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:: Intervista con Karin Slaughter a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2010

Karin SlaughterKarin grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Siete voi i benvenuti. Grazie per aver pensato a me. Quanto alla tua domanda: quando ero al college ho studiato la poesia del Rinascimento, ma ho abbandonato due classi  prima della laurea, perché avevo aperto una mia azienda e volevo concentrare la mia attenzione sugli affari. Sebbene, mi  fosse stato detto dal mio advisor che  avrei potuto frequentare due corsi di matematica mi è sembrata una scelta migliore lasciare piuttosto che cercare di fare trigonometria!

Perché sei diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Ho scritto la mia prima storia quando avevo sei anni. L’ho illustrata da me, ho  persino modellato il libro con una vecchia scatola di detersivo per lavatrici. Mi sono messa nei guai perchè ho utilizzato le forbici, ma credo che mio padre ora finalmente mi abbia perdonato. Mentre ho sempre voluto essere una scrittrice, non ho mai pensato che sarei stata in grado di guadagnarmi da vivere con la scrittura, così è stato qualcosa che ho tenuto per me. A partire dall’età di diciotto anni, da quando ho finito  il liceo, ho lavorato cercando di migliorare il mio modo di scrivere e ho cercato di ottenere un agente incaricato di rappresentarmi (negli Stati Uniti, devi avere un agente se vuoi  ottenere un contratto editoriale con i grandi editori ). Quindi, ci sono voluti circa otto anni, ma finalmente sono riuscita ad avere un agente che credesse nel mio lavoro.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata.

Sono un’ americana del sud, così naturalmente amo Via col vento di Margaret Mitchell. Il film è meraviglioso, ma nulla può eguagliare il libro. C’è una ragione la Mitchell ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura con questo romanzo. E ‘una storia incredibilmente avvincente, ed è uno dei libri più tradotti nella storia dell’editoria. Ho anche amato leggere i racconti di Flannery O’Connor. Per me è stata una rivelazione leggere gli scritti di una donna che parlava di violenza da un punto di vista morale. Lei è stata un’ abile narratrice, e credo che stia rapidamente diventando un’arte perduta. Mi è piaciuto anche leggere F. Scott Fitzgerald e Harper Lee. Sin da giovanissima mi ha sempre affascinato  la  differenza di classe e  come la nascita può incidere su di noi.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro scritto è stato un racconto intitolato “If Cats Had Thumbs”, che non vedrà mai la luce. E ‘stato il mio primo tentativo di scrivere qualcosa di più di un racconto. Il mio primo lavoro che è stato pubblicato si intitolava “Blindsighted”. Questo è stato anche il primo thriller che ho scritto. Io amo l’azione veloce e cerco di raccontare una storia  analizzando i personaggi e la società attraverso la violenza. Per quanto riguarda la mia strada per la pubblicazione, penso di averti  già risposto in precedenza. Ho lavorato  molto cercando l’ agente giusto. Ho anche lavorato sulla mia scrittura, cosa che credo che la gente che non è ancora riuscita a farsi pubblicare  tende a dimenticare che deve fare. Se avessi ri-presentato più e più volte le stesse storie che ho scritto quando avevo diciotto anni, non credo che nessun agente avrebbe mai seriamente guardato il mio lavoro. Quando si cresce e si matura cambiano le nostre opinioni sulla vita, le nostre situazioni, le  nostre esperienze, tutto cambia. Il nostro lavoro dovrebbe riflettere tutto questo. Non potrei mai scrivere Blindsighted di nuovo perché non sarò mai più la stessa di allora.

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Penso che dipenda dall’autore. A volte le donne che creano personaggi femminili tendono a renderli quasi  delle superdonne, in modo che nulla le tocchi. In altri casi subiscono tali maltrattamenti  che  le rendono personaggi completamente sgradevoli. Denise Mina e Mo Hayder scrivono spesso di donne molto complesse, a volte antipatiche, ma sempre eroiche. E non solo le donne possono fare questo. Peter Robinson scrive storie meravigliose sulle donne. Mark Billingham ha recentemente creato una splendida figura femminile. Nei miei romanzi, mi assicuro che le donne non siano mai salvate dagli uomini. Sono sempre abbastanza forti  da salvare se stesse. In uno o due casi, sono addirittura le donne che salvano gli uomini. Penso che anche importante considerare il rovescio della  tua domanda , perché nei miei libri, non sempre gli uomini  sono cattivi. Uno dei più orribili e brutali personaggi di cui io abbia mai scritto era una donna. Per me, che è stata una grande sfida, e per molti versi una svolta facile, perché le persone ritengono automaticamente che le donne  siano buone o almeno cerchino di essere buone. La verità è che alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi da donne. Possiamo essere abbastanza cattive quando lo vogliamo.

Sei femminista?

Sfacciatamente! Credo che qualsiasi donna che dica di non essere femminista, non sa bene  che cosa è una femminista. Spesso la parola è tutt’uno con l’odio per l’uomo, che è un utile strumento per mettere le donne una contro l’altra. Le femministe amano gli uomini. Sono sposate con uomini. Hanno figli, hanno padri, hanno amici che sono uomini. Il femminismo ha un obiettivo semplice: la parità  tra  uomini e donne. Questo è un obiettivo che tutti gli uomini, che dopo tutto sono nati da una donna, tendono a sposare donne e spesso  hanno figlie, dovrebbero  sostenere.

Quali sono le tue scrittrici preferite, europee o americane?

Karin Fossum, Liza Marklund, Mo Hayder, Denise Mina, Tess Gerritsen, Kate White, Kathy Reichs, Lisa Gardner, Sara Paretsky … La lista potrebbe continuare.

Lin Anderson è una tua grande fan. Conosci i suoi libri?

Mi dispiace dover dire di no. Se è tradotta in inglese, mi piacerebbe leggere i suoi libri. Negli Stati Uniti, si pubblicano oltre 200.000 libri l’anno, quindi è un mercato molto competitivo ed è difficile  riuscire ad essere tradotti. Mentre abbiamo Stieg Larsson e Henning Menkel, non abbiamo molti autori  donne che vengono tradotti. Suppongo che questo può essere collegato alla tua domanda sul femminismo: è molto più difficile nel mondo dell’editoria, se sei una donna. Non si riesce ad ottenere l’attenzione della critica che gli uomini ottengono. Per le donne essere tradotte è doppiamente difficile.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Beh, suppongo che una delle cose che la gente ha bisogno di sapere è che l’America è enorme. Si può attraversare tutto il New England fino al lago Michigan e ancora non toccare le coste. Abbiamo deserti, montagne (alcune delle quali sono le più antiche del mondo), paludi,  zone umide, due oceani, il Golfo e persino un Great Salt Lake. Se tu andassi con la  tua macchina dalla Georgia alla California, ci vorrebbero sette giorni. Viagg
iare al di fuori degli Stati Uniti (ad eccezione di Canada e Messico) è molto costoso e richiede tempo. Costa circa 1.000 dollari un biglietto per l’Europa.

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nata a Covington, in Georgia, ma sono cresciuta in un posto chiamato Jonesboro. Guardando indietro, vedo che ho avuto una vita un po ‘idilliaca, un’ esistenza di periferia. Ho vissuto vicino ad un lago e usavo l’autobus per andare a scuola. Tutto poi è cambiato nei tardi anni settanta quando si  sono verificati diversi omicidi di bambini ad Atlanta . Non potevo più andare in giro da sola e dovevo avere il controllo dei miei genitori costantemente. Sia  di notte che di giorno, e questo mi ha dato subito una certa comprensione  su come la criminalità, o la minaccia della criminalità, apporta cambiamenti del tessuto delle comunità.

“Kisscut” è un libro molto forte, con un tema sensibile, la violenza sui bambini. È una storia vera?

Parte della storia si basa su cose in cui  mi sono imbattuta durante le mie ricerche. Sono stata molto attenta quando ho scritto questo libro, perché c’è stata una linea che non volevo sicuramente attraversare. L’abuso dei bambini è un argomento difficile da affrontare, ma io sono molto orgogliosa di questo libro, perché penso di essere riuscita a raggiungere tutto quello che mi ero prefissata.

Ti piace il poliziesco scandinavo? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Non sono mai stata in grado di immedesimarmi nel lavoro di  Larsson, anche se ammiro ciò che stava cercando di fare. Devo ammettere che  è stato molto celebrato in America per aver scritto di personaggi femminili forti, quando ci sono un sacco di donne in tutto il mondo che lo fanno abitualmente, ma  non sono riuscite mai ad ottenere alcun  riconoscimento. Ho letto un solo libro di Jo Nesbø, ma mi ha molto impressionato. Mi piace leggere di altre culture e persone. Gli scrittori americani hanno sempre un tono smorzato perché la gente  negli altri paesi appena sente parlare di violenza pensa che quello di cui  scriviamo sia autentico. Anche se  ammetto  che  l’America è più violenta  di molti altri paesi, si tratta di un malinteso poichè la violenza è ovunque. Vediamo il sorgere stesso della criminalità a seconda dei fattori demografici e  socio-economici.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di “Skin Privilege”, in poche parole. È il tuo libro preferito?

Amo veramente Skin Privilege, ma devo ammettere che sono la tipica autrice  che ama sempre il prossimo libro su cui sta lavorando. In Skin Privilege, la protagonista Lena  torna nella sua città natale Reese. Qui scopre che suo zio Hank è sparito. Si mette subito nei guai, mentre lei è lì,  Jeffrey  viene rilasciato e ottiene la libertà provvisoria. Suppongo che la gente dovrà leggere il libro per scoprire cosa succede dopo!

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Il prossimo libro della serie Grant County è quello che ho appena finito. Si chiama Broken e uscirà in estate negli Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. Poi ci sono tre libri in ballo che  hanno per protagonista un personaggio di nome Will Trent: Triptych, Fractured and Undone.

C’è qualche debuttante che ti piace?

C’è una donna di nome Chevy Stevens che ha scritto un libro che fa veramente paura  che si intitola “Still Missing”. Penso che uscirà nel luglio di quest’anno negli Stati Uniti.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

In Inghilterra, sono in procinto di avviare la produzione su un adattamento del mio romanzo, Martin Misunderstood. Sono davvero impaziente. Ci sono state alcune voci a Hollywood su altri progetti, ma non posso dire nulla ancora in proposito.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato Broken, il prossimo libro di Grant County. Il mio prossimo progetto è intitolato provvisoriamente “Fallen”, e ci riporta nel mondo di Will Trent di Atlanta. L’inizio è piuttosto stridente e grintoso. Mi sono divertita parecchio durante le  ricerche per questo libro.

Ti piace l’Italia?

Certamente! Quando ero ragazzina, io e la mia famiglia abbiamo viaggiato un po’ in Europa e io da adolescente scontrosa ostentavo un grande disprezzo e disinteresse. L’Italia è stata il primo paese che  ha incrinato la mia facciata di disinteresse. Arrivammo dalla Francia, e gli italiani furono per me un raggio di sole!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Alcuni anni fa, ho deciso che ogni volta che mi sarei trovata in un paese nuovo avrei provato a fare qualcosa  di tipico. A Parigi, sono andata in giro su un moto-taxi. A Melbourne, ho nuotato con gli squali e percorso a piedi il ponte di Sydney Harbour. In Finlandia, ho fatto una sauna e  sono saltata nuda nel gelido Baltico. Beh, non so se quest’ ultima cosa  è divertente, quanto stupida, ma vi prego voglio che i miei lettori italiani  sappiano  che se verrò in  Italia,  sarò disposta a mangiare un sacco di pasta e a parlare di politica!

:: Intervista a Julie Reece Deaver a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2010
Julie Reece DeaverJulie grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi. Ho sempre scritto, da quando ero bambina. Ho iniziato a scrivere inviando storie alle riviste e case editrici quando ero un adolescente, ma, naturalmente, ci sono voluti molti anni (e molti rifiuti) prima che il mio primo libro fosse accettato per la pubblicazione.

Perchè seidiventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Sono cresciuta in una famiglia molto creativa. Mia madre era un’ artista, mio padre era uno scrittore di pubblicità, e mio fratello, Jeffery Deaver, è anche uno scrittore. Scrive i bestseller di  Lincoln Rhyme, una serie di romanzi gialli, tutti pubblicati in Italia.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Alcuni degli scrittori che mi hanno influenzato sono MJ Amft, William Wharton, Truman Capote, Carson McCullers, Neil Simon, Garry Marshall, Bill Persky, Saul Turteltaub, Bernie Orenstein, Treva Silverman, James L. Brooks. Questi ultimi scrittori non sono romanzieri, ma drammaturghi, sceneggiatori per la televisione, per il teatro e il cinema.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è una poesia per il Jack and Jill Magazine (una rivista per bambini) che è stata pubblicata quando avevo sei anni! E ‘stata intitolata “Il gatto di mia nonna,” e non ci crederai ma si trattava proprio del gatto di mia nonna!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Anche se il mio ultimo libro, “Quella notte Sono Scomparsa” è un thriller, generalmente i miei lavori non sono thriller. Naturalmente, io sono una grande fan delle eroine dei romanzi di mio fratello. I suoi personaggi femminili sono intelligenti e forti.

Sei femminista?

Femminista significa cose diverse per persone diverse. Credo che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini.

Quali sono le tue scrittrici preferiti, europee o americane?

Tre scrittori attuali mi piacciono molto e sono Halse Laurie Anderson e Meg Cabot e Francesca Lia Block.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Questa è una buona domanda. Io non sono una persona molto politica, e perché questo è il paese dove sono cresciuto, non posso paragonarlo ad un altro paese.

Dimmi qualcosa di divertente su tuo fratello.

Mio fratello è di tre anni più vecchio di me, e quando sono nata, non riusciva a ricordare il mio nome, così ha chiesto ai miei genitori di mandarmi indietro per avere un bambino con un nome che sarebbe stato più facile da ricordare!

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Mio fratello e io siamo cresciuti in un sobborgo di Chicago negli anni ’50 e ’60. Quando non eravamo  a scuola, abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero scrivendo, solo per divertimento. Mio fratello oltre che scrittore è anche un musicista , e ho trascorso un sacco di tempo quando eravamo bambini e ragazzi andando con lui per i club di musica. Ha scritto ed eseguito le sue canzoni.

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Devo confessarti che non ho mai letto questi scrittori. Li leggerò certamente adesso, però.

Raccontaci qualcosa sulla trama di “La notte che sono scomparsa” in poche parole. È il tuo libro preferito?

“La notte che sono scomparsa” è un thriller psicologico. Il personaggio principale, Jamie, è una ragazza di diciassette anni, che scopre che non può più controllare i suoi sogni a occhi aperti. Si ritrova a visitare il suo amico Webb, ma solo nella sua mente. Ci vuole il lavoro di uno psichiatra di talento per scoprire il segreto Jamie. È il mio libro preferito? Bene, è il sequel del mio primo romanzo, “Say Goodnight, Gracie”. Che sarà sempre il mio libro preferito, credo, perché era il mio primo romanzo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Mi piacerebbe che anche altri miei libri fossero pubblicati in Italia perché ho davvero  avuto una buona accoglienza dai miei lettori italiani. E ‘davvero tutto dipende dalle decisioni del mio editore se pubblicare o meno i miei libri in Italia, e finora nessuna decisione è stata presa.

C’è uno scrittore esordiente che ti piace?

Vuoi dire se c’ è un nuovo scrittore che mi piace? Mi piace Alice Sebold, autrice del libro ” The Lovely Bones”. Credo che il suo stile sia nuovo e interessante.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Al momento nessuno studios cinematografico ha voluto fare versioni filmate dei miei romanzi, ma mi auguro che cambino idea, un giorno, naturalmente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito di scrivere una sceneggiatura originale e speriamo che uno studio cinematografico si interessi. Si tratta di un dramma con sfumature comiche.

Ti piace l’Italia?

Non sono mai stata in Italia, ma spero di visitarla  un giorno. Per la verità mi hanno scritto molti  miei lettori italiani e mi piace avere loro notizie, sono intelligenti e piacevoli!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Qualcosa di divertente su di me è che ho una memoria insolita per le date. Mi ricordo le date di specifici compiti di scuola di quando ero bambina.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Andrea Camilleri

27 gennaio 2010

1Con sottofondo di Boca Colora, di Joe Vasconcellos

E’ uscito nel maggio dell’anno scorso La danza del gabbiano, il quindicesimo con protagonista il Commissario Montalbano, un Montalbano disilluso, sempre più vecchio nell’animo, stanco. Ha voglia di parlarci di questo romanzo? La crisi di Montalbano sembra nascere da un pensiero sulla morte che sempre meno abbandona il personaggio, Lei stesso tempo fa ha dichiarato: “E poiché è avanzato con gli anni, si lamenta ed è stanco di lavorare, ma non potrà sfuggire al suo destino.” Questo riguarda solo il commissario o, in qualche modo anche il mestiere di scrittore?

A Montalbano capita quello che capita a molti uomini passata la cinquantina e a molte donne passata invece la quarantina. Cioè di diventare grandi. Il fisico inizia a cedere, la memoria perde qualche colpo, la grinta viene meno sempre più spesso e inizia un lento distacco dall’immagine giovanile  che si aveva di se stessi. Inoltre bisogna a calcolare che Montalbano è usurato dal mestiere. Soprattutto perché ritiene di avere a che fare sostanzialmente con degli stupidi. Il mio caso di scrittore è invece ben diverso. Io ho a che fare con i miei lettori, che mi creda, spesso sono i critici più attenti, scrupolosi, ed intelligenti che possa augurarmi.

Da dove nasce il personaggio del Commissario Montalbano?

Come ho detto diverse volte nasce da una mia esigenza di ordine narrativo. Il romanzo giallo in questo senso mi ingabbia dentro regole ben precise. Il successo del primo Montalbano mi ha poi felicemente “obbligato” a scriverne altri.

Quando ha iniziato a scrivere utilizzando espressioni del dialetto e del parlato siciliano pensava potesse avere così grande successo? Inizialmente ha avuto difficoltà nel presentarlo agli editori?

Neanche lontanamente, sono stato sconsigliato anche da Sciascia. D’altronde non potevo fare diversamente: è l’unico modo che ho per comunicare, anche se passati gli 80 cerco di scrivere qualcosa in italiano.

Quanta importanza ha il linguaggio cinematografico nel suo lavoro narrativo?

Tanta, ma ancor di più ha importanza il dialogo teatrale.

Oltre a lei, moltissimi autori, italiani e non, hanno creato personaggi polizieschi: Khadra, Izzo, Lucarelli, Carlotto, Montalbàan, Taibo II, Macchiavelli, Willeford, Arjouni… C’è qualche autore di genere che le piace particolarmente?

Simenon, Izzo, Durenmatt, Gadda, Chakri e tanti tantissimi altri. Tra tutti Sofocle con l’Edipo.

Quali sono, secondo Lei, le qualità per essere un buon scrittore? C’è una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?

Non conosco regole per essere un buono scrittore. Purtroppo non ne conosco neanche per la buona o cattiva giornata. La mia giornata è sempre la stessa, o almeno tento di fare in modo che sia la stessa, di una monotonia esasperante.

Pensa che in Italia ci sia una reale crisi del libro? Quali potrebbero essere gli strumenti per risolverla?

Non c’è nessuna crisi del libro. C’è la crisi dei lettori. In Italia c’è una fioritura di romanzieri e narratori di grande livello. Purtroppo mancano i lettori.

Sta lavorando a qualche nuovo libro?

Fino a quando ne avrò la forza io lavorerò  sempre a qualche nuovo libro.

Grazie, buona giornata e buon lavoro.

:: Intervista ad Allan Guthrie a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2010

allan-guthrieCiao Allan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Guthrie?

Il piacere è tutto mio. Grazie per avermi invitato. Sono un romanziere e un agente letterario, con sede a Edimburgo, in Scozia. Ho scritto romanzi polizieschi molto noir e a volte divertenti.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Edimburgo (pronunciato Embra) è la capitale della Scozia, anche se è solo la seconda città (Glasgow è molto più grande). La città è dominata da un castello che è arroccato sulla cima di un costone vulcanico. La maggior parte del tempo ad Edimburgo è sereno e bello, ma recentemente è stata lacerata dall’ installazione di una nuova rete di tram e gran parte della città si presenta come un sito dove è esplosa una bomba. Mi occupavo di informatica prima di iniziare ad essere coinvolto nel mondo del libro. Da allora, ho lavorato per una catena di  librerie, sono stato editor per una casa editrice cult degli Stati Uniti che stampa crime fiction, e infine sono diventato uno scrittore e agente letterario.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

La mia prima storia è apparsa nel giornale della scuola, quando avevo cinque anni. Mi ricordo che si trattava di un pic-nic, ma non riesco a ricordare tutti i dettagli. Ho scritto il mio primo romanzo, quando avevo nove anni.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

Quello che ho scritto quando avevo nove o il primo che ho pubblicato? Ti risponderò il secondo perché non riesco a ricordare il primo. Ho un forte interesse per la narrativa noir, in particolare per il noir americano della prima metà del ventesimo secolo. E Two-Way Split è nato da questo. Ho scritto un paio di thriller comici che non hanno funzionato e ho deciso di scrivere qualcosa di un po’ più serio, più nello stile di David Goodis, per esempio. Io non riuscivo a eliminare il senso dell’umorismo però, quindi c’è un po’ di commedia nera nel libro.

Quali sono stati gli scrittori che ti hanno influenzato per primi?

Ho iniziato a leggere letteratura poliziesca dopo la lettura di Un’ indagine filosofica di Philip Kerr. E da li ho iniziato a leggere i  noir di Andrew Vachss. Ma mentre sicuramente questi scrittori hanno influenzato le mie letture, non sono proprio sicuro se abbiano influenzato anche la mia scrittura. La verità è che la maggior parte delle mie influenze letterarie proveniene dal palcoscenico e dello schermo. Da drammaturghi come Andrew Kevin Walker (celebre sceneggiatore).

Raccontaci qualcosa del suo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

TWO-WAY SPLIT ha per protagonista un pianista clinicamente psicotico diventato rapinatore che scopre la moglie a letto con un collega membro della gang. Il libro si svolge il giorno di una rapina in ufficio postale, pochi mesi dopo che l’eroe ha smesso di prendere le sue medicine. La mia strada verso la pubblicazione è stata lunga. TWO-WAY SPLIT ha vinto in Gran Bretagna il premio Dagger per le opere prime nel 2001 – un premio dato dal CWA per romanzi inediti. Ma non sono riuscito a farlo pubblicare fino al 2004 negli Stati Uniti, (2005 in Gran Bretagna). Ho ricevuto centinaia di lettere di rifiuto da agenti ed editori. Per fortuna io sono molto ostinato.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei libri esplorano il ventre di Edimburgo. I miei libri tendono a concentrarsi sui criminali e le vittime. La polizia non mi interessa molto  sono più preso dalla psicologia anormale o dal modo di reagire della gente comune quando si trova coinvolta in eventi straordinari. Il mio preferito è sempre il più recente, quindi al momento, è Slammer.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Ce ne sono troppi per parlarne. Non credo che ci sia stato un momento in cui ci sono stati tanti gli scrittori in circolazione come ora. Trovo che fare paragoni tra scrittori sia impossibile. Soprattutto quando sono amici e / o clienti. Così se me lo permetti non rispondo.

I tuoi personaggi di fantasia, spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

No, semmai il contrario. Cerco di tenermi fuori dalla mia scrittura, per quanto possibile. Sono estremamente noioso, inserire me nella prosa sarebbe fatale. Ho utilizzato parte del mio background personale per il protagonista, Robin, in due-WAY SPLIT. Ha frequentato una scuola di musica e così ho fatto io. Ma a differenza di Robin, non ho mai voluto essere un pianista.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Il più recente è SLAMMER, un romanzo ambientato in un carcere ed  ha per protagonista una guardia carceraria molto giovane e inesperta che è mal equipaggiata per il  suo lavoro. E ‘ la storia di come è usato e abusato dai suoi colleghi e dai prigionieri, e racconta l’effetto che questo stress ha sulla sua vita.

Stai scrivendo adesso un nuovo romanzo?

Ho appena finito un romanzo chiamato Bye Bye Baby, che dovrebbe uscire il prossimo anno. Ora sto lavorando ad un romanzo che è più un thriller tradizionale e si intitola Blood Will OUT.

Sei un autore acclamato dalla critica. Avete ricevuto recensioni negative?

Oh, yeah. Molte, molte recensioni negative. Io non conosco nessuno scrittore che riceva solo buone recensioni. I critici hanno aspettative diverse, opinioni diverse. E’ impossibile accontentare tutti.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di manoscritti dei miei clienti in questi giorni. Più di recente, Choke Hold della straordinaria Christa Faust, un sequel di Money Shot che Newton Compton pubblicherà in Italia. La mia più recente lettura di un libro non di un mio cliente è stata della scrittrice brasiliana Patricia Melo The Killer – il miglior libro su un sicario che abbia mai letto.

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i lettori?

Davvero? Sono felice di sentirlo. Credo che i miei lettori devono essere timidi. Ho sentito un sacco di complimenti da scrittori (che sono anche lettori, ovviamente), ma molto di rado da parte di lettori che non sono scrittori.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Imparare il mestiere. Essere testardi. Fortunati.

Che cosa è la libertà per te?

Mel Gibson in Braveheart, naturalmente!

:: Intervista a T. Jefferson Parker a cura di Giulietta Iannone

24 gennaio 2010

T. Jefferson ParkerCiao Jeff. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background?

Sono nato nel 1953 a Los Angeles e ho vissuto qui, nel sud della California, tutta la mia vita. Sono andato a scuole pubbliche. Da bambino ho amato molto la lettura. E poi crescendo ho continuato a leggere. Penso che il mio amore per le storie derivi da queste letture. In più mia madre e mio padre erano grandi narratori, anche se non facevano gli scrittori.

Hai iniziato la tua carriera di scrittore, come giornalista. Quali sono le qualità tipiche di un buon giornalista?

Darsi un termine! E informarsi sui fatti per rendere sempre più interessante possibile la storia che si vuole raccontare. Ho scritto un sacco di cose diverse, quando ero un giovane reporter. La cosa migliore del giornalismo è che devi imparare subito come funziona il mondo intorno a te. Ho appena letto “Gomorra” di Roberto Saviano. Così il giornalismo è grande.

Internet è il futuro della letteratura?

Beh, i dispositivi di lettura elettronici, forse. Tuttavia, credo che gli amanti dei libri continueranno a leggere i libri convenzionali ancora per molto tempo.

Sei stato paragonato a molti scrittori di thriller famosi, tra cui Michael Connolly. A quali ti piacerebbe di più essere paragonato?

Mi piace essere paragonato a Mike. Lui è fantastico. Mi piacerebbe essere paragonato a Ross McDonald e Thomas Harris, che ho conosciuto. Mi piacerebbe essere paragonato anche a Thomas McGuane o Jonathan Lethem o Richard Ford, che non ho conosciuto!

I tuoi libri sono procedurals molto diversi dai romanzi polizieschi tradizionali. Sei un pioniere?

Forse un “ibridizzatore”. Pioniere suona meglio, però. Le procedure mi interessano sempre meno perlopiù scrivo. Il mio ultimo libro è basato poco sulle procedure da seguire, ma è ricco di velocità e di sorpresa.

I tuoi libri sono ambientati nella California meridionale. È un posto speciale per te?

Sì, molto. Mi sento libero qui. Dopo 55 anni, una persona dovrebbe trovare un posto che lo faccia sentire così. Ci sono cose buone e cose cattive a soggiornare nello stesso luogo per tutta la vita. Uno dei vantaggi, come la vedo io, è un indurimento della prospettiva. Si impara a vedere la vita a breve, medio e lungo termine. Che è buono per un romanziere. Ma a dire il vero ho ambientato in Messico i miei ultimi quattro libri – tutti i romanzi di Charlie Hood. C’è qualcosa di molto impegnativo e stimolante quando si descrive un nuovo paesaggio, per non parlare di un nuovo popolo con una storia condivisa.

Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio con Laguna Heat.

Ho lavorato molto su questo libro. L’ho riscritto cinque volte prima di spedirlo agli editori. Ci ho messo cinque anni per farlo pubblicare. Ho imparato a scrivere con quel libro. Ogni scrittore fa così. Quando l’ho scritto non sapevo se fosse un buon libro o meno, ma sapevo di aver dato il meglio di me. E’ il libro di un giovane.

Quali scrittori leggi?

Leggo di tutto. Spesso mi lascio consigliare dalla critica. Dei miei coetanei mi piace Robert Crais e Elizabeth George e Don Winslow e CJ Box. Non ho mai perso un libro di Elmore Leonard e John LeCarre. Ho letto un sacco di non-fiction. Amo Calvino e Updike e Mailer e Marquez. Ho letto parecchio sin dal college e l’elenco degli scrittori che leggo non può che diventare sempre più lungo.

Insegni scrittura creativa?

Non l’ho mai fatto. Potrebbe essere divertente e appagante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Per quanto riguarda la scrittura, la libertà è quando non ti viene detto cosa scrivere. Sono stato molto, molto fortunato nella mia vita, perché non ho mai avuto un editor che mi abbia imposto cosa scrivere. Sono sempre stato in grado di scrivere quello che volevo. La gente si chiede perché non scrivo di più fiction ma a me piace il mistery e il genere thriller. Ho messo tutto me stesso in questo. Credo che ciò estenda i limiti della forma sempre un po’. Ad ogni modo, una bella storia è una storia buona e una cattiva è una cattiva.

Hai amici scrittori?

Sono buon amico di C. J. Box. Peschiamo insieme. Donald Stanwood è un buon amico. Anche Don Winslow. Elizabeth George e io ci conosciamo da anni. Conosco anche Andrew Winer and Brian Wiprud. Non vedo nessuno di loro tanto quanto vorrei. Ma gli scrittori sono dei solitari e sono sempre occupati.

Progetti di film tratti dai tuoi libri?

Di Laguna Heat è stato fatto un film per la HBO tanti anni fa. LA Outlaws e The Fallen sono in opzione per film e per la televisive. Chi sa che cosa accadrà?

Quando uscirà il tuo prossimo libro in Italia?

Penso che uscirà nel 2010. Gli editori italiani vogliono sempre fare una cover di classe.

Basi i personaggi dei tuoi libri su persone reali?

No. Io uso alcuni tratti di persone vere. Ma mai tutta la persona! I personaggi immaginari sono sempre meno complessi delle persone reali. Sono distillati.

Ti piace Edgar Allan Poe?

Sì. Lui è uno dei primi scrittori ho letto quando ero un giovane lettore. Abbiamo avuto in casa le sue opere complete e mamma e papà sono stati suoi grandi fan. Lo leggo ancora oggi. Amo le sue atmosfere, la sua idea che la coscienza umana non può sopportare un peso più di tanto prima di cedere. Amo il modo in cui riesce a far si che i  cattivi rubino la scena.

Sei uno scrittore statunitense. Ti piacciono i gialli europei?

Ne ho letto solo alcuni. Ho letto Ken Bruen e Henning Mankel e Håkan Nesser e Ian Rankin. Splendida crittura, storie meravigliose. Vorrei saperne di più.

Che cosa consideri più difficile nell’ arte della scrittura?

Le operazioni preliminari. Mi ci vuole sempre più tempo prima di arrivare al punto in cui posso iniziare a scrivere il primo capitolo. A volte ci vogliono mesi. Devi essere pronto. E ‘un istinto, una fede, forse. E’ qualcosa di indefinibile.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Qual è la differenza tra una pizza e uno scrittore di gialli? Nessuna. Sia uno scrittore di gialli che una pizza possono sfamare una famiglia di quattro persone.

Quando vieni in Italia?

L’ho visitata da giovane, quando ero appena uscito dal college. Sono stato un paio di giorni a Roma e un paio di giorni a Venezia. Mi hai chiesto in precedenza che cos’è la “libertà”. Beh, la libertà è un viaggio in Italia, quando sei giovane. Quelli erano bei tempi. Ho tenuto un diario. Sarei rimasto in Italia più a lungo, molto più a lungo.

Scrivi racconti o solo romanzi?

Ho cominciato scrivendo racconti. Solo alcuni. Ma mi piaceva molto. Si tratta di una disciplina diversa e bisogna imparare  sempre cose nuove. Cosa c’è di meglio per un uomo che per imparare qualcosa di nuovo nella sua vita? Forse è per questo che amo andare a pesca. Perché i pesci sono sempre più intelligenti di me, e devo escogitare nuovi metodi per ingannarli, per prenderli al volo. E ‘una sfida senza fine. La amo.

Ti piace far tour promozionali per i tuoi libri?

Sì, è fantastico vedere nuove città e incontrare nuove persone. Non ho mai veramente saputo per chi scrivevo prima di farli e ora finalmente vedo i miei lettori e questo è fondamentale. Sono anche contento quando il tour è finito. È faticoso e non si riesce a scrivere molto. E soprattutto si sta lontano dai propri cari e dal resto.

Hai un agente letterario?

Oh, sì. Uno bravo, Robert Gottlieb della Trident Media Group di New York. E ‘stato un amico ed un alleato formidabile nel corso degli anni. Dillo a tutti i vostri giovani scrittori che hanno bisogno di un agente. La maggior parte degli editori non inizia nemmeno a leggere un manoscritto di questi tempi a meno che non sia presentato da un agente.

:: Intervista a Barry Eisler a cura di Giulietta Iannone

21 gennaio 2010

Barry EislerBenvenuto Barry su  Liberidiscrivere. Grazie per aver accettato la mia intervista. Raccontaci qualcosa di te e del tuo background. Dove sei nato e cresciuto?

Bene, vediamo. Sono nato e cresciuto nello stato del New Jersey, sulla costa orientale. In questi giorni vivo nella San Francisco Bay Area, una bellissima parte del mondo. Sono stato benedetto con una serie di lavori interessanti: una posizione di agente segreto presso la direzione della CIA; avvocato in uno studio legale internazionale, consigliere in-house presso la sede di Osaka di Matsushita Electric, executive in un’azienda tecnologica di Silicon Valley. Al momento posso scrivere a tempo pieno thriller con un sacco di azione realistica, località esotiche, e tanto sesso. La mia formazione in Agenzia, il mio periodo come avvocato, le mie esperienze in Giappone, e il mio background nelle arti marziali beh penso che tutte queste cose abbiano contribuito alla mia scrittura.

Tu sei stato una vera spia. Cosa ricordi di quel periodo della tua vita? Non informazioni segrete naturalmente.

Non ho fatto più di tanto. Ero operativo nella Direzione delle Operazioni (DO, oggi National Clandestine Service), che è dove vivono le spie. C’è anche la Direzione di Intelligence (DI), che è la sede degli analisti. E la direzione della Scienza e della Tecnologia (DS & T), dove i tecnici fanno gadjet per James Bond. Poi c’è la Direzione di Amministrazione (DA), che è un ente di sostegno. Sono stato addestrato a usare tutta una varietà di strumenti e mi hanno anche insegnato diverse tattiche paramilitari, così come la gamma completa di competenze che deve avere una spia: l’uso di armi di piccolo calibro, lunghe, a mano, ordigni esplosivi improvvisati, guida di piccole imbarcazioni, sorveglianza, countersurveillance, lotta al terrorismo, reclutamento di agenti e loro gestione, interrogatori, tecniche di manipolazione… in fondo è stato divertente.

Hai lasciato l’Agenzia nel 1992. Perché?

É una grande organizzazione burocratica (si pensi all’ufficio postale, ma con le spie), e non è necessariamente un luogo adatto per qualcuno con spirito imprenditoriale come me. Sono passato dal governo, a uno studio legale come avvocato, a fare start-up per un’ azienda tecnologica, infine a lavorare per me stesso. C’è sempre una lezione da imparare ovunque si vada.

Puoi dirci qualcosa circa il tuo esordio come romanziere. È stata un’esperienza entusiasmante? Quando è iniziato il tuo interesse per la scrittura?

É stato come un sogno che si avvera! Uno dei momenti più emozionanti della mia vita, non potevo credere che stesse tutto accadendo davvero.

Parlaci della tua strada verso la pubblicazione.

Avevo ricevuto 50 rifiuti, dopo l’invio del manoscritto per Rain Fall, il mio primo libro, da molti agenti, ma alcuni di essi mi hanno anche offerto buoni suggerimenti, così ho continuato a revisionare il libro. Alla fine, un amico di un amico che lavorava presso una casa editrice mi propose di inviare il manoscritto ad alcuni agenti con i quali aveva lavorato, uno dei quali era Nat Sobel, il signore che mi rappresenta ora. Nat visto che il manoscritto iniziale era promettente, ma non ancora pronto per il prime time, mi ha offerto alcune proposte di miglioramento che sono state così ampie tanto quanto sono state eccellenti, e, circa due anni più tardi, ha giudicato il manoscritto pronto. Sono contento di dire che il suo contributo è stato fondamentale. Nat poi ha avuto una grande idea: ha istituito una serie di incontri con gli editori giapponesi attraverso la sua sede a Tokyo, tramite il suo agente associato, Ken Mori di Tuttle Mori, e poi abbiamo messo all’asta i diritti in Giappone prima di offrirli altrove. Soprattutto perché Rain Fall è ambientato a Tokyo, perché il protagonista, John Rain, è un mezzo-giapponese, e perché parlo giapponese, abbiamo destato un sacco di interesse e due grandi case editoriali del Giappone ci hanno offerto un contratto. Publisher’s Weekly ha dato risalto alla vicenda negli Stati Uniti, e due mesi dopo Nat ha inviato il manoscritto a circa 20 case editrici statunitensi. Alla Putnam il libro è piaciuto così tanto che hanno anticipato l’asta, e hanno comprato Rain Fall e un sequel a quel tempo non ancora scritto, che divenne poi Hard Rain. Credo che, nella vita, ci sono cose che si possono controllare e cose che non lo si possono (o bisogna pensare a tutta la faccenda come un continuum, ci sono cose che sono relativamente assoggettabili alla nostra influenza e cose che sono relativamente intoccabili). Le cose di cui sei responsabile, e quindi le cose che possono essere fonte di legittimo orgoglio o vergogna, sono quelle che si possono controllare. Se vuoi essere uno scrittore, è possibile controllare quasi tutto quando è finito il libro. Trovare un agente, pubblicarlo … il fatto è che tutto richiede una certa quantità di fortuna e dei tempi e delle circostanze (anche se naturalmente il nostro duro lavoro su ciò che è possibile controllare è ciò che conta). Quindi il mio atteggiamento è stato questo: volevo essere pubblicato, ma se ciò non fosse successo, non volevo che fosse stata colpa mia. Volevo essere in grado di guardarmi allo specchio e dire: “Okay, non sono riuscito a farmi pubblicare, ma ho fatto tutto quello che potevo per farlo accadere, il libro è finito, così non ho niente di cui vergognarmi.” Questo atteggiamento, in un certo senso è nato dalla paura che ho provato quando pensavo che non mi pubblicassero per colpa mia, e ciò è durato per molti anni durante i quali non c’era alcun segno esterno di successo.

Hai un blog “The Heart of the Matter.” Internet è importante per uno scrittore oggi? Internet è il futuro della letteratura?

Beh, non so se è il futuro della letteratura, ma internet ha certamente avuto un impatto enorme sulla promozione dei libri. Con Internet, è possibile promuovere costantemente, per tutto il giorno, tutti i giorni. Il che significa che probabilmente è più difficile oggi di quanto lo sia mai stato per un autore di equilibrare la sua scrittura e la sua promozione. Perché sono ossessionati dalla politica, e scrivere un blog è principalmente un lavoro di amore, e se vende libri extra, tutto ciò è un bonus.

John Rain è un anti-eroe, non esattamente un bravo ragazzo, è in fondo un assassino professionista. É un personaggio basato su persone reali?

Beh, ci sono persone come Rain, e in effetti di recente ci sono stati una serie di misteriose morti per cause naturali di banchieri e di politici sia in Giappone che in America. Ma non è basato strettamente su persone che conosco.

Come hai fatto a sviluppare i tuoi personaggi?

É stato semplice in un certo senso i personaggi mi sono venuti incontro. Quando finisco un libro, mi chiedo, “Che cosa farebbe il protagonista ora, sulla base di ciò che è accaduto nel libro precedente?”.

Che tipo di ricerche hai fatto per i tuoi libri?

Bene, tutti i luoghi nei libri – Bangkok, Barcellona, Istanbul, Hong Kong, Macao, Manila, New York, Osaka, Parigi, Phuket, Rio, Tokyo – o sono città dove ho vissuto o che ho visitato in particolare per le mie ricerche. Le sequenze di arti marziali nei libri sono basate sulla mia formazione personale, compresa la cintura nera che ho guadagnato in judo presso il Kodokan di Tokyo. Il background di ogni libro è tratto dalla prima pagina. Il governo-Tradecraft è certificato. E mi sono conultato con esperti per tutto il tempo. Amo il mio lavoro!

Quali cambiamenti hai notato nella tua scrittura?

Penso di aver ottenuto risultati sempre migliori. Spesso sono tornato indietro e ho rifatto le cose, una due volte. Mi piace soprattutto come sono migliorato nel scrivere le scene di sesso.

I tuoi libri sono ambientati in Giappone. Raccontaci qualcosa di personale del Giappone, qualcosa di questo misterioso paese così difficile da capire per gli stranieri. È un posto speciale per te?

Molto speciale, e difficile da spiegare. Il legame emotivo che ho con il paese è iniziato fin dal momento in cui sono sceso dal Skyliner di Narita durante il mio primo viaggio a Tokyo. Appena sono sceso dal treno, mi sono guardato intorno, ed è stato amore a prima vista. Perché? Proprio come quando ti innamori di un’altra persona, non è facile mettere tutto ciò in parole. C’è qualcosa in questa città che prende sotto la pelle. Le dimensioni, la densità, le variazioni incredibile di locali (dove altro si potrebbe trovare un luogo come Takeshita-dori gomito a gomito con l’eleganza di Omotesando?). La città è così maledettamente piena d’atmosfera… posso citare John Rain a titolo di esempio? “Tokyo è così vasta, e può essere così crudelmente impersonale, che i luoghi forniti dalla sue oasi occasionali sono i più dolce di quelli di qualsiasi altro luogo che ho conosciuto. C’è la quiete dei santuari come Hikawa, che inducono ad una sorta di triste riflessione, che per me è sempre stata simile al riverbero di un carillon in un tempio, il conforto di Nomiya, delle pozze d’acqua di quartiere, che offrono più confort e comprensione di ogni divano di psichiatra, lo stranamente anonimo cameratismo di Yatai e Tachinomi, le bancarelle per mangiare all’aperto che servono la birra in tazze grandi, e grigliate allo spiedo, le bancarelle che spuntano come funghi negli angoli bui e all’ ombre di binari elevati, le risate che si diffondono nella notte come piccole tasche di luce contro il buio senza fine “. Ammiro anche la cultura giapponese. Non è una cosa facile riassumere una millenaria cultura in poche parole, ma ci proverò: nel linguaggio e nel comportamento, nell’ arte, vi è una ricerca dell’essenza delle cose gettando via tutto quello che è non è essenziale, in filosofia e nell’estetica, mi piace pensare come ho definito “la tristezza di un essere umano.” Ho parlato di più di ciò in una mia intervista per Booksense-per chi è curioso, è all’indirizzo: http : / / http://www.booksense.com / people / archive / e / eislerbarry.jsp; jsessionid = 2D57C06.

Quali scrittori leggi? Quali ti hanno influenzato di più?

Ho letto abbastanza, ho gusti eclettici. Leggo fiction, non-fiction, e poesia, soprattutto, e si penso che sono molti gli scrittori che mi hanno ispirato e influenzato. Amo Trevanian, i cui assassini Nicolai Hel (in “Shibumi”) e Jonathan Hemlock (in “Assassinio sull’Eiger” e “The Sanzione Loo”) sono simpatici in parte anche perché sono esseri umani superiori per intelligenza, gusto e cultura. Andrew Vachss, con la sua scura e granulosa atmosfera hard-boiled, anche i libri di Burke hanno avuto su di me una certa influenza. Pat Conroy e Dave Gutterson mi hanno ispirato per il lirismo della loro prosa. Le cadenze e le immagini di T.S. Eliot e Cormac McCarthy mi hanno certamente influenzato, come pure Stephen King che mi ha ispirato con il suo umorismo, l’onestà e il suo ammonimento che il lavoro dell’autore è quello di dire sempre la verità.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri? Ken Watanabe sarebbe adatto per il ruolo di John Rain?

Credo che Watanabe farebbe un interessante Rain. In realtà, la Sony Pictures in Giappone ha fatto una versione di Rain Fall, molto diversa dal libro, che è uscita in Giappone nel mese di aprile di quest’anno. Per chi è curioso, ecco il sito: http://www.so-net.ne.jp/movie/sonypictures/homevideo/rain_fall/

Ti piace Graham Greene?

Certamente! Molto, mi ha ispirato molto.

Preferisci la prima o la terza persona?

Non ho preferenze. Le uso entrambe, a seconda dell’effetto che voglio ottenere. Ma devo dire che mi piace la voce di Rain, e non credo che potrei presentarlo diveramente che usando la prima persona.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Blood’s A Rover, la terza parte della trilogia di James Ellroy’s di Underworld. É brillante. Incredibile. Ellroy non ha eguali.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Si tratta di un sequel del mio libro precedente, Fault Line, un libro di Ben Treven, non con Rain come protagonista (anche se Rain potrebbe comparire 😉 ). Richiama l’attenzione su fatti reali accaduti negli Stati Uniti, che comprendono la tortura e la scomparsa di videocassette di interrogatori della CIA in cui si fa l’uso di tortura.

Che cosa sono per te la libertà e il coraggio?

Libertà significa essere in grado di fare quello che vuoi, sempre senza danneggiare gli altri. Il coraggio è fare ciò che è possibile per garantire alla società di avere tale libertà.

Conosci la lingua italiana? Di qualcosa in italiano ai nostri lettori.

Grazie mille! (In italiano nel testo). Vorrei conoscere di più la lingua italiana, francese, spagnola e tedesca; sono le lingue più belle del mondo. Come l’ascolto della musica.

:: Intervista a Mauro Smocovich

19 gennaio 2010

Benvenuto Mauro su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te. Come ti descriveresti a qualcuno che non ti conosce?

Un misantropo socievole, un pigro laborioso, un sensibile cinico…

Parlaci dei tuoi esordi, come è nato in te l’amore per la scrittura?

Alle scuole elementari disegnavo e scrivevo dei fumetti che ritraevano scene divertenti accadute in classe e le facevo girare tra i banchi. Poi con l’amico Gabriele ho scritto e battuto a macchina un romanzo intitolato “The Crazy Family” che abbiamo rilegato e stampato in unica copia e che facevamo girare tra gli amici. Erano gli anni ’80 ed eravamo adolescenti. Scrivevamo anche i testi di alcune canzoni che cantavamo registrandole sopra canzoni originali, ci chiamavamo “I Brodolosky Brothers”. Che io sappia ho sempre avuto la passione di scrivere delle storie che passassero attraverso il filtro della fantasia. Non ho mai tenuto un diario personale, ma quello che mi succedeva nella vita diventava subito e molto spesso narrazione.

Sei collaboratore editoriale e curatore di alcune collane dedicate al noir vuoi parlarcene?

Faccio cose, vedo gente… Sono stato lettore per il Gran Giallo Città di Cattolica dal 2003 al 2006, sono curatore del sito ipinguini.com e di Thriller Magazine, curo i siti di Carlo Lucarelli e Valerio Varesi. Aiuto Lucarelli a svolgere qualche piccola ricerca. Di recente ho curato insieme a Igor De Amicis l’antologia di racconti edita da Demian intitolata “Bloody Hell” con racconti di Danilo Arona, Carlo Lucarelli e tanti altri. Per le novità future tenete d’occhio la Fiera del Libro di Torino a maggio 2010.
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Hai curato il Dizio-noir, è stato un lavoro difficile?

È stato un lavoro di coordinamento complesso, ma mi sono anche divertito molto visto che poi ne ho curati ben tre e al momento ne sto preparando un quarto grazie anche all’aiuto di Igor De Amicis. Raccogliere il materiale, contattare i saggisti e sistemare i testi, ha richiesto diverso tempo e energia. Ma questo bisogna metterlo in conto un po’ per tutti i lavori che si fanno.

Hai scritto il romanzo “Non è per niente divertente” puoi parlarci della trama, del tuo stile?

La trama la lascerei stare per non rovinare troppo la lettura. E per quanto riguarda lo stile preferisco cedere la parola a Elisabetta Mondello, più qualificata di me per l’analisi: “È un libro duro e forte con una storia, dei personaggi e una conclusione, ma la sua ragione interna sembra voler conciliare la narrazione con una scrittura riportata violentemente al suo grado zero, per costruire una forma-romanzo scardinata da tutte le tradizioni. In estrema sintesi è un testo che pone al centro la volontà autoriale di giocare con la scrittura e di sfidare il lettore a seguirlo in un labirinto di stili. Non senza un sorriso ironico.”
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Quali sono i tuoi maestri letterari o per lo meno gli autori che leggi e ami di più?

I miei maestri non saprei, posso dire qualche autore che mi ha colpito di più per la sua scrittura: Jack Ritchie, Robert Sheckley, Richard Matheson, Giovannino Guareschi, Raymond Carver, Katherine Mansfield, Roald Dahl, Saki, Anne Fine, Ernst Heine. Quasi tutti scrittori di racconti, molto spesso frizzanti e pieni di idee, sarcastici e profondi.

Che libro stai leggendo in questo momento?

“Come l’uomo inventò la morte” di Timothy Taylor e qualche fumetto italiano contemporaneo per vedere cosa c’è in giro…

Parlaci della città in cui vivi. La ami, la odi? Ti salutano e ti chiedono l’autografo quando scendi al bar per farti un cappuccino?

La mattina non ho l’abitudine di scendere al bar a prendere il cappuccino, mi faccio un caffè lungo a casa. Se giro per la città può capitare che incontri qualcuno che conosco, ci salutiamo o ci fermiamo a parlare. Ma nessuno mi chiede una dedica. Non sono una celebrità, ma nemmeno mi interessa esserlo. Quelle poche volte che mi capita di prendere il cappuccino al bar, sono contento di potermelo gustare senza essere riconosciuto da nessuno.

Lucarelli che persona è? Raccontaci un aneddoto bizzarro che lo riguarda.

Carlo è una persona simpatica. Sa scherzare e non l’ho mai visto arrabbiato. Che se la fosse presa a cuore per qualcosa sì, ma arrabbiato mai. Per controllare l’ora ha sempre con sé un antico orologio da tasca, la cosiddetta “cipolla”. E non è vero che veste sempre di nero. Pare che abbia anche una rigogliosa camicia hawaiana che mette qualche volta.

Mauro Smocovich e il teatro. Hai mai pensato di recitare?

Ho cantato in pubblico, da ragazzo. Ed è stato divertente e imbarazzante ma niente di più. In quanto a recitare… no, credo di essere troppo pigro per provarci. Ci vuole tanta preparazione e fisicità. Però i miei racconti sono stati portati sul palco a livello professionista da alcuni miei amici attori, Matteo Cotugno e Anna Rita Fiorentini della Co
mpagnia Pomodoro di Bologna. Lo spettacolo si chiama “Corpi Estranei” e ha avuto diverse repliche a Bologna e dintorni. L’ultima si è svolta al Club Fantomas di Giorgio Celli. E tanto tempo fa, nel 2000, c’era uno spettacolo che si intitolava L’angelo imperfetto, per la regia di Camillo Di Tullio e di Pierfrancesco Fimiani e recitato da Piero Pantalone.

Curi ancora la rivista online dedicata al noir Thriller Magazine? Un bilancio della tua esperienza.

A dicembre del 2009 abbiamo compiuto 5 anni. I collaboratori vanno e vengono. Della vecchia guardia siamo rimasti io e Chiara Bertazzoni, gli altri si affacciano ogni tanto. Però nel frattempo sono arrivati tanti altri nuovi e bravi collaboratori tra i quali l’inviata speciale Marilù Oliva. Mi sembra che sia stato fatto un buon lavoro e ancora tanto ci sia da fare. C’è veramente tantissimo materiale di qualità in quella rivista, merito di tutti gli scrittori e i collaboratori che ne hanno rimpinguato le pagine e che continueranno a farlo.

Insieme a Carlo Lucarelli e Giuseppe di Bernardo hai creato Cornelio Bizzarro. Raccontaci come è andata: “Era una notte buia e tempestosa…”.

Era una giornata di sole in toscana, poi è stata una giornata calda a Perugia. Il progetto è nato da un soggetto che ho proposto a Carlo Lucarelli per scrivere insieme la sceneggiatura. Non ricordo come si chiamasse il protagonista, ma non era Cornelio. Quando ho incontrato Giuseppe Di Bernardo, parlando di vari progetti, gli ho fatto presente che avevo questa idea che nel frattempo si era tramutata in qualcos’altro. Nella mia testa era già apparso Cornelio e la storia horror si era trasformata in una storia più ironica che horror. Mentre ne discutevamo, giusto per dare un volto a Cornelio, abbiamo fatto preparare dei bozzetti nei quali Cornelio aveva assunto il viso e la postura di Carlo, a sua insaputa. Era una specie di scherzo. Quando si è fatta la riunione con l’editore, siamo andati io e Giuseppe e abbiamo mostrato proprio quei disegni preparatori. Il progetto è stato approvato dopo averne discusso un po’. Eravamo contenti, ma c’era un problema da risolvere… Chi avrebbe detto a Carlo che Cornelio era stato approvato con il suo volto?!?! Ma questa è un’altra storia…

C’è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente impressionato per bravura, originalità, umorismo?

Gli esordienti sono talmente tanti in quest’epoca commerciale che non si riesce a seguirli tutti. E molti esordienti rimangono tali, non vanno oltre la prima pubblicazione, spesso anche poco visibile al grande mercato. Da parte degli editori c’è sempre più una corsa all’autore e alla sua prima pubblicazione, senza poi tanta voglia di seguirlo nella sua carriera, di curarlo. Si cerca di stupire a tutti i costi, senza più stupire nessuno. Spesso c’è una caccia frenetica al nome nuovo o allo scrittore più giovane, alle volte anche a prescindere che sappia davvero scrivere. Ultimamente mi sorprendono più certe opere del passato, che non avevo avuto ancora modo di leggere, che tanta narrativa attuale. Ma a proposito di passato e di esordi, vorrei ricordarne un paio del passato. Nel 2006, quando facevo il lettore per il Premio Gran Giallo Città di Cattolica, ho segnalato alla giuria il racconto della scrittrice Barbara Baraldi che stava per pubblicare il suo primo romanzo, racconto che ha poi vinto il premio di quell’anno e autrice che attualmente conta già diverse pubblicazioni con le case editrici Mondadori e Perdisa. E sono stato il primo, nel 2004, con il sito dei pinguini nel sottoscala, a pubblicare on line e a puntate il primo romanzo di Paola Barbato, che successivamente è stato edito dalla Rizzoli.

Cosa è per te il noir?

Un’ombra scurissima che ci accompagna nella vita e nella scrittura.

Che consigli daresti ad un giovane scrittore in cerca di editore?

Ormai ce n’è tanti, sia di editori che di giovani scrittori. E anche di consigli, se è per questo. Il mercato è cambiato notevolmente. Se proprio devo dare un consiglio direi di diffidare dalle pubblicazioni, di qualunque tipo, non vogliono dire più nulla. Credo che non sia più sufficiente pubblicare su cartaceo per poter dire di avere raggiunto un traguardo prestigioso, perché le maglie della rete dell’editoria sono sempre più larghe. Bisogna curare la propria scrittura a prescindere che si venga pubblicati o meno. E sarebbe meglio non pensare di diventare ricchi con la scrittura o aspettarsi grossi riconoscimenti. Sarebbe come giocare alla lotteria sperando di vincere e io non credo nella lotteria, credo solo in un costante e sano lavoro.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Sceneggiature di fumetti. L’ultima puntata di “Cornelio – Delitti d’autore” e storie a fumetti basati su alcuni racconti di Carlo Lucarelli.

 

:: Intervista a Luigi Romolo Carrino

15 gennaio 2010
Grazie Luigi di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Chi è Luigi Romolo Carrino?

È informatico e scrittore. Ha quasi 42 anni spesi al massimo delle sue possibilità. Vive a Roma, è nato a Napoli, ma spesso lavora a Milano.

Scrittore per caso o per passione?

Passione. Una passione assolutamente urgente. La scrittura è un fondamentale della mia vita, sempre stata. Sono tuttavia stato sedotto anche dall’informatica, la parte di ingegneria del software (da non confondermi con gli smanettoni della tastiera o con gli architetti di prodotto), una passione anche per gli algoritmi volti a soluzioni di automazione. E poi, scrittura e informatica non sono così distanti…

Parlaci del tuo esordio. E’ stato difficile e sofferto o ti ha dato più soddisfazioni che amarezze?

Ho più di un esordio. L’esordio come autore di programmi radiofonici, avvenuto nel 1995 in una radio regionale campana. L’esordio in poesia, con Il Settimo Senso, nel 1998 per Il Laboratorio Le Edizioni. L’esordio teatrale, avvenuto nel 2002 con Ricordo di Famiglia, al Teatro Stabile del Giallo di Roma. L’esordio come curatore, per Magnum Edizioni, nel 2004. L’esordio nella narrativa, con i racconti per Mondadori, nel 2006. E poi Acqua Storta, il primo romanzo (o racconto lungo, che lo si chiami come si vuole), nel 2008. Esordio difficile? Direi di no, anzi. Ho solo e sempre aspettato il momento giusto, quando mi sentivo pronto.  

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Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo rapporto con il tuo editore. Marco Vicentini com’è visto da vicino? Raccontaci un aneddoto divertente o bizzarro che lo riguarda.

Mi ha cercato Daniele Scalise, per Men on Men 5, partendo da un paio di racconti che “IQuindici” avevano pubblicato sul loro portale. Qualche mese dopo, a Meridiano Zero ho inviato Esercizi sulla madre (un mio romanzo legato semanticamente a Pozzoromolo, e che verrà pubblicato presumibilmente nel 2011), perché mi piaceva la collana Gli Intemperanti. Mi chiamò lui in persona, era agosto, per dirmi che il romanzo gli era piaciuto e che intendeva pubblicarlo. A un paio di mesi dall’uscita Marco mi consigliò di rivedere la scaletta di pubblicazione, e ho esordito con Acqua Storta. Marco Vicentini è prima una  persona fantastica e poi l’editore che tutti vorrebbero avere. Rispetta il tuo lavoro, ti consiglia, ti massacra se necessario, ti evidenzia tutte le falle del testo, ne discute con te ma non si impone mai (ma se le cose per lui non funzionano non si va in stampa, questo è certo). Ho un rapporto meraviglioso con lui, anche con gli altri membri della redazione. Beh, Marco è poco fisionomista. Ci siamo dovuti vedere almeno 4 volte prima che lui, incontrandomi, mi riconoscesse a botta sicura.  

carrino2Acqua storta, il tuo primo romanzo pubblicato, è un libro breve quasi un lungo racconto in cui tratti temi difficili con naturalezza. Ti sei ispirato alla cronaca, ad avvenimenti reali?

Giovanni Acqua Storta doveva essere raccontato. Sì, certo, ho preso spunti da voci di paese su due ragazzi appartenenti a famiglie di camorra della mia zona. E poi da una storia realmente accaduta, un boss mafioso che condannò a morte la sua stessa figlia per adulterio. Ma gli spunti finiscono qua. Acqua Storta rappresenta l’impossibilità del pensiero, di pensare il pensiero. Ho utilizzato questo contesto perché l’ossimoro camorra-omosessualità – con le sue evidenti leggi di machismo e virilità, di potere e prevaricazione, di discriminazione e plagio emotivo, leggi di violenza spesso intersecate con deliri esoterico-religiosi –, suggerisse senza possibilità di fraintendimento alcuno l’estrema similitudine del modo in cui l’omosessualità, l’omosessuale, viene considerato nella società, anche nella ‘civile’ Italia. L’unica differenza, tra i due contesti, sta nel fatto che non ti ammazzano fisicamente (oddio… visti i recenti casi di omofobia, non è manco detto). Detto questo, Acqua Storta è una bella storia d’amore. Un amore totalizzante ma non onnipotente. E sebbene i protagonisti di questa storia – Giovanni, Salvatore, ma anche Mariasole – non facciano una bella fine, sono contento che abbiano intensamente vissuto le loro passioni. 

Pozzoromolo, il tuo ultimo libro, parla di follia, di amore, di morte con un linguaggio poetico e destrutturato molto difficile da creare, che libri hai letto durante la sua stesura, a che scrittore ti sei ispirato?

Pozzoromolo è sangue crudo. La lingua spazia su quattro registri narrativi, e definisce il processo che Gioia usa per catturare il ricordo che le sfugge, che le viene sottratto dalla terapia farmacologia e dal suo meccanismo di rimozione. Non mi sono risparmiato nulla. Un percorso sul riconoscimento di sé, un processo identitario, la ricerca della ragione per la quale è venuta al mondo, discendendo nel pozzo fondo della nostra mente, come mezzo di purificazione, e risalirne quindi ‘modificati’. Io vengo dalla poesia, e ne leggo tanta. Forse le ellissi della Dickinson e gli accostamenti sintattici della Gualtieri mi hanno aiutato. Sono anni che studio Lurija… Ho una fissazione sul discorso ‘memoria’. Ho letto molti testi dell’editore “Sensibili alle foglie”, testimonianze di persone internate. La mia amica, nonché coinquilina, nonché primo editor delle cose che scrivo, è una psicologa (sai quante volte le rompo le scatole nel pieno della notte?). Ho preso ispirazione dai pazienti che ho conosciuto… Ma anche da Francis Scott Fitzgerald (di Tenera è la notte ne sto facendo un remake), da Elsa Morante, da Pasolini, da Merini, da Shakespeare…. Eh, so’ tantissimi, difficile dire questa summa da dove proviene. 

carrino3Parlaci di Esercizi sulla madre è vero che avrebbe dovuto essere il tuo libro di esordio? Di che temi trattava? Verrà pubblicato?

In parte ho risposto sopra. Pozzoromolo è raccontato nell’arco di un anno, attraverso questa forma a metà tra il diario e la confessione. Gli Esercizi, si svolgono nel tempo letterario di una sola notte, la notte in cui Gioia venne abbandonata dalla madre. Come dicevo è un romanzo, ma anche qui ho voluto sperimentare forme diverse, e ho intrecciato tecniche del racconto con quelle del monologo teatrale. Sono dieci monologhi che hanno per protagonista una madre, e rappresentano in sostanza sono le inferenze di Gioia sul motivo dell’abbandono materno. Dieci madri diverse, dieci motivi diversi, quasi comandamenti della ragione. C’entra anche il Test di Rorschach (le 10 tavole usate per il test sulla personalità) sommi
nistrato a Gioia, e poi il suo stesso lungo monologo (qui, teatralmente parlando) che lega i dieci racconti della madre. La lingua è più ricca, ma i temi sono più ‘scuri’ ancora, quasi horror in certi ‘esercizi’.  

Ami la poesia? Quale poeta ti ha particolarmente influenzato dandoti preziosi insegnamenti sulla vita, l’amore, la libertà?

Emily Dickinson, una poetessa terribile, reclusa, pazza, invasata, eccezionale. Emily mi ha guidato negli anni dell’adolescenza, mi ha strattonato, mi ha fatto capire che per capirti, dirti, comprenderti, non c’è bisogno sempre di andare al limite del mondo. E poi, che si può dare tanto in termini di poesia, di messaggio, anche restando chiusi trent’anni dentro casa tua. Per questo il suo approccio alla conoscenza, le sue lettere, sono stati la mia iniziazione ‘seria’ alla scrittura e, quindi, alla vita.

L’identità sessuale è un tema che tratti con profonda sensibilità, con rispetto, con pudore, i tuoi personaggi spesso sono caratterizzati da scelte sofferte. In che modo questo tema incide sulla tua narrativa?

L’identità sessuale è solo uno degli elementi delle cose che scrivo. Un pretesto, se vuoi. Il processo identitario mi è necessario per manifestare la base della mia poetica, ovvero la ricerca/accettazione di un sé quanto più autentico possibile, privo di tutte le stravaganze da ‘terapia comportamentale’ adottate in funzione della rappresentazione di sé.

Quanto c’è di autobiografico nei tuoi libri, non tanto nei fatti, più che altro nella caratterizzazione dei personaggi?

Il 100%. Tuttavia non troverai mai un personaggio che vive un avvenimento in modo ‘uguale’ a come lo abbia potuto vivere io. A volte non c’entra niente con la realtà dei fatti. Sottopongo le mie esperienze a un processo di trasformazione e di trasfigurazione. Posso transocodificare la sensazione di paura provata facendo un bagno in piscina a 5 anni con il terrore delle cose fluide sulla pelle.  

Carrino e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente colpito, facendoti esclamare finalmente mi hanno capito?

Sai, critica e recensione non sempre vanno a braccetto. Sono molto attento al parere dei lettori, di tutti i lettori che vogliono interagire con me (in questo senso, sono molto attivo sul web). Di solito – ma credo sia fisiologico – mi concentro maggiormente sulle critiche negative. Perché ce ne sono, anche se nessuno perde tempo a fare una recensione negativa (a meno che non hai venduto più centomila copie) e spesso te lo dicono a voce (magari è anche una carineria, una cortesia). Detto questo, le parole di Francesco Gnerre su Acqua Storta mi hanno quasi commosso, e anche le parole spese per il mio lavoro da Francesco Durante sono state un bel toccasana, uno sprono. E poi sì, la mail di apprezzamento che mi mandò Roberto Saviano. Ma sono cose affettive, non c’entrano molto con la frase “finalmente mi hanno capito”. Ultimamente anche le parole di Paccagnini e quelle di Serino mi hanno molto inorgoglito. 

Carrino e Pasolini. A mio avviso c’è una poetica del dolore che vi accomuna. Questo parallelismo lo condividi?

Pasolini è  un patrimonio italiano (e non solo). Amo Pasolini, ovvio che lo amo. Ma da qui a paragonarmi a lui, seppure nell’accezione della poetica che dici, direi che è quasi blasfemo. Ti ringrazio però, mi hai fatto contento con questo accostamento, solletichi la mia vanità. Tuttavia aspettiamo una ventina d’anni, vediamo cosa sono capace di fare, se ce la faccio. Anche se non credo riuscirò mai a scrivere qualcosa come Le ceneri di Gramsci, o a fare un film come Accattone

Napoli e Roma sono le tue città cosa le accomuna e cosa le differenzia? Dove ti senti veramente a casa?

La cosa in comune è la carnalità della gente. Io lavoro spesso a Milano, ti garantisco che la differenza con le città del nord  c’è e la senti sulla pelle. Non sto dicendo che una è meglio dell’altra. Mi piacerebbe trasferire a Napoli un po’ dell’efficienza dei servizi milanesi… Ma in fondo sono luoghi comuni, anche se posso affermare tranquillamente che se dovessi essere costretto a vivere in Milano mi butterei dal Duomo dopo la prima settimana. È buffo ma io spesso mi riferisco a Roma come alla mia matrigna buona. Tuttavia, è difficile che passi un mese senza che io metta piede a Napoli. Anzi: è impossibile. 

C’è qualche autore esordiente che ti ha particolarmente colpito per freschezza, talento, inventiva?

Il tempo materiale di Giorgio Vasta e L’infanzia delle cose di Alessio Arena. Li ho amati talmente tanto che ho inserito nel finale di Pozzo riferimenti ai loro rispettivi lavori. Sono due autori molto diversi, per formazione, stile, temi. Nella scrittura di Arena convivono inferni molto diversi (linguistici, territoriali) e in quella di Vasta, invece, c’è spesso genio e coraggio di tradire l’aspettativa di verosimiglianza. Arena lo conosco personalmente. Mi piacerebbe conoscere anche Vasta, spero capiti presto.

Ti piacerebbe pubblicare una tua raccolta di poesie? Ci sono progetti in merito?

Ho pubblicato finora due raccolte di poesia. La seconda (la prima l’ho citata poco sopra) è Tempo Santo – Liturgia della memoria, nel 2006, per i tipi di Liberodiscrivere Edizioni. Ne ho appena approntato una terza, Certi ragazzi, ma non sono ancora convinto, voglio farla ancora sedimentare. Io ho scritto e scrivo molte poesie, ma alla fine ci vuole distanza temporale per capire se effettivamente valgono qualcosa.

A che libro stai lavorando attualmente, puoi anticiparci qualcosa?

Principalmente due. Uno ha per titolo provvisorio Il Procuratore; si parla di omosessualità nel calcio. L’altro riguarda un gruppo di colleghi che sta per perdere il lavoro. Una cosa divertente, almeno credo, con incursioni nel mondo politico e economico. E poi il rewritten del capolavoro di Fitzgerald (spero i puristi non mi lincino…)

:: Intervista a Lello Gurrado a cura di Giulietta Iannone

3 dicembre 2009

Benvenuto Lello su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Lello Gurrado?

Lello Gurrado oggi è uno scrittore, ieri un giornalista. Due mestieri che molti, per un insulso spirito di corpo, definiscono assai diversi, ma in realtà sono molto affini. Sono nato a Bari nell’aprile del 1943, ma vivo a Milano dal 1950, per cui posso dire di essere più milanese che barese. A Milano ho studiato, a Milano ho sempre lavorato.

Parlaci del tuo primo amore il giornalismo. Cosa è cambiato dagli anni 60 ad oggi?

Ho cominciato proprio negli anni Sessanta, esattamente nel 1961. Avevo 18 anni e mi ero appena iscritto all’Università (Giurisprudenza alla Statale, lasciata a tre esami dalla laurea perchè ormai costituiva un “legittimo impedimento” al mio lavoro). È stato davvero un grande amore, il mio, per il giornalismo. Un amore che per molto tempo è stato ricambiato, ma alla fine si è dissolto. Non finiscono tutti così i grandi amori, con uno dei due che improvvisamente cambia, diventando irriconoscibile? Il giornalismo infatti è cambiato. Oggi non è più quello che mi ha fatto innamorare, è un’altra cosa. Oggi è un mestiere piatto, asservito, noioso.

A soli 22 anni hai pubblicato il tuo primo libro Il Mestieraccio. Puoi parlarcene?

Non esageriamo. A 22 anni sono diventato giornalista professionista (credo che sia un piccolo record) ma Il Mestieraccio l’ho scritto più avanti, a 35 anni, quando avevo già fatto un po’ di esperienza nei giornali. Il Mestieraccio è un libro che ho molto amato, forse il migliore tra quelli che ho scritto, perché veniva dal cuore. Me l’ha pubblicato un editore sconosciuto; il grande Guido Crepax, sì, lui, il padre di Valentina, mi ha regalato il disegno della copertina ed era una satira divertente del mondo dei giornali: i luoghi comuni, i piccoli trucchi dei cronisti, l’incubo del foglio bianco, i pezzi dettati a braccio, una vita mai noiosa.

Raccontaci un avvenimento avventuroso o divertente della tua carriera di inviato.

Avventuroso e divertente insieme l’incontro con Enzo Ferrari, il “Drake” Enzo Ferrari. Avevo scritto un pezzo polemico nei suoi confronti perché, dopo aver detto, in estate, che Clay Regazzoni era un pilota estremamente scorretto che andava cacciato dalle piste di tutto il mondo, solo due mesi dopo, in autunno, Ferrari l’aveva ingaggiato come pilota ufficiale della sua scuderia. Io scrissi un articolo che si intitolava Siamo uomini o Regazzoni?  e raccontai l’incoerenza di quella scelta. Il giorno dopo l’uscita dell’articolo ricevetti una telefonata da Maranello. “L’ingegner Ferrari vorrebbe conoscerla”, mi disse una voce di ghiaccio, “Può venire in fabbrica?”. Mi spaventai molto (avevo solo 26 anni), pensai le cose più brutte ma ovviamente accettai l’invito. Entrai timidamente nel santuario dell’automobile, la mitica fabbrica del “cavallino rampante” ed ecco la sorpresa. Enzo Ferrari mi venne incontro sorridente, mi strinse la mano e, guardandomi fisso negli occhi e dandomi una pacca sulla spalla, mi disse: “Bravo. Bravo Gurrado. Ho letto il tuo articolo e devo dirti che hai fatto bene a scrivere quelle cose. La tua critica è giustissima. Hai ragione. Sono stato incoerente e tu hai fatto bene a sottolinearlo. Sei un giornalista coraggioso. L’unico. E sai perché nessun altro ha scritto le stesse cose? Perché sono tutti dei fifoni, hanno paura di questo vecchio. Tu non imitare mai questi tuoi colleghi codardi. Vai avanti così e non aver mai paura di scrivere quello che pensi”. Immaginate la mia reazione. Ho inciso quelle parole nella mente e ho cercato di non tradire mai la fiducia del grande Enzo Ferrari.

Quali sono i tuoi autori preferiti, i tuoi maestri letterari?

Joseph Heller, Kurt Vonnegut, Italo Svevo, Italo Calvino, Saul Bellow, Mordechai Richter, Garcia Marquez…

Quale è il libro più bello che hai letto che non ti stancheresti mai di rileggere?

È successo qualcosa, di Joseph Heller.  Geniale e attualissimo.

Raccontaci qualcosa della tua città, Milano, della tua gente.

Anche per Milano, come per il giornalismo, sono in una fase di disamore. Mi sembra che stia perdendo, o forse abbia già perduto, le caratteristiche che l’hanno fatta grande. Non è più la città col cuore in mano e men che meno la capitale morale d’Italia. In più si sta spegnendo intellettualmente. Ho l’impressione che le sia rimasta soltanto

la Scala.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Mi dispiace, ma non me ne viene in mente neanche una. Ho sempre fatto ciò che ritenevo giusto e quindi non ho mai avuto il problema di fare scelte difficili.

Hai scritto San Siro

la Scala del calcio edito da Rizzoli. Parlaci della tua idea  di  giornalismo sportivo.

Mi tocca ripetere il concetto. Ai miei tempi, che erano quelli di Helenio Herrera, Mazzola, Rivera, Altafini, c’era la corsa all’intervista esclusiva, allo scoop, a evitare il “buco”. Oggi ci sono le conferenze stampa. Arriva Mourinho, o  Ferrara, Ranieri o chi vuoi tu, dice le stesse cose a tutti e il giorno dopo i quotidiani sono tutti uguali, con le stesse spiccicate parole. Anche i giornalisti sportivi hanno perso l’anima.

Cos’è per te la libertà? Pensi che in Italia la tanto dibattuta libertà di stampa esista?

Esiste, sì che esiste, ci mancherebbe altro. Ma purtroppo esistono anche i condizionamenti. Politici, economici, carrieristici. Sono questi a rendere i giornalisti meno liberi. È dunque non è una questione di negazione, ma di autoprivazione della libertà di stampa.

Ci sono autori esordienti che hanno attirato particolarmente la tua attenzione?

Sinceramente no.

L’ultimo tuo romanzo è Assassinio in libreria edito da Marcos y Marcos. Puoi parlarci di questo libro?

È una provocazione rivolta agli scrittori di gialli. Ho immaginato che durante una festa celebrata presso la “Libreria del giallo” di Milano la proprietaria, Tecla Dozio, venisse uccisa davanti agli occhi dei più grandi giallisti italiani e stranieri: Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Carlotto, Deaver, Connolly, Vargas, ecc. A quel punto ho sfidato proprio questi autori a trovare l’assassino della loro amica. In pratica ho detto: voi che siete così bravi a inventa
re intrighi, provate una volta tanto a mettervi in gioco. Mi sono divertito. Da notare che, a parte l’assassino e l’investigatore, i personaggi del libro sono tutti reali e viventi, vittima compresa.

Che rapporto hai con la critica, quale è la recensione che ti ha fatto più piacere leggere?

Un rapporto rispettoso e consapevole. La critica migliore? Tutte intelligenti, ma mi è apparsa particolarmente incisiva quella di Dino Messina sul Corriere della Sera. Ha colto il vero spirito del libro che non è soltanto un giallo, ma anche una denuncia di certe storture del mondo letterario ed editoriale.

Puoi darci una tua personale definizione di noir?

Il romanzo noir è miglior erede della cronaca nera di una volta. Ciò che non fanno più i cronisti della mala, oggi lo fanno i giallisti. Sono loro ad aprirci gli occhi sulla società odierna.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi con l’esperienza non rifaresti più?

Bella domanda. Se dico tantissimi capisci che è un atto di finta modestia. Se dico di no passo per un presuntuoso o per un superficiale. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.

Che consigli daresti ai giovani che vogliono intraprendere la carriera di scrittore o giornalista?

Vedi alla risposta numero 4. Prendi un pennarello, scrivi su un cartello le parole di Enzo Ferrari e attaccalo al muro di fronte a te, in bella vista. 

Ti piace il polar francese?

Preferisco il camembert.

Hai mai pensato di scrivere un’ autobiografia?

Oh no. Quando mai? Non interesserebbe a nessuno. Chi mi vuole conoscere può cercarmi nelle cose che scrivo. C’è sempre qualcosa di personale  in uno scritto.

Hai un blog, un sito? Cosa pensi della scrittura al tempo di internet?

Ho un sito che si chiama, pensate un po’, www.lellogurrado.it, ma purtroppo lo aggiorno di rado. Ogni giorno mi riprometto di dedicargli un po’ di tempo, ma non riesco mai a farlo. Della scrittura al tempo di internet penso positivo. Avrà pure dei limiti stilistici, ma è viva, sattante, sempre tesa verso la ricerca.

A quali progetti stai lavorando in questo momento?

Sto ultimando un altro giallo. Si intitola La scommessa e uscirà in febbraio con Marcos y Marcos. Un romanzo un po’ sulla falsariga di Assassinio in libreria con uno scrittore al centro della storia. Ma lasciatemelo finire, poi ne parliamo.

:: Intervista a Gordiano Lupi a cura di Giulietta Iannone

19 novembre 2009

GordianoBenvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori. Raccontaci alcuni tuoi pregi e alcuni tuoi difetti. 

Sono nato a Piombino nel 1960, dove vivo ancora. Scrivo romanzi e racconti di genere (ambientati a Cuba ma anche in provincia), saggi sul cinema italiano anni 70 – 80 e su problematiche criminali, traduco autori cubani, faccio pure l’editore… forse uno dei miei difetti è fare troppe cose! Nel tempo libero collaboro con la Stampa di Torino (traduco Yoani Sanchez) e con i quotidiani di provincia del Gruppo Espresso (recensioni), ma anche con Profondo Rosso di Luigi Cozzi e Dario Argento. Pregi: sincerità, passione, dedizione, entusiasmo. Difetti: un brutto carattere, abbastanza polemico, da maledetto toscano.

Parliamo del tuo debutto. Hai fatto fatica a trovare il tuo primo editore? 

Il mio primo editore non merita di essere ricordato perché  era un pirata a pagamento. Non sapevo niente di questo ambiente e come tanti ci sono caduto. Considero il mio primo vero editore Mursia, che ha pubblicato Cuba magica. Ho inviato la proposta ed è stata accettata, così come è capitato con Stampa Alternativa, Olimpia, Rizzoli, Mediane, Perdisa (il mio miglior editore in assoluto)… Credo che essere pubblicati non dipenda tanto dal nome quanto da cosa proponi. Mi capita spesso – ancora oggi – di veder rifiutare progetti che a me piacciono, ma che gli editori ritengono non vendibili. Credo sia un loro diritto… 

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato all’inizio della tua carriera che vuoi ringraziare? 

Marcello Baraghini di Stampa Alternativa e Luigi Cozzi di Profondo Rosso. Hanno creduto in me quando non ci credeva nessuno. Per contrasto voglio dedicare quanto di buono ho fatto (e non è poco) a personaggi del mondo letterario come Giulio Mozzi, Marco Drago e Giorgio Pozzi che per fortuna non frequento più… 

Sei direttore editoriale delle Edizioni Il Foglio. E’ un impegno che ti appassiona? 

Certo, ogni cosa che faccio mi appassiona. Se così non fosse, non lo farei. Il guadagno economico è talmente modesto che senza la passione non si può fare l’editore. 

Hai tradotto molti romanzi dell’autore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. Che esperienza è stata, vuoi parlarcene? 

Ho tradotto molti autori cubani. Spero sappiate che ho scoperto Yoani Sanchez e l’ho fatta conoscere in Italia, curando il suo primo libro (Cuba libre) per Rizzoli. Adesso traduco Yoani per La Stampa di Torino (www.lastampa.it/generaciony). Alejandro è un parente di mia moglie, un giovane scrittore avanero che scrive con stile satirico e pungente cercando di mettere alla berlina i vizi del potere. Gli scrittori che traduco mi assomigliano molto, esiste consonanza spirituale tra me e loro, altrimenti non lo farei. L’ultimo libro di Torreguitart è Mister Hyde all’Avana (Edizioni Il Foglio – www.ilfoglioletterario.it).

Puoi parlarci di “Una Terribile Eredità” per Perdisa Editore? 

E’ il mio miglior libro di narrativa. Racconto una storia a metà tra la guerra d’Angola e le gesta cruente di un cannibale metropolitano. Il sonno della ragione genera mostri, è il messaggio del libro, ma come sempre la storia è una scusa per raccontare Cuba. 

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore? 

Sono i soliti luoghi comuni, me ne rendo conto, ma non possiedo altri consigli se non la mia esperienza. Scrivere solo di cose che appassionano e cercare l’editore più adatto al proprio lavoro. Darsi molto da fare, credere nelle proprie possibilità e insistere. Se ci sono le doti qualcosa viene fuori. Un avvertimento: non sperate di campare scrivendo. E’ cosa per pochi. 

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito? 

Moltissimi. Mi colpiscono più loro dei soliti noti… 

Quali sono i tuoi scrittori preferiti? 

Impossibile fare un elenco. Leggo di tutto. Cito in ordine sparso: Leonardo Padura Fuentes, Pedro Juan Gutierrez, Heberto Padilla, Roberto Ampuero, Luis Sepulveda, Milan Kundera, Abilio Estevez, Alejandro Torreguitart, Yoani Sanchez, Aldo Zelli… 

Ti piace partecipare alle presentazioni dei tuoi libri? Raccontaci un aneddoto curioso di uno di questi incontri? 

Sono cose che vanno fatte, pure se a volte si rischia di trovarsi in una sala semideserta. Aneddoti? Quando parlo di Cuba davanti a un auditorio di sinistra capita spesso che si rischi lo scontro fisico. Notare che io sono di sinistra… 

Che rapporto hai con i tuoi lettori? Vi scambiate mails, lettere, molti sono diventati amici? 

Non sono uno scrittore famoso, ma molti lettori mi scrivono e la cosa mi fa piacere. Rispondo a tutti personalmente. Il contatto con il lettore è la cosa più gratificante per uno scrittore.  

Gordiano Lupi e la critica. C’è una recensione che ti ha particolarmente fatto piacere? 

Sì, quella di Mario Baudino su la Stampa a Una terribile eredità. Molto bella davvero… Resta il fatto che una recensione non ti cambia la vita e non fa la fortuna di un libro. 

A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa? 

Dovrebbe uscire Sangue habanero per Eumeswill, ma ho altri noir cubani che mi piacerebbe proporre a Perdisa. Sto finendo una monumentale Storia del cinema horror italiano. Spero di trovare un editore disposto a pubblicare circa 700 cartelle…

:: Intervista a Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

11 novembre 2009

GRaul Montanarirazie Raul di aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Iniziamo subito con le presentazioni. Raccontati ai nostri lettori.

E’ lunga, sai? Provo a sintetizzare: benché nato indigente, vivo da molti anni, e largamente, di letteratura. Non è male! Ho pubblicato dieci romanzi, più di cento racconti (riuniti anche in tre raccolte) e un sacco di altre cose fra cui tengo molto al libro di poesie Nelle galassie oggi come oggi – Covers, bestseller della “Collezione di Poesia” Einaudi, scritto a sei mani con Tiziano Scarpa e Aldo Nove. Ne abbiamo tratto uno spettacolo che ha fatto più di cento date in Italia. Ho tradotto tanto, da diverse lingue antiche e moderne. Fra le cose più belle metterei L’Edipo Re e l’Edipo a Colono di Sofocle, il Tieste di Seneca, il Macbeth di Shakespeare, Doppio sogno di Schnitzler e la Salomè di Oscar Wilde per il teatro. Nella prosa, quattro romanzi di Cormac McCarthy, uno di Philip Roth, un bellissimo e difficilissimo romanzo di Allan Gurganus che in Italia non ha letto nessuno eccetera. Nella poesia, una scelta di liriche di Edgar Allan Poe (uscite quest’anno nei “Classici Feltrinelli”). Anche da queste ho tratto un reading. Ho sempre fatto solo traduzioni letterarie di autori molto impegnativi che mi hanno insegnato tantissimo. Oltre a ciò, ho dal ’99 una scuola di scrittura creativa che adoro e da cui sono usciti alcuni grandi talenti. Ma tutto questo si trova sul mio sito.

Il bene più  prezioso che ho è la libertà. Come mi è già capitato di dire, ero nato per essere un servo e invece sono il padrone assoluto di me stesso. Non esiste nessuno al mondo che possa darmi un ordine, tranne un poliziotto a un posto di blocco. Scrivo quello che mi pare, grazie anche al mio editore che mi aspetta sempre fiducioso, e faccio quello che mi pare, con molta severità verso me stesso. E questo vale per ogni aspetto della mia esistenza. E’ buffo: vivo più o meno come un aristocratico libertino del ‘700, anche se mio padre era un impiegato e mia mamma una casalinga.  

Parlaci della tua Milano. Vi lega un rapporto di amore e odio?

E’ soprattutto odio. Milano è una città orrenda, presa a mezzo fra una vocazione continentale mancata per troppa inciviltà e un vago rimorso mediterraneo. C’è un modo infallibile per capire quanto è schifosa questa metropoli: girarci solo in bici, come faccio io. Come luogo narrativo invece è eccellente, perché tutta la città tende a essere un nonluogo, cioè un luogo delle possibilità infinite. Un po’ come il West di McCarthy. Da ogni angolo di strada, da ogni porta può uscire l’inatteso. 

Hai iniziato come traduttore. Che ricordi hai di questo periodo? Ci sono dei segreti per fare una buona traduzione?

Il più  grande equivoco che c’è sulla traduzione è l’idea che per tradurre bene si debba soprattutto conoscere molto a fondo la lingua di partenza. In realtà è più importante lavorare creativamente sulla lingua d’arrivo. Nessun lettore, tranne qualche maniaco, verrà mai a rimproverarti perché a pagina 187 hai inserito un aggettivo che nell’originale non c’era o hai sbagliato di brutto la resa di un verbo; in compenso tutti si accorgeranno se la tua traduzione nel suo insieme è noiosa, senza ritmo, bolsa. 

Hai esordito nella narrativa nel 1991 con “Il buio divora la strada”. Come sei arrivato alla pubblicazione? Parlaci del tuo percorso.  

E’ stato un percorso faticoso, perché come certi ragazzotti che fanno ora il giallo noir NON sanno, vent’anni fa c’era una diffidenza enorme verso la narrativa di tensione. Eravamo in pochissimi a farla partendo da una base letteraria, cioè non volendo scrivere nello stile semplificato del giallo Mondadori, per capirci. Verso la fine dell’88 sono entrato in contatto quasi casualmente con Leonardo Mondadori, che aveva appena creato la sua costola della casa-madre. Ho cominciato come traduttore, ma ho presentato subito i miei racconti. Sono piaciuti molto, tanto che mi hanno fatto un contratto, che ho ancora, proprio per un libro di racconti. Siccome però nell’estate dell’88 avevo scritto questo romanzo, alla fine gli è stata data la precedenza. I racconti sono usciti molto più tardi, nel ’98, con Rizzoli. In parte verranno ripubblicati in un albo antologico che il Giallo Mondadori mi dedicherà nell’estate dell’anno prossimo.

“Che cosa hai fatto” è un libro particolarmente forte. Per i suoi contenuti e il suo linguaggio è stato difficile pubblicarlo?

Ci ho messo 10 anni! Per fortuna nel frattempo uscivano altri libri miei. Lo considero il mio libro della vita: forse non è il più bello, di sicuro non è il più piacevole da leggere (specie per la parte del pubblico femminile che è più delicata e pudibonda), ma è il più impressionante e importante che ho fatto. Totalmente inclassificabile. Racconta la storia di un uomo che decide di mollare tutto e concedersi dieci ultimi giorni di vita in cui sperimentare i piaceri più efferati. Il tutto sullo sfondo di una Milano allucinante, invasa da soldati e carri armati, dove alla crisi etica del protagonista fa eco lo sfacelo politico di tutto un mondo. Proprio una cosa grossa. E’ stato rifiutato da tutti, finché parlandone per l’ennesima volta con Scarpa (grande sostenitore del libro insieme ad Ammaniti, ma nemmeno loro erano riusciti a convincere gli editori!) non è venuta fuori l’idea di cambiare il modo in cui la storia veniva raccontata: non più in terza persona al passato, ma in prima persona al presente, in modo da bypassare la continua domanda che i lettori delle case editrici si facevano: “Ma perché lui fa questo? Perché?” Ho imparato così che raccontando una storia in prima persona hai meno bisogno di motivare psicologicamente il protagonista. Il lettore accetta il gioco di mettersi per così dire in faccia la sua maschera e di vivere l’avventura insieme a lui. Anche Arancia Meccanica è raccontato in prima persona. Comunque per Che cosa hai fatto il nome che è stato citato più spesso è stato Sade, il che mi ha onorato perché è stato uno scrittore immenso. 

Andrea Camilleri ti ha definito uno “scrittore mistico”, da ateo dichiarato che rapporto hai con il concetto di divinità non necessariamente quello cristiano?

Io sono un ateo cattolico. Sono cresciuto nel cattolicesimo, come tutti, e quando ho smesso di credere in Dio non ho smesso di fare due cose. La prima: conservare la mia cultura cattolica e mescolarla con quella classica e quella illuminista. Del cattolicesimo mi rimane per esempio il senso di colpa, che è  una molla fortissima nell’azione dei miei personaggi. La seconda cosa: non ho mai smesso di interrogarmi sui misteri grandi, quelli per i quali la fede in Dio è una risposta possibile, rispettabile, da me non condivisa. Comunque, se io non credo in Dio credo però nella fede degli uomini e nella sua forza incredibile. Qualunque oncologo ti dirà che è più facile curare un credente che un ateo – o, peggio ancora, uno che magari va a messa la domenica ma in realtà non crede. In questo la fede assomiglia alle arti marziali: ti dà risposte certe, veloci, su come reagire alle aggressioni della vita. Pensa cos’è la preghiera. Un uomo in crisi, magari in pericolo di vita, pregando convoca addirittura le entità supreme, chiama ad aiutarlo, ad assisterlo, Dio, Cristo, la Madonna, gli angeli! Ti rendi conto? Prova per un attimo a considerare la potenza di questo gesto. Un ateo non può fare nulla di simile. D’altronde per me la verità vale più della felicità. Io sarei un uomo più felice se potessi far conto sulla fede, ma la fede non ce l’ho e mi farebbe orrore simularla. Sarebbe anche inutile simularla, perché potrei ingannare gli altri ma non me stesso. La verità, per me, è che siamo soli, senza nessun dio che ci assista e nessuna speranza di sopravvivere alla morte. A volte non è facile vivere con questo grande nulla intorno a sé. 

Molti critici ti hanno definito capostipite del post noir ovvero un noir non più costretto nei paletti dell’investigazione classica ma un noir dell’anima. Sei d’accordo, ti riconosci in questa definizione?

L’ho suggerita io stesso per primo. E’ anzitutto una forma di onestà verso il lettore: non voglio che un vero appassionato di narrativa criminal-poliziesca prenda per equivoco un mio libro e ne rimanga deluso perché mancano il detective e/o il criminale, manca la cadenza metronomica degli omicidi e così via. E non voglio che una lettrice di romanzi psicologici scarti a priori un mio libro temendo appunto che contenga quegli elementi. 

Parlaci di “Strane cose domani”, il tuo ultimo libro edito per Baldini Castoldi Delai. Senti di aver raggiunto una certa maturità stilistica e anche personale?

Sai, la voce di un autore che lavora e fa esperimenti con la sua scrittura evolve sempre. E’ come lo stile di un musicista o di un pittore. Io penso di aver trovato la mia voce attuale parecchi anni fa, direi nei primi anni ’90, quando ho cominciato a cercare una grande fluidità. Nei racconti scritti prima d’allora e anche nei miei primi romanzi c’era un linguaggio più inarcato, più “colto”, diciamo, anche perché allora per farti accogliere nella società letteraria dovevi un po’ mostrare i muscoli. Direi che nei romanzi degli anni 2000 c’è un linguaggio più maturo, scorrevole, gentile con il lettore. La cultura resta nascosta, eppure si sente. Sul piano personale, curiosamente quello che ora sto facendo è mettere molto più di me stesso in quello che scrivo. Di solito è il contrario: uno comincia facendo autobiografia (è un classico dell’opera prima!) e poi allarga la visuale. Io ho cominciato cercando una scrittura molto oggettiva, nascondendomi dietro i personaggi e le storie. Oggi cerco di usare protagonisti che mi somiglino e mi consentano, senza forzature, di esprimere concetti personali e, spero, profondi sulla vita e sulle relazioni fra le persone. Cerco sempre la massima leggibilità, ma adesso oltre alla storia cerco di dare al lettore più spunti di riflessione. Un’altra curiosità è che nei miei ultimi libri c’è un umorismo che era assente nelle cose degli anni ’90. I lettori mi sembrano molto contenti di questa novità. Infatti sia L’esistenza di dio, sia La prima notte sia ora Strane cose domani, i romanzi in cui più si nota questa evoluzione, hanno avuto una risposta assai forte, in crescendo.

Strane cose, domani, non a caso, nasce da un fatto vero: due anni fa ho trovato su una panchina di parco Sempione il diario di una ragazza. L’ho cercata e incontrata. Lei mi ha confessato che quel giorno nel parco aveva abbandonato non uno ma SETTE diari! Appena me l’ha detto ho immaginato: e se io mi innamorassi di lei? E se un altro uomo, a mia insaputa, avesse trovato a sua volta uno dei diari e si innamorasse pure lui di Federica? Potrebbe cominciare una sorta di partita a scacchi fra due avversari invisibili, che non sanno nulla l’uno dell’altro, finché piano piano ciascuno dei due comincia a percepire questa presenza estranea e ostile… Da lì è partito tutto. E’ una delle storie più belle che ho mai raccontato, e pare che anche critica e pubblico la pensino così. E’ in corso scrittura la sceneggiatura. 

Quale è il libro più bello in assoluto che hai letto?

Se devo dire un titolo secco: Franz Kafka, Il processo. Se Dio fosse uno scrittore avrebbe scritto quel libro lì, e non mi sento di escludere che l’abbia fatto davvero. Dio ha questa tendenza irritante a incarnarsi negli ebrei, mai nei bergamaschi! Però sull’isola deserta io mi porterei tutto Shakespeare. Lo rileggo interamente ogni quattro o cinque anni.  

C’è uno scrittore esordiente che ti ha particolarmente colpito?

Quest’anno? Gaia Manzini con il suo Nudo di famiglia (Fandango). E’ stata un’allieva della mia scuola, ma se devo dire la verità aveva pochissimo da imparare. 

La cosa più  difficile che hai dovuto fare nella tua carriera di scrittore.

Accettare il mio destino. Cioè capire che non avrei mai fatto il botto iniziale che era toccato al primo o secondo libro di autentici cretini (ma anche di autori che invece ammiravo e di cui ero amico, come i già citati Scarpa, Ammaniti, Aldo Nove), ma che dovevo accettare di allargare il mio consenso di pubblico e critica gradualmente, come infatti è avvenuto. E intanto leggere, scrivere, tradurre, insegnare agli esordienti, aiutare i talenti, andare sui media e in tv a dire la mia opinione sul mondo, insomma essere felice della fortuna che mi era toccata di poter parlare. Di avere la parola e chi l’ascolta.

Un giorno, quand’ero bambino, ho chiesto ai miei genitori: “Cos’è la felicità? Quand’è che uno è felice?” “Quando è innamorato” ha risposto mia mamma. Mio padre ha sorriso: “Quando fa il lavoro che gli piace”. Credo che avesse ragione mio padre. Benché l’amore… 

Raul Montanari e la critica letteraria. Più soddisfazioni o delusioni?

Nessuno mi ha mai offeso. Ho avuto pochissime stroncature: credo cinque o sei in tutta la mia carriera, soprattutto nella prima metà. Semmai mi è dispiaciuto non essere stato recensito, finora, da un paio di critici che stimo. 

Attualmente stai scrivendo? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho finito la prima stesura del prossimo romanzo, che penso di far uscire nell’inverno-primavera del 2011. Io farei un romanzo all’anno, ma è sbagliato. I critici si innervosiscono e rischia di passare l’immagine di un routinier. E’ la storia di uno scrittore di cinquant’anni a cui succedono alcune cose molto curiose. Diventa l’amante di una sua allieva di creative writing, della quale non ha nessuna stima come autrice, e che invece gli riserverà delle sorprese e lo metterà in crisi nera. Nel frattempo è perseguitato dall’uomo che vive con la sua ex moglie, che gli chiede continuamente soldi e lo ricatta nel modo più subdolo e paradossale: non facendo del male a lui o ai suoi cari, ma ai suoi nemici! Il che lo mette nei guai ugualmente, perché tutti pensano che lui sia il mandante di questo farabutto. E altro ancora. Se non mi tirano sotto mentre giro in bici e non mi viene qualche brutto male, o non mi accoltella qualche marito (o padre) furioso, penso che avrò tempo di scrivere ancora almeno una decina di romanzi. Forse di più, dipende da tante cose. Poi morirò e la gioia e il dolore e il rancore e il perdono e i capelli profumati delle donne e le pagine meravigliose scritte da altri e il lago dove sono nato e la paura e l’amore indeciso e la stanchezza e gli odori e i colori delle cose e tutto il prendere e tutto il dare finiranno, puff. Buio. Spero che avrò  un ultimo attimo di coscienza, per poter dire: ”Be’, è stato bello, grazie”. Oppure: “Oh, cazzo!”.  Forse più  facile la seconda.

Recensione di Corpi Freddi

:: Intervista con James Sallis a cura di Giulietta Iannone

2 novembre 2009

sallisJames, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di te. Chi è James Sallis?

Qualcuno che trascorre un sacco di tempo a guardare uno schermo di computer chiedendosi cosa fare dopo.

Come pensi ti ritenga tua moglie, che ti conosce bene?

Un essere umano meraviglioso. (Non è quello che dice a me, ma so che è quello che pensa veramente.)

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Ho sempre raccontato storie agli altri sin da  quando ero molto giovane, penso di aver sempre saputo dove ero diretto. Anche i miei genitori lo sapevano, ma ne erano molto preoccupati.

Chi sono le tue prime influenze ?

Gli scrittori di fantascienza sono stati quelli che ho imparato prima ad amare. Theodore Sturgeon, Ray Bradbury, Richard Matheson, Alfred Bester. Ho letto i  racconti di Sturgeon e di Phil Farmer più e più volte, cercando di capire da dove proveniva la loro magia.

Cosa preferisci in un libro: la descrizione dei luoghi, la descrizione dei personaggi o i dialoghi?

Un senso del luogo, del mondo fisico, è ovviamente molto importante. La cosa più importante, per me, è la voce: ho bisogno del suono di una voce nel mio orecchio, di qualcuno che mi chiami e mi sussurri all’orecchio: “Ho qualcosa di importante da dire.”

Raccontaci qualcosa della tua New Orleans. Il suo quartiere francese, la sua musica, il suo cibo.

È allo tempo stesso la più e la meno “americana” delle nostre città, un meraviglioso calderone di culture, un miscuglio di architettura e di storia, calda, lussureggiante, impoverita, vergognosamente ricca, puzzolente, meravigliosa.

Ora vivi a Phoenix, Arizona. Raccontaci qualcosa di questo paese. Ti piace il deserto?

Sono un meridionale, abituato al sud degli USA, abituato ad un modello di città verticale, ho dovuto  abituarmici, ma sì, ho trovato una grande bellezza nel deserto. Phoenix è ormai la quinta o la sesta più grande città degli Stati Uniti, ma, come Los Angeles, è un mosaico, una proliferazione di comunità, di quartieri, di periferie. Intorno a noi, il deserto. A nord, un paese di montagne bellissime.

Tu scrivi saggi, racconti, poesie, romanzi?

Commenti, critiche, articoli di musicologia, canzoni, sceneggiature. Anche lettere, occasionalmente.

La mosca dalle gambe lunghe” è il tuo primo romanzo con Lew Griffin. Raccontaci qualcosa circa il tuo esordio. È vero che questo romanzo è nato come un racconto?

La prima sezione, sì, è stata scritta come un racconto. Pensavo di scrivere un racconto, ma il personaggio mi restava in mente, mi sussurrava in un orecchio. Così ho scritto un altro capitolo. Poi altri due. Così ne ho fatto un romanzo. Ma no, ancora quel sussurro nell’orecchio che non si fermava. Così ho scritto ancora cinque romanzi.

Lew Griffin è una sorta di eroe dark afroamericano. Ti è simile in molti aspetti?

Ci sono un sacco di cose di Lew in me, o per meglio dire molto di me in Lew, sì. Ma c’è anche un sacco di invenzione. E un sacco ho rubato i tratti, le storie e gli atteggiamenti alle persone che ho conosciuto. E c’è un sacco di Chester Himes.

Cypress Grove, Cripple Creek, e Salt River, sono la trilogia su John Turner. Questo personaggio si ispira ad una persona reale?

No, è pura invenzione. La serie è iniziata quando ero fuori a passeggio. Ho avuto una visione di un uomo accanto a una baracca nel bosco, che ascoltava il rumore di un motore di automobile da lontano. Ho cominciato a farmi domande: Chi era costui? Perché è qui? Chi si avvicina? Con il tempo sono tornato a casa, ho scritto il primo capitolo del romanzo. Il resto del romanzo è stato scritto per rispondere alle domande che continuavano a venirmi in mente.

Raccontaci qualcosa su Luca Conti il tuo traduttore italiano. È per te un amico, un figlio, un partner molto prezioso? Raccontaci qualcosa di divertente su di lui.

Luca è un traduttore sorprendentemente bravo e lo dico perché sono anche io un traduttore. Sono profondamente onorato di vedere i nostri nomi insieme. “Divertente”? Oh, no: siamo entrambi molto, troppo seri.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

A questa domanda potrei rispondere con una lista molto lunga. Ti dico i primi che mi vengono in mente: Donald Harington, James Lee Burke, Jack O’Connell, Daniel Woodrell, China Miéville, Jonathan Carroll, Thomas Pynchon, Ken Bruen, Peter Robinson, Jerome Charyn, Gene Wolfe e tanti altri.

Suoni musica folk e blues. In che modo la musica ha influenzato la tua scrittura?

Suonare e scrivere sono un po’ la stessa attività, e io uso un sacco di metafore musicali (troppe, pensano i miei studenti) in campo didattico e quando parlo di scrittura. Io sono un improvvisatore in entrambe le attività. Ho in “testa” – la melodia nella musica, la trama di un romanzo – e ci gioco tutto intorno, vado via, torno, cerco di scoprire cosa c’è dentro.

Raccontaci qualcosa di “Drive“. Ti piace il cinema?

Drive è stato scritto in un tentativo di aggiornamento, ovvero di rendere contemporanei quei meravigliosi vecchi tascabili della Gold Medal. Il successo del libro ha sorpreso tutti – in particolare gli editori di New York che si erano rifiutati di pubblicarlo a causa della sua lunghezza ed eccentricità. Rob della  Poisoned Pen Press, un fan per lungo tempo, ne ha visto il potenziale. Amo il cinema. Spesso, infatti, accanto alle influenze letterarie, cito film di fantascienza, dei film anni ’50 e i film europei che hanno avuto grandi influenze sul mio lavoro.

Ti piace Chester Himes?

Enormemente – altrimenti non avrei scritto una biografia sostanziale di quest’uomo-. Era, come ho accennato in precedenza – la sua vita ha avuto – una profonda influenza sui romanzi di Lew Griffin.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

La gente si è accorta del mio lavoro sin dall’inizio , e le recensioni sono state ottime. Così, per quanto riguarda le recensioni ho avuto successo sin dall’inizio, commercialmente, non tanto. Dall’inizio ho anche avuto la fortuna di avere molti lettori stravaganti e leali. Io, naturalmente, ho indossato il cappello del critico per molti anni, lavorando come recensore e columnist del “Washington Post”, il “Boston Globe”, e il “Los Angeles Times”.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Ho una predilezione particolare per The Long-Legged Fly, dato che mi ha aperto tutte le porte. Quello preferito da mia moglie è Moth, che credo sia un romanzo estremamente elegante dal punto di vista testuale. Io non credo che riucirò mai a scrivere un romanzo migliore di Eye of the Cricket o Ghost of a flea. Probabilmente mi sono divertito di più a  scrivere i  tre romanzi con Turner. Salt River mi sorprende per per il fatto che tanto può essere “detto” in un romanzo  in modo breve e apparentemente disarticolato.

Cosa stai scrivendo al momento?

Un romanzo strano intitolato The Killer Is Dying, che ho iniziato come un altro duro romanzo come Drive e rapidamente sto trasfornmandolo in una cosa con molte teste – tre personaggi, tre vite molto diverse. Sono forse a 4/5 della strada da percorrere, chiedendomi sempre cosa succederà dopo.

Ti piace il noir francese?

Oh, sì. Il primo film “straniero” che ho visto – e questo, solo perché ero a Memphis, quando frequentavo le scuole superiori, e partecipavo ad un programma di studio estivo – è stato “Breathless”. Ero cresciuto vedendo i brutti  films di Hollywood, avevo 16 anni , e pensavo vedendolo:  E cos’è questo? Mi ha colpito moltissimo. Poi  ore e ore di Ingmar Bergman, di film giapponesi, i classici film italiani e dopo i film francesi. Credo che gran parte del mio modo di mettere insieme le storie, anche il mio modo di scrivere – la visualità , l’allusività – derivino da tali film.

Che consiglio daresti a giovani scrittori in cerca di un editore?

Di concentrarsi prevalentemnete sulla scrittura, e scoprire cosa si può fare che nessun altro può fare, e come trasmettere la propria visione del mondo. Gli studenti spesso vengono da me a fare domande su agenti ed editori e sul modo migliore per mercificare il loro lavoro, quando non sanno scrivere una storia coerente o una frase interessante.

Che cosa è per te la “libertà”?

Non posso fare di meglio che citare uno dei miei romanzi preferiti, l’ Ulisse: “Ho paura di quelle grandi parole che ci rendono così infelici.”

Chandler o Hammett?

Entrambi. Assolutamente. La vita non è o , o . E neanche la letteratura. Questo tipo di pensiero aristotelico, come “quelle grandi parole,” è materiale pericoloso.

Ti senti ispirato da avvenimenti reali quando crei le tue trame?

No. Sono ispirato dal tenore del tempo – perseguo ciò che Lionel Trilling considera l’intento “avversario” della scrittura, nuoto controcorrente per ottenere una “conoscenza comune”.

La solitudine dell’uomo moderno è un tema importante nei tuoi libri. Sei stato ispirato dall’ esistenzialismo francese?

Inevitabilmente. L’Etranger è stato uno dei primi romanzi che ho rubato quando ero molto giovane, avevo dodici anni o poco più, ne lessi una copia di mio fratello che la portò a casa dall’ università. Ma la letteratura francese nel suo complesso ha avuto su di me una straordinaria influenza: Queneau, Vian, Pinget, Baudelaire, Verlaine, Ponge, Robbe-Grillet, Apollinaire.

Chi è il tuo poeta preferito? Ti piaciono i  poeti russi come Anna Achmatova?

Non so come potrei mai sceglierne uno preferito. Io amo W.S. Merwin, Robert Lowell, James Wright, posso citare Dylan Thomas. Blaise Cendrars, in particolare La Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France. Ho tradotto Cendrars, Yves Bonnefoy, Neruda, Voznesensky, Jacques Dupin e molti altri. La poesia è stata indicibilmente importante per me tutta la mia vita. Un critico ha detto una volta dei miei romanzi “Poesia dalla porta di servizio.” Sì. Nel Sud, la porta sul retro è dove i nostri amici possono entrare.