Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Nessuno si senta al sicuro di Luigi Guicciardi (Damster Edizioni 2024) a cura di Patrizia Debicke

15 gennaio 2025

Un giugno bollente, a Bastiglia (Modena). E una mattina, mentre sta facendo jogging, da sola su un sentiero dei prati vicino al Santuario di San Clemente, una donna di cinquant’anni viene colpita da un ictus. Di solito va a correre con la figlia ma visto che quest’ultima la sera prima aveva fatto tardi con un’amica per festeggiare un esame andato bene, la madre non aveva voluto svegliarla.
L’ictus, purtroppo fulminante, ha provocato una irreversibile morte cerebrale. Il certificato del medico legale reciterà infatti deceduta per morte naturale.
Quattro anni dopo, sempre a giugno, sempre molto caldo e sempre a Modena, all’improvviso una donna la sessantina passata a prima occhiata un’ anonima pensionata sovrappeso ma con un’ attività di una fioraia, che stava passeggiando con il suo cane viene uccisa con un unico colpo di pistola alla fronte. E dopo di lei anche altre persone verranno uccise per mano dello stesso assassino o almeno pare… La seconda vittima sarà una giovane moglie e madre di origine tunisina, anche lei colta sorpresa e anche lei ammazzata con una pistolettata in fronte mentre nel prato condominiale era intenta a stendere il bucato. La poveretta che per di più era incinta , era sposata aveva un figlio piccolo e lavorava presso uno studio dentistico come infermiera assistente di poltrona …
La terza vittima invece sarà un ricco imprenditore di larghi mezzi, un ex gioielliere colpito a morte da circa mezzo metro di distanza nell’ingresso/grande soggiorno della sua bella villa di Montale. Il suo cadavere giace supino poco lontano dalla grande porta d’entrata lasciata aperta. La moglie, un medico chirurgo, in quel momento si trovava in casa al piano di sopra e si stava facendo una doccia. Ma purtroppo non ha sentito nulla e solo dopo aver scoperto il corpo inanimato del marito , tornando a pianterreno, superato lo choc ha chiamato la polizia.
Le vittime – a prima vista diverse e molto lontane tra loro, anche socialmente, onesti lavoratori e artigiani le prime e l’ultima componente della abbiente borghesia non si conoscevano, non avevano rapporti e non esisteva alcun plausibile movente per collegarle in qualche modo – sono state eliminate con un unico colpo, senza pietà. Le loro morti mettono gli inquirenti sotto pressione, le indagini, che costringono a spaziare in tutte le direzioni apparentemente almeno all’inizio senza né capo né coda , sono tutt’altro che semplici… Non si trova un qualche punto di contatto. L’assassino par quasi aver colpito a caso. In comune tra le tre vittime c’è solo il fatto che tutte e tre sono state colte alla sprovvista e uccise parrebbe proprio con la stessa arma una 357 Magnum, Smith & Wesson. Ci sarebbe un misterioso serial killer in circolazione? Oppure? Cosa?
I media imperversano. Modena ha paura, la pressione sale. Incaricato delle indagini, il giovane commissario Torrisi, dopo la partenza della bella Debora tornato solitario e tormentato nella vita privata ma preparato e sempre pronto sul lavoro, si mette subito sulle tracce di un efferato omicida, da fermare a ogni costo, da individuare, con il fattivo appoggio dell’ispettore Carloni, diventato ormai più un amico che un collaboratore. Ma la faccenda appare avvolta nelle nebbia più fitta e tutta in salita . Chi? E perché uccide?
E quando la mostruosa scia di sangue riprende di nuovo drammaticamente, i due dovranno allargare il cerchio delle ipotesi fino a immaginare una possibile vendetta provocata da quanto successo quattro anni prima in un ospedale e in una sala operatoria in cui si potrebbe aver volutamente falsato una civile e umana scelta di generosità . Dove è stato premeditato un qualcosa di tremendo, ingannando la buona fede di certuni mentre invece dietro si celava solo una pura questione d’interesse.
Scartando ogni altra possibile teoria, i due poliziotti imboccheranno finalmente la strada di una difficile verità fino ad arrivare a risolvere il caso, o almeno in apparenza, pur lasciando spazio ad alcuni dubbi…
In Nessuno si senta al sicuro, terzo romanzo di Guicciardi con come protagonista Torrisi , l’autore con una scrittura netta e puntale e una narrazione incisiva condotta tutta al presente, riproduce in poche parole fatti e sensazioni legati ai vari personaggi e ci regala una tragica storia in due “atti” in cui il passato incombe e dilaga nell’attualità snaturandola, per riuscire a introdurre di prepotenza il lettore nella vicenda.
Guicciardi, un veterano della penna poliziesca giallo/noir che riesce sempre a costruire storie ben calibrate e coinvolgenti, anche stavolta fa riflettere sul tema prescelto. Un tema di grande attualità e del quale si è parlato molto in Italia soprattutto negli ultimi giorni : la donazione degli organi che ha raggiunto nel Belpaese cifre ragguardevoli.
Chi scrive è sempre stata a favore e lo è tuttora e, benchè forse la mia età non lo renda più fattibile e conveniente, ha sempre nel portafogli il consenso per l’espianto in caso di morte cerebrale.

:: Kairos di Jenny Erpenbeck (Sellerio 2024) a cura di Valerio Calzolaio

12 gennaio 2025

Berlino, anni Novanta. Ormai Katharina vive col marito a Pittsburgh, quel giorno compie gli anni. Dalla capitale tedesca Ludwig l’avvisa che il padre Hans è morto. All’ora del funerale, a distanza suona la stessa musica: Mozart, Bach, Chopin. Sei mesi dopo le arrivano due scatoloni, i reperti più recenti risalgono al 1992, i più vecchi al 1986, quando l’11 luglio s’incontrarono su un bus verso Est, con reciproco colpo di fulmine. Riapre lettere e diari. Lei era studentessa 19enne (poi scenografa teatrale), lui scrittore ultracinquantenne, famoso e dissidente, sposato da trenta con un figlio; lei appena uscita da una libreria antiquaria, lui diretto al centro culturale ungherese per un saggio di Lukács. Sono travolti da attrazione, sesso, amore, dipendenza (lei più fragile), tossicità. “Kairos” è il seducente dio dell’attimo fortunato e il titolo dell’ultimo splendido intenso romanzo (in terza e seconda) della grande premiata Jenny Erpenbeck (Berlino Est, 1967). Tempi di guerra fredda.

Jenny Erpenbeck è nata a Berlino Est nel 1967 da padre di origini russe e madre polacca. Ha vinto con E non è subito sera (2012) il prestigioso Hans Fallada Prize. Con questa casa editrice ha pubblicato Voci del verbo andare (2016), Premio Strega Europeo 2017, finalista al Deutscher Buchpreis, Di passaggio (2019), Storia del la bambina che volle fermare il tempo (2020), l’esordio che l’ha consacrata come astro nascente della letteratura tedesca contemporanea, Il libro delle parole (2022) e Kairos, tradotto in molti paesi, vincitore l’International Booker Prize 2024.

:: “Don Dolindo Ruotolo. Preghiere, meditazioni e massime” di Marcello Stanzione, a cura di Daniela Distefano

9 gennaio 2025

Protagonista di questo libro minimalista è un sacerdote diocesano napoletano, autore di scritti di teologia, di ascetica e di mistica, il quale consacrò la propria esistenza alla sacra pianta della preghiera che coltivò per amore dei poveri, gli ammalati, gli sfiduciati di ogni contrada del pianeta. Don Dolindo Ruotolo – vittima volontaria per l’umanità e la chiesa – era nato a Napoli, nel popolare quartiere Forcella, nel 1882, quinto di undici figli di un matematico e di una nobildonna di origini spagnole. Il primo dolore fu la separazione dei genitori: il padre avaro, la madre signorile e dolce, troppo lontani dalla serena unione familiare. “Dolindo” significa “dolore”, il nome fu coniato dal padre, e profeticamente la sofferenza fu l’elemento che connota la sua esistenza. Come San Padre Pio, subì gli attacchi del Santo Uffizio con l’impedimento di officiare la messa in pubblico per un certo tempo, ebbe il dono della profezia, il carisma della massima ubbidienza alla Chiesa ed accettò in tutto e per tutto la Volontà Divina nella più profonda umiltà. Fu anche un raffinato letterato, brillante musicista, cantore e organista, predicatore, Servo di Dio che abbracciò la povertà per il prossimo. Le sue giornate cominciavano alle 2:30 del mattino per terminare verso la mezzanotte, scandite da tanti rosari e preghiere, dallo studio dei testi sacri e dalla scrittura, dall’immancabile sostegno ai soli, agli ultimi. Innamorato della Madonna, per sua intercessione ricevette i doni dell’intelletto e della sapienza, lui così sprovvisto delle necessarie basi culturali. Morì il 19 novembre 1970 in concetto di santità. Don Dolindo ebbe una particolarissima devozione per le anime del purgatorio e raccomandava ai suoi figli spirituali di fare l’atto eroico, cioè l’abbandono, tra le mani di Maria Santissima, in favore delle anime del Purgatorio, di tutte le buone opere anche di quelle che altri faranno per noi, prima o dopo la nostra morte.

Con questo libretto si può leggere ogni giorno almeno un pensiero di don Dolindo e fare cinque minuti di meditazione su di esso. Si può concludere con una delle preghiere composte dal servo di Dio e fare l’atto di abbandono da lui composto.

Ecco alcuni Pensieri raccolti nel testo:

– “Benedite dunque Dio che permette in voi queste tempeste dello spirito, certamente dolorose ma ancor più fruttuose”.

– “La vita dell’uomo deve essere solo un grande volo di amore a Dio”.

– “Quando si vede cosa è stata la vita dei santi, di quale annientamento hanno avuto bisogno per operare il bene”.

– “Le parole dei santi nutrono molte anime perché sono come cibo ben condito, condito dell’ardore di un cuore santo”.

-“Affidati a me e non temere nulla, affidati a me e lascia che ti trasformi, impara da Me a mutare l’amarezza in umiltà e amore”.

-“A me non piacciono i grandi discorsi… preferisco la parola semplice, che parli all’anima e la semplicità degli esempi”.

– “L’uomo non sa compatire i dolori dell’anima, si leva con tanta felicità come giudice del fratello”.

-“La vita è una prova, e la medesima morte è un sonno. Soffri ora ma poi godrai e risorgerai”.

:: Buonvino e il circo insanguinato di Walter Veltroni (Marsilio 2024) a cura di Patrizia Debicke

7 gennaio 2025

Buonvino e il circo insanguinato è il quinto romanzo che Walter Veltroni dedica affettuosamente al suo commissario romano comparso la prima volta nel 2019 in “Assassinio a Villa Borghese”.
Roma, 24 dicembre, vigilia di Natale . Il commissario Giovanni Buonvino, responsabile del commissariato di Villa Borghese, sta brindando nel suo ufficio praticamente invaso da panettoni, piatti e bicchieri di plastica con i colleghi nel giorno che impone la più scontata allegria prefestiva.
Nel frattempo nel giardino del Parco dei Daini si sta installando il Circo Colaiacono che si è faticosamente guadagnato quel posto ambito e di forte richiamo cittadino, in grado di garantire buone e affollate rappresentazioni festive. E toccherà proprio a lui a, Buonvino scortato ufficialmente da Cecconi e Robotti, andare sul posto per controllare l’esistenza dei permessi e di una corretta scelta degli orari onde evitare possibili lagnanze dei vicini (quali hotel stellati).
Solo su insistenza di Veronica, sua moglie, il commissario ha già acquistato i biglietti per loro due e per una coppia di amici, perché in realtà Buonvino non ama il circo. Anche quando era un bambino gli faceva tristezza benché i suoi continuassero a portarcelo. Allora lui rideva e batteva le mani per forza ma solo per non deluderli. Infatti oltre a odiare i pagliacci che addirittura lo terrorizzavano, non aveva mai capito perché qualcuno dovesse partecipare a uno spettacolo magari rischiando la vita per intrattenere un pubblico pagante.
I tre poliziotti arrivati al circo quando tutti i componenti della troupe sono intenti a dare gli ultimi tocchi verranno accolti dal proprietario e direttore di scena Ercole Colaiacono. Un incredibile e gigantesco personaggio che ricorda un po’ Anthony Quinn del film La strada di Fellini e che insisterà per presentargli personalmente tutta la sua troupe.
Tanto che la sera stessa prima della spettacolo Buonvino, Veronica e il loro due ospiti troveranno il personale , ormai quasi pronto ad entrare in scena. schierato quasi si trattasse di una parata ufficiale per un Capo di Stato. E in quell’occasione Colaiacono presenterà loro per prima la figlia Manuelita, punta di diamante dello spettacolo, già pronta a esibirsi come trapezista col marito Alberto. Spiega anche che per la coppia sarebbe il decimo anniversario di matrimonio, motivo di festa benché in realtà le espressioni denotino una certa tensione e anche quelle degli altri componenti della truppe appaiano un po’ tirate. Il Circo è piccolo, a conduzione familiare, molti dei membri dell’equipe sono legati tra loro. Quello che Buonvino nota è solo normale inquietudine ante spettacolo o la palese dimostrazione come la forzata lunga convivenza provochi, in tutti i gruppi familiari o in quelli di coloro che lavorano troppo insieme, inevitabili rivalità e risentimenti.
Ma lo spettacolo promesso è di alta qualità, garantito soprattutto dall’esibizione dei trapezisti, Alberto e Manuelita, pronti a eseguire i loro difficili numeri cinque metri da terra solo protetti in caso di cadute da una rete rettangolare.
I posti di Buonvino & company sono rigorosamente in prima fila. Prima del numero dei trapezisti ne passano altri diversi e quando loro si presentano Buonvino nota che stranamente Manuelita, la figlia del direttore, esibisce un sorriso forzato, un po’ triste forse.
E ben presto ohimé dopo i primi felici passaggi, il bello spettacolo vira alla tragedia quando, mancando la presa nel difficile numero di un salto mortale e mezzo, Manuelita precipiterà nel vuoto e, finendo su una parte rigida della rete di contenzione, atterrerà male, spezzandosi il collo.
Una morte in diretta con il pubblico che grida atterrito. L’immediato arrivo di un’ambulanza che trasporterà la giovane in ospedale accompagnata dal marito non consentirà purtroppo che dover constatare la sua morte. Tutti hanno visto che si è trattato un incidente … All’apparenza una tragica fatalità, ma il fatto che sia capitata solo dopo due mesi dopo l’incidente stradale che aveva provocato la morte della madre di Manuelina, a Buonvino sembra troppo una coincidenza. Qualcosa che merita almeno un approfondimento.
Per far completa luce sulla faccenda pertanto decide di sentire uno a uno tutti i componenti del circo. Alberto è disperato, ma non tutti gli altri forse appaiono così dispiaciuti. Girano voci e un pagliaccio sostiene addirittura d’aver sentito pochi giorni prima la voce di qualcuno minacciare Manuelita anche se ohimè non è riuscito a capire chi fosse.
Pian piano Buonvino arriverà a individuare un’intricata serie di relazioni e contrasti tra i componenti della troupe. Si tratta anche di mancati sogni di gloria che hanno provocato rivalità, invidie. La vicenda breve ma coinvolgente si carica di ombre sempre più scure. Ma a conti fatti il giallo ovverosia l’indagine vera e propria e gli inevitabili plot narrativi finiscono con il collocarsi in secondo piano annacquandosi un po’ rispetto alla brillante personalità del principale protagonista e alle sue sensazioni. Un protagonista Buonvino molto simpatico, intelligente e pieno di umorismo.
Walter Veltroni parla con affetto del circo che considera una vera e propria istituzione culturale. Optando per una scelta coraggiosa che volutamente par voler ignorare certe negative polemiche animaliste sulla condizione degli animali in cattività che vorrebbero decretarne la fine. Ma forse tutto quel mondo, orientandosi sempre di più sulle scelte fatte ormai dagli spettacoli portati in scena dal famosissimo Cirque du Soleil monegasco non ci costringerà a confrontarci con la fine in una colorata e sfavillante magia che ha incantato generazioni di bambini e influenzato grandi registi internazionali, senza mai dimenticare il grandissimo Fellini.

Walter Veltroni  è nato a Roma il 3 luglio 1955. È stato direttore dell’Unità, vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni e le attività culturali, sindaco di Roma, fondatore e primo segretario del Partito democratico. Oltre al primo capitolo delle indagini del commissario Buonvino, Assassinio a Villa Borghese, pubblicato sempre da Marsilio nel 2019, ha scritto vari romanzi, tra i quali La scoperta dell’alba (2006), Noi (2009), L’isola e le rose (2012), Ciao (2015), Quando (2017), tutti editi da Rizzoli. Ha realizzato diversi documentari tra i quali Quando c’era Berlinguer (2014), I bambini sanno (2015), Indizi di felicità (2017), Tutto davanti a questi occhi (2018) e la serie sulla storia dei programmi televisivi Gli occhi cambiano (2016). Nel 2019 è uscito il suo primo film, C’è tempo. Collabora con il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport.

:: Note di lettura di Patrizia Baglione: Non ti muovere di Margaret Mazzantini

4 gennaio 2025

“Non ti muovere” segue la vita di Timoteo, un chirurgo di successo, che si trova a dover affrontare una crisi personale e professionale quando sua figlia, Angela, subisce un grave incidente. La narrazione si snoda attraverso flashback che rivelano i suoi ricordi e le sue esperienze passate, in particolare il suo tumultuoso rapporto con una donna di nome Italia, che ha avuto un impatto significativo sulla sua vita. 

La storia esplora la dualità tra l’amore e l’attrazione, il desiderio e il dovere, e mette in evidenza le debolezze e le contraddizioni del protagonista. La scrittura di Mazzantini è caratterizzata da una prosa lirica e coinvolgente. Il titolo “Non ti muovere” si riferisce a un invito a fermarsi e riflettere, sia sulle scelte fatte che su quelle da fare in futuro. La dimensione del rimpianto è centrale, mentre il racconto si sviluppa attraverso dialoghi intensi e momenti di profonda introspezione.

:: Racconti di Sebastopoli, Lev Tolstoj (Voland 2024), a cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2024

Tolstoj visse in prima persona la guerra di Crimea, quella che assediò Sebastopoli nel 1854 e che è diventata protagonista poi dei “Racconti di Sebastopoli”, pubblicati in nuova edizione da Voland, con la traduzione di Leonardo Marcello Pignataro e la prefazione di Alessandro Barbero.  I tre racconti sono come tre quadri di cronaca del tempo,  identificati nei mesi di dicembre, maggio e agosto 1855 e si pongono come un’importante testimonianza su una guerra del passato dove era già in bilico e minato da tensioni l’equilibrio tra Occidente  (Impero Austroungarico) e Oriente  (Impero Russo). Nel primo racconto (dicembre) lo scrittore – che durante l’assedio si trovava sui bastioni di Sebastopoli come soldato d’artiglieria – introduce la vita nella e della città,  passando in rassegna l’assedio per le vie cittadine, con i soldati in essa presenti e pronti (più o meno) a dare la propria vita per la patria. Questi militari si mescolano ai civili, e si dimostrando pronti a combattere anche quando sono feriti, sfidando quel senso di morte e di putrefazione che incombe sulla linea di combattimento. Il secondo momento narrativo (maggio) vede Tolstoj concentrarsi in modo maggiore su alcuni personaggi presenti in guerra, sono più o meno nobili, mandati al fronte con le loro ferite fisiche ed emotive personali che vanno ad unirsi alle sofferenze scatenate dalla guerra.  Chi sono costoro? Eroi  pronti a tutto? Quello che si comprende è che questi personaggi sono uomini, nei  quali il bene e il male – come altre sensazioni contrapposte- convivono, e sono stati mandati lì a combattere al fronte, in certi casi senza nemmeno sapere o capire il perché,  in quanto deciso da altri. Il lettore ascolta i loro discorsi le loro parole e li vede agire, tanto da ritrovarsi immerso in prima linea dove chi combatte, oltre a cercare di sopravvivere si domanda quale sia il senso di tutta questa morte e distruzione. Leggendo i discorsi dei diversi militari si passa dal linguaggio forbito a quello più terra a terra, di coloro che sono analfabeti o hanno basi scolastiche minime, a dimostrazione che la precarietà, senso di morte e distruzione della guerra non fanno differenza tra nessuno. L’ultimo racconto (agosto) narra la città dopo la fine dell’assedio e ciò che di essa e in essa resta. I tre racconti di Sebastopoli furono importanti per Tolstoj, perchè dopo quell’esperienza vissuta sul campo e narrata si convinse sempre più di voler fare lo scrittore. In realtà, questi scritti sono di valore anche per noi lettori, in quanto fondamentale testimonianza di quella che fu la Guerra di Crimea del 1854 e di come veniva fatta la  battaglia nel XIX secolo.  Una vera e propria cronaca del tempo che ci racconta quanto la Sebastopoli del passato e quella del presente siano ancora terra martoriata. I “Racconti di Sebastopoli”  di Lev Tolstoj sono un libro di ieri dove l’autore narra la guerra vista in prima persona mettendo in evidenza quanto essa sia crudele e assurda. Questa non è solo attenzione al dettaglio da parte dell’autore russo, ma è la capacità di restituire ai lettori a lui coevi e a noi di oggi, lo spaccato di un mondo che ormai è passato, o forse c’è ancora, ma cambia la sua forma di presentarsi ai nostri occhi.

Lev Tolstoj è considerato uno dei massimi scrittori di tutti i tempi. La sua profonda volontà di rinnovamento nei confronti della società russa ne fece un audace saggista in campo politico, filosofico e critico. Per il suo agire T. venne scomunicato della Chiesa russa e attacato della censura. Le suo opera sono cariche di forza morale, e i suoi scritti e i suoi insegnamenti filosofici hanno esercitato un enorme influsso su tutta la letteratura russa ed europea dei secoli successivi. Fra le sue opere maggiori ricordiamo “Guerra e pace”, “Anna Karenina”, “La sonata a Kreutzer”, “I racconti di Sebastopoli”, “I cosacchi”, “La morte di Ivan Il’ič”, “Infanzia, adolescenza, giovinezza” e “Resurrezione”.

Source: ufficio stampa Voland.

:: Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi, 2024) a cura di Valerio Calzolaio

27 dicembre 2024

Fortino (Cilento) e Napoli. Luglio 1940. Ricordi di bimba. Intanto, il vedovo Luigi Alfredo Ricciardi si siede davanti alla tomba di Enrica; da tre mesi, grazie anche al mausoleo di famiglia dei baroni di Malomonte in quel tranquillo cimitero, ha convinto i suoceri Giulio e Maria a trasferirsi nell’antico castello del paese del basso Cilento, insieme alla nipote, sua figlia Marta (nata mentre la mamma moriva nel parto), e alla governante tuttofare Nelide, capace così di occuparsi dei possedimenti con maggior cura; lui vi era nato e cresciuto fino ai 15 anni, andato via ancora adolescente, per studiare, poi l’università e il lavoro di polizia, non era più tornato; la metropoli urlante e colorata gli mancava, come i pochi cari amici; tuttavia sa che il Fatto della propria vita era iniziato lì e non può rinviare più il ritorno alla radice del suo dolore. Marta riempie la vita di tutti, ha occhi neri e vivaci come la mamma, entusiasmo e sensibilità; frequenta l’anziana Filomena, zia di Nelide, apparentemente muta e sorda, sotto un grande ulivo della collinetta e forse presto la maestra Giovanna che potrebbe ovviare bene all’assenza della scuola; sta per compiere 6 anni, il 7 luglio. Nel frattempo, l’enorme gioviale irascibile 61enne brigadiere Maione continua a indagare nei vicoli dei Quartieri Spagnoli e il medico pensionato Bruno Modo continua a frequentare un ristretto gruppo antifascista di Napoli, progettando un attentato contro un pezzo grosso nazista tedesco, di passaggio al porto. Dopo sei necessitati anni in Argentina, la splendida cantante di successo 41enne Laura Lobianco ha ormai deciso di rientrare in Italia, riprendere anche l’originario nome di Livia Lucani Vezzi, visitare l’originaria Jesi; il grasso musicista Diego la introduce a una canzone proprio sul ritorno, che non hanno nel repertorio, troppo maschile, Volver. Maione viene a conoscenza dell’attentato e intende salvare gli amici; Ricciardi si concentra su un vecchio caso di omicidio a Fortino, intuisce che lo riguarda personalmente.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) va ormai considerato un Maestro, non solo del suo genere (ai confini di tanti altri). La sua prima e più amata serie giunge il quindicesimo romanzo, un capolavoro a puntate, sempre grande qualità, picchi talora. Per lui si va nelle autentiche dolenti esistenze emozionali. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario (dodicesima avventura), poi ritrovato ad aprile 1939 (tredicesima avventura) e a Natale dello stesso anno (quattordicesima), sempre a Napoli. Qui abbiamo due profili spaziali (Fortino, ove Ricciardi si è dovuto trasferire causa regime dittatoriale e leggi razziste, e Napoli) e due profili temporali (l’estate turbolenta di parenti e affetti, a lui contemporanea, e il caso del suo passato locale, un fatto di sangue del febbraio 1906). La trama si compone anche di ingegnose vicende più o meno criminali su cui indagare e da risolvere, con acume e fantasia. Tutto intorno prendono spazio e tempo (come nelle serie tv) le vicende parallele noir e sentimentali dei tanti coprotagonisti, questa volta imperniate sul ritorno geografico, affettivo e sociale, nell’eterna indagine su noi stessi e qui sui misfatti causati in larga parte dall’orrido regime fascista. Non mancano Bambinella, il viso equino pesantemente truccato sotto il cappellino vezzoso e la veletta, la persona più attendibile in città per quanto concerne le informazioni riservate; la contessa Bianca Borgati di Zisa che rimpiange Marta, si preoccupa per Modo e compirà anche lei gli anni il 7 luglio; il bell’ambulante fruttivendolo Tanino ‘o Sarracino, in trasferta perché innamorato della mitica brutta Nelide (che risponde a monosillabi e oscuri proverbi nel suo dialetto); vari interessanti personaggi cilentani, antichi e moderni. La narrazione è, come sempre, in terza varia (con incursioni in prima e in corsivo su Filomena, in terza su alcuni incontri d’epoca utili a comprendere il contesto storico sociale). Il titolo si riferisce a Volver,un’altra canzone del 1934, ancora testo di Alfredo Le Pera, musica di Carlos Gardel. In copertina la bimba e l’anziana a “colloquio” sotto l’ulivo. Vino, rosolio e surrogato (niente caffè). Altro che letteratura minore di genere!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo, Il pianto dell’alba, Caminito, Soledad e Volver (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, Angeli e Pioggia, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali. Dai suoi romanzi, sempre in vetta alle classifiche, sono state tratte fortunate fiction televisive. È tradotto in tutto il mondo.

:: Il portiere di Ceaușescu di Guy Chiappaventi (Bibliotheka Edizioni, 2024) a cura di Massimo Ricciuti

26 dicembre 2024

Per chi ha più o meno la mia età ed è appassionato di calcio, il nome di Helmut Duckadam evoca molti ricordi. Ci fa tornare, in particolare, alla calda serata del 7 maggio 1986, quando il Barcellona e la Steaua Bucarest scesero in campo a Siviglia per giocarsi la finale dell’allora Coppa dei Campioni. Duckadam era il portiere della squadra romena e questo libro racconta la sua storia o, meglio ancora, la sua parabola. Nato nel 1959 in un paesino della Transilvania ai confini con l’Ungheria, Helmut cresce in campagna, mentre la Romania, con il passare degli anni, diventa sempre più povera. Alla guida della nazione c’è il Conducator Nicolae Ceaușescu, feroce dittatore che governa con l’aiuto della Securitate, la temuta polizia segreta. Uno dei suoi due figli, Valentin, è il vero presidente della Steaua e segue sempre la squadra. Pochi giorni prima della finale di Siviglia, avviene il tristemente noto disastro di Chernobyl: una violenta esplosione si verifica all’interno di una centrale nucleare ucraina. La catastrofe porta la data del 26 aprile 1986, ma la notizia è comunicata in Romania solo sei giorni dopo, per non turbare i festeggiamenti del Primo maggio nei paesi comunisti. In quest’atmosfera la Steaua si reca in Spagna, dov’è destinata, secondo tutti, a subire una sonora sconfitta. Prima della gara l’allenatore romeno Ienei tiene alla squadra un discorso improntato più sulla psicologia che sulla tattica e le sue parole sembrano funzionare perché, dopo 120 minuti di gioco, il punteggio è ancora di 0-0. Si va dunque alla cosiddetta “lotteria dei rigori” e qui nasce la leggenda di Duckadam, che ne para 4 su 4 e trascina la Steaua alla conquista della Coppa, diventando l’Eroul de la Sevilla, l’eroe di Siviglia. Questa favola s’interrompe, però, quasi subito, perché, dopo quella partita, il portiere sembra svanire dalla faccia della terra. Cominciano a fioccare leggende metropolitane, la più ricorrente delle quali racconta che la Securitate gli avrebbe spezzato le mani con una sbarra di ferro. Helmut, in realtà, è malato da tempo, già da prima della finale. La dittatura di Ceaușescu, intanto, si avvia rapidamente alla fine a seguito dell’abbattimento del Muro di Berlino. Così il “nostro” portiere prova a rifarsi una vita negli Stati Uniti con la propria famiglia, ma resiste poco e torna, da solo, in Romania, dove si barcamena fra piccoli lavoretti.

Il 2 dicembre 2024 Helmut ci ha lasciati. Guy Chiappaventi, autore di questo romanzo, ha pensato di raccontare la straordinaria esistenza di un uomo “normale”, salito alle luci della ribalta per una manciata di minuti e poi tornato nell’oblio. Dall’altare alla polvere, insomma. La narrazione degli eventi è vista dalla prospettiva di Duckadam, come se fosse lui a parlare. La sua vicenda personale si affianca a quella della Romania di Ceaușescu, una nazione povera che la sera del 7 maggio 1986 si è stretta attorno a una squadra per ritrovare un po’ di orgoglio. Consiglio a tutti, anche a chi non sia propriamente appassionato di calcio, la lettura di questo gioiellino, pubblicato da Bibliotheka Edizioni e impreziosito da alcune pregevoli illustrazioni di Emanuele Palucci.

Guy Chiappaventi, giornalista, inviato del tg La7.
Dopo aver raccontato la suburra di Roma, la mafia e la ‘ndrangheta, due guerre in Medio Oriente, terremoti, tsunami e alluvioni, negli ultimi anni ha seguito la cronaca a Milano.
Ha vinto il premio Ilaria Alpi, il Premiolino e il premio Goffredo Parise.
Ha pubblicato sette libri, incrociando spesso il calcio con la cronaca: il primo, Pistole e palloni sulla Lazio anni Settanta, ha avuto otto edizioni in quindici anni e ha ispirato la serie Sky Grande e maledetta.

:: I gufi dei ghiacci orientali,  Jonathan C. Slaght  (Ipeborea 2024) A cura di Viviana Filippini

23 dicembre 2024

Ci sono traguardi che si vogliono raggiungere e si fa di tutto pur di riuscire nell’intento. Questo è quello che mette in atto Jonathan C. Slaght, scienziato e scrittore americano, pur di raggiungere e trovare il gufo pescatore di Blakiston, diventato poi il protagonista de “I gufi dei ghiacci orientali”, edito da Iperborea e tradotto da Luca Fusari. Per il naturalista è una vera e propria ossessione decifrare la vita dei gufi e lo studioso non esiterà un attimo a partire  per l’estremo Oriente russo per trovarli lì nella zona denominata Litorale, dislocata tra il Mar del Giappone e la Cina. Il saggio non è solo un’indagine compiuta da un occhio attento ed esperto, che osserva il volo dei gufi, il loro modo di costruire il nido, il punto preciso su un albero dove esso viene fatto, il tipo di piumaggio, la sua consistenza, lunghezza e colore per capire quale è l’esemplare maschio e la femmina, il tipo di guano per comprendere cosa questi uccelli mangiano o come funziona il corteggiamento. Il libro è molto di più. Esso è un volume pieno di avventura, di suspense, di vita quotidiana, nel senso che Slaght racconta, passo dopo passo, con estrema cura e attenzione il viaggio nel glaciale territorio russo, gli appostamenti lunghi e tattici, gli incontri umani e animali che lui ha vissuto in prima persona per portare avanti la sua ricerca e che gli hanno lasciato ricordi indelebili. Slaght non è solo. Accanto a lui ci sono i collaboratori più o meno chiacchieroni,  la gente del posto con la quale dialogare per scoprire molto sulla zona del Litorale e su coloro che vi abitano, perché sono l’immagine  di un’umanità variegata e varia. Per esmepio il naturalista si imbatte in ex agenti del KGB sovietico, poi ci sono eremiti, fuggiaschi, cacciatori senza un braccio, uomini di acciaio tutti lì nel ltiorale tra macchiene e motoslitte. Elemento comune che legata un po’ questa umanità è il fatto che tra una pagina e l’altra spesso compaiano e vengano condivise bottiglie di vodka, etanolo e pure detergente. Non solo, perchè se da una parte il ghiaccio e la neve imperano ovunque, dall’altra, lo scrittore ci racconta anche della presenza di  corsi d’acqua caldi per la presenza di gas radioattivi.  Allo stesso tempo però, il testo di Slaght spinge il lettore alla riflessione che ha al centro la fragilità  degli equilibri che stanno alla base dell’ecosistema e del mondo naturale e di come i cambiamenti climatici e ambientali (fenomeno dell’antropizzazione) scatenati spesso dall’uomo stesso possano incidere e gravare sul corso vitale degli animali. “I gufi dei ghiacci orientali” di  Jonathan C. Slaght è un saggio che ha al centro l’ornitologia e lo studio naturalistico ma, allo stesso tempo, è un avventuroso racconto di vita vissuta e ricerca a stretto contatto con quella madre Natura che l’essere umano dovrebbe conoscere a fondo e tornare ad amare e rispettare.

Jonathan C. Slaght è uno scienziato e scrittore americano, direttore regionale per l’Asia temperata della Wildlife Conservation Society. Suoi articoli sono comparsi su testate come “New York Times”, “Guardian”, “Scientific American” e “Smithsonian Magazine”. “I gufi dei ghiacci orientali”, è il suo primo libro e ha vinto il PEN/E.O. Wilson Literary Science Writing Award ed è stato finalista al National Book Award.

Source: Ufficio stampa Iperborea.

:: Fronte Zero di Edy Giraldo e Daniele Biacchessi (Delos Digital 2024) a cura di Patrizia Debicke

21 dicembre 2024

Un romanzo breve frammentato in pochi capitoli questo di Daniele Biacchessi – giornalista d’inchiesta, scrittore, attualmente direttore editoriale di Giornale Radio e responsabile della collana editoriale “Contastorie” della casa editrice Jaca Book- , e Edy Giraldi, scrittrice ed esperta di romanzi gialli, che coniuga abilmente una storia poliziesca/thriller/spystory disposta ad andare a frugare in quelle che appaiono tra le pagine più buie della storia italiana, dipingendo i drammatici limiti di una nazione apparentemente a sovranità limitata.
Nel 2024 Andrea e Stella, con Marco e Laura, ormai stagionati ultracinquantenni, sono gli ultimi brigatisti del Fronte Zero, estrema propaggine dei Nuclei combattenti, scampati alla cattura e alla morte. Delle numerose schiere di Fronte Zero, che negli anni Settanta e Ottanta (detti gli anni di piombo) hanno bagnato di sangue l’Italia con gli attentati terroristici contro il potere, restano oggi solo loro, un gruppetto di quattro ostinati combattenti. Due coppie di fratelli e sorelle molto uniti tra loro, rimasti per tutti questi anni in una bolla di autoconvincimento, come prigionieri di un lunghissimo sonno, che pur continuando a coltivare con ostinata e indistruttibile tenacia i loro ideali si trovano a doversi confrontare con l’attuale situazione esistenziale. Una situazione apparentemente fuori controllo o peggio artamente manovrata da poteri forti, in cui la prepotenza e laviolenza sembrano ormai rappresentare l’unica possibile strada sulla quale ciascuno di noi dovrebbe incamminarsi e che tutti dovremmo accettare.
Per contrastare e tentare di rimuovere questa inaccettabile realtà, i quattro irriducibili pianificano e realizzano domenica 30 marzo 2024 un attentato nel quale riescono a uccidere a Roma, durante il suo quotidiano footing a Villa Pamphili, l’ambasciatore americano a Roma David Harrison e i quattro uomini della scorta.. Non chiederanno contropartite, riscatti. Loro si limitano a uccidere, a punire?
Il loro vero scopo è scatenare il caos e provocando il panico, arrivare a scuotere l’opinione pubblica, ormai solo schiava di un’informazione omogenea e irreggimentata. Gli adepti di “Fronte Zero” non hanno un’organizzazione, una qualche copertura dietro le spalle, agiscono e colpiscono da soli, in quattro…
I loro messaggi di rivendicazione, dopo una troppo celere attribuzione dell’attentato a terroristi islamici, paiono vecchi anzi obsoleti. Ripetono infatti meccanicamente parole e rituali sorpassati, poco credibili e troppo burocratici. E non può certo bastare una qualche funzione pubblica, nella fattispecie quella di ambasciatore che lo rende un bersaglio da colpire, per giustificare il volontario assassinio di una persona. Anzi poi sono state più persone. Come dimenticare che le loro vittime erano degli esseri umani : cinque persone che avevano una vita , una famiglia e sicuramente sognavano un futuro?
Persino qualcuno del “Fronte Zero” pur condizionato dal proprio nichilismo comincia a porsi il problema della propria cieca disumanizzazione.
Daniele Martini, il funzionario a capo della Digos incaricato delle indagini si troverà a mal partito, imprigionato in un condizionato gioco di ruolo tra Italia e Stati Uniti, con questi ultimi che vorrebbero comandare, con per unico vero appoggio il suo Vice. Non gli resterà che, per suo tramite, di tuffarsi nel passato e utilizzando i più moderni servizi quali l’intelligenza artificiale analizzare e confrontare tutti i vecchi testi e proclami siglati dai brigatisti per arrivare finalmente a intuire dove potrebbe trovarsi il bandolo della matassa.
Ma il percorso è faticoso perché Martini, manovrato dall’alto e costretto a muoversi su binari che non sono i suoi, sempre attento a salvaguardare il compromesso, non può e non deve guastare l’equilibrio dei rapporti internazionali. Ma come continuare a subire senza aprire bocca, pur accecato da immagini che pur proiettate in bianco e nero presentano solo ambigue sfumature di grigi, in un costante susseguirsi di violenza ormai accettata da tutti o quasi come “normale”. Come non soccombere e trovare invece la forza di reagire, rifiutare ? O magari andarsene?
Magari, poter avere sempre quella libertà di scelta!
Potremo averla ora che stiamo rapidamente approdando all’era Trump? Il mondo attorno a noi pare impazzito. Gli attentati internazionali hanno matrici politiche dichiarate oppure?… Eppure?
Quanto avremo da temere poi dal multimiliardario Musck in veste di incontenibile, scatenato e forse sovradimensionato buffone di corte?

Edy Giraldo, esperta di marketing per una grande multinazionale, ora in pensione. Appassionata di letteratura nordica e di noir all’italiana. Fronte Zero è la sua prima collaborazione.

Daniele Biacchessi nasce a Milano nel 1957. È giornalista, scrittore, conduttore radiofonico, autore e interprete di teatro di narrazione. È direttore editoriale di Giornale Radio, direttore e proprietario di Radio On, responsabile della collana Contastorie di Jaca Book e presidente dell’Associazione Arci Ponti di memoria. È stato caporedattore di Radio24-Il Sole24ore. E ancora prima ha lavorato per Radio Rai, Italia Radio, Radio Regione, Radio Lombardia, Radio Popolare. È autore di quarantadue libri d’inchiesta su terrorismo, ambiente, mafie, Resistenza e Storia contemporanea. È il primo giornalista italiano a trasformare inchieste in spettacoli teatrali. È regista, produttore cinematografico, autore di dieci docufilm tutti finanziati in crowdfunding.

:: Romanzo russo. “Fiutando i futuri supplizi” di Alessandro Barbero (Sellerio, Palermo, 2024) (1° ed. Mondadori 1998) a cura di Valerio Calzolaio

18 dicembre 2024

Mosca e Russia. 1987-1991. Le vite parallele di Viktor, direttore dell’Istituto di Storia del Pcus, e della giovane Tanja impegnata in una tesi su un argomento forse proibito; del giudice Nazar, che mantiene umanità mentre indaga su crimini efferati; dell’attore Mark Kaufman, ossessionato dal romanzo che sta scrivendo sullo sterminio degli ebrei di Odessa, fino alla fine impegnato a travestirsi e salvarsi. Le trame sono destinate a riunirsi nel ben ritmato intrigo giallo noir “Romanzo russo” , lasciando intuire tanti torbidi presenti e fiutare, come ammonisce un verso del poeta Mandel’štam, vittima di Stalin, “i futuri supplizi”. L’espediente romanzesco del grande storico Alessandro Barbero (Torino, 1959) è un narratore che ha ritrovato il lungo manoscritto (un paio di anni prima seppellito da alcuni di loro artisti e intellettuali a Zjuzino) e ci consente di ricostruire l’epoca attraverso il vissuto quotidiano, pensieri e memorie dell’ultimo ambiguo decennio dell’Unione Sovietica.

:: Meravigliosamente umani. I gatti di Lucy Maud Montgomery (Gallucci, 2024) a cura di Viviana Filippini

16 dicembre 2024

I lettori e le lettrici conoscono Lucy Maud Montgomery per le vicende di Anna dai capelli rossi, Emily di New Moon e di Pat di Silver Bush, ma in questo libro edito per Gallucci, per la collana i Glifi, ci sono sempre i testi della scrittrice canadese, però i protagonisti assoluti sono i gatti che compaiono all’interno dei romanzi della Montgomery, tradotti da Angela Ricci e raggruppati sotto il titolo di “Meravigliosamente umani. I gatti di Lucy Maud Montgomery”. Abitudine della scrittrice era inserire al fianco dei protagonisti umani anche gli amici felini che, in questo volume, sono stati resi protagonisti di racconti a se stanti estrapolati dagli originali grazie al lavoro della traduttrice Angela Ricci. Ad accompagnarli ci poi le delicate immagini colorate di Ayano Otani. Ne esce un ritratto narrativo curioso e intrigante, dove non mancano suspense e azione e nel quale i gatti, coinvolti nelle più svariate avventure, sono mostrati nelle loro sfaccettature caratteriali, perché sono affettuosi, pasticcioni, a tratti prepotenti e quando serve anche permalosi. Un mix di sensazioni ed emozioni che li rendono profondamente simili agli essere umani. “Meravigliosamente umani. I gatti di Lucy Maud Montgomery” tradotto dalla Ricci è un omaggio agli amici baffuti, e incarna anche la profonda stima e ammirazione che l’autrice canadese aveva verso i felini celebrata nei racconti presenti in questa raccolta.

Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874 e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice della popolarità nel 1908 con “Anna dai capelli rossi”, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Stampate in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recente fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La produzione letteraria della Montgomery, che va ben oltre “Anna dai capelli rossi”, è oggetto negli ultimi anni di una meritata riscoperta. Tra le sue opere più note ci sono la trilogia di “Emily di New Moon”, interamente pubblicata da Gallucci, e i due romanzi di “Pat di Silver Bush”, intenso omaggio al sentimento profondo che legò per tutta la vita Lucy Maud Montgomery all’Isola del Principe Edoardo, dove la scrittrice trascorse la sua infanzia.

Source: Gallucci editore.