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:: Intervista a Manuela Mazzi

18 aprile 2008

Giornalista professionista e appassionata fotografa, ha scritto per più testate della stampa ticinese e ha collaborato con “Il Giornale” di Milano, come corrispondente dalla Svizzera di lingua italiana. Attualmente lavora nella redazione del settimanale d’approfondimento “Azione” e produce servizi fotografici e giornalistici anche come free lance. Il suo libro d’esordio è stato “L’angelo apprendista” (2005), quindi ha pubblicato “Un caffè a Kathmandu” (2006), mentre il suo ultimo prodotto editoriale è “Un gigolo in doppiopetto” (2007).

Com’è nato in te l’amore per la scrittura?

Non è l’amore per la scrittura ad essere nato in me, sono io ad essere nata con l’amore per la scrittura: fra diari, pensieri lasciati a mozzichi su foglietti, paginate di romanzi appena iniziati già da ragazzina, tanto per far ordine in storie quotidiane, fogli su fogli scribacchiati con appunti di riflessioni, che mi divertivo a trascrivere per organizzarle e trovare così una risposta a tante domande che mi ponevo da sola, ho decine di centimetri di carta scritta solo per l’amore che ho per la scrittura.

Giornalista professionista, viaggiatrice, fotografa, scrittrice come concili i tuoi molteplici interessi?

A dire il vero queste quattro attività sono molto legate l’una all’altra e quindi è molto facile conciliarle, anzi, sono convinta che l’una sia una condizione per far sopravvivere l’altra e viceversa. Il problema in questo caso, quindi, non sussiste, mentre è altrettanto vero che più aumenta la passione per il mio lavoro e più è difficile conciliare gli impegni con altri interessi. E in particolare mi riferisco a una passione sportiva che fino a una decina di anni fa si trovava al primo posto nella mia vita.

Raccontami dei tuoi studi di giornalismo, come hai iniziato, quali sono stati i tuoi maestri?

L’elenco di “studi e maestri” a un giornalista servono per fornire delle credenziali, giusto? Ebbene io non ho credenziali da vantare; sono una giornalista atipica, perché a differenza della maggior parte dei miei colleghi, e di certo a differenza di tutti i colleghi che conosco della mia generazione, sono riuscita – seppure attraverso una gavetta degna di questo nome – a guadagnarmi l’iscrizione nel registro professionale senza avere titoli di studio superiori, ma solo per determinate doti che i miei “maestri” mi hanno riconosciuto. Oggi ci sono molti laureati che finiscono a fare i giornalisti come attività di ripiego, spesso per il fatto che non riescono a trovare un’occupazione come professori; io invece ho lottato proprio per riuscire a ritagliarmi uno spazio in questo mondo che corrispondeva ai miei sogni.

Cosa ne pensi del giornalismo spettacolo che fa dei giornalisti delle star sul modello americano di intrattenimento?

Associo il giornalismo spettacolo da intrattenimento solo al gossip, quindi dovrei esprimere un giudizio su questa espressione giornalistica più che sulla tendenza televisiva. E a tal proposito mi sento di dire solo che non rientra nel mio genere preferito.

Hai fatto la gavetta per diventare giornalista: ricordi un episodio bizzarro?

Più che bizzarro ricordo un paio di episodi che da subito mi fecero capire che avevo scelto la mia strada. La prima riguarda il fatto che sin dall’inizio mi è capitato di trovarmi spesso nel posto giusto al momento giusto. Ad esempio la prima volta che misi piede in una redazione con un contratto (temporaneo ovviamente) mi sono ritrovata in mezzo a una bella emergenza: un’esondazione storica che ci costrinse per un paio di settimane a recarci in redazione con le barche, per riuscire a documentare quell’immensa ondata di notizie. Un’altra volta invece mi ritrovai, non ancora praticante, con un collega che invece praticante almeno lo era, di domenica, da soli a dover scrivere una pagina di cronaca locale e due pagine speciali per un omicidio avvenuto proprio nella nostra città. Finimmo di scrivere a mezzanotte e per la grande soddisfazione dalla nostra redazione ci recammo direttamente nella città in cui veniva stampato il giornale per poter assaporare il piacere di vedere il risultato del nostro faticoso lavoro direttamente dalle prime copie del quotidiano ancora fresco d’inchiostro. E il direttore che ci incontrò per i corridoi vedendo i “due di Locarno” prima di complimentarsi con noi ci disse: “A eccoli i due rintronati di Locarno. Guardate qui: avete scritto in un titolino Preventino invece di Preventivo…”. Ci rimanemmo malissimo, se non fosse che subito dopo stappò una bottiglia di spumante per festeggiare il bel servizio.

Consiglieresti a giovani italiani di trasferirsi nel Ticino?

Per farci un giretto turistico, certamente. Per cercare lavoro, oggi, no. Purtroppo dal 1995 ha preso il via un processo (legato anche alle questioni relative all’Europa Unita e quindi agli accordi bilaterali) che ha messo in ginocchio l’economia locale, in Ticino ancor di più che nel resto della Svizzera. Purtroppo molti non riescono a trovare lavoro. Tant’è che è aumentata la disoccupazione, e ancor di più sono cresciuti i casi sociali, ma soprattutto sono aumentati i disabili per problemi psichici intesi come depressioni per perdita di lavoro, fallimenti e situazioni economiche sempre più precarie. In altre parole presto, almeno nel nord d’Italia, si potrebbe assistere più probabilmente a un’inversione di tendenza: saremo noi, svizzeri, a diventare transfrontalieri e pendolari. D’altronde l’euro si è rafforzato molto e potrebbe diventare quindi interessante anche da un punto di vista salariale.

Sarai presente alla Fiera del Libro di Torino dal 8 al 12 maggio?

Mi piacerebbe farci un giro, quindi molto probabilmente sì. Mi sto organizzando per ritagliarmi una giornata intera per la trasferta.

Che libro stai leggendo al momento?

Libro? Ops, direi libri. Ecco l’elenco: “Elogio della disciplina” di Bernhard Bueb; “Lo hobbit” di John Tolkien; “Tutto Sherlock Holmes” di Arthur Conan Doyle; “Intelligenza sociale” di Daniel Goleman; “Don Chisciotte della Mancha” di Miguel de Cervantes; “La danza della realtà” di Alejandro Jodorowsky; un vecchio libretto di racconti di Luigi Pirandello, di cui in questo momento non ricordo il titolo, “El principe de la niebla” di Carlos Ruiz Zafon in spagnolo e… mi sembrano tutti, forse.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Non ho uno scrittore preferito. Mi piace variare, anche se delle predilezioni le ho: mi piacciono i classici, ma anche le storielle happy-end, amo i gialli, ma non sopporto quelli ad alta tensione (troppo sensibile, ahimé), non amo molto le biografie, mentre adoro i saggi a sfondo psicologico o filosofico. Non ho mai letto un vero fantasy (Lo Hobbit è il primo), ma adoro i libri d’avventura.

Cosa pensi del filone New Age?

In realtà non lo amo molto (anche se mi sono piaciuti ad esempio libri come “La profezia di Celestino” & Co). Ed è un fatto strano se si pensa che il mio primo libro (L’angelo apprendista) è stato etichettato proprio come “spirituale” e “new age”. Detto tra noi forse non è stato capito interamente. Ma non importa: una volta scritto e pubblicato, un libro diventa di proprietà dei lettori, quindi…

Parlami dell’associazione Apeiron.

È un’associazione non governativa che ho avuto modo di conoscere attraverso il suo fondatore, Sauro Somigli, maestro di karate che ho seguito anche in un’esperienza diretta come attivista in Nepal. È grazie a lui, e ad Apeiron, che ho avuto lo spunto di scrivere “Un caffè a Kathmandu”, di cui il 50% degli incassi dalle vendite viene devoluto proprio a favore dei progetti di Apeiron, che si occupa anche del recupero dei bambini di strada.

Sei stata in Nepal, che divario c’è tra il Nepal turistico e quello di tutti i giorni con la realtà dei bambini di strada?

Enorme. A volte mi sorprende chiacchierare con chi il Nepal l’ha conosciuto turisticamente. Anche perché in genere chi si reca a Kathmandu lo fa solo per pochi giorni, il tempo di organizzare la spedizione verso le vette: il Nepal qui, in Europa, infatti, è sinonimo di patria delle nevi eterne, aria pulita e acqua cristallina, che poco hanno da spartire con la povertà dei bambini di strada, l’inquinamento della città, la sporcizia e i pidocchi…

Fai ricerche sul campo? Come ti documenti per i tuoi libri?

Anzitutto dipende dal libro. Per il primo non ho dovuto fare nessuna ricerca. Per “Un caffè a Kathmandu” invece, come detto, ho avuto modo di toccare con mano quella realtà che ho poi descritto, sebbene nomi e termini locali sono stati attentamente ripresi da una carta geografica. Per “Un gigolo in doppiopetto”, invece, mi sono basata su un servizio giornalistico e quindi mi sono “documentata” attraverso interviste e dati statistici reali per descrivere il fenomeno: d’altronde prima di essere romanzo è un reportage narrativo. Ma se potessi avere a disposizione settimane di trenta giorni dedicherei molto più tempo per documentarmi: sono certa che il successo di alcuni scrittori si celi proprio dietro la possibilità di dedicare molti mesi a documentarsi prima di iniziare a scrivere… Un sogno che per ora non mi è possibile realizzare.

Hai lavorato come fotografa per la rivista “Il nostro paese” della Società ticinese per l’arte e la natura, com’è una redazione giornalistica dal suo interno?

Lavoro tuttora per questa rivista, ma solo come freelance, mentre l’esperienza in redazione l’ho maturata dalla gavetta fino ad oggi, che lavoro con contratto per il settimanale Azione: mi reco in redazione tre giorni alla settimana. Che dire? È decisamente più divertente fare la reporter in giro per il mondo. Tuttavia mi piace vivere questa professione a 360 gradi.

Hai partecipato al progetto “Un libro in aiuto” collana a scopo benefico della casa editrice romana Progetto Cultura 2003, che devolve parte dei proventi in beneficenza. Credi molto nell’editoria solidale?

Sì, ci credo molto. Credo che sia un buon mezzo per raccogliere fondi e credo che sia fondamentale per divulgare il messaggio per cui è importante contribuire attivamente a certi progetti. In altre parole credo che sia l’unico vero modo per ottenere una triplice azione: recupero di fondi, sensibilizzazione al problema, e la durata nel tempo di questi intenti.

Nel 2003, in un articolo comparso sul quotidiano “Il Giornale”, un giovane ex gigolo ticinese raccontò delle sue esperienze, ne hai fatto un libro di denuncia, come è stato scrivere un libro in cui i personaggi non erano di fantasia ma reali?

In questo caso specifico è stata un’operazione delicata perché non potevo discostarmi troppo dalla realtà, ma allo stesso tempo dovevo rendere i personaggi irriconoscibili per proteggere la loro identità che è rimasta anonima. Di proposito quindi ho evitato di caratterizzare troppo tutti i protagonisti del reportage, concentrandomi maggiormente sul personaggio principale.

Hai un atteggiamento critico nella questione delle adozioni a distanza, perché?

Per due motivi sostanziali. Il primo riguarda il comportamento di alcune organizzazioni. Ho potuto appurare il danno che può venir fatto a un bambino di strada quando l’adozione a distanza cessa per motivi diversi. Se un bambino di strada vive e cresce per strada, conoscendone le regole, potrebbe rischiare di cavarsela. Ma se viene a un certo punto tolto dalla strada e dato in adozione a distanza, imparerà a vestirsi, a lavarsi e “persino” a mangiare tre volte al giorno. A volte però capita che il “padre adottivo” cessi di inviare il contributo di adozione perché non ce la fa più, o per altri motivi. Ebbene, in certe organizzazioni, questi bambini vengono rimessi in strada… Il secondo motivo è il fatto che l’adozione a distanza è diventata così di moda che ormai la pubblicizzano anche in televisione come se i bambini fossero merce in vendita.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers sei mai stata tentata di scrivere per autori famosi?

In Ticino quando si parla di ghost writers si intende definire chi scrive al posto di personalità politiche. Ebbene, ammetto di essere stata per un periodo anche una ghost writer, ma solo per il fatto che in fondo potevo comunque dire quel che pensavo: diciamo che ero in linea con le idee della persona che “aiutavo”. Non avrei mai accettato di esprimere idee che non rientrassero nei miei principi. Tuttavia trovo parecchio vergognoso (non per il ghost writers, che perde solo l’occasione di autodeterminarsi) che uno scrittore spacci per suo anche solo una frase non originata dalla sua mente.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Non mi ispiro a nessuno in particolare, o meglio: c’è da imparare da tutti.

In Svizzera la conoscenza delle lingue è d’obbligo quante lingue conosci?

Purtroppo non quelle che servirebbero in Svizzera. Da noi sarebbe utile sapere bene il francese e il tedesco, mentre io me la cavo con lo spagnolo e l’inglese. Certo, il francese lo capisco: ma scriverlo è tutt’altra cosa.

Che consigli daresti a un giovane autore non ancora pubblicato? Di insistere, comunque e in ogni caso. Anche se ovviamente bisogna cercare di capire il motivo per cui non è stato pubblicato. Se è certo e convinto di aver fatto un buon lavoro, se ha fatto leggere la bozza almeno a quattro o cinque persone e il giudizio è risultato positivo, se ci crede davvero… allora devo assolutamente continuare la ricerca: avete idea di quanti editori ci sono?

Ti urta essere definita scrittrice emergente dopo tanti anni di lavoro per la carta stampata?

Sono poi solo una decina di anni che faccio la giornalista. Comunque no, non mi urta. O meglio diciamo che mi urtano tutte le definizioni che generalizzano, però questa non mi infastidisce più di tante altre.

Tra i tuoi libri qual è stato più difficile scrivere?

Sicuramente “Un gigolo in doppiopetto”, però è anche quello che finora mi ha dato più soddisfazione a prodotto finito.

Hai un agente letterario? No, mai avuto.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Sì. Ho finito qualche mese fa di scrivere un’avventura per ragazzi che al momento è… in cerca di editore. Finora è stato il libro che mi è piaciuto di più scrivere.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Sì, ho tre o quattro amicizie nell’ambiente… è bello condividere una passione comune.

Ti piacerebbe fare un photoreportage in Cina?

Assolutamente sì, e prima che cambi troppo volto, anche se credo di essere già in ritardo…

L’editore rifiuta di pubblicare un tuo libro e tu crei la tua casa editrice, come è il mondo dell’editoria visto da chi la fa ?

Beh, non è proprio così. “Un gigolo in doppiopetto” non solo non è stato rifiutato, ma era addirittura riuscito a ottenere un contratto di pubblicazione molto interessante e vantaggioso… Solo che da buona svizzerotta certi comportamenti poco chiari, slittamenti di date e promesse non del tutto mantenute, mi hanno disturbato molto portandomi infine a rompere il contratto. Ormai però avevo già avvisato la stampa dell’imminente uscita del libro. Così in un mese ho fondato la mia casa editrice, mi sono fatta aiutare da un paio di amici per l’editing e sono andata in stampa… In fondo, dopo la pubblicazione, quel che ho fatto per il “Gigolo”, non è tanto diverso da quel che ho fatto per i primi due… Fin quando si rimane nella piccola editoria l’autore deve giocoforza impegnarsi molto per farsi conoscere.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Purtroppo no: vorrei tanto tradurre “Un gigolo in doppiopetto” in tedesco, perché credo che potrebbe ritagliarsi un buon mercato in Svizzera interna… ma una traduzione costa troppo.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

Non tutti i libri, ma, sì, penso che alcuni libri possano farlo.

:: INTERVISTA A STEFANO LORENZETTO di Stefano Giovinazzo

17 aprile 2008

Queste sono pagine pesanti. Non scivolano via come fogli pieni di parole in successione, ammucchiate per esprimere concetti vaghi ed astratti. Dentro al libro di Stefano Lorenzetto si respira la vita. E la morte. E ancora la speranza. Un’appassionante testimonianza della quotidianità tra angosce e sofferenze vissute e raccontate da una penna brillante, esperta ma soprattutto protagonista di un viaggio profondo, quello dell’anima.

Ha scritto un libro carico di emozioni. Si esce provati dopo aver scritte pagine così dense di significato?

Provati, ma anche sollevati. È come aver messo un punto fermo nella propria vita. Incontri queste persone, raccogli le loro testimonianze di dolore ma anche di speranza e spesso finisci per piangere con loro. Come mi disse il grande chirurgo Vittorio Staudacher qualche anno prima di morire, «siamo dentro la moltitudine di uomini che abitano la Terra: come si fa a non partecipare al pathos universale? Ecco perché l’individuo non starà mai bene. Dovrei essere privo di sensibilità per non pensare a tutti i miei simili che patiscono». Ma alla fine arrivi alla conclusione che l’uomo, quest’uomo mortale, è fatto per l’eternità.

Affronta i temi ultimi, dalla vita alla morte passando per un’inevitabile sofferenza umana. La devozione è il rimedio a questi mali?

Se per devozione intendiamo la dipendenza verso la divinità, com’è nel significato della parola,  senz’altro. Negli ultimi nove anni ho incontrato 400 italiani normali, che fanno grandi o piccole cose. I più felici erano quelli che credevano in qualcosa.

L’eutanasia ha fatto discutere molto sul caso Welby e provocherà ancora accese tensioni tra Stato e Chiesa. Un suo parere.

Eutanasia è una contraddizione semantica. La morte non può essere né dolce né buona. Comunque mi affido ai medici. Ho molta fiducia nella loro professionalità e nella loro umanità. Non credo che possa esistere un medico capace di tradire il malato proprio nell’ora suprema. Mi rimetto alla loro scienza e alla loro coscienza. Se salgo su un aereo che deve portarmi a New York, non entro in cabina a dare istruzioni al pilota. Mi fido di lui. Anche quando avverto qualche turbolenza, non ho paura: so che sta lavorando al meglio per il mio bene, non per il mio male.

Ha raccontato storie di tutti i giorni, di uomini comuni che muoiono o continuano a vivere felici di farlo. Si è parlato di un suo inno alla vita. E’ questo lo scopo del libro?

Una volta Enzo Biagi mi ha detto: «Ho amato tanto la vita, ma non ho ancora capito cos’è». Mi associo. La vita è bellissima. Solo che spesso te ne accorgi in ritardo, quando sta per finire.

La filosofia del vivere secondo il “carpe diem” aiuta a cogliere il vero senso della vita?

Di ogni giorno sono più portato a cogliere gli affanni che le gioie. Come tutti, credo. Quindi fatico a comprendere chi pensa che la felicità consista nel vivere alla giornata. È preferibile la mestizia al riso, perché sotto un triste aspetto il cuore è felice, insegna nella sua dolente saggezza Qoèlet. Giuliano Ferrara, solo leggendomi, è giunto alla conclusione che questa mia ricerca della tristezza e delle sue ragioni pascaliane sia segno di tenero e anche allegro pessimismo. Non è soltanto un grande giornalista, ma anche un fine psicologo.

La morte. Incombente, temuta, celata: in ogni modo punto di fine. Come ha metabolizzato questo suo concetto prima e dopo la stesura del testo?

Come scrivo nell’introduzione di “Vita morte miracoli”, la morte è un pensiero fisso, che mi tiene compagnia fin da quand’ero bambino. Non avevo idea del perché il mio brano prediletto di musica classica, quello di cui non mi stanco mai, fosse l’Arioso dalla Cantata BWV 156 di Johann Sebastian Bach. Poi, di recente, un amico organista che insegna al conservatorio, mi ha spiegato che il grande di Eisenach lo intitolò Ich steh’ mit einem Fuß im Grabe (Sono già con un piede nella fossa), e tutto mi è stato chiaro. Mi sono fatto consegnare lo spartito. Tenore e soprano duettano: «Sono già con un piede nella fossa»; «Fa’ di me, o Dio, secondo la tua bontà»; «Presto il mio corpo malato vi cadrà»; «Aiutami nel mio dolore»; «Vieni, mio Dio, se lo vuoi»; «Ciò che ti chiedo, non negarmelo»; «Ho già dato disposizioni per le mie proprietà»; «Quando la mia anima dovrà partire prendila, Signore, nelle tue mani»; «Ma rendi beata la mia fine». Ho anche un debito di riconoscenza con la morte. Se ho abbracciato questo mestiere, lo devo a un coccodrillo, come lo chiamiamo in gergo noi giornalisti, che scrissi a 14 anni.

E ancora, siccome la morte è parte integrante della vita in quanto sopraggiunge in essa, che rapporto si deve avere con questa?

La vita è la naturale evoluzione dell’organismo umano verso la morte. Non è che si deve avere un rapporto: il rapporto è nei fatti, nella nostra stessa natura. L’importante è saperlo vedere dal lato giusto. Mi ha scritto proprio oggi un mio lettore che fa l’ingegnere in Africa: «Ciò che il bruco chiama morte, la farfalla chiama vita».

Nel finale dell’introduzione lei recita così: “Se invece fossimo riusciti solo a turbarvi, credete: s’è fatto proprio apposta”. Secondo lei c’è poca attenzione della gente verso chi soffre? Ci si ricorda solo quando la sofferenza ci colpisce direttamente?

Mi riferivo al fatto che questo libro voleva avere, almeno nelle mie intenzioni, un forte significato apologetico e quindi riporta verità scomode, scandalose, negate o taciute, politicamente scorrettissime. Che turbano, appunto. Si stanno combinando immondi pastrocchi lungo la frontiera tra la vita e la morte. Da una parte abbiamo sovvertito la definizione stessa di morte riportata dai dizionari, accreditando il discutibile concetto di “morte cerebrale” decretata per legge, quando invece è di solare evidenza che per il buon senso comune la morte si identifica con l’interruzione contemporanea e definitiva delle due funzioni vitali, cardiocircolatoria e respiratoria. Dall’altra pretendiamo di fabbricare la vita in vitro. Non vogliamo il mais e i pomodori Ogm sugli scaffali dei supermercati, però accettiamo figli geneticamente modificati.

Foto: www.marsilio.it

:: Stefano Lorenzetto è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario di Vittorio Feltri, e collaboratore di «Panorama». Scrive anche per altre testate. Ha pubblicato Fatti in casa, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani e Dizionario del buon senso. Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational. Ha vinto il premio Saint-Vincent di giornalismo. Il suo sito internet è www.stefanolorenzetto.it

 

:: Intervista a Francesco Boschetti

16 aprile 2008

Parlami della tua esperienza di scrittore:  come è nato il romanzo “Il posto libero” edito da Aletti Editore.

“Il posto libero” nasce un po’ dal caso. Una sera mi capitò di prendere l’autobus per tornare a casa, circostanza per me eccezionale, e guardandomi intorno cominciai a provare un forte senso di alienazione e di malessere: non tolleravo la costrizione di dover condividere il tempo e lo spazio con persone a me estranee, tutte accalcate in un piccolo ed angusto spazio. Il giorno seguente buttai giù una breve descrizione di quel viaggio, estremizzando le sensazioni provate e trasformando l’autobus in un treno metropolitano. Subito dopo provai ad inserire un evento; ed ecco che senza aver preventivato nulla, del tutto inconsapevolmente, avevo concepito Andrea, il mio tormentato protagonista.

La copertina del libro è del grafico Emanuele Iacomini, lo conosci personalmente?

Si, ci conosciamo dall’infanzia, tra noi c’è reciproca stima e profondo affetto. Ho sempre apprezzato le sue capacità stilistiche, e in modo particolare la creatività e la simbologia dei suoi lavori. Per realizzare la copertina pensai subito a lui; gli spiegai il messaggio da rendere ma evitai di fargli leggere la bozza del libro: non volevo condizionarlo; l’immagine in copertina doveva essere autonoma rispetto al romanzo.

Vedo che internet è importante nel tuo lavoro. Che tipo di blogger sei?

“Il posto libero” è il mio primo blog. L’idea è nata per dare un po’ di visibilità al romanzo, ma con il tempo ho preso a scrivere anche di altro. Il blog lo vivo come un mezzo di comunicazione, che utilizzo per condividere pensieri e opinioni. E provo piacere ad immaginare che altre persone, anche lontane e sconosciute, possano ritrovarsi in quello che scrivo.

Oltre che scrittore sei anche un neo-avvocato, parlami della tua tesi di laurea : quanto tempo ci hai impiegato, che difficoltà hai incontrato, pensi di pubblicarla su siti come http://www.tesionline.it?

La tesi di laurea è un ricordo ormai lontano (era il 2002). La preparai in meno di un anno. Ho avuto come relatore un ottimo professore, che non mi ha creato difficoltà. Non ho mai pensato di pubblicare la mia tesi, e sinceramente l’idea non mi entusiasma: preferisco custodirla nel cassetto dei ricordi.

Scrittura e arti visive che ruolo hanno nella tua vita di artista?

Il mio debole è sicuramente il cinema. Nel 2004 ho collaborato alla realizzazione di un film come assistente alla regia ed ho scritto e diretto “Il silenzio”, un quasi-lungometraggio (44 minuti). Alla scrittura creativa mi sono quindi avvicinato con la sceneggiatura. E’ per questo che il mio stile di scrittura ha una forte impostazione cinematografica.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura.

Ritengo che i mass media prediligano le priorità dell’utente-medio, tra le cui passioni, di sicuro, non primeggia la letteratura. Molto spazio, nel nostro paese, è dedicato ai reality, al calcio, ai pettegolezzi, ecc., e le trasmissioni televisive di carattere culturale vanno in onda sempre la notte, molto tardi.

Saresti favorevole ad una rete televisiva monotematica che si occupasse solo di letteratura fatta da scrittori e indirizzata a scrittori?

Io di sicuro sarei interessato. L’importante è che si dia spazio anche agli scrittori emergenti…

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Guy de Maupassant anzitutto, poi Dostoevskij, Kafka ed E. A. Poe.

Che libro stai leggendo al momento?

Al momento nessuno, ma ne ho parecchi in attesa…

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

Più di ogni cosa mi piace scavare nell’interiorità dei personaggi. Le storie che scrivo ruotano sempre intorno ad un protagonista complesso, la cui costituzione è basata su un contrasto di valori positivi-negativi. A mio modo di vedere, solo la contraddizione e il dualismo sono in grado di accendere la curiosità umana: le persone coerenti, razionali, io le trovo piatte, noiose, maledettamente prevedibili. Il mio protagonista è sempre un tipo disturbato e complesso. E’ un sensibile ed un immorale allo stesso tempo. Nelle sue azioni, a volte, si legge il cinismo, la vigliaccheria, mentre in altre si colgono generosità e coraggio. Posso dire che la contrapposizione è uno dei pilastri su cui si fonda il mio stile di scrittura.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

Volere è potere.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Gli consiglierei di scegliere con attenzione l’editore a cui proporre il proprio lavoro, perché in giro ci sono tante persone che mangiano con le speranze dei giovani esordienti. E soprattutto gli direi di non lasciarsi ingannare da alcuni editori specializzati nella pubblicazione degli inediti, che attraverso lodi e complimenti roboanti illudono gli autori inesperti, per poi spillargli un mucchio di soldi.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi, considerato che anche Moravia pubblicò a pagamento ai suoi esordi?

Penso che un contributo moderato può anche andare, se a fronte di ciò vi è un minimo impegno dell’editore a fare qualcosa di buono per il libro e per il suo autore.

A gennaio presso la libreria Gremese di Roma c’è stata la presentazione del tuo libro con un’ introduzione del giornalista Riccardo Loria che bilancio hai tratto da questa esperienza?

E’ stato un evento importante per me, la mia prima presentazione. Ero emozionato: presentando il libro, in fondo, ho dovuto parlare di me, e non era facile. Ma tutto è andato alla grande, ci sono state anche delle parentesi di ironia che hanno contribuito a rendere il clima piacevole ed informale.

Il rapporto tra autori e lettori è per te importante magari creando rapporti più stretti di stima ed amicizia, cosa pensi di fare in tal senso?

L’autore, come ogni artista, ha il duro compito di “catturare” i suoi “fans”. Questi ultimi, dal canto loro, seguono i loro autori preferiti qualsiasi cosa si mettano a scrivere. I due mondi nascono separati e così debbono restare. Se fosse altrimenti l’autore perderebbe l’indipendenza e l’originalità, e i lettori ne uscirebbero altrettanto danneggiati.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Utilizzo molto l’esperienza personale. Cerco di scrivere ciò che conosco meglio, e dove la mia conoscenza non arriva, allora “sfrutto” l’esperienza di altre persone, oppure mi documento con ogni mezzo, Internet compreso.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Mi piacerebbe molto. Il lavoro tuttavia diventerebbe più impegnativo, e non so se a quel punto riuscirei a conciliare la passione per la scrittura con la mia professione.

Hai un agente letterario?

No.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

No, per preparare l’esame di stato ho dovuto “congelare” la mia ispirazione. Ma adesso che ho ritrovato un po’ di tempo libero, le porte della mia immaginazione si sono di nuovo aperte. In ogni caso scriverò altre storie soltanto quando avvertirò il bisogno di comunicare qualcosa.

Una domanda tecnica: scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

Il principio dei miei scritti sono affidati all’istinto. Quando prende corpo la storia, però, mi fermo e dedico tutto alla struttura, cercando di ottenere un lavoro “razionale”, coerente, senza buchi. Correggo molto, ma le correzioni riguardano sempre la forma, mai la sostanza, che ad un certo punto, nel mio lavoro, diviene immutabile.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

Il blog e i siti letterari danno l’opportunità di mettersi in contatto con altri scrittori.. così ho conosciuto Laura Tufilli, che saluto affettuosamente.

:: Intervista a Laura Tufilli

12 aprile 2008

Parlami della tua esperienza di scrittrice esordiente

Inizialmente non capivo nulla di tutto quello che stava accadendo quindi ho fatto affidamento ai vari consigli ricevuti. Per me esordire è stato come trovarmi in una città caotica dove non si sa mai quale direzione prendere, infatti quando ho avuto la prima proposta di pubblicazione non ho dormito per due notti, ma alla fine si è tutto normalizzato.

Sei superstiziosa?

No.

Ascolti musica mentre scrivi?

Generalmente no, preferisco concentrarmi sul materiale che sto scrivendo.

Nei tuoi testi ci sono molti riferimenti autobiografici?

Sì, spesso inserisco eventi che mi capitano personalmente. Il secondo libro ad esempio parla di una scuola di recitazione quindi il tutto si ambienta in teatro, l‘ ho scritto perché anch‘ io in passato ho recitato.

Come riesci a conciliare il lavoro di scrittrice con quello di tecnico di laboratorio?

Scrivo di notte.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura?

Secondo me è un rapporto indispensabile.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers se mai stata tentata di scrivere per autori famosi?

Per autori famosi mai, però sto scrivendo un libro per un ragazzo che ha vissuto una vicenda terrificante e lui mi ha chiesto questo favore. Sono contenta di aver accettato perché è un’ esperienza che mi sta insegnando tante cose, come ad esempio l’ umiltà e la semplicità.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Ho letto tanto fin da quando ero bambina ed è difficile per me stilare una lista di preferenza perché sono tanti e da ognuno ho imparato molto. Forse se dovessi accennare un maestro letterario del passato citerei Giacomo Leopardi perché lui aveva la capacità di gettare tutte le sue ansietà nella scrittura evadendo da una vita fatta di privazioni e sofferenza.

Che libro stai leggendo al momento?

Devo incominciare “ Narciso “ di Francesco Capaldo.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Al momento no.

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

I dialoghi sono la parte in cui mi diletto maggiormente, credo comunque che la caratterizzazione dei personaggi sia indispensabile quindi dedico del tempo per dare loro una personalità e un‘ identità ben precisa. La descrizione dei luoghi la menziono solo se necessario ma non mi dilungo più di tanto.

Ti ritieni una scrittrice svizzera o italiana?

Italiana al cento per cento.

Scrivi in lingua tedesca?

No, scrivo in italiano.

Un’ aforisma, la frase di una canzone, un proverbio che ti è caro.

“Riesce chi persevera” questa frase l’ho introdotta nel mio secondo libro.

Come pensi di preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Separo sempre le due cose, una non influenza l’ altra, finora ci sono riuscita e funziona benissimo.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Bisogna essere scaltri, avere gli occhi aperti e non fidarsi ciecamente del primo editore che ti fa una proposta di pubblicazione, piuttosto è importante esaminare il contratto attentamente e non esitare ad informarsi bene di tutto.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?

Dipende dalla casa editrice, non tutte sono serie, anzi quasi nessuna.

Ti piace la letteratura giapponese?

Non ho avuto modo di cimentarmi con questo tipo di letteratura.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

A me viene sempre in mente Oscar Wilde.

Cosa stai leggendo attualmente?

Attualmente nulla perché sto aspettando il libro che ho ordinato.

Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?

La maggior parte degli scrittori che conosco sono uomini e trovo in loro un grande carisma, ma secondo me il talento è ciò che in definitiva conta.

Dammi una tua definizione di amicizia.

Un legame solido che dura nel tempo costi quello che costi.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Prima di incominciare un libro raccolgo tutte le informazioni possibili riguardo il tema che voglio sviluppare, magari faccio ricerche in internet. Mi rivolgo ad amici che hanno a che fare con una determinata professione o esperienza. Leggo e ascolto molto gli altri, quindi il tutto mi facilita il compito.

Che genere letterario preferisci: fantascienza, fantasy, saggi?

Sentimentale, ma non disdico anche altri generi.

Quali lettori preferisci?

Lettori che sanno ancora sognare e che non si soffermano sulle banalità.

Tra i tuoi libri quale è stato più difficile scrivere?

Il secondo “Quella notte” perché è molto ricco e intenso. Ho impiegato quasi un anno di intenso lavoro per terminarlo ma sono stata ripagata dal fatto che nell’ arco di ventiquattro ore diverse case editrici se lo sono conteso nella speranza che pubblicassi con loro. Il più difficile però sarà il quarto che dovrò incominciare a fine anno.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Né ho già scritta una che proporrò ad alcuni produttori esecutivi proprio in questi giorni. Hai visto mai nella vita …

Hai un agente letterario?

Al momento no.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Sì, a diversi: sto finendo il terzo, e sto scrivendo due libri a quattro mani, a fine anno poi incomincerò il quarto.

Una domanda tecnica scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

La stesura è una sola, poi ricamo intorno al lavoro rendendolo vivo, una volta che ha raggiunto la consistenza da me desiderata dedico tanto tempo per la correzione leggendo più volte.

Che strumento di scrittura preferisci?

Scrivo al pc, ma con me porto sempre carta e penna e prendo appunti non appena una piccolezza desta il mio interesse oppure quando ho l’ ispirazione.

Hai relazioni d’amicizia con altri scrittori? Qualcuno da cui hai imparato molto e vorresti ringraziare?

Ho molti amici scrittori e li ringrazio per l’ incoraggiamento che mi danno, per i consigli concernenti i concorsi, per lo scambio di opinioni. Sono tanti e voglio loro molto bene, ma già che mi trovo colgo l’ occasione di ringraziare Francesco Boschetti per tutti i suggerimenti e le idee e l’ incoraggiamento che mi dà.

Intervista a Lisa Massei

2 novembre 2007

Parlami del tuo primo libro come è nato.

Il mio primo libro Insomnia (Edizione Il Foglio, 2004) è stato un parto piuttosto veloce, se non ricordo male, l’ho scritto in un mese o poco più, di getto.

Hai fatto fatica a pubblicarlo?

Bè, dipende che si intende per fatica. Comunque diciamo che l’attesa e la ricerca è sempre faticosa, specie se non hai intenzione di pagare per pubblicare.

Che consigli daresti ad un giovane autore non ancora pubblicato?

Prima di tutto di chiedersi che intenzioni ha e cosa si aspetta, perché spesso gli esordienti pensano che pubblicare possa cambiargli la vita, la vita ti cambia si, ma magari solo in senso mistico e di soddisfazione, non certo (eccetto rari casi) economicamente. Basta farsi un esame di coscienza su quanti libri si comprano e si leggono in un anno, e fra questi, quanti sono di autori esordienti? Quanti italiani?

L’approccio con le case editrici può essere deleterio se non ci si informa e, in effetti non sono molte le persone che ti aiutano a schiarirti le idee sul mondo dell’editoria. Consiglio di leggere editori a perdere di Miriam Bendìa e quasi quasi faccio un corso di scrittura di Gordiano Lupi, entrambi editi per Stampalternativa.

Riguardo alle case editrici che pubblicano a pagamento cosa ne pensi?

Che è vergognoso che non ci siano regolamentazioni che impediscano quelle che, spesso e volentieri, hanno tutta l’aria di essere vere e proprie truffe.

Ti piace la letteratura russa?

Mi cogli su una nota dolente… non conosco molto di letteratura russa, se si escludono Dostoevskij e Tolstoj, di cui ho letto alcuni libri.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Diciamo che a livello di ‘formazione’ mi sono appassionata, a diversi autori americani come Yates, Bukowski, Carver, Sexton, Plath, ma non disdegno altre frontiere, fra cui anche italiani esordienti come Morici, Franchi, Scerman, Biagini e un po’ meno esordienti come Ungaretti, Calvino, Shakespeare.

Cosa stai leggendo attualmente?

A parte testi universitari di psicologia della formazione, sto leggendo conoscerete la nostra velocità di Eggers, il mondo deve sapere di Michela Murgia, anche se devo dire che non mi stanno prendendo molto. Poi un saggio sulla vita di Anne Sexton e l’interpretazione dei sogni di Freud.

Da donna pensi sia più facile per un uomo essere scrittore o quel che conta è solo il talento?

Mah, difficile a dirsi, dipende molto anche dal genere che si scrive. Se si parla di sesso, è molto più facile farsi notare se si è donna, per esempio. Per come la vedo io, comunque, indubbiamente il talento ha la meglio, a lungo andare.

Dammi una tua definizione di eternità.

Un qualcosa di costante nel tempo che non si deteriora e che va oltre i confini.

Come ti documenti per i tuoi libri?

Mi piace molto osservare ed ascoltare le storie della gente, ma anche alimentare la fantasia. Leggere tanto è anche un modo per documentarsi. Poi dipende da quello che scrivo e da quello di cui sono coscientemente e inconsciamente influenzata. Non mi pongo delle regole per documentarmi, in linea di massima cerco ispirazione vivendo me stessa e chi mi sta intorno, credo. Se invece devo scrivere un saggio o un articolo tendo a documentarmi molto su internet e a leggere libri o articoli attinenti all’argomento.

Ami la narrativa epistolare?

Non molto. La trovo un po’ banale, se non usata per uno scopo preciso, come per esempio un contesto storico, oppure se è in qualche modo utile ai fini narrativi. Ad ogni modo non è lo stile di scrittura che preferisco né leggere né usare.

Che genere letterario preferisci: fantascienza, fantasy, saggi?

Mi piacciono i saggi romanzati come quello che ha fatto Vassalli su Dino Campana La notte della cometa, ma non mi dispiacciono i saggi in generale, purché riescano a mantenere vivo l’interesse e lo stimolo del lettore. Di fantasy non ho letto molto, ad esclusione de Il signore degli anelli, che per quanto di spessore creativo, mi è rimasto piuttosto indigesto. Un libro che invece mi è piaciuto molto è la storia infinita.

Quali lettori preferisci?

Quelli che non si limitano a dire ‘bello o brutto’.

Tra i tuoi libri quale è stato più difficile scrivere?

Indubbiamente il secondo romanzo la lingua batte dove il cuore duole, è stato un libro su cui ho lavorato molto e, per una volta tanto nella mia vita, mi sono dedicata in modo completo ad esso dato che in quel periodo non lavoravo e non studiavo. La stesura è durata sei mesi circa, ed è stata una bella full immersion. Anche Maybe, un progetto sperimentale a metà fra racconto e fumetto, che ho fatto con un amico, Oscar Celestini, è stato a suo modo difficile sia perché sono partita da una sua idea, che poi ho stravolto completamente, ma anche perché era la prima cosa fantascientifica che scrivevo.

Hai letto Seta di Baricco?

Si, diversi anni fa, ma non sono un’amante di Barricco.

Scriveresti sceneggiature per il cinema o la televisione?

Si, mi piacerebbe. Sono abbastanza aperta alle sperimentazioni e penso che scrivere una sceneggiatura sia un ottimo esercizio di scrittura, oltre che una bella esperienza.

Hai un agente letterario?

No, e spero di farne a meno ancora per un po’.

Hai amici scrittori, che genere di rapporto vi lega?

Ho molti contatti fra scrittori e disegnatori. Spesso sono nate delle belle amicizie ed ottime opportunità per organizzare insieme eventi ed iniziative, altre volte contatti più superficiali.

C’è un libro della storia della letteratura che vorresti aver scritto tu?

Probabilmente più di uno… Di un esordiente vorrei aver scritto l’ultimo libro di Morici Actarus, la vera storia di un robot, per la potenza ironica. Un libro invece che mi ha segnato molto e che con gli anni continuo ad amare è revolutionary road di Yates.

Stai lavorando a qualche nuovo libro?

Oltre ad alcuni progetti con altri scrittori e disegnatori, sto lavorando al terzo romanzo.

Una domanda tecnica scrivi molte stesure e correzioni o hai uno stile più spontaneo?

Dipende da cosa scrivo, Insomnia è stato una sorta di urlo spontaneo, anche se con la seconda edizione del 2006 ci ho rimesso le mani ampliando alcune parti e approfondendo l’editing, La lingua batte è stato un romanzo più riflessivo su cui ho lavorato molto correggendo più volte e prosciugando via via.

Che strumento di scrittura preferisci?

Tendenzialmente scrivo al pc, anche se qualcosa annoto a mano, stampo, correggo e modifico.

Ascolti musica mentre scrivi?

Certe volte si, ma non necessariamente. Quando dipingo invece ho sempre una base musicale.

Nei tuoi testi ci sono molti riferimenti autobiografici?

Diciamo coscienti non molti, anche se con Insomnia mi è capitato di aver scritto delle cose che poi si sono verificate e che quindi, in qualche modo, mi appartenevano. Non scrivo narrativa autobiografica, ma penso di scrivere quello che potrei essere o sarei stata in altre vite.

Intervista a Glauco Silvestri, a cura di Angélique Gagliolo

24 ottobre 2007

Glauco Silvestri è un giovane scrittore emergente, residente a Bologna, che ha da poco pubblicato un breve romanzo noir dal titolo “31 ottobre”. Non è la sua prima esperienza, ma forse quella più significativa, dopo esperienze negative e esperimenti di pubblicazioni “print-on-demaind”, delle quali ha riferito gli esiti sul suo blog www.31ottobre.blogspot.com, nato proprio in occasione della pubblicazione del libro omonimo. Ha poi trasformato il blog in una vetrina delle case editrici che si occupano di esordienti, riferendo ai sui lettori indirizzi internet, punti salienti ed eventuali esperienze personali.

E’ da poco uscito il tuo romanzo “31 ottobre”. Come hai reagito alla notizia che un editore era interessato a pubblicare il tuo lavoro?

Con entusiasmo, titubanza, e un briciolo di distacco. Una serie di emozioni contrastanti. E’ successo tutto quanto in un momento della vita piuttosto travagliato. Problemi emotivi, problemi sul lavoro. Una serie infinita di pensieri mi tormentavano. Diciamo che ero eccitato, entusiasta. Poi i ricordi di vecchie esperienze con altri editori (non è il primo libro che pubblico), mi hanno fatto tornare realista e ho cominciato ad avere dei dubbi. Tipo: Che sia una fregatura? Ancora adesso provo emozioni contrastanti. Alla fine, mi sono voluto “distaccare”. Ho detto a me stesso – o la va, o la spacca – e mi sono buttato.

 

Com’è cambiata la tua vita dopo l’uscita de “31 ottobre”?

Mmmh. Non di molto. Si è intensificata un pochino l’attività “casalinga” per la promozione. Partecipare a concorsi, contattare riviste e quotidiani. Poi è aumentato il traffico di e-mail da parte di altri esordienti che vogliono sapere la mia opinione su questa o quella casa editrice. Anche il blog dedicato a 31 ottobre si è evoluto e mi “prende” tempo. Agli inizi scrivevo un post ogni due settimane, circa. Oggi un post al giorno.

 

Come riesci a conciliare il lavoro di scrittore con quello di impiegato elettronico [mi ricordo correttamente?]?

Si, faccio il progettista in una azienda di elettronica. Sono due mondi differenti, che però riesco a conciliare grazie all’Amministratore della ditta in cui lavoro. Lui è anche un pittore abbastanza affermato e, di conseguenza, “ufficiosamente” mi lascia un po’ di corda. E mi incentiva anche… una specie di mecenate spirituale (“mecenate” perché mi sprona a fare di più, “spirituale” perché non finanzia le mie fatiche). E comunque il mio rendimento sul lavoro non cala per questo motivo. Se c’è un periodo in cui sono “scarico” posso lavorare ai miei scritti tranquillamente. Se c’è da fare, allora, rimando alla sera… quando sono a casa.

 

Pensi che un giorno abbandonerai l’altro lavoro, per dedicarti esclusivamente a scrivere?

Eh..eh.. è un sogno. In Italia è praticamente impossibile. Scrittori affermati come Lucarelli, Moccia, Sandrone Dazieri, e lo stesso Umberto Eco, continuano a fare il loro lavoro, oltre che a scrivere libri. Fossimo in Francia, in Inghilterra, negli States… forse la cosa sarebbe differente.

 

Da dove hai preso l’ispirazione per la storia de “31 ottobre”?

Da un sogno, che ho fatto proprio la notte di Halloween del 2003. Ed è il giorno in cui è ambientato il romanzo. Come ho scritto anche sul blog, il primo capitolo, in pratica, è il sogno che ho fatto quella notte. Ovviamente, al posto della ragazza c’ero io.

 

Nel tuo sogno eri il primo personaggio ucciso… c’è forse un altro personaggio che ti assomiglia, magari il protagonista?

No, non c’è un personaggio che mi somiglia, o almeno, non l’ho fatto volutamente. In genere i personaggi li “costruisco” curiosando per strada e osservando le persone che incontro (nei prossimi giorni penso di mettere online le foto che ho scattato per preparare 31 ottobre…).

 

All’inizio hai parlato di esperienze negative con editori. Puoi essere un po’ più specifico (non sei obbligato a fare nomi!)?

Mmh… preferirei non parlarne. E’ una questione difficile da spiegare. Comunque riguarda dei soldi, un contratto non rispettato, un libro mai pubblicato, e soprattutto una amicizia disattesa… sono passati tanti anni ma brucia ancora un pochino. Il libro in questione, comunque, è in realtà una trilogia, che tentai di pubblicare in tre anni dal 1997 al 1999… di quella trilogia furono pubblicati solo i primi due volumi (e vendettero bene… quasi da andare in ristampa…). Oggi è possibile comprarla su Lulu.com.

 

Secondo te, che importanza ha il successo per uno scrittore?

Non lo so. Credo dipenda dalle persone. A me piace scrivere. E non sono interessato al successo. Dal 1999 (anno in cui ho pubblicato l’ultimo libro del mio “primo periodo”) a oggi, nonostante non abbia mai diffuso nulla di mio (neanche tramite internet) non ho mai smesso di scrivere. Scrivo perché mi piace, perché ho tante idee, perché è un modo di fuggire da una vita che… vabbé!

Sicuramente mi piacerebbe “vivere” facendo quello che più mi piace. Ma la fama non è una mia prerogativa.

D’altro canto, conosco altri scrittori che invece vorrebbero la luce della ribalta, il riflettore puntato su di loro, il riconoscimento da parte del pubblico.

Ovvio che, in Italia, l’unico modo di guadagnarsi da vivere scrivendo, è quello di diventare famosi. Troppa poca gente legge per passione. La media è sconvolgentemente bassa. Il 40% della popolazione compra almeno un libro all’anno… e gli appassionati di lettura non superano il 20%… di quel 40%.

Se non si è famosi, non si vende. Se non si vende, non si guadagna. Se non si guadagna… bisogna fare qualcos’altro per vivere. In pratica, potrei rimandarti a quanto ho detto qualche domanda fa.

 

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

I dialoghi mi vengono naturali. Ho scritto racconti, anche lunghi, costituiti solamente da dialoghi.

Li trovo stimolanti e, in un certo senso, credo anche che con essi si riesca molto meglio a caratterizzare i personaggi. In effetti io non sono il tipo da descrivere a fondo un personaggio. Nelle mie storie, di solito, i personaggi si rivelano un poco alla volta. Un po’ come avviene nella vita reale. Se cammini lungo un marciapiede, vedi una persona che ti viene incontro. Di lei non sai nulla. Puoi giusto vedere com’è vestita, come cammina. Se questa si ferma e ti rivolge la parola, allora cominci a conoscere qualcosa in più di lui. Ma non tutto. La parte interiore di ogni persona rimane sempre nascosta. E nelle mie storie cerco di mantenere questa regola. Non svelo mai tutto quanto e lascio al lettore il “gioco delle parti”… lascio a lui l’interpretazione. Questo rende la storia un po’ più personale (a mio parere), in quanto ogni lettore interpreta i personaggi in base alle proprie esperienze e alle proprie sensazioni. Alcuni miei amici, leggendo 31 ottobre, mi hanno descritto alcuni personaggi in modo molto differente… è una cosa che mi piace molto.

Quanto alle descrizioni dei luoghi. Anche qui, non sono mai dettagliato. Non mi piace mostrare uno scenario con “la vista aerea”. I luoghi li descrivo con gli occhi dei personaggi che li attraversano. Mostro alcuni particolari, quelli che magari vengono colti dal personaggio, e altri li lascio intuire. A volte, addirittura faccio descrivere i luoghi ai personaggi, nel dialogo.

Tutto questo preambolo per dire che le tre parti, per me, sono congiunte tra loro e non possono essere veramente distinte. Quindi è difficile dire cosa preferisco. Sono tre cose che non riesco a separare.

 

E quale trovi più difficile?

Principalmente, nessuno dei tre. Ad ogni modo, la descrizione dei luoghi e la caratterizzazione dei personaggi è un pochino più complessa. Solitamente faccio delle ricerche, dei sopralluoghi. Vado nel luogo in cui si svolge l’azione, faccio fotografie a casaccio, proprio per “individuare dettagli casuali”, studio le persone che frequentano il luogo, il loro modo di parlare, il loro modo di vestire. Faccio foto anche a loro, se necessario. Da questo lavoro, in seguito, estrapolo ciò che mi serve veramente. Alla fine, direi che non trovo siano più difficili, piuttosto sono “più impegnativi”.

 

Che consigli daresti a scrittori  non ancora pubblicati?

Beh, non mi ritengo certo un “maestro”. E neppure uno scrittore famoso. Tanto che la casa editrice con cui ho pubblicato ha la cattiva nomea di “stampa-tutto”. Ovviamente non credo in questa cattiva fama… ho conosciuto delle case editrici “stampa-tutto” e tra queste e la Il filo c’è differenza. Ad ogni modo, per tornare all’argomento della domanda, che consigli potrei dare?

1)      Scrivere. Scrivere anche quando non si ha l’ispirazione. Se non si ha ispirazione è il momento buono per fare esercizio e, in fondo, cos’è l’ispirazione? A volte, in pomeriggi in cui sono annoiato, prendo carta e penna, mi affaccio alla finestra e provo a raccontare quello che succede in strada… Altre volte prendo fuori un vecchio lavoro e provo a “raddrizzarlo” nei punti in cui vedo che non “gira” bene.

2)      Leggere. Leggere tanto. E leggere cose differenti. Non rimanere ancorati ad un solo genere. Fissarsi su un genere finisce per inaridire lo spirito. Aprirsi ad un mondo più vasto aiuta a trovare i segnali nascosti, ad essere attirati da un’ispirazione che altrimenti non arriverebbe mai. Bisogna leggere i classici, i gialli, il fantasy, la fantascienza, i romanzi rosa… bisogna costruirsi un back-ground il più vasto possibile. Ovvio che avrete sempre un preferito. Ma è sempre meglio saggiare anche le altre strade, piuttosto che percorrere per tutta la vita un unico sentiero.

3)      Osservare. Guardare il mondo come se si fosse dall’altro capo di un binocolo. Imparare ad osservare è importante per poi capire come descrivere. La mia passione per la fotografia, lo ammetto, mi ha aiutato tanto.

4)      Vivere. Avere il coraggio di fare scelte differenti. Provare la solitudine, provare l’amore, provare la paura, provare il senso di pericolo. Ovviamente, senza esagerare. Ma se certe cose non si provano in prima persona, è poi difficile essere credibili quando le si descrive.

5)      Studiare. Se si vuole scrivere un romanzo. Bisogna prima documentarsi. O documentarsi “durante” la stesura (io faccio così… anche perché non so mai dove porta una storia). Bisogna, ribadisco, essere credibili. Se scrivessi una storia sul crollo delle torri gemelle, non pretenderei mai che fosse lo schianto di un Cesna a buttarle giù. Bisogna sapere che tipo di aereo le ha fatte crollare. Sono dettagli… è vero, ma chi legge si accorge di queste cose (e in 31 ottobre qualcosina mi è scappata).

 

Come è nato in te l’amore per la scrittura?

Non lo so. Quando sfoglio le foto di famiglia, e le giro sul retro, trovo dei segni fatti a biro. I miei mi hanno raccontato che li ho fatti io. Sin da piccolissimo ho sempre maneggiato delle biro, dei pennarelli, delle matite. Ho sempre cercato di “scrivere” e di comunicare con la scrittura. Diciamo che ce l’ho nel sangue. 

 

Venderesti i diritti de “31 ottobre” per fare un film?

Si, e ammetto che mi darebbe soddisfazione. In fondo, un’altra mia passione è il cinema. E non c’è settimana che io non entri in una sala. Figurati che ho fatto amicizia col personale del cinema vicino a casa mia…

 

Hai amici scrittori?

Famosi? Non credo. Esordienti come me… ne ho conosciuto qualcuno online, grazie al blog dedicato a 31 ottobre e, lo ammetto, alcuni sono piuttosto bravi, molto più bravi di me.

 

Cerchi di ispirarti a un scrittore (famoso) in particolare?

No. Scrivo istintivamente. Con il mio “stile”. Ma, in fondo, chi può saperlo. Ho più di 400 libri in casa mia. Qualcosa avrò mutuato anche da quei libri. Ma una fonte di ispirazione vera non ce l’ho. Anche perché leggo proprio di tutto, dalla fantascienza a Ovidio.

 

Quanto leggi?

Tanto, per quanto possa permettermi la vita di “adulto”. Da ragazzo leggevo un libro a settimana, forse anche di più. Ora, ahimé, ci sono più responsabilità, più lavoro… diciamo che leggo 20/30 libri all’anno circa.

 

Cosa stai leggendo al momento?

Tre libri.

“The Gun Sellers” di Hugh Laurie (il Dr. house) in lingua originale. “Twentyfour 2 Six” di Alessandro Girola (scrittore emergente ed amico) e… “il Dolore Perfetto” di Ugo Riccarelli.

Intervista a Vito Ferro

13 ottobre 2007

Parlami dell’ultimo libro che hai scritto.

Sono due. Uno è un piccolo campionario dell’abbandono, si intitola “L’ho lasciata perché l’amavo troppo” (Coniglio Editore, Roma 2007) e raccoglie centinai di motivazioni per lasciare una persona. Credo faccia ridere. L’altro si intitola “Condominio reale” è un romanzo e parla di un condominio che diviene la sede di un grottesco reality show (Edizioni di Latta, Milano 2007). Credo faccia ridere, e un po’ riflettere.

Ti piace l’Ulisse di James Joyce?

Non l’ho mai letto.

Cosa pensi del rapporto mass media e letteratura?

Perché, c’è un rapporto? In televisione non si parla mai dei libri che mi piacciono.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri?

Io ho la mia enciclopedia che neanche Wikipedia… Si chiama Giorgio ed è un mio amico. Lui sa tutto. Poi c’è al vita quotidiana con le sue falle logiche, la gente. I libri anche.

Cosa pensi del fenomeno dei ghost writers se mai stato tentato di scrivere per autori famosi?

Non me lo ha mai proposto nessuno. Non che io mi sia fatto avanti. Un mestiere come un altro, credo.

Ad un giovane scrittore che non abbia ancora pubblicato che consigli daresti?

Non ossessionarsi col volere pubblicare a tutti i costi con ogni mezzo. Riflettere. Aspettare. Intanto godersela, la vita. E’ più importante.

Abiti a Torino, in che modo questa città ha influenzato la tua narrativa?

In molti modi: è del nord ma c’è tutto il meridione dentro, è fredda ma ha una vita notturna spiccata, è grigia ma adatta alla malinconia e alla dolcezza. E’ magica in quanto non ti assilla con sguardi asfissianti, discreta fino alla malinconia. Fa venire voglia di scrivere stare qui.

Ami scrivere racconti?

Molto, soprattutto brevi.

Ti piace Raymond Carver?

Sì, ma non impazzisco per lui.

Definiscimi la parola indipendenza.

Un dialogo interno fitto e costante, preservato e rigoglioso.Solo con se stessi.

Hai senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Sono molto spiritoso. Senti: Nonno, la senti questa puzza di morto? Nonno? Nonno?

Ti piacerebbe scrivere per il cinema?

Sì, molto.

Quale è il tuo poeta preferito?

Baudelaire.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Buzzati, Miller, Cortazar, Kafka, Nietzsche, Dostoevskij, Gogol, Marias. Tanti, troppi.

Che libro stai leggendo al momento?

Fatti inquietanti, di Wilcock

Ami la poesia?

Certo.

Parlami del libro più bello che hai letto.

Il libro più bello che ho letto l’ha trovato mio nonno nella spazzatura quando avevo 10 anni. Stavamo tornando a casa da scuola, pomeriggio di novembre freddo, umido, e lui ha visto spuntare qualcosa di luccicante dal bordo del cassonetto. Ha preso quella cosa e, dopo essersi accertato che cosa contenesse, me l’ha donata. Erano le avventure di Pierino di Piero Chiara. L’ho riletto milioni di volte, lo ho ancora con me.

Quale è la tua opinione sulla situazione degli scrittori in Italia. Sei pessimista?

Sì, tranne Camilleri e alcuni giovani sconosciuti, non mi piace altro.

Quanto tempo impieghi nella stesura di un libro?

Alla stesura un mese al massimo. E dopo che nascono i dolori.

Hai un metodo di scrittura: fai molte stesure, scrivi di getto?

Di getto. Facilmente, con entusiasmo, nel mezzo del disturbo di casa mia e della città.

La parte logorante è il dopo. Quando tutto è fatto e sembra legno grezzo.

Scrivi preferibilmente in un periodo della giornata: mattino, pomeriggio, sera?

Mattino e notte.

I tuoi libri sono tradotti anche in altre lingue?

Lo saranno presto in americano.

Pensi che un libro possa cambiare la gente e così il mondo?

La gente e il mondo no, qualche individuo sì. Che forse sarebbe cambiato comunque anche senza quel libro. Diciamo che un libro accelera o facilita un processo, forse.

Hai relazioni di amicizia con altri scrittori? Quali?

Conosco tanta gente che scrive. Alcuni sono miei amici. Ma solo quelli che non si prendono troppo sul serio.

L’uso dell’ironia nei tuoi libri che valenza ha?

E’ fondamentale, insieme al grottesco.

Che lettori preferisci?

Persone con le quali sarebbe bello chiacchierare.

Ami la letteratura undergrond?

Quando merita.

Quale è il tuo autore di fantascienza preferito?

P.K.Dick.

Quale è il tuo libro che preferisci e perché.

I Fratelli Karamazov. Perché c’è tutta l’umanità dentro con le sue idee, meschinità, altezze, verità. E quindi ci sono un po’ anche io.

Hai mai scritto per la televisione? Ti piacerebbe farlo?

Ho scritto diverse cose ma ho paura di vedermele rubare. Sono cose geniali.

Intervista ad Alessandra Bianchi

2 ottobre 2007

Parlami del tuo primo libro “Lesbo è un isola del mar dell’Egeo”edito per la Borelli editore.

E’ un romanzo, in parte autobiografico: prende spunto dalla mia vita, ma ci sono anche episodi di pura fantasia. E’ il percorso sessuale di una donna, che dopo una delusione amorosa sceglie la strada del degrado.

Stai scrivendo un nuovo libro?

Al momento no. Deve scattare una scintilla, e per ora non è scattata. Scrivo molto sul mio blog.

Cosa stai leggendo al momento?

Il nuovo romanzo di Ken Follett, seguito de “I pilastri della terra“.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Spazio molto. Dostoeskij, Tolkien, il primo Stephen King: come vedi autori lontanissimi fra loro. Per quanto riguarda l’Italia Isabella Santacroce.

Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?

Scrivo sempre di getto, preferibilmente al mattino o nelle prime ore del pomeriggio. Ogni mille parole (circa) mi fermo e apporto qualche correzione. Cerco di mantenere una disciplina, lavorando possibilmente tutti i giorni.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Amo soprattutto la poesia classica. Foscolo, Leopardi, Carducci e naturalmente Saffo!

Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?

Direi di no.

Cos’è l’erotismo per te, come lo filtri nei tuoi libri?

C’è una distinzione importante da fare: amo l’erotismo ma non la pornografia. Nell’erotismo ci deve essere poesia, sentimento. Deve intrigare, senza mai cadere nella volgarità.

Per uno scrittore che importanza ha il successo?

Bella domanda! Per adesso non so rispondere…

Hai senso dell’umorismo dimmi una barzelletta.

Ho senso dell’umorismo, ma purtroppo dimentico sempre le barzellette.

Ami più leggere o scrivere?

Amo molto leggere. Ma scrivere è la mia vita.

Definiscimi la parola amore.

Passione, stima, condivisione.

Hai letto Tolstoj ?

Sì, e anche Gogol e molti altri russi. Apprezzo tantissimo la profondità della letteratura russa.

Quando hai capito di essere una scrittrice?

Non so se posso definirmi tale… Ho incominciato a “scrivere” a sei anni.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene?

Beh sarei contenta se il mio libro diventasse un film. Va detto tuttavia che, a parte qualche rara eccezione, le trasposizioni cinematografiche di un libro risultano spesso deludenti. Se “Lesbo è un’isola del Mar Egeo” diventasse un film, mi piacerebbe che fosse Martina Stella la protagonista.

Sei felice quando scrivi?

Sempre!

Cosa preferisci di più scrivere in un libro, i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi?

Ho qualche difficoltà con i dialoghi. Infatti non li uso molto. Preferisco soffermarmi sulla caratterizzazione dei personaggi, la descrizione della natura, anche l’azione.

Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?

Mi piace il teatro, ma avendo difficoltà con i dialoghi non sarei in grado di scrivere degli script teatrali.

Hai fatto fatica a pubblicare il tuo primo libro?

Fu l’editore a contattarmi!

Che consigli daresti a scrittori non ancora pubblicati?

Che la strada è molto dura. E’ difficile farsi prendere in considerazione da una casa editrice. Tuttavia non bisogna mai arrendersi. E soprattutto non si deve pubblicare a pagamento. Si sprecano soldi inutilmente.

Intervista a Eliselle a cura di Giulietta Iannone

22 settembre 2007

eliselleCome è nato in te l’amore per la scrittura?

È una domanda difficile. Da piccola ho sempre avuto la passione per la scrittura, rompevo le scatole a mio padre perché mi insegnasse a leggere, ero curiosa. Alle elementari scrivevo poesie. Durante l’adolescenza ho scritto diari su diari, come terapia. La scrittura è sempre stata parte di me e del mio modo di essere e di parlare con me stessa e con gli altri, è stato impossibile non amarla perché in certi periodi era davvero l’unico mezzo di comunicazione che avevo col mondo.

Cosa stai leggendo al momento?

Sto leggendo due romanzi, diversissimi tra loro: Amore senza amore di Michelle Tea e Se domani farà bel tempo di Luca Bianchini.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ce ne sono talmente tanti che non saprei da dove iniziare. Quelli contemporanei a cui faccio riferimento più spesso sono Valerio Massimo Manfredi, che seguo non solo come romanziere ma anche come saggista, Ellis e Welsh, Cornwell e Llywelyn per i romanzi storici, Wendy Holden per la chick lit, Ken Follett di cui sto attendendo con ansia il seguito de I pilastri della terra. Poi ci sono quelli che ti fanno studiare a scuola a forza, e di cui non comprendi subito la grandezza, e vai in seguito a recuperare perché non ne puoi fare a meno: Pirandello, Calvino, Fenoglio, Manzoni, Verga. Sono tanti.

Parlami del tuo metodo di scrittura, ne ha i uno, scrivi di getto, fa i molte stesure?

Nessun metodo particolare. Mi viene un’idea e la appunto. Poi ci lavoro, anche anni dopo. Per la stesura, dipende: a volte le parole escono da sole, altre volte le devo ripensare e riscrivere, ma cerco di non perdermi. L’ultimo romanzo è nato quasi di getto perché avevo le idee molto chiare, e durante la fase di scrittura mi veniva naturale apporre qualche modifica a quello che avevo in mente, con naturalezza.

Cosa pensi della relazione tra essere donna e scrittrice?

Non la vedo in questi termini: la relazione è tra la persona e la scrittura, non tra il sesso di appartenenza e la scrittura, nonostante ci siano le famose “etichette” che tentano di imbrigliare quello che scrivi, di catalogarlo in qualche modo (a volte sbagliando decisamente – e spesso consapevolmente: il marketing tiranno – definizione). Io non mi sento ancora “scrittrice” perché il mio è un continuo cammino di ricerca e sperimentazione e più che altro scrivo per imparare, evolvere, migliorarmi.

Ti senti in qualche modo parte di un movimento femminista che usa la scrittura come strumento di affermazione?

Spesso nei miei racconti e nelle mie storie parlo di donne, e a volte sono donne schiacciate da un mondo ancora molto maschile e maschilista: più che di un movimento femminista, mi sento parte di quella corrente di donne che scrivono usando l’ironia, anche pungente e dissacratoria, per puntare il dito contro quello che non va. In alcuni pezzi, più che l’ironia ho utilizzato il sarcasmo. In altri la drammaticità della violenza. Ma ho un modo tutto mio di vedere le cose e interpretarle.

Per uno scrittore che importanza ha il successo?

Dipende. A volte ti permette di avere la sicurezza necessaria per dedicarti solo alla scrittura senza avere bisogno di un secondo lavoro per mantenere la tua vera passione. Altre volte il successo può diventare la tomba dell’ispirazione, delle buone idee e della buona scrittura: a mio avviso serve un certo grado di concretezza per non perdere il contatto con la realtà e continuare a dare fondo al talento, all’ispirazione. Poi ripeto, dipende sempre da quello che uno vuole e cerca: se si vuole diventare una literature-star e concorrere con le rock-star, allora è un altro paio di maniche.

Stai scrivendo attualmente?

Ho appena finito un nuovo romanzo, molto divertente, e al momento sto recuperando energie e riattivando i circuiti. La scrittura dovrà aspettare, solamente per un po’.

Ami più leggere o scrivere?

Se leggo mi dimentico di mangiare, bere, uscire, chiamare gli amici, in una parola vivere, ma non smetterei mai. Se scrivo, dopo un po’ devo staccare per non essere completamente assorbita delle mie energie. Parlando di impegno, sento meno quello della lettura, è più immediata e piacevole. Ma parlando di amore, devo dire che amo entrambe le cose.

Definiscimi la parola talento.

Un dono, una caratteristica innata che si manifesta naturalmente, ma che va allenata costantemente, come un muscolo, per poter essere potenziata e dare il meglio.

Che studi hai fatto? Hai imparato ad amare i libri sui banchi di scuola?

Ho fatto studi classici anche perché amavo leggere, e per me non è stato troppo difficile adattarmi alle richieste degli insegnanti che mi riempivano di libri per fare tesine, schede e temi in classe. Certo come tutti gli alunni del mondo alcuni autori li ho davvero amati, altri li ho solo sopportati. Ma col tempo ho imparato ad apprezzarli.

Hai letto Tolstoj ?

Sì, a scuola. Faceva parte degli autori che sopportavo. Per assurdo, però, amavo Manzoni, che solitamente è odiato dalla maggioranza degli studenti. I casi strani della vita…

Quando hai capito di essere una scrittrice?

Mi sono accostata alla scrittura in modo diverso dopo i vent’anni. Prima era solo una valvola di sfogo personale, poi ha subito un’evoluzione naturale e finalmente ho preso le distanze da me stessa e dal mio ombelico. Ho iniziato a raccontare di altro, di altri. A osservare di più la realtà. Ad ascoltare meglio quello che mi circondava. A dargli voce. Chissà, forse questa è la strada giusta per diventare una scrittrice.

Ami la poesia? Stai leggendo libri di poesia attualmente?

Li leggo a volte per lavoro, per la rassegna letteraria che curo per Delirio.NET, il portale di attualità che seguo da quattro anni. Per le mie letture personali, però, sono sincera: preferisco la prosa.

Parlami della relazione tra cinema e letteratura, pensi che sia un bene?

Io trovo che le contaminazioni e gli scambi tra le arti siano ricchezza. Io amo molto sia cinema che letteratura, a volte una pellicola ti può ispirare per scrivere e tirare fuori quel che hai dentro. E allo stesso modo da un romanzo può scaturire un grande film. Come sempre, dipende dall’uso che si vuole fare delle idee.

Sei felice quando scrivi?

A volte sono felice, altre volte divertita, altre ancora incazzata. Scrivere amplifica i miei stati d’animo ma allo stesso tempo, in qualche modo, mi rasserena e mi permette di esprimere le mie emozioni. Mi libera.

Trovi interessante il teatro? Ti piacerebbe scrivere degli script teatrali?

Mi ha sempre affascinato. Alcuni miei testi sono diventati monologhi per Strettamente Riservato, uno spettacolo che si tiene in teatri off milanesi da qualche anno, con un buon successo di pubblico. Ora sto scrivendo e curando una sperimentazione teatrale, tratta da un progetto web su Liberaeva.com (che diventerà un libro a Ottobre coi pezzi migliori), intitolato Le interviste impossibili. Sul palcoscenico, tre grandi donne della storia e del fumetto che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: Matilde di Canossa, Beatrice di Dante e Eva Kant. La rappresentazione è già stata fissata e verrà a fatta a fine Ottobre.

Ti hanno mai chiesto di scrivere per la tv, sceneggiature, spot, palinsesti televisivi?

Sì, ed è stato divertente. Ti mette a contatto con un modo diverso di scrivere, contano i dialoghi, è un’ottima palestra per allenare la mente e affinare alcune tecniche.

Conosci altri scrittori? Che rapporti vi lega?

Conosco tanti scrittori, li intervisto per Delirio.NET, dialogo con loro, li presento agli eventi, alle volte mi presentano loro. Con alcuni nascono bei legami d’amicizia, con altri ci sono solo rapporti professionali.

Oltre a scrivere svolgi altri lavori legati all’editoria?

Mi occupo spesso delle bozze con tutto quel che ne consegue: lettura, correzione, editing, consigli e proposte all’autore. Spero che si trasformi in un lavoro, prima o poi.

Hai già un agente letterario, se sì, che rapporto vi lega, è un semplice rapporto professionale, un’amicizia, un rapporto di amore-odio?

Non ho un agente letterario. Finché posso e riesco, faccio da me. In futuro, si vedrà.

Eliselle è nata a Modena nel 1978. Laureata in Storia Medievale con un Master in Diritto della Comunicazione, lavora come copywriter. Inizia a scrivere giovanissima per passione e ha al suo attivo tre romanzi, Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (Effedue Edizioni, 2005), Nel paese delle ragazze suicide (Coniglio Editore, 2006) ed Ecstasy Love (Eumeswil Edizioni, 2007). Ha scritto il romanzo storico Francigena – Novellario a.D. 1107 (Fabrizio Filios Editore, 2007) insieme a due scrittori modenesi e firmandolo col suo nome e cognome. Ha appena concluso il suo ultimo romanzo. Ama scrivere racconti, ha partecipato a numerose antologie ed è presente su diversi siti web dedicati alla scrittura. Alcuni suoi testi vengono rappresentati in teatri off off milanesi. Collabora con riviste online e cartacee di attualità, erotismo e cultura e per la rubrica letteraria di Blue. I suoi siti personali sono Eliselle.com e Delirio.NET.

Intervista a Martino Savorani

17 settembre 2007

Parlami del tuo primo libro, come hai scelto il genere racconti?

All’inizio mi è venuto naturale scrivere racconti, iniziare con un romanzo mi pareva un’impresa impossibile. Poi, col tempo, ho scoperto le potenzialità de genere “racconto” e ho imparato a sfruttarle, almeno in parte. Come diceva Carter, “presto dentro, presto fuori. Senza indugi.” Questa è la filosofia del racconto. Il romanzo non è un racconto più lungo, è un’altra cosa e non è detto che sia migliore.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Ho iniziato leggendo Italo Svevo per sfida (tutti parlavano di “La coscienza di Zeno” come una noia infinita) e ho proseguito con Kafka, Pavese, Conrad (e Stephen King…), ma la passione per i racconti è esplosa con Carver e, soprattutto, Dino Buzzati.

Studi editoria, desideri continuare a scrivere o preferisci altri mestieri nel campo editoriale?

Studio editoria in conseguenza del fatto che scrivo. Penso che lavorare sui testi altrui sia un’occasione importantissima sia per scoprire autori sennò sconosciuti, sia per poter migliorare il processo di selezione del prodotto libro, prediligendo lavori anche dal grande spessore umano piuttosto che i soliti esercizi di stile. Alessandro Manzoni non è certo ricordato per il suo stile!

Cosa stai leggendo attualmente?

Attualmente sono a metà di due libri, “Sessanta racconti” di Dino Buzzati e “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Pubblicare un libro è, ahimè, più semplice di quel che sembra. Questo va a discapito della selezione editoriale e provoca la saturazione del mercato. Buoni scrittori rimarranno ai margini, sopravanzati da penne più alla moda.

Hai un agente letterario?

No, e a vedere e vivere lo stato confusionario dell’editoria italiana mi rendo conto che ne avrei davvero bisogno.

Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi tutti i giorni?

No, purtroppo no. Purtroppo perché non ho abbastanza tempo, ma per fortuna perché penso sia impossibile scrivere tutti i giorni senza cadere nel “narrativismo”. Spiego: magari si riesce a costruire una storia, anche non banale e ben scritta, stendendo 10 pagine al giorno, ma uno scrittore ha bisogno di tempo per vivere e fare esperienza del mondo per poterla poi riversare sul foglio. Non mi interessa raccontare una storia, ma una vita: questo è il mio tentativo.

Scrivi di getto, fai molte stesure?

Io scrivo di getto, anche se il ritmo è blando, magari stendo una pagina in un’ora e poi chiudo tutto. Di solito quando inizio un racconto vado dritto fino alla fine, senza tornare indietro mai. In questo modo semino un sacco di cadaveri linguistici per strada, ma non ci faccio caso: solo quando metto la parola “fine” rileggo il tutto, correggo le imprecisioni e metto a posto l’italiano.

Prediligi il racconto breve o lungo?

Dipende dalla storia che devo scrivere. Ne scrivo alcuni di 3 pagine e altri di 10-20, ma quando inizio un racconto non so quanto verrà lungo. Io scrivo la storia, con calma, coi tempi giusti, e poi la chiudo al momento opportuno: è la storia a decidere la lunghezza.

Di un racconto preferisci la descrizione dei luoghi, dei personaggi o i dialoghi?

La descrizione dei luoghi dagli occhi dei personaggi: descrivendo il luogo, descrivo il personaggio.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Carver, Buzzati, Pavese e Svevo… di quelli in vita devo molto a un poeta nascente (ma sta già pubblicando il secondo libro), Pietro Federico.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Il mondo no, ma una dozzina di persone sì. O almeno lo spero.

Ami gli scrittori di fantascienza? Qual è il tuo preferito?

Ho letto solo un libro di Isaac Asimov, era meraviglioso. Paradossalmente, descrive il mondo di oggi più e meglio di un libro di, che ne so, Melissa P. o Moccia .

Pensi che alcuni scrittori siano “cattivi maestri”?

No, penso che alcuni scrittori non siano maestri.

Ascolti musica mentre scrivi?

Se sono teso Badly Drawn Boy o i Perturbazione, se sono stanco ZZ Top o Mark Lanegan, ma il più delle volte non sono né l’uno né l’altro e metto su Mike Oldfield.

Quali strumenti di scrittura preferisci?

Scrivo solo al PC, a biro pasticcio troppo.

Fare il correttore di bozze cosa ti ha insegnato?

Per ora che la gente non sa scrivere… a parte gli scherzi, ho imparato a usare correttamente le virgole (non ridete, non è facile come sembra!), peccato che il libro l’abbia già pubblicato!

Il mondo dell’editoria è pieno di figure professionali poco note, quali?

Io penso che quelli poco noti siano solo gli scrittori, purtroppo.

Hai amici scrittori?

Oltre a Pietro Federico indicherei Samuele Donati, anche se lui non si definirebbe tale. Prima o poi lo costringerò a pubblicare con la forza.

Ami la poesia? Qual è il tuo poeta preferito?

Di poesia non capisco nulla, però apprezzo Leopardi e, ultimamente, sto riscoprendo Pascoli (che, tra l’altro, è romagnolo come me).

Ti piacerebbero se facessero un corto con un tuo racconto E’ già successo?

I miei racconti sarebbero perfetti per dei cortometraggi… con alcuni ci si potrebbero fare anche dei muti, vista la povertà di dialoghi. Comunque sì, mi piacerebbe molto e non è detto che sia una cosa del tutto campata in aria: ho già intravisto uno spiraglio…

Hai mai scritto sceneggiature?

No: è un tipo di scrittura che non mi affascina. Poi, in generale, l’idea di scrivere a comando non mi attira.

Ti piacerebbe anche scrivere per la tv?

Scrivere per la tv, secondo me, è un ossimoro.

Cosa stai scrivendo attualmente?

Un racconto ambientato in un piccolo paese, la storia di un innamoramento. Essendo solo alla seconda pagina non ho ancora scoperto se si innamora solo lui o anche lei.

Passerai al romanzo o prediligi i racconti?

Penso che rimarrò fermo ai racconti ancora per… a occhio e croce, altri 10 dieci anni.

Qual è il libro più bello che hai mai letto?

“Il deserto dei Tartari” e “La coscienza di Zeno”, impossibile scegliere!

Intervista a Valentina Demelas

13 settembre 2007

Parlami del tuo libro “Basta che ci sia posto” Traccediverse (2006) come è nato?

“Basta che ci sia posto” è la rielaborazione romanzata di un percorso conoscitivo ed evolutivo da me compiuto durante l’adolescenza. È un viaggio di formazione atto ad insegnare come sia possibile diventare più profondi, più felici, anche nel dolore e nelle contraddizioni. Il testo non è autobiografico, tuttavia mi identifico nel percorso di Camilla, la protagonista, che durante l’adolescenza conosce la rabbia e l’orgoglio dovuti alle insicurezze comuni a tante giovani, e ne resta vittima, incapace inizialmente di comprendere questi sentimenti. La successiva comprensione e la trasmissione di questa agli altri, si evidenzia come punto di partenza per un cambiamento positivo: verso la vita, l’amore, i rapporti autentici, lo sforzo di mettersi in gioco per divenire adulti, l’abilità a raccontarsi per guarirsi. La necessità di comunicare, di trasmettere agli altri gli insegnamenti che la vita mi aveva dato e la speranza di poter in qualche modo essere utile, mi spinsero alla stesura di un testo maggiormente impegnativo rispetto ai racconti e alle poesie che mi dilettavo a scrivere dai tempi della scuola media. La storia che ho raccontato non avrebbe certamente potuto essere riassunta in un racconto, sebbene lungo. Scrissi la prima stesura di getto, come fosse un diario, o una lunga lettera ad un’amica immaginaria. In seguito divisi il testo in capitoli, apportando svariate modifiche e correzioni. Dopo circa un anno di scrittura, mi trovai tra le mani la bozza del mio romanzo d’esordio.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

I miei scrittori preferiti sono Brizzi, Culicchia, Tamaro, De Carlo, Tondelli, Fante, Hemingway, Kerouac, Ginsberg, Morante, Calvino, Tolstoj, Salinger, Dostoevskij, Bukowski, Coelho, solo per citarne alcuni…

Leggi Dacia Maraini?

Di Dacia Maraini ho letto solo “Buio” e “Colomba”.

Da donna che cosa pensi sull’essere scrittrice?

Essere scrittrice secondo me significa avere la capacità di guardare il mondo attraverso un filtro, servendosi della sensibilità femminile per osservare, ascoltare, indagare, assorbire, sentire, riflettere, rielaborare, districare, ricercando la perfezione nell’esprimere le emozioni attraverso la scrittura.

Cosa stai leggendo attualmente?

Ai tempi della scuola ho preso l’abitudine di leggere più libri contemporaneamente. Ho terminato che non è molto “Mal di pietre” di Milena Agus e “Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro” di Enrico Brizzi. Devo ultimare “I segreti del risveglio” di Osho e “La strega di Portobello” di Coelho. Mi accingo ad iniziare “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani e “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini. Molto spesso mi capita di rileggere “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coleho e “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry, che adoro sfogliare, gustando i miei capitoli preferiti.

E’ stato difficile pubblicare il tuo primo libro?

Assolutamente no. Spedii la versione definitiva del romanzo a diverse case editrici medio-piccole. Ricevetti diverse proposte di pubblicazione, di cui un paio con contributo che non avrei accettato. Felice, ma non totalmente convinta, inviai il testo via email a Michele Di Salvo, il mio editore, che lo lesse personalmente in una notte e mi fece immediatamente inviare il contratto di pubblicazione da Traccediverse.

Hai un agente letterario?

No, per il momento non ho ancora un agente letterario.

Quale è la tua poetessa preferita?

Amo visceralmente i versi preziosi di Alda Merini.

Leggi autori giapponesi come Murakami o Yoshimoto?

Di Banana Yoshimoto, di cui adoro l’ indagare i comportamenti umani, la sensibilità, la dolcezza, la malinconia, e particolarmente la scrittura urlata e sussurrata, ho letto “Kitchen”, “Il corpo sa tutto”, “Presagio triste” e “L’abito di piume”. Di Murakami non ho mai letto nulla.

Ti piace “Seta” di Baricco?

Ho letto diversi libri di Baricco, mi piace “Seta”, ho amato “Novecento”, “Oceano mare”, “Senza sangue”. “Seta” è stato il primo, grazie al quale mi sono innamorata della scrittura di Baricco, della sua capacità di rendere interessanti, poetiche e magiche le storie che racconta. Sono affascinata dalle sue metafore, dal fascino del suo narrare, dalla sua sorprendente capacità di incantare il lettore.

Per una scrittrice come si preserva la propria integrità spirituale nel mondo editoriale?

A mio avviso è essenziale mantenersi umili, non sentirsi mai “arrivati”, continuare a leggere, a fare esercizio, affinare la tecnica, migliorarsi, libro dopo libro. Pensare alla scrittura come ad un lavoro da svolgere con ordine, impegno, allegria e passione. Non amo chi si sente “personaggio”. È giusto coltivare la propria eccentricità, quando è reale e non forzata. È doveroso essere spontanei, senza risultare costruiti. Mi metto continuamente in gioco, non perdo di vista la voglia di imparare e non mi prendo mai troppo sul serio. La scrittura oltre ad essere per me un piacere, un’emozione, è un mestiere. Desidero arrivare alla mente, all’anima, al cuore e al cervello del lettore. Non scrivo unicamente per intrattenere, per sfornare belle storie che svaniscono all’ultima pagina.

L’erotismo è importante nei tuoi libri?

L’erotismo non è essenziale nei miei libri, ne faccio uso se è funzionale alla narrazione, e mai in modo volgare e gratuito. Preferisco lasciare intuire, suggerire, in modo raffinato e sottile. Nei miei libri indago i sentimenti: scrivendo dell’amore tra due persone, per esempio, è naturale ricorrere al sesso, anche a tinte piuttosto forti, proprio perché fa parte della realtà, è del tutto verosimile.

Come ti documenti per i tuoi libri, preferisci internet, o le biblioteche?

Solitamente utilizzo internet.

Ti piace il genere poliziesco?

Il genere poliziesco non è tra i miei favoriti, ma ho letto e apprezzato alcuni romanzi di Biondillo, Carlotto, Lucarelli, Camilleri, Pinketts e Villani.

Quando scrivi sei felice?

Quando scrivo sono al Settimo Cielo! Quando sento che la storia ha imboccato la strada giusta, e i personaggi mi sorprendono nei momenti più diversi della giornata, capita che non provi lo stimolo della sete, della fame e del sonno, come fossi innamorata. Sento l’adrenalina scorrermi nelle vene e per me esiste solo la storia che devo raccontare… Quando scrivo un racconto, una poesia, ma soprattutto un romanzo, sì, sono felice!

Che strumenti utilizzi principalmente per la scrittura?

Penna, matita e computer. A volte scrivo direttamente al computer, ma normalmente scrivo prima su un quaderno, o su fogli sparsi, o sul cellulare, e poi ricopio e “aggiusto” tutto al computer.

Una domanda tecnica. Come è il tuo metodo di scrittura, scrivi di getto, fai molte stesure?

Inizialmente scrivo di getto la prima stesura. In seguito sistemo, correggo, riscrivo, elimino… Il terzo passo è tassativamente dedicato ai dialoghi. Poi, lascio “decantare” il tutto, staccandomi fisicamente e mentalmente per almeno un mese dal testo. Quando lo riprendo, lo leggo con estrema attenzione e valuto se sia il caso di apportare ulteriori modifiche.

Intervista a Deon Meyer a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2007

imagesTi piace James Joyce?

No. Ci ho provato diverse volte a leggerlo. Tuttavia continuo a non amarlo.

Come hai capito di essere uno scrittore?

Ho sempre avuto il bisogno di scrivere. Forse uno può chiamarlo “l’impulso di scrivere”. Quando ho raggiunto i 30 anni, e l’impulso c’era ancora, ho iniziato a scrivere.

Preferisci scrivere: la descrizione dei posti, la descrizione dei personaggi, o i dialoghi?

Come scrittore preferisco creare personaggi. Qualche volta i dialoghi mi divertono parecchio. Altre volte è molto difficile.

Tu sei allo stesso tempo un giornalista e uno scrittore; che differenza c’è?

Sia come giornalista che come scrittore voglio tenere il lettore molto coinvolto Come giornalista attraverso i fatti, come scrittore di thriller tento di farlo con bugie vergognose.

Ti piace la relazione tra letteratura e cinema?

Faccio parte di una generazione cresciuta sia con i libri che con il cinema, e penso che il mio modo di scrivere sia influenzato da entrambi. Così, si, mi piace questo legame.

Tu sei uno scrittore sudafricano; cosa significa per te ? E’ una responsabilità?

Buona domanda. Penso che la mia sola responsabilità sia aiutare gli altri scrittori sudafricani ad essere pubblicati. Ma posso dirti che è molto più difficile per uno scrittore africano raggiungere il successo internazionale.

Pensi che un libro possa cambiare il mondo?

Si. Penso che i libri cambino il mondo un poco ogni giorno.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ask the Parrot di Richard Stark

Come fai a preservare la tua indipendenza spirituale nell’attuale mondo letterario?

Continuando a scrivere. Penso che la scrittura sia indipendenza spirituale.

In Sud Africa è più difficile essere giornalista o scrittore?

Bene, è un poco più difficile guadagnarsi da vivere scrivendo libri.

Leggi di nuovo i tuoi libri?

No, lo trovo molto difficile.

Quali lettori preferisci?
I lettori che comprano libri e non li prendono in prestito dalle librerie o dalle altre persone.

Ti piace di più leggere o scrivere?

Leggere è un piacere. Scrivere un lavoro. Ma non posso vivere senza entrambi.

Quali sono i tuoi scrittori viventi preferiti.

Crescendo mi sono ispirato ai grandi maestri : John D. MacDonald, Ed McBain, John le Carré, Frederick Forsyth, Ted Allbeury, Robert B. Parker … e li ammiro tutti.

Di contemporanei amo ed ho molto rispetto per Michael Connelly, Robert Harris, Ian Rankin, Dennis Lehane, Lee Child, Michael Ridpath, John Sandford, Val McDermid, George P. Pelecanos, Douglas Kennedy, Mark Bowden, Dan Brown, Harlan Coben, David Morrell, Jeffrey Deaver, Ken Follett, per nominarne alcuni.

Ti senti una persona felice?

Non molto spesso….

Quali consigli daresti ad un giovane scrittore all’inizio della sua carriera?

Scrivere è come andare in bicicletta. Quando ci provi per la prima volta molto probabilmente cadi e sanguini un poco. Ma più lo fai e meglio lo fai. Non c’è niente che migliori di più la tua scrittura che sederti ad un tavolo e scrivere. E leggere, leggere, leggere. Bisogna vedere ciò che succede nel genere che lo scrittore progetta di scrivere. Poi studiare e analizzare ciò che gli autori veramente buoni stanno facendo e soprattutto come.

Ti piace Hemingway?

Si, molto.

Hai un agente letterario?

Si, ho una meravigliosa agente: Isobel Dixon della Blae Friedmann di Londra.

Scrivi anche racconti brevi?

Si, amo molto scriverli.

Hai tu senso dell’umorismo? Dimmi una barzelletta.

Charles Dickens entra in un bar e ordina un Martini. Il barista chiede”Olive or Twist”.

Quale è la tipica qualità di un buon scrittore?

Mi viene in mente Michael Connelly. Un professionista assoluto che migliora sempre di più.

La violenza nella società contemporanea è per te un segnale di decadenza o una spetto normale dell’animo umano?

Penso ci sia stata violenza in tutte le società. Fa parte dell’animo umano e non penso che cambierà.

Quale è la tragedia shakesperiana che preferisci?

Decisamente il Giulio Cesare, e il Macbeth come secondo.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito la sceneggiatura per una serie tv in 10 parti.

Quale è il tuo romanzo preferito?
Disgrace di J. M. Coetzeeee

Si basa su fatti di cronaca “Dead Before Dying”?

Si, sempre unisco fatti e finzione.