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:: Intervista a Nicolai Lilin di Maurizio Landini

5 Maggio 2010
Lilin

Nicolai Lilin – foto Stefano Fusaro

Apriamo questa breve intervista parlando del suo nuovo libro, “Caduta libera” (Einaudi 2010): qual è il motivo che l’ha spinta a condividere un periodo così duro e doloroso della sua vita, come la partecipazione alla seconda campagna di Cecenia, e cosa le premeva comunicare ai lettori quando ha deciso di scrivere questo romanzo-reportage?

Credo che quando una persona ha qualcosa da comunicare al mondo, attraverso qualsiasi modo, deve farlo assolutamente. Tenere per se stessi le proprie esperienze, le conclusioni, i cambiamenti interni è sbagliato e poco saggio. Nella vita bisogna imparare a condividere, la condivisione può regalare una seconda vita, può diventare una nuova strada anche per chi crede di averla persa per sempre. Sulla condivisione si basa tutta la dottrina del bene umano, per questo ad certo punto, nel mio percorso ho sentito il bisogno di condividere quello che ho vissuto.
Per quanto riguarda il senso di ciò che comunica il mio libro, credo che ogni lettore percepisca quello che cerca tra le righe, quello che ognuno di noi vuole vedere: il proprio riflesso. Noi leggiamo per confrontarci con la vita, per immaginare noi stessi nei panni dei personaggi, per sentire con la nostra pelle e poi capire chi siamo, cosa vogliamo dalla vita e dove essa ci trascina. Io ho solamente raccontato come è andata la mia esperienza, tocca al lettori misurare se stesso con la realtà descritta da me.

Secondo lei, il romanzo di guerra contribuisce a trasmettere al lettore il reale dramma di un conflitto o rischia di perdersi in un susseguirsi di azioni militari avvincenti? 

Il “dramma di un conflitto” è una frase che non significa niente e non rappresenta il vero carattere di una guerra. Per me il vero dramma non è nella guerra, ma altrove, nella società pacifica. Io penso a tutte le persone che continuano a vivere, consumare, divertirsi, moltiplicarsi in santa pace, mentre da qualche parte sulla stessa terra, sotto stesso cielo, respirando la stessa aria, altre persone sono costrette a fare la guerra. Per me l’orrore è questo, la linea tra guerra e pace che si definisce con l’indifferenza e l’ipocrisia delle persone che vivono nella pace e si permettono di fare affermazioni sulla guerra, senza averla mai sentita veramente sulla pelle, senza averla mai vissuta. Dalla guerra spesso si torna puri, perché in una situazione così estrema e terribile cadono le barriere delle falsità umane. Le persone pure poi non riescono più a stare nel mondo pacifico, perché la pace forzata crea una sensazione di falsità, per questo le persone che tornano dalla guerra hanno difficoltà a vivere con le altre persone. Io nel mio libro ho cercato di raccontare le situazioni importanti, le situazioni che cancellano l’idea comune del bene e del male, delle possibilità umane. Cerco di spiegare come si trasforma l’essere umano e come diventa puro alla fine. Lo diventa attraverso un duro percorso, attraverso le atrocità e le ingiustizie. In situazioni come queste è necessario perdersi completamente per poi ritrovare se stessi. E quando si riconquista la propria anima, allora quella, strappata alle mani del diavolo, diventa pura come un diamante…

Siamo una civiltà  “fondata” sulla guerra: al giorno d’oggi, la compravendita delle armi coinvolge non solo la Russia ma anche la stragrande maggioranza dei paesi del mondo, rendendo ogni conflitto un grande business. Ritiene che sensibilizzare l’opinione pubblica su questa piaga, anche attraverso la testimonianza del dramma della guerra, possa contribuire a diffondere una “cultura della pace”?

Noi (intendo voi, come la maggior parte dei civili che non hanno mai vissuto o partecipato ad un conflitto armato) per quanto possiamo credere di essere intelligenti e capaci, non sappiamo veramente niente sulla guerra. Questa è la triste realtà dei nostri giorni. Nemmeno la parola pace significa qualcosa oggi, è uno strumento con cui i poteri corrotti e interessati nel creare una società consumista e indifesa operano un lavaggio dei cervelli di interi popoli. L’uomo deve comprendere i propri limiti, deve sapere cosa significa la guerra, il servizio militare, le armi e come si uccide. Solo allora potrà capire il vero prezzo della pace e imparare a rispettare innanzi tutto la propria vita e poi gli altri. Solo così può essere costruito un mondo vero e puro, composto da persone che conoscono e rispettano se stesse, perché solo attraverso il rispetto per se stessi si impara a rispettare gli altri, il mondo e ogni cosa che ci circonda. Non bisogna avere paura delle armi, ma degli uomini che le maneggiano. L’arma trattata con educazione e filosofia diventa uno strumento importante, una chiave filosofica ed etica nella vita delle persone, chi tiene l’arma, la rispetta e la conosce, non la userà mai contro un umano, se non nel caso di estremo pericolo. Ci preoccupiamo del traffico di armi, ma l’arma più pericolosa è il consumismo, il petrolio, il denaro, i meccanismi corrotti che ci spingono a diventare una massa di ignoranti, talmente terrorizzati da aver paura della propria ombra e permettere ogni ingiustizia. Questa è l’opinione pubblica moderna, influenzata da un branco di incapaci a pensare, ridotta a misurarsi con decisioni importanti guidata da istinti primari fuorviati. Forse la vera “cultura della pace” nascerà solo dopo la quarta guerra mondiale, quella che secondo le previsioni di Einstein sarà combattuta con pietre e bastoni.

Lei, recentemente, ha manifestato la sua solidarietà  nei confronti dei volontari di Emergency detenuti in Afganistan (1). Quanto, secondo la sua esperienza di guerra, è importante il contributo di queste associazioni?

Ho manifestato solidarietà ai volontari di Emergency perché sono miei concittadini e da cittadino italiano, che paga le tasse e fa parte di questo paese con tutti gli impegni che il mio governo mi richiede, mi disonora il fatto che delle persone con il mio stesso passaporto vengano trattate senza dovuto rispetto da un branco di terroristi, messi al potere per una ragione politica in una regione problematica. Noi spendiamo due milioni di euro ogni giorno per la nostra presenza in quel territorio come parte della ISAF, ed è così che ci trattano. Questa è nient’altro che l’ennesima riprova che non esiste “Peace-enforcing”, o fai la guerra come si deve, invadi un paese, spiani la resistenza e ricostruisci tutto come vuoi tu, oppure lascia tutto e torna a casa. Non sono un pacifista, almeno non per come questo termine viene usato e percepito nella società moderna, ma rispetto ed ammiro i nostri ragazzi che fanno volontariato nel mondo, loro sono il nostro orgoglio nazionale, dobbiamo essere vicini a loro, lasciando perdere la politica e cose varie. Senza parlare del fatto che, togliendo Emergency dalla scena afghana, i nostri servizi segreti si vedono mancare un canale sicuro e installato da anni, attraverso il quale si poteva instaurare un dialogo con i talebani. Chi partecipa a queste operazioni o non capisce niente dei meccanismi e particolarità della guerra, oppure volontariamente danneggia la posizione Italiana sulla scena internazionale.

Cosa pensa della guerra mediatica? Di come TV, giornali e internet comunicano la guerra al giorno d’oggi?

Oggi i media sono tra i peggiori nemici dell’umanità. La maggior parte dei giornalisti con la loro attività, purtroppo, compiono atti di terrorismo. Non esiste in tema di guerra una comunicazione sana, non strumentalizzata.

Dopo il suo libro “Educazione Siberiana“, qualcuno si è  affrettato a nominarlo il “Saviano russo”. È d’accordo? Cosa pensa dello scrittore Roberto Saviano? 

Roberto Saviano è la coscienza dell’Italia moderna. Spero che continuerà a portare avanti questa guerra. Lo rispetto perché è un guerriero e ha uno spirito veramente puro, non ha pietà per gli avversari e per questo gli esponenti della criminalità e la politica corrotta lo temono. Paragonare me a lui è sbagliato, io sono un umile ragazzo di trent’anni con varie esperienze alle spalle, che si è trovato un posto tranquillo e ha deciso di condividere le sue esperienze con le persone attraverso la letteratura. Lui è ancora in guerra e spero che il Signore gli dia sempre le forze per continuare a combattere il nostro male.

Dopo “Caduta Libera” ha dichiarato che scriverà un terzo libro autobiografico, incentrato sulla sua vita dopo l’esperienza della guerra in Cecenia: sarà anch’esso avventuroso come i precedenti?

Io non definirei i miei libri autobiografici, l’autobiografia è un genere letterario ben definito, al quale non mi permetterei mai di paragonare i miei lavori. I miei libri sono romanzi, scritti attingendo alle esperienze reali vissute, e non solo da me in prima persona, ma da tanta gente che conoscevo e con cui ho condiviso varie esperienze. Sinceramente non capisco il significato della frase “avventuroso come i precedenti”. Credo che la parola “avventura” stia meglio se riferita alle storie del Barone di Münchausen, o alle vicissitudini di Topolino. Io parlo della vita, di cose accadute realmente, di gente che non è stata così fortunata come me ed ha terminato l’“avventura” prematuramente e per sempre. E in modo atroce, ad esempio fatti a pezzi sotto il fuoco dei mortai, mischiati nel fango in qualche campo sotto le montagne del Caucaso. Secondo me, meritano di essere raccontati come parte di una vita, di un’esperienza profonda e indimenticabile, totale e solida. Non di un’avventura, altrimenti rischiano di perdere dignità, diventando il “retroscena” volto solamente a stuzzicare l’immaginazione del lettore.

Un’ultima domanda che esula dal contesto letterario: vuole raccontare ai nostri lettori come è nata la sua passione per i tatuaggi?

Tutto quello che riguarda il tatuaggio rappresenta per me un tema profondamente personale e cerco di condividerlo con gli estranei il meno possibile, è uno dei temi che preferisco tenere solo per gli amici stretti, un racconto che riservo alle persone con cui mi sento particolarmente in confidenza. Non è un argomento che mi piace affrontare nelle interviste. Posso solo dirvi che disegnavo da quando ho memoria e mi sono fatto da solo il primo tatuaggio all’età di undici anni. Poi è andata come è andata.

(1) si legga: http://www.libreidee.org/2010/04/lilin-conosco-lorrore-per-questo-stimo-emergency/ 

:: Intervista a Olle Lonnaeus a cura di Giulietta Iannone

24 aprile 2010

foBenvenuto  Olle su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Puoi dirci qualcosa di te, i tuoi studi e il tuo background?

Vivo con la mia famiglia a Lund, città universitaria vicino a Malmo, nel sud della Svezia. Mia moglie Ylva è un giudice e ho due figli, Fredrika, 22, e Jens 20. Sono cresciuto a Tomelilla, un piccolo paese nelle campagne, dove si svolge gran parte del mio romanzo. Dopo il servizio militare ho studiato legge, infatti  avevo deciso di diventare un avvocato per i più poveri. Ma ho cambiato idea e sono diventato un giornalista. Adesso lavoro per il quotidiano Sydsvenska Dagbladet, e faccio il corrispondente politico in Svezia, Europa e Medio Oriente.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono cresciuto in una famiglia borghese. Mio padre era un ingegnere e mia madre una casalinga. Mia sorella ha tre anni più di me. Da adolescente ho fatto un sacco di sport. Tennis e calcio. Da giovane per la prima volta mi resi conto di quante ingiustizie sociali ci sono. E ho anche  potuto sentire istintivamente la maledizione della cittadina: la paura e l’ansia per l’ignoto, le cose che non vanno.

Perché sei diventato uno scrittore?

Come ho già detto, prima di tutto sono diventato un giornalista. Per molti anni mi sono occupato unicamente di scrivere per i giornali e lo faccio tuttora. Ma dopo venti anni di giornalismo ho voluto provare un nuovo modo di raccontare storie. Il buon giornalismo consiste nel  raccontare storie. Storie vere. Nel romanzo si può inventare, ossia se vogliamo dire bugie, anche se bisogna tuttavia far si che la storia che raccontiamo sia credibile.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Raccontaci qualcosa del tuo debutto. La tua strada verso la pubblicazione.

Quando avevo circa vent’anni ho scritto una breve storia di un uomo su un treno che colpisce un alce. Era una storia veramente assurda. Ma è stata pubblicata in un’antologia. Poi mi sono concentrato sul giornalismo per molti anni fino a quando “Det som ska Sonas” è stato pubblicato l’anno scorso.

Ti sei ispirato ad eventi reali?

Sì e no. Penso che questa storia sia cresciuta in me per diversi anni fino a quando improvvisamente l’ho potuta scrivere. Che si svolga nella mia città natale Tomelilla  era inevitabile. Ma una cosa che mi costrinse a scrivere il romanzo ambientandolo proprio lì fu quando lessi sul giornale che Sverigedemokraterna – un partito xenofobo di destra con le radici nel movimento neo nazista – aveva tenuto una manifestazione proprio a Tomelilla il 1 ° maggio 2007,  festa internazionale dei lavoratori.

Quali scrittori ti hanno influenzato?

Ho letto un sacco di scrittori diversi. In realtà non ho letto così tanti romanzi polizieschi. Kerstin Ekman, Torgny Lindgren e Hakan Nesser sono alcuni buoni osservatori della storia svedese. Oran Pamuk della Turchia. Paul Auster degli Stati Uniti. Quando ero giovane ho letto la trilogia finlandese dello scrittore Väinnö Linnas che parla della trasformazione della Finlandia da una  società di aziende agricole profondamente ingiusta ad uno stato moderno. Ho imparato molto da quel libro.

Raccontaci qualcosa del tuo romanzo d’esordio “Det som ska Sonas”. Pubblicato in Italia da Newton Compton con il titolo “Il Bambino della Città ghiacciata”.

Konrad Jonsson è un giornalista free lance, con sede a Berlino. In una missione a Baghdad, viene ucciso Mahmoud, e Konrad perde il suo interesse per la vita e torna in Svezia. Tornato  a Malmo viene a sapere che i suoi genitori adottivi Herman e Signe sono stati uccisi in Tomelilla. Konrad ritorna così nella cittadina da cui era fuggito da ragazzo. Presto si rende conto che la polizia lo sospetta degli omicidi. Allo stesso tempo, Konrad inizia a pensare a quello che è realmente accaduto a sua madre biologica, una donna polacca di nome Agnes che scomparve quando Konrad aveva sette anni.

Ci sonoprogetti cinematografici tratti dal tuo libro?

No. Non ancora. Ma sono in attesa.

Ti piace la trilogia Millennium di Stieg Larsson? L’hai conosciuto?

Come giornalista ho avuto qualche contatto con Stieg Larsson, quando lavorava per la rivista Expo come esperto di neonazisti in Svezia. Ma non lo conoscevo personalmente. Come tutti gli altri trovo i suoi libri molto eccitanti.

Raccontaci qualcosa della tua Svezia.

Non ci sono gli orsi polari per le strade, almeno non al sud dove vivo. Normalmente abbiamo battuto l’Italia a calcio. Scherzi a parte, oggi la Svezia è un paese molto diverso da quando ero un bambino. Negli anni settanta siamo stati molto orgogliosi di avere il welfare più sviluppato del mondo. Oggi  la rete di sicurezza sociale della Svezia è come nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale. La Svezia è un paese diviso. Tra nord e sud. Tra la città e la campagna. Abbiamo avuto un grande immigrazione di rifugiati più di qualsiasi altro paese in occidente. Malmö, la città dove lavoro, ha ospitato più profughi iracheni che qualsiasi città USA. Abbiamo il Medio Oriente appena dietro l’angolo. Penso che sia una buona cosa, ma ovviamente significa anche un problema. Una cosa che la maggior parte degli svedesi hanno in comune è l’ amore per la natura dal Mar Baltico alle colline al di fuori Kivik dove ho una casetta, ed è un posto dove riesco a trovare veramente la pace.

Tu sei uno scrittore impegnato molto sensibile ai temi etici e sociali. Perché ha scelto il genere crime?

In realtà non avevo in mente di scrivere un giallo. Più che altro volevo scrivere la storia di un uomo che cerca di trovare le sue radici in una piccola città. Naturalmente ci sono alcuni omicidi. Reati, in particolare gli omicidi, che spesso riflettono il conflitto finale tra le persone. E’ un romanzo che ha per tema i conflitti, e il genere crime è un valido strumento per utilizzarli.

Tu sei uno scrittore e un giornalista. Professioni molto diverse, ma forse c’è un filo conduttore, in grado di unirle?

Ci sono analogie. Entrambe trattano di storie. Bisogna indagare e scoprire come la gente pensa e perché agisce in un determinato modo. Persone reali nel giornalismo. Personaggi di finzione nel romanzo. Ma hai ragione. Si tratta di professioni molto diverse. E siccome faccio sia il giornalista che lo scrittore devo essere molto chiaro su come mantenere separate le due cose. I lettori del mio giornale, naturalmente, devono essere sicuri che ciò che scrivo è la verità e nient’altro che la verità.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Carsten Jensen. Un giornalista danese che qualche anno fa ha pubblicato un romanzo fantastico ambientato nella città di Marstal. Intitolato “Noi che affoghiamo”.

Che cosa è la libertà per te? Una utopia? Uno stato d’animo? La Svezia è un paese libero?

Penso che ogni libertà sia relativa. E così deve essere. La libertà può diventare un carcere. In Svezia spesso la libertà è usata come uno slogan politico. Ma un povero non è mai veramente libero. Penso comunque che la Svezia sia un paese abbastanza libero. È un paese laico, probabilmente uno dei più laici nel mondo. E questa è  una buona cosa. La religione, in pratica, è spesso l’opposto della libertà, non da ultimo per le donne.

Conosci assai bene il Medio Oriente. Quale paese ha avuto maggiore impatto su di te?

Israele e Palestina. Gran parte della storia del mondo, tre religioni e molti conflitti moderni sono focalizzati in questa piccola zona di terra.

Che tipo di ricerche fai per i tuoi libri?

Vado sul  posto. Parlo con la gente. Respiro l’aria e l’odore. E leggo molto.

Ti piacciono gli scrittori italiani contemporanei?

Ne ho letti alcuni e alcuni di loro mi piacciono molto. Elsa Morante. Roberto Saviano. E Nicolò Amaniti.

Ti piace l’Italia? Quando verrai nel nostro paese per presentare il tuo libro?

Ho fatto un sacco di vacanze in Italia e alcune volte ho visitato il tuo paese per lavoro. E ho sempre incontrato un sacco di persone simpatiche e interessanti. La cultura, il cibo, il vino e il calcio … Allo stesso tempo, l’Italia mi sta confondendo. La politica è molto difficile da capire. Penso che sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro paese dell’Europa occidentale avere un premier che controlli una così grande parte dei media.

A quali progetti stai lavorando ora?

Ho appena finito il mio prossimo romanzo. Sarà pubblicato in Svezia nel mese di settembre. Il titolo in svedese sarà: “Mike Larssons ha un grande cuore”. Ha per protagonista un uomo che viene rilasciato dal carcere e torna nella sua città natale (Tomelilla) per tentare di riconquistare il cuore e la mente di suo figlio di 14 anni . Lì incontra Amela, una rifugiata della Bosnia. La sua è una storia emozionante e divertente. Mi piace molto il personaggio di Mike, anche se molti lo considerano un teppista. Quando il mio primo editore mi ha mandato una e-mail dicendomi che leggendolo ha sia riso e che pianto, beh mi ha fatto molto felice.

:: Intervista a Luca Conti a cura di Giulietta Iannone

22 marzo 2010

luca-contiBenvenuto Luca su Liberidiscrivere, per me è un vero piacere averti con noi ed aiutare i nostri lettori a conoscerti meglio. La prima domanda è da sempre legata alle presentazioni. Descriviti dunque come se fossi un personaggio di James Crumley.

In questo caso preferisco il modo in cui Elmore Leonard descrive i suoi personaggi: dopo duecento pagine vieni a sapere, del tutto casualmente, che il protagonista del libro ha gli occhi azzurri e, dopo altre cento, che ha i capelli castani… Questo per dire che sono una persona come tante, che ha però la fortuna di fare il lavoro dei suoi sogni.

Giornalista e traduttore; come concili queste due professioni così  impegnative?

Le ho conciliate, a fatica, per qualche anno. Adesso faccio il traduttore a tempo pieno e il giornalista quando posso.

Sei specializzato in narrativa nordamericana e prevalentemente noir, faccio dei nomi Chester Himes, Charles Willeford, Elmore Leonard, Don Winslow, praticamente i più  grandi che molta gente non leggerà  mai in versione originale ma conoscerà essenzialmente tramite le tue traduzioni. Come vivi questa responsabilità?

La vivo bene, anzi benissimo. Soprattutto perché tradurre i romanzi di autori che stimo mi ha impedito di diventare scrittore in proprio, cosa di cui il mondo non sentiva certo la necessità. Ho quindi risparmiato ai lettori il tormento di leggere i miei eventuali romanzi, e cerco di ricambiare offrendo loro buone traduzioni. Non sarei mai stato all’altezza, che so, di Willeford o Crumley, e tradurre i loro libri è per me la cosa più vicina allo scrivere come loro. Un mio romanzo – che non è mai esistito e non esisterà mai – non mi darebbe la stessa soddisfazione. Credo di essere uno dei pochi cittadini italiani a non avere un romanzo nel cassetto. Anzi, non ho neanche il cassetto.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Non scrivendo narrativa non ho maestri letterari veri e propri. Quando scrivo articoli, recensioni o saggi cerco di avere ben presente lo stile di certi famosi giornalisti americani di qualche decennio fa, come il grande Mike Royko, o di un narratore contemporaneo come Carl Hiaasen, che ha sempre vissuto una carriera parallela nel campo della carta stampata. Chiarezza, semplicità e, se ci riesco, leggerezza di tocco. Pedanteria, mai.

Ho avuto modo di intervistare James Sallis e gli ho chiesto di dirmi qualcosa divertente sul tuo conto, il buon James ha eluso la mia domanda e mi ha detto che non poteva perché  sei una persona serissima e un grande professionista. Che effetto ti fa essere così stimato, oltre dai lettori, anche dagli autori che traduci?

Un effetto molto gratificante, ovvio. Soprattutto quando alcuni di questi autori chiedono espressamente di essere tradotti da me.

Il mestiere del traduttore, oltre ad essere un lavoro difficilissimo, è anche poco visibile, e spesso misconosciuto quando invece molte volte fa la differenza. Come affronti questo lato oscuro della tua professione?

Direi che il traduttore fa sempre la differenza, nel bene e nel male, e credo che negli ultimi anni se ne siano resi conto anche i lettori. Adesso capita sempre più spesso, prima di acquistare un libro, di andare a vedere chi l’ha tradotto, e non solo nella narrativa mainstream ma anche in quella cosiddetta di genere.

Quali sono le tue letture preferite quando non lavori, i libri che ami leggere nel tempo libero?

Leggo molta saggistica angloamericana, soprattutto a carattere musicale e di critica letteraria, mentre per quanto riguarda la narrativa col passare degli anni tendo sempre più a rileggere certi libri che conosco praticamente a memoria: che so, I tre moschettieri o Il buon soldato Sc’vejk.

Come hai fatto ad imparare così bene l’inglese? Pensi sia un dono naturale o ci sono dei segreti legati al metodo e alla tecnica oltre ad una buona memoria?

Quella per l’inglese è  una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Già a quattro, cinque anni avevo la mania di tradurre dall’inglese e di riscrivere a mio modo i libri degli altri. I miei genitori non conoscevano le lingue, quindi devo per forza pensare che per quanto mi riguarda sia un dono di natura. Poi, è chiaro, ho studiato inglese dapprima a scuola e poi all’università, ma come traduttore sono completamente e testardamente autodidatta.

Chandler o Hammett?

Vado a periodi. Adesso Chandler.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Mi piacciono moltissimo. E per autori come Elmore Leonard o James Sallis sono una parte rilevante del loro immaginario. Quindi averne una buona conoscenza mi torna assai comodo.

Domanda tecnica, parliamo del tuo metodo di tradurre. Come ti prepari per un nuovo lavoro, quante stesure fai, come scegli i termini da utilizzare e come risolvi il problema spinoso dello slang americano?

Non mi preparo: attacco da pagina uno senza leggere prima il romanzo (a meno che non lo conosca già, ovvio) e cerco di arrivare in fondo il prima possibile, nel migliore dei modi. Faccio una stesura sola e correggo pochissimo. Ho scoperto col tempo che le intuizioni iniziali, per quanto riguarda la costruzione delle frasi e, soprattutto, il tono, sono quasi sempre le migliori. Questo vale per me, ovvio; ogni collega ha il proprio metodo. E’ un approccio molto jazzistico, per così dire; sono un buon improvvisatore e credo molto nelle reazioni immediate che mi suscita il testo. Muovermi all’interno dello slang mi è sempre riuscito facile, quindi è una cosa che non mi dà pensiero.

Preferisci tradurre dall’inglese o dal francese?

Dall’inglese.

Che libro stai leggendo attualmente?

La biografia di Franz Liszt scritta da Alan Walker e quella, appena uscita, di Thelonious Monk scritta da Robin D.G. Kelley.

Per Fanucci editore hai tradotto di Lansdale “Altamente esplosivo” dieci racconti scelti dall’autore per il pubblico italiano. Cosa noti nel suo stile, si è raddolcito dagli esordi?

No, in sostanza Lansdale è  sempre lo stesso. Ha uno stile molto riconoscibile e, per me, ormai familiare: quello dello storyteller nato che ti racconta le cose più incredibili, magari dopo cena e davanti a una bottiglia.

Per quanto ci si sforzi una parte di sé emergerà  sempre nel lavoro di traduzione. Come fai a rispettare lo stile e lo spirito di un libro?

E’ un lavoro mimetico, come hanno già fatto notare molti altri prima di me. Per quanto mi riguarda, come ho già detto, credo mi sia di grande aiuto non avere velleità di autore in proprio. Per il resto, possedere un buon orecchio serve moltissimo.

Hai curato assieme a Giovanni Zucca l’edizione italiana del Dictionnaire des littératures policières di Claude Mesplède che esperienza è stata?

Molto divertente e istruttiva. Peccato che il libro non sia mai uscito…

Ci sono autori con cui hai lavorato che sono diventati tuoi amici anche nella vita privata e dimmi chi è il più simpatico?

Tra quelli che ho conosciuto, Lansdale è una forza della natura, mentre Sallis è ormai per me come un fratello. Ma ho sempre trovato persone molto aperte e disponibili, professionisti nel senso migliore del termine.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

La valanga di note a piè  di pagina di cui avevo infarcito la mia prima traduzione di narrativa. Ma ho imparato subito, e adesso le metto solo quando non è possibile farne a meno.

James Lee Burke è stato uno dei primi scrittori che ho intervistato pressappoco quando è successo l’allagamento di New Orleans e lui è stato un po’ a descrivermi come si era messo alla testa dei soccorsi, quando mi è arrivata la sua mail che accettava l’intervista quasi caracollavo dalla sedia, tu che ricordo hai di Burke?

Una persona magnifica, un vero gentiluomo del Sud. Una persona di un’umiltà quasi imbarazzante.

Sembra davvero che tu ami le sfide impossibili. Victor Gischler è un altro dallo stile mica facile, forse uno di quelli che ho penato di più a tradurre e io mi sono limitata a tradurre un’ intervista. Anche già dal titolo “Anche i poeti uccidono” hai voluto rendere la sua forte ironia che usa spesso e che caratterizza tutta la sua opera, parlami del suo stile e delle difficoltà che hai incontrato a tradurlo.

Il titolo italiano del romanzo di Gischler non è mio, si deve a Marco Vicentini di Meridiano Zero. Ma lo trovo riuscito. Per il resto, il buon Victor – altra persona umanamente debordante – non mi è rimasto particolarmente difficile. Spero che ai lettori piaccia, perché a tradurlo mi sono divertito moltissimo.

C’è qualcuno che ti ha particolarmente aiutato anche solo con incoraggiamenti o consigli che vorresti ringraziare?

Debbo moltissimo, se non tutto, a Luigi Bernardi che mi ha fatto entrare nel mondo della traduzione letteraria dalla porta principale malgrado io non avessi la benché  minima esperienza nel settore. Evidentemente aveva visto lontano, di sicuro più di me. Dieci anni dopo, credo di aver ripagato la sua ben nota abilità di talent scout.

Giorni fa Luigi Bernardi ti ha chiesto di scrivere una monografia su James Crumley. Vi siete messi d’accordo, la scriverai sul serio?

Sì, sostanzialmente sì.

Hai mai pensato di scrivere un libro, magari un noir ambientato a Firenze?

Non ho mai scritto una sola riga di narrativa e non lo farò mai, non penso di esserne in grado. Mi piace molto di più riscrivere i libri altrui.

Ci sono in Italia buone scuole per traduttori? Ad un giovane che volesse intraprendere la tua professione che consigli daresti?

Ci sono, ci sono. Quando me lo chiedono porto volentieri la mia esperienza, anche se non insegno regolarmente. Se avessi tempo lo farei volentieri. Ritengo comunque che questo sia un mestiere che ci si costruisce in gran parte da soli, con la tenacia e l’applicazione. E l’unico consiglio che posso dare è quello di leggere, leggere di tutto e senza sosta.

A che traduzioni stai lavorando in questo momento? Ci puoi anticipare qualcosa?

Ho in ponte un paio di Elmore Leonard, la ritraduzione di un vecchio Lansdale, un romanzo di Andrew Vachss e, appena lo avrà terminato, il secondo libro di Josh Bazell.

:: Intervista con Andrea Carlo Cappi a cura di Giulietta Iannone

26 febbraio 2010
Andrea Carlo Cappi
Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Iniziamo con le presentazioni.  Allora Andrea Carlo Cappi nasce a Milano nel 1964, è uno scrittore e un traduttore, un grande appassionato di fumetti e di spie. Vuoi aggiungere qualcosa?
Di solito a questo punto aggiungo… stakhanovista dell’editoria.
Nato e cresciuto a Milano, la città più frenetica d’Italia, raccontaci qualcosa che la riguarda.

Se non fossi nato a Milano, probabilmente non sarei riuscito a diventare uno scrittore; né a svolgere tutte le attività nel campo dell’editoria che mi hanno permesso di mantenermi intanto che continuavo a farlo. In questo senso, sono debitore alla mia città. Anche se la Milano di oggi – dagli anni Ottanta in poi, per intenderci – ha “valori” diversi da quella di prima. Non crede al lavoro metodico, serio e puntuale… quello che una volta si associava ai milanesi. Premia invece i fenomeni del momento, le false promesse, l’arroganza sorretta da una solida base di incompetenza… quello che oggi tutta l’Italia associa ai milanesi. Molti in questa città cercano di sfruttarti senza darti niente in cambio, per poi liberarsi di te quando non servi più. Con le debite eccezioni, è un continuo mulinare di gomiti per fasi largo e chi si ostina a non volere sparire rappresenta un fastidio. Io spero di continuare a dare molto fastidio per parecchio tempo.

Hai scritto romanzi, racconti, fumetti, non fiction, ha scritto per la radio, hai curato antologie, da quando hai esordito non ti sei più fermato. Come spieghi questa grande versatilità e dove trovi il tempo per fare tutto?

Credo, semplicemente, di essere nato per scrivere storie. O quantomeno è la cosa che presumo di saper fare meglio. Si possono scrivere storie brevi o lunghe, sotto forma di narrativa o di sceneggiatura. Si può utilizzare lo stesso metodo per curare un editing, o per comporre un’antologia di autori vari, o per tradurre libri da altre lingue. Sono tutte varianti di un unico mestiere, anche se scrivere le mie storie è la parte più irrinunciabile. Le storie fluiscono di continuo e per mia fortuna scrivo molto rapidamente, riuscendo a coordinarmi piuttosto bene con il lavoro di documentazione. Un illustre collega statunitense che ha letto qualche mio romanzo si è stupito di come riesca a realizzare in un mese o due quello che a lui costa un anno di lavoro. Forse perché io, economicamente, non posso permettermi di sottrarre tempo alla traduzione cui mi dovrò dedicare subito dopo finito il mio romanzo.

Parlaci dei tuoi esordi. Come stato il tuo ingresso nel mondo della narrativa? È  stato difficile per te pubblicare il tuo primo libro? Come è andata?

Pubblicare il mio primo libro è stato facilissimo… Solo che era quasi il terzo. Ho deciso che sarei diventato uno scrittore intorno ai 6-7 anni, anche se ho prodotto qualcosa che ho giudicato proponibile solo quando ne avevo 24. Era un romanzo di spionaggio che ho mandato a “Segretissimo”, che lo ha preso seriamente in considerazione ma alla fine ha deciso di non pubblicarlo… e in realtà mi ha fatto un favore, perché nei pochi anni successivi ho fatto un notevole salto di qualità: scrivere per il pubblico anziché per il cassetto della tua scrivania aumenta la responsabilità e migliora le prestazioni. Nel 1991, a quasi 27 anni, ho vinto un concorso di RadioRAI per un soggetto destinato a  “Radiodetective”, programma quotidiano di storie alla Alfred Hitchcock, e mi è stato chiesto di continuare a collaborare come autore; per motivi burocratici (la RAI ha tardato a mandarmi il contratto) il mio primo episodio, già registrato, non è andato in onda, né il giorno previsto, né mai; dopo breve tempo, per oscuri motivi il programma è stato sospeso nonostante avesse avuto successo, quindi non sono stato pagato e sono tornato nell’ombra. Provaci ancora, K. Sarei tornato alla fiction radiofonica solo 12 anni dopo, con il serial “Mata Hari”. Ma, tornando ai primi anni ‘90, nel frattempo ero entrato in contatto con “Il Giallo Mondadori” e da qui con gli Oscar, a cui ho proposto un romanzo basato su uno dei miei soggetti radiofonici; mentre lo scrivevo, ancora senza contratto, l’editor con cui lavoravo è stato trasferito e addio progetto. Riprovaci ancora, K. Poi, nel 1993, “Il Giallo” ha pubblicato in appendice “Anche il sole tramonta”, un’altra delle storie che avevo scritto per la radio e da lì, finalmente, è cominciato tutto: nel volgere di un anno avevo due nuove serie con personaggi fissi, il Cacciatore di Libri in appendice al “Giallo” settimanale e Carlo Medina sugli speciali stagionali, oltre ai miei primi lavori come collaboratore esterno della redazione. Naturalmente poi sono stati aboliti i racconti in appendice e, dopo il successo della prima antologia di soli autori italiani che avevo curato per  lo speciale del novembre 1995, sono stato tagliato fuori dal “Giallo” per molti anni. Ma ormai ero in marcia. Nel 1996 Edizioni E-Elle stava preparando una collana di gialli per “giovani adulti”: ho incontrato la curatrice proprio mentre avevo in mente un prequel del Cacciatore di Libri, con una sua avventura a 17 anni, e mi sono trovato in mano il contratto per il mio primo romanzo effettivo, che è uscito nella primavera del 1997. Da allora non mi sono più fermato: non ci si può fermare, altrimenti tutti ti dimenticano e nessuno vuole più quello che scrivi.

Quali libri leggevi quando eri ragazzo? Quali libri ti hanno accompagnato nella tua età  adulta?

Verso i 6 anni ho cominciato a leggere Salgari, cui poi si è aggiunta Agatha Christie, dopo la quale ho ampliato gli orizzonti a “Giallo Mondadori”, “Gialli Garzanti”, “Segretissimo”, “Urania”, che non ho mai smesso di leggere. Anche se una volta mi ci dedicavo durante le vacanze mentre nell’ultimo decennio di vacanze non ho quasi fatte. I libri di passaggio più importanti sono stati “Per chi suona la campana” e “1984”.

Prevalentemente ti occupi di letteratura noir, thriller, avventurosa, quali sono stati i tuoi maestri?

Sicuramente Salgari, anche per quanto riguarda la costruzione di grandi saghe avventurose; la Christie, per il rispetto della logica interna di una storia; per le atmosfere, un bel po’ di autori noir americani, cui va aggiunto Ian Fleming, che univa il noir all’avventura esotica in un contesto spionistico. Per la costruzione delle trame non ho mai nascosto che il mio ispiratore è Donald E. Westlake alias Richard Stark, del quale sono poi divenuto anche editore, traduttore e amico, prima della sua morte improvvisa poco più di un anno fa. Non lo sapevo, ma d’istinto avevo adottato anche il suo stesso metodo di elaborazione delle trame: non una programmazione a tavolino, ma un ampio spazio all’imprevisto che sorprenda prima di tutti l’autore stesso e lo costringa a ingegnarsi per uscire dai guai insieme ai suoi personaggi; il tutto senza rinunciare alla precisione del meccanismo d
ella storia. In tempi più  recenti ho subito l’influenza di alcuni degli autori che ho tradotto, divenuti amici a loro volta, come Jeffery Deaver, Douglas Preston e – per citarne un altro che purtroppo non c’è più –  Stuart M. Kaminsky.

Da traduttore, quali sono i segreti per una buona traduzione, conta più la fedeltà  al testo o il rispetto per lo spirito del romanzo?

Il vero segreto è entrare nella mente dell’autore e trascrivere fedelmente quello che ha scritto come se lo avesse pensato in italiano. Non si tratta di fedeltà al testo come un traduttore automatico (che prende cantonate automatiche) ma di trovare le costruzioni e le frasi che lo stesso autore avrebbe usato se avesse scritto direttamente nella nostra lingua: a quel punto sono salvi testo e spirito. In realtà tra i compiti del traduttore può esserci di tanto in tanto quello di correggere sviste di editing nell’originale. Una volta in un bestseller americano ho scoperto una frase troppo rivelatrice da cui si scopriva l’assassino al secondo capitolo; questo però è successo prima che il libro uscisse negli USA e sono riuscito a farla togliere anche dall’edizione in inglese.

Hai creato personaggi seriali quali il Cacciatore di Libri, Carlo Medina e Mercy “Nightshade” Contreras. Non è semplice lavorare su uno stesso personaggio, come lo rinnovi, come dai profondità alla sua crescita?

Per il Cacciatore è facile: sono io, seppure con qualche lieve modifica. Nelle due storie-prequel edite da E-Elle, quando aveva 17-18 anni, ho addirittura prelevato frasi dai miei diari dell’epoca per essere più aderente alla mentalità di un teenager… ovviamente la mentalità di un teenager molto particolare dei primissimi anni Ottanta. Le altre storie sono quasi sempre ambientate nel momento in cui le scrivo e riflettono il mio stato d’animo in quel periodo. Infatti mentre nelle sue prime avventure faceva, come me, il “cacciatore di libri” per collezionisti, da qualche anno lavora come consulente nell’editoria, senza per questo smettere di trovarsi nei guai. Medina è  pure lui un mio alter ego, ma con qualche variante. Per esempio lui uccide, io no. Ma anche nel suo caso c’è stata un’evoluzione naturale. All’inizio della sua carriera credo che si sia illuso di poter raggiungere un certo successo, inventandosi l’omicidio applicato al marketing. Poi ha cominciato a prendere coscienza di essere una sorta di anticorpo della società e ha cominciato a vedere il suo lavoro come una battaglia dall’interno. Da qualche tempo invece ha compreso che la società è più forte, che non lo lascerà mai diventare un vincitore, e che quindi l’unica sua possibilità è continuare a combattere. Per Nightshade è più semplice: quando la sua saga sarà conclusa –  manca da scrivere solo il settimo romanzo – la sua storyline (a parte i flashback) coprirà il periodo dal 2001 al 2006 e la sua evoluzione è legata strettamente a quello che le capita… che tutto sommato è piuttosto devastante.

Parliamo di Martin Mystère e Diabolik. Raccontaci il tuo amore per il fumetto.

Ho imparato a leggere intorno ai 5 anni con “Topolino”. A 6-7 anni ho scoperto Diabolik e Tex. Poi, per un lungo periodo, ho divorato il “Corriere dei ragazzi” e gli albi dei supereroi. Oggi leggo soprattutto Diabolik (che per fortuna posso leggere per lavoro!) e quando riesco alcune storie della Marvel e della DC, e ho nostalgia soprattutto di Tex, Mister No e naturalmente Martin Mystère: sono in arretrato di un numero spaventoso di albi! Qualche anno fa ho avuto la soddisfazione di intervistare Stan Lee (il creatore di Spiderman e dell’universo Marvel, per intenderci) in videoconferenza. Ma soprattutto negli ultimi anni ho lavorato fianco a fianco con due autori che avevo conosciuto sul “Corriere dei ragazzi”, Alfredo Castelli (che ha creato “Martin Mystère”) e Mario Gomboli (che prosegue la tradizione delle sorelle Giussani in “Diabolik”), ai quali si è aggiunto il mio vecchio amico Andrea Pasini, che ha lavorato prima con l’uno e ora con l’altro. Per cui sono sempre molto felice quando ho a che fare con loro. Per Martin ho scritto sceneggiature (a quattro mani con Pasini), racconti, un romanzo e un romanzo a puntate; per Diabolik ed Eva Kant finora quattro romanzi, anche se ho progetti per qualche storia a fumetti che mi piacerebbe scrivere, ovviamente, con Pasini. Ho ancora idee per storie di Martin, a cui mi piacerebbe tornare un giorno o l’altro, ma scrivere di Diabolik è una vera tossicodipendenza.

Con lo scrittore Andrea G. Pinketts hai creato la prima serie di M-Rivista del mistero. Vuoi parlarcene? Ti viene in mente qualche aneddoto bizzarro o divertente?

Nei primi tempi tenevamo le riunioni di redazione in un bar in via Vespri Siciliani, a Milano, più o meno a metà strada tra casa sua e casa mia (ovviamente più vicino a casa sua). Era il 2000, il periodo in cui Pinketts era stato colpito dal “millennium bug” – è l’unico a cui sia capitato, in realtà – ed era piuttosto irrequieto. Un giorno stavamo discutendo un importante problema filosofico, se fosse più forte Jet Li o Jean Claude Van Damme, e Pinketts concluse che Jet Li è imbattibile, mentre Van Damme, disse lui: “Me lo pappo come un uccellino.” A quella frase un avventore magro e allampanato, ricurvo su un videopoker, si voltò verso di lui e gli rivolse un’occhiata beffarda. Certa gente è morta per molto meno, come dicono nei western. Pinketts sostenne lo sguardo e chiese il motivo di quell’occhiata. L’altro rispose: “Volevo vedere che faccia aveva uno che dice che Van Damme se lo pappa come un uccellino.” Già temevo il peggio. Ma Pinketts ex atleta marziale in un raro momento zen, si limitò a spiegargli sul piano tecnico le caratteristiche di Van Damme che motivavano la sua affermazione. Evidentemente l’uomo del videopoker aveva deciso che era un buon giorno per morire, perché dopo averlo ascoltato e avere giocato buono buono per altri cinque minuti al videopoker, afferrò la sua bottiglia vuota di birra e si lanciò a sorpresa su Pinketts per colpirlo. Tutto si svolse in una manciata di nanosecondi: feci in tempo a vedere la bottiglia che volava dietro il videopoker e l’aggressore con il braccio ritorto e sollevato verso l’alto, disarmato e impossibilitato a nuocere, mentre Pinketts con la mano libera prendeva dal banco il suo boccale di birra e ne beveva una sorsata.

A bruciapelo preferisci Hammett o Chandler?

Oggi Hammett. Quando ero più giovane, Chandler.

Sei un grande appassionato di James Bond. Praticamente hai tradotto quasi tutto Fleming. Come è  nata questa passione? Questo personaggio in un certo senso ti somiglia?

Mi sarebbe piaciuto tradurre tutto Fleming, era un progetto che ho cercato di realizzare visto che forse ero la persona più adatta in Italia, ma i destini editoriali non lo hanno permesso. In realtà ho tradotto solo l’inedito “Thrilling Cities” (che contiene anche un racconto di 007 che ho fatto riscoprire anche in Inghilterra, dove era stato dimenticato) e la riedizione de “Il traffico di diamanti”. Di James Bond ho poi tradotto due romanzi di John Gardner, due novelization di Raymond Benson e l’intera saga bondiana originale, sei romanzi e tre racconti, dello stesso Benson. La passione è nata dai film, quando
avevo sei anni, si è rinnovata quando ho cominciato a leggere i libri di Fleming e mi ha portato a scrivere vari libri sul fenomeno Bond a quattro mani con Edward Coffrini Dell’Orto, con cui ho anche fondato il primo fan club italiano, lo 007 Admiral Club. Non credo che Bond mi somigli, semmai sono io che ho cercato di prendere qualcosa da lui e dai suoi interpreti. Di sicuro è uno dei motivi per cui mi sono appassionato alla letteratura di spionaggio e al mondo delle vere spie.

Hai scritto per Segretissimo con lo pseudonimo di François Torrent, collana che seguo da anni. Come è cambiato il mondo della spystory dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine della guerra fredda? È ancora tempo di spie?

Sarà  sempre tempo di spie… e in questo mi confortano le parole di John Le Carré che riporto nel mio nuovo libro: “La spy-story non è morta. Ha ancora molto da raccontare.” La fine della guerra fredda ha cambiato solo alcune motivazioni e alcuni giochi di alleanze, ma non i metodi e gli obiettivi. Per me il vero punto di rottura è stato l’11 settembre, che ha reso obsolete tutte le storie che seguivano il modello dei vecchi film (non dei libri) di 007, con il superagente che evita la catastrofe a pochi secondi dalla fine. In quel periodo stavo scrivendo il mio primo romanzo di Nightshade e nel giro di un solo giorno mi sono chiesto se quello che stavo scrivendo non fosse stato superato dalla storia… e mi sono dato da solo la risposta: no, in quel momento più che mai serviva una letteratura che raccontasse i retroscena della politica globale. Il dopo-11 settembre ha dato ragione all’ipotesi di base della serie Nightshade: nel 2001 la CIA riapriva la sua sezione eliminazioni. E così ho inserito nella serie il fatto che Nightshade fosse arruolata come killer proprio dopo l’11 settembre. In realtà  la scelta di firmare come François Torrent non è stata mia: ero già una firma nota dei periodici Mondadori. Ma la redazione di “Segretissimo” decise che il pubblico, abituato alla forte presenza di autori francesi nella collana, sarebbe stato più interessato a un nuovo scrittore d’Oltralpe. In realtà scelsi un cognome catalano, legato al fatto che ho passato una buona parte della mia vita in quell’area geografica, che è poi lo stesso di Paco Torrent, uno dei personaggi secondari della serie. Il mio nome appariva come “traduttore” e più avanti nella serie compaiono anche Carlo Medina e personaggi delle sue avventure, permettendo ai lettori più attenti di scoprire il gioco. Con l’arrivo di Sergio “Alan” D. Altieri come curatore, le identità  mia e dei miei colleghi della cosiddetta “Italian Foreign Legion”  di “Segretissimo” sono state finalmente rivelate. Ma ormai fino alla fine della saga suppongo che continuerò a firmare Torrent per coerenza, anche se dal 2007 sono tornate a uscire nei periodici Mondadori le storie di Medina sotto il mio vero nome.

È uscito da poco “Le grandi spie”, un saggio davvero originale e curioso. Vuoi parlarcene? Come è nato questo progetto sul quale si vede hai lavorato molto?

È nato… da solo. Quando ho stabilito di diventare uno scrittore, ho deciso molto presto che mi sarei occupato di spionaggio. Pertanto mi dovevo documentare, cosa che ho fatto in modo continuativo dal 1977. Dopo quasi vent’anni avevo materiale sufficiente per scrivere brevi saggi e articoli sull’argomento, cosa che feci soprattutto su un rivista in cui tenevo una rubrica di vere storie di spie. Parte di quel materiale mi è servito come base per alcuni romanzi, ma esistevano ancora molte spie famose di cui non avevo mai parlato, e anche su quelle che avevo trattato c’erano parecchie rivelazioni più recenti da aggiungere. Insomma, dovevo scrivere un libro, un’idea che ho coltivato per parecchio tempo e ora finalmente si è realizzata grazie all’interesse e all’entusiasmo con cui Vallardi Editore ha accolto il progetto. Ho scelto di mantenere un approccio narrativo, quindi non ho scritto un’enciclopedia ma un libro di storie vere, che potesse essere accessibile anche a un lettore digiuno della materia.

Il tuo rapporto con la critica. Quale è la recensione che ti ha fatto più  felice ricevere?

Non è  che di recensioni ne abbia viste moltissime… in rapporto al numero di libri che ho pubblicato. I critici propriamente detti mediamente disdegnano quello che scrivo e molti ignorano tutte le pubblicazioni che escono solo in edicola. Quando ho cominciato a scrivere, tuttavia, mi hanno fatto molto piacere le recensioni di Carlo Oliva a Radio Popolare (ne avevo registrata una e me la riascoltavo, per convincermi che non stavo sbagliando tutto nella vita); anni dopo ho letto e sentito con piacere i commenti di persone che avevano letto il mio primo romanzo di Diabolik e avevano colto il fatto che, oltre a essere fedele nello spirito e nei riferimenti al fumetto delle sorelle Giussani, fosse anche un vero romanzo, e un mio romanzo. E ieri ho trovato una recensione del mio “Eva Kant-Il giorno della vendetta” sulla rivista “Geniodonna”, che contiene uno dei maggiori complimenti che abbia mai ricevuto: a quanto pare sono riuscito a cogliere alcuni credibili elementi psicologici femminili e femministi nella protagonista, cosa che ritenevo piuttosto difficile e rischiosa, dovendomi mettere nei panni di una donna.

Cos’è la libertà  per te?

A livello generale, il fatto che nessuno metta nessun altro in condizioni di sudditanza, non solo politica ma lavorativa, economica, eccetera. A livello personale, poter scrivere senza che nessuno mi venga a dire cosa devo scrivere per motivi politici o di presunto marketing; una volta una mia raccolta di racconti è stata bocciata perché giudicata troppo di sinistra, dopo che le singole storie erano uscite da… Mondadori; altre volte mi è stato detto che i miei libri sono di nicchia, dimenticando che sono tali solo per colpa di chi fabbrica le nicchie apposta per tenerceli. E vorrei poter scrivere senza dovermi ammazzare di lavoro 16 ore al giorno (in passato a volte anche 20) al fine di guadagnare il necessario per vivere e permettermi poi il lusso di fare lo scrittore. In questo senso, ora non sono  libero. Come sempre, Arbeit Macht Frei un accidente.

Ci sono esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Parecchi. In qualche caso li ho scoperti io, oppure ho contribuito a scoprirli. Mi piace ricordare Ettore Maggi, che inviò un racconto a “M-Rivista del Mistero” che lessi avidamente in metropolitana; Gianluca Mercadante, che conobbi insieme a Pinketts e di cui pubblicai poco dopo un racconto; Cristiana Astori, che mi fu segnalata da Alda Teodorani e che seguo sempre con attenzione anche adesso che non sono più il suo editore; il giovanissimo Davide Garbero, scoperto a sua volta da Cristiana, che si guadagnò la terza pagina del “Corriere” con i suoi geniali racconti scritti a 17-18 anni; Luca Tarenzi, che dopo avere scambiato due parole mi aveva già convinto che doveva avere talento… e infatti! Tutti continuano a confermare le loro capacità, nonostante il mondo dell’editoria sia quello che è.

Ti piace presentare i tuoi libri al pubblico? Raccontami un episodio divertente che ti è successo ad una presentazione.

Temo di avere una propensione naturale all’esibizionismo e una vocazione da entertainer. Del resto sono più di 15 anni che affianco Pinketts nelle sue serate settimanali e sono spesso chiamato a  presentare altri autori. Mi div
erte inserire qualcosa di scherzoso nelle presentazioni, come quando al Caffè  dell’Orologio di Modena, per presentare “Mondo Bond 2007”, mi sono presentato in smoking e a metà serata ho estratto una (finta) Walther P99 da una fondina spiegando come nella realtà sarebbe terribilmente scomodo per 007 andare in giro con un arnese simile sotto l’ascella. O quando a Cartoomics, la fiera del fumetto, mi sono presentato con una copia del mio romanzo di Martin Mystère alta circa un metro e mezzo; in quell’occasione ho raccontato al pubblico la genesi piuttosto cialtronesca delle mie sceneggiature di Martin Mystère, presenti Alfredo Castelli e Sergio Bonelli; mentre il primo era quasi in imbarazzo, temendo che l’editore lo accusasse di scarsa serietà nella scelta degli sceneggiatori, Bonelli invece si divertì moltissimo.

Che libro stai leggendo attualmente?

Sono diviso tra la biografia delle sorelle Giussani scritta brillantemente da Davide Barzi e il dattiloscritto del primo romanzo di Cristiana Astori. Purtroppo riesco a dedicare poco tempo all’uno e all’altro.

Come ti documenti per la stesura dei tuoi libri? Hai avuto modo di accedere a documenti top secret?

Mi documento sempre moltissimo, a volte anche per un decennio prima di arrivare a scrivere il romanzo che riguarda un particolare argomento. Questo è anche uno dei motivi per cui la stesura di un libro può essere molto rapida. Per quanto riguarda “Le grandi spie”, che contiene un lavoro di ricerca protratto nel tempo, ci sono anche elementi che possono essere considerate top secret… o lo erano 10 o 15 anni fa. Ma a quei tempi ho promesso di non rivelarne le fonti e non lo faccio nemmeno ora. Tuttavia l’aspetto più interessante dello spionaggio è che spesso le informazioni più interessanti si trovano già sui giornali. In molti casi si tratta di fare gli opportuni collegamenti. Invito a fare lo stesso con il mio libro sulle spie, tenendo d’occhio l’indice analitico: due singole notizie in cui viene menzionato lo stesso nome possono essere del tutto innocenti, ma se collegate l’una all’altra aprono spiragli inquietanti.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Ho da poco finito il sesto romanzo di Nightshade, ambientato in parte anche a Napoli e a Milano. In questo momento sto eseguendo una sorta di “editing autoriale” su un libro a più mani, di cui ancora non si può svelare nulla. Sto anche lavorando a un progetto per un libro a quattro mani… solo che in questo momento è l’altro autore che ce ne sta mettendo tre perché io ho troppo da fare altrove; spero di rimediare presto, perché poi ho un altro progetto, sempre a quattro mani, in lista di attesa. Ho in programma il secondo romanzo lungo di Carlo Medina dopo “Ladykill/Morte accidentale di una lady” (che con 40.000 copie o giù di lì è stato anche il mio maggiore successo) e il settimo episodio di Nightshade. Ho in mente un romanzo di fantascienza in parte collegato alla mia nuova serie con protagonista padre Antonio Stanislawsky, prete d’assalto nel mondo del futuro con la passione per belle donne e armi pesanti. E ci sono parecchi racconti che premono per essere scritti… Quello che non manca sono le idee e la voglia di scrivere.

:: Intervista a John Connolly

10 febbraio 2010

imagesGrazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Sono nato a Dublino nel 1968, ho studiato Inglese al Trinity College di Dublino, quindi giornalismo alla Dublin City University, prima di diventare un giornalista freelance, lavorando esclusivamente per The Irish Times. Ho cambiato un sacco di posti di lavoro durante questo periodo però. Mi piaceva molto cambiare. Che in effetti non era male…

Perché sei diventato uno scrittore? Era un tuo sogno già da bambino?

Senza voler sembrare uno di quei ragazzini terribili che dicono di essere venuti fuori dal grembo materno con la penna in mano, ho sempre scritto, fin da quando ero un ragazzo. Mi sembrava un passaggio naturale passare dalla lettura di storie a cercare di raccontarle. Ho praticamente smesso di scrivere quando andai al College per studiare inglese – il che è strano – e poi durante il periodo in cui mi sono occupato di giornalismo, ed è stata un’esperienza abbastanza frustrante così dopo un po’ sono tornato alla narrativa. La prima cosa che ho cominciato a scrivere è stato il prologo di “Every Dead Thing”, in questo modo suppongo ho cominciato.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Enid Blyton è stata la prima autrice che io abbia mai letto. Mi ricordo la lettura di una sua raccolta di sette libri e che andavo a sondare le parole difficili foneticamente, in modo che per anni ho pensato che la parola ‘armadio’ fosse pronunciata ‘cup-board’ invece di ‘cubbard’. Mia madre deve aver pensato che mi fossi trasformato nel piccolo Lord Fauntleroy. Dopo di che ho trovato altri libri: libri tratti da film (l’equivalente per la mia generazione dei rewatching film su DVD), storie di fantasmi di ogni risma; poi i libri di Alistair Maclean, HG Wells, e John Wyndham. Ho scoperto i mystery abbastanza tardi. Probabilmente successe anche nella mia adolescenza, quando lessi il mio primo libro di Ed McBain, ma poi in realtà ho solo letto i libri di Ed McBain. Mi ci è voluto un po’ per leggere gli scritti di Ross Macdonald che ha avuto una grande influenza su di me, in particolare The Chill. La maggior parte dei fan di scrittori mystery o sono fan di Ross Macdonald o di John D Macdonald, ma raramente di entrambi. James Lee Burke è stato un altro scrittore che ha enormemente influenzato il mio modo di scrivere. Dopo di che, Dickens (Bleak House), PG Wodehouse, e ogni sorta di gente strana.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Beh, ho scritto diverse storie da bambino, basate principalmente su ciò che vedevo in televisione -Tarzan, Casey Jones – ma poi mi sono occupato eslcusivamente di giornalismo fino a quando non ho iniziato a lavorare a Every Dead Thing, che divenne il mio primo romanzo pubblicato. Fa conto che ci ho messo circa cinque anni per pubblicarlo.

Quali sono le tue scrittrici preferite europee o americane?

Credo di averti risposto nelle domande precedenti.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Qualcuno una volta ha detto che l’Irlanda è un paese molto piccolo, così piccolo che si potrebbe metterci un tetto su. E ‘un po’ umido, e attualmente in lotta con la recessione, che è come una sorta di mal di testa dopo gli anni di boom della Tigre celtica. Credo che essere un po’ più poveri non sia male: anche quando eravamo più benestanti, penso che ci fosse la sensazione che quel benessere era destinato a finire prima o poi. Ora almeno possiamo smettere di preoccuparci che accada il peggio, perché il peggio è già successo.

Dove sei nato? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nato a Dublino, in una famiglia di classe medio-bassa. Mia madre era una insegnante part-time, mio padre ha lavorato per il consiglio comunale. Ho avuto un’ infanzia felice, e piuttosto insignificante. Spiacente!

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Beh, forse faccio parte di una piccola minoranza, perché non sono un grande fan della nuova fiction degli scandinavi. Credo che lo scrittore islandese Arnaldur Indridason sia molto bravo, e un certo numero delle sue trame non potevano che provenire dall’ Islanda, ma penso che una parte dell’attrazione dei lettori è dovuta al fatto che questi libri sono ambientati in paesaggi nuovi per il romanzo giallo: neve, rocce, bellissimi panorami ma a volte ostili. C’è anche una vena di malinconia che attraversa questi libri, che è tipicamente nord-europea, e quindi li rende molto differenti dal modello americano. Penso che sia bello comunque vedere questi romanzi tradotti, di norma i lettori inglesi sono particolarmente poco interessati al rafforzamento delle relazioni con gli scrittori stranieri, ma mi chiedo se la Scandinavia sia semplicemente il gusto del mese, per ora. Come per Larsson, ancora una volta, mi sembra di essere in minoranza. Credo che i libri di Larsson siano un po’ troppo lunghi, e il tracciato, in particolare nel secondo volume della serie Millenium, è andato un po’ storto. C’è un personaggio interessante la Salander, e c’è uno sfondo ammirevole di critica sociale nei suoi libri, ed è bravo a gestirlo senza apparire predicatorio, cosa di per sé difficile. Credo che il fatto che ci siano solo tre libri, e che morì relativamente giovane, dà al suo lavoro un certo fascino: è finita così, e la serie non ha intenzione di andare avanti. Allo stesso tempo Larsson è lo scrittore che è riuscito ad avere successo attraverso un processo a valanga del passaparola e nello stesso tempo è stato premiato dalla critica, è riuscito anche ad attirare i lettori che di solito non leggono romanzi mystery perché hanno l’idea che la maggior parte di questi libri non sia di qualità, cosa che non è vera. Larsson ha avuto un successo ben meritato, ma ci sono un sacco di scrittori che lavorano nel settore, che sono altrettanto bravi, ma per i quali ciò non è accaduto, forse perché la propria storia personale, tanto come i libri che stavano scrivendo, semplicemente non eranno validi come Larsson.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Beh, spero solo che continuino a pubblicarmi in Italia. Il mio traduttore, Stefano Bortolussi, è particolarmente bravo, oltre ad essere una bella persona. Penso che aiuti i traduttori, se sono essi stessi autori, in quanto sono più in sintonia con le sfumature della prosa, e penso che istintivamente capiscono che ci vuole una forte componente di creatività per fare una buona traduzione sia di un romanzo o di una poesia. In un certo senso,  ogni parola o frase non si può sempre tradurre letteralmente da una lingua all’altra, in pratica i traduttori costruiscono un nuovo libro e questo Stefano lo sa, ed è ciò che rende il suo lavoro davvero fatto bene.

Il tuo scrittore debuttante preferito?

Beh, credo sia Donna Tartt e The Secret History è stato sicuramente un bel debutto, e di recente mi ha molto impressionato un romanzo irlandese, The Ghosts of Belfast, di Stuart Neville. Stranamente, penso che sia più facile essere un romanziere debuttante, in qualche modo, di quanto lo sia essere uno scrittore affermato. Non ci sono aspettative sul proprio lavoro, oltre a quelle di pari passo con gli investimenti del tuo editore, e si può essere nuovi e sorprendenti. Nella narrativa di genere, soprattutto se si scrive una serie, credo che la qualità che ci deve essere viene data per scontata. Si può fare sempre meglio, quando si va avanti, ma non farai mai lo stesso scalpore che hai fatto con il tuo primo libro.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

The New Daughter, una versione di uno dei miei racconti, è stato appena trasformato in un film con Kevin Costner e Ivana Baquero, anche se non l’ho ancora visto, e un certo numero di altri libri, tra cui Bad Men e The Book of Lost Things, alcuni registi hanno iniziato a portarli sullo schermo, ma è un processo lungo e laborioso, e gli scrittori dovrebbero tenersi a distanza il più possibile. Sono due diverse forme creative, e con due lingue diverse.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato la versione definitiva di Whisperers, il nuovo romanzo di Charlie Parker, e probabilmente inizierò un sequel del romanzo The Gates, il mese prossimo.

Ti piace l’Italia?

Ci sono stato solo una volta, ma ho avuto una bella impressione di Milano. Voglio tornare per vedere Venezia, Firenze e Roma. Forse quest’ anno, mi auguro, ma il problema è che faccio un lavoro piuttosto difficile, e può essere difficile trovare il tempo giusto per prendersi una vacanza.

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Una volta ho partecipato ad un terribile show televisivo a quiz chiamato “Going For Gold”. Ho resistito per due settimane e poi sono stato battuto da un tizio scozzese. Tutto era profondamente imbarazzante, se non altro per i miei amici, comunque ho ottenuto un viaggio a Londra.

:: Intervista a Maurizio de Giovanni a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010
Maurizio
Benvenuto Maurizio su Liberidiscrivere e grazie di aver accettato la nostra intervista. Per prima cosa mi piacerebbe sapere qualcosa di più di te. Dove sei nato, che studi hai fatto, qualche tuo pregio e qualche tuo difetto.R. Grazie a voi di avermi invitato in un “luogo” che da lettore incallito ho sempre frequentato con grande piacere. Sono napoletano nel corpo e nell’anima; sono nato nel 1958, un ariete testardo e permaloso un po’ soggetto a sbalzi d’umore, sempre sospeso tra euforia e malinconie ingiustificate. Ho studiato lettere classiche, poi la prematura morte di mio padre, che aveva cinquant’anni, mi ha spinto alla ricerca di un rassicurante e un po’ grigio “posto fisso” che mi ha fatto accantonare per quasi trent’anni ogni aspirazione creativa. Intendiamoci, sono ben lieto di aver avuto un lavoro che mi ha dato anche molte soddisfazioni; ma oggi credo che avrei potuto cominciare anche un po’ prima a scrivere.

Raccontami qualcosa della tua Napoli, qualche squarcio caratteristico per far luce su una città viscerale, splendida e nello stesso tempo tragica. La ami, la odi? Come si vive all’ombra del Vesuvio?

R. Dico sempre che della mia città ho un’immagine stratificata, come una cipolla in cui ogni livello sia di sapore, odore e colore differente dagli altri. Si offre costantemente a piani di lettura diversi e a qualunque approfondimento si voglia fare. Qualsiasi interpretazione non può comunque prescindere dai registri umoristico e noir; più di ogni altro luogo nel mondo, Napoli è ironica e ferita, addolorata e divertente. Non è facile viverci, anzi spesso si ha l’impressione di attraversare la giungla; ma devi credermi se ti dico che un napoletano altrove, per benissimo che possa trovarsi, sentirà sempre mancargli un pezzo fondamentale.

Che lavori hai fatto prima di dedicarti alla scrittura? Si può vivere di scrittura al giorno d’oggi?

R. Sono tuttora un funzionario di banca che cerca con molte difficoltà  di conciliare l’impegno lavorativo col crescente spazio che la scrittura e il lusinghiero successo di Ricciardi richiedono. Sono uno scrittore fortunato, come sai il passaparola tra i lettori ha fatto in modo che i romanzi si diffondessero a macchia d’olio e che l’interesse attorno al personaggio e quindi al suo autore crescessero in misura esponenziale, ma devo dirti che vorrei avere molto più tempo da dedicare alla promozione. Oggi in Italia i numeri delle vendite non supportano se non in rarissimi casi la scelta di dedicarsi unicamente alla scrittura: quelli che ci riescono integrano con attività collaterali, come collaborazioni a giornali, sceneggiature, conferenze, presentazioni o partecipazioni a festival e incontri. E’ rarissimo che le sole vendite consentano scelte radicali di vita e di professione. Ti faccio un esempio: il primo romanzo di Ricciardi, “Il senso del dolore”, è uscito a fine giugno in Germania; un romanzo nuovo di un autore nuovo, italiano, sconosciuto alla platea dei lettori tedeschi; ebbene, in tre mesi ha venduto circa 20.000 copie. Numeri che qui da noi un romanzo di discreto successo che esce per un editore di medie dimensioni totalizza in un anno.

Com’è stato il tuo esordio? E’ stato difficile trovare il tuo primo editore?

R. Il mio è stato un caso anomalo fin dall’inizio. Iscritto da amici per scherzo a un concorso per giallisti esordienti indetto dalla Porsche Italia, “Tiro Rapido” edizione 2005, l’ho inaspettatamente vinto con un racconto che aveva per protagonista questo strano commissario napoletano degli anni trenta che vede i morti. Il premio consisteva nella pubblicazione del racconto su “L’Europeo” di agosto, il numero tradizionalmente dedicato alla cronaca nera. Un’agente letteraria lesse il racconto e mi cercò, chiedendomi di farle avere un mio romanzo con lo stesso protagonista. Non esisteva, e quindi scrissi il romanzo durante le ferie, senza aver mai scritto nulla prima di allora, e il romanzo dopo alcune vicissitudini giunse tra le mani del direttore del centro di produzione Rai di Napoli che lo fece a sua volta leggere a un amico, Domenico Procacci della Fandango; da lì in poi la storia del progetto Ricciardi prese la dimensione del crescente successo che sai. Insomma, sono uno di quei rarissimi e fortunati scrittori che non hanno mai dovuto fare la gavetta, inviando dattiloscritti a destra e a manca per trovare un editore. Fortunato io, e magico Ricciardi.

Il tuo rapporto con la critica. Che effetto ti fanno le recensioni, sia che siano elogi o critiche motivate? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere in assoluto?

R. Forse perché non ho pretese “letterarie” e la mia scrittura non è particolarmente invadente, devo dire che la critica è stata finora molto benevola nei confronti dei romanzi di Ricciardi. Le recensioni sono molte e tutte generalmente positive, alcune a dire il vero addirittura commoventi. Forse la maggiore gratificazione è venuta proprio dalla Germania, quando un giornale ha scritto che “non vedeva l’ora di leggere il seguito della storia di questo poliziotto napoletano”, e che invitava l’editore tedesco, Suhrkamp, a pubblicare il secondo romanzo in fretta. Bello, ma anche impegnativo.

Tutto iniziò con il racconto quasi joyciano “I vivi e i morti”, puoi parlarcene?

R. Ti dicevo del concorso della Porsche Italia. In finale a Firenze venne proposto dalla giuria (della quale facevano parte scrittori del calibro di Carofiglio, Lucarelli ed Evangelisti) un tema riferito a una celebre serie di delitti, quelli della Ludwig, la sigla terrorista di destra che sparse morte e terrore nel Veneto negli anni ottanta. Avevo cominciato a scrivere una storia di ambientazione contemporanea quando mi sentii chiamare dal presidente della giuria, Daniele Protti, il mitico direttore de “L’Europeo”, che mi fece: lei è quello che a Napoli ha scritto del commissario che vedeva i morti? Mi fa un altro racconto con lo stesso protagonista? Cambiai immediatamente rotta, inserendo nel tessuto napoletano dei primi anni trenta una storia di terrore e di vendetta, nella quale il rampollo di una nobile famiglia decideva di ripulire la città dalla prostituzione che aveva fatto ammalare e morire il padre di sifilide. Un testo semplice e diretto ma forse anche simbolico che piacque molto e che mi diede la vittoria del concorso. Da lì, come dici benissimo, iniziò tutto il resto.

Come nasce il personaggio di Ricciardi? Un po’ ti somiglia? Ci sono riferimenti autobiografici?

R. Ricciardi nasce per puro caso; l’ambientazione liberty del caffè Gambrinus di Napoli, dove si svolse l’eliminatoria del concorso che ti ho raccontato, il caldo opprimente di giugno e una bambina che passava fuori in strada e che, sentendosi osservata, mi fece una smorfia. Piccoli elementi che fecero scattare dentro di me qualcosa, una scintilla di fantasia.  Ricciardi non mi somiglia, né fisicamente a parte forse il colore degli occhi, né psicologicamente, essendo io estroverso e tutt’altro che taciturno; ma la sua percezione del dolore, la sua condanna a non poter voltare le spalle alla sofferenza, la sua partecipazione affettiva soprattutto nei confronti dell’infanzia, credo di condividerle profondamente. Invece, se dovessi scegliere il personaggio al quale mi sento più simile, direi Maione, il brigadiere che gli fa da spalla e che lo protegge a distanza.

Iniziamo con “Il senso del dolore- L’inverno del commissario Ricciardi”, come le quattro stagioni di Vivaldi, per prima hai scelto l’inverno, è la stagione che assomiglia di più al tuo protagonista?

R. Scelsi l’inverno e il vento; mi pareva che il disordine dell’anima, lo scompiglio dei sentimenti e le solitudini generate dalle passioni e dal delitto avessero casa in quella stagione. Volevo dare ai personaggi una difficoltà di relazione costante, una lontananza determinata anche dal freddo, da un clima che desse un colore livido e dolente a tutto il romanzo. Forse però la stagione che somiglia di più a Ricciardi è l’autunno, privo com’è della speranza di primavera che comunque l’inverno mantiene dentro per tutto il suo corso.

Parliamo dell’ambientazione così accurata, anomala forse nel genere, come ti sei documentato, che ricerche hai fatto?

R. La ricostruzione dell’ambientazione è sicuramente la parte più difficile della mia scrittura. Sono meticoloso, non mi piace descrivere particolari o situazioni connesse al periodo senza averle più volte verificate e approfondite; non sopporterei sentirmi eccepire da qualche lettore un’inesattezza storica, cosa per fortuna finora mai accaduta. Non è assolutamente facile reperire materiale, è come se i fatti successivi, la guerra, i bombardamenti e le indicibili sofferenze che i napoletani hanno dovuto sopportare, abbiano spinto a cancellare ogni traccia di quei vent’anni dalla memoria collettiva della città. Mi aiutano molto le immagini, le fotografie dei grandi archivi come Troncone, Parisio, Alinari; metto le figure in movimento, le faccio camminare e le coloro, creando le scene dei miei romanzi. Mi aiutano, e molto, alcuni amici come Michele Antonielli, un vero mastino nelle ricerche, Francesca Filardo, una straordinaria costumista teatrale appassionata nella ricostruzione di abiti e tessuti dell’epoca, e Antonio Formicola, il mio “consulente strategico”, sufficientemente criminale da pensare i delitti come se fossero veri. E naturalmente la mia fantastica Paola, senza la quale non scriverei nemmeno una parola.

Sei stato finalista al premio letterario Giorgio Scerbanenco del Courmayeur Noir Festival, che ho seguito,  praticamente il vincitore morale secondo la votazione del pubblico. Che esperienza è stata?

R. Ritrovarsi tra grandi scrittori che ammiro e di cui ho molto letto, scoprire che si tratta di persone disponibili, gentili e allegre, far parte integrante di un mondo che fino a ieri potevo solo sognare è stato meraviglioso. Di questo straordinario regalo non potrò mai ringraziare abbastanza tutti i lettori che, affezionati a Ricciardi, lo hanno voluto collocare nel Gotha del noir italiano. Ho vinto nello stesso momento in cui sono sceso dall’aereo a Torino e ho respirato l’aria di neve che c’era.

Ti piacerebbe insegnare scrittura creativa?

R. Mi capita spesso di essere invitato a seminari e laboratori per tenere lezioni sulla scrittura gialla e noir e ti dico che la cosa mi diverte moltissimo e mi appassiona. Sono anzitutto un lettore inveterato e bulimico del genere, per cui ne so a sufficienza per discuterne per ore, e a giudicare dall’affluenza e dalla partecipazione a questi incontri credo di non essere troppo noioso. Tuttavia devo dire che secondo la mia opinione il talento può essere raffinato ma non insegnato: la scrittura è un utensile, chi deve vincere è la storia al cui servizio lo scrittore deve sempre ricordarsi di essere. Lo scrittore di noir è un po’, a mio avviso, come l’arbitro di calcio: più è bravo, meno deve essere protagonista.

Parlaci di una tua giornata tipo dedicata alla scrittura; sei un abitudinario, hai qualche scaramanzia?

R. In questo credo di essere un po’ atipico, come napoletano. Scrivo solo quando sono costretto a farlo, non ho il “sacro fuoco”, se ho un’ora di tempo la dedico alla lettura più che alla scrittura. E comunque ho talmente poco tempo che devo ritagliarmelo nelle condizioni più strane, anche nella perenne confusione di casa mia; mi isolo, non sento quello che succede attorno e spero in un risultato decente. Quando però la storia mi prende, allora staccarmi dalla tastiera è difficilissimo e scrivo finché non casco dal sonno.

La miseria e il dolore sono i veri nemici nei tuoi libri, non si ha mai la sensazione che giudichi anche i personaggi più negativi, come nasce questo tuo atteggiamento?

R. Non credo nei buoni e nei cattivi, nella vita come nella letteratura; e credo che il pregiudizio sia la cosa più stupida che gli uomini abbiano inventato. Esiste l’egoismo ed esiste il bisogno, lo stato di necessità; negli anni trenta, quando i grandi poteri economici erano consolidati e gli interessi della criminalità organizzata non avevano ancora fatto il loro brutale ingresso nella vita quotidiana, i motori del delitto erano la miseria, l’invidia, l’egoismo e l’amore. Sentimenti primari, passioni la cui suppurazione infettava come ancora infetta le anime e spinge al male. Mi piace riconoscere e descrivere questo processo, in tutte le infinite forme che può assumere; il vero noir, che è un viaggio nella formazione e nello sviluppo del male, per me è questo.

Ti piace la poesia? Che autori leggi principalmente?

R. Amo molto la poesia, con l’amore di chi non sarebbe mai capace di indagare se stesso con tanta e tale profondità da scriverne. Tra i classici adoro Kavafis, Corazzini e Garcia Lorca, ma ho la fortuna di conoscere e di essere amico di alcuni raffinati poeti napoletani, tra i quali vorrei ricordare Bruno Galluccio, autore di una raccolta per Einaudi dal titolo “Verticali”, e Rossella Tempesta (“L’impaziente” per Boopen Led): il colore limpido delle loro anime dà luogo a liriche per me di straordinario valore.

Se dovessero fare una trasposizione cinematografica dei tuoi libri chi vedresti bene nella parte di Ricciardi?

R. Questa è stranamente la domanda che mi viene fatta più spesso, forse perché Fandango, il mio editore, è anche una grande casa di produzione cinematografica e televisiva; o anche, ed è quello che mi auguro, perché le mie storie lasciano ai lettori immagini ben chiare e la voglia di attraversare personalmente quei climi e quegli ambienti. Non ti nascondo che il progetto esiste e forse tra non molto gli appassionati potranno vedere, magari sul piccolo schermo, le vicende di Ricciardi. Per quanto riguarda l’attore che potrebbe interpretarlo, sono anch’io molto curioso; mi piacerebbe che fosse campano, consapevole delle atmosfere che può avere questa terra e in grado di riprodurne espressioni e sentimenti. Sarà comunque meraviglioso vedere professionisti del settore, registi e attori condividere un progetto del quale non sono assolutamente geloso.

Quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzato come scrittore e quelli che ti hanno folgorato come lettore?

R. Come ho detto sono un lettore bulimico e quindi non ho pregiudizi di genere. Credo inoltre che in ogni libro ci sia qualcosa di bello e che ogni lettura lasci un piccolo o grande segno nell’anima. Amo Le Carrè, Garcia Marquez, Follett, Asimov, il King dei classici; Mc Carthy, Roth; ho trovato interessanti le prime prove di Perez Reverte e di Zafòn, salvo rimanerne un po’ deluso in seguito. Tra gli italiani nel genere apprezzo Carofiglio, Evangelisti, Todde, il mio amico Diego De Silva e Gianni Biondillo, straordinaria la sua scrittura. Fuori dal genere Veronesi è il mio preferito, dopo l’immenso Stefano Benni.

So che sei un grande appassionato dell’87° distretto di Ed McBain, cosa ami più di questo autore?

R. I 52 romanzi dell’87° distretto sono a mio modo di vedere un cardine di assoluta importanza per il mondo del noir. La costruzione di un mondo, di un gruppo di uomini con le loro storie quotidiane, i problemi personali, gli amori, i figli e le vite intessute a doppio filo con una città che è un immenso animale feroce, con sonni e rabbie improvvise, e col mostro del delitto acquattato dentro, pronto a ruggire e a scagliarsi contro chiunque. E più ancora il clima, il freddo, il caldo, la primavera a scandire gli umori, i tempi e i modi dell’azione sempre serrata che lascia il lettore senza fiato e con un’acuta nostalgia alla fine di ogni romanzo. Un Maestro assoluto. La sua scomparsa, nel 2005, ha lasciato un vuoto che non sarà mai colmato.

Definiscimi il noir.

R. Il noir è un viaggio; un percorso attraverso il male, la sua genesi, la crescita, lo sviluppo e l’esplosione attraverso il delitto. E’ un modo di guardare il mondo senza giudizi o pregiudizi, dove gli innocenti e i colpevoli non esistono e dove vittime e carnefici si scambiano di posto così spesso da renderne impossibile il riconoscimento. E’ un pianeta nel quale legge e giustizia non hanno la necessità di coincidere, e dove la pena da scontare è spesso la vita stessa.

Chandler o Hammett?

R. Chandler. Folle e visionario, imprevedibile come la materia di cui scrive.

Tornando al periodo storico in cui hai ambientato le storie di Ricciardi, ovvero gli anni 30 in un certo senso ambientazione prediletta da Lucarelli, in cosa siete simili e in cosa siete diversi?

R. Anzitutto lui è un grandissimo, che non deve dimostrare niente e che ha da tempo consolidato il suo valore di autore; cose che io sono ben lungi dal raggiungere, per ora. Come scrittura credo che ci siano molte differenze, forse lui risponde maggiormente a canoni classici di scrittura di genere mentre per me il noir è un’occasione di viaggio attraverso sentimenti e passioni dell’epoca. Insomma credo che per il sottoscritto l’ambientazione sia un punto d’arrivo mentre per Lucarelli costituisca un punto di partenza; ma è solo la mia opinione, naturalmente.

Ci sono autori emergenti che ti hanno particolarmente colpito? R. Tra gli esordi degli ultimi anni ho già citato Gianni Biondillo, il mio preferito; mi piacciono moltissimo anche Ugo Barbàra, autore di “In terra consacrata”, il cui taglio giornalistico è interessantissimo, e Bruno Morchio, la cui Genova è coinvolgente e trascinante. Mi piace anche ricordare l’agghiacciante “Accabadora” della bravissima Michela Murgia, epigona di una tradizione, quella sarda, che è a mio parere la vena più profonda del noir italiano.

Qualche consiglio agli scrittori in cerca di editore?

R. Non cedere alla tentazione di pubblicare a pagamento: si tratta di una truffa non a danno dell’autore, che è libero di spendere come crede i propri soldi, ma del lettore, che troverà sugli scaffali prodotti privi di una necessaria selezione alla base e che quindi tra tanto ciarpame potranno non trovare romanzi belli e interessanti; poi non voler per forza scrivere qualcosa di originale, perseguendo un eccessivo allontanamento dalla realtà che, se per gli scrittori in genere è dannoso, per gli autori di noir è letale; infine, naturalmente, non mollare mai se si crede fortemente nelle proprie storie.

Il primo giallo tutto italiano pubblicato dalla Mondadori è “Il sette bello” I gialli Mondadori, 1931 di Alessandro Varaldo. L’hai mai letto?

R. No, ma ho letto tutti i romanzi di Augusto De Angelis, il creatore del commissario De Vincenzi, il primo giallista italiano che ebbe immenso successo proprio in quegli anni. E’ una lettura che consiglio a tutti, un po’ ingenua con gli occhi di oggi ma per molti versi di intatto fascino.

Cosa stai leggendo in questo momento?

R. Un bellissimo saggio edito da Fazi, “Storia della paternità” di Maurizio Quilici; un romanzo giallo di ambientazione storica che devo presentare a Napoli, “I leoni d’Europa” di Tiziana Silvestrin (ed. Scrittura & Scritture), un lavoro che dimostra che se si ha una buona idea nessun genere è superato; “Che la festa cominci” di Ammaniti (Einaudi Stile Libero), perché se uno sa scrivere può scrivere qualsiasi cosa.

Perdonami questa domanda un po’ marzulliana, cos’è la libertà per te?

R. La libertà è essere proprietari del proprio tempo: è banale, lo so, ma per me è così. La si baratta un po’ con gli affetti, un po’ col lavoro, un po’ con la passione. E forse, se si è abili nello scambio, non se ne sente poi tanto la mancanza, se se ne conserva almeno un po’.

A che libro stai lavorando in questo momento? Sempre con Ricciardi come protagonista o hai altri progetti?

R. Ho in cantiere il quarto Ricciardi, l’ultimo della quadrilogia per Fandango che uscirà a fine anno, il libro dell’autunno; ho in mente una bella storia, forse la migliore di tutte finora. Poi vorrei scrivere un lavoro teatrale in tre tempi, visitando il mondo inquietante delle anime morte che, ne sono certo, popolano la mia città convivendo coi vivi; e un paio di storie di ambientazione calcistica, un’altra mia grande passione.

Consentimi di abbracciarti e di salutare affettuosamente i lettori di Liberidiscrivere, ringraziandoli di essere arrivati in fondo a tutti questi vaneggiamenti di un anziano giovane scrittore.

Maurizio de Giovanni, febbraio 2010

:: Intervista a Stefano Di Marino a cura di Giulietta Iannone

7 febbraio 2010

Stefano Di Marino

LdS Benvenuto Stefano su Liberidiscrivere. E’da tanto che volevo intervistarti. Sei uno dei pochi autori italiani specializzati in noir d’azione. Presentati ai nostri lettori, tuoi pregi e tuoi difetti.

SDM- Ciao a tutti. Presentarmi? Sono uno che da ragazzo sognava di trasformare il suo hobby in un lavoro. Adesso che ci sono riuscito ho scoperto di non sapere fare altro. Un po’ come Il Professionista, il mio personaggio più fortunato… solo che a differenza sua non devo alzarmi tutti i santi giorni e sparare a qualcuno. Quindi direi che è andata meglio a me che a  Lui… (Sorride)

LdS- Parlaci della tua Milano. Ami l’Italia o preferisci i luoghi esotici?

SDM- Sono cresciuto con Salgari, il mito dell’Oriente dove ho effettivamente passato parecchio tempo, le arti marziali e tutto quel genere di mitologia. Poi, quasi per caso, anni fa, ho scoperto che anche la mia città è un ottimo set per le storie che racconto. Milano. Gangland. Ormai la città di Chance Renard, il Professionista, da diversi anni. Ma anche la mia. Ci sono cresciuto ne ho letto la cronaca ma soprattutto ne ho studiato la geografia criminale. Ho girato le sue strade di giorno e di notte. Studiando la gente, guardando le facce, le vie buie che non finiscono mai. Quelle belle e quelle meno La Milano da bere, delle modelle, della coca, dei salotti buoni. Ma anche la Milano dei tunnel della Stazione, dei binari morti, dei giardinetti striminziti dove si vende di tutto e tutti. La città dei film di Di Leo, di Lenzi, di Martino dei romanzi di Scerbanenco, la Milano degli anarchici, dei centri occupati, delle mille mafie extracomunitarie, della mala italiana che dal Sud è venuta qui a spartirsi il bottino,  la città delle lucciole, dei trans in guerra tra loro, del ‘ tutto a posto e niente in ordine’.  La città dei banditi famosi, della rapina di via Imbonati, dei quartieri cinesi, della casbah, dei bastioni dove i ragazzini romeni si mettono in vendita così, come se fosse normale. La Milano dei pornoshop, dei centri massaggi, dei club privè, delle catene di pizzerie che nascono come funghi e spariscono il giorno dopo per coprire chissà quali riciclaggi, delle palestre, dei bodyguard, del recupero crediti fatto da pugili falliti. Degli assassini e dei maniaci. Dei disperati e di quelli che annegano qualsiasi cosa in un bicchiere d’alcol. Gangland. Senza legge, senza ordine, senza una logica.

LdS- Ti sei laureato in Giurisprudenza, poi invece di fare l’avvocato hai scelto di fare il narratore. Come è nato il tuo amore per la scrittura?

SDM- Ho cominciato a scrivere a dodici anni e da allora non ho mai smesso. Già leggevo moltissimo. La laurea in Giurisprudenza è stato un errore di percorso, me ne sono accorto che ero a metà del cammino. Erano anche altri tempi. Se non mi fossi laureato chi lo sentiva mio padre? Però ho sempre cercato di lavorare nel’editoria, campo di cui non sapevo nulla di concreto. Poi, sbagliando, si impara.

LdS- Cosa leggevi da ragazzino, quali sono state le tue letture di formazione?

SDM- Salgari e London, nelle versioni per ragazzi, montagne di fumetti di ogni genere. Poi sono passato a Fleming, a Segretissimo e ai grandi Western… così ho scoperto molti autori, poi è venuto McBain che era un maestro per chiunque volesse imparare a scrivere. Diciamo una formazione eterogenea…

LdS- Raccontaci una tua giornata tipo dedicata alla scrittura.

SDM- Io lavoro a tempo pieno nell’editoria. Di solito la mattina, dopo aver risposto alla posta, e navigato un po’ tra i vari siti che trattano del mio settore (che cominciano a essere davvero tanti…) traduco per un paio d’ore… diciamo cinque o sei pagine quasi definitive. Poi a pranzo… sport… nuoto, abitualmente. Riprendo il lavoro con una sessione di scrittura di un paio d’ore o qualcosa di più. Diciamo anche qui 5 pagine complete. Tutti i giorni. La costanza e la continuità sono importantissime. Quel che resta tra attività di promozione e letture. Non lavoro mai dopo cena se non per eventi quali presentazioni e corsi di scrittura.

LdS- Sei stato definito uno scrittore prolifico e instancabile, ed effettivamente hai scritto tantissimo spaziando  dal thriller, al noir d’azione, all’horror . Dove trovi tutta questa energia?

SDM- Nella passione per quello che faccio. Personalmente ho una formazione marziale, quindi sono un ‘padrone’ abbastanza rigido. Scrivere è un mestiere, bellissimo, ma richiede dedizione. Tutti i giorni, un po’ , ma tutti i giorni. I libri non si scrivono da soli….

LdS- Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai avuto nel
le mani il tuo primo manoscritto ultimato come hai trovato un editore? C’è qualche talent scout che ti ha scoperto?

SDM- Come dicevo ho scritto sin da giovanissimo. Un sacco di romanzi e racconti finiti ma non rivisti. Ho cominciato a cercare di pubblicare intorno ai 25 anni collezionando una serie di porte in faccia micidiali. Però ho iniziato con qualche articolo, un raccontino qui e uno là, e sempre avanti a rompere l’anima a editor e a chiunque avesse contatti con l’editoria. Contate che negli anni ‘80 non c’era internet e tutto diventava più lento. L’occasione buona venne per testardaggine e per fortuna. Scrivevo per la rivista Febbre Gialla di Massimo Moscati che collaborava con il Giallo Mondadori ed era amico di Orsi allora proprietario della Libreria del Giallo. Un pomeriggio ci incontrammo di persona proprio in libreria. Mi disse che stava curando un progetto per gli Oscar, Nero  Italiano. Mi chiese se mi andava di cimentarmi. Certo, non era una spy story internazionale ma una vicenda  milanese con parecchi paletti imposti dall’editore. Ma l’idea del thriller ambientato nel quartiere cinese gli piacque. È cominciata così…. Per il sangue versato, 1990.

LdS- Io sono una lettrice istancabile di Segretissimo, scaffali interi della mia biblioteca sono pieni di quei libri sottili dalla copertina nera, quali pensi siano gli autori migliori?

SDM- Molto piacere che tu lo dica… sfata il mito che Segretissimo sia solo una lettura maschile. Diciamo che Segretissimo ha sempre proposto la spy story nella sua versione più dinamica e avventurosa. Tra gli autori del passato sicuramente Jean Bruce, Nick Carter e Donald Hamilton (quello di Matt Helm). Il migliore di tutti per me era comunque Aarons che era anche un grande giallista. I romanzi di Sam Durrell sono ancora oggi trai migliori. Poi c’è SAS di de Villiers che è un po’ un caso a parte perché ha trovato una variante del  modello Bond inserendo l’attualità realistica e il sesso hard che prima non c’erano. Dal 1965 a oggi 180 episodi (non tutti scritti da lui) : bel record. Poi mi piaceva molto Phil Sherman di Don Smith. Ma c’erano moltissime serie valide che spesso hanno ispirato il cinema da Coplan di Paul Kenny a Domino di John Tiger.

LdS- Hai letto Balkan Bang di Al Custerlina? Se sì, che ne pensi?

SDM- Certo. Lo presi all’uscita perché già dal titolo mi ispirava. Poi ho conosciuto Alberto. Abbiamo fatto anche diverse presentazioni assieme e siamo diventati amici. Abbiamo una affinità di visione per quanto riguarda questo genere di storie. Mi fa molto piacere che Balkan Bang sia stato pubblicato anche su Segretissimo e naturalmente aspetto di leggere Mano nera che dovrebbe uscire entro questa estate.

LdS- Oltre a scrivere romanzi scrivi anche racconti, nella brevità è più difficile essere incisivi e completi, che tecniche usi per scrivere buoni racconti?

SDM- Ho esordito con i racconti ma la mia passione sono gli intrighi lunghi. Però ho riscoperto il piacere del racconto di media lunghezza proprio nell’ultimo anno. Prima di tutto devo dire che mi fa piacere che si siano aperti più spazi per questo tipo di narrativa che ritengo utilissima per farsi conoscere al di fuori del proprio pubblico abituale. Lo schema di lavoro è identico a quello del romanzo, a volte i fatti si sviluppano intorno a una singola idea. Il racconto , dopotutto, vive intorno a una trovata. Mi trovo a mio agio sulla lunghezza che va dalle 30 alle 60 cartelle perché ho comunque la possibilità di sviluppare una trama. Però ho scritto anche racconti di una pagina come nel caso dell’antologia 365 racconti erotici che uscirà per Delos, in cui era richiesto un racconto di 2000 battute, una pagina. Lì sì che ci vuole l’idea fulminante.

LdS-Fai parte della redazione della rivista fantascientifica Urania. Quali sono i tuoi scrittori di fantascienza preferiti?

SDM- In realtà ho cominciato a lavorare nella redazione di Urania, 20 anni fa… non ne faccio più parte dal  ’94, ma ho mantenuto buoni rapporti ovviamente con lo staff. Devo ammettere che la mia cultura fantascientifica è più cinematografica che letteraria. Per me la fantascienza è Alien e seguiti, Blade Runner, Matrix… narrativamente trovo interessanti i romanzi di Gibson ma credo che il mio punto di riferimento in merito sia Herbert con la saga di Dune. Ricordo poi Lucius Shepard, in particolare  Settore Giada e Kalimantan, una storia sul mondo magico del Borneo che mi  ispirò moltissimo… Ovviamente per lavoro ho letto i classici da Asimov a Phol, Strugeon e molti altri, però non è che mi abbiano lasciato moltissimo. Nel campo del fantastico sono più orientato sull’horror dai classici gotici passando per Lovecraft via Matheson, Block, McCammon e Simmons che trovo eccezionale nei romanzi  horror(I figli della paura, L’Estate della Paura, il Terrore, e Drood che è ancora inedito ma è una ricostruzione dell’epoca dickesiana in chiave horror veramente eccezionale) mentre mi piace di meno quando scrive di fantascienza.

LdS- Stefano Di Marino e la critica. Più gioia o dolori? Quale è la recensione che ti ha fatto più felice leggere?

SDM- Ho sempre avuto critiche positive ma agli editori la cosa sembra interessare poco. Un funzionario di una casa editrice una volta mi disse… ‘bella la recensione di Pacchiano sul Sole 24 ore (si parlava Ora zero, Nord) ma quante copie ti ha fatto vendere?’ Ne ricordo una molto positiva di Lacrime di Drago sul Manifesto, poi alcune di Asciuti su Pulp. Tante comunque. Ricordo con piacere quelle in cui ho capito che il recensore aveva letto il romanzo… Sic transit gloria mundi… preferisco le lettere dei lettori…

Lds- Quali scrittori esordienti ti hanno maggiormente impressionato. C’è un consiglio che vorresti dargli?

SDM- Negli ultimi anni c’è stato un florilegio di nuovi autori. Sono amico di diversi di loro. Tra le donne la più dotata mi sembra sicuramente Barbara Baraldi, però mi piacciono molto anche i racconti di Cristiana Astori. Ho trovato formidabile anche Les italiens di Enrico Pandiani che non conosco ma credo che diventerà noto. Poi diversi altri…A chi comincia consiglio senz’altro di interrogarsi sulle proprie motivazioni. È un ambiente e un lavoro difficilissimo, non tanto per la parte creativa. Il ‘mestiere’ di scrittore è fatto anche di risvolti meno piacevoli che riguardano i rapporti con le case editrici, con le immancabili frustrazioni che vengono dai rifiuti, dalla cattiva distribuzione… insomma tutte cose che all’inizio si tende a dimenticare eppure sono fondamentali. Se non avete una grande passione e una grande forza di volontà è meglio che scegliate un’altra carriera. Difficilmente diventerete ricchi e famosi con questo lavoro, perciò le soddisfazioni vengono dalla possibilità di raccontare le proprie storie, magari a un numero ristretto di persone, e a volte arrivare a fine mese è dura. Se dopo aver considerato che comunque in Italia si legge poco e che gli scrittori di successo di solito sono persone che hanno già altre fonti di reddito e anche spinte e non necessariamente vi trovate in questa situazione privilegiata… e avete ancora voglia di diventare narratori… be’ ragazzi, dateci dentro. Avete tutto il mio sostegno morale.

Lds- Il libro aperto sul classico comodino?

SDM- Il ventre del lago(Boy’s Life) di Robert McCammon, pubblicato da Interno Giallo. La storia di un ragazzo che vuol diventare scrittore. Nel corso di un’estate vissuta tra le paludi del profondo Sud degli Stati Uniti diventa uomo attraverso tutta una serie di avventure che hanno tutte una spiegazione logica ma potrebbero avere un risvolto fantastico. Ho pianto alla fine. E poi Posizione di Tiro di Manchette, il vademecum del  noir d’azione.

LdS- Puoi parlarci della trilogia di Montecristo? Ti sei ispirato a fatti reali italiani, come Gladio?

SDM- No, per la verità. Volevo scrivere una storia su un colpo di stato in Italia e cercavo uno spunto da molti anni. Poi mi sono ritrovato con una serie di fatti slegati del passato e del presente, suggestioni cinematografiche e reali. Insomma un sacco di cose vere o fantastiche che si intersecavano ed è nata quella storia. Malgrado sia molto lunga , 900  pagine in tutto,  nelle sulle linee guida mi è stata subito molto chiara. E’ un romanzo politico? Forse; è uno specchio distorto ma fino a un certo punto dell’Italia che vedo interno a me e che, per la verità, mi inquieta parecchio. Ma è anche una storia di intrattenimento, di fantapolitica. Certo ci sono dei riferimenti per chi vuole vederli, ma il mio scopo non era quello di lanciare messaggi. Magari suscitare qualche riflessione quando l’eco delle pallottole si spegne.

Lds- Raccontaci un episodio divertente o bizzarro che è accaduto durante una presentazione dei tuoi libri.

SDM- Presentazione di Ora Zero alla FNAC di Milano nel 2005. Mi introduce  Giovanni Pacchiano che è sempre un nome della cultura  italiana, pubblico variegato. L’editore era stato mio compagno di Liceo e aveva chiamato tutta una platea di ex compagni e compagne che io non vedevo da vent’anni. La Milano bene. Poi c’erano amici e colleghi. E poi venne Caterina, una spogliarellista con cui uscivo in quel periodo. Colombiana, una ragazza d’oro. Serissima e un po’ intimidita ma sempre in grado di far girare la testa a tutti. Si siede in ultima fila poi a un certo punto mi saluta timidamente. Impegni. Ho fermato la presentazione per salutarla. “Encandato de su presencia!” Un figurone. Poi, l’anno scorso a Bologna, con Bernardi alla Feltrinelli per la presentazione di Pietrafredda (Perdisa) presentavamo anche il romanzo di Angelo Marenzana. Bel pubblico. Arrivano poi una serie di mie affezionati lettori. Alcuni li conoscevo solo via internet, altri di persona. Uno aveva la maglietta del  Punitore con il teschio. Un altro arriva tutto fico, abbronzatissimo, altri con le facce da duri. Si arroccano in prima fila. Guardo Luigi e gli dico: “I tatuati sono la mia gang”. E Luigi che mi conosce da vent’anni e sa che sono rimasto quello di una volta sospira e sorride. “Lo so”, mi dice. Poi ci sarebbe da scrivere un libro su tutto quello che è successo e succederà ancora al Sud di Milano con Pinketts e Cappi. Il Sud ci ha regalato emozioni uniche. Sigari, alcol, ragazze, tipi strani. Gangland, come dicevo prima.

LdS-Ci sono progetti cinematografici tratti dai tuoi libri?

SDM- Al momento no. Per il sangue versato  fu opzionato dal cinema e pagarono anche un sacco di soldi di anticipo. Mi ci comprai la macchina. Ma non se ne fece nulla. In realtà ho l’impressione che le mie cose non siano adatte alle produzioni italiane attuali né per il cinema né per la Tv. Negli anni ’70 forse…

Lds-Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

SDM- Come ti dicevo da ragazzo tutti gli autori avventurosi da Salgari a  Fleming passando per McBain. Di sicuro agli inizi degli anni ‘90 la lettura di Ellroy(Dalia Nera e Il Grande Nulla in particolare) mi hanno aperto delle prospettive nuove. Sono comunque un grande consumatore di pulp, nel senso migliore. Robert B. Parker, Richard Stark, LeBreton, sicuramente Manchette, Recentemente ho riscoperto Huges Pagan e ho letto con grandissimo piacere il romanzo che Oliver Marchall ha scritto con David Defendi dalla sua serie Braquo. Tra gli italiani Scerbanenco e… sì lo so che è un autore di fumetti, ma mi ha influenzato moltissimo,  Magnus (Roberto Raviola) dello Sconosciuto e dei Briganti. Un grande artista, un grande Uomo, che ho avuto anche il piacere di conoscere. Credo manchi a tutti…

Lds-Sei un appassionato d’oriente e un cultore d’arti marziali. In cosa pensi queste passioni abbiano influenzato la tua scrittura?

SDM- Per me arti marziali, scrittura, fotografia fanno parte del mio modo di esprimermi, non c’è una linea di demarcazione. Una volta ero un praticante ossessivo se non  bravissimo… insomma come per la scrittura… talento sicuramente un po’, ma moltissima passione e perseveranza. Oggi  gli anni sono passati ma lo spirito resta quello.

LdS- Sempre parlando d’arti marziali, argomento che mi appassiona, pensi che chi pratica queste discipline abbia un’ autodisciplina e un rigore morale maggiore anche fuori dalle palestre?

SDM- Ne parlavamo prima. Io credo nella autodisciplina che è il contrario della disciplina. È una cosa che scegli di seguire da solo, non ti viene imposta. Sei tu il tuo maestro. Il più severo a volte.

LdS- Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che oggi grazie all’esperienza non commetteresti più?

SDM- Eh, ho un brutto carattere, combattivo, indipendente… per emergere , paradossalmente, bisogna stare nel branco… no, sinceramente ho sicuramente fatto delle scelte sbagliate ma alla fine, nelle stesse condizioni, le rifarei. Ti faccio un esempio. Quando cominciai a lavorare in Mondadori mi offrirono un posto da redattore ordinario(non giornalista) a Urania. Il funzionario che mi fece il colloquio mi disse che era un lavoro da frustrati ma io dovevo guadagnare e accettai. Di certo non avrei retto più di quattro anni, però ho conosciuto un sacco di persone, ho visto come ‘ si fanno’ fisicamente i libri e sono state lezioni importantissime. Poi, anni dopo, mi sentii dire che dovevo scontare di aver cominciato a lavorare come redattore… in pratica o si comincia a giocare in prima classe oppure si resta sempre nelle retrovie. Ma credo succeda anche nella musica dove ci sono fior di arrangiatori e la gente ricorda solo i divi che finiscono sui rotocalchi… un  po’ il contrario del mito del narratore  che comincia da zero. Però fa anche parte della condizione di scrittore ‘ de genere’ che mi sento attaccata addosso da anni. E va bene così.

LdS- A che libro stai lavorando in questo momento? Puoi anticiparci i tuoi progetti anche futuri?

SDM- In questo preciso momento sto lavorando a una nuova avventura del Professionista ma ho moltissimi progetti. Si lavora sempre con un anticipo di almeno un anno. Ho scritto e consegnato dei racconti  hard boiled, erotici, horror, un manuale di scrittura… stavo lavorando a una sceneggiatura a fumetti presa dal Professionista ma il progetto mi sembra sfumato. Non importa; scrivere è un lavoro che richiede molta volontà e una continua  creatività. Alla fine come diceva Oliver Stone ‘Che si vinca o si perda, non conta. Si gioca ogni maledetta domenica e ogni volta si comincia da capo’. Grazie a te e a Liberi di Scrivere per avermi concesso questo spazio.

:: Intervista con Enrico Pandiani a cura di Giulietta Iannone

1 febbraio 2010
Enrico
Ciao Enrico e benvenuto su Liberidiscrivere. Come tradizione inizierei con le presentazioni. Descriviti ai nostri lettori, anche fisicamente. I tuoi studi, i tuoi interessi, difetti e pregi.
Era un uomo piuttosto alto, corpulento, dava l’idea di aver fatto della ginnastica in gioventù ma di aver tirato i remi in barca da parecchio tempo. Nonostante l’età non più giovane, i capelli ancora del colore originale e le iridi chiare gli davano un’aria scanzonata e attraente, appena affaticata da un paio di borse sotto gli occhi. «Se i miei vecchi non mi avessero mandato allo scientifico» ha detto sollevando appena le spalle, «forse sarei diventato un grand’uomo. Invece, in vita mia non ho mai preso una sufficienza in matematica.» Ha ridacchiato mostrando una chiostra di denti piuttosto regolari e nemmeno tanto gialli. «È per questo che ho lasciato Architettura, non volevo che a qualche deficiente crollasse in testa una casa progettata da me.» Ha messo su un disco dei Led Zeppelin che stonava piuttosto con l’arredamento sobrio ma disordinato della sua casa, con i quadri moderni, le grandi fotografie e tutti quei libri il cui peso, prima o poi, avrebbe fatto passare l’appartamento al piano di sotto. «Mi hanno sempre dato molto, i Led Zeppelin» ha detto battendo il tempo di Misty mountain hop con la punta del piede, «Quando scrivo ascolto quasi sempre loro, oppure Brassens, a volte Aimee Mann. Ce ne sono tanti che mi piacciono, la musica mi ha sempre ispirato.» Una grossa pistola semi automatica era smontata sul tavolino accanto alla poltrona, contornata da stracci spazzolini cilindrici e olio lubrificante. Gli piacevano le armi, questo era fuor di dubbio. Del resto, dato il suo mestiere, la cosa non mi sorprendeva più di tanto. Ha preso la canna tra le dita e le ha dato due colpetti di spazzolino guardandola poi contro luce  davanti al vetro della finestra.«Non ho più voglia di fare niente» ha brontolato rimettendo l’oggetto al suo posto, «l’indolenza è il mio peggior difetto. Con l’avanzare dell’età il mio solo desiderio è quello di scappare.» Si è seduto pesantemente in poltrona. «Mi rimane solo la curiosità» ha detto con un sorriso tranquillo, «di quella ne ho ancora tanta, immagino che non si esaurirà  mai. E mi piace la gente, sorprendentemente sono ancora attratto dai miei simili.» Accanto alla porta era appesa una foto di Parigi, un lungo Senna trafficato e pieno di gente. La luce era quella del pomeriggio inoltrato, l’acqua del fiume ribolliva di riflessi. Me lo sono immaginato sul quai, davanti alla Prefettura di Polizia, immobile, le mani in tasca e lo sguardo perso su quella città che amava da morire. Sicuramente intento a pensare qualche altra cretinata da far fare ai suoi italiens.

Torinese di adozione o la torinesitudine fa parte del tuo dna? Parlami un po’ della tua Torino, ambientazione assai frequente per storie con sfumature noir. Hai in progetto di ambientarci qualche tuo libro?

Torino è una città molto bella e molto stanca. Ma allo stesso tempo molto viva, anche se pare sia una delle due più inquinate d’Italia. Io Mi ci trovo bene, ci sono nato e vissuto a parte qualche breve periodo a Milano che, invece, non mi attrae affatto. Torino ha parecchie affinità con Parigi, c’è il fiume, ci sono i palazzi, i monumenti e una certa luce. C’è troppo traffico, quello sì, troppe auto a tutte le ore del giorno e della notte. Io uso spesso la bicicletta ma questo mi serve solo a respirare un mucchio di schifezze. Non ho ambientato il mio romanzo a Torino perchè avevo bisogno di una città nella quale la politica vi si svolgesse a livello nazionale. Roma è bella ma la conosco poco, Parigi, invece la conosco come le mie tasche, così sono nati les italiens. Il romanzo che sto scrivendo, una terza storia del commissario e dei suoi colleghi, inizia a Parigi e finirà a Torino. Mi diverte l’idea di vederla con gli occhi di una persona che non la conosce per niente.

In un certo senso Torino  e Parigi si somigliano, parlami della tua Parigi.

Parigi è senza dubbio un personaggio dei miei romanzi, dico “miei” perchè un secondo uscirà a breve in libreria. È un personaggio bellissimo e discreto, che appare e scompare senza bisogno di protagonismo. Quando sono a Parigi la giro in lungo e in largo, cerco posti e ambientazioni, aiutato anche da certi amici che abitano lì. A volte sono io a cercare i luoghi che ho in mente, altre volte sono loro che trovano me suggerendomi storie e avvenimenti. Parigi è molto più grande di Torino, più vasta e complessa. Pur essendole affine man mano che la si attraversa muta aspetto molto più frequentemente. È una gran bella bestia.

Lavori come grafico pubblicitario, un lavoro creativo, raccontami cosa ami di più in questo settore.

In realtà  il mio mestiere è il grafico editoriale, la pubblicità  è un’altra cosa. La grafica ha a che vedere con la parola scritta, con i colori, con le figure e ha l’odore  della carta stampata di fresco, un profumo inconfondibile. Era un bel mestiere, una volta. Adesso è diventato una specie di catena di montaggio dove la sola cosa importante è che il prezzo sia basso. Non si ha più il tempo di pensare, di ragionare sulle cose. L’imperativo è “dev’essere fatto per ieri”. La grafica è stata spogliata della sua parte più  importante, quella del pensiero, che era fatta di ricerca, di tentativi, di ripensamenti. Queste cose non te le puoi più permettere oggi. Ho anche lavorato tanto tempo in un quotidiano, e questa è stata una grande esperienza che mi ha lasciato molte cose, volti, caratteri e situazioni.

Definiscimi il noir.

Il buio. Un movimento, uno sparo, un rivolo di sangue che attraversa la lama di luce. Lo scalpiccio frenetico di una fuga, la città che scorre e lo sguardo improvviso di una bella donna. Il sapore delle sue labbra, la morbidezza del suo seno. Una violenza improvvisa, un inseguimento e un boccone amaro da inghiottire. Nel finale, un domani incerto.

Da lettore hai apprezzato autori come Izzo, Quadruppani, Simenon, Manchette, e il polar francese?

Non li ho solo apprezzati, li ho anche molto invidiati per quella facilità  di scrivere che compare, vera o finta che sia, dai loro romanzi. Vorrei avere io le idee che molti di loro hanno avuto e sulle quali hanno costruito storie meravigliose. Una per tutte. Principessa di sangue di Manchette, la sua straordinaria e poetica incompiuta che nel momento stesso in cui si interrompe ti lascia in bocca il sapore amaro tipico del noir. Mi piacciono le differenze stilistiche, le trovo molto stimolanti. Questi autori hanno scritto storie memorabili facendo letteratura di altissimo livello.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli che ti hanno maggiormente influenzato?

Sembrerà  assurdo, ma i romanzi che per la prima volta mi hanno fatto venire voglia di scrivere sono quelli del commissario San-Antonio, d
i Frédéric Dard. Avventure esilaranti, senza capo né coda assieme ai suoi sottoposti Berurier e Pinuche. Da allora parlo addirittura come loro. Poi il grande sentimentalismo di Philip Marlowe, che ti rimane attaccato alle dita e non te ne puoi più liberare, neppure nel comportamento di tutti i giorni. E senz’altro la volenza del buon Polar di annata, l’ironico surrealismo di Japrisot, la calma riflessiva di Maigret, la violenza vsionaria di Manchette e il grande humour degli scrittori anglosassoni contemporanei. Negli italiani trovo che manchino un po’ l’umorismo e l’ironia, c’è troppa serietà, molta tristezza. Nonostante l’altissima qualità della scrittura, non ci si diverte molto. Capisco che in questo paese ci sia poco da ridere, ma qualche risata ogni tanto fa proprio bene.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho appena cominciato Su nella stanza di Honey di Elmore Leonard. Tanto per cambiare è molto divertente, una storia un po’ noir un po’ di spionaggio che si svolge verso la fine della seconda guerra mondiale. Credo che Elmore potrebbe tenenrti incollato alle pagine descrivendo semplicemente ciò che fanno due vecchiette al mercato. Uno scrittore coi fiocchi.

Ti piacerebbe fare lo scrittore a tempo pieno?

Diciamo che è il mio sogno. Alla mia età, uno dei pochi che mi sono rimasti.

“Les italiens” è il tuo romanzo d’esordio vuoi parlarcene?

Les italiens è la storia di una fuga, due persone costrette a scappare perchè  qualcuno le vuole uccidere. Sono un commissario della brigata criminale disilluso e scanzonato e una giovane pittrice transessuale, bella e fascinosa, di 24 anni. È la storia del loro rapporto forzato e conflittuale, un rapporto che nei tre giorni violenti della loro fuga sanguinosa muterà trasformandosi prima in amicizia e poi in affetto. Sullo sfondo l’intolleranza, il razzismo, la sopraffazione, il fascismo e l’ignoranza, cose che camminano sempre a braccetto. La loro storia cambierà radicalmente la visione che hanno l’uno dell’altra rimettendo in discussione il loro mondo e le loro convinzioni. È un libro, credo, che professa la tolleranza e l’altruismo. In pratica, prima di giudicare un’altra persona, parla con lei.

Hai fatto fatica a trovare un editore? Come è  stato il tuo percorso verso la pubblicazione?

Finito il romanzo, sentivo di aver scritto una cosa migliore del solito, è come un formicolio sulla pelle. I personaggi mi piacevano e rileggendolo ridevo da solo di ciò che avevo scritto. Mi sembravano sintomi interessanti, così una sera ne ho parlato a una amica editrice. Lei lo ha letto e mi ha detto di darmi da fare perchè me lo avrebbero certamente pubblicato. Anche mio fratello lo ha letto e mi ha chiesto se ero diventato cretino a chiudere una storia del genere con un finale buonista. Così l’ho riscritto rendendola più amara e reale. Lo devo proprio ringraziare perchè questo ha cambiato radicalmente lo spirito del romanzo, migliorandolo molto. Alla fine c’è stata la prova paterna. È piaciuto anche a mio padre (i padri non perdono occasione per mortificare i figli) e questo mi ha fatto sentire pronto. L’ho spedito in giro a qualche editore, Einaudi, Feltrinelli e altri. Con il padrone di Instar Libri ci si incontrava sotto casa portando giù il cane a pisciare la notte. Una sera ho detto che avevo scritto un romanzo e gli ho chiesto se aveva voglia di leggerlo. Lui mi ha detto di si. Tre mesi dopo mi telefonava dicendomi che avevano deciso di fare una nuova collana e che cominciavano con il mio. È stato il giorno più bello della mia vita (mia moglie non me ne vorrà, anche il matrimonio non era male), un giorno che non dimenticherò mai.

Ho letto critiche entusiastiche da parte dei lettori, sei stato accostato ai grandi del noir, che effetto ti fa?

Mi fa un piacere immenso e allo stesso tempo mi sorprende. Sono un insicuro e quindi quando faccio qualcosa di bello e me lo dicono arrossisco. Però è bellissimo sapere che qualcuno ha letto la tua storia e che gli è piaciuta e ne parla. È una sensazione fantastica. Un signore che non conoscevo mi ha scritto un giorno una mail per farmi i complimenti. Aveva appena finito il mio romanzo in aeroporto aspettando il suo volo. Mi ha detto che rideva da solo e che tutti lo guardavano. Ho goduto come un riccio. Qualche giorno fa, mi ha scritto una persona importante, che io stimo molto come scrittore e sceneggiatore e mi ha fatto un bel complimento. È stata una grande mattina.

Ti piacciono le detestive story americane degli anni 30’?

Le ho lette e rilette in italiano e in inglese. L’hard-boiled è il seme meraviglioso dal quale è nata tutta la letteratura poliziesca moderna. Ne è fiorita una pianta dalle mille ramificazioni che alla fine è arrivata fino a me. Credo ci sia molto di quei detective nei miei personaggi, soprattutto l’umanità disincantata.

Chandler o Hammett?

Il sentimentalismo di Chandler e la scanzonata violenza di Hammet. Come fare a meno di una delle due?

Ti piacciono i fumetti? Quali sono i tuoi preferiti? Ti piacerebbe trasformare Les Italiens in un fumetto?

I fumetti sono stati l’inizio della mia carriera, i miei primi racconti. Ho pubblicato sul Mago le mie storie poliziesche e su Orient Express la fantascienza. Mi divertivo molto, ma facevo fatica. Il disegno non mi veniva fuori liscio come la scrittura, tendevo a scopiazzare i grandi senza riuscire a trovare la mia strada. Così ho abbandonato l’idea, anche se alla fine ho semplicemente tolto le vignette continuando a raccontare le mie storie. Mi piacciono molto i fumetti francesi e belgi, Tintin, ovviamente, e tutta la scuola di Hergé. Mi sbalordiscono autori come Moebius, Bilal, Tardi eccetera. Leggevo volentieri Corto Maltese e le storie di Giardino. Il mio preferito, comunque, rimane “The Spirit” di Will Eisner. Per quanto riguarda Les italiens sto lavorando con un amico fumettista a una versione comics delle mie storie, una “graphic novel” come si dice oggi. Se son rose fioriranno.

Hai mai letto Derek Raymond? Ti ha influenzato in qualche modo?

Ho letto un libro di Raymond comprato all’aeroporto di Atlanta prima di prendere l’aereo per tornare a Torino. Non ne ricordo il titolo (My name is Dora Suarez?), ma parlava di un detective che indaga sull’omicidio brutale di una prostituta e su una serie di delitti terribilmente efferati. Forse la violenza nei suoi libri e la descrizione minuziosa e rivoltante di alcuni crimini trascende il limite che io mi sono imposto di rispettare parlando delle stesse cose. In Raymond mi è piaciuta però l’ossessione di certi personaggi e i dialoghi molto ben riusciti. Come tutti i libri di genere che leggo, sicuramente mi ha lasciato qualcosa attaccato alle dita. Con la violenza ho capito che non bisogna superare il limite del gratuito, a meno che non si voglia sconvolgere il lettore. Nonostante questo, qualche lamentela l’ho avuta lo stesso…

Che consigli daresti ai giovani autori in cerca di editore?

La mia esperienza non è così vasta da poter dare
grandi consigli, ma penso che la cosa più importante, una volta finito un romanzo, sia quella di trovare delle persone, amici o parenti, di cui ci si fida e che sappiano dirti se la storia funziona, se è ben scritta e se scorre. Persone che sappiano soprattutto dirti se nel romanzo ci sono delle incongruenze, cosa che capita spesso. Dico persone di cui ci si fidi perché a loro si deve dare retta, avendo il coraggio (ce ne vuole parecchio) di rimettere le mani sulla propria creatura per cambiarla, se del caso, e spesso togliere pezzi che magari a noi sembravano funzionare. Io non finirò mai di ringraziare coloro che lo hanno fatto con me. Poi, una volta pronti, lo si spedisce agli editori. A quel punto, chi ha conoscenze nel settore, tipo qualcuno che possa garantire la lettura del manoscritto, trovo faccia bene a usarle. Credo ci voglia anche un po’ di fortuna.

Trovato un editore la promozione di un libro è la parte più  complessa. Tu provenendo dal mondo della pubblicità, che soluzioni proporresti?

Un libro, alla fine, è un oggetto come tutti gli altri, lo comprano i lettori appassionati, ma anche coloro che seguono le mode e comprano quello che “devono” comprare. Più un libro viene pubblicizzato, più vende, che sia bello o mediocre non ha importanza. Penso sia tutta una questione di potenza di fuoco da parte dell’editore. Si dice che sia tutto pilotato, che gli spazi in libreria siano a pagamento, che i premi letterari si decidano a tavolino. Io non so se sia così e non mi interessa, vorrei che la gente leggesse il mio libro perchè altri ne hanno parlato bene. Le trasmissioni televisive sarebbero un gran bel trampolino di lancio, ma sono solitamente appannaggio di autori già affermati e conosciuti. Se dipendesse da me, sui giornali e in televisione darei più spazio agli autori emergenti, li farei parlare, li inviterei alle trasmissioni. Trovo che sarebbe molto interessante sentire cos’hanno da dire. Giocherei pulito, insomma. Invece, se non sei in classifica, al grande pubblico non ci puoi arrivare. Del resto, business is business, da li non si scappa.

Raccontami un episodio insolito o curioso che ti è successo durante la presentazione del tuo libro.

Il mio libro è uscito nell’aprile del 2009, in autunno c’è stato il caso Marrazzo e questo ha fatto si che, alle presentazioni del romanzo, la curiosità del pubblico riguardo alle persone transessuali è aumentata parecchio. Se ne parla sempre molto, così mi sono dovuto informare bene sulla materia. Una volta, a metà di una presentazione, si stava parlando delle armi e del loro effetto sulle persone, un sottufficiale della Guardia di Finanza mi ha portato via la parola e si è messo a raccontare cosa succede e non succede durante una sparatoria. La cosa incredibile è che parlava per esperienza personale, quindi era piuttosto agghiacciante. Qualche signora è rimasta impressionata. È stato divertente e interessante.

Quale è la scelta più difficile che hai dovuto fare nella tua carriera?

Probabilmente smettere di scrivere e disegnare fumetti. Mi piaceva moltissimo ma sentivo di non essere all’altezza, ho capito che non ce l’avrei mai fatta.

Ci sono progetti di trasposizioni cinematografiche de “Les italiens”? Ti piacerebbe magari una coproduzione italo-francese? Che attore vedresti bene nella parte del protagonista? Magari qualche produttore cinematografico passasse di qui, cosa gli diresti?

Non esiste attualmente alcun progetto. Un amico regista ama molto il romanzo e sta provando a vedere se si riesce a combinare qualcosa.  Io sono terribilmente critico con il cinema italiano, perchè secondo me il cinema è prima di tutto recitazione e in Italia non c’è nessuno che sappia veramente recitare. Ci si sforzano, ci provano, ma, secondo me, recitare è un’altra cosa. Generalmente gli attori e le attrici italiane sanno a malapena interpretare sé stessi. Certo, una coproduzione italo-francese sarebbe molto interessante perchè  vorrebbe dire Parigi. E Parigi è  essenziale per les italiens. Nei panni del mio personaggio vedrei un’attore con la bella indolenza di Mastroianni mescolata alla fascinosa e sbruffona bruttezza di Vincent Cassel. A un produttore direi che sono convinto che Les italiens sarebbe un gran bel film, con tutti gli ingredienti per una storia appassionante. Gli direi anche che nella parte di Moët vorrei una vera transessuale, giovane e bella e non la solita attrice che finge di esserlo.

Hai un agente letterario? Hai mai pensato di cercarne uno?

Non ho un agente e qualcuno mi ha detto che lo dovrei avere. Non lo so, mi trovo bene con le persone di Instar Libri e mi fido di loro nel senso più ampio del termine. Soprattutto delle loro opinioni. Sono un esordiente attempato, e la mia storia letteraria è ancora tutta da scrivere.

Ti sei affidato ad un’agenzia letteraria per l’editing del tuo romanzo?

L’editing del mio romanzo è stato fatto all’interno della casa editrice. Hanno fatto un gran lavoro. All’inizio veder cambiare certe cose mi seccava, ma rileggendo mi sono reso conto che avevano ragione. L’editing ben fatto è importantissimo. So di editori che non lo curano affatto, mi è capitato di leggere i loro libri e di sentirne tanto la mancanza. Dell’editing, non dei libri.

Hai un blog, cosa pensi del rapporto internet – letteratura?

Ho aperto un blog, lesitaliens.wordpress.com, che cerco di tenere aggiornato il più possibile  compatibilmente con il tempo che ho a disposizione. Credo che Internet sia un grande strumento di diffusione e di contatti, ma non lo fa da solo. Bisogna stargli dietro, essere interessanti e divertenti e parlare con gli altri. Altrimenti non si muove. D’altra parte, per uno scrittore, Internet è una fonte illimitata di informazioni e di idee. Per la letteratura, poi, è un paradiso, una specie di immensa libreria dove puoi trovare non solo i libri che cerchi, ma anche le informazioni sugli autori, le interviste e le critiche più disparate. È molto, molto stimolante.

Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Con alcuni di loro ho rapporti molto stretti, parlo delle cose che scrivo, accetto i consigli e ne discuto. Con molti altri ho un rapporto quasi quotidiano sul web. Cerco di rispondere a tutti quelli che mi scrivono parlando degli argomenti che mi propongono e rispondendo alle domande che mi fanno. Non lo faccio per cortesia, lo faccio perchè mi piace, perchè alla fine uno scrittore scrive per i suoi lettori e la cosa che mi interessa di più è parlare con loro del mio lavoro. Capita che alla fine di una presentazione i presenti facciano poche domande; in quel caso provo una sorta di delusione. La scrittura dovrebbe sempre scatenare una discussione.

Hai amici scrittori? Li frequenti?

Essendo un esordiente sto cominciando adesso a conoscere altri scrittori. E un altro dei lati affascinanti di questo mestiere, lo scambio con persone che hanno cose interessanti da dire, con i quali è divertente scambiare idee, progetti e opinioni. Vorrei avere più tempo per frequentare saloni, incontri e presentazioni in giro per il mondo.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Il prossimo romanzo si intitola “Troppo piombo” e uscirà a fine marzo. È una storia invernale, cupa e senza speranza, una piccola palla di neve che rotolando diventa velocemente una valanga. Giornaliste assassinate, moda, violenza, un’indagine molto drammatica per i miei poliziotti. Sullo sfondo una Parigi gelida investita da una nevicata opprimente che ricopre tutto senza riuscire a nascondere il marcio nel quale i flic della Crim dovranno scavare per trovare la soluzione. Mentre Les italiens era una fuga, Troppo piombo è una vera inchiesta, c’è un assassino, ci sono delle vittime e la squadra dovrà indagare. E ci sarà una novità. Il commissario, che nel primo romanzo non aveva nome, finalmente ne ha trovato uno: Jean-Pierre Mordenti.

:: Intervista con Karin Slaughter a cura di Giulietta Iannone

31 gennaio 2010

Karin SlaughterKarin grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi.

Siete voi i benvenuti. Grazie per aver pensato a me. Quanto alla tua domanda: quando ero al college ho studiato la poesia del Rinascimento, ma ho abbandonato due classi  prima della laurea, perché avevo aperto una mia azienda e volevo concentrare la mia attenzione sugli affari. Sebbene, mi  fosse stato detto dal mio advisor che  avrei potuto frequentare due corsi di matematica mi è sembrata una scelta migliore lasciare piuttosto che cercare di fare trigonometria!

Perché sei diventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Ho scritto la mia prima storia quando avevo sei anni. L’ho illustrata da me, ho  persino modellato il libro con una vecchia scatola di detersivo per lavatrici. Mi sono messa nei guai perchè ho utilizzato le forbici, ma credo che mio padre ora finalmente mi abbia perdonato. Mentre ho sempre voluto essere una scrittrice, non ho mai pensato che sarei stata in grado di guadagnarmi da vivere con la scrittura, così è stato qualcosa che ho tenuto per me. A partire dall’età di diciotto anni, da quando ho finito  il liceo, ho lavorato cercando di migliorare il mio modo di scrivere e ho cercato di ottenere un agente incaricato di rappresentarmi (negli Stati Uniti, devi avere un agente se vuoi  ottenere un contratto editoriale con i grandi editori ). Quindi, ci sono voluti circa otto anni, ma finalmente sono riuscita ad avere un agente che credesse nel mio lavoro.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che ti hanno maggiormente influenzata.

Sono un’ americana del sud, così naturalmente amo Via col vento di Margaret Mitchell. Il film è meraviglioso, ma nulla può eguagliare il libro. C’è una ragione la Mitchell ha vinto il Premio Pulitzer per la letteratura con questo romanzo. E ‘una storia incredibilmente avvincente, ed è uno dei libri più tradotti nella storia dell’editoria. Ho anche amato leggere i racconti di Flannery O’Connor. Per me è stata una rivelazione leggere gli scritti di una donna che parlava di violenza da un punto di vista morale. Lei è stata un’ abile narratrice, e credo che stia rapidamente diventando un’arte perduta. Mi è piaciuto anche leggere F. Scott Fitzgerald e Harper Lee. Sin da giovanissima mi ha sempre affascinato  la  differenza di classe e  come la nascita può incidere su di noi.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro scritto è stato un racconto intitolato “If Cats Had Thumbs”, che non vedrà mai la luce. E ‘stato il mio primo tentativo di scrivere qualcosa di più di un racconto. Il mio primo lavoro che è stato pubblicato si intitolava “Blindsighted”. Questo è stato anche il primo thriller che ho scritto. Io amo l’azione veloce e cerco di raccontare una storia  analizzando i personaggi e la società attraverso la violenza. Per quanto riguarda la mia strada per la pubblicazione, penso di averti  già risposto in precedenza. Ho lavorato  molto cercando l’ agente giusto. Ho anche lavorato sulla mia scrittura, cosa che credo che la gente che non è ancora riuscita a farsi pubblicare  tende a dimenticare che deve fare. Se avessi ri-presentato più e più volte le stesse storie che ho scritto quando avevo diciotto anni, non credo che nessun agente avrebbe mai seriamente guardato il mio lavoro. Quando si cresce e si matura cambiano le nostre opinioni sulla vita, le nostre situazioni, le  nostre esperienze, tutto cambia. Il nostro lavoro dovrebbe riflettere tutto questo. Non potrei mai scrivere Blindsighted di nuovo perché non sarò mai più la stessa di allora.

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Penso che dipenda dall’autore. A volte le donne che creano personaggi femminili tendono a renderli quasi  delle superdonne, in modo che nulla le tocchi. In altri casi subiscono tali maltrattamenti  che  le rendono personaggi completamente sgradevoli. Denise Mina e Mo Hayder scrivono spesso di donne molto complesse, a volte antipatiche, ma sempre eroiche. E non solo le donne possono fare questo. Peter Robinson scrive storie meravigliose sulle donne. Mark Billingham ha recentemente creato una splendida figura femminile. Nei miei romanzi, mi assicuro che le donne non siano mai salvate dagli uomini. Sono sempre abbastanza forti  da salvare se stesse. In uno o due casi, sono addirittura le donne che salvano gli uomini. Penso che anche importante considerare il rovescio della  tua domanda , perché nei miei libri, non sempre gli uomini  sono cattivi. Uno dei più orribili e brutali personaggi di cui io abbia mai scritto era una donna. Per me, che è stata una grande sfida, e per molti versi una svolta facile, perché le persone ritengono automaticamente che le donne  siano buone o almeno cerchino di essere buone. La verità è che alcuni dei crimini più terribili sono stati commessi da donne. Possiamo essere abbastanza cattive quando lo vogliamo.

Sei femminista?

Sfacciatamente! Credo che qualsiasi donna che dica di non essere femminista, non sa bene  che cosa è una femminista. Spesso la parola è tutt’uno con l’odio per l’uomo, che è un utile strumento per mettere le donne una contro l’altra. Le femministe amano gli uomini. Sono sposate con uomini. Hanno figli, hanno padri, hanno amici che sono uomini. Il femminismo ha un obiettivo semplice: la parità  tra  uomini e donne. Questo è un obiettivo che tutti gli uomini, che dopo tutto sono nati da una donna, tendono a sposare donne e spesso  hanno figlie, dovrebbero  sostenere.

Quali sono le tue scrittrici preferite, europee o americane?

Karin Fossum, Liza Marklund, Mo Hayder, Denise Mina, Tess Gerritsen, Kate White, Kathy Reichs, Lisa Gardner, Sara Paretsky … La lista potrebbe continuare.

Lin Anderson è una tua grande fan. Conosci i suoi libri?

Mi dispiace dover dire di no. Se è tradotta in inglese, mi piacerebbe leggere i suoi libri. Negli Stati Uniti, si pubblicano oltre 200.000 libri l’anno, quindi è un mercato molto competitivo ed è difficile  riuscire ad essere tradotti. Mentre abbiamo Stieg Larsson e Henning Menkel, non abbiamo molti autori  donne che vengono tradotti. Suppongo che questo può essere collegato alla tua domanda sul femminismo: è molto più difficile nel mondo dell’editoria, se sei una donna. Non si riesce ad ottenere l’attenzione della critica che gli uomini ottengono. Per le donne essere tradotte è doppiamente difficile.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Beh, suppongo che una delle cose che la gente ha bisogno di sapere è che l’America è enorme. Si può attraversare tutto il New England fino al lago Michigan e ancora non toccare le coste. Abbiamo deserti, montagne (alcune delle quali sono le più antiche del mondo), paludi,  zone umide, due oceani, il Golfo e persino un Great Salt Lake. Se tu andassi con la  tua macchina dalla Georgia alla California, ci vorrebbero sette giorni. Viagg
iare al di fuori degli Stati Uniti (ad eccezione di Canada e Messico) è molto costoso e richiede tempo. Costa circa 1.000 dollari un biglietto per l’Europa.

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Sono nata a Covington, in Georgia, ma sono cresciuta in un posto chiamato Jonesboro. Guardando indietro, vedo che ho avuto una vita un po ‘idilliaca, un’ esistenza di periferia. Ho vissuto vicino ad un lago e usavo l’autobus per andare a scuola. Tutto poi è cambiato nei tardi anni settanta quando si  sono verificati diversi omicidi di bambini ad Atlanta . Non potevo più andare in giro da sola e dovevo avere il controllo dei miei genitori costantemente. Sia  di notte che di giorno, e questo mi ha dato subito una certa comprensione  su come la criminalità, o la minaccia della criminalità, apporta cambiamenti del tessuto delle comunità.

“Kisscut” è un libro molto forte, con un tema sensibile, la violenza sui bambini. È una storia vera?

Parte della storia si basa su cose in cui  mi sono imbattuta durante le mie ricerche. Sono stata molto attenta quando ho scritto questo libro, perché c’è stata una linea che non volevo sicuramente attraversare. L’abuso dei bambini è un argomento difficile da affrontare, ma io sono molto orgogliosa di questo libro, perché penso di essere riuscita a raggiungere tutto quello che mi ero prefissata.

Ti piace il poliziesco scandinavo? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Non sono mai stata in grado di immedesimarmi nel lavoro di  Larsson, anche se ammiro ciò che stava cercando di fare. Devo ammettere che  è stato molto celebrato in America per aver scritto di personaggi femminili forti, quando ci sono un sacco di donne in tutto il mondo che lo fanno abitualmente, ma  non sono riuscite mai ad ottenere alcun  riconoscimento. Ho letto un solo libro di Jo Nesbø, ma mi ha molto impressionato. Mi piace leggere di altre culture e persone. Gli scrittori americani hanno sempre un tono smorzato perché la gente  negli altri paesi appena sente parlare di violenza pensa che quello di cui  scriviamo sia autentico. Anche se  ammetto  che  l’America è più violenta  di molti altri paesi, si tratta di un malinteso poichè la violenza è ovunque. Vediamo il sorgere stesso della criminalità a seconda dei fattori demografici e  socio-economici.

Puoi raccontarci qualcosa sulla trama di “Skin Privilege”, in poche parole. È il tuo libro preferito?

Amo veramente Skin Privilege, ma devo ammettere che sono la tipica autrice  che ama sempre il prossimo libro su cui sta lavorando. In Skin Privilege, la protagonista Lena  torna nella sua città natale Reese. Qui scopre che suo zio Hank è sparito. Si mette subito nei guai, mentre lei è lì,  Jeffrey  viene rilasciato e ottiene la libertà provvisoria. Suppongo che la gente dovrà leggere il libro per scoprire cosa succede dopo!

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Il prossimo libro della serie Grant County è quello che ho appena finito. Si chiama Broken e uscirà in estate negli Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. Poi ci sono tre libri in ballo che  hanno per protagonista un personaggio di nome Will Trent: Triptych, Fractured and Undone.

C’è qualche debuttante che ti piace?

C’è una donna di nome Chevy Stevens che ha scritto un libro che fa veramente paura  che si intitola “Still Missing”. Penso che uscirà nel luglio di quest’anno negli Stati Uniti.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

In Inghilterra, sono in procinto di avviare la produzione su un adattamento del mio romanzo, Martin Misunderstood. Sono davvero impaziente. Ci sono state alcune voci a Hollywood su altri progetti, ma non posso dire nulla ancora in proposito.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena consegnato Broken, il prossimo libro di Grant County. Il mio prossimo progetto è intitolato provvisoriamente “Fallen”, e ci riporta nel mondo di Will Trent di Atlanta. L’inizio è piuttosto stridente e grintoso. Mi sono divertita parecchio durante le  ricerche per questo libro.

Ti piace l’Italia?

Certamente! Quando ero ragazzina, io e la mia famiglia abbiamo viaggiato un po’ in Europa e io da adolescente scontrosa ostentavo un grande disprezzo e disinteresse. L’Italia è stata il primo paese che  ha incrinato la mia facciata di disinteresse. Arrivammo dalla Francia, e gli italiani furono per me un raggio di sole!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Alcuni anni fa, ho deciso che ogni volta che mi sarei trovata in un paese nuovo avrei provato a fare qualcosa  di tipico. A Parigi, sono andata in giro su un moto-taxi. A Melbourne, ho nuotato con gli squali e percorso a piedi il ponte di Sydney Harbour. In Finlandia, ho fatto una sauna e  sono saltata nuda nel gelido Baltico. Beh, non so se quest’ ultima cosa  è divertente, quanto stupida, ma vi prego voglio che i miei lettori italiani  sappiano  che se verrò in  Italia,  sarò disposta a mangiare un sacco di pasta e a parlare di politica!

:: Intervista a Julie Reece Deaver a cura di Giulietta Iannone

29 gennaio 2010
Julie Reece DeaverJulie grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuta su Liberidiscrivere. Raccontaci qualcosa di te, il tuo background, i tuoi studi. Ho sempre scritto, da quando ero bambina. Ho iniziato a scrivere inviando storie alle riviste e case editrici quando ero un adolescente, ma, naturalmente, ci sono voluti molti anni (e molti rifiuti) prima che il mio primo libro fosse accettato per la pubblicazione.

Perchè seidiventata una scrittrice? Era un tuo sogno già da bambina?

Sono cresciuta in una famiglia molto creativa. Mia madre era un’ artista, mio padre era uno scrittore di pubblicità, e mio fratello, Jeffery Deaver, è anche uno scrittore. Scrive i bestseller di  Lincoln Rhyme, una serie di romanzi gialli, tutti pubblicati in Italia.

Mi piacerebbe sapere quali sono gli scrittori che in qualche modo ti hanno influenzato.

Alcuni degli scrittori che mi hanno influenzato sono MJ Amft, William Wharton, Truman Capote, Carson McCullers, Neil Simon, Garry Marshall, Bill Persky, Saul Turteltaub, Bernie Orenstein, Treva Silverman, James L. Brooks. Questi ultimi scrittori non sono romanzieri, ma drammaturghi, sceneggiatori per la televisione, per il teatro e il cinema.

Qual è stato il tuo primo lavoro scritto? Parlaci del tuo esordio e della tua strada verso la pubblicazione.

Il mio primo lavoro pubblicato è una poesia per il Jack and Jill Magazine (una rivista per bambini) che è stata pubblicata quando avevo sei anni! E ‘stata intitolata “Il gatto di mia nonna,” e non ci crederai ma si trattava proprio del gatto di mia nonna!

Cosa ne pensi delle eroine dei romanzi polizieschi contemporanei? Sempre vittime o femme fatale?

Anche se il mio ultimo libro, “Quella notte Sono Scomparsa” è un thriller, generalmente i miei lavori non sono thriller. Naturalmente, io sono una grande fan delle eroine dei romanzi di mio fratello. I suoi personaggi femminili sono intelligenti e forti.

Sei femminista?

Femminista significa cose diverse per persone diverse. Credo che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini.

Quali sono le tue scrittrici preferiti, europee o americane?

Tre scrittori attuali mi piacciono molto e sono Halse Laurie Anderson e Meg Cabot e Francesca Lia Block.

Dimmi qualcosa sul tuo paese.

Questa è una buona domanda. Io non sono una persona molto politica, e perché questo è il paese dove sono cresciuto, non posso paragonarlo ad un altro paese.

Dimmi qualcosa di divertente su tuo fratello.

Mio fratello è di tre anni più vecchio di me, e quando sono nata, non riusciva a ricordare il mio nome, così ha chiesto ai miei genitori di mandarmi indietro per avere un bambino con un nome che sarebbe stato più facile da ricordare!

Dove sei nata? Raccontaci qualcosa della tua infanzia.

Mio fratello e io siamo cresciuti in un sobborgo di Chicago negli anni ’50 e ’60. Quando non eravamo  a scuola, abbiamo passato gran parte del nostro tempo libero scrivendo, solo per divertimento. Mio fratello oltre che scrittore è anche un musicista , e ho trascorso un sacco di tempo quando eravamo bambini e ragazzi andando con lui per i club di musica. Ha scritto ed eseguito le sue canzoni.

Ti piacciono i giallisti scandinavi? Cosa ne pensi di questo fenomeno? Stieg Larsson, Jo Nesbø?

Devo confessarti che non ho mai letto questi scrittori. Li leggerò certamente adesso, però.

Raccontaci qualcosa sulla trama di “La notte che sono scomparsa” in poche parole. È il tuo libro preferito?

“La notte che sono scomparsa” è un thriller psicologico. Il personaggio principale, Jamie, è una ragazza di diciassette anni, che scopre che non può più controllare i suoi sogni a occhi aperti. Si ritrova a visitare il suo amico Webb, ma solo nella sua mente. Ci vuole il lavoro di uno psichiatra di talento per scoprire il segreto Jamie. È il mio libro preferito? Bene, è il sequel del mio primo romanzo, “Say Goodnight, Gracie”. Che sarà sempre il mio libro preferito, credo, perché era il mio primo romanzo.

Nuovi progetti per le versioni italiane dei tuoi libri?

Mi piacerebbe che anche altri miei libri fossero pubblicati in Italia perché ho davvero  avuto una buona accoglienza dai miei lettori italiani. E ‘davvero tutto dipende dalle decisioni del mio editore se pubblicare o meno i miei libri in Italia, e finora nessuna decisione è stata presa.

C’è uno scrittore esordiente che ti piace?

Vuoi dire se c’ è un nuovo scrittore che mi piace? Mi piace Alice Sebold, autrice del libro ” The Lovely Bones”. Credo che il suo stile sia nuovo e interessante.

Ci sono progetti di film tratti dai tuoi libri?

Al momento nessuno studios cinematografico ha voluto fare versioni filmate dei miei romanzi, ma mi auguro che cambino idea, un giorno, naturalmente.

Cosa stai scrivendo al momento?

Ho appena finito di scrivere una sceneggiatura originale e speriamo che uno studio cinematografico si interessi. Si tratta di un dramma con sfumature comiche.

Ti piace l’Italia?

Non sono mai stata in Italia, ma spero di visitarla  un giorno. Per la verità mi hanno scritto molti  miei lettori italiani e mi piace avere loro notizie, sono intelligenti e piacevoli!

Racconta ai nostri lettori italiani qualcosa di divertente su di te.

Qualcosa di divertente su di me è che ho una memoria insolita per le date. Mi ricordo le date di specifici compiti di scuola di quando ero bambina.

:: Lorenzo Mazzoni intervista Andrea Camilleri

27 gennaio 2010

1Con sottofondo di Boca Colora, di Joe Vasconcellos

E’ uscito nel maggio dell’anno scorso La danza del gabbiano, il quindicesimo con protagonista il Commissario Montalbano, un Montalbano disilluso, sempre più vecchio nell’animo, stanco. Ha voglia di parlarci di questo romanzo? La crisi di Montalbano sembra nascere da un pensiero sulla morte che sempre meno abbandona il personaggio, Lei stesso tempo fa ha dichiarato: “E poiché è avanzato con gli anni, si lamenta ed è stanco di lavorare, ma non potrà sfuggire al suo destino.” Questo riguarda solo il commissario o, in qualche modo anche il mestiere di scrittore?

A Montalbano capita quello che capita a molti uomini passata la cinquantina e a molte donne passata invece la quarantina. Cioè di diventare grandi. Il fisico inizia a cedere, la memoria perde qualche colpo, la grinta viene meno sempre più spesso e inizia un lento distacco dall’immagine giovanile  che si aveva di se stessi. Inoltre bisogna a calcolare che Montalbano è usurato dal mestiere. Soprattutto perché ritiene di avere a che fare sostanzialmente con degli stupidi. Il mio caso di scrittore è invece ben diverso. Io ho a che fare con i miei lettori, che mi creda, spesso sono i critici più attenti, scrupolosi, ed intelligenti che possa augurarmi.

Da dove nasce il personaggio del Commissario Montalbano?

Come ho detto diverse volte nasce da una mia esigenza di ordine narrativo. Il romanzo giallo in questo senso mi ingabbia dentro regole ben precise. Il successo del primo Montalbano mi ha poi felicemente “obbligato” a scriverne altri.

Quando ha iniziato a scrivere utilizzando espressioni del dialetto e del parlato siciliano pensava potesse avere così grande successo? Inizialmente ha avuto difficoltà nel presentarlo agli editori?

Neanche lontanamente, sono stato sconsigliato anche da Sciascia. D’altronde non potevo fare diversamente: è l’unico modo che ho per comunicare, anche se passati gli 80 cerco di scrivere qualcosa in italiano.

Quanta importanza ha il linguaggio cinematografico nel suo lavoro narrativo?

Tanta, ma ancor di più ha importanza il dialogo teatrale.

Oltre a lei, moltissimi autori, italiani e non, hanno creato personaggi polizieschi: Khadra, Izzo, Lucarelli, Carlotto, Montalbàan, Taibo II, Macchiavelli, Willeford, Arjouni… C’è qualche autore di genere che le piace particolarmente?

Simenon, Izzo, Durenmatt, Gadda, Chakri e tanti tantissimi altri. Tra tutti Sofocle con l’Edipo.

Quali sono, secondo Lei, le qualità per essere un buon scrittore? C’è una giornata tipo nei periodi di lavoro creativo?

Non conosco regole per essere un buono scrittore. Purtroppo non ne conosco neanche per la buona o cattiva giornata. La mia giornata è sempre la stessa, o almeno tento di fare in modo che sia la stessa, di una monotonia esasperante.

Pensa che in Italia ci sia una reale crisi del libro? Quali potrebbero essere gli strumenti per risolverla?

Non c’è nessuna crisi del libro. C’è la crisi dei lettori. In Italia c’è una fioritura di romanzieri e narratori di grande livello. Purtroppo mancano i lettori.

Sta lavorando a qualche nuovo libro?

Fino a quando ne avrò la forza io lavorerò  sempre a qualche nuovo libro.

Grazie, buona giornata e buon lavoro.

:: Intervista ad Allan Guthrie a cura di Giulietta Iannone

27 gennaio 2010

allan-guthrieCiao Allan. Grazie per aver accettato la mia intervista e benvenuto su Liberi di Scrivere. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Allan Guthrie?

Il piacere è tutto mio. Grazie per avermi invitato. Sono un romanziere e un agente letterario, con sede a Edimburgo, in Scozia. Ho scritto romanzi polizieschi molto noir e a volte divertenti.

Raccontaci qualcosa della tua città. Qual è il tuo background?

Edimburgo (pronunciato Embra) è la capitale della Scozia, anche se è solo la seconda città (Glasgow è molto più grande). La città è dominata da un castello che è arroccato sulla cima di un costone vulcanico. La maggior parte del tempo ad Edimburgo è sereno e bello, ma recentemente è stata lacerata dall’ installazione di una nuova rete di tram e gran parte della città si presenta come un sito dove è esplosa una bomba. Mi occupavo di informatica prima di iniziare ad essere coinvolto nel mondo del libro. Da allora, ho lavorato per una catena di  librerie, sono stato editor per una casa editrice cult degli Stati Uniti che stampa crime fiction, e infine sono diventato uno scrittore e agente letterario.

Come è iniziato il tuo interesse per la scrittura? Quando hai iniziato a scrivere?

La mia prima storia è apparsa nel giornale della scuola, quando avevo cinque anni. Mi ricordo che si trattava di un pic-nic, ma non riesco a ricordare tutti i dettagli. Ho scritto il mio primo romanzo, quando avevo nove anni.

Come hai preso l’idea per il tuo primo libro?

Quello che ho scritto quando avevo nove o il primo che ho pubblicato? Ti risponderò il secondo perché non riesco a ricordare il primo. Ho un forte interesse per la narrativa noir, in particolare per il noir americano della prima metà del ventesimo secolo. E Two-Way Split è nato da questo. Ho scritto un paio di thriller comici che non hanno funzionato e ho deciso di scrivere qualcosa di un po’ più serio, più nello stile di David Goodis, per esempio. Io non riuscivo a eliminare il senso dell’umorismo però, quindi c’è un po’ di commedia nera nel libro.

Quali sono stati gli scrittori che ti hanno influenzato per primi?

Ho iniziato a leggere letteratura poliziesca dopo la lettura di Un’ indagine filosofica di Philip Kerr. E da li ho iniziato a leggere i  noir di Andrew Vachss. Ma mentre sicuramente questi scrittori hanno influenzato le mie letture, non sono proprio sicuro se abbiano influenzato anche la mia scrittura. La verità è che la maggior parte delle mie influenze letterarie proveniene dal palcoscenico e dello schermo. Da drammaturghi come Andrew Kevin Walker (celebre sceneggiatore).

Raccontaci qualcosa del suo esordio. La tua strada verso la pubblicazione.

TWO-WAY SPLIT ha per protagonista un pianista clinicamente psicotico diventato rapinatore che scopre la moglie a letto con un collega membro della gang. Il libro si svolge il giorno di una rapina in ufficio postale, pochi mesi dopo che l’eroe ha smesso di prendere le sue medicine. La mia strada verso la pubblicazione è stata lunga. TWO-WAY SPLIT ha vinto in Gran Bretagna il premio Dagger per le opere prime nel 2001 – un premio dato dal CWA per romanzi inediti. Ma non sono riuscito a farlo pubblicare fino al 2004 negli Stati Uniti, (2005 in Gran Bretagna). Ho ricevuto centinaia di lettere di rifiuto da agenti ed editori. Per fortuna io sono molto ostinato.

Puoi dirci qualcosa sui tuoi libri? Quale è il tuo preferito?

I miei libri esplorano il ventre di Edimburgo. I miei libri tendono a concentrarsi sui criminali e le vittime. La polizia non mi interessa molto  sono più preso dalla psicologia anormale o dal modo di reagire della gente comune quando si trova coinvolta in eventi straordinari. Il mio preferito è sempre il più recente, quindi al momento, è Slammer.

Quali sono i tuoi autori preferiti?

Ce ne sono troppi per parlarne. Non credo che ci sia stato un momento in cui ci sono stati tanti gli scrittori in circolazione come ora. Trovo che fare paragoni tra scrittori sia impossibile. Soprattutto quando sono amici e / o clienti. Così se me lo permetti non rispondo.

I tuoi personaggi di fantasia, spesso ti somigliano? Ci sono pezzi autobiografici?

No, semmai il contrario. Cerco di tenermi fuori dalla mia scrittura, per quanto possibile. Sono estremamente noioso, inserire me nella prosa sarebbe fatale. Ho utilizzato parte del mio background personale per il protagonista, Robin, in due-WAY SPLIT. Ha frequentato una scuola di musica e così ho fatto io. Ma a differenza di Robin, non ho mai voluto essere un pianista.

Raccontami qualcosa sul tuo prossimo romanzo.

Il più recente è SLAMMER, un romanzo ambientato in un carcere ed  ha per protagonista una guardia carceraria molto giovane e inesperta che è mal equipaggiata per il  suo lavoro. E ‘ la storia di come è usato e abusato dai suoi colleghi e dai prigionieri, e racconta l’effetto che questo stress ha sulla sua vita.

Stai scrivendo adesso un nuovo romanzo?

Ho appena finito un romanzo chiamato Bye Bye Baby, che dovrebbe uscire il prossimo anno. Ora sto lavorando ad un romanzo che è più un thriller tradizionale e si intitola Blood Will OUT.

Sei un autore acclamato dalla critica. Avete ricevuto recensioni negative?

Oh, yeah. Molte, molte recensioni negative. Io non conosco nessuno scrittore che riceva solo buone recensioni. I critici hanno aspettative diverse, opinioni diverse. E’ impossibile accontentare tutti.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Ho letto un sacco di manoscritti dei miei clienti in questi giorni. Più di recente, Choke Hold della straordinaria Christa Faust, un sequel di Money Shot che Newton Compton pubblicherà in Italia. La mia più recente lettura di un libro non di un mio cliente è stata della scrittrice brasiliana Patricia Melo The Killer – il miglior libro su un sicario che abbia mai letto.

Hai una base di fan molto grande. Qual è il tuo rapporto con i lettori?

Davvero? Sono felice di sentirlo. Credo che i miei lettori devono essere timidi. Ho sentito un sacco di complimenti da scrittori (che sono anche lettori, ovviamente), ma molto di rado da parte di lettori che non sono scrittori.

Qualche consiglio per gli aspiranti scrittori?

Imparare il mestiere. Essere testardi. Fortunati.

Che cosa è la libertà per te?

Mel Gibson in Braveheart, naturalmente!