Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Annabella Abbondante – Il passato è una curiosa creatura di Barbara Perna (Giunti 2024) a cura di Patrizia Debicke

24 febbraio 2024

Con attacco quasi natalizio da manuale, che precede di poco un delitto, anche quello da manuale,
Barbara Perna dà il via al suo terzo serial con le avventure della sua morbida giudice Annabella Abbondante (cognome parlante come un tempo gli stemmi gentilizi .)
Dunque siamo a Pianveggio, paese di fantasia della provincia lucchese ma grandino visto che è dotato di tribunale, è in arrivo il Natale e ormai è diventata una tradizione che l’amica giornalista Alice, e il commisario Nicola Carnelutti aiutino Annabella a fare l’albero. Risultato: un amalgama variopinto, luminoso e incasinato, che offre spazio alla presenza di ogni persona importante della vita della padrona di casa, rappresentata da una diversa pallina colorata. Ci sono quella dei genitori, della sorella, degli amici più cari tra cui naturalmente anche Tano, il suo primo amore forse mai dimenticato, che aveva promesso una visita, ma non si fa vivo. Oddio sparire è sempre stata la sua specialità ma con i giorni che passano e nessuno, manco la famiglia, madre e padre, ha più avuto sue notizie, la faccenda di fa seria e un tantino preoccupante. Insomma Annabella sta in pensiero, soprattutto dopo che una donna, tale Rosaria de Stefano che pare quasi la sua gemella, è passata in tribunale a cercarla e a lasciarle un cellulare con una scheda prepagata e un foglio con il suo numero di telefono, pregandola di consegnare tutto a Tano. Ma quel benedetto uomo continua a latitare, nonostante che anche dalla prefettura di Napoli lo stiano cercando. E la faccenda morde talmente Annabella da spingerla a impegnarsi immediatamente per rintracciare la sua sosia . Lei dovrebbe essere ancora a Pianveggio, non ha lasciato indirizzo ma basta dare incarico a Paolo “Dolly”, il suo fido cancelliere, di setacciare hotel e locande…
Ecco e.. voila! Perché è evidente che Annabella Abbondante curiosa come una scimmia e lanciata su una pista come un segugio andrà subito a cacciarsi in un pasticcio grosso come una casa. Un pasticcio che la costringerà a impetrare l’aiuto di Ferruccio il PM fiorentino con il quale Annabella ha già intrecciato una relazione ancora in fieri per l’inquieta nostalgia di Tano e, per suo tramite ohimè anche l’aiuto, che sa già più peloso, del procuratore e vecchio compagno di liceo Sergio Massi delle Case. La faccenda va di fretta e infatti zac, con un colpo da teatro Barbara Perna ci ha già proiettati, mani e piedi, nel vivo dell’azione. Un’azione che fin dall’inizio si focalizzerà sulla drammatica sparizione di Tano, diciamo un protagonista o meglio un coprotagonista ‘invisibile”.
Intanto ci sarà una sua telefonata con un messaggio senza testo né firma e invece solo una poesia di Emily Dickinson che parla di Verità . E Annabella sa che quel messaggio può venire solo da lui. Intanto quel messaggio vuole dire che almeno sta bene ed è vivo. Ma anche, visto che la poesia parla di verità, che le chiede di cercarlo…
Quel messaggio quindi darà il via ad altri tanti e successivi, una catena o meglio una vera e propria caccia al tesoro, un susseguirsi di piccoli oscuri indizi per inviduare l’obiettivo. E la necessità di sbrogliare i tanti indovinelli da lui seminati per lei come Pollicino costringerà Annabella prima a farsi dare le ferie arretrate, poi a lasciare Pianveggio per Natale con per meta Piano di Sorrento, parte centrale della penisola sorrentina sulla costiera amalfitana, un paradisiaco scenario arricchito da un trionfo di colori e sapori, sulle tracce di Tano con per principale filo conduttore il loro comune passato. Perché solo lei pare sia in grado di sbrogliare il mistero celato nella sua scomparsa ma anche perché solo ritornando sulle tracce del passato, sarà in grado di sentirsi padrona di scegliere il suo presente, e darsi nuove possibilità. Un viaggio il suo dunque per tornare al passato, ma che le consentirà di guardare al futuro.
E quindi via verso Piano di Sorrento dove, anche a Natale , non pare sia inverno, dove Annabella è nata, dove vive ancora parte della sua meravigliosa e caoticamente avvolgente famiglia e dove anche Tano è nato e cresciuto. E dove l’attende perfettamente restaurata la sua vespa rossa, fedele compagna dei tempi delle superiori. Non le resta che salire in sella per riscoprire la magica ambientazione esibita dalla costiera sorrentina, con il Vesuvio sullo sfondo e i tornanti del promontorio di San Pancrazio. Ma Annabella non sarà sola perché anche i suoi amici, pur a distanza, non le faranno mai mancare il loro sostegno, con telefonate, videochiamate e messaggi e soprattutto, ci sarà il costante, affettuoso avanti e indietro di Ferruccio Landi, il PM di Firenze.
E ci sarà la sua famiglia con le fastose tavolate natalizie ricche di pietanze, al Limoneto, con gli inimitabili sapori dei piatti tipici della tradizione (non si possono descrivere tutte le squisitezze ma impossibile tacere la famosa pastiera della zia Prudenza).
Non solo perché tanti altri personaggi calcano la scena in questa terza avventura e più in particolare tutta un ventaglio di figure femminili.
Alle prime pagine incontreremo Rosalia, quasi una sosia di Annabella; poco dopo Perla Argirò, giornalista di spessore nazionale che colpisce Annabella e la costringe ad accettare uno scambio di idee. Poi la bella PM Gea Imposimato, sostituto procuratore a Massa Campana, che con il suo lavoro a fianco di Landi la farà un tantino ingelosire. Senza dimenticare Dolly 2, cugina di Paolo, il suo cancelliere al tribunale di Pianveggio, come lui valida e molto in gamba.
Ma tra tutte primeggia, anzi svetta, nonna Angela, che sa e conosce sua nipote meglio degli altri.
Un romanzo questo, Annabella Abbondante, il passato è una curiosa creatura, ben costruito, divertente e che mantiene sempre un vivace ritmo narrativo non scevro di continua suspence. Ormai conosciamo la nostra giudice civile morbida, prosperosa in lotta con i suoi riccioli ribelli schiva di una dieta che la vede perennemente sconfitta, caffè dipendente e inguaribile per la sua incontrollabile curiosità. Ma una colonna portante per la capacità di ridersi addosso, di percepire la verità e quindi saper andare a fondo nelle cose e per la sua “capa tosta” che la porta a non conoscere ostacoli. Come ci dà gusto ritrovare gran parte dei personaggi, già ben inquadrati nei precedenti romanzi ma forse meglio delineati, meno macchiettistici, insomma cresciuti e migliorati in questa nuova storia.
Una storia sempre movimentata, stuzzicante e intrigante benché a conti fatti stavolta si tratti soprattutto di un’indagine personale, ingrata, che andando a incrociare confini legati alla segretezza del paese, diventa più seria e pericolosa del solito, ma neppure stavolta Annabella, si tirerà mai indietro. Ragion per cui un bell’applauso brava alla sua autrice perché con questo romanzo, il terzo dedicato alla sua giudice per me, ha realizzato il migliore della serie.

Barbara Perna vive e lavora a Roma. Ci tiene a precisare che però lei è partenopea, nata a Napoli il 6.9.69 (avete letto bene). Il superamento del Concorso in Magistratura nel 1998 le ha brutalmente stroncato una (forse) brillante carriera come attrice teatrale comica. Ha svolto il ruolo di giudice tuttofare un po’ in giro per l’Italia ma il suo cuore è rimasto in Toscana nel piccolo Tribunale di Montepulciano dove ha lavorato per cinque anni prima di trasferirsi a Roma. Scrive per passione, lavora per dedizione, legge per autodifesa. E viaggia molto, soprattutto con la mente. Per Giunti ha esordito con il romanzo Annabella Abbondante. La verità non è una chimera (2021) pubblicando poi Annabella Abbondante. L’essenziale è invisibile agli occhi (2022) – vincitore del Premio NebbiaGialla 2023 – e Annabella Abbondante. Il passato è una curiosa creatura (2024).

:: Come un fiore di ciliegio nel vento di Etsu Inagaki Sugimoto (Giunti 2024) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2024

Come un fiore di ciliegio nel vento, titolo originale A daughter of the Samurai, è l’opera letteraria più conosciuta di Etsu Inagaki Sugimoto (1874-1950), un memoir ricco di fascino e poesia che raccoglie i ricordi di una donna straordinaria che ha vissuto tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’epoca di passaggio tra la fine del Giappone feudale e la modernità dell’Occidente con le sue libertà e la sua intraprendenza. Etsu nacque a Nagaoka nel profondo nord del Giappone, caratterizzato da inverni molto rigidi e nevosi in una famiglia di samurai di alto rango e visse la crisi di quel mondo e l’affacciarsi alla modernità. La rigida educazione impartita dal padre, temprata dalla dolcezza e dalla forza di carattere trasmessa dalla madre, le permetteranno di attraversare l’oceano e andare in sposa giovanissima a un amico del fratello trasferitosi negli Stati Uniti. Dal matrimonio con Matzuo Etsu avrà due figlie, Hanano e Chiyo, di cui dovrà occuparsi da sola alla morte del marito e al suo ritorno in Giappone come umile vedova. Ricco di aneddoti, ricordi, leggende buddiste e shintoiste e tocchi di vera poesia caratterizzata dal grande amore per la natura del popolo giapponese, questa autobiografia ci svela una cultura per molti versi ancora misteriosa fatta di riti, consuetudini e tradizioni, dove i sentimenti non sono meno autentici solo più velati e accennati e sorretti da un rigore morale che fa sempre prevalere il dovere e l’accettazione a regole e dettami alla propria individualità. Il culto degli antenati, gli insegnamenti di Confucio impartiti da un bonzo non impediscono a Etsu di diventare cristiana e abbracciare la nuova religione venuta dall’Occidente. Sintesi perfetta dell’incontro di due mondi la sua vita ci testimonia quanto Oriente e Occidente siano fatti per comprendersi e completarsi a vicenda. Oltre che per il valore storico anche il pregio letterario e artistico fa di questo romanzo autobiografico straordinario un’opera forse unica. Uscito nel 1925 a New York, arriva per la prima volta oggi in Italia tradotto da Roberta Zuppet.

Etsu Inagaki Sugimoto nasce in una famiglia di samurai all’indomani dell’era Meji, che vede il Giappone aprirsi al resto del mondo dopo secoli di isolamento. Ha ventiquattro anni quando un matrimonio combinato la porta negli Stati Uniti: è l’inizio di una nuova vita, lontana da tutto ciò che poteva immaginare, che la giovane donna affronta con grande determinazione. Nel corso degli anni Etsu comincia a scrivere articoli sul Giappone, prima per i giornali locali di Cincinnati, poi per il magazine Asia. Dopo aver trascorso un altro periodo nella sua terra natale, decide di stabilirsi definitivamente a New York, dove diventa docente di lingua e cultura giapponese presso la Columbia University. La sua opera più famosa resta A Daughter of the Samurai (1925), un classico della letteratura femminista qui proposto per la prima volta in Italia.

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:: Sotto le mura di Gerusalemme di Tano D’Amico (Mimesis 2024) a cura di Giulietta Iannone

21 febbraio 2024

Parole e immagini per raccontare il popolo palestinese sotto le mura di Gerusalemme. Il volume raccoglie gli scatti di Tano D’amico e i versi di Mahmud Darwish, Najwan Darwish, Raymonda Hawa Tawil, Yousef Al Mahmoud, Salma al Khadra al Giayyusi, Tawfiq Zayyad, e alcuni scritti di Tano D’Amico. Foto in bianco e nero di grande suggestione dove sono ritratti soprattutto bambini nelle loro faccende quotidiane, a scuola, mentre giocano, in compagnia delle loro madri. Alcuni sorridono tra le macerie o fanno il segno di vittoria, altri osservano muti lo sfilare di un funerale. C’è Versetti bambina che sorride alla macchina fotografica di cui la tragica storia forse apprendiamo per la prima volta, c’è una ragazzina coi fratellini e l’aria adulta. Sotto le mura di Gerusalemme di Tano D’Amico, Mimesis edizione ci ricorda che i bambini ci guardano e saranno gli adulti di domani sempre che gli consentiamo di crescere.

Tano D’Amico, forse il fotografo più amato dai movimenti che per più di mezzo secolo hanno lottato per dare un volto nuovo al nostro Paese, ha realizzato, tra gli altri, reportage in Palestina, Grecia, Irlanda, Germania, Svizzera, Spagna e Portogallo. Con Mimesis ha pubblicato Fotografia e destino (2020), Misericordia e tradimento (2021), Orfani del vento (2022). 

:: Mameli di Giulio Leoni (Rai Libri 2024) a cura di Patrizia Debicke

12 febbraio 2024

Per la serie evento di Rai Libri “Mameli”, primo volume della nuova collana di Rai Libri Canone inverso, di Giulio Leoni è ispirato alla serie evento di Rai 1:
Un grande romanzo storico, una drammatica vicenda per la felice penna di Giulio Leoni che ripercorre ed esalta la breve anzi brevissima vita di Goffredo Mameli, poeta e patriota , il giovane genovese che con il suo “Canto degli italiani” musicato da Michele Novaro e la partecipazione ai moti rivoluzionari per l’Unità d’Italia primeggia, tra i grandi testimoni del Risorgimento.
Ispirato a fatti veri, questo libro, una splendida fiction romanzata, ricrea e ripercorre la breve vita di colui che scrisse l’Inno che quasi cent’anni dopo, nel 1946 con la nascita della Repubblica italiana, sarebbe diventato inno nazionale.
Un’esistenza quella di Goffredo Mameli, vissuta molto intensamente, iniziata a Genova in seno a una bella famiglia che lo amava ma durata troppo poco.
Mameli infatti moriva in conseguenza di una ferita alla gamba, seguita da un’amputazione che non riuscì a impedire il dilagare della cancrena il 6 luglio 1849, in preda a indicibili sofferenze solo lenite dalle cure di mani amiche, mentre tentava invano di difendere la prima gloriosa repubblica romana.
Negli anni del primo Risorgimento, densi di sogni e di lotta per un’Italia unita, il giovane Goffredo Mameli, da ragazzo di fragile costituzione fisica era diventato il brillante e affascinante rampollo di una famiglia genovese, iscritto alla facoltà di legge dell’università genovese che frequentava disordinatamente, perché dotato invece di fantasia e grande predisposizione per la poesia.
Il suo idolo politico da giovanissimo, anche perché vecchio amico della madre, era l’eternamente in fuga da un esilio all’altro e infine rifugiato in Inghilterra Giuseppe Mazzini che era stato addirittura condannato a morte una prima volta dal governo sabaudo di Genova nel 1833 per la sua attività di cospirazione.
Ma a Genova la longa manu degli Agenti della Santa Alleanza vegliava per prevenire complotti e spinte repubblicane…
La prima ma importante storia d’amore di Goffredo Mameli contraccambiata per una coetanea, Geronima Ferretti, verrà ostacolata dalla famiglia marchionale della ragazza e finirà tragicamente. Lei infatti, costretta dalle pressioni e dalle rigide regole economiche e di status sociale che miravano a ben altro pretendente di un ragazzo sia pur di buona famiglia – con padre alto ufficiale di marina di nobiltà sarda e la madre Adelaide Zoaogli di antichissima schiatta dogale genovese ma finora senza posizione – , verrà costretta a sposarsi con un maturo e nobile corteggiatore e soltanto poche settimane dopo morirà (per il dolore?) in Austria durante il viaggio di nozze.
Superato lo choc, il giovane Mameli con l’appoggio del nuovo amico, Nino Bixio, entrerà in contatto con i movimenti libertari che, sull’esempio di Mazzini, si stanno organizzando per battersi per la causa. L’anima rivoluzionaria genovese, che pareva sopita, nel settembre 1846 riaccende gli animi di tanti patrioti in occasione della commemorazioni di Giovanni Battista Perasso (detto Balilla) che nel 1746 aveva innescato una rivolta con il lancio di un sasso contro alcuni soldati austriaci.
Goffredo Mameli è alla testa di quelle manifestazioni. Ha diciannove anni e l’anno dopo entrato a far parte di un’associazione da poco fondata, l’Accademia Entellica (poi detta più semplicemente l’Entelema), come già riportato scriverà versi su versi a sostegno della causa.
Nel frattempo il padre era salito sempre più in alto nella sua carriera : nel 1843 era entrato nel Consiglio d’ammiragliato mercantile, nel ’47 aveva avuto il comando della regia fregata San Michele, un incarico prestigiosissimo. Ma alla lunga l’attivismo politico del figlio finirà per tarpargli la carriera.
Dalle prime rischiose manifestazioni genovesi, Goffredo Mameli con Nino Bixio alla testa di un piccolo esercito di oltre trecento volontari cittadini, la Colonna Mantovana, prenderà parte a ventun anni nel 1848 all’insurrezione di Milano contro gli austriaci, alle gloriose Cinque Giornate durante le quali incontrerà Mazzini, e in seguito si aggregherà all’esercito piemontese. Ciò nondimeno nei mesi successivi Mameli e gli uomini da lui guidati con il grado di capitano si videro impegnati poco più che in inutili, sterili marce e la sconfitta piemontese, con l’Armistizio di Salasco, poneva fine alla loro avventura. Non restava loro che tornare a Genova.
La riapertura del fronte insurrezionale e il lancio del programma della Costituente a opera di Giuseppe Montanelli ridettero tuttavia vigore alla causa. Riorganizzata la Colonna mantovana e, lasciata Genova il 3 novembre, Goffredo Mameli si mise sulle tracce di Garibaldi che raggiunse in Toscana e seguì a Bologna aggregandosi come volontario alla sua Legione romana.
Pochi giorni dopo, la notizia della fuga di Pio IX a Gaeta li spingeva a portarsi a Roma dove, dopo la proclamazione della Repubblica romana, il 9 febbraio, secondo le direttive di Mazzini, Goffredo Mameli si affrettò a fondare un comitato per promuovere prima possibile la convocazione di una Costituente.
Ma meno di cinque mesi dopo l’intervento francese al comando del generale Oudinot cambiava bruscamente le carte in tavola e metteva fine al sogno repubblicano mazziniano. Pochi mesi dopo, infatti, il 6 luglio 1849, a neppure ventidue anni compiuti, Goffredo Mameli veniva ferito a morte sul Colle del Gianicolo nell’ultima disperata battaglia in difesa della Repubblica Romana.
In questo nuovo romanzo, liberamente ispirato ai fatti storici, Giulio Leoni ripercorre soprattutto la vita dell’uomo Goffredo Mameli.
Un nome diventato per tutti sinonimo di passione, libertà e coraggio.
Una trama intensa e suggestiva , quella di Leoni, che da grande romanziere tratteggia la personalità di Mameli mettendo in luce sia le basilari tappe fondamentali di personaggio pubblico legato alla Grande Storia , che lati meno noti e talvolta dolorosi di una eccezionale vicenda umana, che l’Italia ha consegnato al mito. Di un “ragazzo” che con il suo Canto degli italiani, oggi inno nazionale, ha saputo unire l’Italia “di voce in voce”. Ripercorrendo le tappe di una brevissima esistenza, ma nella quale brillarono l’amore, il coraggio e l’audacia della gioventù , il fuoco dell’amicizia , l’impetuosità della poesia e il desiderio di una patria libera e unita.

Giulio Leoni è uno degli scrittori italiani di gialli storici e di narrativa del mistero più conosciuti all’estero, grazie anche alla serie di romanzi dedicati alle avventure di Dante Alighieri (Dante Alighieri e i delitti della Medusa; I delitti del mosaico; I delitti della luce; Il manoscritto delle anime perdute; I delitti dei nove cieli. Un’indagine di Dante Alighieri; La sindone e il diavolo; L’ultimo segreto di Dante) tradotta in tutti i maggiori Paesi del mondo. Oltre al passato più remoto, i suoi interessi sono rivolti anche alla storia del secolo appena trascorso, soprattutto ai suoi aspetti meno conosciuti e controversi.

:: Notte di neve e sangue di Triona Walsh (Newton Compton 2024) a cura di Patrizia Debicke

2 febbraio 2024

Nella gelida notte di Capodanno sei vecchi amici si sono dati appuntamento a Inis Moor, un’isola al largo della costa occidentale color smeraldo dell’Irlanda.
Inis Moor è la più grande delle isole Aran, 3 isole irte, selvagge e rocciose poste a guardia dell’imboccatura della baia di Galway a circa 60 km dalla costa che conservano ancora intatta la loro sconvolgente bellezza naturale, la cultura celtica e la lingua: il gaelico.
L’isola più grande Inis Mor,con poco più di ottocento residenti e dove si trova un forte preistorico, Dún Aengus, seguita da Inis Oirr e Inis Meain. Inis Mor è nota anche per la sua perfetta piscina naturale rettangolare che sembra quasi tagliata da qualche gigantesco macchinario fantascientifico formatasi invece naturalmente per l’erosione dell’oceano. Sono stati i venti e le onde infatti a scavare questo meraviglioso fenomeno che il folklore irlandese ha soprannominato la Tana del serpente perché somiglia a un serpente avvolto nelle spire dentro la sua tana. Un splendida piscina, abbeverata da canali sotterranei che portano l’acqua dall’oceano e, benchè sia da evitare per i nuotatori inesperti per le sue pericolose correnti, viene frequentata in estate dai tuffatori che, avvalendosi di una piattaforma agganciata allo strapiombo, si lanciano dall’alto.
Sono passati dieci anni dal drammatico incidente la tragica morte in mare di Cillian, ferito e strappato dalla barca dalle onde durante un’ uscita di pesca invernale. Una sconvolgente disgrazia che li ha separati ma stavolta i sei superstiti, tra i quali è Cara, la bella rossa, sua vedova e madre dei suoi figli, hanno deciso di onorare l’anniversario sull’isola per ricordare almeno i tanti bei momenti trascorsi tutti insieme. E quindi i tre trasferitisi lontano: negli Stati Uniti Seamus, scrittore e sceneggiatore di successo, fratello di Gillian e in Inghilterra Ferdia, musicista e imprenditore discografico con Sorcha sua moglie, sono tornati a Inis Mor per riunirsi agli amici isolani: Maura, la bella rossa maestra d’asilo quasi una sorella per Cara e Daithì, insostituibile, costante e fraterna presenza per entrambe, proprietario e gestore del Derrane, l’unico pub e vero albergo dell’Isola. E proprio Cara sarà l’ultima a raggiungere il gruppo perché per il suo incarico di “Garda” agente di polizia, con il grado di sergente e unica autorità di controllo a Inis Mor , ha dovuto presenziare a una riunione di lavoro sulla terraferma e ha preso al volo l’ultimo traghetto.
Il mare era in già in tempesta e le previsioni annunciavano tempo pessimo con vento e neve per giorni. Non resta che sperare che non ci siano imprevisti ma intanto al suo arrivo deve subito scontrarsi con le stupide superstizioni che annunciano sfortuna e morte. Per la credenza popolare irlandese si dice infatti che quando un quadro cade dal muro: qualcuno morirà… E purtroppo si scoprirà troppo presto che potrebbe non essere solo una leggenda.
Intanto però gli amici l’aspettano e quindi bisogna dimenticare dubbi, stanchezza e festeggiare l’essere di nuovo tutti insieme.
A Cara non resta dunque, in barba al freddo e alla tormenta causa di guasti agli wi-fi e ben presto ohimè anche di interruzioni elettriche e telefoniche, che raggiungere con Daithí casa Flaherty, oggi di proprietà di suo cognato, il vecchio e ormai trascurato cottage di famiglia dove è previsto il raduno per quella sera. Ma Maura, l’amica, manca all’appello, lei e Daithì non l’hanno trovata quando sono passati a cercarla a casa sua e non li raggiungerà in seguito mentre fanno festa , bevendo tra chiacchiere e ricordi e una violenta tempesta di neve, ora dopo ora, rende sempre più difficili gli spostamenti. Insomma Maura sembra svanita nel nulla, anche se Cara sa che negli ultimi tempi era in contatto con qualcuno. E Maura, sempre molto riservata, non si era aperta neppure con lei, forse la sua migliore amica. Magari quella sera aveva meglio da dare e li aveva semplicemente bidonati?
Ma una telefonata dal continente che avverte di una chiamata anonima per segnalare la presenza di un corpo in fondo alla Tana del serpente, spedirà la mattina dopo alle otto, nonostante l’imperversare della bufera Cara scortata da Daithì alla scogliera e in basso, sfidando coraggiosamente il mare in tempesta, ricupereranno a fatica il corpo di una donna. Quello martoriato di Maura. Ma secondo le loro prime impressioni, poi confermate anche dal giudizio della dottoressa l’unico medico di servizio sull’isola, non si tratta di una caduta accidentale o di un suicidio: Maura è stata brutalmente assassinata. Ma chi può averla voluta uccidere e perché?
Nonostante il dolore per la perdita di una cara amica, Cara, dovrà cercare di raccogliere più indizi possibili prima dell’arrivo della polizia dalla terra ferma, senza aspettare che la neve si sciolga, le tracce vengano cancellate e la verità resti sepolta per sempre. E soprattutto dovrà farlo confrontandosi con un criminale che senz’altro ha già ucciso e magari potrebbe colpire ancora. Uno di loro dunque sarebbe l’assassino?
Il tempo sembra quasi volersi fermare, tornare macabramente sui suoi passi come per far riemergere intimi segreti che alcuni celavano perfino a se stessi. Possibile che esistano importanti legami resi immutabili dal tempo, o lesi da un diverso tempo, scavando dei profondi rancori?
Una piccola isola avvolta nel mistero, un’inarrestabile e accecante tormenta, un passato sepolto, e chissà un futuro mortale per tutta un intrigata storia in cui forse un cadavere potrebbe avere molto da raccontare.
Molto intensa e suggestiva l’ambientazione per una narrazione esaltata della potenza degli avvenimenti naturali ivi descritti.
In Irlanda un celebre detto sostiene che quando si sposa un isolano si sposa l’intera isola. A maggior ragione su queste piccole isole avamposti nell’oceano i nativi riescono spesso a trasformarsi in un’unica sentita essenza, in un qualcosa per cui la solitudine fa diventare indispensabile la partecipazione, la comunanza e la totale condivisione.
Molto interessante e ben interpretato dai vari personaggi il vivace contrasto tra paesaggio, lingua irlandese e antica cultura del paese.
Un thriller celtico ma anche tipicamente anglosassone che, a conti fatti, rimanda di continuo a certi aggrovigliati intrecci all’ Agatha Christie, pur facendo l’occhiolino al lettore suggerendogli più volte la soluzione riesce tuttavia a spronarlo e a coinvolgerlo fino all’ultima pagina.

Tríona Walsh. È una scrittrice irlandese, autrice di thriller e gialli ricchi di atmosfera e colpi di scena. Artista e graphic designer, si occupa anche dell’ideazione e realizzazione di copertine per diverse case editrici. Vive a Dublino con la sua famiglia.

:: Uscimmo a riveder le stelle – Vol 2 – Purgatorio a cura di Franco Nembrini e Gianluca Recalcati (Edizioni Ares 2023) recensione a cura di Giulietta Iannone

30 gennaio 2024

Uscimmo a riveder le stelleLa divina commedia raccontata ai ragazzi (e ai semplici di cuore) contiene tre volumi, i primi due Inferno e Purgatorio editi in cui Franco Nembrini racconta la Divina Commedia ai più giovani con un’edizione commentata e illustrata da Samuele Gaudio. Se l’Inferno ci parla di una dimensione di tormenti senza fine, con tutto l’orrore che rappresenta, il Purgatorio è la cantica della Misericordia e del Perdono. La salvezza è certa, bisogna ancora scrollarsi di dosso qualche zavorra per giungere alla presenza di Dio e alla gioia e felicità eterna del Paradiso. E’ la cantica della Speranza e dell’attesa, in cui si assapora la gioia del perdono e della volontà di ricominciare il cammino verso un Bene che si fa sempre più vicino e raggiungibile. Anche Dante è tormentato dal desiderio di sapere, di quella sete di conoscenza che solo l’acqua che la Samaritana ha ricevuto da Gesù può saziare. La sete di conoscenza, come la sete dei soldi solo in Gesù può trovare pace, e la pace del cuore sembra dirci la cantica ci attende scontato il giusto castigo. Come testo propedeutico allo studio della Divina Commedia è un testo utile sia ai ragazzi che in realtà a tutte le età, per rileggere pagine di profonda poesia e bellezza.

Franco Nembrini (Bergamo. 1955) si laurea in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano per poi iniziare a insegnare italiano e storia nelle scuole superiori. È tra i promotori della scuola libera “La Traccia” di Calcinate (BG), di cui è stato a lungo rettore. Dal 1999 al 2006 è stato presidente della Federazione Opere Educative (FOE), ha fatto parte del Consiglio nazionale della scuola cattolica, della consulta nazionale di pastorale scolastica della CEI e della commissione per la parità scolastica del Ministero dell’istruzione. Tra le sue pubblicazioni: Di padre in figlio (Ares), Alla ricerca dell’io perduto. L’umana avventura di Dante (Itaca), Dante, poeta del desiderio. Conversazioni sulla Divina Commedia (Itaca), tutte nate da incontri tenuti in Italia e all’estero (soprattutto in Spagna e nel mondo russo). Dal 2018 ha pubblicato per Mondadori, insieme a Gabriele Dell’Otto con prefazione di Alessandro D’Avenia, tre volumi a commento di “Inferno”, “Purgatorio” e “Paradiso” di Dante Alighieri.

Gianluca Recalcati (1986) è coordinatore didattico della scuola primaria “Marcello Candia” di Seregno (MB). Ha pubblicato il racconto per bambini I doni di San Nicola (Itacalibri 2020).

:: Cosa sognano i lupi? di Yasmina Khadra (Sellerio 2024) a cura di Valerio Calzolaio

22 gennaio 2024

Algeri. Anni Novanta. Dopo le elezioni politiche del 1992, l’aitante povero bel 20enne Nafa Walid, sognando di diventare prima o poi attore (ha fatto la comparsa), accetta un posto da autista per una famiglia potente, vive da schiavo, scopre l’arroganza e la violenza dei nuovi ricchi, assiste a crimini terribili e misfatti impuniti. Riprende a frequentare la moschea, viene affascinato da un gruppo di fanatici, diventa un fedele combattente e, presto, uno spietato assassino. Anni dopo, lo troviamo con i suoi uomini circondati da poliziotti, mezzi cingolati, tiratori scelti. La carneficina è in corso e ripensa alla propria vita, a come sia divenuto un convinto terrorista, a sognare da lupo le prede. Questo è l’incipit del grande romanzo “Cosa sognano i lupi?” di Yasmina Khadra, ex militare nato nel Sahara francofono, autore di ottimi romanzi noir, testimone dei conflitti algerini (qui affronta l’ultima fase del secolo scorso), pseudonimo femminile di Mohammed Moulessehoul (1955).

Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, è uno scrittore stimato e apprezzato nel mondo intero. Nato in Algeria nel 1956, reclutato alla scuola dei cadetti a nove anni, è stato ufficiale dell’esercito algerino. Dopo aver suscitato la disapprovazione dei superiori con i suoi primi libri, ha continuato usando come pseudonimo il nome della moglie. Nel 1999 ha lasciato l’esercito svelando così la sua vera identità e ha scelto di vivere in Francia. In Italia sono pubblicati molti dei suoi romanzi, tra cui i due noir Morituri (1998) e Doppio bianco (1999), e Quel che il giorno deve alla notte (2009), miglior libro del 2008 per la rivista letteraria «Lire» (adattato a film nel 2012). Con Sellerio: Gli angeli muoiono delle nostre ferite (2014), Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini (2015, 2022), L’ultima notte del Rais (2015), L’attentato (2016), dal quale è stato tratto il film di Ziad Doueiri, Khalil (2018), L’affronto (2021), Le rondini di Kabul (2021), Il sale dell’oblio (2022)  e Cosa sognano i lupi (2024).

:: La pittrice di Rennes di Alberto Mati (Ali Ribelli 2023) a cura di Patrizia Debicke

19 gennaio 2024

Estate 2022. Alla stazione ferroviaria di Rennes, lo splendido capoluogo della Bretagna, Alessandro Zocchi, quarantacinquenne toscano in viaggio con due amici, dopo aver comprato il biglietto del TGV per Parigi, nota una giovane donna apparentemente trentenne dai capelli rossi che gli volta le spalle davanti al tabellone delle partenze. Colpito dall’avvenenza della sua figura, esaltata dalla minigonna e dalla camicetta annodata sotto il seno, le scatta una foto e quando poi lei, nel raccogliere la borsa per dirigersi verso un caffè, perderà un foglietto di carta con scritto qualcosa, lo raccoglierà porgendoglielo e spiegandosi nel suo povero francese.
Ma proprio in quel preciso momento sarà piacevolmente colpito e affascinato nello scoprire che la ragazza parla un ottimo e musicale italiano, con un live accento appena valorizzato nelle erre, avendo studiato alle belle Arti di via Ricasoli a Firenze. Scoprirà infatti che la giovane musa incantatrice dai capelli rossi, Lorraine Lambery, che ha appena incontrato è diventata oggi una pittrice francese abbastanza conosciuta, dopo una lunga, difficile e tormentata carriera.
Lorraine si confida tranquillamente con lui, dichiarandosi apertamente lesbica ma con abitudini bisex. Cosa che stuzzica e intriga il toscano tanto più che tra loro due pare sia esplosa un’intesa sessuale immediata, pronta a trasformarsi presto in una tenera e stravagante liaison che si snoderà, attraverso itineranti e campagnole avventure bohémien ed incontri particolari, tra la Bretagna e Parigi.
La Ville Lumière, già, la rutilante capitale francese dove la sorte e l’incontro con una bella e conturbante archeologa bionda spagnola dagli occhi verdi, Isabel offesa e tradita dal fidanzato coinvolgeranno presto l’italiano in una sequela di altri, diversi e molto infuocati rapporti emozionali e fisici , descritti e spiegati con dovizia di particolari.
Un continuo mutare ed evolversi di inattese situazioni sorprendenti, in un turbine di avvenimenti spesso dagli aspetti simultanei che trascineranno Alessandro nella più difficile e azzardata confusione di passioni, costringendolo alla fine a optare per una scelta obbligata tra la bella rossa pittrice francese e la bionda e focosa archeologa catalana.
Un romanzo, La pittrice di Rennes che, più che il ritmo di un giallo assume la voluta suspence di ricercato e tenebroso romanticismo.
Un romanticismo che pare addirittura in certe descrizioni volersi avvicinare al decadentismo dannunziano per una storia a tratti lenta e subito dopo inquieta, incalzante, densa di amori complessi, libertini, nascosti ma anche esibiti , sullo sfondo di una splendida e accaldata Parigi estiva.
Una Parigi descritta alla perfezione tanto da assomigliare quasi in certe pagine a una dotta guida turistica che il toscano dovrà attraversare, visitare fino a conoscere e studiare nei più minuti particolari e segreti della sua antica intrigante storia e della sua millenaria cultura avvalendosi della archeologa spagnola.
Un storia intrigante che a tratti indugia, si sofferma, gioca con le parole, rappresenta l’incanto dei paesaggi, spiega la ripercussione e la bellezza dell’arte. Avvicina senza timore complessi temi storici, filosofici, vorrebbe creare poemi e ci prova senza vergogna…
Un love story inserita in una gita turistica, a tratti erotico sentimentale di tre amici toscani in Francia , per romanzo che a me richiama soprattutto il genere svagatamente sentimentale degli intrighi amorosi in certi film di Woody Allen.
Tracce che mi rimandano addirittura per certi aspetti e in certi momenti proprio al film : Vicky Cristina Barcelona e ben descrivono il tipico spaesamento o eccitazione del turista in terra straniera. Spaesamento e lassismo vacanziero che spesso riesce a provocare un mixer di reazioni che vanno dalla commozione alla noia, dallo stupore alla diffidenza. Le atmosfere inserite nel testo poi, quasi irreali e avvolgenti, contribuiscono ad un’euforia senza limiti al di là di quanto concesso dal raziocinio.

Alberto Mati, nato nel cuore della Toscana a Pistoia nel 1962, ha intrapreso un percorso professionale ricco e variegato. Dopo aver conseguito il diploma di perito industriale specializzato in meccanica, ha maturato una vasta esperienza lavorativa in diversi settori. Ha iniziato la sua carriera come impiegato tecnico in officine meccaniche, dove ha affinato le sue competenze pratiche. Successivamente, ha lavorato come progettista in una rinomata società d’ingegneria, mettendo a frutto le sue competenze tecniche e creative. Infine, ha assunto un ruolo di responsabilità come ispettore tecnico nella Polizia di Stato. Viaggiatore appassionato, ha esplorato ampiamente l’Italia, il Nordafrica e l’Europa, sia per motivi di lavoro che per piacere. Queste esperienze di viaggio hanno arricchito la sua visione del mondo e hanno influenzato la sua scrittura. Ora, Alberto si avventura nel mondo della letteratura con il suo primo romanzo, La pittrice di Rennes. Questa nuova sfida rappresenta l’ultima tappa di un percorso di vita ricco e stimolante, e non vediamo l’ora di scoprire dove la sua penna lo porterà.

:: Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan, Robert Louis Stevenson- James Matthew Barrie (Lorenzo de’ Medici Press ,2024) A cura di Viviana Filippini

18 gennaio 2024

Quando ci approcciamo ad uno scrittore lo facciamo di solito leggendo i suoi libri, poi se ci incuriosisce e ci piace, ci addentriamo ancora di più nel suo mondo cercando di conoscerne la vita e, in alcuni casi, magari leggendo anche gli epistolari che l’autore o l’autrice tenevano. Questo oggi lo possiamo fare con Robert Louis Stevenson e James Matthew Barrie, entrambi noti per essere due importanti esponenti della letteratura scozzese, dei quali abbiamo a disposizione “Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan”, edito da Lorenzo de’ Medici Press. L’epistolario, tradotto per la prima volta in italiano da Priscilla Gaetani, è un vero e proprio viaggio in un frangente dell’esistenza dei due autori che, in realtà, non riuscirono mai ad incontrarsi di persona. L’inizio della corrispondenza tra Stevenson e Barrie risale al 1892 quando il primo era già nella isole Samoa e Barrie invece si spostava tra Kirriemuir e Londra e prosegue fino all’ottobre del 1894.  Quello che emerge è uno scambio di lettere tra due scrittori,  tra i quali ci furono da subito una profonda empatia e simpatia e che nei manoscritti (alcuni dei quali riprodotti anche all’interno del testo) si raccontarono un po’ di tutto, nel senso che si scambiarono pareri su libri scritti da loro e non solo, ma si muovevano liberamente nel commento delle loro vite e di quello che accadeva attorno.  Stevenson era noto per opere come “L’isola del tesoro” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, mentre Barrie, romanziere e drammaturgo, è passato alla storia grazie al suo personaggio di Peter Pan e basta pensare che di lui Robert Louis Stevenson disse:  “Io sono un artista, lui è un genio”. Nelle lettere sono  molti i nomi degli autori a loro contemporanei che vengono citati con le relative opere e produzioni, analizzati e commentati da Stevenson e Barrie, non solo maestri della penna, ma anche avidi lettori.  Presenti nelle lettere ci sono battute ironiche tra i due e anche uno sguardo alle rispettive famiglie descritte in modo così vivo e vivace che al lettore, durante la lettura, sembra di veder prendere forma una loro fotografia. Stevenson e Barrie erano entrambe scozzesi uniti, come si comprende, un legame tra loro molto profondo, tanto è vero che già dai primi scambi di scritti, si manifesta una forte e chiara la volontà del papà di Peter Pan di partire per Samoa e, ad un certo punto, questa stima è così forte che in una lettera di Barrie emerge tutta l’ammirazione e affetto verso Stevenson:  “Ad essere sincero,  ho scoperto (lo sospettavo da tempo) che vi amo, e se voi foste una donna… La vostra ultima lettera è la più magnanima che un uomo abbia scritto ad un altro uomo, ma mi lascia ancora un’emozione tale da continuare a starmene accovacciato accanto a voi piuttosto che starvi accanto in punta di piedi”. Purtroppo Barrie non partì mai, anche perché Stevenson morì a Vaillima, località delle Samoa nel dicembre del 1894, ma “Mio carissimo amico. Le lettere fra l’autore dell’Isola del Tesoro e il creatore di Peter Pan”, edito da Lorenzo de’ Medici Press è la testimonianza della dimensione umana ed emotiva di due grandi maestri della letteratura mondiale.

Robert Louis Stevenson (1850-1894) è uno scrittore dei grandi classici della letteratura di lingua inglese. Autore di romanzi come “L’isola del tesoro” e “Il Signore di Ballantrae” diede vita a racconti memorabili fra cui spicca “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Fu anche autore di storie ambientate nella Polinesia in cui trascorse gli ultimi anni della sua breve esistenza.

James Matthew Barrie (1860-1937), romanziere e drammaturgo, deve la sua fama imperitura alla creazione del personaggio di Peter Pan che, nella serie di romanzi e racconti a lui dedicati, rimane il suo massimo capolavoro. Scrisse altre raccolte di racconti per adulti e ragazzi.

Source: richiesto dall’autore. Grazie all’uffcio stampa 1A Comunicazione.

:: Vita di un ragazzo di Robert McCammon (Fanucci 2023) a cura di Emilio Patavini

16 gennaio 2024

Pubblicato a settembre per Fanucci, Vita di un ragazzo (A Boy’s Life) è l’ultimo titolo uscito in Italia dello scrittore statunitense Robert R. McCammon, autore di Baal, Hanno sete e Il canto di Swan e altri bestseller dell’orrore. Il romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 1991, si è aggiudicato premi prestigiosi come il World Fantasy Award e il Bram Stoker Award per il miglior romanzo. Dopo essere approdato in Italia nel 1992 con il titolo Il ventre del lago, è stato recentemente ritradotto per Fanucci da Francesco Vitellini.

Il romanzo è ambientato nel 1964 a Zephyr, cittadina fittizia dell’Alabama, lo stato radicato nel profondo sud degli Stati Unitiin una zona nota come Bible belt. La storia è raccontata in prima persona dal dodicenne Cory Mackenson, la cui vita cambia per sempre quando una mattina di primavera decide di accompagnare il padre durante il suo turno di consegna del latte prima di andare a scuola e vede una macchina sfrecciare davanti al loro furgone e precipitare nelle profondità del lago Saxon. Il padre di Cory, Tom, si getta prontamente in acqua per tentare di salvare il conducente, ma al suo posto trova il cadavere di un uomo ammanettato al volante, con un filo di rame attorno al collo e con tutti i segni di un evidente pestaggio. Le autorità, tuttavia, non riescono a risalire alla sua identità, e il mistero dell’uomo in fondo al lago continua a tormentare il sonno di Tom Mackenson e ad attirare la curiosità di Cory, che nel corso delle oltre cinquecento pagine del romanzo si ritrova così a ricomporre i pezzi di un complesso puzzle fino a un epilogo ad alta tensione. Ma questo mistero fa da sfondo a una quantità impressionante di avventure e sottotrame tragicomiche ambientate nella cittadina di Zephyr che presentano al lettore una varietà di personaggi che includono un predicatore invasato che si scaglia contro le diaboliche canzoni dei Beach Boys, il figlio dell’uomo più ricco di Zephyr che gira abitualmente nudo per la città, un anziano signore che si rivela un infallibile pistolero di nome Caramella Kid, un’arzilla centoseienne di colore nota come la Signora dotata di poteri medianici e persino un gruppo di membri del Ku Klux Klan. Le moltissime vicende raccontate potrebbero sembrare a tutta prima spezzoni slegati gli uni dagli altri, ma in realtà si armonizzano perfettamente. McCammon è un ottimo narratore, non c’è che dire. Il suo stile è scorrevole, sa essere al tempo stesso commovente e divertente, sa miscelare mistero e tensione narrativa.

Alcuni lettori hanno paragonato questo romanzo a It (1986) di Stephen King, ma a me ha ricordato maggiormente Ghost Story (1979) di Peter Straub, anche se non mancano momenti alla Bradbury, come l’atmosfera evocata dall’arrivo del circo o la malinconia di un’estate passata. Benché McCammon sia ricordato perlopiù come autore horror, Vita di un ragazzo è un thriller in cui la suspense è sapientemente costruita soprattutto a partire dalla seconda metà del romanzo, in cui la tensione comincia a crescere. Ma nel romanzo sono presenti numerosi echi di realismo magico, che non vengono presentati come episodi soprannaturali, ma come elementi – talvolta disturbanti – sospesi tra il mondo reale e quello della magia. D’altronde, come scrive il narratore nel Prologo, Zephyr è un «luogo magico» (p. 11), in cui può succedere che un nostro desiderio possa riportare in vita un amico fedele con conseguenze inquietanti (come nel celebre capolavoro del macabro La zampa di scimmia di W.W. Jacobs), che le strade siano percorse da automobili fantasma o che le acque del fiume Tecumseh ospitino davvero il Vecchio Mosè, una creatura che sembra vivere solo nella leggenda. McCammon potrebbe aver attinto alla prolifica tradizione del Souther Gothic per infondere tutti questi elementi preternaturali alla sua narrazione, ma quello che emerge con molta chiarezza è che il male vero non ha questa origine, non è una minaccia oltremondana giunta da un’altra dimensione, ma è opera dell’uomo, frutto del suo odio e della sua sete di sopraffazione.

Vita di un ragazzo è un romanzo che parla di amicizia e di crescita, ma anche del senso di perdita, di bullismo, razzismo e fanatismo religioso. Sono gli anni della guerra fredda, del Vietnam, della segregazione razziale e delle lotte per i diritti civili, gli anni dell’assassinio di Kennedy e dell’avvento del consumismo, gli anni dell’uscita de Il buio oltre la siepe (1960), romanzo che valse il Premio Pulitzer a una scrittrice dell’Alabama di nome Harper Lee. Tutti questi elementi di contesto storico e sociale vengono toccati dalla narrazione, ma sono filtrati attraverso il punto di vista di un ragazzo, Cory Mackenson, che è indubbiamente un alter ego dell’autore. Nato nel 1952 in Alabama (proprio come McCammon), Cory è un aspirante scrittore che si diletta a scrivere di mostri, cowboy e detective, legge legge la rivista Famous Monsters of Filmland di Forrest J. Ackermann e ama il cinema, tanto da tappezzare la propria camera di ritagli dei suoi idoli:

«A fissarmi c’erano il Fantasma dell’Opera di Lon Chaney, il Dracula di Bela Lugosi, il Frankenstein e la Mummia di Boris Karloff. Il mio letto era circondato da scene lunatiche in bianco e nero tratte da Metropolis, Il fantasma del castello, Freaks, The Black Cat e La casa dei fantasmi. La porta del mio armadio era un collage di bestie: l’Ymir di Ray Harryhausen che combatte contro un elefante, il ragno mostruoso che si avvicina furtivamente al protagonista di Radiazioni BX: distruzione uomo, Gorgo che attraversa il Tamigi, l’Uomo Colossale dal volto coperto di cicatrici, la coriacea Creatura della Laguna Nera e Rodan in pieno volo. Avevo un posto speciale sopra la mia scrivania, un posto d’onore, se volete, per il soave e bianco Roderick Usher di Vincent Price e il magro e assetato Dracula di Christopher Lee» (p. 182)

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Fanucci.

:: È difficile essere un dio di Arkadij e Boris Strugackij, a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos 2023) recensione a cura di Emilio Patavini

13 gennaio 2024

Uno dei primi esempi di fantascienza russa è l’utopia socialista Stella rossa (1908) di Alexandr Bogdanov, traduttore di Marx e rivoluzionario bolscevico, ma tracciando una breve storia di questo genere letterario possiamo citare anche il romanzo di ambientazione marziana Aelita (1922) del conte Aleksej Tolstoj (lontano parente del più famoso Lev), da cui venne tratto due anni dopo il kolossal diretto da Jakov Protazanov. Anche le opere del “Jules Verne russo” Aleksandr Beljaev rientrano in questo genere, così come Noi (1924) di Evgenij Zamjatin, romanzo fondamentale per il genere distopico, tanto che costituirà una notevole fonte di ispirazione per 1984 (1949) di George Orwell, o ancora, Cuore di cane e Uova fatali (1925), racconti “wellsiani” di Michail Bulgakov, l’autore dell’immortale capolavoro Il maestro e Margherita. Con la sua epopea spaziale La nebulosa di Andromeda (1957), Ivan Efremov è considerato uno dei padri della fantascienza sovietica. Ma sono i fratelli Arkadij (1925-1991) e Boris (1933-2005) Strugackij, attivi soprattutto tra anni ‘50 e ‘60, gli autori più letti e conosciuti della fantascienza russa. Nati a Leningrado e di famiglia ebraica, traduttore dall’inglese e dal giapponese il primo e astronomo e matematico il secondo, i fratelli Strugackij esordirono nel 1959 con La terra delle nubi cremisi e scrissero in coppia indimenticabili romanzi in cui la speculazione metafisica e la satira della burocrazia e del regime sovietico sono sapientemente coniugati. Della loro prolifica produzione è d’obbligo citare Picnic sul ciglio della strada (1972), da cui è stato tratto il celebre film Stalker (1979) diretto da Andrej Tarkovkij e scritto dagli stessi fratelli Strugackij. Nonostante il successo delle loro opere, i fratelli Strugackij non mancarono di scontrarsi con una critica ostile e soprattutto con le forche caudine della censura sovietica, che tagliò ed espurgò senza ritegno le loro opere (raccolte oggi in Russia in ben trentatré volumi) e li costrinse ad apportare «duecento umilianti correzioni» al testo di Picnic sul ciglio della strada o a dover riscrivere La favola della Trojka per poterla pubblicare, come ha ricordato Marco Respinti in un suo recente pezzo uscito su Libero. Anche È difficile essere un dio (Трудно быть богом, 1964) ha avuto una vicenda editoriale piuttosto travagliata, come racconta lo stesso Boris nella postfazione alla nuova traduzione integrale dal russo a cura di Diletta Bacci uscita a luglio per Marcos y Marcos, con prefazione di Paolo Nori.

Il romanzo è ambientato in un futuro in cui una missione di storici russi manda alcuni esploratori in incognito su Arkanar, un pianeta abitato da esseri umani che vivono in un’epoca storica grossomodo corrispondente al medioevo dell’immaginario collettivo: non un medioevo storico, dunque, ma un pastiche in cui gli autori fondono in un unico calderone astorico i moschettieri della Francia di Richelieu, la Santa Inquisizione e le angherie dei bravacci spagnoli dando vita a una società feudale dominata dall’arretratezza culturale, dalla superstizione religiosa, dalla sporcizia e dall’ignoranza. Calato in questa società al contempo aliena e familiare, il nostro protagonista Anton si trova a vestire i panni del nobile don Rumata, ma grazie al cerchio d’oro che porta sulla testa (in realtà una telecamera) può solo osservare e trasmettere le immagini alla Terra affinché siano studiate dagli storici del feudalesimo, ma senza poter intervenire in alcun modo per cambiare le cose. Egli tuttavia è il miglior spadaccino del pianeta e grazie alle sue avanzate conoscenze tecnologiche viene visto dalla popolazione di Arkanar come un dio. Ma di fronte alle ingiustizie sociali che piagano questa società rigidamente stratificata in ceti – con alla base della piramide «i contadini e gli artigiani, sopra di loro la nobiltà, poi il clero e infine il re» (p. 243) –, un uomo proveniente da un pianeta in cui il comunismo è divenuto realtà non può restare indifferente: i poveri sono vessati dall’oppressione dei più forti (i cosiddetti «squadristi grigi»), i nobili vivono nel vizio, gli intellettuali e gli scienziati (chiamati sprezzantemente i «divoratori di libri») vengono barbaramente perseguitati e uccisi – e in quest’ultimo aspetto, sembrano suggerirci i fratelli Strugackij, la vita sul pianeta alieno non sembra differire troppo dalla realtà quotidiana dell’Unione Sovietica. Tuttavia, nonostante sia parte di un esperimento sociale su scala planetaria e nonostante i suoi sforzi per salvare i «divoratori di libri» dal rogo, Anton non può che guardare con pessimismo alle sorti del pianeta: «Non c’è speranza, pensò. Non ci sarà mai forza sufficiente per strapparli dal solito circolo vizioso di inquietudini e idee. Potremmo dargli tutto. Potremmo sistemarli nelle più moderne case spettrosonore e insegnargli le procedure ioniche, e comunque la sera si riunirebbero in cucina, giocherebbero a carte e si sbracherebbero dalle risate per il vicino che viene picchiato dalla moglie. E per loro non ci sarebbe passatempo migliore» (p. 108).

Da un punto di vista stilistico, il romanzo si avvale di una scrittura lirica che indugia spesso in dialoghi filosofeggianti e in lunghi monologhi interiori e riflessivi e di un linguaggio particolarmente evocativo che talvolta rischia di appesantire la narrazione e rallentarne il ritmo, soprattutto nella prima metà del libro, mentre la parte finale è invece più incalzante e ricca di tensione.

È difficile essere un dio nasce come una riscrittura della trilogia di Dumas: un’avventura di moschettieri con intrighi di corte e duelli all’ultimo sangue, ma con l’aggiunta di «piscio e sporcizia medievale» (p. 274), come ricorda Arkadij nella sua postfazione al romanzo. Le cose cambiarono nel dicembre 1962, quando il presidente Chruščëv visitò una mostra d’arte al Maneggio di Mosca, e rimanendo inorridito dall’«astrattismo e il formalismo nell’arte» (p. 277) ordinò una stretta sulla letteratura e sull’arte. L’intelligencija – «tutti questi orribili figli di Stalin e di Berija, con le braccia sporche fino ai gomiti del sangue di vittime innocenti, tutti questi delatori latenti e dichiarati, furbacchioni ideologici e benefattori imbecilli» (p. 277), come li apostrofa Arkadij – si riunì, si scambiò opinioni e dichiarò che l’arte vera era quella impegnata, creata in nome dell’ideologia sovietica. «In breve tempo», ricorda sempre Arkadij, «l’ondata purulenta raggiunse anche la nostra periferia, il nostro tranquillo laboratorio di fantascienza» (p. 279), e la storia «divertente, di moschettieri» che i fratelli Strugackij avevano in mente assunse tinte sempre più cupe, di denuncia al totalitarismo: «Il tempo ‘delle cose leggere’, il tempo ‘delle spade e dei cardinali’ era apparentemente finito. O forse, semplicemente, non era ancora arrivato. Il romanzo di moschettieri doveva necessariamente diventare un romanzo sul destino dell’intelligencija immersa nel crepuscolo del Medioevo» (p. 284). Una volta scritto, il romanzo trovò molti rifiuti da parte degli editori e suscitò critiche negative, ma ottenne un notevole successo di pubblico.

Arkadij e Boris Strugackij sono tra i massimi esponenti della narrativa del fantastico mondiale. Nato nel 1925, Arkadij si è dedicato al lavoro editoriale; Boris, nato nel 1933, alla ricerca astronomica. Insieme, i due grandi scrittori russi hanno raccontato scenari plausibili del futuro prossimo e lontano. Nel 1972 hanno pubblicato per la prima volta, dopo un lungo e tormentato conflitto con la censura istituzionale sovietica, il loro capolavoro, Picnic sul ciglio della strada, che ha ispirato a Tarkovskij uno dei suoi film più belli, Stalker. Anche È difficile essere un dio ha una straordinaria potenza immaginifica e ha ispirato a sua volta ben due film. Un miliardo di anni prima della fine del mondo, sempre pubblicato da Marcos y Marcos nella bella traduzione di Paolo Nori, racconta il pomeriggio di un astrofisico che in pieno agosto tenta invano di concentrarsi sulla sua ricerca, solleticato dalle più allettanti distrazioni. Arkadij è morto a Mosca nel 1991, Boris a San Pietroburgo nel 2012.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Marcos y Marcos.

:: Ti posso chiamare fratello? di Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi (San Paolo Edizioni, 2023) a cura di Giulietta Iannone

12 gennaio 2024

Un anno fa, oggi, il 12 gennaio 2023 moriva serenamente, dopo lunga malattia, fr. Biagio Conte, missionario laico, fondatore della “Missione di Speranza e Carità”. Il saggio “Ti posso chiamare fratello?” scritto da Alessandra Turrisi e Roberto Puglisi, ed edito da Gruppo editoriale San Paolo, ne narra la storia appassionante e coraggiosa sulle orme di San Francesco d’Assisi. Giovane del nostro tempo, figlio di una famiglia agiata palermitana, si interroga molto presto sui dilemmi della vita, soffre per le ingiustizie sociali, per la povertà diffusa, la guerra, la violenza, la mafia, la droga che funestano il mondo e poi incontra Gesù e il grande vuoto che sentiva nell’animo si colma e si accorge che l’attenzione verso gli ultimi, i più disagiati, gli scartati della società è la sua missione. Le sue armi le pacifiche armi del digiuno e della preghiera, la sua grande forza la presenza vivida di Cristo sul suo cammino. “Ti posso chiamare fratello?” si legge come un romanzo e ci si stupisce della grande fede di questo umile frate sorridente e dal fisico debilitato dalla fatica e dal digiuno che ha attraversato la Sicilia e l’Europa in pellegrinaggio vivendo di preghiera e di elemosina. Prefazione di mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.

Alessandra Turrisi, giornalista palermitana, lavora nell’ufficio stampa della Regione Siciliana, dopo venticinque anni di impegno nel mondo della carta stampata (quotidiani Avvenire e Giornale di Sicilia e periodici). Sin dalla metà degli anni Novanta ha seguito le cronache siciliane, con particolare attenzione agli aspetti sociali e al percorso di cambiamento di quest’isola. Tra i suoi libri più recenti: L’uomo giusto (2017); Dalle mafie ai cittadini (2019); La scelta volontaria (2019); Paolo Borsellino. Parole di prossimità (2021).

Roberto Puglisi, giornalista palermitano, lavora per il quotidiano online LiveSicilia.it e collabora con il quotidiano Avvenire. Ha lavorato per anni al Giornale di Sicilia. Ha scritto per Il Foglio. È autore di 25 novembre 1985 (2005), la storia di due studenti palermitani, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, uccisi da un’auto di scorta ai giudici, alla fermata dell’autobus, e coautore di Era d’estate (2010), un libro di memoria sulle stragi di mafia, scritto con Alessandra Turrisi.