Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Intervista a Megan Abbott a cura di Giulietta Iannone

9 settembre 2009

hours-abbott08rv2

Da quanto scrivi?

In un modo o nell’altro da tutta una vita, ma ho semplicemente iniziato a scrivere narrativa con tutto il mio impegno quando ho finito la scuola di specializzazione.

Leggi altri scrittori contemporanei?

Oh, sì tutto il tempo. Sono una grande fan di Daniel Woodrell, William Kennedy, James Ellroy. Sono i miei maestri di stile.

Quale è il tuo primo lavoro scritto? Come sei arrivata alla pubblicazione?

Morire un po’” è stato il mio primo lavoro di narrativa che ho pubblicato. Stavo scrivendo la mia tesi di specializzazione sulla narrativa hardboiled e il cinema noir (che è diventata un libro intitolato “The street was mine”) e ho cominciato a scrivere “Morire un po’” come progetto parallelo. Sono stata ispirata da tutto quello che stavo leggendo e cercando per la mia ricerca. Questo libro è diventato il mio tentativo di esplorare il mondo di Raymond Chandler, un omaggio a bellissimi film come “Kiss me deadly” e “In a lonely place”.

Quando scrivi le tue trame prendi ispirazione da avvenimenti reali?

Sì, quasi sempre. Sono cresciuta leggendo crimini veri e questi hanno conservato per me un fascino duraturo. Mi piace scrivere su casi reali di vita perché ti danno una struttura, un’ architettura con cui iniziare. A volte con il mio secondo romanzo “The song is you”, o il mio quarto “Bury me deep” c’è un legame diretto con casi di vita vera. Con “Morire un po’” e il mio terzo libro “Queenpin” invece il legame è più sottile, meno diretto. Per quanto riguarda “Morire un po’” avevo letto di un caso contemporaneo di un uomo la cui moglie era stata coinvolta in un traffico di droga e che la protesse incapace di proteggere se stesso. Sembrava un esempio perfetto di un vero racconto noir.

Die a little” combina il glamour della Hollywood degli anni ’50 con i suoi lati più oscuri. La vita è sempre in bianco e nero?

Credo che la Los Angeles di quel periodo ponga in grande risalto il contrasto bianco e nero della vita. Hollywood e la pubblicità hanno colorato di fantasia la vita americana e nello stesso tempo ci hanno logorato con una sorta di isterica paura dell’altro, con la violenza sessuale e il crimine organizzato. Una delle idee principali di “Die a little” è che tutti portiamo dentro di noi sia le tenebre che la luce. E spesso i personaggi più moralmente onesti si rivelano i più pericolosi perché non sanno guardare le tenebre dentro di loro.

Ti piace Raymond Chandler? Ti ha influenzato?

E’ sicuramente chi mi ha influenzato di più. Ho letto tutto, sia i suoi libri che quanto riguarda lui, quando facevo le mie ricerche per “The street was mine”. Tutto ciò che ho scritto inizia con lui. Egli può evocare un mondo di fascino o un mondo semidistrutto con una singola frase.

Hai vinto l’Edgar Award nel 2008 per il miglior paperback. Raccontaci come è andata.

E’ stato molto emozionante. Non avrei mai pensato di fare l’esperienza di stare in piedi al podio in una stanza affollata con una statuetta in mano. Scrivere è così solitario, ti isola, così l’esperienza di andare all’Edgar e incontrare tutti i miei scrittori favoriti e idoli è stata meravigliosa anche se nello stesso tempo ero molto intimidita.

Sei stata definita da James Ellroy una narratrice superba e un’artista appassionata. Quanto ti ha influenzato?

Tremendamente. Ho iniziato a leggere Black Dalia alla scuola superiore, ed è stato per me una rivelazione. Ho letto tutti i suoi libri quasi come in un sogno. Il mondo che costruisce è così suggestivo così ricco che si desidera affondare le mani in esso. “The song is you” è un completo omaggio a lui.

I tuoi libri sono molto cinematografici. Te ne rendevi conto mentre li scrivevi?

In gran parte sì. I film mi hanno molto influenzato e immaginavo la scena di un film quando scrivevo. In “Die a little” c’è il cortile di un appartamento che figura in primo piano nel noir classico “In the lonely place” del 1950. Ho usato il bar da Roadhouse del 1948, il club del gioco d’azzardo da Gilda. Per Queenpin sono stata ispirata da momenti di Quei bravi ragazzi del 1990 e da the Grifters.

Die a little” sarà anche un film in cui Jessica Biel dovrebbe recitare la parte di Lora. Pensi sia adatta alla parte?

Non è ancora stata presa. Tengo le dita incrociate. Jessica Biel sembra che voglia recitare la parte di Alice Steel e scommetto che sarebbe meravigliosa.

Cosa pensi delle eroine femminili dei romanzi crime contemporanei? Sei femminista?

Sono femminista ma non ci penso così tanto quando sto leggendo o scrivendo. Io non scrivo da un punto di vista politico. Ma credo fortemente nel valore di portare più personaggi femminili grintosi nel mondo del romanzo poliziesco dove le donne vengono ancora relegate nel ruolo o di femme fatale o di vittima. La spogliarellista , la prostituta, la fidanzata del poliziotto. Ci sono tanti libri meravigliosi che rifiutano tali stereotipi come i romanzi di Theresa Schwegel, o i libri meravigliosi di Laura Lippman e le abbraccio.

Quando scopristi per la prima volta il noir?

Fin da bambina sono stata una grande appassionata di vecchi film e il mio primo amore sono stati i gangster film degli anni Trenta come Nemico Pubblico. Poi scoprii i noir. Questi film dipingevano un mondo così affascinante. Tutti gli estremi della vita – il desiderio, l’avidità, la vita scintillante. Il mondo di quei film era così diverso dalla vita di tutti i giorni, della periferia americana dove sono cresciuta.

Sei tentata di scrivere sceneggiature?

No, sin dal college. Si tratta di una forma di scrittura molto diversa che mi piacerebbe imparare, ma adesso sto occupandomi di romanzi.

Puoi dirci qualcosa del tuo ultimo libro?

E’ il mio primo romanzo poliziesco contemporaneo, ambientato nella periferia degli Stati Uniti. Narra di una ragazza che scompare e la storia è raccontata dal punto di vista del suo migliore amico di 13 anni. In un primo momento è stato molto difficile. Non sapevo se potevo adattare il mio stile che è così influenzato dalla narrativa noir e dai film. Poi ho avuto questa rivelazione che per le maggior parte delle ragazze di 13 anni la vita è noir. C’è tutto il sesso, il terrore, la nostalgia la confusione. Si intitola “The End of Everything”.

Raccontaci della tua routine quando scrivi.

Ho un lavoro così scrivo principalmente il venerdì, il sabato e la domenica. Comincio circa alle 8 della mattina. Mi piace curiosare on line i vecchi articoli scandalistici degli anni ’50, i vecchi crimini, le collezioni di foto. Mi perdo in essi e può facilmente accadere che ci metta anche quattro ore per produrre una pagina e di solito la scrivo anche di corsa perché mi sento in colpa per aver perso così tanto tempo.

Ti piace la trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Ho provato a leggere il primo libro ma non ha funzionato molto. Ci proverò ancora una volta perché ho tanti amici che me ne dicono un gran bene.

Quali consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

Consiglio di continuare a provare. Ci può volere molto tempo, e i rifiuti sono una buona preparazione per tutte le delusioni future che avranno un giorno che saranno pubblicati. E’ un lavoro duro, difficile, e soprattutto per quelli di noi come me che capiscono così poco di business. Continuo a cercare di ottenere una pelle più spessa.

Conosci i libri di Giorgio Faletti?

No, ma da ora li cercherò.

Dicci qualcosa di “Bury me Deep”. E’ più dark dei tuoi precedenti?

Si intitola “Bury me Deep” ed è ambientato in una città del deserto in America nei primi anni ’30 alla fine dell’età del Jazz, l’inizio della Grande Depressione. Parla di Marion una giovane donna abbandonata dal marito che è andato in Messico per lavoro. Diventa amica di due ragazze-party che dipendono dalle attenzioni degli uomini sposati della città per sopravvivere. E’ una specie di serra del desiderio, della gelosia, della disperazione, del peccato. Tutto ha un esito violento e Marion deve cercare di venirne fuori. Per alcuni versi è più dark, c’è una scena di violenza scioccante, ma per altri lo trovo più simpatico. Mi sono ispirata al caso famoso degli anni ’30 di Winnie Ruth Judd. Un grande caso americano da tabloid. Era chiamata la tigre di velluto, il macellaio biondo. E’ stata una sensazione, uno di quei casi in cui più leggi e più la storia diventa complicata.

:: Intervista a Roberto Santini a cura di Giulietta Iannone

3 settembre 2009

roberto-1“Nero come il giallo” il suo blog. Come vive l’esperienza della scrittura su internet?

Inizialmente volevo “riscrivere” famosi casi di cronaca nera. Ho fatto poi questo e altro. Si è trattato di un’attività molto positiva che mi ha permesso di entrare in contatto con diversi scrittori e con tante persone sconosciute che hanno commentato i miei post.

Il cortometraggio “Sotto il mio giardino” del regista Andrea Lodovichetti ha vinto il “Globo d’oro”, il film è tratto un suo racconto Nero come le formiche, cosa ha provato?

Il film di Lodovichetti ha vinto anche a Cannes lo scorso anno ed è stato premiato in tutto il mondo (anche in India e in Cina). Merito del regista. Io, come di solito gli scrittori di soggetti trasformati in film, sono restato un po’ in ombra (il mio nome scorre nei titoli di coda). Comunque il successo del film è stata lo stesso di una grandissima soddisfazione.

Come si è avvicinato al genere giallo, quali sono i suoi maestri?

Ho cominciato a vincere premi nei concorsi dedicati ai racconti gialli. Mystfest di Cattolica su tutti, dove ho avuto un primo premio, un secondo posto e una menzione speciale. Alla fine ho pensato che la mia strada di scrittore dovesse passare fatalmente dal giallo e ho continuato. Difficile parlare di maestri… Uno che ho molto amato, ma non so dire quanta sia stata la sua influenza è senza dubbio Simenon.

A marzo, per un editore importante, uscirà il suo ultimo romanzo può anticiparci qualcosa?

Si tratta di un giallo storico ambientato durante la seconda guerra mondiale. Un poliziotto molto chiacchierato, si trova davanti a un’indagine che sembra più grande di lui. Ancora non c’è un titolo ufficiale. Fra un ventaglio di cinque o sei titoli si sceglierà con l’editore.

Quali sono le regole d’oro per scrivere un buon giallo?

Sono sempre stato contrario alle regole. So che non tutti la pensano così e forse sbaglio. Io ho sempre cercato di “trasgredire”. Per esempio nel mio primo romanzo ho addirittura fatto apparire quello che poi si rivelerà come l’assassino, a metà libro. Mi è stato detto che si è trattato di un azzardo, ma credo fermamente che le regole prefissate siano una sorta di palla al piede. Fra l’altro nessuno si chiede mai perché non si parla di regole per gli altri generi letterari. Io credo che il giallo più si libererà dalle regole e più rinsalderà le faticosamente conquistate posizioni di letteratura con la L maiuscola.

Quali libri sta leggendo attualmente?

Ho finito da poco il libro di Lugli “L’istinto del lupo” che mi è decisamente piaciuto. Sto rileggendo King che riscopro come un autentico genio.

Le piacciono le detective story americane degli anni Trenta ?

Molto. Trovo che il noir sia nato lì. Frase rischiosa, perché molti potrebbero ricordare la Francia, ma per come lo vivo io, il noir “originale” è quello.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori in cerca di editore?

Prima di tutto non scoraggiarsi e non fare l’errore di autopubblicarsi. In Italia e molto difficile riuscire a pubblicare qualcosa, ma se c’è un po’ di talento e una certa grinta, uno ce la può anche fare.

Ha un agente letterario? Pensa che sia fondamentale nella carriera di uno scrittore?

Io ho fatto molti anni da solo. E’ dura perché il rischio di non essere ascoltato c’è, eccome. Poi gli editori sono letteralmente assediati dagli autori e spesso l’insuccesso di uno scrittore non dipende dalla cattiva qualità di quanto propone, ma dall’impossibilità di farsi leggere. Un’agenzia letteraria ti spalleggia e ti dà una mano. C’è un interesse reciproco. Bisogna ponderare bene la scelta e rivolgersi a professionisti seri che abbiano a cuore il tuo lavoro.

Ha amici scrittori? Li frequenta?

Soprattutto quelli della mia città, Firenze.

Quale è il premio letterario che le ha fatto più piacere vincere?

Il “Grangiallo” di Cattolica, ma anche il Premio “Ghostbusters” che ora mi sembra non ci sia più, ma che era molto importante.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Scrive principalmente per sé o per gli altri?

Scrivo per gli altri. Decisamente… Ogni tanto qualcuno mi manda una mail, ma soprattutto alle presentazioni dei libri, c’è una “vicinanza” che mi sorprende sempre.

Tra Chandler e Hammett chi preferisce?

Per quanto riguarda le trame non saprei chi scegliere, ma per la scrittura adoro Chandler che trovo scrittore grandissimo, alcune volte addirittura geniale.

Le piacciono i gialli a fumetti tipo Dylan Dog?

Molto. Li trovo diretti, molto ben disegnati e dalla trama spesso avvincente.

Riviste come la celebre “Black Mask” pensa che in Italia avrebbero lettori?

Ho sempre pensato di sì, ma vedo che quasi tutte le riviste hanno chiuso, o lo stanno per fare. Comunque una spiegazione di questo fatto credo sia da ricercare nel costo molto alto e nella pessima distribuzione. A Firenze c’era una sola libreria con uno scaffale per le riviste. Ora ha smesso anche quella…

Cosa proprio non sopporta in un libro tanto da farle decidere di chiuderlo e non pensarci più?

La scrittura che non rispetta i lettori: troppi personaggi, troppi nomi, vicende contorte che si intersecano in modo astruso. Poi è insopportabile lo scrittore che si mette al centro e parla di sé. Un po’ di narcisismo va bene, ma solo un po’.

Flannery O’Connor la conosce? Ha mai letto i suoi racconti?

Si tratta di una grandissima scritttrice. Ho letto i racconti diversi anni fa. Questa domanda mi ha fatto tornare la voglia di rileggerla, cosa che credo farò.

Ha un sogno nel cassetto, un progetto che le sta particolarmente a cuore?

Mi piacerebbe pubblicare tutti insieme i racconti che sono usciti in varie antologie, o che sono rimasti inediti.

Ha mai letto i libri delle inchieste del commissario Sanantonio di Dard?

Si tratta di una mia lacuna. Non ho mai letto Dard, anche se so che si tratta di uno scrittore notevole e per nulla comune.

:: Intervista a Brian Freeman

1 settembre 2009

brian

Tu sei un autore di romanzi di suspance psicologica. Perché hai scelto questo genere?

Questi libri mi permettono di entrare nella testa dei personaggi. Io scrivo trame dove il dramma emerge dalle emozioni e dai segreti delle persone. Ogni scioccante colpo di scena rivela qualcosa che è stato nascosto, che induce le persone ad attraversare una linea terribile. Io mi auguro che attraverso le storie e i personaggi possa realmente soffermarmi nella mente del lettore. Questi sono i libri che mi divertono e questo è ciò che io cerco di fare per i miei lettori.

In un libro preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

Mi piace un equilibrio di tutti e tre. La buona scrittura è sempre un atto di bilanciamento di molte qualità. Non ci si vuole disperdere in ogni direzione ma si vuole colpire il bersaglio ogni volta e ciò succede dove c’è sviluppo dei personaggi, suspense, umorismo. Ciò rende l’esperienza della lettura perfetta.

Scrivi full time ora. Quali lavori hai fatto in passato?

Scrivo tutto il tempo e mi sento molto fortunato di poterlo fare. Ho fatto molti lavori per pagare le bollette nella mia vita: dalla gestione dei sistemi di database, al marketing e alle pubbliche relazioni per un grande studio legale.

Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

A volte si. Qualche volta posso leggere di un particolare crimine che suggerisce motivazioni inusuali e interessanti riguardo alle persone coinvolte. Questa può essere la prima ispirazione per una trama. Poi di solito adatto e modifico le circostanze così tanto però che un lettore difficilmente suppone che un vero crimine mi ha dato l’ispirazione originale.

Scrivi anche racconti o solo romanzi?

Ho scritto occasionalmente racconti brevi, ma lo confesso non mi piace farlo! Penso sempre in maniera più ampia. Così mi diverto solo a scrivere romanzi.

I tuoi libri sono pubblicati in numerose lingue, ti piace?

E’ stata una grande emozione vedere la mia opera tradotta in più lingue in tutto il mondo. Ma probabilmente l’emozione più grande è avere lettori in molti paesi. Fa apparire il mondo così piccolo poiché capisci che i lettori ovunque reagiscono allo stesso modo. So di avere molti lettori in Italia tra l’altro e sono molto simpatici e calorosi con me. Io li amo.

Il tuo debutto “Immoral” fu finalista per l’ Edgar, Dagger, and Barry Awards per la miglior opera prima. Fu una sorpresa per te?

Avevo cercato per vent’anni di raggiungere la pubblicazione. Essere uno scrittore è l’unica cosa che ho sempre voluto fare nella vita. Poi il successo di Immoral fu travolgente. Sono rimasto sorpreso e praticamente in lacrime.

Quando eri giovane avresti pensato di raggiungere un così grande successo?

A se solo fossi ancora così giovane! Ci sono giorni in cui vorrei aver venduto il mio primo romanzo a 21 anni e non a 41 ma ora sono in una posizione migliore per apprezzare e capire il mio successo.

Dimmi qualcosa circa il tuo prossimo romanzo. Avrà ancora per protagonista Jonathan Stride?

Sì, il quarto romanzo di Jonathan Stride in Italia si chiama POLVERE E SANGUE. E’ il mio thriller più personale ed emotivo; la maggior parte dei miei lettori mi ha detto che è il mio libro migliore. Naturalmente non hanno letto ancora il mio quinto libro che uscirà in Italia il prossimo anno. Il titolo inglese è THE BURYING PLACE, ma non so quale sarà il titolo italiano. Sono molto orgoglioso del mio nuovo libro. Credo davvero che i lettori si divertiranno.

Jonathan Stride ti somiglia?

Ci sono parti di me in Stride, ma egli è unico. La parte in cui è di una bellezza rude  e irresistibile, è tutto me . Ha ha.

Quale è la tua forza e la tua debolezza?

Spero che la mia forza sia di mettere me stesso nei cuori e nelle anime dei miei personaggi e farli parlare attraverso di me. Credo anche di pensare come un lettore e questo mi permette di capire gli elementi della trama che possono interessargli. La mia debolezza? Come la maggior parte degli scrittori penso di essere irrimediabilmente nevrotico. Gli scrittori sono afflitti dai dubbi ogni giorno. Io non sono diverso.

Come pensi tua moglie, che ti conosce bene, ti descriverebbe?

Oh no, vuoi che glielo chieda? Penso che direbbe che è orgogliosa della mia determinazione e io sono orgoglioso che lei sia mia moglie.

Ti diverti a fare tour promozionali?

Sì e no. Amo gli eventi dove posso incontrare i lettori. Ciò è sempre divertente ed esaltante. D’altra parte il viaggio è estenuante. Onestamente se potessi scegliere starei a casa a scrivere.

Ti piace l’Ulisse di Joyce?

Ritengo che Joyce sia andato troppo in là con l’Ulisse al punto che è quasi illeggibile. Ritengo invece che Ritratto di un artista da giovane sia brillante e amo molto i racconti di Dubliners. Ma non credo che l’Ulisse sia un vero romanzo, più che altro è un esperimento letterario.

Cosa è per te la libertà?

Io non sono sicuro che ci sia. Da un lato come scrittore a tempo pieno, ho una maggiore flessibilità nella mia vita ora più che mai. Da un altro lato essendo un lavoratore autonomo ho molte più responsabilità e pressioni, sia finanziarie che creative, più che in qualsiasi altro momento della mia vita. Amo la vita ma non necessariamente mi sento libero.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Ho iniziato a fare questa intervista alle 7. La mattina presto è il momento in cui faccio il lavoro di marketing, rispondo alle email dei lettori, mi metto in corrispondenza con gli editori, etc. Poi io e mia moglie ci rilassiamo davanti ad una tazza di caffè, e inizio a lavorare. Scrivo per la maggior parte della giornata fino a quando non sento attenuarsi il livello di creatività. Il mio obbiettivo è quello di scrivere 3 o 4 capitoli alla settimana.

Raccontami qualcosa dei tuoi libri. Quali preferisci?

Solitamente dico alla gente che il mio libro preferito è quello a cui sto lavorando al momento. Amo tutti i miei libri per motivi diversi. Immoral fu il primo e perciò avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Polvere e sangue è il più vicino a me personalmente perché indaga sul passato di Stride.

Stai leggendo un libro adesso?

Proprio ora no. E’ difficile leggere quando stai scrivendo un libro. Onestamente non riesco a leggere il genere che scrivo poiché non posso perdermi nel racconto di un altro scrittore nello stesso modo. Quando hai scritto suspance per tutto il giorno, leggendo la suspance di qualcun altro ti sembra di lavorare.

Hai un agente letterario?

Ne ho molti. Ho un agente principale a Londra. Un agente negli Stati Uniti davvero meraviglioso di New York, un agente internazionale nel Regno Unito e molto co-agenti negli altri paesi che mi aiutano.

Quali qualità dovrebbe avere uno scrittore di successo?

E’ necessario essere determinati e d avere un forte senso di sé. Questo è un lavoro difficile. Si hanno molto pochi riscontri positivi lungo la strada mentre si sta cercando di sfondare. Gli scrittori spesso pensano che tutto diventa più facile una volta che si è pubblicati, ma in realtà è vero il contrario. La pressione creativa cresce.

Che consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

L’editoria e ancora un business piuttosto piccolo. La maggior parte delle persone del settore si conoscono. Ciò realmente aiuta a costruire relazioni con gente che può aiutarti. Agenti ed editori si rivolgono alle persone di cui si fidano per consigli sui nuovi scrittori.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Questa è la mia barzelletta preferita in assoluto. Due cacciatori stanno camminando attraverso un bosco quando uno dei due si afferra il petto e cade a terra. L’altro cacciatore immediatamente telefona alla linea di emergenza e dice all’operatore: “ Penso che il mio amico sia morto cosa devo fare?”. L’operatore gli risponde: “Bene la prima cosa da fare è assicurarsi che sia veramente morto”. C’è una pausa sulla linea e poi l’operatore sente un forte colpo di pistola. Quando il cacciatore torna al telefono gli dice: “Okay, adesso?”.

I tuoi rapporti con la critica letteraria sono pacifici o conflittuali?

Ho ricevuto molte recensioni meravigliose in giro per il mondo. Ogni tanto è naturale che la gente dica cose negative. Questa è la natura del business. Non si può scrivere qualcosa che faccia tutti felici. Devo dire che sono diventato più sensibile alle mie proprie critiche da quando ho iniziato questa carriera perché ho capito quanta gente dannosa per non curanza può deridere il duro lavoro altrui.

Preferisci Chandler o Hammett?

Ho proprio avuto l’opportunità di leggere il Falcone maltese, pochi mesi fa. Che libro straordinario. Tu non ci crederesti che è stato scritto settanta anni fa.

Hai amici scrittori?

Conosco molti scrittori, ma non sono propriamente amici. Gli scrittori trascorrono tutto il tempo scrivendo e pubblicando. Di cosa potremmo parlare? Di scrittura e pubblicazione. Piuttosto ho amici in differenti aree di vita.

Ti piace il noir francese?

Onestamente non ho avuto la possibilità di leggerne molto tradotto in inglese. I miei libri sono crime ma non penso a loro come a noir. I miei libri sono più emotivi e con impostazioni remote.

Quale è il tuo rapporto con i lettori? Scrivi principalmente per te stesso o per gli altri?

Ho avuto alcune esperienze meravigliose come lettore. Ci sono alcuni grandi autori che hanno aggiunto davvero qualcosa alla mia vita. Mi piace l’idea che ora posso fare lo stesso con i lettori di tutto il mondo. Quindi il mio obbiettivo è quello di raccontare storie che catturino il lettore, siano mozzafiato, li facciano pensare e li facciano piangere. Questo è il motivo per cui incoraggio i miei lettori a scrivermi o connettersi con me su Facebook. Mi piace sentire le loro reazioni sui miei romanzi.

Cosa pensi del pulp fiction revival?

Penso sia bello vedere un vecchio stile di raccontare storie trovare una nuova vita.

Il ruolo della donna nei tuoi libri. Ti piace la femme fatale?

In realtà mi piace più scrivere personaggi femminili che maschili. Mi permetto di dire che le donne sono in genere molto più interessanti. Hanno capacità più complesse sia per il bene che per il male. Le donne hanno il potere reale nei miei libri e talvolta lo usano per fini nobili e talvolta lo usano per fare cose terribili.

Insegni scrittura creativa?

Parlo del mio modo di scrivere, ma non insegno. Immagino che un giorno lo farò.

Conosci lo scrittore italiano Giorgio Faletti?

Sì, Giorgio e io siamo diventati amici per email. Naturalmente ho letto il suo libro sorprendente Io uccido, quando è stato distribuito in inglese. Giorgio è stato così gentile da dare un meraviglioso giudizio del mio romanzo che tu puoi vedere sulla copertina di Polvere e sangue.

Se ti chiedessero di scrivere un screenplay di uno dei tuoi romanzi saresti interessato?

Non particolarmente. Non tendo a pensare in questo modo. Mi piace la ricchezza che può portare un romanzo.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Sono sempre stato un grande fan di Michael Connelly e Peter Robinson. Hanno scritto alcune delle crime fitcion più belle.

Quale è il libro che ti ha più influenzato e perché?

Quando avevo circa tredici anni acquistai un tascabile di Robert Ludlum “The Chancellor Manuscript”. Non penso di averlo posato prima di averlo finito. E’ stato esilarante. Ricordo di aver pensato: questo è quello che voglio fare. Voglio scrivere libri. I miei libri non hanno davvero niente in comune con quelli di Ludlum, ma mi influenzò e mi ispirò.

Sesso e violenza in che misura sono presenti nei tuoi libri?

Certo le cose cattive accadono, ma io non scrivo violenze esplicite. Non mi piace. Preferisco lasciare il lettore immaginare con la sua testa. Il sesso d’altra parte tende ad essere importante nei miei libri. Poiché scrivo suspance psicologica, dove i personaggi sono così importanti, penso che bisogna trattare il sesso come un importante bagaglio emozionale. Se non si capisce la loro sessualità, che è un importante elemento motore del comportamento umano, non si può veramente capire perchè fanno quello che fanno.

Quale ruolo ha internet nella tua scrittura?

Probabilmente quello di rendermi possibile comunicare più facilmente con i lettori di tutto il mondo. Questo è molto importante per me. Quindi invito i miei fans italiani a scrivermi o a trovarmi su Facebook http://www.facebook.com/bfreemanbooks.

Brian Freeman è un autore di bestseller internazionali del Minnesota. I suoi libri sono stati venduti in 46 paesi e tradotti in 18 lingue e sono apparsi in the Library Guild e the Book of Month Club. Il suo thriller di esordio Immoral ha vinto il Mcavity Award ed è è sttao nominato per l’Edgar, Dagger, Anthony, e Barry Awards, per il migliore romanzo primo. Immoral è stato scelto come migliore libro del mese dai club del libro in tutto il mondo una distinzione che condivide con autori come Harlan Coben e Karin Slaughter. Il suo secondo romanzo Stripped fu acclamato dalla critica nel 2006. Stripped è citato nella lista dei bestseller Globe and Mail in Canada e fu nominato uno dei migliori mysteries dal South Florida sun Sentinel. Il romanzo fu finalista al Minnesota book Award. Oltre ai suoi romanzi di suspance Freeman è coautore del chick lit book The Agency sotto lo pseudonimo di Ally O’ Brian. Freeman è un alunno del Carleton college dove si è lauretao magna cum laude. E’ nato a Chicago, crestiuto a San Mateo California, prima di trasferirsi in Minnesota. Lui e sua moglie Marcia vivono ora in Minnesota da più di vent’anni. Per maggiori informazioni su Brian e i suoi libri visitate il sito http://www.bfreemanbooks.com.

:: Intervista a Joe R. Lansdale a cura di Giulietta Iannone

31 agosto 2009

joeTra le mie prime interviste figura anche questa a un personaggio ecclettico, e a suo modo eccezionale, come Joe R. Lansdale. Andò pressapoco così. Era l’estate del 2009 e gli scrissi tramite il suo sito. Dopo poco mi arrivò una sua mail dove mi diceva: accetto, spara.  Ci mise poche ore a rispondere. Le risposte mi arrivarono il giorno stesso di quando io gli inviai le domande. Insomma è un tipo così. Che non perde tempo. Mi rispose nel corpo della mail con un colore di caratteri blu acceso. Non ho ben capito se gradì le domande ma gli chiesi cose come chi preferiva tra Hap e Leonard, se era pessimista su come vanno le cose nel mondo, cos’era per lui l’amicizia. Rispose a tutto, e se siete curiosi di sapere cosa rispose, continuate la lettura.

Perché hai scelto di diventare scrittore?

La scrittura ha scelto me più di quanto io abbia scelto lei. Io ho voluto essere scrittore da così tanto tempo che non ricordo. I miei genitori, specialmente mia madre, mi incoraggiarono nell’idea sebbene io penso che lei preferisse che facessi l’ insegnate per professione e da un lato lo scrittore. Io sono diventato uno scrittore per professione e da un lato insegnante siccome insegno un semestre all’anno all’Università qualche volta due e insegno arti marziali. Così attualmente sono sia uno scrittore che un insegnante ma in un modo differente da quanto mi aspettavo. Ma i miei genitori mi supportano in ogni cosa che voglio fare e la scrittura era qualcosa in cui ero portato sin dalla più tenera età.

Il “Texas Montly” ti ha definito lo Stephen King del Texas. Hai sorriso?

No, non ho sorriso. Mi piace e ammiro King, ma non sono altro che me stesso e non avevo mai sentito questa citazione.

Thriller, horror, western, fantascienza. Quale genere ti diverte di più?

Non ho un genere favorito. Amo quei generi di fiction popolare perché ti permettono di fare così tanto. Non mi sento sposato a nessuna forma, ma le tratto tutte.

Quale fu il tuo primo lavoro scritto?

Quando ero ragazzo scrissi una poesia sul mio cane, che considerando che non ho mai trattato la poesia come scrittore, e marginalmente come lettore, è interessante. Avevo probabilmente 4 o 5 anni quando la scrissi. Recentemente ho composto alcune poesie per una antologia di Halloween ma solo per divertimento, niente di serio. Il mio primo pezzo da adulto fu un articolo che scrissi con mia madre a 21 anni. Abbiamo scritto un breve paragrafo su scavare buche e riempirle di piante come terapia ed è stato comprato dal “Farm Journal”. E’ apparso sotto il nome di O’Reta Lansdale il nome di mia madre. Questo fu il primo. Una collaborazione.

Tu vivi in Texas, per la precisione a a Nacogdoches, con tua moglie i tuoi figli e un cane. Raccontami qualcosa sulla tua famiglia.

Ho una grande famiglia. Mio figlio e mia figlia vivono nelle vicinanze sebbene mia figlia come cantante professionista viaggi molto. Ho un genero e una nuora. Mio figlio è giornalista. Mio genero ha una laurea in biologia, insegna nella mia scuola di arti marziali e lavora part time come insegnante. Mia nuora è una patologa del linguaggio.

Mi piace molto The Bottoms (tradotto per Mondatori come Sotto gli occhi dell’alligatore). Ti ispiri a fatti reali quando crei le tue trame?

Si, mi ispiro ad eventi reali o folcloristici, storie che ho raccolto che possono essere o non essere veri, esperienze personali. Mio padre e mia madre si sposarono durante la Grande Depressione, e crebbero me e mio fratello. Io fui una sorpresa, mio padre aveva quaranta anni e mia madre finiva i trenta. Mio fratello e io abbiamo 16 anni di differenza e siamo stati entrambi cresciuti come figli unici.

Preferisci scrivere racconti brevi o romanzi?

Racconti brevi ma amo anche scrivere romanzi. Mi diverto a scrivere fumetti, sceneggiature per il cinema, e opere per il teatro. Sebbene di quest’ultime ne ho scritte solo due e sono state portate in scena. Fu una bella esperienza.

Quali scrittori ti influenzarono per primi?

Sono molti. Zio Remo, Edgard Allan Poe, l’Illiade e l’Odissea di Omero, Kipling, Jack London, Mark Twain, Edgar Rice Burroughs, Robert Louis Stevenson, Bradbury, Keith Laumer, Phil Farmer, Harlan Ellison. I libri di fumetti mi hanno molto influenzato come quelli di Julius Schwartz, gli scritti comici di Gardner Fox e Bill Finger.

Quale è la tua routine quando scrivi?

Fondamentalmente scrivo tre ore alla mattina. E cerco di ottenere dalle tre alle cinque pagine al giorno, ma spesso anche di più.

Dimmi qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Appartiene alla serie di Hap e Leonard, ma non è ancora disponibile in Italia. Sta arrivando.

Cos’è l’amicizia per te?

E’ molto importante. E’ come la famiglia, quando è vera. Conosco molta gente ma ho solo pochi veri amici a cui sono molto legato.

Preferisci scrivere la descrizione dei luoghi, delineare i personaggi o i dialoghi.

Tutti e tre. Mi piace scrivere con stile.

Quali consigli daresti ai giovani scrittori in cerca di editore?

Per prima cosa scrivere non progettare di farlo. Avere qualcosa da pubblicare.

Chi sono i tuoi scrittori viventi preferiti?

Amo Neal Barrett, Andrew Vachss, James Lee Burke, e ce ne sono altri.

Quali lavori hai fatto nel passato?

Ho fatto molti lavori, ho abbattuto vecchie case, ho lavorato in una fabbrica di sedie in alluminio, ho fatto il buttafuori di tanto in tanto, l’operaio edile, il contadino, il manager in una ditta di trasporti, e per una società di pubbliche relazioni, l’ istruttore di arti marziali, lo faccio ancora, l’insegnante, insegno ancora all’università, poi il bidello l’ho fatto per molti anni.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori?

Si, ho amici scrittori e alcuni di loro sono amici molto stretti.

Hai senso dell’umorismo? Raccontami una barzelletta.

Si, ho senso dell’umorismo e a volte racconto barzellette quando sono dell’umore. Ora non sono dell’umore.

Quali sono le tipiche qualità di un buon scrittore?

Determinazione, essere un lettore, lavoro etico.

Tu pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Penso di sì, ma la maggior parte dei libri cambiano solo la condizione di un lettore per poche ore e questo è già una cosa positiva se ci pensi.

Quali genere di lettori preferisci?

Tutti i generi.

Cosa stai leggendo al momento?

Paradiso di Larry McMurtry. Un romanzo ambientato a Tahiti,e che parla anche dei suoi genitori che lo crebbero nel nord del Texas, Un contrasto.

Tu usi un linguaggio ironico, molto divertente, nei tuoi libri. E’ difficile da creare?

Quando scrivo mi sorge spontaneo, penso sia un riflesso della mia personalità, del modo in cui vedo le cose.

Tu scrivi fondamentalmente per te stesso o per gli altri?

Per me stesso e quando ho finito spero che agli altri piaccia. Ma non puoi preoccuparti degli altri quando scrivi se vuoi esprimere onestamente te stesso.

Hai un agente letterario? E’ per te un amico o solo una relazione professionale?

La maggior parte degli agenti che ho avuto sono diventati mie amici, ma è anche un business in quanto se essi non fanno il loro lavoro io li cambio. Comunque sono amico di entrambi i miei agenti per la narrativa e il cinema.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Amo entrambi anche se forse un po’ di più la letteratura. I film vengono per secondi nella mia lista e i fumetti per terzo poco dopo. Tutto il resto, opere teatrali, non-fiction sono più in basso nella lista.

Ti piace l’Italia?

Adoro l’Italia e ci vengo spesso. Ci sono stato due volte quest’anno e probabilmente ci tornerò una terza.

Definiresti uno scrittore un veggente?

No, uno scrittore è un uomo consapevole ma veggente di certo proprio no. Tu crei e pensi differentemente ma non c’è proprio niente di soprannaturale anche se a volte può sembrare. Ma non è così. Il soprannaturale o comunque tu lo voglia etichettare non si applica ad uno scrittore.

Ti piacciono gli scrittori italiani?

Poiché io non leggo in italiano ne ho letti solo alcuni tradotti in inglese. Amo il lavoro di alcuni e di altri lo amo meno, ma non ho avuto l’opportunità di leggere molti loro lavori. Alcuni dei classici ovviamente Dante, Virgilio. Ho incontrato un certo numero di scrittori in Italia, alcuni importanti, alcuni meno, ma è così in tutto il mondo. Non siamo tanto diversi da nessuna parte.

Dimmi qualcosa dello stile Lansdale.

E’ solo il modo in cui scrivo, è formato dalla mia esperienza di anni che sono abituato a esprimere me stesso sulla pagina.

Tu sei un esperto di arti marziali. Usi le tue abilità nei tuoi libri?

Si, mi è capitato di scrivere di arti marziali di tanto in tanto ma non tutto il tempo. Ma uso le mie capacità per scrivere. Disciplina, attenzione, economia di movimento, passando da una situazione all’altra come è necessario e cosi via. Le arti marziali hanno influenzato molto la mia vita e la mia scrittura.

Hai anche scritto fumetti. E’ più difficile?

I fumetti sono un grande divertimento. Il fumetto può essere difficile o facile dipende. Ma io trovo molto pià facile scrivere fumetti che la prosa, sono cresciuto con loro e li amo e ho talento per loro. Sono probabilmente il mio primo amore, anche se con il tempo i racconti e i romanzi e i film li hanno usurpati, sono ancora un grande appassionato.

Le situazioni strane o assurde sono tipiche nei tuoi libri. Tu pensi che la vita sia così?

Vedo la vita come abbastanza assurda.

Raccontami qualcosa sul genere horror. E’ difficile spaventare la gente?

E’ difficile spaventare la gente e come scrittore non ho sempre considerato quello che scrivo horror. Orrore e terrore sono cose diverse anche se spesso vengono confusi. L’orrore può trattare di sangue e budella, il terrore di sudorazione notturna, la sensazione che c’è qualcosa di sbagliato che non si può vedere. Io combino queste idee a volte con la suspance, con il senso di mistero, e uno scenario americano. Non sono proprio conscio di farlo quando scrivo ma succede. Ho scritto alcune storie che sono di genere horror puro ma la maggior parte sono a metà strada.

Tu sei molto conosciuto per la serie di romanzi che ha per protagonisti Hap e Leonard. Quale preferisci dei due?

Entrambi l’uno non vive senza l’altro.

Razzismo, corruzione pubblica, violenza, sono temi ricorrenti nei tuoi libri, sei pessimista?

Personalmente sono ottimista. Ho avuto una vita molto bella. Ci sono sempre fattori fuori dal nostro controllo che possono essere sia negativi che positivi, ma ho una visone piuttosto ottimista per quanto riguarda me, anche se non sono tanto ottimista riguardo la razza umana e lo divento sempre meno con il passare del tempo. Ma credo di essere ancora fiducioso e non cinico.

Sei una persona timida?

No affatto.

Come solitamente trovi le idee?

Sono loro a trovare me.

:: Intervista a Danila Comastri Montanari a cura di Giulietta Iannone

24 agosto 2009

danCome è nato il personaggio di Publio Aurelio Stazio?

Come avrebbe detto Flaubert: “Aurelio c’est moi”.

Oltre ai gialli ambientati nell’antica Roma, ha scritto altri romanzi e racconti?

Molti, ma sempre e soltanto polizieschi storici: l’ultimo è TERRORE, ambientato durante la rivoluzione francese.

Quali sono i suoi autori preferiti?

Omero e Shakespeare. Tra gli italiani: Niccolò Machiavelli. In tempi più recenti: Robert Graves e Isaac Bashevis Singer.
Tra gli autori di polizieschi: Ed Mac Bain (con cui ho avuto la fortuna di passare tre bellissime giornate) Qiu Xiaolong (che conoscerò presto di persona) Anne Perry, Ellis Peters, Tony Hillermann, Jonathan Kellermann, Pierre Magnan, Jean-Francois Parot.
Tra i classici del giallo: Robert Van Gulik, Rex Stout, Agatha Christie, Israel Zangwill, S.S. Van Dine, oltre a Umberto Eco: considero “Il nome della rosa” in assoluto il più bel giallo di tutti i tempi; secondi a pari merito, nell’ambito del solo giallo storico, “C’era una volta” di Agatha Christie e “La pista delle volpi” del compianto Fabio Pittorru.
Nella saggistica: Claude Lévi-Strauss, Eva Cantarella, Umberto Eco, Jérôme Carcopino, Luigi Luca Cavalli-Sforza, Léon Poliakov, Michel Vovelle, Bertrand Russell, Piero Camporesi.

Cosa sta leggendo attualmente?

Ho appena letto due gialli bruttini assai, che non cito perché non amo denigrare i colleghi.

Cosa ne pensa del fenomeno letterario della trilogia di Millenium di Stieg Larsson?

Sono una consumatrice accanita di polizieschi scandinavi. Della trilogia di Larsson ho letto il primo volume e mi è piaciuto come le opere di tanti suoi compatrioti. Non di meno, ma neanche di più.

Ha amici scrittori, li frequenta?

I giallisti italiani li conosco quasi tutti personalmente e con molti di loro ho cordiali rapporti di amicizia. Alcuni li frequento, perché vivono a Bologna o nei pressi: Lucarelli, Fois, Varesi, Guccini, Toni, Bettini, Colitto, Rigosi, Baldini, Coloretti, Materazzo, Guicciardi. L’amico più caro, tuttavia, è certamente Loriano Macchiavelli, generoso, arguto e straordinario come scrittore, ma ancor di più come essere umano. Godo anche, da ben quattro decenni, dell’amicizia del baldo Valerio Massimo Manfredi – condividiamo l’amore per i viaggi e la cultura classica – a cui auguro di proseguire nel grande successo internazionale che merita appieno. E non posso esimermi dal citare i bolognesi (o quasi…) Valerio Evangelisti, Giuseppe Pederiali e Giuseppe D’Agata, l’indimenticabile autore de “Il medico della mutua” e de “Il segno del comando”, che fu il primo presidente della nostra Associazione Scrittori di Bologna. Per spostarsi invece oltreoceano, sono ottima amica di Ben Pastor, la creatrice dell’investigatore della Wermacht Martin von Bora.

Le piacerebbe insegnare scrittura creativa, pensa che si possa insegnare a scrivere?

Credo che si possa insegnare, ma a me non piacerebbe. Ho redatto un manualetto: “GIALLO ANTICO. Come si scrive un poliziesco storico” ad uso degli esordienti, però non sono tipo da tenere dei veri e propri corsi strutturati: non sono nemmeno mai riuscita a seguirne uno fino in fondo, all’università studiavo da sola e a scuola insegnavo piuttosto anarchicamente. Partecipo però volentieri come ospite, una tantum, ai corsi di scrittura di alcuni colleghi. .

Qual è l’opera di Shakespeare che preferisce?

Giulio Cesare, Macbeth, Il mercante di Venezia, Misura per misura, Sogno di una notte di mezza estate, Amleto, Antonio e Cleopatra, La dodicesima notte e molte altre. Amo molto Shakespeare.

Che consigli darebbe ai giovani scrittori per migliorare il loro stile?

Prima ancora dello stile bisogna avere le idee. Dunque raccomanderei ai giovani scrittori di leggere il più alto numero possibile di opere DELLO STESSO GENERE di quelle a cui intendono dedicarsi, per evitare di scoprire l’uovo di Colombo sudando su trame già trite e ritrite.

Sta scrivendo attualmente un nuovo libro?

Io sto SEMPRE scrivendo un nuovo libro!

Ci racconti i suoi esordi, qualche episodio significativo.

L’Italia scopriva in quel momento il giallo storico, così i gusti del pubblico incontrarono felicemente i miei. Una volta tanto, anziché terrorizzare gli esordienti con le vicissitudini di una dura gavetta e le soperchierie degli editori cattivi, dirò dunque a viva voce che talvolta un po’ di abilità e un pizzico di fortuna bastano per diventare scrittore di professione.

Legge libri di poesia? Chi è il suo poeta preferito?

Il poeta che preferisco è Catullo, ma amo anche molti lirici greci, latini e cinesi. Non leggo poesie contemporanee, l’autore italiano più moderno che conosco è Foscolo, di cui apprezzo parecchi versi (non sono per niente leopardiana, né per carattere, né per gusti letterari…)

Che rapporto ha con i suoi lettori?

Ottimo: sanno che scrivo soltanto per loro, non per i critici, per gli accademici, per gli intellettuali, per i recensori e nemmeno per me stessa. I giudizi e i suggerimenti dei lettori sono gli unici che tenga in considerazione.

Ha un agente letterario?

Da qualche tempo: ho esitato anche troppo, ma per l’estero era inevitabile. Adesso ne sono molto soddisfatta e non ne farei più a meno.

Ha viaggiato molto, i suoi viaggi le sono stati utili per l’ambientazione dei suoi romanzi?

Sì, ho viaggiato moltissimo e, fortunata come sono, quando ho cominciato ad avere difficoltà fisiche a muovermi, il mondo è venuto a casa mia, con internet e le migrazioni.

Quale è il suo metodo di scrittura, scrive di getto, fa molte stesure?

Che scriva di getto o meno, redigo sempre almeno due stesure, talvolta anche tre. Nessuno può confezionare al primo colpo un libro decente: chi lo millanta, sta mentendo spudoratamente.

Il talento è per lei duro lavoro o un dono innato?

Scrivo perché mi diverto e spero di divertire i lettori. Se il lavoro mi costasse tedio, angoscia o fatica, oppure se i lettori si stancassero di me, cambierei mestiere oppure mi ritirerei in pensione a leggere libri altrui, giocare videogames, accarezzare gatti e coltivare fiori.

C’è un episodio bizzarro della sua carriera che le piace ricordare?

Sono troppi, per citarli tutti occorrerebbe un libro. La vita, in grazia ai Numi, è molto bizzarra.

Molti sostengono che Giorgio Faletti non scriva da solo i suoi libri, perché pensa attiri tante maldicenze?

Perché è molto bravo e ha molto successo: è un difetto imperdonabile! E poi perché ha un respiro cosmopolita e questo è un paese di inguaribili provinciali.
Sostengono che Faletti, in piena era della globalizzazione, non avrebbe potuto scrivere i suoi libri per la presenza di alcuni anglicismi. E’ un’obiezione ridicola. Chi ha redatto “I promessi sposi” in perfetto toscano, allora? Secondo questa logica da babbei, non può certo essere stato un “lumbard” come quel tal Sandretto: altro che risciacquare i panni in Arno, sta a vedere che Manzoni aveva un ghost writer nascosto a Firenze! E a proposito, se non si può pensare in inglese, figuriamoci in latino… chi sarà allora a farcire i miei romanzi di tutte quelle locuzioni classiche? Debbo forse dedurne che qualcuno sta scrivendo i miei i libri a mia insaputa?

Ci parli del suo primo romanzo Mors Tua, ci ha messo molto a scriverlo?

Tre mesi e mezzo, è il libro che ho finito nel minor tempo, sull’onda dell’entusiasmo iniziale.
MORS TUA è anche la più generica tra tutte le inchieste di Publio Aurelio, non vi compaiono “sottoculture” particolari dell’antica Roma, come in ogni altro libro: l’ambiente della medicina di IN CORPORE SANO, quello dei gladiatori in MORITURI TE SALUTANT, quello delle scuole e delle banche in PARCE SEPULTO, quello delle legioni in NEMESIS, ecc…e questo perché è stato concepito già dal primo momento in modo da fungere da inizio di una serie. Infatti a me non premeva pubblicare un libro singolo, bensì diventare una romanziera seriale di professione, come è poi avvenuto: le due cose sono profondamente diverse.
Ah, sì, un’altra curiosità: la scena in cui Publio Aurelio dichiara che si taglierà le vene per protestare la sua innocenza (faceva molto “romano”!) è tratta in ugual misura da Tacito e da Rex Stout, con appena un pizzico di Henryk Sienkiewicz.

Come si documenta per i suoi libri? Usa spesso internet?

Lo uso da quando esiste la connessione: oggi è diventato il principale strumento di ricerca per ogni divulgatore.

Euripide, Sofocle le piacciono i tragediografi greci, ambienterebbe una serie di romanzi nell’ Atene di Pericle?

Li cito spesso, ma non ambienterei mai un romanzo nell’Atene di Pericle. Roma ha un fascino diverso, quello di una “modernità” ante litteram che si addice molto di più ai miei gusti e al mio carattere.

Il ruolo femminile nella letteratura pensa sia stato determinante?

Non mi interessa a che sesso, etnia o religione appartenga chi scrive, mi interessa CHE COSA scrive , tanto che spesso non so nemmeno se l’autore che sto leggendo è maschio o femmina.
Sono peraltro convinta che le categorie “discriminate” (donne, ma anche gay ecc…) debbano cominciare a ragionare in questo modo, se non vogliono chiudersi in una riserva indiana. Faccio un esempio: un’atleta in carrozzella vinse una medaglia nella carabina alle Olimpiadi, quelle normali, non quelle riservate ai portatori di handicap: era stata la migliore di TUTTI, invalidi e non invalidi. Alcune donne hanno governato paesi importanti: non perché erano donne, ma perché erano brave. Allo stesso modo, Barack Obama non è diventato presidente perché era di colore, ma perché l’intero popolo americano si è fidato di lui più che degli altri candidati.
Non sono dunque in grado di valutare se e quanto le donne, in una situazione di oggettiva soggezione storica durata dieci millenni, abbiano pesato sulla letteratura. Credo però che Saffo sia stata il più grande POETA (e non la più grande poetessa…) occidentale di tutti i tempi, senza bisogno di nessuna quota rosa. Dunque, fuori dal ghetto, ragazze! Guidereste un aereo “in quanto donne” o cerchereste di mantenerlo in rotta in quanto bravi piloti? Non fate “letteratura al femminile”, fate letteratura e basta: ogni vostra vittoria seppellisce un pregiudizio!

Ha mai pensato di concedere i diritti per trasformare i suoi libri in film?

In vent’anni ho concesso continue opzioni a varie case di produzione, ma nessuna è mai riuscita a realizzare la serie, che sarebbe costosissima, soprattutto per via del set.

E’ stata paragonata a P D James, le piace l’accostamento?

P.D. James è l’autrice di “Delitto 1986”, uno dei cinque racconti moderni che preferisco in assoluto. Gli altri sono: “la Biblioteca di Babele” di Borges, “Inno di congedo” di Fredric Brown, “Tutti gli smoali erano borogovi” di Lewis Padgett e “I nove miliardi di nomi di Dio” di Arthur Clarke.

Ha mai scritto poesie? Ci citerebbe qualche verso?

A vent’anni ho scritto l’unica poesia di tutta la mia vita, dal titolo:“Elogio dell’aglio”. Ricordo soltanto i primi due versi: “Divino bulbo che le nari avvinci /e le papille stimoli e innamori…”

Nella serie di Publio Aurelio Stazio quale l’ha divertita di più scrivere?

CUI PRODEST? C’è un serial killer che ammazza dei giovani MASCHI avvenenti – tanto per cambiare un po’ rispetto alle solite belle ragazze, che muoiono con allarmante frequenza in questo genere di romanzi – ma anche il continuo confronto tra due personaggi contrapposti: schiava e padrone, stoica e epicureo, femmina e maschio…

L’antica Cina l’affascina? Le piacerebbe scrivere una serie gialla con un mandarino detective come protagonista?

Il Celeste Impero è, assieme alla Roma del I secolo, la civiltà che più mi affascina: fui tra i primi a girare in lungo e in largo la Cina, quando si aprirono le frontiere. Però di mandarini investigatori ne hanno già messi in scena molti (ho scritto anche un lungo articolo a riguardo), innanzitutto il giudice Dee (o Ti, con la nuova traslitterazione) a cui erano dedicati i vecchi, magnifici romanzi dell’olandese Robert Van Gulik.e che oggi è il protagonista della serie del mio amico e collega francese Frédéric Lenormand.

Si ritiene una persona fortunata?

Mi ritengo una favorita della Dea Fortuna. La sorte mi ha concesso cose belle o brutte come a tutti, ma anche la capacità di godere delle prime e superare le seconde.

Ci parli dei suoi progetti, come si vede da qui a 10 anni?

Permettetemi di citare il Rick di “Casablanca”, che a chi gli chiede che cosa ha intenzione di fare quella sera, risponde: “Non faccio mai programmi a lungo termine.”

Si ricorda il primo libro che ha letto?

Il Peter Pan in versione Disney, e, poco dopo, il Peter Pan originale di Barrie. Odiavo di tutto cuore Pinocchio, la Fata dai Capelli Turchini e il Grillo Parlante, insopportabilmente moralisti e paternalisti.

E’ più difficile scrivere i dialoghi, delineare i personaggi o le ambientazioni?

Senza dubbio scrivere i dialoghi, dai quali, secondo la mia personale visione del romanzo, si deve desumere quasi interamente il carattere dei personaggi e l’ambientazione stessa. Un avvertimento agli esordienti: pare che una buona metà dei lettori salti – o comunque legga molto distrattamente – tutto ciò che esula dai dialoghi; quindi esercitatevi su quelli, se volete farvi capire….

Si ritiene una scrittrice femminista?

Sono attentissima al problema della uguaglianza tra i sessi (così come tra etnie o religioni) e spesso mi sono trovata in prima linea in varie battaglie politiche, giuridiche e sociali. Però non mi definirei mai una scrittrice femminista, perché non ritengo che esista una narrativa femminile o maschile, nera o bianca, gay o etero, ecc ecc.. C’è la narrativa e basta, ognuno scrive ciò che gli aggrada e chi ne ha voglia lo legge. E comunque io non sono una femminista, sono una matriarca.

Per concludere, mi dica: scrivere la rende felice?

Molto, moltissimo, è il mestiere più bello del mondo: prima di tutto posso condividere il mio immaginario con moltissimi lettori di tutto il mondo, il che sinceramente mi esalta. In secondo luogo ho ridotto il pendolarismo ai due metri che separano il mio letto dalla scrivania.

:: Intervista a Emanuele Pagani

23 agosto 2009

Come è nato in te l’amore per la scrittura?

Amo scrivere fin dai tempi in cui frequentavo la scuola media. Ho sempre sognato di poter scrivere un libro tutto mio. Inizialmente abbozzavo alcuni racconti senza riuscire a trovare la continuità necessaria. Finalmente, tre anni fa, ho deciso che era giunta l’ora della svolta. Ho lavorato, ogni sera, con determinazione e dopo lunghi mesi di lavoro è nato “L’Altopiano del desiderio”.

Vuoi parlarci della trama tuo primo libro?

“L’Altopiano del desiderio” è ambientato nella Creta Minoica, intorno al 1500 a.C. negli anni precedenti alla catastrofe che determinò la scomparsa dell’antica Civiltà Cretese. Si ispira alla leggenda relativa alla nascita del Minotauro, rendendola ancor più avvincente dell’originale. Nel romanzo, il Minotauro fugge dal labirinto di Cnosso e con l’aiuto d’un cospiratore riesce a radunare un esercito di traditori. Costoro intraprendono una guerra contro il Re Minoico al fine di conquistare il palazzo di Cnosso ed il fertile altopiano che rappresenta la principale risorsa del Regno. I cospiratori desiderano cancellare gli insegnamenti con i quali Minosse ha reso pacifico e progredito il suo Regno. Nella Creta di Minosse vige l’uguaglianza e soprattutto l’unità, grazie alle quali il popolo si sente partecipe alla vita politico-amministrativa. Minosse e compagni faranno di tutto per non soccombere di fronte alla minaccia del male.

Nel libro compaiono altri personaggi leggendari, quali Dedalo, Talo, Teseo e Pasifae.

Definiscimi il talento

Credo d’avere una piccola dote: la fantasia.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Mi piacciono diversi autori sia della letteratura italiana che di quella straniera.

Frequenti concorsi e premi letterari?

Per ora non ho mai frequentato dei concorsi e dei premi letterari.

Credi siano utili le scuole di scrittura creativa?

Non saprei. Non le ho mai frequentate.

Qual’è il libro più bello che hai letto?

Ho letto diversi libri. Quelli che mi hanno affascinato maggiormente sono stati “Lo Hobbit”, il “Visconte Dimezzato” ed alcuni canti della “Divina Commedia”.

Ti piace la poesia? Qual ‘è la tua preferita?

Ci sono molte poesie significative

Parlami del tuo metodo di scrittura.

Prima di iniziare un romanzo, faccio uno schema.
Poi procedo nella stesura dell’opera.
Alla fine la rileggo per tre volte ad alta voce e la correggo.

Preferisci scrivere i dialoghi, le ambientazioni o delineare i personaggi?

Preferisco scrivere le ambientazioni. La maggior parte delle volte si tratta di luoghi che ho avuto la fortuna di poter visitare personalmente.

Hai mai fatto il ghost writer?

Non ho mai fatto il ghost writer.

Ti piace Camilleri?

Camilleri è senz’altro un buon scrittore

Quale è la dote più importante per uno scrittore?

Credo consisti nel saper conciliare la capacità di scrivere alla fantasia.

Quale è l’opera di Shakespeare che preferisci?

Tutte le opere di Shakespeare sono interessanti.

Ti piace il genere fantasy?

Mi piace il genere fantasy. “L’Altopiano del desiderio” è un romanzo fantasy-storico.

Quali sono state le tue prime letture?

Le prime letture che mi hanno affascinato sono stati alcuni canti della “Divina Commedia”.

Parlami dei tuoi esordi ti hanno mai offerto pubblicazioni a pagamento?

Nessuno mi ha mai offerto delle vere e proprie pubblicazioni a pagamento, salvo l’acquisto d’un numero di copie non superiore alle 50

Che libro stai leggendo attualmente?

Attualmente non sto leggendo, perchè sono molto impegnato nella stesura d’un nuovo romanzo.

Come ti documenti per i tuoi libri utilizzi molto internet?

Spesso utilizzo internet per documentarmi.

Hai un agente letterario?

Non ho un agente letterario.

Ti piacerebbe che traducessero i tuoi libri in altre lingue?

Sarei senz’altro entusiasta se i miei libri venissero tradotti in altre lingue.

Parlami della tua città, la utilizzeresti come scenario per i tuoi libri?

In futuro potrei utilizzare la provincia in cui vivo come scenario per un libro.

 

:: Intervista a Enrico Gregori a cura di Giulietta Iannone

21 agosto 2009

foto-gregori-500x332

Sei un giornalista, esperto di cronaca nera. Parlami del tuo lavoro.

Da cronista mi sono occupato di banda della magliana, terrorismo, criminalità organizzata, omicidi. anadavo sui posti e scrivevo. Ora, in quanto responsabile del settore, coordino il lavoro altrui e ogni tanto scrivo più che altro retroscena e approfondimenti

Il talento per te è un dono o duro lavoro?

Credo che il talento possa essere innato, ma se non lo si coltiva è del tutto inutile

Quali scrittori italiani preferisci?

Non è facile. Diciamo Tiziano Scarpa e Andrea Camilleri

Parlami dei tuoi primi libri che hai scritto.

“Un tè prima di morire” è una specie di pentola a pressione esplosa in maniera violenta. “Doppio squeeze” è più ragionato e metodico. Comunque non amo le sorprese e mi piace dare indicazioni affinché il lettore possa anche divertirsi a indovinare il finale. un-te-prima-di-morire

E i primi libri che hai letto?

Ho cominciato da ragazzino a leggere Salgari, Kipling, Verne e Dumas. Per me sono capolavori indimenticabili.

Leggi Shakespeare?

Ho letto moltissimo di lui. Che dire? Tra lui e Dante Alighieri mi pare una lotta tra titani

E’ più difficile per te delineare i personaggi o le ambientazioni?

Non so. Diciamo che a delineare i personaggi mi diverto di più

Leggi poesia?

Poche cose. Non ho strumenti per valutarla. Se mi colpisce ne deduco che mi piace

Che consigli daresti ad autori esordienti che vorrebbero pubblicare i loro scritti?

Di essere umili e, prima di pensare di essere incompresi, pensare di dover migliorare

Hai mai fatto il ghostwriter?

Ma per carità

Pensi che Faletti scriva da solo i suoi libri?

Posso dire quello che ho sentito. Ossia che il primo sia stato pesantemente editato e che gli altri li abbia scritti lui. Ma c’è anche una teoria esattamente opposta. Dove sia la verità non lo so. Magari son tutte chiacchiere. Io ho letto “Io uccido” e non mi ha entusiasmato. Poi ho letto “Fuori da un evidente destino” e mi è piaciuto molto.

Agatha Christie in che modo ha influenzato la letteratura gialla?

Credo che sia stata una maestra nell’equilibrio tra storia e descrizione di uomini e cose

Ti piace James Ellroy? Se dovessi fargli una domanda quale sarebbe?

Per me “Le strade dell’innocenza” è un capolavoro. Quindi vorrei domandargli come gli è venuta fuori una boiata come “Scasso e stupro”.

Ti piace Scerbanenco?

Abbastanza. Ma per me è sopravvalutato. Non credo che abbia rivoluzionato alcunché.

Quali sono i libri più belli che hai letto?

Buonanotte! L’Iliade, tutto Shakespeare, i fratelli Karamazov, la Divina Commedia, i promessi sposi, i Malavoglia, tutto Ed McBain, tutto Cormac McCarthy. Basta?

A chi ti ispiri nei tuoi libri a fatti di cronaca o storie di fantasia?

Per le tecniche investigative e qualche dettaglio, ai fatti di cronaca. Il resto, ossia il grosso, è pura fantasia.

In che città vivi? La usi come sfondo per le tue storie?

Non sempre, ma sto pensando di farlo più spesso

Parlaci del tuo blog, credi che internet abbia rivoluzionato il mondo della scrittura?

Il mio blog è una specie di bacheca cronistica nella quale metto anche dei miei racconti. Non credo però molto alla scrittura in rete se rimane imprigionata in internet

Che mezzo di scrittura preferisci: bic, computer,?

Ormai computer

Stai scrivendo attualmente un libro?

Ne sto revisionando uno. Una storia ambientata a Roma nel 1920. Forse potrebbe essere la mia prossima pubblicazione

Che studi hai fatto hanno influenzato la tua vita professionale?

La laurea in giurisprudenza una mano me l’ha data certamente, soprattutto per capire meglio la fase processuale di un avvenimento.

Ti piace Camilleri, il suo commissario Montalbano è molto popolare ti piacerebbe se trasformassero i tuoi libri in film?

Confermo il mio grande apprezzamento su Camilleri. Per il resto, in molti mi hanno detto che i miei libri si presterebbero a sceneggiature. Direi che mi piacerebbe, sì..

I book trailers li consiglieresti ai nuovi autori?

E’ una pubblicità come un’altra. Per me dipende tutto dalla visibilità che poi il booktrailer avrebbe.

Sofocle, Euripide ti piace la letteratura greca antica?

Moltissimo. Sono convinto che nei classici ci sia già tutto ciò che oggi scriviamo. Per questo credo sia importante trovare uno stile, una voce popria.

Arthur Miller diceva che se la libertà non è bilanciata dalla giustizia sociale qualsiasi economia crolla cosa ne pensi?

Forse lui ne aveva le prove. Io no.

Ti piace la letteratura sudamericana?

Frequento poco. Magari ci saranno delle cose meravigliose e se non le conosco è colpa mia. Ma non si può leggere tutto.

Enrico Gregori
è nato a Roma il 12 dicembre 1954. Giornalista professionista dal 1983, attualmente è caposervizio per la cronaca nera presso “Il Messaggero” di Roma. Ha pubblicato per Bietti Media due romanzi: “Un tè prima di morire” e “Doppio squeeze”.

:: Intervista a Dianne Emley a cura di Giulietta Iannone

20 agosto 2009

Dianne EmleyHai un agente letterario?

Si, è una donna che lavora con la Writer’s House di New York

Ti piacciono i libri di Michael Connelly?

Sono una grande fan dei libri di Michael Connelly. Le trame e i personaggi sono straordinari. In più essendo nativa di Los Angeles mi piacciono le ambientazioni in questa città. Egli ha delineato la cultura di questa città.

Cos’è il talento per te un dono o duro lavoro?

Io credo che ciascuno di noi può accrescere il suo livello di successo nel campo scelto può essere quello artistico o atletico o anche negli affari e quindi il talento è sia un dono di Dio che un’ abilità accresciuta con la pratica e la pazienza. Nel mio caso io ho amato la scrittura sin da quando ero bambina e ho iniziato  molto piccola a scrivere sui giornali. Il mio talento era informe e indisciplinato. attraverso gli anni con il duro lavoro e l’aiuto di brillanti editors sono diventata una scrittrice molto migliore e specialmente una migliore crime writer. Sto ancora imparando e migliorando. Ogni giorno mi siedo davanti al computer e miglioro le mie capacità.

Dimmi qualcosa circa la tua Los Angeles.

Io penso che Los Angeles sia una città incompresa e perciò il luogo ideale dove vengono ambientati molti romanzi di fiction. La gente che arriva da poco a Los Angeles la scambia per una gigantesca megalopoli senza personalità. Io invece essendoci nata e avendoci risieduto ed essendoci cresciuta vedo come la città non è senza volto ma al contrario comprende distinti quartieri che hanno personalità uniche. La gente da poco a Los Angeles è spesso sorpresa di trovare dei veri nativi di questa città.

Sei femminista?

Non mi piacciono le etichette o essere incasellata in una categoria. Io credo che dovremmo uomini e donne avere gli stessi diritti anche se ci sono dei ruoli più adatti alle donne e altri più adatti agli uomini. Personalmente amo moltissimo mio marito Charlie.

Tu appari una dolce e quieta signora sei così anche nella realtà?

Ho amici e gente della mia famiglia che non sarebbero d’accordo. Scherzo.Ho un lato quieto e amo la solitudine.

La vita del poliziotto è molto dura. Da bambina sognavi di diventarlo?

 No assolutamente volevo scrivere.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Nel genere giallo mi piaciono Michael Connelly, Tess Gerritsen, Lisa Gardner, Karin Slaughter. Mi piaciono anche Cormac McCarthy e Dominic Dunne.

Hai studiato in Francia. Ambienterai il tuo prossimo libro in questo paese?

Il mio prossimo libro continua la serie di Nan Vining. Lei lavora con il dipartimento di polizia di Pasadena in California una città che confina con Los Angeles così ci sono poche possibilità che abbia trasferte di lavoro in Francia.

Ti piace lo stile di vita europeo?

Molto amo lo stile e savoir faire europeo.

Ti piacciono i libri di James Elroy?

Ho trovato fantastico il suo libro autobiografico i miei luoghi oscuri.

Hai senso dell’umorismo dimmi una barzelletta.

Mi dicono che ho un buon senso dell’umorismo. Mi piace ridere ma ho poca memoria per le barzellette.

Ascolti musica mentre scrivi?

No trovo che distragga scrivo in silenzio.

Ti piacciono gli autori italiani?

Non ho familiarità con gli scrittori italiani forse tu potresti suggerirmi cosa leggere.

Pensi che Edith Warthon sia una scrittrice innovativa.

Certamente la casa della gioia è uno dei miei libri favoriti.

Ti piace la poesia?

A piccole dosi.

Dimmi qualcosa circa il tuo primo libro è stato più difficile scriverlo o pubblicarlo?

Con tutti i miei libri scriverli ed editarli è ugualmente difficile. riscrivo molte volte prima che il libro sia finito.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

Forse un giorno. Ora sono troppo impegnata a scrivere per insegnare.

Il personaggio principale del tuo primo libro è una donna che ha subito abusi. Tu pensi che le donne debbano imparare a difendersi, ti piacciono le arti marziali?

Io penso che sano esercizio fisico renda più forti sia fisicamente che emozionalmente così che ci si difende meglio da ogni tipo di abuso. Io faccio quotidianamente pesi, jogging e yoga, non molto bene.

Pensi che in America sia importante per una donna avere una forte personalità?

Non solo in America.

Dimmi qualcosa sulla tua infanzia.

Io sono nata in una famiglia della bassa borghesia nella zona nord est di Los Angeles. Mio padre era un uomo di affari e mia madre una casalinga. Ho un fratello più anziano e una sorella. Ero la più quieta della famiglia con sempre il naso sui libri.

Ti piace lo scrittore turco Pamuk.

Non conosco il suo lavoro.

Ti piacciono i libri di James Lee Burke?

Sì, sono una sua fan.

Definiscimi cos’è per te la libertà.

Vorrei citare la canzone di Kris Kristofferson “Me and bobby Mcgee” la libertà è la capacità di non perdere ma personalmente penso sia la capacità di effettuare scelte.

:: Intervista ad Antonio Zoppetti alias Zop

16 giugno 2008

“Linguaggio globale” parlacene.

Linguaggio globale (www.linguaggioglobale.com) è un progetto di condivisione del sapere e di web 2.0 ante litteram. Nasce nel 2000 quando ho deciso di riversare su web oltre 3.000 pagine di contenuti enciclopedici per ragazzi che un tempo costituivano il catalogo dell’omonima casa editrice, da me fondata. Per lo più sono contenuti che un tempo erano venduti e distribuiti su cd-rom. Esaurito il loro ciclo di vita commerciale nei negozi ho pensato dunque di metterli gratuitamente a disposizione dei naviganti e di arricchire l’archivio con i contributi che mi arrivavano dalla rete.

Bookwebtv più soddisfazioni o fatica?

50 e 50 direi. Però siamo ancora nella fase dello start up, spero che la fatica diminuisca in favore delle soddisfazioni.

Parlaci del tuo blog zop.splinder.

Nel 2002 mi sono accorto che in Italia stava prendendo piede il fenomeno dei blog. Allora ce n’erano sì e no un migliaio e venivano definiti semplicemente come diari on-line. Mi è sembrato di scorgere la nascita di una community che aveva un’attenzione per la scrittura molto interessante, in un’epoca che era stata etichettata come la civiltà dell’immagine. Così ho cominciato a studiare il fenomeno e poi alla fine del 2002 ho aperto il mio blog che invece di presentarsi come un diario, è stato il primo blog a lanciare dei giochi di scrittura. Ho cominciato con un rifacimento internettiano degli Esercizi di stile di Queneau: riscrivere all’infinito uno stesso brano sempre con un punto di vista e con una modalità differenti. Ho cominciato a scrivere i primi esercizi invitando i blog a fare altrettanto. E’ stao il primo blog dedicato ai giochi di scrittura, nessuno l’aveva mai fatto e forse per questo ha avuto un grande successo. Oggi questo è diventato un genere. Per oltre un anno, quasi ogni giorno sono andato avanti a pubblicare esercizi di stile, spesso di ottimo livello, arrivati dalla rete. Oltre 300 persone hanno partecipato. Nel 2003 ho ottenuto un rioconoscimento al conocrso Scrittura mutante, presso la fiera del libro di Torino e poco dopo ho pubblicato un libro in cui raccontavo la mia esperienza, riflettevo su come cambia la scrittura nell’era del web e riproponevo sulla carta 99 esercizi di stile (Blog. PerQueneau? La scrittura cambia con Internet, Luca Sossella Editore, Roma 2003).

In seguito ho sperimentato numerosi altri giochi di scrittura, con un’attenzione per la scrittura collettiva e combinatoria. Romanzi a tante mani, gialli da sms in 160 caratteri a cui hanno partecipato anche giallisti affermati (Lo ammazzai con una scura perché era più meritevole di me e quindi se lo meritava, Andrea G. Pinketts), contaminazioni con trasmissioni radiofoniche, concorsi, persino un manifesto letterario che ha avuto moltissimo seguaci e firmatari: il manifesto del DADIsmo che ha avuto anche delle giornate di sperimentazione a Genova presso la fiera dell’editoria INEDITA 2006. Nello stesso anno ho pubblicato un nuovo libro con alcuni dei racconti che avevo scritto per il blog: Gentile editore io non demordo, RGB editore 2006.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Io mi considero un patafisco. Ho una passione per Alfred Jarry e affini, soprattutto se folli letterari: Boris Vian, Raymond Queneau, Italo Calvino e gli autori legati all’OULIPO. Adoro gli autori surreali e le avanguardie dal futurismo a Borges. Di solito prediligo autori poco conosciuti: Raymond Roussel, Max Aub, la Bessora. Detesto i romanzi tradizionali, credo che il romanzo come genere letterario abbia fatto il suo tempo.

Molti bambini usano internet, che consigli daresti per proteggerli ?

Considero il web una grandissima risorsa della nostra epoca. Non credo alla retorica della pericolosità di internet. Forse è molto più pericolosa la tv. Ovvio, i bambini piccoli dovrebbero essere affiancati dai genitori, esattamente come per quanto riguarda la tv o le loro letture. Credo invece che ci siano molti bambini che potrebbero dare consigli agli adulti a questo proposito, soprattutto per uscire dai luoghi comuni. A questo proposito lascio un link di un lavoro fatto proprio con i bambini: http://www.linguaggioglobale.com/WEBcabolario/default.htm

Il mondo dell’editoria è un mondo complesso che consiglio daresti ai giovani autori che non hanno ancora pubblicato ma hanno un manoscritto nel cassetto?

Vedo che sempre di più avere un sito o un blog aiuta, anche a essere pubblicati. Certo scrivere romanzi tradizionali o opere lunghe e sequenziali mal si concilia con la lettura a rete. Ma per quanto riguarda le scritture brevi, dai racconti alle poesie, il web è un terreno meraviglioso. Pubblicare un libro è molto oneroso e ha dei costi. Inoltre se non si è autori affermati si rischia di vendere qualche centinaio di copie. Con un blog invece il numero dei lettori può essere di gran lunga maggiore, anche di un ordine di grandezza. Quindi è un modo per farsi conoscere e per arrivare a più persone, nel complesso. E poi è una palestra formidabile. In rete si hanno feedback. Positivi e negativi. Si hanno lettori e questo stimola a scrivere. Se non puoi condividere i tuoi scritti e tutto rimane in un cassetto anche lo stimolo a scrivere e a migliorarsi si affievolisce.

Vanno di moda l’autoproduzione di testi e le case editrici a pagamento: che ne pensi?

Personalmente diffido delle case editrici a pagamento. Credo che sostanzialmente speculino sugli aspiranti scrittori. E poi che senso ha pubblicare un libro che non verrà praticamente distribuito? Meglio rivolgersi a agenzie editoriali, se si vogliono spendere dei soldi, almeno ti fanno l’editing e ti aiutano a imparare oltre che a indirizzarti verso degli editori appropriati. Naturalmente anche in questo campo bisogna stare attenti a rivolgersi a dei professionisti onesti che non facciano speculazioni.

Quanto all’autopubblicazione, non ne capisco troppo il senso. Ancora una volta che senso ha pubblicarsi un libro che poi si vende in cento copie agli amici? Allora meglio le riviste, le fanzine, gli e-book, e ancora una volta, la rete.

Stai scrivendo attualmente un libro?

Più che altro sto cercando di vedere se alcune cose che ho scritto possono trovare una pubblicazione.

I book trailers li consiglieresti come biglietti da visita per i nuovi autori?

Sono molto di moda. Il problema non è fare un booktrailer ma dargli diffusione. Altrimenti rischia di rimanere in un cassetto.

Ghostwriters sì o no?

Sì, l’ho fatto (non dirò mai per chi). Esperienza umiliante, ma non me ne vergogno. Guadagnare dei soldi scrivendo non è facile e alla fine si accettano anche questi compromessi. Il mio giudizio verso chi commissiona a qualcun altro qualcosa che dovrebbe scrivere da solo è però durissimo. Disprezzo totale.

Il fumetto un’ arte povera ma ricca di creatività: ti appassiona?

Da ragazzo volevo fare il disegnatore di fumetti. Amo il fumetto d’autore, più che quello seriale. Per esempio Andrea Pazienza credo che abbia elevato il fumetto a opera d’arte, nel senso che ha usato questo mezzo di espressione in modo innovativo e per raccontarsi. Ma sono pochi gli autori che spiccano. Tra questi alcuni autori di satira. Il più grande Altan. Lascio un paio dei mie fumetti giovanili, che in epoca internettiana ho provato ad animare: http://www.linguaggioglobale.com/divertimenti/fumetti/contenuti/piedi.gif.

:: Intervista a Michelle Nouri, di Lorenzo Mazzoni

19 Maggio 2008

Ci parli un po’ del suo libro, La ragazza di Baghdad

Il mio libro è un autobiografia che narra la mia infanzia in Iraq e nella ex Cecoslovacchia comunista…  Racconta di come si sono conosciuti i miei genitori (padre irachèno e madre dell’ attuale Repubblica Ceca) così diversi fra di loro, sia dal punto di vista somatico che culturale e religioso. Ma l’amore con la A maiuscola sembrava sconfiggere queste differenze. Per qualche anno almeno. Finché al situazione non è precipitata… l’odio che provava la famiglia di mio padre nei confronti di mia madre ( straniera ), ha preso il sopravvento ed è stato la causa della loro separazione. La ragazza di Baghdad narra anche l’epoca di Saddam degli anni ottanta, la lunga guerra con l’Iran, la vita sociale degli irachèni ecc.

Un’opera fortemente autobiografica, ma che analizza un problema molto ampio: quello dei rapporti fra due culture. Pensa che la narrativa contemporanea si occupi in modo ampio di questa problematica?

Recentemente sì. Forse perché negli ultimi anni sono riaffiorati queste problematiche legate al oddio razziale e religioso, causati spesso da conflitti e sete di potere. Credo sia fondamentale illustrare attraverso i libri o i documentari come vivono le altre popolazione nel mondo. Questo sistema non guarirà l’ostilità che si sta sempre più creando fra le varie culture e religioni ( spesso volute e mirate ) ma per lo meno può aiutare a riflettere e a comprendere la varie ragione e le loro problematiche. Questo è uno dei motivi per i quali ho deciso di scrivere La ragazza di Baghdad. Attraverso il mio percorso personale, e al costo di raccontare situazioni intime e riservate della mia famiglia, ho voluto in qualche modo contribuire a fare conoscere un mondo – cioè quello irachèno – quasi semi sconosciuto all’opinione pubblica italiana. Uno spaccato di storia ma anche il modo di vivere e di pensare dei vari componenti della famiglia di mio padre.

Negli ultimi anni sono state stampate diverse autobiografie scritte con magistrale piglio narrativo, penso soprattutto ai bellissimi Shantaram di Gregory David Roberts e a Il forziere di Zanzibar di Aidan Hartley. Pensa che quello della biografia sia un canale intelligente e innovativo per dire qualcosa al lettore?

Direi proprio di sì. Anzi, ne sono convinta. Shantaram è un libro fantastico. È pieno di emozioni e allo stesso tempo racconta l’India, specialmente Bombay in tutte le sue sfaccettature. Fa’ riflettere sulla povertà delle persone che la abitano e sul forte senso della loro immensa umanità. Ho tanto amato il personaggio di Prabaker.  Inoltre adoro il popolo indiano. Hanno dignità nonostante la povertà.  513C39TKTSLPrediligo le autobiografie perche’ mi piace leggere storie e fatti realmente accaduti di persone realmente esistite.

Lo scambio culturale a livello letterario e personale con Paesi non occidentali, è molto difficile. Pensa ci possano essere dei canali che indirizzino i lettori italiani verso letterature diverse da quella nazionale e soprattutto da quella di stampo americano?

Certamente. Il problema è uno. I libri di autori italiani di rado arrivano all’estero. Sono forse un po’ snobbati dalle case editrici estere. E questo mi dispiace. Mentre paradossalmente il contrario,  funziona. Tutto ciò che arriva dal estero, Stati Uniti o Inghilterra in Italia ha successo. Forse qui gioca un po’ una mancanza di fiducia in se stessi…

Nagib Mafhuz, Tahar Ben Jelloun, Tawfiq al-Hakim, ‘Ala al-Aswani, Yasmina Khadra (per citarne solo alcuni) sono grandissimi scrittori del mondo arabo che hanno avuto e hanno un certo seguito anche in Italia. Cosa pensa di questi autori? Delle tematiche che mettono in atto nei loro romanzi? C’è qualche autore del mondo arabo che ama particolarmente?

Ho avuto il piacere di incontrare Tahar Ben Jelloun. Ho realizzato un’intervista con lui. Beh, è un personaggio simpatico e disponibile. Mi era piaciuto il suo libro “Il razzismo raccontato a mia figlia”.  Tutti questi autori provenienti dal mondo arabo, cercano di dare un contributo alla società italiana o quella che sia. Ognuno a modo suo.  Riescono a cogliere le esigenze dei lettori ed indovinare gli argomenti da trattare. Li ammiro tutti.

Yasmina Khadra ha scritto due anni fa un libro bellissimo. Le sirene di Baghdad. in cui riesce, a mio parere, a raccontare la tragedia dell’Iraq attuale senza cadere in preconcetti o in inutili patetismi. Ha letto il libro? Pensa che Khadra sia riuscito a rappresentare in modo sufficientemente obiettivo il suo Paese e la situazione che sta vivendo?

Sono desolata ma non ho avuto il piacere di leggerlo.

Sua madre viene da Praga e suo padre da Baghdad: cosa le ha dato, a livello letterario, questa interculturalità?

Tantissimo. Riesco a vedere le cose in maniera più obbiettiva e senza preconcetti. Capisco entrambe le culture e le loro radici e motivazioni, a volte.  Mi sento una persona fortunata ad averle ereditati entrambe. Qualche volta però mi sento smarrita. Sento un senso di non appartenenza.

Cosa pensa del giornalismo italiano ed europeo? Qual’è la sua impressione sul come vengono date le notizie su realtà altre, fra cui l’Iraq ma anche altri Paesi che appartengono al mondo arabo?

Credo che quella che dovrebbe essere la libertà di espressione a volte viene soffocata. Non tutti i media riescono ad essere obbiettivi e imparziali. La stampa italiana ad esempio è un po’ influenzata dal proprio editore. Seguono una linea che ritengono sia giusta. La stessa cosa vale anche per la stampa estera. Ma la realtà è spesso diversa da come viene presentata ai lettori.

Lei è cresciuta nella Baghdad degli anni Settanta la Baghdad della sua infanzia oramai non c’è più,  ricca, cosmopolita, moderna, pensa che in futuro tornerà così?

E’ un’ utopia. Purtroppo. Baghdad non ritornerà mai quella che era una volta. La spaccatura interna fra la popolazione è talmente profonda, l’odio è talmente viscerale che è difficile da ricomporre. Indipendentemente da chi la governa. Questo è un mio grande rammarico. Per quanto la possano ricostruire, ridare la libertà di espressione e di movimento alla gente, oramai è un terra che è stata ferita nel profondo del suo animo. A volte di fronte ad una situazione del genere, ci si sente davvero impotenti.

Qual è il più importante scrittore iracheno? C’è una rinascita culturale irachena?

Non ne conosco. Ma Jounes Taufìk, che ora vive a Torino, è un buon scrittore irachèno a mio avviso.

I giovani come stanno agendo nel processo di ricostruzione del paese, c’è determinazione, collaborazione, un impegno condiviso? Collaborano con giovani di altri paesi?

Si, la voglia sicuramente c’è. Ma sono giovani che hanno sofferto tanto e sono un po’ disillusi nei confronti della vita. Sono però anche il futuro del nuovo Iraq. La stessa sensazione la provano anche i giovani del Libano. Assistono alla distruzione della loro nazione da anni, e sanno che è una situazione che loro stessi non possono controllare. Mi dicono sempre : “ God bless this Country  “. Dio benedica la nostra terra.

La percezione che l’occidente ha del mondo musulmano pensa sia corretta, quali sono gli errori più frequenti?

Non è corretta naturalmente. Ma alcuni leader musulmani hanno interesse di fare apparire il mondo musulmano in questo modo. E’ l’occidente non fa’ nulla purché questa situazione cambi.

La società irachena era fortemente matriarcale, nei suoi racconti ci sono madri, sorelle, mogli, nonne, zie, donne forti e punti di riferimento all’interno delle famiglie; ha trovato più maschilismo in occidente?

Paradossalmente, sì.  Al incontrario di quello che si possa pensare, in Iraq a comandare erano sempre le donne. Astute e determinate. Mentre ho riscontrato molto maschilismo in Italia. Buffo, no ? in teoria l’Italia è un Paese aperto e libero. Ma solo in teoria.

Esiste una sorta di femminismo musulmano?

Esiste un fondamentalismo femminile.  Si. Questo però avviene nei Paesi dove domina una forte etica religiosa. Ma di fondo ha a che fare con la propria cultura. Come sempre.

Il conflitto tra sciiti e sunniti non pensa che sia una questione interna? Gli occidentali secondo lei capiscano realmente il problema e negli equilibri dei rapporti tra clan, pensa agiscano correttamente ?

Il conflitto negli anni ottanta o comunque durante l’epoca di Saddam non è mai esistito. Il fatto di essere sciita o sunnita non faceva alcuna differenza. E’ una problematica che si era sviluppata negli ultimi anni. Chissà il perché ?… forse un Paese unito è meno facile da controllare che un Paese diviso. Sarà…

 

:: Lorenzo Mazzoni intervista Lorenzo Mazzoni

3 Maggio 2008

Prima di iniziare volevo dirti che… posso darti del tu?

certo.

Che casa tua assomiglia incredibilmente alla mia.

anche tu hai i muri colorati e la terrazza con vista sugli orti e sul murales di Rousseau?

Sì, ed ho perfino gli stessi dischi.

Non ci credo… anche Doughnut in Granny’s Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band?

Sì.

Andremo d’accordo noi due, vai con le domande.

E’ uscito da qualche settimana il tuo ultimo romanzo, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda (Robin Edizioni), hai voglia di parlarmene?

Non troppa, basta che ti connetti al sito della casa editrice e puoi leggere la sinossi. Comunque dato che anche tu possiedi Doughnut in Granny’s Greenhouse, farò uno sforzo. Ivan Mostarda è un caleidoscopio. Un viaggio, in tutti i sensi. Se vuoi, un libro d’avventura classico con elementi surrealisti… per dirla semplice: ‘Un musicista di strada che suona pentole capovolte con bacchette cinesi, una ragazza dalle gambe perfette e dagli occhi grandissimi, un mercenario che scompare e riappare, un clochard che indossa un saio da penitente e che studia iscrizioni runiche, uno spregiudicato affarista egiziano, un albergatore turco che parla con la foto di Atatürk, una ricca occidentale che continua a mangiare senza sosta dal giorno del suo matrimonio. Sono solo alcuni dei personaggi che animano questo rocambolesco e surreale romanzo. Libro d’avventura, d’amore e d’amicizia, Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda si sviluppa come un caleidoscopio coloratissimo: vichinghi, buskers, giornalisti falliti, chiromanti, la Monna Lisa, kamikaze improvvisati. Fra l’Emilia, Parigi, Istanbul, le coste del mar Rosso e la Maremma, una storia appassionante, allegra e commovente sulle tappe della vita.’… ho letto la sinossi… beh, sì, il libro parla essenzialmente di questo.

Lorenzo Mazzoni[1].3Verso la fine del libro c’è una specie di monologo che potrebbe essere letto come una glorificazione della figura del kamikaze, sei d’accordo? Volevi dare questo messaggio?

Glorificazione del kamikaze? Ma dai… davvero l’hai interpretata così? No, nessuna gloria, semplicemente la constatazione del perchè capitino certe cose. Ne glorificazione ne giustificazione, solo consapevolezza.

Ivan Mostarda è anche uno splendido omaggio a diversi luoghi. E’ frutto di esperienze personali?

Sì, Parigi e Istanbul, luoghi dove sono stato… in qualche modo anche Ferrara… suo malgrado.

Parliamo di Ferrara. Il romanzo che hai scritto illustrato dai disegni di Andrea Amaducci (Io ho un amico che si chiama Amaducci Andrea), Nero ferrarese (Edizioni La Carmelina) è arrivato alla ristampa in soli due mesi. Il genere noir funziona quindi.

Beh, non hai scoperto l’acqua calda… Nero ferrarese è andato in ristampa con una distribuzione locale (se escludi una o due librerie di Roma), non è stata una tiratura da milioni di copie, ma sì, sta andando benissimo Alla città piace quando si parla di lei, anche se viene dissacrata come abbiamo fatto io e Andrea. Nero ferrarese è un’interpretazione della città. Le istituzioni te la vogliono fare vedere ancora coi lustri degli Estensi e noi gliel’abbiamo fatta vedere attraverso gli occhi di uno sbirro anarchico, di vecchie che coltivano erba, con attentati, fascistelli e corse clandestine di auto. Ognuno vede la città come vuole e come sa fare e sognare.

Nei tuoi libri ricorrono diversi elementi: attentati, dissacrazione della pornografia, surrealismo, Storia. Sei d’accordo?

Ce ne sono anche molti altri: muse ispiratrici, comunismo, musica, erba, amicizia, amore, viaggi, divertimento, commozione…

Non te la stai tirando un po’ troppo?

Sì, forse sì.

Ost, il banchetto degli scarafaggi (Edizioni Melquìades) è un lavoro a cui sei particolarmente legato. Quali sono i motivi?

Perchè è marginale. Siamo seri, parlare della DDR, dei servizi segreti vietnamiti, di ex spie del patto di Varsavia e di un mondo che non esiste più è fuori moda, ammuffito, surreale. Un piccolo mondo antico pieno di piccole particolarità. E poi adoro le spy story, Graham Greene è geniale, immenso… Ost è un po’ un tributo a quel filone letterario.

A me piace uno con un nome simile, Greene Graham. Come sta andando Il requiem di Valle Secca (Tracce), il tuo primo romanzo?

Piccolo caro Requiem… bene, è andato bene… c’è bisogno di fiabe ecologiche di questi tempi, e anche di lieto fine… il mio primo romanzo ha queste caratteristiche. Spero… credo. In ogni modo preferisco definirla fiaba ecologica piuttosto che cyberpunk come è stato sempre etichettato in questi due anni. Ancora oggi non ho capito cosa sia il cyberpunk.

Il_Sole_sorge_sul_VietnamNon posso aiutarti, non lo so nemmeno io… stai scrivendo?

Scrivo continuamente, altrimenti muoio, mi appassisco. Mi tengo libero. Sto scrivendo una storia d’amore e nel mentre aspetto un responso per quattro inediti, due miei, uno scritto a quattro mani con l’amico Enrico Astolfi e uno a otto mani con il collettivo Alba Cienfuegos.

Bene, mi piacciono i ragazzi che si danno da fare… cosa ne pensi del panorama letterario italiano?

Credo ci sia la brutta abitudine a persistere con i soliti autori triti e ritriti e, soprattutto, la brutta abitudine di investire sui giovani (quando si investe) che non hanno molto da dire oltre a quante eiaculazioni hanno avuto o com’è stato ostico sballarsi al rave… insomma gli editori abituano il pubblico ad una serie di storielle che vanno dal patetico bisogno di parlare di sé alla morbosità di un’erezione e di un tacco a spillo sulle palle… è un po’ triste. La cultura in Italia sta rimpicciolendosi, è sotto assedio, ma i comandanti invece di farci resistere con dignità preferiscono darci in pasto al nemico a suon di buffonate e libri per la maggior parte scadenti.

Vuoi fare un esempio?

No. Chi vuol intendere intenda. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio, Ci sono moltissimi scrittori semi sconosciuti o sconosciuti che scrivono benissimo, ed è questo il problema. I creativi, i fantasiosi, chi riesce ad andare un po’ più in là delle sciocche storielle autobiografiche, generalmente esce con piccoli editori, spesso bravi editori, ma che vengono schiacciati dai grandi generali e spesso i generali non hanno molta fantasia a scegliere i propri uomini… è un giro vizioso, ma si resiste.

Ti sento combattivo.

Ci provo, se non combatto mi sparo.

Problema di soldi? Se vuoi posso darti una mano.

Lascia perdere.

Ok. come non detto. Tornando al discorso della “resistenza”… beh, c’è qualche tecnica per resistere? Pensi ci sarà una vittoria finale di quelli che tu definisci gli assediati?

Nella realtà il primo mondo vince sempre. Il primo mondo, nel mondo della cultura, è rappresentato da tutti quegli omini pavidi che hanno il potere di decidere i gusti narrativi del lettore. L’unica tecnica è quella di rendere migliore possibile il nostro mondo dei sogni. Io credo che sia un dovere di ogni scrittore quello di dare ai propri lettori, se anche fossero solo due, il meglio del proprio mondo mentale. La tecnica è dargli narrativa popolare che io definisco di qualità, rispetto alle storielle autobiografiche di cui parlavo prima o a romanzetti fatti in serie buoni solo per l’attesa dal dottore. Resistere è dargli qualcosa che tutti possano leggere, senza sforzo ma mettendogli dentro la storia, le annotazioni, la geografia, luoghi sognati e luoghi reali. Se mentre lo fai sogni, allora devi essere in grado di far sognare anche i tuoi lettori.

Sembra una missione.

Sembra di fare la Rivoluzione d’Ottobre. Ma senza tutta questa contorsione di parole ticchettate su tasti, libri studiati, frasi strampalate, veglie, ore a fissare un muro, lettere scarabocchiate su vecchi quaderni, sarei morto da un pezzo.

… Senti, prima di andare, hai mica un po’ di tabacco da offrirmi?

Tieni.

grazie… aloha.

aloha e prego.

Me ne vado mentre nella stanza risuona il delirante intro di I’m The Urban Spaceman, primo brano di Doughnut in Granny’s Greenhouse di The Bonzo Dog Doo Dah Band.

:: Intervista a Silvia Iannello

22 aprile 2008

Silvia Iannello è nata a Catania nel 1948. Ha fatto studi classici, è specializzata in Ematologia e in Diabetologia, ed è ricercatrice universitaria, ora in pensione, di Medicina Interna presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici ed è coautrice di libri di argomento diabetologico. Nel 2004 ha scritto un’ampia monografia in lingua inglese sulla rara sindrome di Guillain-Barre per la casa editrice americana NOVA Publishers di New York, che è stato un “bestseller”. Per i suoi meriti scientifici la sua biografia è stata inclusa nel “Who’s Who in the World” (USA) e nell’“Outstanding People of the 20th Century” (Cambridge, England). Ha ricevuto, inoltre, diversi riconoscimenti internazionali. Negli ultimi anni, si è dedicata a lavori di carattere letterario, scrivendo articoli di critica per la pagina culturale del quotidiano catanese “La Sicilia” e per il portale di letteratura “www.zam.it”. Nel 2007 ha pubblicato con la casa editrice Mursia (Milano) “Cani scritti”, che raccoglie i brani letterari più significativi dedicati al cane nella letteratura antica e moderna e che include anche dei commenti lievi e scherzosi. Il sito dell’autrice: qui

Silvia, lei è siciliana, quanto la terra di Sicilia si riflette nei suoi scritti? 

Sono siciliana e amo moltissimo la Sicilia. Al momento, ho sottoposto a un editore il mio secondo libro, una selezione antologica illustrata, che si avvale delle straordinarie parole del romanzo “I Malavoglia” di Giovanni Verga e delle fotografie dell’ambiente nel quale lo scrittore ha fatto vivere il suo sconsolato mondo immaginario e le sue umili creature; il tutto corredato da commenti e notizie di folclore e storia siciliana, più tanto altro ancora. Poiché ho una figlia che insegna in Inghilterra a Coventry e che ha sposato un ragazzo che insegna Statistica a Oxford, da qualche anno passo molto tempo in Inghilterra e ho iniziato a conoscerla e amarla, oltre che ad apprezzarne la grande letteratura.

Come è nato in lei l’amore per la letteratura, leggeva già negli anni giovanili o è stata una scoperta recente?

Ho sempre letto tantissimo, sin dall’età infantile. La mia cara mamma aveva una ricca biblioteca e ho letto veramente di tutto: dalle storie di Delly, ai libri di Salgari, ai gialli di Agata Christie e di Simenon, e ai romanzi dei maestri del passato che ho adorato. Mi rattrista che questi grandi della letteratura siano oggi così trascurati, perché ritengo che la lettura dei loro romanzi eterni abbia un potere enorme nella formazione degli uomini e nella protezione delle loro eredità culturali. Virginia Woolf (grande critica e scrittrice inglese, i cui saggi sono appassionanti alla stregua di romanzi) ha osservato giustamente: «…un libro dobbiamo leggerlo come se fosse l’ultimo volume di una serie molto lunga… Perché i libri sono la continuazione l’uno dell’altro, nonostante la nostra abitudine a giudicarli separatamente». Ciò significa che chi non conosce i classici ha inevitabilmente una cultura monca. Proprio per questo, con i miei articoli – nell’ambito di un intento anche didattico, divenuto oramai una mia forma mentis – ho sempre tentato di risvegliare l’interesse del pubblico giovanile per i grandi autori caduti nel dimenticatoio.

copt13Lei essenzialmente è una scienziata, utilizza il metodo scientifico anche per la critica di testi letterari?

Nella mia antologia commentata “Cani scritti”, ho tentato di affrontare in maniera lieve degli argomenti difficili, usando anche quello sguardo scientifico di medico e ricercatore universitario al quale sono abituata. D’altra parte, tra la ricerca scientifica e la critica letteraria esistono molti punti in comune: entrambe cercano di riportare alla superficie delle verità nascoste. Jean Starobinski, filosofo e grande critico letterario ginevrino, uno degli ultimi umanisti e il padre della “nouvelle critique”, – guarda caso – ha sia una laurea in lettere che una in medicina, e nel metodo critico mescola gli strumenti dell’arte, della musica e della linguistica con quelli della scienza (compresa la medicina). Tra l’altro, la mia posizione nella critica letteraria è umile e modesta, consistendo nel condividere le impressioni comuni, da lettrice entusiasta che parla ad altri lettori, al di fuori dei paludamenti eruditi dell’accademia. La mancanza di una sovrastruttura culturale non è poi un male, perché impedisce gli eccessi del critico di professione (che spesso liquida impietosamente tutto ciò che non ama o non gli piace) e perché consente forse un giudizio individuale più indipendente.

C’è creatività nella stesura di testi scientifici o più che altro domina il rigore scientifico e la meticolosità?

C’è grande creatività sia nella ricerca scientifica che nella stesura degli articoli scientifici, come c’è meticolosità e rigore scientifico nella scrittura letteraria. Senza il mio ricco background di articoli e libri scientifici, non avrei sviluppato certamente una certa abilità critico-letteraria che consiste anche, tra l’altro, nel dominare una grande quantità di fonti e documenti. Fermata da un grave problema di salute, ho ritrovato una sorta di rinascita nella letteratura e nella scrittura; viceversa, ho sviluppato una sorta di ripulsa totale per tutto ciò che riguarda la Medicina, l’Ospedale e l’Università.

Trova difficoltà a scrivere in inglese?

Per la scrittura dei miei articoli scientifici in inglese, ho avuto poche difficoltà perché ho sempre scritto per riviste straniere (le sole considerate degne di attenzione in ambito scientifico) e perché ho usato un linguaggio elementare ricco di termini medici familiari. Avrei, invece, delle serie difficoltà nella stesura inglese di un testo letterario!

Coca cola no, me ne parli.

Sono contenta di questa domanda perché mi consente di chiarire un importante equivoco. Non è mio, purtroppo, il fortunato libro “Coca Cola no”, che è invece il frutto di un’esperta d’Economia, mia omonima. Purtroppo BOL e IBS attribuiscono i due libri “Cani scritti” e “Coca Cola no” a un’unica persona. E il danno credo sia tutto per la ben più nota economista Silvia Iannello!

Quali libri preferisce di Thomas Hardy, in che modo il suo stile o le sue tematiche l’hanno influenzata? copj13

Di Hardy ho letto “Via dalla pazza folla”, ispirato alla durezza del lavoro agricolo e al mito ideale della vita agreste che accompagnò lo scrittore durante tutta la vita. Ho letto anche “Tess dei d’Ubervilles” e “Giuda l’oscuro”, testi tremendi perché nutriti di un senso sconfortato della vita e segnati drammaticamente dalla fatalità del Destino e dalla furia cieca delle passioni. Trovo, però, molto attuale l’eterna aspirazione dei suoi umili protagonisti a una impossibile elevazione sociale, in balia del contrasto tra Bene e Male e del conflitto tra la vita desiderata (alta e spirituale) e quella reale (squallida e orrenda) a cui li costringe il fato. L’opera di Thomas Hardy rivela i sentimenti di un uomo deluso e scoraggiato, che visse sulla sua pelle la crisi di vivere e scrivere a cavallo tra il tramonto del mondo vittoriano e l’alba del Modernismo del Novecento. Anche noi stiamo vivendo una forte crisi di fine e inizio secolo!

Camilleri GMi parli di Camilleri e del suo mondo, la realtà siciliana è davvero come lui la descrive?

Camilleri mi piace tanto per il suo strano dialetto siciliano, italianizzato e personalizzato, che rappresenta nello stanco panorama italiano un’originale innovazione linguistica. Debbo, però, ricordare che qualcosa di simile esisteva già in Verga, che a un certo punto della sua carriera letteraria rimise indietro l’orologio e si riaffacciò al primitivo mondo isolano dell’infanzia, divenendo – come scrisse egli stesso – «un narratore popolare… camaleontico… che assume di volta in volta la maschera di tutti coloro che entrano in scena… e si identifica coi loro pregiudizi e le loro credenze». Egli riuscì a ricreare con successo il primitivo linguaggio degli umili. In un’intervista, Andrea Camilleri ha detto che per lui l’italiano è la lingua della ragione mentre il dialetto è la lingua del cuore; credo che sia così anche per me. La sua realtà siciliana consiste soprattutto nei suoni dialettali straordinari che riempiono i suoi racconti e che stranamente piacciono tanto anche Nord dell’Italia e all’estero! Mi chiedo, con stupita curiosità, in che modo i diversi traduttori riescano a rendere il tipico dialetto siciliano in una lingua straniera. Credo che, purtroppo, a Camilleri abbia nociuto il grande successo editoriale che ne ha fatto un autore di consumo e che ha spinto i critici a considerarlo poco: da sempre, essi credono che il successo di massa non possa coniugarsi con la qualità letteraria.

Il ruolo della letteratura femminile dell’Ottocento, pensa che autrici come Grazia Deledda abbiano fatto molto per l’emancipazione femminile in Italia?deledda

Grazia Deledda è il simbolo della condizione della donna italiana (o meglio isolana) di fine Ottocento. Era nata, infatti, in una Sardegna arretrata ma da un padre commerciante e piccolo proprietario terriero, colto e interessato alla cultura; nonostante tutto ciò, Grazia visse un grande isolamento culturale, riuscendo a completare soltanto gli studi elementari, in obbedienza alle regole del tempo in base alle quali i figli maschi studiavano mentre le figlie femmine si preparavano per un buon matrimonio. Grazia contrastò questi pregiudizi maschilisti con forza di volontà, coraggio e perseveranza, combattendo la sua estrema timidezza e coltivando il suo italiano letterario per quello che avvertiva come un destino ineluttabile: la scrittura. In famiglia fu malvista a causa della sua attività letteraria che aveva suscitato lo scandalo nel chiuso mondo provinciale sardo. Da autodidatta lesse di tutto con voracità, sviluppando una lenta e goffa maturazione intellettuale e costruendo la propria carriera culturale su basi inesistenti. Per sua fortuna, nel 1900, mentre si trovava a Cagliari, non più giovanissima, Grazia conobbe e sposò l’impiegato statale Palmiro Madesani (che fu un marito moderno e illuminato), trasferendosi a Roma dove risiederà per il resto della vita. Questo matrimonio le consentì di uscire finalmente dal culturalismo regionale sardo – da quella romantica sardità che era sì una ricchezza ma anche un limite – e di aprirsi a una letteratura più ricca e più colta. Conquistando fama mondiale e il Nobel per la letteratura nel 1926, la Deledda ci ha dato la dimostrazione di come (nonostante una certa incultura di base) il talento, la tenacia e il carattere – e che carattere! – possono essere in grado di superare tutti i più arcaici pregiudizi e le più bieche convenzioni di provincia.

Il romanzo poliziesco nasce come una costola del romanzo d’appendice dell’ottocento; in un suo articolo lo fa risalire allo scrittore statunitense Edgar Allan Poe che scrisse il primo racconto giallo della letteratura “Il manoscritto in una bottiglia”. Pensa che Poe fosse più dotato come poeta o come narratore?

Trovo che Edgar Allan Poe sia uno scrittore grandissimo sia per la “Storia di Arthur Gordon Pym” che si riallaccia alla tradizione anglosassone del viaggio, sia per i suoi racconti (la storia breve era quella che più amava per la concisa brevità), tutti ispirati alla tradizione popolare del romanzo “Gotico”, che seppe riempire di temi fantastici e bizzarri, di terrore e tormento, di orrore e soprannaturale. Del Poe poeta, conosco poco ma ricordo la bellissima popolare poesia “Annabel Lee”, che rappresenta in modo autobiografico il dramma personale dell’autore (quello della giovane moglie morta di tisi prematuramente). In questa poesia, scritta nel 1849 e pubblicata proprio due giorni dopo il tragico decesso del suo autore, nella forma narrativa di una filastrocca infantile, il poeta pieno di rabbia piange la morte dell’amatissima sposa e canta il ricordo imperituro di questo amore immortale, e senza riuscire ad accettare la separazione, al di là della morte (contro gli angeli e contro i démoni), trasforma la tomba in letto nuziale cercando di raggiungere nella morte l’“amante perduta”.

jane_austen_1Jane Austen una delle più grandi scrittrici europee di tutti i tempi, piena di buon senso, humour inglese e amore per l’indipendenza, “Orgoglio e pregiudizio” che emozioni le ha dato? La sua Elizabeth Bennet in un certo senso è un antesignana di tutte le eroine della narrativa moderna?

Da adolescente mi dilettavo nella lettura di Jane Austen, l’antesignana meno romantica e più nobile della letteratura rosa, e trovavo deliziosi i suoi testi (ho tentato anche di leggere qualche suo romanzo in lingua originale, perché ha una prosa piuttosto semplice ed elementare). In un suo piccolo saggio su Jane Austen, Virginia Woolf riporta su Jane il giudizio di una contemporanea della scrittrice: «la più carina, la più sciocca  e più affettata farfalla in cerca di marito ch’io abbia mai conosciuta»; un’altra amica del suo tempo aveva scritto invece: «Un bello spirito, una disegnatrice di caratteri, che però non parla, è veramente qualcosa che fa paura!». Ci dice ancora la Woolf: «Incantevole ma perpendicolare, amata in casa sua ma temuta dagli estranei, viperina di lingua ma tenera di cuore… questa ragazza di quindici anni, seduta nel suo angoletto privato del salotto comune, non scriveva per far ridere il fratello e le sorelle, cioè per il consumo domestico. Scriveva per tutti, per nessuno, per la nostra epoca, per la sua… La ragazza di quindici anni ride, nel suo angoletto, di tutto il mondo… a quindici anni non si faceva molte illusioni sugli altri, e nessuna su se stessa.». Non si possono esprimere con parole più indovinate la personalità, la vita e l’infelicità di fondo di Jane Austen, e tutto ciò che ha scritto, compreso “Orgoglio e Pregiudizio”, privo di dramma ma avvincente e pieno di acre satira. Le eroine di Jane Austen, compresa Elizabeth Bennet, erano intelligenti, autoironiche e piuttosto indipendenti nel giudizio ma non erano molto moderne, perché erano ancora calate perfettamente nell’ambiente di fine Settecento, ricco di convenzioni che la Austen accettava (e in cui credeva), di pranzi, frivoli balli, e gite in campagna. Bisogna arrivare alla francese Emma Bovary e alla russa Anna Karenina per sentire il soffio della modernità, la crisi e il tormento della donna dell’Ottocento. E bisogna giungere, poi, sino all’americana Jo March, piena di fantasioso talento e di umoristico anticonformismo, in “Piccole donne”, per trovare – dietro l’apparenza di una sdolcinata saga familiare, grondante sentimenti piccolo-borghesi e intenti educativi – nuovi e più moderni comportamenti femminili.

Ritiene la letteratura rosa un genere minore? Perché secondo lei molte donne si vergognano di leggere libri rosa, pensano che sia un segno di debolezza mostrare i sentimenti, che ciò pregiudichi il loro ruolo di donne forti ed emancipate?

Ritengo che il romanzo rosa sia l’umile erede del “romanzo sentimentale”, relegato come genere in un ambito di sottocultura nonostante le vendite altissime in tutto il mondo (di ieri e di oggi). Le giovani donne si sono passati questi libri di generazione in generazione, spesso leggendoli di nascosto e vergognandosene nella consapevolezza di subire una nascosta manipolazione. E’ letteratura di donne per le donne, che si nutre di sogni e che sogni impossibili alimenta, riconoscendo nell’amore il problema femminile prevalente. Nessuna legittimazione è riconosciuta a questa letteratura considerata di serie B dalla critica letteraria; eppure, anche soltanto come fatto sociologico di costume e di consumo questa letteratura alternativa andrebbe valutata. I romanzi rosa, consolatori di una rassegnata situazione femminile, sono forieri di devastanti disillusioni col loro conformismo e le loro trame rigide e ripetitive. I personaggi sono creati su archetipi ormai superati: la protagonista, bella e pura (non sempre intelligente), che si realizza in un virtuoso e conveniente matrimonio; l’antagonista, bella e moderna ma considerata cattiva, che frappone mille ostacoli; l’eroe, prestante e altezzoso (lui sì, intelligente e realizzato) che è un uomo plasmato sul polveroso mito del superuomo dannunziano. Sono appena più moderne le storie di Maria Venturi e Sveva Casati Modignani, che hanno raccolto il testimone da Delly e Liala. Nonostante tutto, ritengo la letteratura rosa un genere degno di attenzione e utile, avendo il merito di avvicinare alla lettura anche un pubblico semplice (leggere è pur sempre un bene per lo sviluppo dei sentimenti umani). Nell’odierna cultura di massa, purtroppo, anche questa lettura è venuta meno, sostituita dalla visione dei “reality show” ove il modello proposto è altrettanto diseducativo: quello di una protagonista sempre molto bella ma non virtuosa né tanto meno intelligente o emancipata.

In suo articolo cita una poesia di Auden “Funeral blues”, citata nel film inglese “Quattro matrimoni e un funerale” del 1994 durante un’elegia funebre, cosa in questa poesia l’ ha più colpita? k8491

Omosessuale dichiarato, Auden – che sognava una stabilità amorosa impossibile e che ebbe due lunghe relazioni, che furono anche un «gioioso» sodalizio letterario – ha scritto una delle più belle e note poesie sulla fragilità della vita e dell’amore, “Funeral blues”, recitata appunto nel film inglese di Mike Newell durante l’elegia funebre di Charles per la morte dell’eccentrico compagno Gareth: «Fermate tutti gli orologi/isolate il telefono…/portate fuori il feretro…/Lui è morto…/Lui era il mio nord, il mio sud,/il mio est e ovest,/la mia settimana di lavoro/il mio riposo la domenica,/ il mio mezzodì, la mezzanotte,/la mia lingua, il mio canto./Pensavo che l’amore fosse eterno/e avevo torto./Non servono più le stelle,/spegnetele anche tutte, /imballate la luna,/smontate pure il sole…/perché ormai nulla può giovare». La trovo potente e tristissima!

Del gruppo Bloomsbury faceva anche parte lo scrittore Edward Morgan Forster, conosciuto per Casa Howard e Camera con vista, pensa che quella generazione di scrittori inglesi che risiedeva in Toscana e venerava l’arte abbia avuto una giusta visione dell’Italia?

Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo-americana, costituita da artisti e letterati che preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana. Molti furono, per esempio, gli intellettuali che gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti vittoriani di successo Robert Browning ed Elizabeth Barrett, tra i quali ricordiamo William Thackeray, Nathaniel Hawthorne, Henry James, e più tardi Edward Forster, i quali tutti s’ispirarono agli stupendi panorami di Firenze. Colpiti dal “virus toscano”, vivevano l’Italia con una consapevolezza particolare e con un punto di vista liberale. A tutti loro dobbiamo il mito imperituro della Toscana, che ancora esiste forte e vivo nel cuore degli anglosassoni.

4560Nabokov autore di Lolita libro da cui fu tratto il film omonimo di Stanley Kubrick sceneggiato dallo stesso Nabokov con James Mason e Sue Lyon pensa sia uno scrittore onesto con i suoi lettori?

In “Lolita” (pubblicato nel 1955 a Parigi per motivi di censura), Nabokov in modo disincantato demoliva miti e tabù sessuali americani con una storia di passione trasgressiva e quasi incestuosa, nella quale forse c’era qualcosa di autobiografico, perché anche lo scrittore (come il protagonista, il professore inglese Humbert Humbert in odore di pedofilia) fu sempre attratto dal «fascino elusivo… dalla grazia torbida» delle giovanissime. Nell’infelice Humbert, si nascondeva ovviamente il lato oscuro di Nabokov! Non so se egli sia stato uno scrittore onesto con i suoi lettori; certamente, era un individuo strambo, un nomade senza casa (visse per anni in albergo) e uno snob bizzarro, affetto da insonnia cronica, che si curava così poco del suo pubblico da dire: «Scrivo per piacere a un solo lettore: me stesso».

Edith Wharton autrice di romanzi come l’età dell’innocenza, i ragazzi, ha lasciato l’America e il suo perbenismo per trasferirsi in Francia. Il tema dell’esule è comune nella storia della letteratura, lo prenderebbe come spunto per la stesura di un suo romanzo?

Edith Warton fu un’altra americana affascinata dal vecchio mondo, e dal 1906 si trasferì a Parigi ove visse a lungo, ritornando in America soltanto eccezionalmente. Prima donna nella storia a vincere il Pulitzer, diede inizio alla denuncia dei ceti privilegiati americani di fine secolo e dei loro manierismi rituali, in quella New York che si avviava a divenire una grande e caotica metropoli e che vedeva nascere una nuova e spregiudicata élite economica, insopportabile e deprecabile come la precedente. Anche due grandi italiani hanno affrontato il tema dell’esilio: Verga e Pavese.0451527569.01 Alla fine de “I Malavoglia”, Aci Trezza assiste indifferente e impassibile alla  dolorosa partenza di ‘Ntoni che si allontana, sentendosi esiliato per sempre da quel porto di pace costituito dalla casa, dalla famiglia e dal paese. A proposito del concetto di “paese”, all’inizio del romanzo “La luna e i falò”, Pavese ha scritto: «Questo paese… ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo… Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli…». E l’emigrato, andando via, spera di andare verso «un paese più bello e più ricco» e di placare «la rabbia di non essere nessuno» ma, quando finalmente ritorna, comprende che non appartiene più alla casa che ha lasciato perché l’altro mondo lo ha cambiato profondamente. Il tema dell’esule sarebbe certamente di grande interesse per la scrittura di un romanzo; purtroppo, io non ho sufficiente fantasia per scrivere un romanzo! Mi accontento quindi di analizzare e portare alla luce i segreti dei romanzi degli altri.

Nazim Hikmet  uno dei più amati poeti turchi maestro di una poesia lirica e struggente in cui l’amore per libertà e la lotta all’oppressione si traducono in termini semplici e di uso quotidiano. Pensa che la semplicità sia la dote più difficile da possedere per uno scrittore?

Hikmet ha scritto sempre e solo in turco perché voleva essere compreso dai suoi compatrioti; e la sua poesia è un elegiaco canto d’amore che racconta i suoi ideali, la terra natia, la patria adottiva, l’amore e il forte presentimento di morte. Per il poeta in carcere, l’amore è schiavitù e libertà, patria e nostalgia; e l’amore per l’amata è anche amore per il suo popolo («I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi…/verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno/che gli uomini si guarderanno l’un l’altro/fraternamente/con i tuoi occhi, amor mio…». Ignorato dalla critica che egli stesso rifiutava, fu amato dai lettori ai quali gettò un ponte d’amicizia, usando i suoi versi semplici come un mezzo per ridare dignità al suo popolo oppresso. Poesie dLa sua semplicità è piena di fascino e lo scrivere semplicemente è una dote da coltivare, perché è la sola che consente di giungere al cuore dei lettori.

Ha un agente letterario? Per lei è un amico, solo una relazione professionale, o vi lega un rapporto amore-odio?

Non ho un agente letterario, perché penso di poter riuscire a gestire tutto da sola (ho un’esperienza più che trentennale di rapporti difficili con revisori implacabili ed editori di tutto il mondo).

Le piace la letteratura russa?

La adoro! Nutro un vero culto per Fiodor Dostoevskij, di cui ho amato “Umiliati e offesi” e “L’idiota”. I suoi grandi temi di pietà sociale, di forza e nobiltà d’animo, di grandezza del sacrificio, e di possibilità di redenzione hanno influenzato il mio sentire e il mio modo di vivere.

Cosa sta leggendo al momento?

Ho al momento nelle mani un ponderoso volume di quasi 700 pagine: “La saga dei Forsyte”, che include i tre romanzi in versione integrale di John Galsworthy, premio Nobel nel 1932, dedicati alla storia di tre generazioni di una rispettabile famiglia di stampo vittoriano che – raggiunta la ricchezza con gli affari – protegge la proprietà, il benessere e i privilegi con tenace senso di clan e con gelosa precauzione. La serie ha costituito l’alternativa inglese ai “Buddenbrooks” di Thomas Mann. Potrebbe sembrare un mattone, è invece una lettura di grande fascino e soddisfazione!

Legge i quotidiani ogni mattina, le piace il giornalismo?

Sono abbonata al mio quotidiano cittadino “La Sicilia”, e saltuariamente leggo “La Repubblica” e “L’Espresso”. Amo il giornalismo che mi ha permesso di dare una svolta alla mia vita, rendendola molto diversa ma intellettualmente più ricca e piena di soddisfazioni.

Quali sono le qualità tipiche di un buon scrittore?

Credo che sia una domanda difficilissima a cui sia impossibile rispondere, perché si tratta di un’alchimia complessa e imponderabile, che spesso sfugge al controllo dello stesso scrittore. Il buon scrittore dovrebbe avere un progetto narrativo interessante e saper mettere a contatto il lettore col mondo degli altri: raccontando la vita e le passioni, egli dovrebbe raccontare la nostra vita e le nostre passioni, abbracciando una moltitudine di sentimenti e rappresentandoli con sensibilità. Egli deve saper adoperare parole dense di significato e valenza universale e deve fare un uso esperto e sapiente di tutti gli strumenti letterari.

Ha relazioni d’amicizia con altri scrittori?

No, se si prescinde dai colleghi accademici, autori di libri scientifici. Ho conosciuto bene, però, un grande uomo, poeta-scrittore di altissimo livello, Antonio Corsaro: era un sacerdote ed è stato il mio professore di lettere al liceo (un liceo religioso femminile). Egli ha guidato noi allieve nel conoscere la letteratura moderna; ci ha portato alle mostre di pittura; ci ha condotto per mano al “Piccolo Teatro” di Catania (nella cui produzione era coinvolto), facendoci conoscere e capire, nei lontani anni ‘60, il quasi sconosciuto teatro d’avanguardia di Ionesco, Brecht, Beckett, Pinter, etc. Tra l’altro, egli ha anche celebrato il mio fortunatissimo matrimonio!

Quali sono i suoi scrittori preferiti?

Mi piacciono tutti i grandi classici, indistintamente; tra i più moderni, prediligo Virginia Woolf, Thornton Wilder, Thomas Mann, Hermann Hesse, Isabel Allende, Arundathi Roy, José Saramago, Gabriel Garcia Màrquez, e molti altri ancora.

Quale opera teatrale di Shakespeare preferisce?

Mi piace “Romeo e Giulietta”, così piena di quella passione che supera qualsiasi riserbo e ostacolo, che non consente a nulla e a nessuno di interferire, e che non teme neanche la morte. Mi piacciono però anche i suoi sonetti (li ho anche tradotti per una raccolta antologica in preparazione), che costituiscono senz’altro il più importante Canzoniere inglese vicino ai nostri gusti e alla nostra sensibilità; essi furono dedicati in parte a un “biondo amico (fair friend)” giovane e bello (probabilmente l’amico e mecenate conte di Southampton, e questo ha fatto nascere le voci di una presunta omosessualità di Shakespeare), e in parte a un’amica misteriosa e volubile, la “dama bruna (dark lady)”.

Quali consigli darebbe ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Sono ancora troppo inesperta per dare consigli. Una cosa mi sembra però importante: l’autenticità, che è il solo ingrediente capace di conferire al testo il tono della verità. Molta letteratura italiana moderna ha una falsità di toni e un’artificiosità di costruzione che mi dà fastidio.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro di narrativa? Che differenza c’è tra l’editoria scientifica e l’editoria divulgativa?

Non è stato molto difficile, perché ho avuto la fortuna di intercettare una casa editrice seria e autorevole (la Mursia), che da anni è interessata al mondo canino con la serie di libri dedicata al cane “ArCANI”. Esistono comunque profonde differenze tra l’editoria scientifica e quella divulgativa. Nella prima, ci sono rispetto e considerazione per l’autore, che viene informato con sollecitudine quando la casa editrice ha ricevuto il manoscritto e quando è stata effettuata la valutazione; inoltre, l’intrusione nel testo è minima (si fidano dell’autore e a lui si affidano!) e i tempi di pubblicazione abbastanza brevi. Nell’editoria divulgativa, invece, l’autore è allo sbando e riceve qualche informazione soltanto in caso positivo, mentre un piccolo riscontro via e-mail con un piccolo formale testo precostituito non sarebbe poi tutta questa grande fatica e toglierebbe dall’ansia l’autore. Anche il rispetto per il testo è inferiore, per non parlare dei tempi di pubblicazione che sono molto più lunghi.

I suoi libri sono tradotti anche in altre lingue? Lo fa personalmente o si affianca a traduttori professionisti?

Ho pubblicato in lingua inglese soltanto i libri scientifici, che vengono scritti da me direttamente in inglese.

Cosa pensa del fenomeno dei ghost writers? Le è mai successo di sentirsi proporre di scrivere per conto d’altri?

Non ho nessuna esperienza in proposito ma in ambito universitario esiste l’abitudine inveterata di inserire il nome del figlio del barone universitario nei lavori degli altri: ci sono neolaureati figli di papà, che hanno centinaia di lavori scientifici di cui non sanno nulla. Mi sono sempre opposta a questa pratica indegna e immorale, pagandone lo scotto: sono stata nota e premiata all’estero, oscurata in Italia.

“Cani scritti”,  il migliore amico dell’uomo nelle più belle pagine della letteratura mondiale. La pet therapy trova impieghi mirati nella cura di diverse malattie, lei pensa che le malattie nascano prima nell’anima che nel corpo?

Le malattie psicosomatiche certamente nascono prima nell’anima che nel corpo. Le malattie organiche evolvono invece a prescindere dell’aspetto psicologico; le reazioni psichiche individuali possono però interferire sull’andamento dello stato patologico, attraverso un impegno più attivo nella lotta contro la malattia e attraverso un aumento dei poteri di difesa indotto da un atteggiamento di positività. La pet therapy oggi è considerata un buon ausilio nella cura di molte malattie dell’anziano, quali la depressione nervosa e l’ipertensione arteriosa (è stato dimostrato che carezzare un animale riduce i valori della pressione arteriosa).