Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Intervista ad Anna Mauro a cura di Giulietta Iannone

5 ottobre 2009
Anna Mauro
Che emozione si prova a mettere in scena un testo teatrale?
Indescrivibile se solo pensate che per me costituisce la possibilità di trasformare inchiostro stagnante in sangue che circola in esseri umani, animandoli.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

De Filippo, Ibsen, Skakespeare.

Che studi hai fatto?

ISEF, Laboratori Teatrali con il maestro Pippo Spicuzza e vari stages di recitazione e regia con il maestro Enzo Sulini. Ho studiato pianoforte e danza classica.

Ti piace il teatro di Ibsen?

Ho già risposto.

Quale strumento di scrittura preferisci, bic, computer?

La bic, senza possibilità di replica. La porto con me ovunque, senza problemi. Guai a non averla in borsa o in tasca.

Parlami della tua infanzia.

Ho avuto un’infanzia serena, quasi all’insegna della noia. Probabilmente giusto la noia è stata la molla scatenante per la mia fantasia. Avrei voluto vivere più vite e, alla fine, ci sono riuscita.

Scrivere per te è più una passione o un lavoro?

Una mania, sono una scriborroica. Scrivo ovunque, pure sui dolci.

Raccontami un aneddoto bizzarro che ti è accaduto?

Lo inserisco alla fine. E’ tratto dal mio “Femminopatia”, che è una sorta di diario personale. Solo a me, figlia di un dio burlone, poteva capitare una cosa simile. Decidete voi se è il caso.

Hai molti amici nel mondo del teatro, li frequenti?

Sì, compatibilmente col tempo disponibile.
Preferisco comunque andare a vedere i loro spettacoli: è la prova di amicizia più grande che si possa dare.

Sei superstiziosa?

Noooooooo! Scherzo…

Come sono stati i tuoi esordi?

Stupendi. Al Teatro Biondo di Palermo con Pippo Spicuzza.

Scrivi anche romanzi di narrativa, saggi racconti?

Sì, anche un almanacco demenziale, che pubblico giornalmente sul mio sito.

Quale è il libro più bello che hai letto?

Quello che avrei voluto scrivere io: “Il gattopardo”.

Ascolti musica mentre scrivi?

Sì, e non solo. Guardo la TV, parlo con le amiche, aspetto il turno alla posta ed in banca. E’ un istinto ed una spinta che non riesco a controllare..

In questo periodo di crisi hanno fatto molti tagli per la cultura che suggerimenti daresti?

Uno soltanto: quello di dimettersi.

Preferisci scrivere o dirigere i tuoi spettacoli?

Scrivere, per me, è quasi un automatismo. Dirigere è sfida, è confronto, è coraggio di materializzare la fantasia: è il coraggio dell’incoscienza.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere il tuo mestiere?

Per me non è un mestiere, è veramente una passione e per una passione non ci sono consigli che tengano.

Cosa ne pensi delle scuole di teatro quali sono le migliori?

Le tavole dei palcoscenici.

L’improvvisazione è nelle tue corde?

Decisamente sì.

Scrivi anche testi per la tv?

Sì.

Quale è il tuo poeta preferito?

Giovanni Meli

Definiscimi il talento?

La capacità di percorrere la distanza che c’è fra il dire ed il fare.

Ti piace il teatro greco antico?

Sì, ma non mi fa impazzire.

Ti occupi di teatro per ragazzi ti da soddisfazioni?

Le più grandi, le più emozionanti. Sono i ragazzi che ti fanno rimanere giovane e che ti spingono ad un continuo confronto generazionale.

Quale è il miglior consiglio che daresti ad un attore?

Di lasciarsi investire dagli eventi della vita, positivi o negativi che siano. Sono questi quelli che rappresentano il suo vero patrimonio personale.

Parlami della tua terra.

In due parole: Maledetta e Meravigliosa.

Cosa stai leggendo attualmente?

Sto rileggendo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli

Ti piacerebbe insegnare teatro, già lo fai?

Sì.

Parlami dei tuoi progetti.

Stagione 2009 – 2010
“Il barbone di Partanna” – dramma – al teatro Crystal di Palermo ad Ottobre
La pubblicazione del mio ultimo libro “Stracchiolitudine” entro Natale – casa editrice La Zisa
“Ogni fegatino di mosca è sostanza” – opera cabarettistica a Gennaio
“Radici di sole” – teatro per ragazzi a Febbraio
“U ciuraru ru campusantu” – dramma – a Marzo
“Meteore” – commedia – ad Aprile

Aneddoto
Sogni di gloria
Sono le ore 8,39 del 20 Luglio 2007 e sguazzo felice nello splendido mare gallico (non perché appartenga alla Gallia, ma perché le acque di Capo Gallo a Palermo hanno un aspetto caraibico). Sono acque purificatrici e sulla mia psiche agiscono come uno scrub. Hanno la capacità di raschiare e portar via i pensieri, le negatività e di farmi sentire parte integrante dell’universo. Improvvisamente ho la sensazione che stia per accadermi qualcosa di buono. Sch izzo fuori dall’acqua e mi fiondo sugli scogli per rivestirmi. Sono colata dalla testa fino ai piedi, ma non me ne curo. Raccatto la borsa e mi avvio elettrizzata alla fermata della navetta che mi condurrà al parcheggio che ho pagato per tutta la giornata e che sono riuscita a sfruttare soltanto per mezz’ora. L’aria che si respira in questo tipo di mezzi di trasporto è straordinaria: ha un sapore vacanziero, tutti i passeggeri, quando sali, ti sorridono e ti salutano. Sembriamo amici da sempre e non ci siamo mai incrociati di striscio. Tutto è preludio musicale. Di corsa prendo la Ka e via…verso casa. Come sospinta da un’energia misteriosa, ficco le dita nella cassetta della posta: niente di niente, che in spagnolo si dice nada de nada e in francese rien de rien. Salgo, accendo il computer e mi catafotto sulla casella di posta elettronica. Eccola! La mail è lì. Ed è del dottor Vincenzo Selleri. E’ arrivata, la risposta è arrivata! Apro duemila link o come diamine si chiamano perché le dita mi tremano e mi fanno sbagliare rigo. Finalmente! Ecco qui…che c’è scritto?
Per un pene da 7 a 12 centimetri clicca qui?
Allora non è l’editore! Già, guardo ancora più attentamente e mi accorgo che manca una vocale nel cognome.
Rileggo la comunicazione e su quella parola…Pene…s’infrangono ancora una volta, ahimè!… i miei sogni di grande scrittrice.

Anna Mauro

Buona giornata a tutti

:: Un’intervista con Michael Connelly a cura di Giulietta Iannone

3 ottobre 2009

38517.8Questa intervista risale al settembre del 2009. Riuscii a intervistare Connelly tramite la sua addetta stampa, Shannon Byrne. Poche domande a cui rispose via mail. Forse Connelly è uno dei pochi autori americani che conobbi di persona, a una presentazione a Milano. Feci anche qualche foto, ma così sfocata e da lontano, c’era parecchia calca, che poi credo di avere cancellato. Comunque ho un bel ricordo di quell’incontro. Era molto professionale e alla mano e ricordo che parlò di come la paternità, l’essere genitore aveva cambiato il suo essere uno scrittore di thriller. Che molti temi oggi come oggi non li affronterebbe più. Buona lettura. 

Hai iniziato la tua carriera di scrittore come giornalista. Quali sono le qualità di un buon giornalista?

Buoni occhi e orecchie. Con questo intendo dire che tu devi essere un buon osservatore per raccontare i dettagli che danno vita ad una storia e un buon ascoltatore per captare i discorsi e dare ad una storia umanità.

Leggi altri scrittori contemporanei? Cosa stai leggendo in questo momento?

Sto sempre cercando qualcosa da leggere. In questo momento sto leggendo la storia di uno scrittore. Si intitola 86’d: a Novel di Dan Fante. Sono veramente preso da questo libro.

Raccontaci qualcosa su Harry Bosch. Che ne dici Clint Eastwood sarebbe adatto per il ruolo?

Dal momento che Clint Eastwood è sulla settantina attualmente non sarebbe un buon Harry. Non sarebbe realistico. Ma Eastwood come Dirty Harry mi ha molto influenzato nel modellare Harry Bosch come un detective risoluto e implacabile che è anche un outsider con un lavoro da insider.

E il reporter Jack McEvoy ti somiglia?

Di tutti i miei personaggi è il più autobiografico. Credo che condividiamo la stessa visione del mondo.

Ti piace Cornell Woolrich? Ti ha influenzato?

Mi piace il suo lavoro e in una certa misura mi ha influenzato. Io stavo già scrivendo fiction quando ho letto il suo lavoro. Così lui non mi ha ispirato a diventare scrittore ma mi ha aiutato a diventare il tipo di scrittore che volevo essere.

La violenza, la corruzione politica, sono temi analizzati nei tuoi libri. Sei pessimista sul futuro?

Non sono troppo pessimista. Vorrei dire che sono consapevole come chiunque presti attenzione al mondo così com’è. Ho una figlia piccola e mi preoccupa il mondo in cui vivrà quando me ne sarò andato. Sarà un mondo spaventoso? Un mondo di privazioni? Ci sarà abbastanza cibo e acqua? L’aria sarà pulita? A volte è dura non essere pessimisti.

Cosa consideri più difficile nell’arte dello scrivere?

Mantenere attenzione e slancio.

Pensi che uno scrittore con i suoi libri possa cambiare la gente e così il mondo?

Penso che i libri possano ispirare la gente a pensare di cambiare. Di solito però è qualche cosa all’interno delle persone che li ispira a cambiare.

Raccontami qualcosa della tua Los Angeles.

E’ una fonte di ispirazione continua.

A cosa stai lavorando al momento?

Sto cercando di portare avanti un romanzo con Harry Bosch e Mickey Haller. Ora è meglio che ti lasci e torni a scrivere.

Grazie Michael e buon lavoro.

:: Intervista con Gabriele Marconi

2 ottobre 2009

Grazie Gabriele per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te. So che è riduttivo ma definisciti in tre aggettivi.

Riduttivo per riduttivo, accetto la sfida e ne uso solo due: spartano e curioso.

Hai cominciato scrivendo canzoni. Cosa ti è rimasto dell’entusiasmo degli ideali giovanili?

Se sono soltanto giovanili, gli ideali non valgono nulla. D’altra parte, l’entusiasmo non va d’accordo con l’esperienza: ne vedi troppe, per restare immune a un sano cinismo. Tuttavia, se sei fatto in una certa maniera combatti anche a ottant’anni.

Parlaci del tuo romanzo d’esordio “L’enigma di Giordano Bruno” un thriller esoterico, in anticipo con  i tempi, ora che imperversano i thrillers di Dan Brown. Hai fatto fatica a trovare un editore? Hai avuto un buon riscontro di pubblico e di critica?

Al tempo scrivevo solo racconti, avendo cominciato grazie al Premio Tolkien (curato da Gianfranco de Turris e sponsorizzato dalle edizioni Solfanelli), dal quale sono usciti diversi ottimi scrittori. Tutto è nato perché mi piaceva l’idea di scrivere appunto un racconto partendo dalla statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori, a Roma. Poi mi ha preso la mano ed è diventato un romanzo. Il fatto è che ero ancora, diciamo così, acerbo: non sono arrivato neanche a 100 pagine, mentre la storia ne avrebbe meritate molte di più. In ogni caso, trovai l’editore (Minotauro) abbastanza presto, grazie alla mia amica Alda Teodorani, che aveva già pubblicato con quella casa editrice e mi aiutò presentando il mio lavoro. Ottimi riscontri di critica, pubblico di nicchia, come si dice quando non si può ottenere di più! In ogni caso, siccome la storia continua a piacermi, ho riacquistato i diritti e la sto riscrivendo da capo per renderla più completa.

Di tutt’altro genere “Io non scordo” dove hai trattato un tema delicato della storia italiana, gli anni di piombo, da un punto di vista particolare. Ce ne vuoi parlare? 

“Io non scordo” uscì la prima volta nel 1999 con Settimo Sigillo, quando, malgrado il tempo che era trascorso dal periodo più infuocato, era ancora un argomento tabù. Quindi è stato il primo libro a raccontare gli anni di piombo “visti da destra”. Poi è stato ripubblicato da Fazi. L’ho scritto perché non sopportavo più di leggere libri e vedere film su quel periodo con la verità sostanzialmente ribaltata, raccontata unicamente dal punto di vista della sinistra extraparlamentare o istituzionale, quella dell’“uccidere un fascista non è reato”. Io ricordavo il mio arrivo al liceo (andavo all’Archimede, uno scientifico di Roma), dove si viveva in una situazione di sopruso continuo operato con la forza del numero da parte di comunisti e ultracomunisti, con pestaggi sistematici. Tra il 1978 e il 1983 avevo visto morire otto (dico 8!) miei amici ammazzati dai compagni o dai carabinieri, mentre per la storia eravamo noi i vigliacchi e gli assassini protetti dalle forze dell’ordine. Perciò “Io non scordo” è stato un pegno d’onore verso quegli amici, per restituirgli verità: infatti in quel romanzo non spiegavo le idee, le motivazioni o il percorso del movimento, ma raccontavo semplicemente – attraverso alcuni flash back rigorosamente veri – le nostre giornate: la politica, la scuola, le risate e i pianti, gli amori e le serate in birreria o a cantare (o ad attaccare manifesti). Insomma, aprivo delle finestre su un periodo, senza uno straccio di retorica o reducismo, come nessuno aveva mai fatto. Senza peraltro nascondere durezze e violenze.

Poi ti sei dedicato al fantasy con il romanzo “Il regno nascosto” edito da Flaccovio a quattro mani con Errico Passaro. Che esperienza è stata, mettere d’accordo due creatività è stato difficile?

Più che altro è stato un mettere d’accordo due modi di scrivere, perché la storia originaria era mia: è stata la prima cosa che ho scritto, quando avevo ventidue anni, una storia tolkieniana, ambientata in una Terra di Mezzo di molto, molto tempo dopo le Guerre dell’Anello, con protagonisti due giovani Nani che, stufi di vivere nelle città degli Uomini, partono alla ricerca del regno nanesco, nascosto nel lontano Nord. Però quella storia era rimasta confinata in un’agenda e non completata. Mentre ero impegnato con “Io non scordo” si cominciò a parlare di un film su “Il Signore degli Anelli”, perciò pensai che magari era venuto il momento di ritirarla fuori e, siccome stavo scrivendo altro, chiesi aiuto all’amico Errico Passaro, che decrittò “i geroglifici che riempivano quell’agenda” (come si diverte a dire lui) e gli diede una forma più matura. Poi mi ha passato il tutto e io gli ho dato una forma più consona al mio modo di scrivere. Lui a sua volta l’ha ripreso e l’ha ricorretto… e così via, in una sorta di ping pong letterario che ha prodotto “Il regno nascosto”: mi sembra sia stato un ping pong fruttuoso.

Sei tra gli ideatori della società tolkieniana italiana. Nella mia generazione i romanzi di Tolkien erano romanzi di formazione che non potevamo non avere letto, pensi ci sia una riscoperta di questo scrittore da parte dei giovani?

C’è sicuramente stato un nuovo successo di vendite dovuto al traino formidabile dei film di Peter Jackson, ma parlerei di “riscoperta”, perché le ristampe del “Signore degli Anelli” si sono succedute costantemente negli anni. Tolkien, insomma, non è stato mai dimenticato. Piuttosto, c’è da dire che ormai tutti lo possono leggere, mentre quando uscì non era possibile, perché i ReCensori lo stroncarono come autore reazionario e pericoloso per la fuga dalla realtà (accusa che Tolkien stesso confutò, dicendo che la fiaba è una sacrosanta fuga del prigioniero, non la diserzione di un soldato…) e i miei coetanei militanti di sinistra, per leggerlo, dovevano nasconderlo ai compagni per non essere processati. Ora chi ha la coda di paglia dice che non è vero, che furono i fascisti ad “appropriarsi” di Tolkien e che, di conseguenza, la sinistra lo cancellò dalla lista degli autori “frequentabili”. Ma carta canta, perciò basta fare un salto in emeroteca e leggere i giornali di quel periodo (parlo degli anni Settanta) per capire chi ha ragione e chi ha torto.

Il genere fantasy ha da sempre una nicchia di appassionati cultori perché appaga il desiderio di avventura, la voglia di evadere la routine quotidiana immaginando un mondo fantastico che però è parallelo al nostro. Pensi sia un genere principalmente per ragazzi?

Non è un genere per ragazzi, però c’è un problema legato proprio al successo del genere fantasy: gli editori hanno invaso gli scaffali con tonnellate di romanzi, per sfruttare l’ottimo trend di vendite, e hanno pubblicato di tutto e spesso tradotto male romanzi che male non erano. Perciò, un adulto che volesse leggere un bel romanzo, il più delle volte si ritrova in mano una storia scritta con i piedi, gonfia di retorica e più vecchia dei già vetusti epigoni di Conan. Sono pochi i romanzi fantasy scritti bene, forse è per questo che i ragazzini (per i quali spesso ogni cosa è nuova) si accontentano di più.

Infine “Le stelle danzanti”, il romanzo dell’impresa di Fiume (editore Vallecchi) che ti ha particolarmente coinvolto in un duro lavoro di ricerca storica. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scrivere questo libro? Quali erano i tuoi obiettivi?

Come al solito, come mi succede sempre, l’ho scritto perché mi piaceva farlo e l’obiettivo (malgrado molti, mentendo, dicano che se ne fregano) era ed è quello di farlo leggere a milioni di persone! L’occasione è stato uno “speciale” sull’ottantesimo anniversario dell’Impresa fiumana (quindi parliamo di dieci anni fa) che pubblicammo sul mio giornale. Non ne sapevo molto – visto che fa parte di quei periodi di storia che sui manuali vengono taciuti o ridotti a poche righe – ma leggendo gli articoli dei nostri collaboratori me ne sono entusiasmato e ho pensato che quella vicenda meritasse di essere raccontata “da dentro”. E quello che poi ho scoperto documentandomi in maniera più completa ha confermato quelle prime impressioni: c’era materiale per scrivere non uno ma cento romanzi!  Quello che ho scelto di scrivere io è stato il punto di vista dei legionari fiumani: ragazzi di vent’anni o poco più (ma anche meno!) che, a distanza di un anno da una carneficina terribile come fu la Prima guerra mondiale, non esitarono a rimettersi in gioco per andare a Fiume con d’Annunzio. Dentro “Le stelle danzanti” c’è la vita loro, mentre i grandi personaggi, come appunto il Comandante, restano sullo sfondo. Il risultato è un romanzo epico ancor più che storico. Divertente, avventuroso e commovente (compratelo subito, stolti!).

Cos’è per te il coraggio? Nella tua carriera di giornalista e scrittore hai avuto modo di percorrere sentieri accidentati pur di affermare le tue idee e i tuoi ideali?

Come dicono i saggi, coraggioso è chi conosce la paura ma fa ugualmente quel che si sente in dovere di fare. Non mi piace parlare del tempo andato ma, per spiegarmi meglio, stavolta lo faccio: durante uno dei primi volantinaggi a cui partecipai, davanti a un liceo romano, a un certo punto arrivò un gruppone di “compagni” con i manici di piccone; erano davvero tanti e noi eravamo pochi e a mani nude, ma quelli accanto a me restarono al loro posto e così… anche se me la stavo facendo sotto… rimasi anch’io là in prima fila. Insomma, intendo dire che il coraggio non è un’opzione tra le tante: sai dentro di te che c’è una cosa da fare e la fai. Punto. È così in tutte le occasioni della vita… Prendi, ad esempio, la corruzione: un funzionario onesto non sta lì a “decidere” di prendere il coraggio a due mani e rinunciare alla mazzetta che cambierebbe la vita sua e della sua famiglia. Non la considera un’occasione persa, perché quell’opzione disonesta, per lui, non esiste. Perciò, venendo alla domanda sulla mia carriera di scrittore e giornalista, quando dentro di te sai che la barra del timone la devi tenere dritta, lo fai sempre e comunque, anche se le onde sono grandi e minacciose. La risposta insomma è sì. Ma è sempre così: c’è solo un sentiero largo e dritto, facile e senza ostacoli, ed è quello che conduce all’inferno.

Insieme a Marcello De Angelis dirigi la rivista “Area,” mensile di politica ed economia. Che opinione hai del giornalismo italiano, la tanto decantata libertà di stampa: esiste o anche per una sorta di autocensura i giornalisti tendono a seguire linee editoriali precise pur di non correre rischi?

Libertà di stampa è una parola grossa, mentre si adatterebbe più a realtà piccole, cioè le sole che hanno la possibilità di fare un giornalismo indipendente. Si parla tanto dell’opinione pubblica, ma in verità si dovrebbe parlare di “opinione pubblicata”, visto che la gente non ha altra possibilità di “conoscere” la realtà se non attraverso le verità presentate dai mass media. Per capirci, se vivi in un paesello di cento anime, tu conosci la realtà in maniera diretta: vedi e sai. Ma in un mondo vasto come il nostro, sei costretto a guardarla “per conto terzi”, appunto i giornalisti, che diranno quasi sempre quello che conviene a loro o all’editore (o spesso, per ignoranza e pigrizia, semplicemente quello che hanno detto altri giornalisti…). L’unica difesa è dotarsi di un sano “filtro critico”: prendere le notizie sempre con il beneficio d’inventario, insomma con le molle, come dicevano i nostri vecchi. E più conosci l’ambiente che sta dietro il giornale (o il telegiornale) che ti fornisce la notizia, più possibilità hai di filtrarla e, al limite, capire che la verità sta nell’esatto contrario di quel che ti hanno detto. In un certo senso, i più limpidi sono i giornali di partito: almeno sai con chi hai a che fare… Di contro, i più pericolosi possono essere quelli che si dichiarano obiettivi e indipendenti, perché in verità non lo sono mai. È una brutta storia…

Gabriele Marconi ed Ezra Pound. Quando hai scoperto questo poeta e cosa della sua poetica ti è più vicino?

La prima volta che ho letto qualcosa di suo è stato su un manifesto del Fronte della gioventù, con il suo volto disegnato e una sua frase: “Se un uomo non ha il coraggio di correre qualche rischio per difendere le proprie idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui”. La scintilla è stata quella, ma il fuoco si è acceso del tutto ascoltando una canzone composta a Campo Hobbit I da Renato Colella, “Altaforte”, con parole riadattate dalla “Sestina Altaforte”, scritta da Pound come ode al trovatore Bertrand de Born (che poi sono i versi che introducono alcuni capitoli del mio ultimo romanzo, visto che si adattavano splendidamente alla vicenda dell’impresa fiumana: è la dimostrazione che non ho raccontato la storia di quegli anni, ma quella di una generazione eterna). Della sua poetica dico quello che mi piacerebbe fosse più vicino: la potenza.

Sei di Roma? Cosa ami di più della tua città e cosa invece ti rattrista?

Sono di Roma come la maggior parte dei romani, cioè frutto di un miscuglio: mio padre era abruzzese, mia madre è calabrese, anche se tutt’e arrivarono nella capitale nella prima infanzia… Comunque sì, sono romano, e della mia città mi piace tutto, ne sono assolutamente innamorato.

So che sei un appassionato di Stephen King, citi una sua frase dando il benvenuto nel tuo blog personale. Qual è suo libro ti è piaciuto di più e perché?

“It”, per la capacità ineguagliabile che ha King di raccontare e rivivere le giornate dei ragazzini e il loro modo di ragionare. E poi tutto il ciclo della Torre Nera, una sorta di fantasy-western con i pistoleri che incarnano in tutto e per tutto lo spirito di cavalieri arturiani; a dirla così potrebbe sembrare un po’ kitch, invece è assolutamente splendido.

Leggi anche romanzi noir, quali sono i tuoi autori preferiti e citeresti Scerbanenco tra le tue letture?

Scerbanenco l’ho letto e mi piace, ma solo quando scriveva i gialli del Duca. Tra i noir, il mio preferito è Dennis Lehane, anzi, in effetti è uno dei miei preferiti in assoluto, non solo tra i noir. Scrive da dio e racconta cose che conosce fino in fondo: i personaggi di Lehane sono tutti perfettamente credibili, dal protagonista ai comprimari, finanche allo spazzino che attraversa il marciapiede per mezza riga di romanzo. E sa andare in fondo alle storie, anche personali, senza titubanze e senza ipocrisie; non scrive partendo da un concetto preconfezionato, come fanno invece tanti scrittori italiani e non solo. I suoi “La morte non dimentica” (dal quale Clint Eastwood ha tratto un bellissimo film, “Mystic River”) e “L’isola della paura” sono veri e propri pugni nello stomaco, ma scritti con tale maestria, poesia, partecipazione e sensibilità che anche le vicende più terribili vengono sublimate dalla potenza della scrittura. E mi piace moltissimo anche nella serie di noir investigativi, con protagonisti Patrik Kenzie e Angie Gennaro.

Quale è il periodo storico che ti ha appassionato di più e lo useresti per ambientarci il tuo prossimo romanzo?

Il mio prossimo romanzo sarà ambientato durante la Guerra civile spagnola, una sorta di “Vent’anni dopo” dei protagonisti delle Stelle danzanti. Ma i periodi che mi affascinano di più sono quelli della nascita e del crollo delle epoche: da un po’ di tempo mi gironzola in testa l’idea di una raccolta di racconti di questo genere…

Sei un appassionato di fumetti? Quali leggi in prevalenza?

Leggo Tex Willer da sempre, più che altro come una “rimpatriata”… Da ragazzino non perdevo un numero dei Supereroi Marvel: l’Uomo Ragno, Thor, i Fantastici Quattro, Devil… Mi piaceva Alan Ford. Tra i miei preferiti c’erano i grandi fumettisti argentini, che scoprii su “Lancio Story” e “Skorpio”, poi su “Comic Art”. Il mio preferito è Robin Wood, l’autore di Dago, Qui la Legione, Gilgamesh, Nippur di Lagash… Un artista geniale. E poi l’italianissimo Hugo Pratt: Corto Maltese è un pianeta a parte.

Hai concesso una lunga intervista a radio radicale in cui parli della strage di Bologna. Sono emersi  nuovi scenari anche inquietanti. Pensi che un giorno emergerà la verità?

Ho scritto anche un monologo teatrale, su quella storia: s’intitola “2 agosto 1980”. Su “Area” seguiamo questa inchiesta da molti anni: è partita da un nostro redattore, Giampaolo Pelizzaro, che grazie al fatto di essere stato consulente prima della Commissione Stragi e poi della Commissione Mithrokin, ha avuto accesso agli archivi italiani e di mezz’Europa. Si ipotizza che la strage possa essere stata il frutto malato del sequestro di due missili terra-aria Sam-7 Strela, di fabbricazione sovietica, avvenuto vicino al porto di Ortona nell’autunno del 1979. Erano di proprietà della resistenza palestinese, precisamente del Fplp (un gruppo marxista-leninista) che s’infuriò per il sequestro e l’arresto del loro uomo, tale Abu Anzeh Saleh. Ci sono riscontri clamorosi e il giorno della strage, alla stazione, c’era un uomo legato al gruppo del superterrorista Carlos (a sua volta in contatto con l’Fplp), il tedesco Thomas Kram. Ma è una vicenda troppo complessa per riassumerla qui, e non è comunque questo il luogo: chi ne vuol spere di più si compri “Area” di settembre o vada sul sito www.cielilimpidi.com, dove c’è scritto tutto… poi, attraverso il “filtro critico” di cui parlavo prima, potrà farsi un’idea sua. I custodi della verità rivelata hanno fatto una levata di scudi contro questa pista, ma i loro argomenti sono stati letteralmente fatti a pezzi. Qualcuno, poi, ha anche detto che è un insulto ipotizzare il coinvolgimento dei palestinesi… Ma è come dire che è un insulto accusare gli italiani per l’omicidio di Aldo Moro, per quello di Giorgiana Masi o per la strage di Acca Larenzia: gli assassini erano italiani, sì, ma non certo “gli” italiani, giusto? La verità insomma sta venendo fuori, ma la strada per trasformarla in giustizia è ancora molto lunga.

:: Intervista con Tahar Lamri a cura di Giulietta Iannone

28 settembre 2009

È nato ad Algeri alla fine degli anni Cinquanta. Che ricordi ha della sua infanzia? Sapori, colori, musiche.

I ricordi della mia infanzia sono tanti perché sono come i ricordi di qualsiasi infanzia ma sono anche remoti, a volte mitizzati, perché di mezzo ci sono tanti spostamenti e tanti cambiamenti di paesi, quindi di immigrazione. L’immigrazione fa sì che l’infanzia diventi una terra a volte accessibile e viva altre volte inaccessibile e remota. Un sapore: il dolce, un colore: la terra rossa, una musica: la radio che ascoltava mia madre tutto il giorno.

L’Italia è la sua seconda patria? Pensa sia una terra ospitale, accogliente con lo straniero?

L’Italia è una terra ridente e varia e quindi necessariamente accogliente. Ma, a mio avviso, non esiste una sola Italia ma tante Italie, ognuna si comporta in modo differente con lo straniero. La realtà è ovviamente molto più complessa di quanto potrei dire qui. Personalmente non ho conosciuto forme di razzismo o di rigetto, ma al momento attuale vedo che l’Italia quando cede alla paura, rinnega la sua secolare tradizione di accoglienza (basta pensare agli ebrei in fuga dalla Spagna che hanno trovato rifugio nelle città italiane).

Il tema dello straniero è fortemente legato al tema dell’assenza, della solitudine. Si può essere liberi quando ti privano della tua identità culturale, morale, psicologica?

Lo straniero, dicevano i greci, è atopos, senza luogo e la sociologia moderna ci informa che lo straniero è doppiamente assente. È assente nella terra d’origine ed è assente nella terra di approdo. Sospeso, conosce l’esperienza della morte in vita: muore ad affetti, paesaggi, sentimenti e rinasce altrove ad altri affetti, altri sentimenti e altri paesaggi. Da questa morte-rinascia, trae la capacità di negoziare la propria identità e quindi fondamentalmente libero. Più che di una mancanza di liberà o di una privazione dell’identità, lo straniero può soffrire di un mancato riconoscimento o peggio di vedersi “inventato” sui mezzi di comunicazione di massa.

Ormai il mondo è sempre più piccolo e i rapporti interetnici sono sempre più frequenti. Non pensa che questa contaminazione di culture sia una ricchezza ancora poco valutata?

L’eurocentrismo è un grande ostacolo allo sviluppo di rapporti interetnici autentici e paritari, base importante per fruire della ricchezza che può derivare dalla contaminazione fra culture.

Il Mediterraneo è stato da sempre una culla di civiltà. Pensa che viva ancora questo ruolo?

Il Mediterraneo, purtroppo, ha perso il suo ruolo di “regione” di scambio culturale fra civiltà. Chi soggiorna in Sicilia può vedere nella quotidianità, nei cibi e nella qualità dei rapporti, i frutti della civiltà mediterranea. La Sicilia, più di altre terre, ha saputo mettere in relazioni le varie civiltà che sono passate su quella terra. Purtroppo gli occhi da molto tempo sono rivolti al nord Europa e agli Stati Uniti e il Mediterraneo, ormai una fossa comune, viene percepito come fonte di pericolo.

Le piace la letteratura spagnola contemporanea?

Trovo che la letteratura spagnola contemporanea sia una delle più dinamiche d’Europa.

Partecipa a numerosi incontri, conferenze e attività culturali riguardanti la letteratura straniera e la letteratura d’immigrazione. C’è qualche autore esordiente che l’ha particolarmente colpita?

Non so cosa s’intende con esordiente. Se si tratta di esordienti nella letteratura migrante non riesco a pensare a nessuno degli scrittori che conosco come tale.

Nel suo scritto “Mettere in scena l’alterità” ha analizzato le problematiche legate ai conflitti e all’interazione di varie culture nella costruzione di quell’entità chiamata “Democrazia europea”. È ottimista, non ostante le delusioni e gli ostacoli, pensa che gli uomini siano pronti a dare meno importanza alle diversità per costruire un futuro pacifico?

Un mondo plurale è ormai evidente che è inevitabile. Un’Europa sempre più diversificata è una realtà. Le scuole italiane (per citare solo un’esempio) sono gremite di bambini di origine diversificata. Non abbiamo altra scelta se non quella di cooperare per la costruzione di una società plurale e democratica. Le delusioni e gli ostacoli sono necessari per questa costruzione.

Nella “Casa dei Tuareg” quali sono stati i principali temi da lei toccati?

I Tuareg (detti anche uomini blu) sono nomadi del deserto del Sahara che lottano per la sopravvivenza e per tenere aperti i confini. I temi principali di questo racconto sono il viaggio, il matriarcato, il nomadismo..

Letteratura e musica. In che modo si influenzano a vicenda?

Trovo che la musica sia superiore alla letteratura perché si può vivere benissimo senza quest’ultima ma difficilmente si può vivere senza cantare. Molti popoli che non hanno sviluppato forme letterarie compiute, hanno invece sviluppato sempre un canto e una musica molto raffinati. Ma la musica purtroppo è diventata soltanto un sottofondo e non più parte integrante della vita. Qualche scrittore ha provato a scrivere di musica o con la musica (Seth, Kundera, Bachman), il cinema cerca di alleare letteratura e musica, ma, a mio avviso, pochi sono riusciti a creare un’armonia che possa essere definita musicale in letteratura. Nel passato i libretti dell’opera lirica volevano essere poesia musicata, ma hanno giovato soltanto alla musica e non certamente alla poesia.

Scrive anche testi teatrali per bambini e adulti; ce ne vuole parlare?

Ho scritto una piece teatrale per bambini Wolf o le elecubrazioni di un kazoo che ormai è fuori produzione. Ho invece due “narrazioni”, Il pellegrinaggio della voce e Tuareg. Il primo gira molto e l’ho rappresentato in molte città italiane, negli Stati Uniti e in Inghilterra. E’ un testo modulabile che mescola l’italiano con vari dialetti del nord Italia e l’arabo. Ho scritto parte di uno spettacolo teatrale And The City Spoke, per la regia di un regista tedesco Ernst Fischer.

Ha pubblicato la raccolta di racconti i “Sessanta nomi dell’amore”. Per un arabo ci sono 60 modi di dire ti amo. Cos’è per lei l’amore?

Cos’è l’amore per tutti noi? Gli arabi infatti lo indicano con sessanta parole, sinonimi fra loro, perché è misterioso, temibile, splendido, contraddittorio, la somma dei sentimenti umani. Platone ha cercato di spiegarlo con il mito nel suo simposio. La ricerca continua…

Scrive abitualmente un diario? Scriverà mai un’autobiografia?

Non scrivo diari e non penso di scrivere un giorno un’autobiografia

Scrive prevalentemente in italiano, francese o arabo?

Scrivo prevalentemente in italiano.

Il rispetto dell’altro, la fraternità, sono ancora concetti carismatici capaci di attrarre le nuove generazioni?

Per fortuna le nuove generazioni, lo dico perché sono spesso nelle scuole, perché al Festivaletteratura di Mantova ero con un gruppo di ragazzi “Blu rendezvuù” che hanno curato quattro incontri con scrittori, perché un gruppo di ragazzi del liceo scientifico Calini di Brescia hanno scritto un libro ispirato al mio libro, dicevo le nuove generazioni, fra l’altro in Italia un po’ disprezzate dalle generazioni precedenti, hanno un senso molto sviluppato dell’altro e della fraternità. Quando parlo con i giovani spesso il ritorno è immediato proprio su questi concetti, cosa che non avviene sempre con i cosiddetti adulti.

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Yasmina Khadra sono autori del mondo arabo conosciuti anche in Italia. Li ha mai letti? Apprezza il loro lavoro di mediatori culturali tra mondo arabo e occidente?

Conosco bene Nagib Mahfuz, ma apprezzo meno Tahar Benjelloun e Yasmina Khadra. Ci sono altri scrittori arabi che si stanno facendo conoscere in Italia. Per quanto riguarda i mediatori ci vorrebbe più spazio per parlarne, anche perché prima di parlare di mediazione bisogna definire bene il significato o i significati di tale parola, un po’ abusata nei nostri tempi.

Ha mai letto Le mille e una notte?

Leggo e rileggo in continuazione Le mille e una notte. L’ho letto la prima volta, in arabo, all’età di 12 anni. Shehrazade, la protagonista del libro, ci insegna una cosa fondamentale: che la letteratura, il narrarsi ci salva la vita. 

Conosce Khayyam? Le piace la poesia araba antica?

Omar Khayyam non era un poeta arabo ma persiano come Rumi, Hafez, Sadi. Grandi poeti. Cito molto Khayyam nel mio libro I sessanta nomi dell’amore. Sono, d’altro canto, follemente innamorato della poesia araba antica.

:: Intervista con Dominique Manotti a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2009

Dominique ManottiTu sei molto coraggiosa nel denunciare i mali della Francia contemporanea. Cos’è il coraggio, un dono naturale come il talento?

Non è esagerato parlare di coraggio? Che cosa rischio? Di non essere invitata a cena dal Presidente della Repubblica? La parola coraggio la utilizzerei nei paesi dove davvero gli oppositori stanno rischiando le loro vite.

La tua Parigi è oscura, molto oscura, piena dello spleen di Baudelaire. Ami Parigi?

Sì, amo Parigi. E’ la mia città. Ci sono nata, ci ho sempre vissuto e non riesco di immaginare di vivere altrove. Parigi è una città luminosa e intelligente nella sua struttura, per i suoi edifici. Molto controversa e appassionante nella sua storia. Ciò che a volte è “nero” nella mia città sono gli uomini che la abitano.

Potresti raccontarci qualcosa sulla tua trilogia noir edita in Italia da Troppa che ha per protagonista un affascinante ispettore gay?

Questa trilogia inizia con una storia che si svolge nel Sentier nel 1980, uno dei quartieri più vivaci di Parigi, il quartier generale del settore abbigliamento. Ho creato il personaggio del commissario Daquin, un commissario omosessuale, come una sorta di incarnazione del suo distretto, anche con la sua violenza ma anche con il suo calore. Gli atelliers erano allora esclusivamente maschili, oggigiorno non è più così. E ho voluto cercare di delineare questo clima di uomini tra di loro di amicizia virile così affascinante per una donna. Daquin è un po’ tutto questo. Come personaggio mi è piaciuto molto e l’ho conservato in due altri romanzi. Poi ho smesso perché avevo l’impressione che si dissolvesse. Un giorno può darsi che ci ritorni.

Quali sono le tue influenze?

Le mie influenze più forti d’infanzia e di adolescenza sono certamente i grandi romanzieri francesi del 19°secolo e la pittura italiana del Rinascimento.

“Le mani su Parigi” è ambientato nella Francia di Mitterand, presidente dal 1981 al 1995. Fu un periodo creativo?

Ciò che mi sembra caratterizzi questo periodo è la distruzione della sinistra in Francia, come movimento politico e come movimento sociale. Da allora la società francese è profondamente destrutturata.

Le piace Jean Paul Sartre?

Da che punto di vista? Non era per niente un bell’uomo…

Lei è una scrittrice politicamente impegnata, molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere noir?

Perché mi sembra che la letteratura noir è attualmente l’unica forma letteraria che riesca a riflettere la profonda crisi in cui versa la nostra società come la vedo io. La storia in cui viviamo è una storia nera. E da questo punto di vista certamente c’è una grande differenza dagli Europei del 17° 18, e !9° secolo. Hanno vissuto in modo diverso, la loro storia è differente e quindi hanno scritto in modo diverso. Dunque oggi si scrive in modo diverso. Non è la forma letteraria che è stata superata, al contrario di quello che pensano i teorici del Nuovo Romanzo, è il modo di vedere le cose che non è più lo stesso.

Cos’è per lei la creatività e il talento?

Non sono sicura di saperlo. E’ un problema che non mi sono mai posta. La mia principale ambizione è quella di essere una sorta di scrittrice pubblica della mia epoca. Quando scrivo, non cerco di scrivere bene, ma cerco di trovare la forma della frase, le parole giuste, “pesanti” per meglio esprimere l’idea, il sentimento , la sensazione che cerco di trasmettere.

Le piace George Orwell? Condivide la sua profonda coscienza dell’ingiustizia sociale e la sua rivoluzionaria opposizione ai totalitarismi?

Decisamente sì.   

Cos’è per lei la libertà? Un’ utopia?

No, è una lotta quotidiana. Ciò che ti fa continuare anche quando gli altri ci hanno rinunciato.

Conosce “Look back in anger” di John Osborne?

Non l’ho mai letto. 
Ci racconta qualcosa del suo 1968. I suoi ideali sono stati traditi?

Per me, nella mia vita, il 68 è durato vent’anni copre tutti i  60 e i 70. Durante quegli anni una percentuale significativa della popolazione ha creduto possibile cambiare la società e creare un mondo più giusto, migliore. E ha continuato a combattere per quell’ obbiettivo. A partire dagli anni 80 non è stato più possibile da credere. E’ necessario un duro lavoro di analisi e di costruzione perchè un nuovo progetto di cambiamento della società possa di nuovo essere credibile.

Lei ha insegnato per oltre vent’anni nelle banlieus. Ci racconti qualcosa della sua esperienza.

Ho insegnato all’Università che è molto più facile che insegnare nelle scuole. Ho amato molto i miei studenti. Molti dei personaggi dei miei libri sono ispirati da loro. Per due anni ho tenuto corsi di storia in una grande scuola di ingegneria francese con ragazzi molto più privilegiati. Non ho sopportato la loro assenza di senso critico, il loro conformismo profondo, e ho molto rapidamente posto fine a questa esperienza.  

Lei descrive nei suoi romanzi il lato oscuro della società. E’ pessimista?

Sì, irrimediabilmente.

E’ una persona religiosa? Perché quasi tutte le guerre sono guerre di religione?

No, non ho alcun sentimento religioso né ne ho mai avuto. Io appartengo ad una tradizione francese decristianizzata. Io sono sempre sorpresa dal piede della chiesa cattolica  quando vado in Italia e in Spagna. Io tendo a credere che le religioni monoteiste sono intrinsecamente totalitarie e violente e cominciano a parlare di pace e di tolleranza quando sono in una posizione di debolezza.

La Francia è un paese multietnico, pieno di colori, musica, poesia. E’ un paese solare ?

Un paese solare? Non so. Penso soprattutto che la Francia sia una società , una cultura estremamente contrastata. E’ un paese che ha portato avanti immense lotte per la libertà, l’apertura e la ragione e che continua a sostenerle, è un paese in cui una certa destra ultrareazionaria, collaborazionista, delatrice è regolarmente maggioritaria. Come capire un tale paese?

Cosa sta scrivendo al momento?

Una cronaca della vita quotidiana dei poliziotti di un commissariato delle banlieue.

Ho chiesto a Tahar Lamri, cos’è l’amore. Per lei cos’è?

Non esiste l’amore solo prove d’amore.

Le piace Yasmina Khadra?

Si soprattutto i suoi primi romanzi. 

:: Intervista a Domenico Cosentino

23 settembre 2009

Parlaci un poco te. Tre aggettivi che ti definiscono.

Semplice, nevrotico, zozzone.

Come è nato il tuo amore per la scrittura?

All’improvviso. Volevo costruirmi un mondo nel quale sentirmi in pace, far interagire personaggi incredibili, fantasticare su una vita che avrei voluto vivere.

Ti consideri uno scrittore underground?

Ahaha, diciamo che questa dicitura è nata per scherzo. Io considero le mie cose letteratura da bar. Sei al bancone, magari solo, dopo una giornata di lavoro, sorseggi un cuba libre e ti ritrovi in mano uno dei miei libri. Sarebbe un connubio perfetto, alcol e stronzate.

Pensi che sia su internet il futuro della letteratura?

No, odio leggere libri da un monitor, penso che internet sia invece un buon metodo per pubblicizzarsi, per scoprire nuovi e vecchi scrittori, per leggere una recensione di un libro che magari vuoi comprare. Un metodo per autoinformarsi, scegliendo cosa leggere e cosa evitare.

Hai frequentato corsi di scrittura creativa? Pensi si possa insegnare a scrivere?

Si, ho frequentato un corso di scrittura organizzato dalla casa editrice Leconte di Roma. Mi è servito per mettere ordine alla mia confusione mentale. Non puoi imparare a scrivere, quello credo sia un “dono” naturale, ma puoi imparare come scrivere. Consigli, tecniche, come affrontare la creazione di un romanzo, le regole grammaticali, questo dovrebbe dare secondo me un corso di scrittura.

Raccontaci un episodio bizzarro che ti è successo durante la tua carriera.

Una volta ero in un centro sociale perchè dovevo fare  una lettura delle mie poesie. Uno spettatore aveva con se il cane il quale si avvicinò all’asta microfono ed iniziò a pisciare. Dovetti interrompere la lettura per un’ondata di risate generale.

Leggi libri di poesia? Quale è il tuo poeta preferito?

Leggo poesie. Adoro le poesie crude di Bukowski, quelle esistenziali di Corso e Thomas, e mi sono piaciute molto le poesie di Alberto Calligaris, se non lo conosci ti consiglio di comprare subito il suo libricino “ Poesie d’amore per donne ubriache”.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quelli che ti hanno più influenzato?

Non vorrei fare un elenco come una  lista della spesa. Il mio modo di scrivere è stato influenzato dalla lettura di Bukowski e di molti scrittori italiani, tra i quali sempre Alberto Calligaris. Da poco ho scoperto James Frey e ha rivoluzionato la mia vita.

Cosa pensi degli e-books?

È un buon modo per conoscere scrittori esordienti, il libero scambio di parole non ha limiti sul web. Anche se io odio leggere attraverso un monitor , adoro ancora l’odore e le sensazioni che lascia al tatto una pagina di carta ruvida. Forse vivo nel passato e non so adeguarmi al progresso.

Faresti mai il ghost writer per qualche personaggio famoso?

Se ciò portasse soldi e ragazze si.

Hai senso dell’umorismo? Raccontaci una barzelletta (possibilmente non spinta ;-))

nooooo non so raccontare barzellette che non siano zozze.

Ti piace la letteratura poliziesca. La consideri vera letteratura o un sottogenere?

Dipende. Adoro per esempio la trilogia di jean claude izzo, che considero il mio scrittore preferito. Ma sono sempre un po’ scettico, un altro genere che non sopporto molto è il fantasy.

Hai un agente letterario?

Non ho neanche i soldi per comprare la lettiera al gatto.

Scrivi testi autobiografici?

Tutto quello che scrivo è autobiografico.

Parlaci del tuo ultimo libro.

Parlare dei propri scritti è come masturbarsi tra la folla e a me non piace, preferisco che lo facciano gli altri, tutti quelli che hanno pagato per averlo. Fatevi un giro in IBS e cercatelo “ Meglio per tutti dare la colpa a me”.

Che progetti hai per il futuro?

scrivere. Sto finendo alcuni progetti che per scaramanzia ( sono sempre napoletano eh!) rimarranno segreti

Ti piace leggere tuoi testi in pubblico?

Si e no. Di solito i miei spettacoli sono particolari. Mi accompagno con musicisti blues e creiamo un’atmosfera molto particolare per coinvolgere il pubblico. Anche perchè sarebbe troppo noioso sentire un cretino che parla per un’ora.

Fenomeni come Facebook pensi avvicinino gli scrittori ai lettori?

Si, ricevo spesso commenti, e-mail e messaggi privati da persone che hanno letto il libro e cercano un confronto con l’autore. Molto spesso ci scambiamo anche insulti, ma sempre in modo affettuoso ed amichevole. Adoro i miei lettori.

Hai un blog. Ce ne vuoi parlare?

Ho un sito, www.domenicocosentino.it lo aggiorno spesso con news riguardanti le serate, miei testi, e qualche recensione che scrivo io parlando di qualcosa che davvero ha attirato la mia attenzione. Avevo anche un blog su splinder che ormai agonizza da mesi e che ho lasciato definitivamente al suo decorso naturale. Amen!

Pensi che se uno scrive un buon libro prima o poi un editore lo trova?

Non è semplice, ci vuole tenacia, e non bisogna mai abbattersi dopo un rifiuto. Ma bisogna anche avere del materiale interessante da proporre.

Cos’è  per te la libertà?

Svegliarmi a mezzogiorno, voltarmi nel letto e trovare un culetto bello sodo da palpare.

Hai pensato di scrivere sceneggiature per cortometraggi?

Si ma non sono portato e non saprei come poi trasformarli in immagini. Ho un’amica che è laureata al DAMS di Bologna ma siamo entrambi pigri e non abbiamo mai veramente creato qualcosa.

Scrivere ti rende felice?

Mi rende sicuro, qualcosa in cui sono davvero io, in cui nessuno può entrarci e dire cosa è buono e giusto. Mi sento libero, come Parker quando suonava il suo sax.

:: Intervista a Dario Arkel di Davidia69

21 settembre 2009

Dario Arkel, ricercatore in scienze sociali e dell’educazione, attivo nella difesa dei diritti sociali e di cittadinanza, collaboratore dell’Università di Genova, è giornalista, saggista autore teatrale.

Le sue due ultime pubblicazioni, per Atì Editore, sono nell’ordine un romanzo, Fedele alla Terra (2008) e Ascoltare la luce (2009), una raccolta di scritti sulla vita e pedagogia di Janusz Korczak.

Personalmente ho letto Fedele alla terra con una sorta di fascinazione. Arrivata al libro per pura coincidenza, come spesso accade bazzicando sul web, ho scoperto in Arkel lo stile narrativo che da sempre cerco in un testo: comprensione, fluidità della narrazione, intensità della storia.

Lo ringrazio per il tempo che ha voluto dedicarmi rispondendo alle mie semplici domande.

D.: Qual è stata la prima volta che hai sentito parlare di Janusz Korczak?

Non ho un ricordo preciso di quando come e perché Janusz Korczak sia entrato nella mia vita. Ho sempre sentito parlare della sua vicenda personale, sin da piccolo, sarà perché in Israele è considerato un Giusto dell’Umanità, o perché è stato uno degli uomini, come Gandhi e altri, che ha combattuto un nemico sanguinario con la forza della dignità umana e dell’ostinata ricerca dell’amore tra gli uomini.

 D.: “Ascoltare la luce” è il tuo libro che raccoglie articoli, considerazioni, analisi e, “”La posta” del Dottor Korczak” – un dramma in tre anni. Tutto questo materiale è improntato sulla vita e il pensiero di Janusz Korczak un pedagogo polacco che, durante la seconda guerra mondiale, ha dato la propria vita per amore della sua ragione di vita: il Bambino. Come sei riuscito, in una maniera così originale, completa e molto interessante, ad amalgamare aspetti così diversi della scrittura come il saggio ed il teatro? Si tratta solamente di un “assemblaggio di materiale”?

I saggi raccolti esprimono la mia attività per la conoscenza della pedagogia di Korczak dal 1998 al 2009. Uno di questi saggi, nel 2003, vinse il Premio Rea per la saggistica. Sono molto fiero di ciò, non tanto perché rappresenta un successo personale ma perché è davvero raro che un libro di pedagogia sia considerato in tali contesti… C’è un legame stretto tra i saggi e l’opera teatrale (26 repliche tra il 2003 e il 2004, in Italia e all’estero), in quanto il dramma rappresenta la vita nella Casa dell’orfano del ghetto di Varsavia dal 18 di luglio al 5 di agosto del 1942, quando gli aguzzini tedeschi portarono via i bambini e lo stesso Korczak. Il 18 luglio i bambini misero in scena nel teatro della Casa il dramma di Tagore (morto nel 1941, Premio Nobel nel 1913) “L’ufficio postale” nel quale si narra di un bambino che, a causa di un’errata terapia di un medico bizzarro, viene costretto ad essere rinchiuso in casa (metafora del ghetto) potendo solo osservare dalla finestra che cosa succede per la via. Questa “terapia” lo ucciderà, ma nel frattempo il bimbo, Amal, ci ha messo al corrente dei suoi sogni: correre per i prati verdi, amare la natura, poter essere utile consegnando la posta di villaggio in villaggio correndo qui, correndo là. Sempre via, sempre libero, sempre a tu per tu con la natura. Assistendo al dramma, Adam Czerniakow, Presidente del Consiglio ebraico di Varsavia ormai allo stremo, piangendo chiese al Dottore perché avesse fatto mettere in scena un dramma così triste. “Perché i bambini imparino a morire serenamente”, rispose Korczak.

Il 5 agosto con i cani e i mitra giunsero i tedeschi. Il Dottore scese da loro e nel suo perfetto tedesco chiese di allontanare i cani “perché spaventano i bambini”, i tedeschi all’ordine perentorio, obbedirono. I bambini scesero ordinati, in fila per quattro, con i vestiti migliori (avevano lavorato molto in sartoria per preparare questo momento), le bimbe con le bambole di pezza rattoppate in braccio, i maschietti con i pupazzi di legno o gli orsacchiotti riempiti di lana, nelle tasche gli oggettini che più amavano e che ricordavano, a loro, orfani, l’odore della mamma o del Dottore stesso. Avanti il tamburino e il violinista suonavano gli inni ebraici, i Salmi, con gli strumenti rimessi a nuovo nella liuteria. In testa al corteo la bandiera con la Maghèn Davìd da un lato (la Stella di Davide), dall’altro il quadrifoglio d’oro in campo verde, simbolo dell’orfanotrofio. Così, ordinati, puliti, con le loro canzoni e i loro vessilli, diedero ai carnefici una lezione che sicuramente l’umanità intera non potrà dimenticare. Ma questa stessa dignità diede anche la spinta alla rivolta del Ghetto del settembre 43. Korczak giunse alla Umschlagplatz e poi al binario. Un ufficiale sanitario tedesco riconobbe in lui il luminare che aveva tenuto una magistrale lezione a Berlino. Gli disse che era libero, che un uomo come lui non poteva finire dentro il vagone per Treblinka. Così rispose il Dottore: “Una madre non lascerebbe mai solo un suo figlio nel momento del bisogno. Io sono padre e madre di 203 bambini… non li lascerò certo soli”. E salì sul vagone.

Così si legano i saggi con il testo teatrale, che può essere letto anche come approfondimento più vicino e concreto su Korczak uomo.

D.: Korczak è ancora poco conosciuto nel nostro Paese eppure i principi che andava diffondendo , nella loro universalità erano, e sono tuttora, di una bellezza unica. Quali sono, secondo te, i modi che la nostra società ha di applicare questi principi? Credi ci possano essere soggetti, al di fuori del mondo della formazione (istituzioni, famiglie, ecc..), in grado di saper ascoltare questa voce e di renderla concreta?

La concretezza della parola di Korczak consiste nell’opera di attenzione nei confronti dei più piccoli. Non sono loro ad elevarsi verso l’adulto, ma il contrario. Il maestro, l’educatore, il pedagogo deve “salire” al livello del bambino, altrimenti il bambino farà doppia fatica a capire ciò che gli viene chiesto di capire. Per fare ciò bisogna sempre avere presente che la concezione dello spazio e quella del tempo del bambino sono diverse da quelle dell’adulto. Il bambino esercita la sua creatività cimentandosi con oggetti per lui troppo grandi, e per raggiungerli se posti magari troppo in alto… contrariamente alla Montessori, Korczak pensava che le difficoltà date dalle differenze tra adulto e bambino fossero le “risorse” della crescita creativa del piccolo (spazio); il tempo del bambino è invece solo il presente, non quello delle programmazioni, pianificazioni, progettazioni degli adulti. Per il bambino vale l’hic et nunc, per l’adulto la proiezione. Tenere sempre presente tutto questo aiuta nella comprensione del piccolo e permette al piccolo di avvicinarsi più facilmente a ciò che gli si intende “in-segnare”.

D.: Tra i diritti fondamentali del bambino quali “il diritto del bambino alla sua vita presente” e “il diritto ad essere quel che è”, Korczak cita anche “il diritto del bambino alla morte”. Come spiegare questo pensiero oggi ad un genitore in una società in cui si ha sempre più la tendenza a proteggere il bambino dall’idea della morte facendo finta che questa non esista nonostante se ne sia circondati (televisione, giornali, manifesti)?

 Questi che citi sono i diritti di fondo per Korczak. Non si deve pensare al bambino diverso da quello che è, si può aiutare a migliorare sempre che la sua indole sia disposta a ciò. Altrimenti è tempo sprecato e frustrazione che, magari, ci si porta dietro per la vita intera. Non bisogna “abarthizzare” (potenziare artificialmente) i bambini, ma prenderli come sono, con amore. Rimparare la parola amore, che non rende deboli, ma, anzi, rinforza l’affettività. Troppo spesso i bambini devono soddisfare il desiderio dei genitori di apparire migliori e più forti degli altri… queste competizioni non costruiscono personalità, ma tendono a negarle e talora a distruggerle. Dalla competizione è necessario scendere alla comparazione, senza un giudizio che affonda. L’adulto compara e si dovrebbe rendere conto che può aiutare il bambino più debole responsabilizzando il più forte, nell’attesa che il più debole si rinforzi e possa diventare, a sua volta, un soggetto che aiuta. Korczak utilizzava i Monitori, ragazzi più esperti per educare i più piccoli, consapevole che il punto d’arrivo era portare al miglioramento totale il più esperto perché solo insegnando si impara qualcosa. Il circuito educativo così impostato permetteva di governare un orfanotrofio con oltre 200 bambini (anche neonati) con un personale di soli 10 inservienti (alla fine 4).

 Il DIRITTO DEL BAMBINO ALLA MORTE è il diritto del bambino alla sua dignità completa e alla sua libertà. Infatti, l’adulto, di fronte al bambino, nega interiormente che il piccolo possa morire. Il bambino non muore, pensa in automatico, e quindi toglie uno dei diritti fondamentali al bambino, quello alla vita perché solo la possibilità della morte definisce lo stato vitale. Non credendo possibile la morte del bambino, l’adulto non lo coglie nella sua intierezza e commette un grave errore perché il piccolo sa che cos’è la morte e il morire, per quanto dicevi tu al giorno d’oggi, per le esperienze della vita di sempre ai tempi del Dottore. Non solo, ma gli adulti che si impauriscono per la troppa libertà del bambino non vogliono correre rischi, ma soffocano l’anelito di libertà che fa del bambino un bambino… Diritto alla morte per paradosso, d’accordo, ma diritto di essere informati su tutto quanto accade e può accadere al genere umano…

D.: Ad ogni membro della Casa degli Orfani, costituita da Korczack a Varsavia, viene assegnato un compito, affidato un incarico. Ogni bambino, a turno, è giudice, redattore di un giornale, magazziniere, proprio come in una nucleo sociale fatto di adulti. Si viene così abituati alla gestione di una piccola società dove ognuno ha delle responsabilità. Perché si fa così fatica ad immaginare un approccio di questo tipo in una scuola come la nostra?

Una scuola stile Korczak esiste in qualche Kibbutz d’Israele. Sperimentalmente si sono creati nuclei senza parentele, ovvero di parentele allargate dove il legame non è dato dal sangue (che è comunque un principio razziale): amo mio figlio è concetto insufficiente… amo i bambini tutti, questo è concetto giusto… superare l’idea della “famiglia” basata sul sangue è necessario se si vuole creare una “famiglia” basata sull’affetto. L’affetto è il principio della comprensione, del lavoro di comunità, della collaborazione del mutuo aiuto. Tutto quanto deve migliorare, dentro di sé nella considerazione che sono gli altri che “fanno” te, la tua persona, il tuo ruolo, il tuo amor proprio. La scuola può avviare le procedure dei monitori, ragazzi che coadiuvano l’insegnante e si pongono come educatori juniores. Può lavorare sulla valutazione da parte dei ragazzi degli insegnanti, stabilendo forme non aggressive, il tutto per avviare il processo di miglioramento complessivo, ovvero il raggiungimento del benessere dei ragazzi e dei lavoratori della scuola.

D.: Il tuo romanzo, Fedele alla terra, è una storia molto suggestiva nella quale si intrecciano paesaggi, personaggi, etica. Ce ne vuoi parlare?

Un romanzo che si basa su un’idea filosofica, molto concentrato sulla “fisicità” dei luoghi, delle persone, delle azioni. Lirico perché tratta di zone antiche come le Isole della Dalmazia e di Trieste, descritte quasi come sogni.  L’idea filosofica è l’etica dell’essenziale, ovvero andare alla scoperta non dell’uomo, come diceva Diogene, ma del “cuore” dell’uomo, cioè l’essenziale. E questa ricerca vale anche per i luoghi, i colori, le sensazioni. Tutto “vuole” un approfondimento, se non vogliamo che la nostra vita sia l’esclusivo preludio della dissolvenza di un corpo. Ogni momento è un’edificare, un creare o ricreare, quantomeno un ricercare… che cosa? Bene, questo è il bello… non sappiamo che cosa. Ma sappiamo che dentro questa ricerca c’è la tensione che per contro crea il momento del riposo e della meditazione, la musica che crea quel silenzio che ci permette la riflessione più chiara, il buio la luce, ecc. La ricerca dei contrari nei quali vivere per concentrarsi solo nel termine vivere. I personaggi sono quasi scolpiti come ARIOXIOMEN, l’Atleta di Lussino, sono antichi, sanno di legno salato del mare, di aromi primordiali. E’ un romanzo che si legge di un fiato dove non esiste un’indagine “gialla”, ma il concetto di mistero. L’indagine, se c’è, si svolge dietro il sipario di vite che hanno altri problemi, la sopravvivenza nella dignità, per esempio, l’amore, la giustizia e il suo contrario. E’ un romanzo di colori e impressioni. Ciascun luogo come ciascun personaggio porta un suo odore, una sua musica, un suo colore. Questo soprattutto è il frutto del ritorno alla terra che “è sempre buona quando è baciata dal sole”. Ma questo sole bisogna meritarlo, cercarlo, correre verso di lui. In qualche modo si riprende la filosofia nitzscheana di Zarathustra (il titolo del romanzo ne è riprova) che indica la strada verso un paganesimo consapevole, alla ricerca di uno stato di “sovra”essere che resta richiuso in noi. Questo stato è l’amore dell’uomo per il proprio cuore, con la coscienza che il nostro cuore contempla anche il cuore degli altri.

D.: Marija è una figura ricorrente anche per via del fatto che, incidentalmente, è il nome di quattro donne diverse. Perché hai voluto “moltiplicare” questo personaggio?

La parte “gialla” del romanzo è dovuta non all’indagine di un ispettore ma ai casi di omonimia delle diverse donne. Ovvero è gialla la “letterarietà” del testo, non la trama in sé. Marija è il nome della madre, del prototipo della donna. E questo fatto rientra nel quadro “metafisico” del testo. Ogni storia ha la sua Mari(j)a, ovvero il prototipo femminile che si gira, guarda, ama, fugge, ritorna, resta. E lo fa sempre con il pensiero e il desiderio vivo, smerigliato, puntuale; non certo pavida, incerta, invadente come sovente è l’azione del maschio. Un maschio si può chiamare come vuole, ma l’idea della donna, per me, è Maria. L’intreccio è basato trasversalmente sulla vicenda di Medea e Giasone, questi personaggi mitici proprio in quei mari consumarono la loro vicenda. Questa Medea è la Marija protagonista del libro, sfuggente ma determinata, mai confusa, eternamente insoddisfatta ma capace di espressioni di incontenibile felicità. Una donna che sa come rendere vivaci e allegri gli altri, restando in se stessa, a vigilare le profondità nascoste del suo mistero.

D.: Il territorio deturpato dall’uomo: sembra che la storia contenga un messaggio anche in questo senso, la salvaguardia di qualcosa di prezioso dalle mani di persone senza scrupoli che vogliono mettere in atto speculazioni. Ritieni che rispetto al territorio di cui tu parli ci sia il rischio reale che ciò possa avvenire?

La vicenda narra di uno sgarbo del vecchio perfido avvocato Osvaldo Zar fatto agli ambienti mafiosi che stavano trasferendo una quantità di veleno verso l’Africa con la nave Argo IV. La devastazione del territorio isolano, si dice nel testo, era già stata tentata da questi mafiosi con l’aiuto dello Zar medesimo. Ma nell’Isola vigila un’Associazione (degli Apsyrtides) ambientalista che non esita ad usare maniere forti pur di arrestare le follie degli speculatori. La lotta si spinge altrove: un carico con i macchinari per la produzione del potentissimo veleno “Pomeranio” sta per essere trasferito in Africa, ma per un puntiglio di Zar detta nave deve fare scalo a Trieste (Trelese nel testo). Qui nascono inghippi e intoppi per cui l’Associazione riesce a fermare e fisicamente e legalmente questo immenso crimine umanitario. Il metro che si vuole utilizzare per decifrare la posizione degli Apsyrtidi è quello relativo alla “Decrescita felice”, ovvero l’auspicio che al mondo si producano solo gli strumenti essenziali per la crescita dell’umanità.

D.: C’è un personaggio che ti somiglia in questa storia?

In diverse occasioni ho detto “nessuno”. Ma la verità è che io somiglio a Marija, la misteriosa amante di Franjo Pace – protagonista della vicenda. Nella sua volubilità, nel suo desiderio instancabile di vagabondare e con la mente e fisicamente. La sua figura fisica è sfuggente e al contempo presentissima. Di lei si avverte il profumo anche nei capitoli in cui non compare.

D.: Vorrei che ci spiegassi cos’è l’Homo Rapax e cosa rappresenta nella nostra società.

L’Homo Rapax è una citazione da Korczak. Nel 29 Lui scriveva che bisogna guardarsi da questo tipo d’uomo che pensa di sopraffare gli altri per creare il suo trono di Potere. Ma il Potere è come la morte, invincibile. Ma quanto è triste, allora, vivere del potere e nel potere. Chi si accontenta, è vero, gode – dice il detto- e niente è più vero.

Perché è sentirsi felici accanto ad altri felici che ci permette di sorridere e guardare al futuro con piacere.

Vorrei sottolineare: il sorriso degli altri è il nostro sorriso. Non potrei mai essere felice nei posti più belli del mondo, con tutto ciò che desidero di più bello e ricco del mondo ma in solitudine, senza potermi confrontare con altri, senza poter osservare il sorriso degli altri, ascoltare difficoltà e storie amene… si vive solo con gli altri e per gli altri.

Ringraziamo Dario Arkel per il tempo che ci ha dedicato.

:: Intervista a Qiu Xiaolong a cura di Giulietta Iannone

19 settembre 2009

indexQiu Xiaolong, grazie per aver acccettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te.

Voglio ringraziare i miei lettori italiani. Ho spesso ricevuto da loro mail e il loro caloroso incoraggiamento e la loro risposta fa davvero la differenza per uno scrittore.

Sei stato costretto a rimanere in America dopo i fatti di Piazza Tiananmen del 1989. Cos’è la libertà per te? È un’ utopia?

Ciò che mi permette di scrivere tutto quello che voglio scrivere, questa è la libertà.

La Cina è un paese meraviglioso pieno di contraddizioni ma con solide tradizioni. Sei ottimista riguardo al suo futuro?

Sono combattuto tra l’ottimismo e il pessimismo, in parte perché le tradizioni stanno irrimediabilmente scomparendo.

Tu hai conseguito un dottorato in inglese nel 1996 ed ora insegni letteratura all’Università di Saint Louis. L’insegnamento è solo un lavoro o una missione?

Ho insegnato alla Washington University di Saint Louis. Ora scrivo a tempo pieno. Per me la scrittura è una missione come l’insegnamento.

L’inglese è una lingua poetica o il cinese è più evocativo?

La lingua cinese classica ha alcuni vantaggi nel presentare le immagini in poesia, ma è difficile mettere a confronto due lingue.

Ti piace la poesia Tang? Chi è il tuo poeta preferito?

Sì, mi piace la poesia Tang. Li Shangyin è uno dei miei poeti preferiti.

Sei uno scrittore di crime e hai pubblicato sei romanzi thriller ambientati a Shanghai. Perché hai scelto questo genere?

Non ho deciso di scrivere thriller, almeno non in un primo tempo, ma ho trovato che il genere serve ai miei propositi di esplorare bene i problemi della società, con un poliziotto che investiga non solo sul crimine stesso ma sulle circostanze sociali, storiche politiche in cui la tragedia avviene. Detto questo voglio aggiungere che scrivo anche libri d’altro genere. Ad esempio sta per uscire una traduzione italiana di altre mie storie.

Raccontaci qualcosa dell’ispettore capo Chen Cao. Ti somiglia in qualche modo?

Per quanto riguarda la passione per il cibo e la poesia mi somiglia.

Ti piace il poeta americano T S Eliot? Il passato è una “terra desolata”?

Mi piace TS Eliot. Ma il passato non è qualcosa che può essere liquidato come una “terra desolata”.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Mi piacciono i suoi primi lavori.

Ti piace Simenon?

Sì, mi piace molto.

Cosa ne pensi dei romanzi crime americani contemporanei?

Sono così diversi e mi piace questa differenza.

Ti piace Mo Yan?

Non ho letto abbastanza per dire se mi piace o no.

Ho studiato le “Triadi” tradizionali per la mia tesi di laurea. Come la criminalità organizzata sta cambiando? È ora un fenomeno puramente finanziario?

È una notizia proprio di questi giorni che il leader del partito di Chongquing sta lanciando una guerra contro le “Triadi” proprio in questo preciso momento, tanto per far capire quanto il fenomeno è grave. Poi sicuramente sono coinvolti grandi quantità di denaro e profitti.

Ti piace l’Italia? Verrai presto a trovarci?

Mi piace l’Italia. Spero di venirci il prossimo anno.

Ci sono progetti di film per i tuoi libri?

Sì, ne stiamo discutendo.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Tra gli altri sto rileggendo il Sogno della camera rossa.

Ti piacciono le detective stories degli anni Trenta?

Sì, mi piacciono.

A cosa stai lavorando?

Ho appena finito il settimo libro della serie dell’ispettore Chen e sto lavorando ad un libro diverso, non un mystery.

:: Intervista a Serge Quadruppani a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2009

Traduttore, giornalista, editore, scrittore di romanzi gialli, in realtà cosa ami più fare?

Tutto mi piace, ma mi piacerebbe avere più tempo per scrivere romanzi gialli e non gialli, saggi e d’indagine (dei non-fiction, ne ho scritto una decina).

Scrivi sul quotidiano Liberation e per la rivista Le monde diplomatique, dopo anni di impegno pensi ancora che il lavoro del giornalista abbia un utilità sociale ed aiuti la gente a capire la realtà?

Ho scritto una volta una cosa per Libération, scrivo e scriverò più facilmente per le Monde Diplomatique. Innanzitutto scrivere, mi aiuta  a capire principalmente a me, poi se il mio articolo aiuta anche qualche altra persona a capire, tanto meglio.

Nel ’68 eri molto giovane che ricordi hai di quel periodo, pensi che gli ideali e l’amore per la libertà si siano mantenuti o la nostra società si irrimediabilmente “imborghesiata”?

Ci sono un sacco di figli della borghesia che sono tornati nella la loro classe ma anche alcuni che hanno continuato a pensare contro. Sono figlio di operai e sono contento di avere incontrato questi ultimi. La società è diventata più dura, i poteri sono diventati più duri e più seducenti nello stesso tempo: un pallottola per i Carlo Giuliani, e i paparazzi sul Lido per i Noemi. Questo mondo è il nostro, ma fa vomitare lo stesso.

Sei molto attivo come traduttore, quale autore ti piace di più tradurre e dimmi se esiste un segreto per fare buone traduzioni?

Tutti quelli che sono nella mia Collana dalle Editions Métailié mi piacciono, sono come i miei bimbi: le amo tutti nella stessa misura, anche se vedo che alcuni hanno più difetti degli altri.

Hai redatto un libro sull’antiterrorismo in Francia. Pensi che a volte i metodi usati per combattere questo male siano peggiori del male stesso?

Spesso terrorismo e antiterrorismo sono una sola e stessa cosa, controllata dallo Stato, dagli Stati anche se, almeno all’inizio, i “combattenti armati” sono sinceri nella loro opposizione allo Stato.

Ti occupi anche di editoria, hai dei nuovi autori da segnalare che hanno attratto la tua attenzione?

Ho appena finito di leggere Anime Nere, di Gioachino Criaco, e ne sono stato molto colpito, lo voglio tradurre e pubblicare.

Hai lavorato come giornalista anche in Italia, che differenze ci sono tra il tuo paese e il nostro?

Non sono giornalista, scrivo ogni tanto nei giornali, ci sono poche poche differenze tra Francia e Italia da questo punto di vista, e non voglio dire che cosa penso dei giornali in generale, perchè spero di di potere ancora scrivere per denunciare qualche misfatto dei potenti o segnalare un bel libro.

Il classico “polar” francese ha fatto scuola, pensi ci sia una rinascita del genere o la tendenza predominante porta ad una esaltazione della violenza fine a se stessa?

C’è qualcosa di peggio dell’esaltazione della violenza fine a se stessa: è l’esaltazione della violenza per fare vendere della Coca Cola. Il classico “polar” francese mi annoia.

Ti è piaciuto “Fiumi di porpora” di Jean-Christophe Grangé?

Non mi è piaciuto, anche se non l’ho letto! Ho visto il film, per me era veramente ridicolo.

Ho conosciuto i tuoi libri perché pubblicati nei Gialli Mondatori, distribuiti principalmente nelle edicole sono in progetto delle riedizioni complete delle tue opere in lingua italiana?

Marsilio ne ha già pubblicato un bel po’ e dovrebbe continuare.

Cosa pensi del fenomeno letterario della Trilogia di Millenium di Stieg Larsson, è una trovata di marketing o c’è del vero talento?

Sicuramente, c’è del vero talento. Non so perchè ha avuto tutto questo successo, ci sono centinaia di altri libri molto più belli. Forse è perchè il libro è costruito come una serie televisiva, e funziona molto bene cosi: in fatto quando lo leggevo, mi sembravo di leggere la televisione!

Ho letto “L’assassina di Belville” molte volte e tutte le volte ho trovato delle sfumature inaspettate, per te il genere giallo crea solo opere di intrattenimento o vuoi trasmettere messaggi più profondi?

Non voglio trasmettere messagi, voglio raccontare delle storie e storie veramente belle che, per non anoiarmi (non dimenticare che sono il mio primo lettore) devono avere di spessore. Poi le scrivo con quello che sono, e non ci posso fare niente, raccontando il mondo così come è, mi incazzo. Allora, cerco di incazzarmi con eleganza e ironia.

Hai trattato anche opere di spionaggio, pensi di tornare sul genere in futuro?

Io non faccio veramente delle categorie, giallo, noir, spionaggio. Il mio prossimo libro è ambientato tra Italia e Francia e parla di complotti mondiali, tanto per cambiare!

Che rapporto hai con la tv da noi si dice che l’unico pregio è che ha insegnato l’italiano agli italiani. Pensi che sia massificante o trasmette ancora cultura?

Ma ché italiano? Io preferisco di gran lungo l’italo-siciliano del Maestro Camilleri, il kaleidoscopo di lingue di Lucarelli nell’Ottava Vibrazione, il wumingese, il carlottese, che questa lingua tanto noiosa quanto il francese della tivù francese.

L’humor nero, l’ironia, il paradosso sono tue armi vincenti per tenere desta l’attenzione del lettore e combattere la noia, le usi solo nei tuoi libri o anche nella vita di tutti i giorni?

Spero di usarli anche nella vita di tutti i giorni, anche nelle interviste.

La critica letteraria francese è ancora piuttosto snob o sta iniziando ad apprezzare il noir?

Da sempre, c’è tutto una parte della critica che ha apprezzato il Noir, anche i più grandi scrittori, da Gide a Sartres e tanti altri. Poi, ci sono sempre, in Francia come in Italia, dei dinosauri.

Hai letto “Il codice da Vinci” di Dan Brown? Se sì pensi che questo genere di libri abbia un futuro o li trovi fumosi e noiosi?

Uffà, ma non finisce mai quest’intervista? Ma chi se ne frega di Dan Brown?

C’è un aneddoto bizzarro nella tua carriera di scrittore e giornalista che ti torna spesso alla mente e di cui vorresti parlarci?

Un giorno, in un treno per Praga, un tizio ha parlato male del mio ultimo romanzo a una ragazza molto carina e ho pensato, quando è andato al bagno, di buttarlo discretamente sul binario per fare poi la corte alla ragazza ma non ho fatto niente. Purtroppo. Perchè dopo è diventato molto più famoso di me e ha guadagnato molto più soldi. Ci ripenso spesso.

Cosa pensi del noir nipponico, autori come Kitakata con le sue storie di yakuza venate di poesia ti piacciono?

Non so assolutamente niente del noir nipponico.

Hai un sogno nel cassetto un progetto che per scaramanzia non hai mai detto a nessuno?

E se non l’ho detto fin’ora, perchè lo dovrei dire a te?

Tieni corsi di giornalismo all’università? Te l’hanno proposto, ti piacerebbe che lo facessero?

No, no, no.

Ora è proprio l’ultima domanda. Stai lavorando ad un nuovo romanzo, se si puoi anticiparci qualcosa?

Si chiama Saturne (Sarturno). Saturno ha mangiato i suoi figli e poi il tempo di saturno era, nella mitologia, quello in cui tutto era di tutti.  

:: Intervista a David Hewson a cura di Giulietta Iannone

14 settembre 2009

David HewsonBenvenuto David. Raccontaci qualcosa di te.

Abito in Inghilterra vicino Canterbury, però spesso vengo in Italia, di solito a Roma per ricerche. Per molti anni ho fatto il giornalista, con The Times, the Sunday Times. Pero adesso scrivo esclusivamente romanzi . I libri di Nic Costa sono tradotti in 20 lingue. Ora viaggio molto per tour pubblicitari.

Sei un autore inglese di crime novels. Sei in una posizione privilegiata per vedere il mondo?

No, non mi considero solo un autore inglese. Principalmente voglio essere un autore internazionale, senza frontiere. La narrativa non conosce una lingua unica. Deve essere universale

Quando e come hai iniziato a scrivere?

Ho sempre scritto. Quando ero giovane ho provato a scrivere storie. Pero il giornalismo era più facile all’ inizio.

Quali autori ti hanno influenzato?

Tanti autori – Robert Graves, Ed McBain, Hemingway, Mario Puzo… tanti, tanti. Non leggo solo il mio genere. Per me il genere non significa molto. Io leggo – e spero anche scrivo – narrativa popolare, storie d’ amore, di vita e di morte.

Qualcuno ti ha incoraggiato a scrivere i primi tempi; se si chi?

Non molto. Scrivere è una professione solitaria. Non cerco l’incoraggiamento, non mostro un libro incompleto ad altri.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo romanzo?

Si. E’ sempre difficile. Pero dopo 15 libri è un po’ più facile.

Raccontaci qualcosa del giovane detective Nic Costa.

Con Costa ho voluto creare un personaggio diverso, non un altro stereotipo. Allora…. Costa non e di mezza età, melanconico, alcolizzato, divorziato, cinico… E giovane, un uomo con molto integrità, dedicato, fidato, ottimista, anche un po’ ingenuo. Un uomo ordinario intrappolato in un mondo difficile. Come noi tutti.

Quali ricerche hai svolto sul sistema di polizia italiano?

Il sistema di polizia italiano è molto complicato. Non è possibile ricrearlo in un lavoro di narrativa. Francamente tutti I libri gialli raccontano bugie sulla polizia. Perché ? Perché la realtà e tanto noiosa, e spesso difficile da credere. Allora proviamo a ricrearla con la fantasia ma cercando di assomigliare il più possibile alla realtà. Allora – sì, ho fatto ricerche sulla polizia italiana, pero non molte. E più importante fare ricerche sulla cultura, non sulla burocrazia.

Ti ispiri ad eventi reali quando scrivi le tue trame?

Raramente. Un solo libro, Il Rituale Sacro, è una storia ambientata alla fine della guerra in Iraq. Però e un’ eccezione.

Progetti per film tratti dai tuoi libri?

Sono in contatto con TV e produttori cinematografici da molto tempo. Dal mio primo libro, “Semana Santa”, ambientato in Spagna, è stato tratto un film – un film terribile a dire il vero. Poi se è possibile fare un buon film da un mio libro- dico sì, certo.

Cosa pensi degli scrittori italiani di mystery? Conosci Faletti, Camilleri, Macchiavelli?

Camilleri è molto popolare in Inghilterra – è uno scrittore meraviglioso. Non conosco gli altri – sono tradotti? E scandaloso che tanti scittori stranieri non siano mai tradotti in inglese.

Le tue storie sono ambientate a Roma. Ti piace lo stile di vita italiano?

Si. Roma e il perfetto canovaccio per questi libri. Sono le storie della giustizia e la ricerca per una vita con un significato. A Roma queste temi sono stati attuali per due mila anni. E’ anche per me un grande onore essere pubblicato in lingua italiana. Fanucci ha svolto un ottimo lavoro. Per un autore inglese, scrivere storie ambientate a Roma, per poi essere pubblicato anche in italiano è molto lusinghiero.

Come crei le tue storie e i tuoi personaggi?

E’ facile. Prendo un pezzo della storia o della cultura Romana e ci tesso della narrativa.

Hai qualche consiglio da dare agli aspiranti scrittori?

Leggere molto e largamente – non solo il tipo di libro che si vuole scrivere.

Cosa stai leggendo adesso?

“Raven Black”, di Ann Cleeves. Una scrittrice inglese che scrive misteri oscuri ambientati nelle isole Shetland. La raccomando.

Ti piace Graham Greene?

Si, molto. Purtroppo non è molto alla moda in Inghilterra oggi.

Se reiniziassi di nuovo la tua carriera, cosa cambieresti?

Niente. Non posso cambiare niente. Perchè stare in pensiero?

Pensi che internet abbia avuto un grande impatto nel mondo dell’editoria?

Oggi – un po’. E importante di comunicare attraverso un web site personale. Anche il mondo di libri a più internazionale grazie al web. Pero un domani con gli e-books ci sarà una rivoluzione. Non conosco il futuro. E’ incerto però eccitante.

Quale tecnica usi?

Non ho una sistema. Scrivo, leggo, correggo. E’ semplice.

Cosa stai scrivendo ora?

Ho redatto il nono libro della serie di Costa – il titolo inglese è “The Fallen Angel”. E una storia principalmente ambientata nel ghetto di Roma, ispirata alla tragedia di Beatrice Cenci.

Tu hai lavorato come reporter per il The Times, e come editor per The Independent. Cosa ti ha insegnato il giornalismo?

Il giornalismo e una buona preparazione per chi vuole fare lo scrittore di narrativa. Insegna l’abilita di scrivere, correggere, la ricerca. Pero il giornalismo è essenzialmente a caccia della verità. La narrativa è qualcosa diverso. C’è un proverbio. “Meglio una bella bugia che una brutta verità”. La narrativa è il commercio della bella bugia. Per la brutta verità, comprate un giornale.

:: Intrevista a Peter May a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2009

Petrer MaySalve Peter. Parlaci un po’ di te. Da quanto tempo ti occupi di scrittura?

 

Ho 57 anni, sono scozzese ma vivo in Francia. Ho iniziato la mia carriera come giornalista in Scozia ma sono ormai trent’anni che mi guadagno da vivere come romanziere e scrittore freelance per la televisione. 

 

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

 

Ho sempre scritto storie da quando imparai a scrivere a circa 4 anni. Ho ancora il mio primo libro chiamato Ian l’elfo. E’ lungo una ventina di parole, scarabocchiato su quattro pagine. Feci una copertina e cucii tutto insieme. Si vede che ce l’avevo nel sangue fin dall’inizio.

 

Parlaci del detective Li Yan di Pechino.

 

Li Yan nacque siccome avevo bisogno di un detective per investigare sul ritrovamento di un corpo carbonizzato in un parco di Pechino nel mio primo China thriller “The firemaker”. Attraverso di lui il lettore scopre la China e la cultura cinese. Egli è il più giovane capo sezione nella storia della squadra investigativa di Pechino. E’ scrupolosamente onesto, e non ha paura di affrontare i suoi capi quando c’è odore di corruzione nell’aria, il che significa che spesso naviga in cattive acque. Ha una relazione infuocata con la patologa americana  Margaret Campbell  una sorta di metafora delle relazioni tra i loro due paesi Cina e America.    

 

Quale è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci come sei arrivato alla pubblicazione.

 

Il mio primo romanzo pubblicato è stato intitolato “The reporter” ed era un thriller con protagonista un reporter investigativo scozzese. Stavo io stesso lavorando come giornalista a quel tempo. Dopo aver scritto il libro sviluppai i personaggi e l’idea per una serie tv che ho venduto alla BBC che ha fatto 13 episodi di un ora. Il libro uscì contemporaneamente alla serie. Avevo 25 anni a quel tempo.

 

Quanto tempo ci hai messo a scrivere the Killing room?

 

 Seguo lo stesso schema con tutti i miei libri. Trascorro circa 4 mesi sviluppando e facendo ricerche su un’ idea.  Poi durante una settimana molto intensa scrivo un dettagliata sinossi della storia che è lunga circa 20 000 parole. Poi visito ogni location che sto descrivendo. Quando inizio a scrivere mi alzo alle 6 di mattina tutti i giorni e scrivo 3000 parole. A scrivere un libro ci impiego normalmente 7 settimane.

 

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

 

Spesso sono ispirato da progressi scientifici e medici e sono incuriosito da quanto spesso questi possano avere implicazioni criminali. Paurosamente comunque a volte ho scoperto che non appena ho scritto una storia  poi qualcosa di molto simile è accaduto nella vita reale. Un classico esempio è la storia di Snakehead dove un grande numero di immigrati illegali cinesi viene trovato morto in un camion abbandonato nel Texas. Non appena scrissi questo più di 50 immigrati clandestini cinesi furono ritrovati morti in un camion frigorifero  a Dover in Inghilterra e non molto tempo dopo una scoperta analoga fu fatta non lontano da Houston in Texas. Sinistramente questo genere di cose succede con una regolarità agghiacciante e a volte lo trovo davvero inquietante.

 

Come solitamente trovi le tue idee?

 

Io sono un drogato di notizie e trovo che la maggior parte delle mie idee iniziali provengano da notizie o articoli che ho letto su giornali o riviste.

 

Quale genere di ricerche hai svolto per il tuo primo libro?

 

 Svolgo ricerche accurate per tutti i mie libri e questo è uno degli aspetti della scrittura che mi piace di più. Per il mio primo libro ho trascorso molto tempo su una piattaforma runner00068C20petrolifera nel Mare del Nord. Per le ricerche sulla mia serie ambientata in Cina ho fatto una decina di viaggi in Cina. La mia attuale serie “The Enzo Files” è ambientata in Francia e ho viaggiato in tutto il paese per le ricerche. Alla fine di quest’anno un thriller ambientato nel mondo virtuale di Second Life sarà pubblicato negli Stati Uniti. Per questo ho trascorso quasi due anni in Second Life.

 

Che libri leggi quando non scrivi?

 

Mi dispiace ma ho poco tempo per leggere per piacere. La maggior parte delle mie letture è per ricerca.

Puoi dirmi qualcosa sul tuo ultimo libro?

 

Ho due nuovi libri che usciranno entro la fine dell’anno. Il primo si intitola Virtually Dead. E’ il thriller ambientato in Second Life di cui ti parlavo prima. Ha per protagonista un fotografo californiano delle scene  del crimine in lutto per la morte della moglie che va in Second Life per le terapie virtuali con il suo psicologo. Tuttavia una volta immerso in questo mondo scopre presto che l’omicidio attraversa una linea tra il reale e il virtuale e si trova invischiato tra le due come un coniglio sotto la luce dei fari. Il secondo è il quarto libro della serie   Enzo Files con l’esperto di medicina legale Enzo McLeod. In questo libro egli tenta di risolvere un omicidio avvenuto dieci anni prima in una remota isola bretone.   

 

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

 

Purtroppo non ho avuto ancora modo di leggere questa trilogia anche se ho letto molto in proposito e mi deciderò a leggerla non appena avrò del tempo per me stesso. Penso comunque che sia triste che Larsson non abbia vissuto abbastanza per vedere il successo dei suoi libri.

 

Chi sono i tuoi scrittori favoriti?

 

Mi piacciono molti autori contemporanei da Qui Xialong a William Kent Krueger, ma anche molti autori della prima metà del ventesimo secolo, che sono stati i pionieri nel rompere gli schemi convenzionali della scrittura letteraria.

 

Che consiglio daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

 

Innanzitutto consiglierei di trovarsi un agente. La maggior parte degli editori non considera i manoscritti non richiesti a meno che non vengano presentati da agenti di fiducia. Un’altra cosa è di guardare con attenzione cosa gli editori stanno pubblicando in questo momento e ciò che è popolare. Naturalmente il romanzo molto personale  e idiosincratico di tanto in tanto può anche trovare una casa editrice e il successo, ma sta diventando sempre più difficile rompere i criteri commerciali che guidano le scelte editoriali delle case editrici. Ho sofferto anche io con il primo romanzo che ho scritto dopo la serie cinese. Si intitolava “The Blackhouse” un tenebroso thriller psicologico ambientato su un isola al largo del nord-ovest della Scozia. Io pensavo che fosse la migliore cosa che avessi mai scritto. Ma fu rifiutato da tutti i principali editori del Regno Unito anche se tutti diedero recensioni positive. Alla fine i diritti mondiali furono acquisttai dal mio editore francese, Rouergue,  e la sua prima pubblicazione sarà in francese. Il libro si intitola “L’iles des Chasseurs d’oiseaux” ed esce in ottobre.

 

Cosa pensi degli e-books?

 

Io penso che l’editoria elettronica  si svilupperà  e crescerà particolarmente come “lettori” elettronici, come il Kindle di Amazon, diventando sempre più popolare. Si apre la possibilità per gli scrittori di pubblicare se stessi più o meno senza alcun costo. Il problema naturalmente è la distribuzione del lavoro e farlo conoscere al pubblico dei lettori. Tuttavia tutto ciò che spezza la morsa degli editori sugli scrittori non può che essere una buona cosa.

 

Ti piace l’Italia?

 

Mi vergogno di ammettere che anche se vivo in Francia praticamente alla porta accanto, sono stato solo tre volte in Italia, una volta da bambino in vacanza con i miei genitori, una volta a vent’anni in campeggio, e una volta per vedere la Scozia giocare la coppa del Mondo. In tutte e tre le occasioni non sono mai andato al di la di Torino e della Riviera Italiana. Tuttavia mi è piaciuta molto, e ho sempre conservato il desiderio di vedere altro, visitando alcuni dei suoi meravigliosi siti storici, e soprattutto adoro il vino e la cucina italiana. Ironia della sorte il mio migliore amico in Scozia è per metà italiano e il personaggio principale della Enzo files è metà scozzese e metà italiano. Si  chiama enzo McLeod.

 

Hai mai avuto il blocco dello scrittore. Cosa hai fatto per superarlo?   

 

Non ho mai avuto il blocco dello scrittore. Non ci credo. Ho un approccio molto strutturato con la scrittura che penso ti venga quando scrivi libri crime. Io penso che tutto sia fatto in anticipo, cosa che ancora però mi lascia spazio alla fantasia. Quando dico che scrivo 3000 parole al giorno voglio dire esattamente 3000 parole al giorno. Quando vedo sul mio computer sul conteggio parole che ho raggiunto questo totale io mi fermo sempre anche se sono a metà di una frase. In questo modo so sempre come continuare il giorno dopo. La cosa peggiore che puoi fare è confrontarti con te stesso davanti ad una pagina vuota alla mattina con nessuna idea di cosa iniziare a scrivere.

 

Dei tuoi molti romanzi quali sono i tuoi preferiti?

 

The Firemaker, the Runner, Extraordinary People.

 

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

 

Per me un buon scrittore deve avere una buona padronanza di linguaggio, deve essere un naturale narratore, e deve essere capace di creare personaggi che affascinino e intrighino.

 

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

 

Non ho ancora avuto la possibilità di leggere i libri di Faletti anche se “Io uccido” è presente nello scaffale della mia libreria in attesa della mia attenzione. Uno di questi giorni..!!

 

Puoi parlarmi del tuo rapporto con gli editori?

 

Ho pubblicato con vari editori in Europa e negli Stati Uniti. Il mio editore principale una piccola casa editrice americana che si chiama Poisoned Pen Press con la quale ho un ottimo rapporto. Sono gli editori migliori con i quali ho pubblicato in lingua inglese, migliori anche di giganti della pubblicazione britannica come Hodder e Stoughton. Sono stato attratto dalla PPP a causa del rapporto molto personale che hanno con gli autori e i libri che pubblicano. L’ultima conferenza editoriale  con il mio editore PPP fu tenuta all’ombra di un salice sulle rive di un ruscello che scorre attraverso l’antico  villaggio di Les Dordogne dopo un meraviglioso pranzo con cucina francese.

 

Quale ruolo svolge internet nella tua scrittura?

 

Enorme. Per me internet ha rivoluzionato la mia scrittura. Quando ho lasciato la televisione nella metà degli anni 90 per concentrarmi sulla scrittura internet stava solo iniziando a decollare. Ho fatto ricerche su internet che sarebbero state impossibili nel passato. Ora faccio la maggior parte del mio marketing e della mia promozione on line con vari siti web e con il mio personale canale televisivo internet www.livestream.com/petermay .

 

Quali cambiamenti hai trovato nel mondo della fiction da quando scrivi?

 

Mi sembra che il più gran cambiamento in questi ultimi anni è stato il crescente ritmo della letteratura moderna, la velocità del racconto, l’economia del linguaggio. Quest ’ultimo è in parte dovuto  al tentativo degli editori di ridurre i costi. Ma in un mondo dove la velocità della televisione e del cinema è raddoppiata o triplicata negli ultimi vent’anni, e con un accesso a computer ad alta velocità la capacità di attenzione è sensibilmente inferiore rispetto al passato.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

 

Gli autori che mi hanno più influenzato durante i miei anni di formazione sono stati Ernest Hemingway, John Steinbeck, Graham Green e JP Donleavy.

 

Hai mai usato paure o esperienze personali nelle tue storie?    

 

Mi riesce difficile pensare ad un solo libro che non contenga moltissimo di me, la mia vita, le mie esperienze, adattato naturalmente ai differenti personaggi e alle circostanze. Anche se non scrivo in modo autobiografico sono molto presente in tutti i miei libri.

 

Scrivi a tempo pieno o fai altri lavori?

 

Sono stato molto fortunato a fare della scrittura il mio lavoro da quando iniziai nel 1979 a fare il giornalista.

 

Che argomenti ti piace trattare nei tuoi crime? Sei un lettore appassionato del genere?

 

Anche se mi diverto a leggere un buon thriller o una storia crime, non è mai stato il mio genere di scelta. Quando ho lasciato la televisione nel 1996 per concentrami sulla scrittura dei miei libri, la mia prima storia ruotava intorno ad un argomento che mi affascinava l’ingegneria genetica dei cibi. Nel The firemaker ho voluto esplorare una storia nella quale un esperimento andato orribilmente male creò una minaccia non solo per alcuni individui ma per tutto il genere umano. Ho deciso che il modo migliore per raccontare le mie storie è attraverso le indagini per un omicidio. E poiché quel libro si trasformò in una serie, con gli stessi personaggi mi sono accidentalmente intrappolato nel genere. Ora è quello che faccio.

 

A cosa stai lavorando al momento?

 

Ho appena finito di scrivere una novella di 12000 parole per l’editore francese Hachette, con i miei due protagonisti della serie della Cina. E’ stato molto divertente perchè sono passati cinque anni da quando ho finito la serie. Sto per iniziare a lavorare al quinto libro della serie Enzo Files che è una storia che ruota intorno alla morte di tre chef star della guida Michelin. Sono molto occupato con le ricerche.

 

Come possono i lettori mettersi in contatto con te?

 

Posso essere raggiunto direttamente dai miei siti principali:  http://www.petermay.co.uk and http://www.enzomacleod.com

:: Intervista a Megan Abbott a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2009

hours-abbott08rv2

Da quanto scrivi?

In un modo o nell’altro da tutta una vita, ma ho semplicemente iniziato a scrivere narrativa con tutto il mio impegno quando ho finito la scuola di specializzazione.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Oh, sì tutto il tempo. Sono una grande fan di Daniel Woodrell, William Kennedy, James Ellroy. Sono i miei maestri di stile.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Morire un po’” è stato il mio primo lavoro di narrativa che ho pubblicato. Stavo scrivendo la mia tesi di specializzazione sulla narrativa hardboiled e il cinema noir (che è diventata un libro intitolato “The street was mine”) e ho cominciato a scrivere “Morire un po’” come progetto parallelo. Sono stata ispirata da tutto quello che stavo leggendo e cercando per la mia ricerca. Questo libro è diventato il mio tentativo di esplorare il mondo di Raymond Chandler, un omaggio a bellissimi film come “Kiss me deadly” e “In a lonely place”.

Quando scrivi le tue trame prendi ispirazione da avvenimenti reali?

Sì, quasi sempre. Sono cresciuta leggendo crimini veri e questi hanno conservato per me un fascino duraturo. Mi piace scrivere su casi reali di vita perché ti danno una struttura, un’ architettura con cui iniziare. A volte con il mio secondo romanzo “The song is you”, o il mio quarto “Bury me deep” c’è un legame diretto con casi di vita vera. Con “Morire un po’” e il mio terzo libro “Queenpin” invece il legame è più sottile, meno diretto. Per quanto riguarda “Morire un po’” avevo letto di un caso contemporaneo di un uomo la cui moglie era stata coinvolta in un traffico di droga e che la protesse incapace di proteggere se stesso. Sembrava un esempio perfetto di un vero racconto noir.

Die a little” combina il glamour della Hollywood degli anni ’50 con i suoi lati più oscuri. La vita è sempre in bianco e nero?

Credo che la Los Angeles di quel periodo ponga in grande risalto il contrasto bianco e nero della vita. Hollywood e la pubblicità hanno colorato di fantasia la vita americana e nello stesso tempo ci hanno logorato con una sorta di isterica paura dell’altro, con la violenza sessuale e il crimine organizzato. Una delle idee principali di “Die a little” è che tutti portiamo dentro di noi sia le tenebre che la luce. E spesso i personaggi più moralmente onesti si rivelano i più pericolosi perché non sanno guardare le tenebre dentro di loro.

Ti piace Raymond Chandler? Ti ha influenzato?

E’ sicuramente chi mi ha influenzato di più. Ho letto tutto, sia i suoi libri che quanto riguarda lui, quando facevo le mie ricerche per “The street was mine”. Tutto ciò che ho scritto inizia con lui. Egli può evocare un mondo di fascino o un mondo semidistrutto con una singola frase.

Hai vinto l’Edgar Award nel 2008 per il miglior paperback. Raccontaci come è andata.

E’ stato molto emozionante. Non avrei mai pensato di fare l’esperienza di stare in piedi al podio in una stanza affollata con una statuetta in mano. Scrivere è così solitario, ti isola, così l’esperienza di andare all’Edgar e incontrare tutti i miei scrittori favoriti e idoli è stata meravigliosa anche se nello stesso tempo ero molto intimidita.

Sei stata definita da James Ellroy una narratrice superba e un’artista appassionata. Quanto ti ha influenzato?

Tremendamente. Ho iniziato a leggere Black Dalia alla scuola superiore, ed è stato per me una rivelazione. Ho letto tutti i suoi libri quasi come in un sogno. Il mondo che costruisce è così suggestivo così ricco che si desidera affondare le mani in esso. “The song is you” è un completo omaggio a lui.

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

In gran parte sì. I film mi hanno molto influenzato e immaginavo la scena di un film quando scrivevo. In “Die a little” c’è il cortile di un appartamento che figura in primo piano nel noir classico “In the lonely place” del 1950. Ho usato il bar da Roadhouse del 1948, il club del gioco d’azzardo da Gilda. Per Queenpin sono stata ispirata da momenti di Quei bravi ragazzi del 1990 e da the Grifters.

Die a little” sarà anche un film in cui Jessica Biel dovrebbe recitare la parte di Lora. Pensi sia adatta alla parte?

Non è ancora stata presa. Tengo le dita incrociate. Jessica Biel sembra che voglia recitare la parte di Alice Steel e scommetto che sarebbe meravigliosa.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi crime contemporanei? Sei femminista?

Sono femminista ma non ci penso così tanto quando sto leggendo o scrivendo. Io non scrivo da un punto di vista politico. Ma credo fortemente nel valore di portare più personaggi femminili grintosi nel mondo del romanzo poliziesco dove le donne vengono ancora relegate nel ruolo o di femme fatale o di vittima. La spogliarellista , la prostituta, la fidanzata del poliziotto. Ci sono tanti libri meravigliosi che rifiutano tali stereotipi come i romanzi di Theresa Schwegel, o i libri meravigliosi di Laura Lippman e le abbraccio.

Quando scopristi per la prima volta il noir?

Fin da bambina sono stata una grande appassionata di vecchi film e il mio primo amore sono stati i gangster film degli anni Trenta come Nemico Pubblico. Poi scoprii i noir. Questi film dipingevano un mondo così affascinante. Tutti gli estremi della vita – il desiderio, l’avidità, la vita scintillante. Il mondo di quei film era così diverso dalla vita di tutti i giorni, della periferia americana dove sono cresciuta.

Sei tentata di scrivere sceneggiature?

No, sin dal college. Si tratta di una forma di scrittura molto diversa che mi piacerebbe imparare, ma adesso sto occupandomi di romanzi.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

E’ il mio primo romanzo poliziesco contemporaneo, ambientato nella periferia degli Stati Uniti. Narra di una ragazza che scompare e la storia è raccontata dal punto di vista del suo migliore amico di 13 anni. In un primo momento è stato molto difficile. Non sapevo se potevo adattare il mio stile che è così influenzato dalla narrativa noir e dai film. Poi ho avuto questa rivelazione che per le maggior parte delle ragazze di 13 anni la vita è noir. C’è tutto il sesso, il terrore, la nostalgia la confusione. Si intitola “The End of Everything”.

Raccontaci della tua routine quando scrivi.

Ho un lavoro così scrivo principalmente il venerdì, il sabato e la domenica. Comincio circa alle 8 della mattina. Mi piace curiosare on line i vecchi articoli scandalistici degli anni ’50, i vecchi crimini, le collezioni di foto. Mi perdo in essi e può facilmente accadere che ci metta anche quattro ore per produrre una pagina e di solito la scrivo anche di corsa perché mi sento in colpa per aver perso così tanto tempo.

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Ho provato a leggere il primo libro ma non ha funzionato molto. Ci proverò ancora una volta perché ho tanti amici che me ne dicono un gran bene.

Quali consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Consiglio di continuare a provare. Ci può volere molto tempo, e i rifiuti sono una buona preparazione per tutte le delusioni future che avranno un giorno che saranno pubblicati. E’ un lavoro duro, difficile, e soprattutto per quelli di noi come me che capiscono così poco di business. Continuo a cercare di ottenere una pelle più spessa.

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

No, ma da ora li cercherò.

Dicci qualcosa di “Bury me Deep”. E’ più dark dei tuoi precedenti?

Si intitola “Bury me Deep” ed è ambientato in una città del deserto in America nei primi anni ’30 alla fine dell’età del Jazz, l’inizio della Grande Depressione. Parla di Marion una giovane donna abbandonata dal marito che è andato in Messico per lavoro. Diventa amica di due ragazze-party che dipendono dalle attenzioni degli uomini sposati della città per sopravvivere. E’ una specie di serra del desiderio, della gelosia, della disperazione, del peccato. Tutto ha un esito violento e Marion deve cercare di venirne fuori. Per alcuni versi è più dark, c’è una scena di violenza scioccante, ma per altri lo trovo più simpatico. Mi sono ispirata al caso famoso degli anni ’30 di Winnie Ruth Judd. Un grande caso americano da tabloid. Era chiamata la tigre di velluto, il macellaio biondo. E’ stata una sensazione, uno di quei casi in cui più leggi e più la storia diventa complicata.