uffici. Ripensa ai luoghi cari e agli effetti intensi come la figlia Marta (quasi cinque anni, nata mentre la mamma moriva nel parto), alla carissima affiatatissima moglie morta e ai pochi veri amici, a una canzone commovente e pure alla 40enne Livia (che sempre lo ha amato, affiatata ma non ricambiata). Dall’altra parte del mondo, lei ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia; fa soddisfacente sesso con il ricco magnifico innamorato 32enne Facundo Rubia; canta ammaliando nei caffè; studia un pezzo struggente e continua a pensare di tornare in patria, nonostante tutti i pericoli. Il 60enne brigadiere Maione, un metro e novanta per centotrenta chili, avvisa Ricciardi che è stato ritrovato un cadavere in via del Grande Archivio. All’interno dell’abitazione vivevano insieme la 61enne madre invalida Angelina Prudenzi e la bella figlia 32enne Erminia Cascetta, appena uccisa con un oggetto contundente, incinta. Sulla scena del crimine Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione del Fatto (un’eredità genetica, chissà se trasmessa a Marta), che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo della dipartita, l’ultimo barlume di una vita spenta: questa volta “Egoista, egoista, lasciami vivere”. La porta era socchiusa e, nella reticenza e con molti dubbi, emergono via via alcuni possibili colpevoli: portinaie e apparenti amiche, un anziano ricco avvocato amante e il nuovo aitante fascista amato. Intorno c’è una grande confusione prebellica e tutti hanno pure altri pesanti pensieri per la testa. Non basterà risolvere il caso per trovare un Natale di pace.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre quattro anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Lo abbiamo poi ritrovato ad aprile 1939 (tredicesima avventura) e ora alla fine dello stesso anno (quattordicesima), romanzi di grande qualità. La trama rimane quella di un ingegnoso delitto che Ricciardi deve risolvere. Tutto intorno prendono spazio e tempo (come nelle serie tv) le vicende parallele noir e sentimentali dei tanti coprotagonisti, questa volta imperniate sulla solitudine, privata e sociale: chi uccide, che probabilmente decide di agire per non restare solo; la splendida e raffinata Livia-Laura, che sopravvive troppo sola in Argentina e sente il richiamo dei legami precedenti in Italia; il buon Maione, che deve gestire da solo il recupero di un figlio sulla cattiva strada; l’attempato amico medico delle autopsie Bruno Modo, che milita nell’antifascismo e sente il fiato sul collo della delazione e delle repressione (l’isola carcere o confino di Ventotene sullo sfondo); la contessa Bianca Borgati di Zisa che contribuisce alla crescita di Marta (amando il padre) finalmente incerta fra il consolidarsi sola o accettare la corte di un nuovo gentile intenso spasimante; la mitica brutta governante Nelide che capisce di dover accompagnare comunque il barone pur se il bell’ambulante fruttivendolo Tanino ‘o Sarracino potrebbe aver sfiorato la sua dura solitaria scorza; addirittura l’isolato questore Angelo Ganzo, che ha la moglie ebrea ormai in pericolo (dopo le leggi razziali del 1938) e cambia atteggiamento verso la famiglia ebrea dell’Enrica di Ricciardi (solitario per definizione). La narrazione è, come sempre, in terza varia (con incursioni in prima su chi uccide e sul potente sincero avvocato). Lo stesso titolo si riferisce alla canzone Soledad (1934, testo di Le Pera, musica di Gardel), l’eterna solitudine che resta in chi vede lasciarsi per sempre. Altro che letteratura minore di genere! Altre belle musiche, d’orchestra e jazz. Champagne al bordello.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo, Il pianto dell’alba, Caminito e Soledad (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

:: Filmacci.100 film italiani da evitare dal 2000 a oggi, Filippo Morelli, Cesare Paris (Bibliotheca, 2023) A cura di Viviana Filippini

3 gennaio 2024

Quando si parla di dizionari del cinema, uno di quelli che salta alla mente (il primo), è il noto Mereghetti,  da sfogliare per andare a cercare informazioni su film, attori, registi, premi vari. In realtà, è uscito da qualche settimana “Filmacci” di Filippo Morelli e Cesare Paris, con prefazione di Boris Sollazzo. Un libro che, come dice il sottotitolo, è una raccolta delle 100 pellicole cinematografiche uscite dal 2000 a oggi, che sarebbe meglio evitare di vedere. Il testo, edito da Bibliotheka, è una sorta di vero e proprio dizionario che intende aiutare, suggerire, ma anche stuzzicare un po’ la curiosità dello spettatore a muoversi nel mondo del cinema alla scoperta di film, secondo i due critici, non sempre azzeccatissimi dal punto di vista contenutistico, del montaggio, della costruzione narrativa e strutturale. Morelli e Paris, che di cinema ne vedono, parlano e scrivono ogni singolo giorno, utilizzano un linguaggio sferzante, tagliente, ironico, e anche comico, che fa di questa critica cinematografica un viaggio nel mondo delle pellicole degli ultimi venti anni non sempre riuscite. Tra di esse ci sono per esempio “Alex l’ariete”, “Troppo belli”, “L’allenatore nel pallone 2”,  “Baciami ancora”, “Un altro mondo”, “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratto dall’omonimo romanzo (che è meglio del film), “Il Carillon”, “Dracula 3D”, tutti rigorosamente  ordinati in ordine alfabetico nel libro che, a questo punto, perché no, potrebbe anche diventare un appuntamento annuale. Leggendo i nomi dei registi poi, ci si imbatte invece in Gabriele e Silvio Muccino, Damiano Damiani, Dario Argento – già proprio lui il geniale babbo del genere horror al cinema- o John Real che è l’alter ego americano (come andava di moda nel cinema italiano degli anni ’60 e ’70, vi ricordate per esempio E. B. Clucher?) di Giovanni Marzagalli.  I due critici individuano 100 filmacci, li analizzano in maniera dettagliata, quasi viscerale, li scompongono, sezionano per raccontarci quelle pellicole, sempre con un sorriso e mai con cattiveria, magari tanto osannate, che poi nelle sale, tra il pubblico, si sono rivelate degli autentici flop, o così trash da risultare pure inguardabili o incomprensibili. Allo stesso tempo però, ammetto, che il modo in cui il duo Morelli Paris scompone questi 100 filmacci, trovandone le pecche nella regia, fotografia, recitazione, montaggio, sceneggiatura, è quell’intrigante modo di fare che scatena e stuzzica nel lettore curiosità (parecchia),  e quella voglia di sapere e vedere se i “Filmacci” sono davvero tali, nell’attesa del ritorno della prossima pubblicazione di Filippo Morelli e Cesare Paris.

Filippo Morelli nasce a Civitavecchia nel 1974. Ha scritto sul quotidiano “Il Manifesto” e sulle riviste Videotecnica, Cinema in casa, Tutto Digitale e sull’edizione italiana della britannica Hotdog. Nel 2003 è fondatore, scrittore e unico lettore del sito Morelli’s Movie Guide, morto di stenti ormai da anni. A un certo punto decide che è ora di mangiare e inizia a lavorare nelle librerie Feltrinelli.
Cesare Paris, 1973, laureato in Storia e Critica del Cinema presso La Sapienza di Roma. Giornalista pubblicista, ha collaborato come critico cinematografico per il sito Kataweb Cinema (“La Repubblica”), la rivista Film e il quotidiano “Rinascita”. Collabora con il mensile il Millimetro. Con Bibliotheka ha pubblicato “La risata amara – La morte della Commedia all’Italiana” (2021).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

:: SAHRA WAGENKNECHT: CONTRO LA SINISTRA NEOLIBERALE a cura di Antonio Catalfamo

26 dicembre 2023

Sahra Wagenknecht è senza dubbio un personaggio politico scomodo. Lo è stata sin dagli esordi, come iscritta nel 1989 al Partito Socialista Unificato di Germania (SED), che era il partito guida nella parte orientale del Paese, governata da un regime comunista, transitata poi nel PDS, erede del SED, collocandosi nell’ambito della componente marxista, e, successivamente, nella Linke, formazione di sinistra nata, dopo l’unificazione della Germania, dalla convergenza tra i comunisti della parte orientale e la corrente di sinistra della socialdemocrazia, che ha assicurato alla compagine una presenza anche nella parte occidentale, la quale, per un certo periodo di tempo, ha superato complessivamente la soglia di sbarramento del 5%, eleggendo propri rappresentanti in seno al Parlamento nazionale, tra i quali c’era, con un ruolo di rilievo, la stessa Wagenknecht, che, però, ha assunto una posizione di dissenso sempre maggiore, fino ad abbandonare di recente la Linke, spaccando il gruppo parlamentare e ponendo le premesse per la costituzione di un nuovo partito, che dovrebbe esordire come tale, dopo aver assunto la configurazione di movimento, alle elezioni europee del 2024.

Sahra Wagenknecht è una studiosa dotata di una solida preparazione politica, economica, filosofica, una brillante giornalista, un’oratrice coinvolgente. Merita, dunque, di essere seguita negli sviluppi del suo pensiero e della sua azione. Attualmente le sue idee sono condensate in un corposo volume pubblicato in Italia, con prefazione di Vladimiro Giacché, nel 2022 per i tipi di Fazi editore di Roma. Il titolo è già significativo: Contro la sinistra neoliberale.

L’opera offre numerosi spunti di riflessione, che aprono nuovi orizzonti di ricerca, per i quali è uno stimolante punto di partenza. Per questo ha registrato un notevole successo di pubblico, in Germania e a livello internazionale.

Siamo in presenza di un’articolata analisi dei mutamenti genetici e teorici che hanno interessato la sinistra non solo tedesca, ma anche europea nel suo insieme, con un ampio orizzonte che coinvolge, allargandosi, tutto il mondo occidentale, compresi gli Stati Uniti d’America. Nonostante la parte dedicata all’Italia sia ridotta, possiamo trarre tutta una serie di conclusioni che riguardano la sinistra del nostro Paese, la sua involuzione, che è simile a quella dei partiti che si collocano nella stessa area a livello europeo.

Il mutamento riguarda il concetto stesso di sinistra, i suoi connotati ideologici, i suoi riferimenti di classe, la sua visione economico-sociale. E qui va evidenziato, come fa l’autrice, lo stretto legame che si è venuto a creare tra i mutamenti ideologici e, per l’appunto, le classi sociali di riferimento.

In passato, la sinistra era «sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere la loro vita più facile, più organizzata e più pianificabile. Chi era di sinistra credeva nella capacità della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato» (p. 22). Così prosegue la Wagenknecht: «I partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati. Gli attivisti provenivano loro stessi da quel milieu e volevano migliorare le condizioni di vita. Gli intellettuali di sinistra condividevano questo obiettivo o lo sostenevano» (p. 23).

Ma la sinistra ha cambiato riferimenti ideologici e di classe, segnatamente dopo il crollo del muro di Berlino, ci permettiamo di aggiungere noi, integrando l’analisi della Wagenknecht con nostre considerazioni, che ci sembrano doverose, perché consentono di capire il mutamento.

I partiti socialdemocratici e socialisti riformisti trovavano, infatti, la loro legittimazione, nell’ambito della logica capitalistica, nell’esistenza di un polo comunista, che andava contrastato, per impedire che esso si allargasse all’Occidente, attraverso una forza, socialdemocratica, per l’appunto, che garantisse ai ceti meno abbienti determinati diritti sociali (il cosiddetto «Welfare State»), impedendo, in tal modo, che si convertissero al comunismo.

Il Partito comunista italiano, da parte sua, nel suo gruppo dirigente, nei suoi quadri intermedi, in buona parte del suo elettorato, aveva già subito negli anni un progressivo mutamento genetico, attraverso una lunga marcia all’interno delle istituzioni borghesi, di cui la conversione ai valori liberal-socialisti rappresentava il naturale epilogo. Il crollo dell’Urss e dei regimi comunisti dell’Est europeo, il conseguente venir meno di un puntello fondamentale e di un ombrello protettivo avevano determinato il definitivo cambiamento di campo.

In mezzo c’erano stati tanti anni di concertazione, di consociativismo, di compromessi con il potere capitalistico, rappresentato in Italia dalla Democrazia cristiana, che avevano dissolto lo spirito rivoluzionario del partito. Settori estesi dell’elettorato comunista avevano beneficiato degli effetti dello Stato sociale, nella sua deformazione in Stato clientelare ed assistenziale, ottenendo un certo benessere sociale e trasformandosi in un ceto medio egoista, che non ne voleva sapere dei nuovi poveri, dai quali intendeva marcare le distanze. Con queste aggiunte, crediamo di aver reso comprensibile il mutamento genetico della sinistra con riferimento specifico all’Italia, integrando il quadro generale, a livello europeo, delineato dalla Wagenknecht.

Le trasformazioni sin qui descritte hanno dato vita ad una «sinistra neoliberale» o «alla moda», come la definisce l’autrice nel libro qui analizzato. Una sinistra che «non pone più al centro» della propria politica i «problemi sociali e politico-economici» (p. 24) dei ceti meno abbienti. Si rivolge, come proprio interlocutore e punto di riferimento sociale, ai ceti medi benestanti, ai laureati, perlopiù a «persone di buona cultura» e «in misura crescente anche con stipendi migliori» (p. 46), che abitano nei quartieri agiati delle grandi città. Si tratta, potremmo dire, con espressione foscoliana, di una «corrispondenza d’amorosi sensi»: la sinistra neoliberale ama questi ceti ed essi ricambiano, costituendone il bacino elettorale più fedele.

Sahra Wagenknecht sottolinea opportunamente che questa sinistra va oltre, ha un atteggiamento di intolleranza nei confronti delle classi disagiate, delle loro riserve obbligate nei riguardi di un modello di sviluppo che le danneggia e che non possono adeguatamente sostenere. Vengono lanciate vere e proprie campagne propagandistiche di demonizzazione. Chi sostiene che «il proprio governo si occupi prima di tutto del benessere della popolazione interna» e lo protegga dalle «conseguenze negative della globalizzazione», ponendo limiti e controlli ai flussi migratori, «viene etichettato» tout court dalla sinistra liberale come «nazionalsociale, a volte persino con il suffisso ista» (p. 35). In buona sostanza, un nazista. «E chi non trova giusto trasferire sempre più competenze dai parlamenti e dai governi prescelti a una imperscrutabile lobbycrazia a Bruxelles è di certo un antieuropeo» (ibidem).

L’intolleranza della sinistra neoliberale investe anche coloro che «consumano carne da discount», «guidano auto diesel» (p. 28), continuano a riscaldarsi con impianti al metano, perché, per motivi economici, non riescono a stare al passo coi tempi, ad accedere alle fonti energetiche alternative. Queste persone vengono considerate sbrigativamente «nemiche del clima». L’antipatia è reciproca: i ceti popolari, a loro volta, guardano con ostilità e fastidio alla sinistra neoliberale: «Ciò che rende i rappresentanti di questa sinistra di moda così antipatici agli occhi di molti e soprattutto dei meno fortunati è la loro innata tendenza a giudicare i propri privilegi come virtù personali e a presentare la propria visione del mondo e il proprio stile di vita come la quintessenza della responsabilità e del progresso. E’ il compiacimento di sé di chi si reputa moralmente superiore, cosa che accade di frequente nella sinistra alla moda, è la convinzione, palesata in modo troppo insistente, di essere dalla parte del bene, del giusto e della ragione. E’ la supponenza di chi guarda dall’alto in basso lo stile di vita, i bisogni e persino il linguaggio di coloro che non hanno potuto frequentare l’università, vivono in piccoli centri e comprano da ALDI i prodotti per la grigliata perché il denaro deve bastare fino a fine mese. E’ l’innegabile mancanza di empatia nei confronti di tutti coloro che devono combattere molto più duramente per un po’ di benessere e che forse anche per questo risultano a volte più coriacei e astiosi e spesso di cattivo umore» (pp. 28-29), mentre i rappresentanti della sinistra neoliberale sono ottimisti, allegri, le loro manifestazioni di piazza sono vivaci, variopinte, festose. Esse raggiungono un’élite di privilegiati, mentre la gran massa rimane estranea, anzi ostile.

In conseguenza di questo mutamento genetico i partiti socialisti riformisti, socialdemocratici, gli ex comunisti italiani che si sono fusi con gli ex democristiani nel Partito democratico (aggiungiamo noi a completamento), hanno perduto consensi e sono stati sconfitti elettoralmente dalla destra, perché sono stati artefici della seconda ondata di neoliberismo, che ha seguito la prima di cui sono state portavoce, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le destre della Thatcher in Inghilterra e di Reagan negli Stati Uniti (pp. 48-49).

Neoliberismo, globalizzazione, europeismo estremo sono i cavalli di battaglia di questa sinistra neoliberale. In Italia basta pensare alla flessibilità del lavoro e dei salari introdotta dal governo Prodi e perseguita da tutti i governi di centro-sinistra o «tecnici» di cui hanno fatto parte il Partito democratico e i suoi predecessori, alle privatizzazioni, che hanno smantellato le imprese pubbliche, facendo lievitare i prezzi dei beni e dei servizi, all’adozione della moneta unica europea, di cui Prodi è stato l’artefice principale, che, già nell’immediato, ha portato al raddoppio dei prezzi, demolendo il potere d’acquisto delle famiglie, abbassando il livello dei consumi e il livello di vita dei ceti meno abbienti.

Questa politica antipopolare spiega perché oggi il Pd non supera la soglia del 20% dei consensi elettorali. I ceti popolari non lo votano, anzi lo detestano. Analogo declino sta subendo, nonostante l’attuale collocazione al governo nell’ambito di una maggioranza ibrida, il partito socialdemocratico tedesco (Spd), che rappresenta anch’esso le classi benestanti. La stessa sorte è toccata alla Linke, che, alla sua nascita, rappresentava soprattutto le classi disagiate della Germania orientale, fortemente colpite dall’unificazione imposta dall’alto, e che aveva esteso i propri consensi anche nella parte occidentale del Paese, difendendo i ceti deboli. Ma, ad un certo punto, essa ha registrato un’involuzione simile a quella dei socialdemocratici, in quanto ha cambiato i propri riferimenti di classe: non più le classi meno abbienti, bensì quelle acculturate appartenenti al ceto medio. Fatale è stata anche l’alleanza con la socialdemocrazia in diversi Länder, che sono stati governati contro gli interessi dei ceti disagiati. Anche i verdi tedeschi sono un partito di benestanti. I socialisti sono addirittura falliti in Francia, occupando un ruolo assolutamente marginale sulla scena politica, soppiantati da una forza di sinistra radicale raccolta intorno alla figura di Mélenchon, i cui connotati sono tutti da studiare e da approfondire.

Gli elettori della sinistra neoliberale hanno ragione a sostenere la globalizzazione e l’integrazione europea, perché essi sono tra i privilegiati che se ne sono avvantaggiati, avendo la possibilità di accedere a corsi di lingua, con lunghi tirocini all’estero, master, stage, che sono costosi, ma costituiscono il presupposto per avere lavori qualificati e ben retribuiti (pp. 107-112). Costoro diventano i «tecnici» del sistema, esercitano quelle professioni di cui il neocapitalismo ha bisogno per svilupparsi e progredire. Sono egoisti ed individualisti, sono disinteressati alle sorti delle masse, che, anzi, disprezzano, essendo convinti che il loro successo dipende da capacità individuali superiori. Hanno un elevato tenore di vita: viaggiano, consumano cibi biologici, hanno auto elettriche e abitazioni con tutti i comfort che utilizzano le fonti energetiche alternative, si considerano perciò i veri difensori del clima e dei diritti civili: i cittadini modello, insomma. E disprezzano quelli che non riescono a tenere il passo, considerandoli incapaci e retrogradi (pp. 27-29).

Sahra Wagenknecht ha avuto il merito di condurre una critica spietata, senza timori reverenziali e senza sconti, nei confronti della sinistra neoliberale di moda. Non è poco, perché le critiche che sinora sono state avanzate anche dalla sinistra radicale, dalla cosiddetta «estrema sinistra», non sono mai andate fino in fondo, hanno sempre lasciato uno spiraglio per la trattativa e un futuro compromesso, ai quali, difatti, spesso si è pervenuti. Sono emblematici, in tal senso, il caso della Linke in Germania, che ha finito per diventare la stampella dei socialdemocratici dell’Spd in vari Länder, e quello del Partito della rifondazione comunista (Prc) e del Partito dei comunisti italiani (Pdci) in Italia, i quali, dopo rotture provvisorie, sono pervenuti a forme di collaborazione, come la cosiddetta «desistenza», prima, e l’appoggio, poi, a governi, locali e nazionali, dominati da forze di centro-sinistra, nelle loro diverse varianti (Pds, Ds, Pd), ritagliando un piccolo spazio, un “orticello”, per se stessi e per i propri dirigenti. Siamo in presenza di tradimenti storici dell’elettorato popolare, delle classi meno abbienti, che rendono difficile la rinascita di forze comuniste o, comunque, alternative al sistema capitalistico, in quanto hanno seminato sgomento e sfiducia nel popolo di sinistra autentica.

Ma Sahra Wagenknecht va oltre. Nella seconda parte del suo volume, aggiunge alla fase destruens quella construens. Delinea un programma imperniato sul rilancio, in nuove dimensioni, degli Stati nazionali, basati non tanto sul patrimonio genetico e sul vincolo di sangue, quanto sul concetto di «cultura guida», che si deve intendere come «insieme dei valori basati su tradizione culturale, storia e narrazioni nazionali nonché tipici modelli di comportamento all’interno di una nazione, elementi questi che sono parte della sua identità comune e su cui si fonda il senso di appartenenza» (p. 313). Deve trattarsi di Stati che collocano al centro della loro attenzione i bisogni e gli interessi dei più deboli, promuovendo, attraverso un intervento pubblico massiccio nell’economia, il loro benessere e la loro sicurezza sociale.

Va qui richiamato, a nostro avviso, il concetto gramsciano di «nazional popolare», laddove il termine «popolo» abbia ben precisi connotati di classe, evitando il nazionalismo interclassista proprio della cultura di destra, che immagina un irrealistico Stato etico, che sta al di sopra delle classi e si fa mediatore dei loro interessi. E Gramsci, nei Quaderni del carcere, ha denunciato tutta l’ambiguità del cosmopolitismo dell’Alto Medioevo, che equivale alla globalizzazione attuale, che, sotto le mentite spoglie dell’abbraccio fraterno tra i popoli, sacrifica gli interessi dei deboli a quelli dei potentati che operano a livello transnazionale. Non a caso, il grande intellettuale sardo esalta l’«eresia comunale», l’esperienza dei Comuni italiani, legati, per converso, al territorio, alla sua cultura viva, ai suoi valori. Di questa «eresia» fu il massimo esponente, secondo Gramsci, Guido Cavalcanti, da lui contrapposto a Dante Alighieri e al suo cosmopolitismo, fondato sul primato di papato ed impero, pur nella loro autonomia reciproca.

Va richiamato, inoltre, il concetto di «biogeografia culturale», secondo il quale il territorio non ha solo una dimensione geografica, ma è concrezione di storia, di vita, di cultura. In esso si sono stratificate tutte le civiltà succedutesi nel corso dei secoli, anzi dei millenni, con i sentimenti e i valori di cui esse erano depositarie. La stessa stratificazione si realizza nel singolo individuo, se si sente in armonia col proprio territorio. Si crea, in tal modo, una «corrispondenza biunivoca» tra individuo e territorio, per cui egli è in grado di cogliere e di “decriptare” i “messaggi” provenienti dal proprio territorio di riferimento e di uniformare ad essi il proprio modo di vivere e di agire.

Uno «stile di vita», dunque, contrapposto a quello della sinistra neoliberale e dei suoi sostenitori, basato sulla rottura con il territorio di appartenenza, sostituito da un nuovo cosmopolitismo, che si chiama globalizzazione e integrazione europea, e che presenta il carattere di artificiosità e di imposizione che ebbe quello dell’Alto Medioevo e che usa violenza, fisica e morale, ai popoli nazionali e ai loro valori.

Sahra Wagenknecht, infine, ha denunciato un fenomeno sinora sottovalutato. Gli intellettuali che non si uniformano alle «narrazioni», cioè alle rappresentazioni culturali della realtà che la sinistra neoliberale tenta di imporre con un apparato propagandistico ben oleato, che beneficia spesso dell’amplificazione da parte di ampi settori dei mass-media, vengono debitamente emarginati, con lo scopo, neanche tanto paludato, di «ridurre al silenzio e distruggere» (p. 32) questi soggetti scomodi, sottoposti alla «cancel culture». In Italia, solo per fare un esempio, la cultura marxista è quasi scomparsa dal mondo universitario.

La Wagenknecht va a fondo nella ricerca degli strumenti culturali ed ideologici, che sono stati utilizzati per imporre una certa visione del mondo. Fa riferimento allo «strutturalismo», affermatosi nella cultura di sinistra a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, con centro di irradiazione le università francesi, al «decostruzionismo» (p. 124) a cui va aggiunto, a nostro avviso, il «post-modernismo». Tutte queste teorie, che partono dal campo letterario per espandersi negli altri settori culturali, sono fondate sull’idea che è la lingua a creare la realtà: «al di là della lingua, in pratica, non esiste alcun mondo reale a cui riferirsi» (ibidem). Il che significa che chi possiede il controllo degli strumenti di diffusione della parola può imporre qualsiasi «realtà», al di là di quella oggettiva, che, invece, esiste. Un’operazione prettamente ideologica camuffata con presunte teorie scientifiche.

S’impone, dunque, un ritorno alla realtà, al «pensiero forte», come strumento di analisi razionale del reale.

:: E adesso dormi di Valeria Ancione (Arkadia 2023) di Patrizia Debicke

17 dicembre 2023

Un romanzo tutto al femminile, più che mai allacciato all’attualità, in cui la protagonista innocente frutto di un malsano e vessatorio asservimento familiare, sarà costretta a dover intraprendere una personale lotta quasi per la sopravvivenza.
Quell’asservimento che tante volte in nome di un amore malato troppo spesso rappresentato dalla possessività , dall’egoismo, dalla necessità di avere ed esercitare un dominio assoluto o peggio su un’innamorata, un’amante, una moglie o una figlia porta alla violenza. Toccando i confini della peggiore crudeltà. Quante volte sentiamo dire o leggiamo di ragazze o donne uccise per un’incontrollabile reazione omicida provocata da un rifiuto, da un no detto da qualcuna che un maschio purchessia credeva solo sua proprietà.
Ma nessuno, uomo o donna che sia, ha mai il diritto di considerare un essere umano come sua proprietà. Perché non esiste passione o sentimento che possa consentirlo. Si tratta solo di SCHIAVISMO e ricordiamo bene tutti che, benché purtroppo certe regole non siano mai state completamente accettate da certuni popoli, l’abolizione dello schiavismo è una grande conquista della civiltà.
Geena Castillo, americana , che oggi vive a Roma con il marito e il loro bambino di cinque anni, Jonathan, affetto da una rara malattia invalidante che gli impedisce e forse gli impedirà per sempre di capire e farsi capire, è fuggita in Italia dagli Stati Uniti per allontanarsi da un padre violento. Si illudeva di aver finalmente trovato il vero amore in Raffaele, convinta che la sua vita avrebbe potuto essere diversa, migliore e più giusta con un marito che proprio per il suo nome da angelo gli avrebbe offerto solo gioia e bellezza. Dopo aver subito le angherie di un padre padrone aveva seguito il fidanzato e poi marito a Roma, senza neppure rendersi conto che stava passando da una prigione all’altra.
E ciò nonostante, adusa a essere condizionata da un io dominatore, ha voluto credere che la sua nuova vita italiana fosse meno penosa di quella sofferta nel suo Paese.
In realtà la loro relazione si rivelerà un autentico inferno. Con lei quotidianamente abusata.
E certamente la nascita di Jonathan rivelatosi presto un bambino ammalato, tarato, affetto da un grave ritardo che ha rappresentato agli occhi del padre solo un fallimento di maschio, ha potuto migliorare una spaventosa situazione in cui la brutalità rappresentava la norma . Unico sollievo per lei l’amorevole conforto offerto dalla costante presenza di una vicina di casa Lola, vedova e che vive con la figlia Corrada sullo stesso pianerottolo, diventata insostituibile appoggio, spalla e forse unico freno inibitore della continue violenze del marito. Violenze alle quali Geena, che ormai ha italianizzato il suo nome in Gina, non ha mai osato ribellarsi. Ancora plagiata infatti da ciò che ha vissuto in casa dei genitori, dove aveva appreso da sua madre a scambiare l’amore con il dovere, accetta tutto supinamente…
Lavorando di sera per un’impresa che fa le pulizie in uno studio di avvocati e commercialisti, e lascia durante quelle ore il suo povero bambino, Jonathan, all’amica Lola.
L’unica cosa buona da fare sarebbe separarsi. Ma Gina non vuole farlo, resiste, continua a resistere nonostante le assenze di Raffaele, le ripetute vessazioni morali, le minacce e le botte.
Fino a quando suo marito, Raffaele si dileguerà misteriosamente dopo una gita, un picnic fatto con Lola e Jonathan. Gina denuncerà la sua scomparsa solo la sera dopo, dichiarando che non era la prima volta che lui lasciava la famiglia. Forse aveva scelto di andarsene.
E nei giorni e nei mesi successivi, in cui cerca consciamente di cullarsi in quell’impossibile realtà, la sua vita sembra prendere una piega diversa, tranquilla, lei e il bambino soli, quasi sereni ma tutto pare voler finire in un attimo quando un giorno due agenti di polizia bussano alla sua porta. È stato ritrovato un cadavere quasi irriconoscibile in un canale, potrebbe essere quello di suo marito.
Dopo aver fornito gli elementi sufficienti per un’identificazione formale per Geena tuttavia, in attesa che le indagini facciano chiarezza, comincerà un lungo calvario di rimorso e di paura. È convinta infatti di essere in qualche modo responsabile e che la morte di Raffaele non sia dovuta al caso.
Per su fortuna nello studio legale dove fa le pulizie la sera, esercita tra i titolari Mara, che lavora alle pratiche legali fino a tardi, quasi a notte. Gina/Geena, che ha imparato a fidarsi delle donne, sollecita il suo consiglio e il suo aiuto professionale. Fra loro nascerà simpatia, tanto che il loro rapporto da strettamente professionale saprà diventare un’amicizia nella quale presto verrà coinvolta anche la quieta e confortante saggezza di Lola.
Tre donne, ciascuna con dietro le spalle qualcosa di segreto mai confessato, legato a diverse esperienze come madri e come figlie, ma che la condivisione trasformerà in sostegno e forza comune. Una forza che consente di affrontare ogni verità.
Reale e senza false emozione la descrizione del rapporto tra l’amica Lola, donna generosa e senza sentimentalismi, e Gina, madre spossata del piccolo Jonathan, un bambino che morde, si agita e cammina a stento. Un esserino che non la chiamerà mai mamma, condannato a restare un bambino a vita. Ciò nondimeno, anche nei momenti di peggiore disperazione, Gina riuscirà ad affrontare la sua malattia e a lottare per sopravvivere. Sconfinato amore, il suo, ma anche fatica ed esasperazione, pur temperate dall’abnegazione e dall’istinto di protezione. Gina ha imparato a conviverci per andare avanti e restare al suo fianco ma per continuare a farlo sa anche che deve sapere delegare e farsi aiutare.
Lei è una donna che si crede sbagliata, forse perché così l’hanno fatta sentire i suoi genitori e suo marito, magari umiliandola per il suo aspetto di donna piccola. esile , con grandi occhi in un volto smagrito. Insomma si giudica solo bruttina, inconsistente, soffre di mancanza di autostima, di rispetto verso sé stessa. E invece dovrà imparare a riconoscersi, a combattere per se stessa e a concedersi nuove possibilità.
Ha una bella voce, le piacerebbe cantare forse… ma quando, dove e come?

Valeria Ancione, siciliana, è nata nel 1966 a Palermo, ma è cresciuta a Messina e dal 1989 vive a Roma. Giornalista professionista, lavora al “Corriere dello Sport” dal 1991. Ama raccontare le donne. Si è occupata di calcio femminile, sostenendo sulle pagine del suo giornale la battaglia contro pregiudizi, stereotipi e discriminazione di genere. Del calcio in generale l’attrae la potenza di aggregazione e condivisione, meno le partite. Non è tifosa, ma simpatizza. È convinta che lo sport possa salvare la vita. Giocava a basket, nonostante l’altezza, è sempre a dieta, non ha mai tinto i capelli, legge sempre e ascolta audiolibri, ama il mare in modo viscerale e la Sicilia in modo possessivo, si commuove sullo Stretto, è orgogliosa di essere cittadina di Roma, ha tre figli nel secondo tempo dell’adolescenza che, se non si allunga un altro po’, forse sta finendo.
Nel 2015 ha esordito in narrativa con La dittatura dell’inverno per Mondadori. Nel 2019 con Mondadori Ragazzi ha pubblicato Volevo essere Maradona (biografia romanzata dell’ex calciatrice Patrizia Panico), finalista al Premio Bancarellino e di cui la Lux Vide ha acquistato i diritti per produrre una serie tv. Nel 2022 è uscito per Arkadia Il resto di Sara, del quale esiste anche la versione audiolibro de Il Narratore.

:: Morte di una ragazza speciale di Luigi Guicciardi (Damster 2023) di Patrizia Debicke

15 dicembre 2023

In un piovoso ottobre modenese già intorpidito dall’umido abbraccio autunnale, la casuale scoperta sulle riva del fiume, il Panaro, fatta da un cane, di un cadavere di una ragazza, sigillato in un grosso sacco di plastica da rifiuti, allo stesso tempo spaventa e incuriosisce tutta la città. E non solo perché la generale emozione, diffusa a macchia d’olio, diventerà addirittura scioccante quando, dopo i primi riscontri autoptici del medico legale, Salvatore, “Turi”, Coco, si scoprirà che la vittima è Maria Leonardi, una sedicenne con la sindrome di Down ma di straordinaria bellezza, amata figlia di una ricca famiglia borghese. La ragazza, misteriosamente scomparsa tre anni prima senza dare segno di sé con una inesplicabile fuga, si pensava, dall’ esclusivo istituto per ragazzi con disabilità dove viveva, non era stata mai più ritrovata. In seguito sua madre, non riuscendo a sopportare il peso del dolore, si era tolta la vita.
Le risultanze dell’autopsia diranno che la vittima, selvaggiamente colpita a morte, è deceduta per emorragia interna. Al momento dell’omicidio Maria era incinta di cinque settimane. Ma le risultanze diranno anche che il suo corpo è stato conservato altrove, in luogo molto umido adatto a favorire la mummificazione e solo di recente abbandonato lungo il fiume. Un cold case, dunque e di ardua soluzione per il giovane commissario Torrisi, uno tra più giovani di tutta Italia, nel secondo romanzo poliziesco d’indagine di Luigi Guicciardi che già con il suo “Il ritorno del mostro di Modena” , aveva introdotto nella narrazione un personaggio molto diverso dal suo consueto protagonista. Un altro commissario dunque che, diversamente dal catanese Cataldo, è un modenese quasi doc, insomma della provincia, perché nato a Samone, un paese vicino a Guiglia. Un “nuovo” commissario di 30 anni più giovane di Cataldo, e che per questa seconda avventura Guicciardi ha deciso di far affiancare dall’ispettore Fabio Carloni, più o meno coetaneo di Torrisi, fresco di nomina e di assegnazione, arrivato in questura da appena sei mesi a ricoprire il posto dell’ispettore Leonardi, trasferitosi per amore al termine dell’indagine precedente.
Un collaboratore Carloni con il quale Torrisi subito si è trovato bene e che si rivelerà per lui presto quasi indispensabile.
Intanto già dai primi rilevamenti in loco, il medico legale ha constatato che il cadavere presentava un processo di saponificazione progressiva ed essicazione dei grassi. Tradotto per chi non sa : un fenomeno fisico che blocca la decomposizione trasformando il corpo umano quasi in una mummia. L’imballaggio nella plastica poi ha contribuito a preservarlo. Tanto che la morte delle ragazza, poco più che un’adolescente, potrebbe addirittura risalire ad anni prima, magari a subito dopo la sua sparizione.
Il commissario Torrisi indirizzerà le sue indagini prima interrogando la famiglia della ragazza morta e quindi il padre e lo zio e subito dopo gli ospiti e lo staff direttivo terapeutico, infermieristico e di insegnanti di varie discipline di Villa Melania, l’ elegante ed esclusivo istituto privato dove viveva e studiava Maria. Struttura tuttora sostenuta economicamente dal padre della vittima che dopo la morte della moglie si è anche sposato con la direttrice , giovane donna preparata professionalmente e molto determinata.
Un istituto governato secondo una moderna concezione direzionale sempre più indirizzata e specializzata nella cura e nell’inserimento nella vita di allievi diversamente abili.
Ma la strada di Torrisi sarà lunga e in salita da percorrere, costretto a districarsi tra psichiatri e ippoterapeuti, insegnanti ambigui e preti psicologi, impegnati a operare tra casi di catatonia, sindromi di Down o di lucidi ma apparentemente anaffettivi Asperger. Un’inchiesta portata avanti a fatica, superando le differenti reazioni della gente di fronte all’handicap: troppo spesso accolto con impreparazione, cinismo, imbarazzo, stupidità, ma talvolta per fortuna anche con amore e altruistica solidarietà. Un mondo particolare quello che concerne i diversamente abili , difficile e affascinante, in cui calarsi e muoversi con delicatezza e attenzione: questa volta portato a rappresentare il fulcro di un romanzo giallo.
Si dovrà cercare in tutti modi, battendo a tappeto la zona, ad arrivare a individuare dove e perché sia stata assassinata Maria, riuscire ad aprire un varco e superare il muro di complice silenzio offerto da una piccola comunità decisa a ogni costo a proteggere la propria immagine.
Ma qualcosa di orribile si è innescato. Il male vorrebbe continuare a nascondersi ma appena il commissario arriva a percepire quale potrebbe essere l’atroce verità, il peggior orrore pretende di riappropriarsi del palcoscenico. Per proteggere la sua insospettabile identità, l’assassino infatti ha scelto di colpire e colpire ancora…
Ma Luigi Guicciardi svolgendo ancora una volta con magistrale abilità il suo compito di giallista, affidato e affidandosi al suo commissario di carta, saprà ancora trovare le giuste chiavi per aprire tutte le porte per introdurre il lettore nella soluzione del caso . I conti tornano : chi ha ucciso e perché verrà scoperto, le peggiori ambizioni condannate, l’ordine pubblico ristabilito, ma i ricordi delle persone, pur ridotti a brucianti fantasmi continueranno a esistere e a opprimere la mente di coloro che restano e sono obbligati ad affrontarli.

Modenese, insegnante di liceo e critico letterario, Luigi Guicciardi è il creatore del commissario Cataldo, poliziotto al centro di una lunga serie di mystery cominciata con : “La calda estate del commissario Cataldo”; “Filastrocca di sangue per il commissario Cataldo” – entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. L’ultimo, del 2023, è Il commissario Cataldo e il caso Tiresia.

:: Morte sotto le macerie. Il commissario Oppenheimer e la banda dei fazzoletti gialli di Harald Gilbers (Emons 2023) a cura di Valerio Calzolaio

15 dicembre 2023

Berlino. Febbraio 1949. Richard Oppenheimer è un commissario quasi 50enne della polizia criminale della parte ovest e ha una lunga storia alle spalle. Ebreo sopravvissuto solo in quanto marito della cara moglie ariana Lisa, già rimosso dall’incarico investigativo per le sue origini ma poi rimesso sul campo da un gerarca nazista per interesse personale, ora reintegrato in servizio ufficiale e pubblico pur nella dinamica povera e divisa dei primordi della guerra fredda, deve indagare su tre corpi ritrovati casualmente in un’enorme discarica di detriti (una fossa comune in collina), brutalmente uccisi e abbandonati a settimane di distanza. Nella metropoli i quattro settori sono separati (rigidamente quello orientale) e la sopravvivenza ancora dipende dai voli “umanitari” che portano viveri e medicine, mentre l’elettricità è razionata, prevalgono freddo e buio, prosperano le bande criminali. I colleghi sono sulle tracce di una crudele banda di giovani senza scrupoli (riconoscibili grazie a un fazzoletto da taschino giallo), attiva in tutti e tre i settori occidentali, capace di gestire prostituzione, contrabbando e furti con il sostegno di delinquenti di lungo corso e la guida di un ventenne terribile di nome Jo, che si crede Al Capone ed elimina ogni concorrenza. Oppenheimer va a trovare il suo storico informatore nel sottobosco fuorilegge, Ede il Grande, e suggerisce al capo di istituire una commissione speciale fra i dipartimenti omicidi, buoncostume e rapine, ma i misfatti continuano, gli ostacoli oggettivi aumentano, i possibili informatori scompaiono uno dopo l’altro, i rari testimoni vengono intimoriti, minacciati o eliminati, pare si prepari un colpo davvero grosso, piovono soldi e qualcuno dei “suoi” probabilmente fa da talpa. Ci si gioca la vita in tanti.

L’ottimo giornalista scrittore e regista Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969), solido storico di formazione e ricerca, ormai vive nella Germania del Nord e continua a mietere successi con la splendida premiata serie dell’omonimo, giunta al settimo episodio (l’ottavo nel 2024). Esordì dieci anni fa con Berlino 1944 (in Italia nel 2014) e intende arrivare molto in là, quasi alla caduta del muro, valutando nel frattempo come organizzare la biografia dell’interessante protagonista (nato nel 1900), già con trasposizioni cinematografiche e televisive in corso. Finora, dopo l’esordio, in originale: Odins Söhne (1945), Endzeit (1945), Totenliste (1946), Hungerwinter (1947), Luftbrücke (1948), tutti con gli stessi bravi editore e traduttrice. La narrazione è in terza varia al passato (molto sullo stesso Oppenheimer, sui suoi famigli vari, sulla villa in cui è graziosamente ospitato e sugli altri inevitabili conviventi). Come nelle avventure precedenti, la cornice storica è ricostruita con grande accuratezza. Sia l’attività delle bande criminali (almeno quarantaquattro nel Dopoguerra) che gli esordi della fiorente industria cinematografica in mezzo all’archeologia industriale sono ispirate a fatti veri, in fondo si trova una bibliografia di almeno una decina di testi consultati con competenza. Berlino era ridotta a un cumulo di macerie (da cui il titolo) in cui si aggiravano comportamenti noir fra individui disperati alla ricerca di qualunque cosa li aiutasse a sopravvivere, contando sulla eventuale benevolenza degli invasori, i vincitori della guerra. Non c’è mai “occhio pornografico” o morboso compiacimento nelle descrizioni e nei dialoghi, la violenza appare fuori scena, se ne vedono solo i drammatici effetti. Acquavite e whisky appena possibile, raro champagne e ovviamente molta birra. Richard ha fortunosamente mantenuto una bella antica collezione di dischi, questa volta sceglie Haydn e Dvořák. Traduzione di Angela Ricci.

Harald Gilbers (Monaco di Baviera, 1969) ha studiato letteratura inglese e storia moderna e contemporanea. Prima di diventare regista teatrale, ha lavorato come giornalista delle pagine culturali e per la televisione. I suoi gialli sono tradotti in francese, polacco, danese e giapponese. Il primo romanzo della serie dell’ex commissario Oppenheimer, Berlino 1944. Caccia all’assassino tra le macerie (pubblicato da Emons nel 2016), ha vinto il Glauser Preis 2014, uno dei più importanti riconoscimenti per i gialli in Germania, mentre il secondo romanzo, I Figli di Odino, ha ottenuto in Francia il Prix Historia 2016.

:: Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero, Luca Fassina(Oligo, 2023) A cura di Viviana Filippini

9 dicembre 2023

“Spaghetti pollo insalatina  e una tazzina di caffè…” così cantava  Fred Bongusto e nel libro “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina,  edito da Oligo editore, cibo e musica vanno a spasso assieme. Lo scrittore ci porta in un viaggio tra musica e cibo,  facendoci scoprire cosa i grandi musicisti del rock amano cucinare (quando ne sono capaci) e mangiare. Un piccolo saggio che ci permette di addentrarci nell’amore per l’arte culinaria, in particolare quella italiana, da parte di molti artisti. Questo perché nel saggio di Fassina si scopre il fatto che c’è una forte attrazione verso il cibo italiano, questo perché parecchi dei cantanti e musicisti presenti hanno origini italiane e arrivano da famiglie dove ci sono ricette della tradizione che vengono tramandate di generazione in generazione, e  un po’ perché molti  dei protagonisti presenti nel testo hanno assaggiato il  vero cibo italiano, quello non rivisitato e ne sono rimasti conquistati dalla bontà e qualità del prodotto. Interessante è anche il fatto che, tra una pagina e l’altra, ci siano le ricette predilette degli artisti protagonisti con gli ingredienti e questo permette al lettore di sporcarsi le mani preparando il piatto della propria star preferita! Si va dalla storia degli spaghetti della copertina dell’album dei Guns N’ Roses, quel “The spaghetti incident?” uscito nel novembre del 1993, dove la pasta che ci ha reso così noti nel mondo, ma che ha origini nel VI secolo a.C. in Pakistan, e non ha a che vedere solo con la pasta al sugo; per passare alla passione per il burro d’arachidi di Elvis Presley e al Chocabeck di Zucchero, che già ha il dolce nel nome. E poi, che dire del pollo speziato che faceva impazzire Freddie Mercury, dei biscotti con gocce di cioccolato di Joy Romone e del latte e peperoni freddi di David Bowey, cibo principale durante la registrazione di un album o del risotto che ha conquistato i Måneskin? A voi indovinare e scovare quale. “Spaghetti. Le rockstar a tavola: dagli AC/DC a Zucchero” di Luca Fassina è un perfetto mix tra musica, note e cibo, anche odiato magari ma, soprattutto AMATO dagli artisti, che è vero, loro stessi lo ammettono, a volte non sanno cucinare, ma quando assaggiano i piatti amati o nuovi, preparati da mani sapienti, il cuore, il palato e la mente ne traggono beneficio.

Luca Fassina lavora con la parola scritta da oltre trent’anni: giornalista, scrittore, traduttore e storyteller, è stato corrispondente musicale da Londra e manager dell’entertainment a Parigi. Oggi scrive per Classic Rock e Sergio Bonelli Editore; ha collaborato, tra gli altri, con RollingStone.it, ha tenuto seminari per il CPM di Milano e per la Arizona State University. Per la “Piccola Biblio­teca” di Oligo Editore ha pubblicato “Cucina. Stephen King: ricetta per un disastro” (2022).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’uffcio stampa 1A.

:: “Delitto a Dogali” (Les Flaneurs Edizioni 2023), il nuovo giallo storico firmato da Daniele Cellamare a cura di Giulietta Iannone

8 dicembre 2023

Dopo Carlo Lucarelli e Giorgio Ballario un nuovo autore ci porta nell’Africa coloniale, questa volta di fine Ottocento. In “Delitto a Dogali” di Daniele Cellamare, edito da Les Flaneurs Edizioni, ci troviamo nell’afosa atmosfera della Massaua di fine Ottocento alle prese con gli albori dell’epoca coloniale italiana in Africa Orientale voluta da quel Francesco Crispi che, dopo la disfatta di Adua, dove i soldati italiani del generale Baratieri vennero sconfitti da quelli etiopici al comando del Negus Menelik, vide tragicamente tramontare la sua stella. Protagonista del romanzo “Delitto a Dogali” è un capitano italiano di belle speranze Antonio Garofalo arrivato in Africa con il primo contingente che, coadiuvato dal tenente Umberto Palumbo, indaga sul misterioso omicidio di un prete piuttosto chiacchierato, tale padre Adelmo, da anni in terre d’Africa con la sua tonaca logora e unta di grasso. Certo il capitano Garofalo è un militare non un poliziotto ma la situazione si fa spinosa: bisogna risolvere al più presto la faccenda nella speranza che a uccidere il religioso non sia stato un militare italiano cosa che creerebbe scandalo e disonore e intralcerebbe di molto i maneggi politici della nascente colonia. Il capitano un tipo gioviale, leale e rispettoso si mette subito ad indagare e si trova immerso nell’atmosfera afosa e conturbante di un paese giovane che vede gli stranieri invadere più o meno pacificamente le sue terre e portare il tanto decantato progresso. Obiettivo del governo italiano è fare di Massaua un porto cardine nello sviluppo dei commerci ma non tutte le alte sfere militari in Africa si rendono ben conto delle reali criticità del territorio dalla mancanza di conoscenza dei mille dialetti, dalle scarse competenze e conoscenze dei territori, dalla incapacità di valutare la reale tenuta militare di bande di predoni forse mal armati ma temprati dal clima e capaci di rispondere con forte determinazione agli attacchi nemici. Il professore Cellamare, fine conoscitore della storia militare e politica del periodo, con il suo stile piano e fluido ci racconta un pezzo di storia dimenticata e ancora capace di generare interesse e volontà di approfondimento. Certo è un romanzo di avventura investigativa non un saggio ma le date, gli stralci di giornale dell’epoca, il colore locale sono autentici ed evocativi e lasciano nel lettore un senso di inquietudine e curiosa comprensione. Chi avrà ucciso con una coltellata al cuore il sacerdote? Lo scoprirermo nell’ultimo capitolo e non potrà che lasciare nel lettore un senso di amara tristezza come per le cose che avrebbero potuto essere e non sono diventate. Lettura piacevole e densa di notizie storiche e curiosità. Speriamo presto di leggere nuove avvenure coloniali del simpatico capitano Garofalo.

Daniele Cellamare è nato nel 1952 e si è laureato in Scienze Politiche all’università LUISS. È docente presso la Sapienza di Roma e il Centro Alti Studi della Difesa. Autore di numerose pubblicazioni di storia contemporanea, collabora con «Rivista Militare» e altre testate nazionali. Vive a Roma ed è appassionato di studi sulla storia militare. Ha pubblicato i romanzi storici: La Fortezza di Dio, La Carica di Balaklava, Gli Ussari Alati, Il drago di Sua Maestà, Gli artigli della Corona e Delitto a Dogali.

:: Thrilling Cities di Ian Fleming (La Nave di Teseo 2023) a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2023

Per i fan di James Bond, il celebre 007 a servizio di Sua Maestà, e di riflesso del suo autore Ian Fleming, il mondo è sempre stato un luogo da esplorare dalle auto di lusso, dalle finestre dei più grandi alberghi, tra gli smoking e le tenute eleganti delle signore sedute ai tavoli dei più famosi Casinò. James Bond è un giramondo, ama il lusso, il fascino dell’esotico, le belle donne, l’avventura e l’ignoto per cui sì lo ritroviamo nelle pagine di Thrilling Cities, edito da La Nave di Teseo e tradotto da Andrea Carlo Cappi, che raccoglie una serie di articoli scritti da Ian Fleming per il “Sunday Times” tra il 1959 e il 1960. Quando al direttore del giornale Leonard Russell venne l’idea di mandare in giro per il mondo lo stesso Ian Fleming a caccia del cosidetto colore locale non immaginava che i reportage turistico vacanzieri di lusso si sarebbero trasformati in un saggio composito sul cuore stesso dello spirito narrativo di questo autore così amato. I viaggi furono due: il primo in Estremo Oriente che iniziò con Hong Kong, per poi arrivare a Macao, e Tokyo e negli Stati Uniti dove visitò Honolulu, Los Angeles, Las Vegas, Chicago, e infine New York. Poi dato che la cosa si rivelò un successo seguì il secondo viaggio in Europa, dove visitò Amburgo, Berlino, Vienna, Ginevra, Napoli, e Montecarlo. Con il suo stile ironico e vivace in ogni tappa seppe cogliere l’essenza di quello spirito cosmopolita che sia caratterizzava il personaggio da lui creato che se stesso, un viveur se vogliamo, amante del lusso, dei passatempi costosi, delle belle donne, del buon wiskey e del tabacco pregiato. In ogni tappa qualche infiltrato del giornale gli fece da cicerone e lo portò in giro a vedere i luoghi più caratteristici e singolari, a volte anche pericolosi. C’è poco da dire i reportage sono splendidi, divertenti e pieni di quel brio e aplomb tutto britannico che caratterizza gli inglesi all’estero. Ci si diverte leggendo Thrilling Cities, si riflette su un mondo scomparso che ancora vive in queste pagine intrise ogni tanto di sulfurea e mordace ironia. Allora viaggiare era davvero un privilegio per pochi, un lusso costoso, oggi che il turismo è per lo più uno sport di massa forse si è un po’ persa questa dimensione elitaria, ma viaggiare con tutti i confort resta ancora un’attività per pochi, non per tutti, pur tuttavia sfogliando queste pagine si gode almeno il lusso di un punto di vista privilegiato, perchè intelligenza e arguzia sono privilegi ancora più rari.

Ian Fleming (1908-1964) è il creatore di James Bond, il più famoso agente segreto della storia della letteratura e del cinema. Dopo gli inizi come inviato dell’agenzia Reuters a Mosca e una breve esperienza da broker nella City, allo scoppio della seconda guerra mondiale Fleming entra nei servizi segreti della Marina britannica. Finita la guerra, nel 1946, passa a organizzare i servizi esteri del gruppo “Sunday Times”. Nel 1953 pubblica il romanzo Casino Royale, che fa conoscere al mondo James Bond. Il libro ha un successo immediato e folgorante: la prima tiratura va esaurita in meno di un mese. Nei dodici anni successivi, Fleming scrive altri 11 romanzi e 9 racconti con protagonista l’agente 007, tra cui Dalla Russia con amore, Il Dottor No e Goldfinger. Da allora, i romanzi di James Bond hanno venduto oltre 100 milioni di copie nel mondo e hanno ispirato la celebre serie di film, aperta nel 1962 da Agente 007 – Licenza di uccidere, con Sean Connery nei panni dell’agente segreto al servizio di Sua Maestà.


:: Le regine della Belle Époque di Mariangela Camocardi (Delos Digital, 2023) a cura di Giulietta Iannone

1 dicembre 2023

Tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale assistiamo a un periodo particolare della storia che va sotto il nome di Belle Époque. Fu un periodo magico, frizzante, la gioia di vivere venne eletta ad arte del vivere e in questo periodo particolare alcune donne uscendo dai ruoli tradizionali di mogli e di madri hanno acquistato notorietà per meriti artistici, culturali, e per la capacità di affascinare le folle. Le chiamavano sciantose anche se perlopiù cambiavano nome e sceglievano nomi francesi essendo la Ville Lumiere il centro di questo movimento culturale. Cosa le accomunava? La straordinaria bellezza sicuramente ma non solo. La verve, l’intelligenza, la spregiudicatezza. Nobili, cantanti, attrici, avventuriere, spie, indipendenti, libere, volitive, seducenti hanno dato vita a un periodo frizzante e felice, facendo parlare di sè per disinvoltura sessuale, acume intellettuale e per aver infranto le rigide regole dell’etichetta e della condizione femminile in genere. Le donne da sempre relegate ai margini della società, al massimo famose all’ombra di un marito famoso, durante la Belle Époque hanno invece acquisito un ruolo per se stesse, per le proprie doti individuali fuori dai canoni. Mariangela Camocardi in questo breve saggio Le regine della Belle Époque edito da Delos Digital ci presenta una gallerie sia delle più famose che di quelle più dimenticate così veniamo a conoscenza di particolari curiosi della vita della Bella Otero, o di Mata Hari, ma anche di Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, fino a Luisa Casati o Alice Edmondstone, la favorita del Re d’Inghilterra, ava addirittura di Camilla Parker Bowels. Celebre la battuta che si scambiarono lei e Carlo al primo incontro. Tante curiosità, tanti aneddoti, tanti spunti di ricerca e foto bellissime che richiamano alla perfezione il fascino che incarnavano queste donne straordinarie sebbene la morale dell’epoca bollasse alcuni loro comportamenti come spregio al pudore. Ma nulla le fermò solo la guerra che spazzò via con il rombo terrificante dei cannoni quell’atmosfera lieve e disincantata che le aveva permesso di esistere. Ma il germe dell’indipendenza era ormai nell’aria e avrebbe consentito negli anni seguenti le prime lotte politiche e le rivendicazioni sociali che tutt’ora permettono alle donne di percorrere la difficile strada verso l’emancipazione.

Mariangela Camocardi ha pubblicato oltre 50 tra romanzi e racconti. Ama spaziare nei diversi generi della narrativa, con una predilezione per lo storico. Ha scritto storie horror, women’s fiction, romance, fiabe e commedia romantica. Tra i titoli più apprezzati Sogni di vetro, Tempesta d’amore, Il talismano della dea, La vita che ho sognato, Lo scorpione d’oro, Un segreto tra noi, Nessuna più, antologia contro il femminicidio il cui ricavato è stato interamente devoluto al Telefono Rosa come concreto aiuto per le donne vittime di violenza. L’autrice è stata direttore della rivista Romance Magazine, collabora con riviste a diffusione nazionale ed è una delle socie fondatrici di EWWA (European Writing Women Association).

:: Un tenace combattente purtroppo dimenticato: GIOVANNI MILLIMAGGI ANTIFASCISTA E COMUNISTA LIBERTARIO DI SICILIA a cura di Antonio Catalfamo

24 novembre 2023

Affrontò con coraggio il confino e il carcere. Si batté per una Sicilia indipendente e ispirata ai principi del comunismo

Il revisionismo storico, oggi dominante in Italia, opera subdolamente a vari livelli. Finché può, fa cadere nell’oblio assoluto i personaggi scomodi. Quando ciò non è più possibile, dà un’interpretazione deformante del loro pensiero e della loro azione, cerca di renderli funzionali al sistema, di fagocitarli, di metabolizzarli, attraverso una versione aggiornata di quella che Gramsci ebbe a definire «rivoluzione passiva». Una «rivoluzione senza rivoluzione», che consiste nell’assorbire tutte le spinte innovative, deformandole, privandole della loro carica rivoluzionaria, omologandole al potere e alla sua rete propagandistica, dando vita a quella che proprio Gramsci, con sottile ironia, chiamò «la notte in cui tutti i gatti sembrano bigi», creando un guazzabuglio, un inquinamento linguistico, un caos ideologico, in cui si può dire tutto e il contrario di tutto e il cittadino comune finisce per confondersi, per non capire più nulla, addirittura per rinunziare a capire. Il risultato è il buio totale, l’annichilimento delle coscienze, il nichilismo indotto, il fenomeno dei cervelli all’ammasso.

In questo clima inquinato, possiamo dire che, tutto sommato, Giovanni Millimaggi è stato “fortunato”. L’apparato “culturale” ed “ideologico” del sistema si è accontentato di ignorarlo, forse perché il suo pensiero e la sua azione, così ostili alla logica reazionaria, non sono omologabili ad esso, nella sua fase del «tecnofascismo», secondo la felice definizione di Pasolini, che in essa includeva anche certo antifascismo di comodo e di maniera, pur esso coinvolto nell’opera di omologazione all’ “ideologia” del potere, del capitalismo giunto nella sua fase “matura”, che potrebbe coincidere con la sua fine, oppure protrarsi per secoli, così come avvenne con la crisi dell’impero romano, che durò tanto a lungo da sconfinare nella follia di Caligola, che nominò senatore il proprio cavallo, e in quella di Nerone, che fece incendiare Roma per innalzare il suo canto, con grande sacrificio delle masse popolari.

Le epoche storiche durano finché non si afferma come forza antagonista una classe sociale e politica alternativa a quella imperante. E in questo momento il movimento operaio si trova in una fase di notevole difficoltà che gli impedisce di soppiantare al potere la borghesia, nonostante quest’ultima abbia esaurito la sua spinta propulsiva.

Ora un volume biografico, scritto dal nipote Daniele, dirada finalmente la cortina di silenzio che ha avvolto per decenni la figura di Giovanni Millimaggi. Il titolo è già significativo: Un uomo libero. La storia di Giovanni Millimaggi (Youcanprint, Lecce, 2020). Esso ci permette di ricostruire le varie tappe del pensiero e dell’azione del Nostro.

Giovanni Millimaggi nasce l’11 gennaio 1887 a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, nell’ambito di una famiglia benestante di proprietari terrieri, che, successivamente, si vede costretta, per vicissitudini finanziarie, a cedere i propri possedimenti, diffusi nel comune di Castroreale e in quelli limitrofi, per trasferirsi nel capoluogo. Qui il Nostro inizia l’attività di insegnante elementare e pubblica alcuni articoli di pedagogia su riviste specialistiche. Si accosta al pensiero socialista e collabora a vari periodici locali: «La Provincia socialista», «Germinal», «Il Canonico Mazza», accanto ad autorevoli esponenti del mondo politico e culturale del calibro di Concetto Marchesi, Gaetano Salvemini, Giovanni Pascoli, che ebbero esperienze di insegnamento all’Università di Messina, e Ludovico Fulci, deputato radicale al Parlamento nazionale.

Collabora altresì al periodico anarchico «Il Risveglio», che vanta tra i suoi collaboratori Piero Gori.

Nel 1921, a seguito della scissione di Livorno all’interno del Partito socialista, si avvicina al Partito comunista d’Italia, pur non essendo iscritto, condividendone la prospettiva rivoluzionaria.

Nel 1925 consegue la laurea in Giurisprudenza, presso l’Università di Messina, e inizia a frequentare lo studio dell’avv. Luigi Fulci, docente di Diritto penale nello stesso ateneo. I due sono accomunati da una visione laica d’impronta positivista. Millimaggi si dedica intensamente alla professione di avvocato, ma le forze dell’ordine seguono i suoi movimenti, anche se alcune informative riservate rilevano che per il momento non svolge attività sovversiva, pur conservando le sue idee comuniste.

Il 24 marzo 1930, la Prefettura di Messina segnala che il Nostro si è trasferito a Milano, ove svolge l’attività di legale dell’Istituto Contenzioso Commerciale. A distanza di alcuni mesi, la Prefettura di Milano conferma il trasferimento di Millimaggi nel capoluogo lombardo e sottolinea che, nonostante la persistenza dei suoi ideali politici, non risulta che sia tra i capi del comunismo milanese. In realtà, egli prende contatto con gli ambienti antifascisti. Difatti, l’apparato poliziesco, sempre vigile, nel 1932 rileva il suo attivismo, lo cataloga, questa volta, tra i capi dei comunisti milanesi e riscontra il suo impegno come reclutatore di corrieri tra i fuoriusciti e gli antifascisti rimasti in patria.

Nel 1933, il commissario della Polizia politica, Renzo Mambrini, si infiltra nella rete antifascista clandestina. Riesce ad incontrare Millimaggi spacciandosi probabilmente per un collega avvocato. In una relazione riferisce che il Nostro, nel conversare con lui, utilizza spesso argomentazioni mediocri, finge di avere idee confuse sul comunismo, sospettando la falsa identità del suo interlocutore, ma in realtà è «persona dotata di facile eloquio, di buona cultura giuridica». Il commissario Mambrini lo cataloga, dunque, come «un sovversivo a tendenze comuniste» (p. 49).

Il cerchio della polizia si stringe, dunque, intorno a Giovanni Millimaggi. Si arriva all’epilogo a fine aprile 1933. Da lì a poco scatta la trappola. Egli viene arrestato mentre, assieme ad alcuni compagni, si appresta a fare le prove per una trasmissione radio di propaganda antifascista da effettuarsi in occasione della ricorrenza del Primo Maggio, che il regime fascista aveva abolito come festa dei lavoratori, sostituendola con uno rispolverato e fittizio Natale di Roma, coincidente con la fondazione leggendaria della Capitale, nel 753 a. C. Il discorso celebrativo avrebbe dovuto leggerlo proprio Giovanni Millimaggi. Quest’ultimo, tratto in arresto con gli altri, viene condotto nel carcere milanese di San Vittore e sottoposto a duri interrogatori, in cui viene minacciato di morte con una rivoltella puntata alla tempia, in una sorta di roulette russa. Ma le minacce e le violenze degli aguzzini non piegano la sua fede. Così, con ordinanza della Commissione provinciale del 28 luglio 1933, Millimaggi viene assegnato al confino di Ponza con la seguente motivazione: «Organizzazione comunista: tentativo di impiantare una radio trasmittente per lanciare un messaggio in occasione del 1° maggio» (p. 60).

Giunto a destinazione, viene accompagnato in un camerone, che funge da alloggio per i confinati, in cui sono allineati come giacigli pagliericci infestati da cimici e altri parassiti. Millimaggi, assieme ai compagni, cerca di adattarsi alle condizioni confinarie. Vengono organizzati gruppi di studio, nei quali ognuno tiene lezioni in base alle proprie competenze per materia. Ben presto, però, questa attività viene vietata dalle autorità, perché considerata strumento di diffusione e perfezionamento delle idee sovversive, soprattutto a beneficio dei meno scolarizzati, che avevano l’occasione di formarsi politicamente e culturalmente all’ «università del carcere», secondo la definizione ironica (ed autoironica) di Gian Carlo Pajetta. Anche la richiesta di Millimaggi di dare lezioni private ai bambini del luogo, in quanto già insegnante elementare, viene rifiutata.

Il Nostro prende contatti con i confinati comunisti, organizzati in una struttura politica che a lui sembra troppo rigida: il Comitato Direttivo. In un primo momento viene ammesso ad una struttura collaterale, che raggruppa i «simpatizzanti», ma ben presto si allontana anche da questa, costituendo un gruppo di confinati che, pur vicini al Partito comunista, rivendicano la loro autonomia di giudizio e mantengono aperto il confronto anche con confinati di altre idee politiche, soprattutto di ispirazione anarchica (ma non solo).

In Millimaggi prevale la componente libertaria, che contrassegna la sua visione del comunismo, comportando il ripudio di ogni dogmatismo ideologico e di ogni rigidità organizzativa, imperniata sul concetto di «centralismo democratico». Perciò egli si confronta con dirigenti del Partito comunista italiano del calibro di Giorgio Amendola, ma è geloso della propria autonomia.

Nel febbraio del 1934, Millimaggi ottiene il ricongiungimento della famiglia a Ponza. Egli si rivela ben presto un confinato riottoso, classificato tra gli irriducibili. Partecipa ad alcune forme estreme di protesta, come quella contro il sequestro della corrispondenza non proveniente da familiari molto stretti. Scoppia così lo sciopero della corrispondenza. Millimaggi viene considerato tra i partecipanti «più pericolosi» (p. 70), assieme a Giorgio Amendola e ad altri esponenti di spicco dell’antifascismo confinario. La protesta sembra ottenere qualche risultato positivo, ma ordini tassativi dall’alto impongono alle autorità locali di non cedere ai rivoltosi. Un telegramma proveniente dal Ministero ordina l’arresto di tutti i partecipanti alla protesta (circa un centinaio).

Giovanni Millimaggi è, inoltre, destinatario di un ordine personale di arresto per non aver ottemperato agli obblighi del confino, in quanto, il 31 ottobre del 1933, «non rispondeva all’appello delle ore 11» (p. 71). Viene assolto da questa imputazione per insufficienza di prove. Seguono altre proteste dei confinati, determinate dal sopravvenuto divieto di prendere camere in affitto dai residenti locali e di gestire mense comuni, che vengono affidate d’imperio alla Direzione confinaria.

Nel 1935 Millimaggi viene arrestato per aver partecipato ad una protesta collettiva di 300 confinati e trasferito al carcere napoletano di Poggioreale per il processo. Anche qui le brande sono infestate da parassiti. Il Nostro viene condannato a 12 mesi. La pena viene successivamente ridotta a 8 mesi.

Il 26 ottobre 1935 Millimaggi rientra a Ponza e ottiene il ricongiungimento della famiglia. Si rinsalda l’amicizia con Giorgio Amendola, che gli presenta Sandro Pertini. Il rapporto d’amicizia si estende alle famiglie. Maria Cristina Millimaggi, moglie di Giovanni, e Germaine Amendola, moglie di Giorgio, si frequentano anch’esse.

Il 29 dicembre 1936 Giovanni Millimaggi, mentre si trova a Messina, dove viene accompagnato per far visita alla figlia maggiore, gravemente ammalata, viene raggiunto dalla comunicazione che ha finito di espiare il confino inflittogli nel 1933. Ma viene inserito nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze.

A Messina il Nostro riprende l’esercizio della professione di avvocato e i contatti con gli amici antifascisti. Partecipa alle loro riunioni clandestine. In occasione della visita del duce in città, Millimaggi viene condotto cautelativamente in carcere, come prevede la normativa precauzionale che lo riguarda.

Le sue disavventure non finiscono qui. Il 16 giugno 1937 egli viene accusato di attività disfattista e di aver festeggiato il Primo Maggio. Dopo essere stato trasferito nelle carceri cittadine, viene assegnato ad altri quattro anni di confino a Ponza, dove arriva il 4 agosto. Nel 1938 viene accusato nuovamente di aver festeggiato il Primo Maggio e condannato a due mesi di reclusione da scontare nel carcere mandamentale dell’isola.

Il 30 settembre 1938 Millimaggi viene trasferito da Ponza ad Amantea, in Calabria. Anche qui viene raggiunto dalla famiglia. Egli fa propaganda contro la guerra, scoppiata nel 1939, e viene trasferito a Spezzano della Sila. Qui abita nella villa messa a disposizione sua e della famiglia dall’avvocato Fausto Gullo, antifascista calabrese, già deputato nel 1924, la cui elezione venne revocata dal fascismo, e, nel secondo dopoguerra, più volte eletto in Parlamento e nominato anche ministro, varando importanti riforme a favore dei contadini.

Per altri atti di disobbedienza e per scontri con le autorità confinarie, determinati da provocazioni delle stesse nei confronti suoi e di familiari, il 10 ottobre 1940 viene trasferito a Carolei, che rappresenta il periodo di regime confinario più duro per lui, a causa della sua propaganda palese contro la guerra e le sue conseguenze disastrose per il popolo italiano.

L’effetto inevitabile di questo comportamento oltraggioso nei confronti del regime è l’ennesimo trasferimento, questa volta a Venosa, in Basilicata.

Il 15 giugno 1941, in coincidenza con la fine di assegnazione al confino, egli viene prima trattenuto a Venosa come «internato» e poi trasferito, nel 1942, come «sovversivo pericoloso», a Lagonegro (p. 123), sempre in Basilicata. Alla fine dello stesso anno, viene autorizzato a tornare a Messina con il resto della famiglia. Intanto, le condizioni di salute della moglie Maria Cristina si sono aggravate, tanto da determinarne la morte.

L’ulteriore trasferimento previsto a Ventotene, il 22 gennaio 1943, viene revocato, a causa dell’età avanzata, e Millimaggi viene immediatamente liberato, anche se pesa ancora a suo carico un provvedimento di ammonimento.

L’attività intellettuale e politica di Giovanni Millimaggi continua instancabile. Riprende l’attività forense, alla quale affianca quella di docente di Diritto presso l’Istituto Nautico «Caio Duilio» della città.

Egli si accosta da comunista alle idee indipendentiste. Nel marzo del 1943 i figli Libero e Spartaco danno vita al «Movimento Sicilia Libera», d’ispirazione antifascista e repubblicana, che, differenziandosi dal separatismo, prospetta l’ipotesi di una Sicilia indipendente all’interno di una confederazione di Stati. Al movimento, oltre a Giovanni Millimaggi, aderiscono personaggi di spicco della politica messinese, come Umberto Fiore, anch’egli antifascista e comunista. Ma il raggruppamento politico si presenta composito, a causa delle diverse idee politiche dei partecipanti, e, conseguentemente, frammentato. L’idea comune di una Sicilia indipendente, evidentemente, non basta come cemento unitario. Inoltre, esso viene ostacolato dagli anglo-americani, che entrano in Sicilia nel luglio del 1943 e che, dopo aver pensato di esercitare un protettorato speciale sull’isola o, addirittura, ad un’annessione, come cinquantunesima stella degli Stati Uniti, con il sostegno, neanche tanto paludato, della mafia, che favorisce il loro sbarco, si convertono all’idea dell’accorpamento della Sicilia allo Stato italiano, in un rapporto di vassallaggio nei confronti del padrone d’oltreoceano.

Il «Movimento Sicilia Libera» è costretto, dunque, a sciogliersi. Nel 1944 Giovanni Millimaggi fonda il Partito comunista siciliano, che pubblica, il 1° gennaio dello stesso anno, un numero unico, «L’Indipendenza Siciliana», che enuncia il programma: «quello del popolo siciliano che vuole decidere il proprio destino» (p. 130). Questo programma viene ulteriormente precisato in un documento emesso in occasione della visita a Messina della Commissione Centrale Sovietica, che il gruppo dirigente del Partito comunista siciliano non può incontrare, a causa del veto posto dal Partito comunista italiano, rappresentato da Umberto Fiore.

Si legge in questo documento programmatico: «I comunisti siciliani lavorano per la costituzione di una Repubblica siciliana indipendente e democratica, la quale permetta la formazione, con lo sviluppo industriale dell’isola, di un proletariato allineato con il proletariato internazionale per le comuni lotte, le comuni conquiste» (p. 131).

Successivamente il Partito comunista siciliano confluisce nel MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), fondato da Andrea Finocchiaro Aprile, avvocato, giurista, docente universitario di Storia del diritto, già sottosegretario del governo Nitti, eletto parlamentare all’Assemblea Costituente.

Giovanni Millimaggi ricopre un ruolo di rilievo nel MIS, tanto che nel primo Congresso Nazionale, svoltosi a Taormina il 20 ottobre 1944, che definisce le linee guida del movimento, si vede assegnata una delle relazioni centrali sul tema: «Organizzazioni economiche e proletarie aderenti al movimento» (p. 133).

Nel 1946 il Partito comunista siciliano si scioglie e molti dei suoi componenti rientrano nelle file del Pci messinese, iscrivendosi soprattutto alla sezione «Antonio Gramsci», una delle più attive della città dello Stretto.

Giovanni Millimaggi, alle elezioni amministrative dello stesso anno, viene eletto consigliere comunale proprio nelle liste del Pci che, con 7.582 voti, ottiene il 15,36% dei suffragi, collocandosi al quarto posto, dopo l’exploit del Movimento dell’Uomo Qualunque (31% dei voti), i partiti conservatori (Pli e Pdl) e la Democrazia cristiana.

Ben presto emergono, però, i contrasti di Millimaggi con il gruppo dirigente della federazione del Pci messinese che portano alla sua espulsione, assieme ad un altro consigliere comunale, nel maggio del 1947, motivata con l’accusa di «frazionismo». Ancora una volta, emerge la componente libertaria del pensiero comunista di Giovanni Millimaggi, che non può essere imbrigliata col «centralismo democratico», che diventa «centralismo burocratico», cioè asservimento del partito al volere di un gruppo di burocrati che si sostituiscono, come élite dominante, al corpo complessivo rappresentato dagli iscritti e dai simpatizzanti, che finiscono per essere privati di ogni potere decisionale.

Giovanni Millimaggi chiede invano un’inchiesta al vertice nazionale del partito sulla sua espulsione e sul modo di operare in generale del gruppo dirigente della federazione messinese, facendo leva sulla propria storia e sul proprio prestigio di vecchio combattente e perseguitato antifascista.

Così completa il suo mandato consiliare fuori dal partito. Muore una mattina di agosto del 1953. Al funerale partecipa una folla numerosa e commossa, che rende omaggio al combattente coraggioso e sempre coerente con le proprie idee di comunismo libertario.

Oggi non basta fermarsi al ricordo di una figura limpida che appartiene al passato. Molti spunti di riflessione ci vengono dal pensiero e dall’opera di Giovanni Millimaggi. Il suo libertarismo e il suo antidogmatismo ci offrono degli elementi per capire la crisi, prima, e il tracollo, poi, dei regimi comunisti dell’Est europeo, che sono stati vittime del burocratismo, dopo la grande fase ideale della rivoluzione, sotto la guida di Lenin e di Stalin, alla quale è seguita la rivincita dell’apparato burocratico, propiziata dall’avvento al potere, nello Stato sovietico e nel partito, di Krusciov, che ha tolto ogni slancio ideale al sistema comunista.

Anche la soluzione indipendentista prospettata da Giovanni Millimaggi merita di essere analizzata e discussa, senza pregiudizi, alla luce degli effetti nefasti del regionalismo burocratico che è prevalso di fatto, in quanto alla Costituzione formale si è sostituita una Costituzione materiale, che l’ha stravolta.

Giustamente Ludovico Geymonat (La civiltà come milizia, Città del Sole, Napoli, 2008) ha rilevato che lo stesso Togliatti ha contribuito a questo stravolgimento con l’amnistia, concessa come Guardasigilli nel governo di unità nazionale formatosi in Italia nell’immediato secondo dopoguerra, che ha lasciato al loro posto i burocrati dell’epoca fascista, che hanno perpetuato i loro metodi e i loro vizi.

Ma lo stesso impianto regionalista in sé è discutibile. Occorre domandarsi se non fosse stato meglio dare all’Italia, sin dall’inizio, un impianto federalista, come proposto da Carlo Cattaneo in contrapposizione a Cavour, che ha imposto l’unità d’Italia sotto il dominio sabaudo, annettendo il Meridione in condizioni di inferiorità.

Anche Gramsci era un convinto federalista, così come Emilio Lussu, Carlo Levi e Silvio Trentin. Naturalmente, costoro erano portavoce di un federalismo di stampo socialista, solidaristico, che nulla ha a che fare con il federalismo egoistico di Bossi e poi di Salvini, che viene portato avanti dopo che il Sud è stato dissanguato delle sue risorse dal Nord, dove l’industrializzazione si è fatta con i soldi di tutti, riservando al Meridione l’offa dell’assistenzialismo e il ruolo di mercato di sbocco dei prodotti industriali provenienti dalle regioni settentrionali e centrali. E allora il pensiero di Giovanni Millimaggi s’inserisce in questo filone fecondo della sinistra italiana, del comunismo e del socialismo non burocratizzati.

Va approfondita anche l’adesione del Partito comunista siciliano di Millimaggi al Movimento indipendentista siciliano di Andrea Finocchiaro Aprile. E’ un’immagine riduttiva e deformante quella che si offre dell’indipendentismo siciliano come succube della mafia. Esisteva una forte componente di sinistra del movimento, rappresentata da uomini come Antonio Canepa, docente universitario di dottrine politiche, capo dell’esercito separatista (Evis), morto in circostanze misteriose, in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, non si sa fino a che punto casuale, come Antonino Varvaro, che poi sarà eletto all’Assemblea regionale siciliana nelle file del Pci, e come lo stesso Giovanni Millimaggi, le cui idee comuniste sono indiscutibili.

Persino Andrea Finocchiaro Aprile, in un discorso pronunciato all’Assemblea Costituente il 19 luglio 1946, delineò una prospettiva rivoluzionaria di tipo social-comunista per la Sicilia.

Il pensiero e l’opera di Giovanni Millimaggi sono, dunque, ancora fecondi e meritano di essere studiati ed approfonditi.

:: Il rumore del ghiaccio di Peter May (Einaudi 2023) a cura di Valerio Calzolaio

24 novembre 2023

Scozia, Kinlochleven e Glasgow. Novembre 2051. In gaelico loch è lago, kin è testa. Da oltre sei anni la minuta giovane meteorologa Adele Addie Brodie, lunghi capelli castani e maliziosi occhi dolenti, vive in quel piccolo insediamento a un capo del Loch Leven, bacino glaciale sotto le alte montagne scozzesi Mamores; in mezzo alle tempeste di gelo gestisce varie piccole stazioni meteorologiche; si è sposata con il 30enne agente di polizia Robert Robbie Sinclair; risiedono appartati con il figlio Cameron. I cambiamenti climatici hanno ormai già prodotto il Grande Cambiamento: lì prima i punti dove la neve durava a lungo erano diventati sempre più rari, quasi scomparsi circa trenta anni addietro; ora sono ricomparsi e in aumento anche durante i mesi estivi, la neve alterna scioglimenti e ricongelamenti fino a diventare dura come il ghiaccio e impenetrabile alle temperature estive. Lei soffre di depressione e un giorno scopre addirittura un cadavere maschile a testa in giù e incastonato nel ghiaccio, urla. Non che il padre detective Cameron Cam Iain Brodie (aprile 1996) stia meglio a Glasgow: l’ecosistema metropolitano è parimenti sconvolto dalle acque e a lui è stata appena confermata una diagnosi di malattia terminale (cancro alla prostata, metastasi in espansione). Con la figlia non si sentono da tempo immemorabile: lei è fuggita lontano convinta che fosse lui a tradire la madre Mel morta suicida, mentre era esattamente il contrario. A Brodie propongono di andare a indagare sull’omicidio: prima rifiuta, poi decide d’improvviso di correre un’ultima volta incontro al proprio destino, lascia il bravo collega Tiny e parte per quelle aspre lande quasi spopolate. Affronterà un’intricata catena di uccisioni, la vittima era il giornalista Charles Younger e forse aveva scoperto qualcosa di “scottante” sul governo in carica.

Il nuovo bel romanzo dell’ottimo giornalista e scrittore scozzese Peter May (Glasgow, 1951) è ambientato tra circa trent’anni in mezzo ai ghiacci che potrebbero ricoprire quelle Highlands. La narrazione è quasi fissa su Cameron padre, colmo di ricordi e rimpianti, alternando il tempo al passato in terza persona nel 2051 e il tempo al presente in prima persona nel 2023 o nel 2040, talora in terza adesso su Addie. Si tratta insieme di un noir, un’indagine con molte sorprese e morti oltre a complessi risvolti politici e sociali (d’altra parte, le elezioni sono proprio imminenti), e di speculative fiction (cara a Margaret Atwood), la descrizione plausibile dei futuri effetti dei cambiamenti climatici antropici globali in corso su ecosistemi e migrazioni (sulla base degli scenari scientifici oggi lucidamente disponibili). L’ultima (saggia) trovata degli ecologisti è una replica della testimonianza resa davanti a un comitato del Senato statunitense dal famoso scienziato Carl Sagan nel 1985 (citato anche in esergo): “gli effetti dureranno più di una generazione…”! Tra qualche decennio le tecnologie saranno certo migliori e pervasive, con le macchine si potranno fare molte più cose; nel contempo, è probabile che mancheranno spesso beni essenziali, abiotici come l’elettricità e biotici come il diritto di restare o la libertà di movimento. Brodie ascolta i titoli in tv: “Le Nazioni Unite riferiscono che le guerre sull’immigrazione scoppiate in Nord Africa hanno raggiunto un punto di svolta. Il numero dei migranti sta per schiacciare le difese nazionali…” E Glasgow è sott’acqua. Quando si erano conosciuti Mel aveva detto a Brodie che il proprio nome era stato scelto dalla madre a causa di due delle Spice Girls, proponendo poi di chiamare la loro figlia come la cantante preferita: Adele. Birra, whisky, gin, qualsiasi cosa pur di alleviare un poco e per poco il dolore mentale (lì non c’è e forse non ci sarà il Varnelli).

Peter May è nato a Glasgow nel 1951. L’isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume della trilogia ambientata sull’isola di Lewis che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L’uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L’uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero, nel 2020 Lockdown, e nel 2023 Il rumore del ghiaccio. Nel 2018 per Einaudi è uscita nei Super ET la Trilogia dell’isola di Lewis.